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La piazza della Chiesoletta vive e fa vivere il quartiere

La piazza della Chiesoletta vive e fa vivere il quartiere

Il più bel triangolo di verde nella città giardino

Oggi parliamo del giardino intitolato a mons.D.Nobels, fondatore degli scout di Roma, quel piccolo parco delimitato da Via delle Sette Chiese, Via Tolli e Via Macinghi Strozzi. Gli abitanti del quartiere lo conoscono semplicemente come i Giardinetti, o i Giardini della Chiesoletta. Non è una vera e propria piazza, ma lo è nella sostanza, nel senso che svolge il ruolo che la piazza ha svolto per secoli nelle città italiane. Dal foro romano, sua matrice originaria, a quella medioevale e poi rinascimentale, la piazza è stata luogo fondamentale dell’incontro e dello scambio, in cui si intrecciano cultura e storia, simboli e tradizioni. E’ stata centro vitale della città, sorta di palcoscenico dell’identità e del senso di appartenenza di una comunità. Lo è stata fino a qualche decennio fa e sicuramente continua tuttora ad esserlo nella provincia. Ma nelle metropoli questo ruolo sta tramontando, sommerso da cemento, traffico, ritmi e stili di vita alienanti e dal trionfo dei media tecnologici che anestetizzano e lobotomizzano bambini, adulti ed anziani.Chiesa di San FIlippo Neri in Eurosia
Da quando però alcuni anni fa questo triangolo di verde è stato ristrutturato e riqualificato grazie all’impegno del nostro Municipio, la Garbatella ha un nuovo e straordinario punto di aggregazione e di incontro. A noi sembra determinante il gusto estetico e la cura con cui sono stati realizzati i lavori: materiali e piante di pregio, illuminazione efficace e di sicuro effetto scenografico, la pedonalizzazione del tratto di strada prospiciente la chiesa, l’installazione di una valida area giochi per i bambini, la realizzazione di due belle e funzionali fontanelle di marmo. Tutto ciò ha creato un vero e proprio “cortile di casa” per gli abitanti del quartiere.
E così in primavera estate ed autunno, ma anche nelle belle giornate invernali, giovani ed anziani si rifugiano spesso in questo accogliente prolungamento dei propri Lotti condominiali. Si alimenta il senso di condivisione, e il bene collettivo viene vissuto e amato come quello individuale, con rispetto e geloso senso di protezione. Si riscopre quel senso civico che la metropoli tende a cancellare e che qui invece rinasce, a testimonianza di quanto uno sviluppo urbanistico attento alle esigenze dei cittadini possa trasformare i mostri metropolitani in luoghi di arricchimento collettivo.
La scelta del luogo è stata particolarmente felice perché qui e nell’adiacente Piazza Sant’Eurosia non manca quasi nulla: c’è la chiesa e l’oratorio (San Filippo Neri), la pizzeria (“Mi garba la pizza”) e la gelateria (“La chiesoletta”), alcuni bar e ristoranti, vari esercizi commerciali e perfino un teatro (il terzo della Garbatella, l’Aula Columbus, distaccamento del Dipartimento di Arte Musica e Spettacolo, corso di laurea dell’università Roma3). Succede allora che a tutte le ore del giorno e tutti i giorni della settimana questo mini parco sia vissuto intensamente. La mattina i nonni passeggiano coi nipotini e si incontrano tra di loro. A metà giornata lavoratori e giovani studenti pranzano all’aperto con pizze e gelati tra i più buoni del quartiere, divisi tra un momento di relax o un appuntamento di studio o di lavoro.
Al pomeriggio l’oratorio si popola di bambini e adolescenti mentre magari qualcuno festeggia il compleanno di fronte alla pizzeria mentre sulle panchine o ai tavolini della gelateria i giovani si incontrano per studiare, socializzare o amoreggiare. In serata decine di persone (centinaia a volte nella bella stagione) si ritrovano per una cena o un dopocena nel parco, ed è difficile passeggiare per più di un quarto d’ora senza incontrare un amico o un conoscente che ti dice “Ciao come stai, anche tu qui?”. Nel frattempo giovani studenti universitari frequentano il teatro per i laboratori la mattina e il pomeriggio e per gli spettacoli la sera. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalle periodiche riprese del noto sceneggiato “I Cesaroni”, che occasionalmente monopolizzano la piazza e l’oratorio inorgogliendo, a torto o a ragione (ognuno può pensarla a modo suo), gli abitanti del quartiere, ma conferendo di sicuro a questo luogo una notorietà nazionale che lo valorizza ancora di più. L’Aula Columbus è poi occasionalmente utilizzata dal Municipio e da enti o associazioni per convegni, congressi e spettacoli. La chiesa ovviamente raccoglie i fedeli per le sue funzioni religiose ordinarie e straordinarie.
Insomma il quadro è completo: come in un antico comune rinascimentale la nostra piazza racchiude in sé un’anima commerciale, religiosa, politico- amministrativa, sociale e ludica che fanno di un centro abitato una comunità civile. Federico, il gestore della pizzeria e abitante del quartiere, ci conferma che tutto ciò dà i suoi frutti e che negli anni il giardino è diventato più sano e vivibile: non c’è più droga, delinquenza o teppismo, perché “la piazza bella attira gente bella e emargina o trasforma quella brutta”.
Anche padre Guido, ex parroco, anima dell’oratorio e memoria storica della piazza e di tutto il quartiere, ci offre la sua preziosa lettura dei fatti. Ci fa notare quanto questo luogo sia penetrato a fondo tra la gente. Basta osservare “la gioia dei bambini e dei nonni che giocano nelle giornate di sole: senza questo luogo sarebbero chiusi dentro casa, incollati alle televisioni o ai computer, ognuno isolato nella sua triste solitudine”. Così invece ciascuno trova piacere e sollievo in una dimensione di condivisione “e nelle sere d’estate si sente cantare”, in senso metaforico e letterale.
“Mancano ancora un po’ gli adolescenti, che però stanno gradualmente scoprendo e ripopolando questo luogo dopo i decenni di degrado, mentre quelli della generazione precedente hanno ricreato il paese, e gli anziani vivono per strada. In chiusura elenchiamo anche qualche nota dolente. I bambini possono andare liberamente in bicicletta, e ciò è meraviglioso, ma talvolta possono entrare anche moto e motorini e ciò disturba e crea pericolo: bisognerebbe impedire il loro ingresso. I cestini della spazzatura sono assolutamente inadeguati alla frequentazione del giardino e il servizio di pulizia e manutenzione non sempre è puntuale, tanto che per mesi i negozianti stessi, con l’aiuto della associazione culturale “Itaca”, hanno volontariamente provveduto alle relative incombenze. Per finire bisognerebbe educare o sanzionare i padroni dei cani, che spesso non rispettano le regole fondamentali di igiene e sicurezza.
La Garbatella ha acquisito un ulteriore bene prezioso per la comunità. Usiamolo e rispettiamolo tutti, e facciamo in modo che la trascuratezza e la disattenzione della burocrazia non ce lo sottraggano mai più. Amministratori vigilate e aiutateci a preservare e migliorare questo angolino incantevole del quartiere in modo che tutti, noi e voi, ne possiamo in futuro godere ed andare orgogliosi.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

 

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Un racconto natalizio della scrittrice Maria Jatosti

Un racconto natalizio della scrittrice Maria JatostiMaria Iatosti

 

Anche quest’anno, come per i precedenti Natale, la scrittrice e poeta Maria Jatosti, nostra concittadina per tutti gli anni della sua giovinezza, ha accolto il nostro invito di dedicare ai piccoli lettori di Cara Garbatella un racconto scritto appositamente per loro. Il ricordo del quartiere ha ispirato molti dei suoi scritti, a partire dal primo romanzo, “Il confinato”, dedicato al padre, maestro elementare, spedito al confino per il suo antifascismo.
A breve uscirà un nuovo romanzo, che andrà ad aggiungersi alla sua già ampia produzione: “Tutto d’un fiato”, “Matrioska”, un libro di filastrocche per bambini, testi teatrali e molte raccolte di poesie. Apprezzata traduttrice di opere straniere, è molto impegnata nell’organizzazione di manifestazioni culturali. (C.B.)

Giovannino e il sogno di Natale

– Sveglia, Giovannino. È tardi.  Lei era già pronta per andare al lavoro e quel figliolo lì non voleva saperne di alzarsi dal letto. E poi, lavarsi, vestirsi, fare colazione, aiutarla a mettere un po’ di ordine nella stanza… Aveva voglia a predicare lei: Diglielo anche tu a tuo figlio di imparare a essere più ordinato, guarda che disastro…
– Giovannino, Giovannino, fai il bravo, aiuta la mamma, – mugugnava il padre senza alzare gli occhi dal piatto, con quella voce stanca e un po’ arrochita dalla bronchite cronica.
– Allora che cos’hai stamattina? Non starai mica male? Fammi sentire.
Al contatto gelido della mano Giovannino ebbe un brivido.Maria Iatosti
– Macché, macché, sei fresco come una rosa. La tua malattia è la pigrizia. Su, sbrigati. C’è il latte caldo sul tavolo. Io devo andare. Giovannino trasse un profondo respiro. Che aveva la mamma da agitarsi tanto, da muovere il freddo attorno a sé? pensò vagamente. Per lui era notte e si stava così bene al calduccio, con le ginocchia fino al mento, la testa sepolta sotto il piumone nuovo nuovo che odorava ancora di negozio. Farfugliò qualcosa, si girò sull’altro fianco e ripiombò nell’ovatta nera del sonno. Lassù, nel grande spazio c’era il suo sogno, oscillava come un aquilone al vento di primavera. Giovannino doveva solo tendere la mano, riprendere il filo, avvolgerne il capo al dito, una due volte perché non gli sfuggisse, non si perdesse fra le nuvole.
Ecco, ce l’aveva, ben saldo. Giovannino esitò un attimo ascoltando il silenzio, poi si mise a correre. La strada era lunga lunga: non si vedeva la fine, ma lui sapeva che al fondo c’erano qualcuno ad aspettarlo. Non sapeva chi. Lo chiamavano, lo incitavano, Giovannino Giovannino, ma la strada si allungava davanti ai suoi piedi leggeri e lui correva. Doveva raggiungere quelle voci, trovare la radura, il grande prato verde con il grande albero al centro fitto di foglie da dove si levava il canto stridulo e acuto di mille uccelli colorati venuti da tanto lontano. Indicandogli la cima alta e buia il suo babbo gli aveva spiegato un giorno che quella specie estranea aveva fatto un viaggio lunghissimo e estenuante affrontando fatica e pericoli d’ogni sorta per arrivare fino alla loro città e annidarsi negli alberi più alti della villa. Molti non ce l’avevano fatta: o erano tornati indietro o erano morti per via. I superstiti se ne stavano tutti ammucchiati insieme e quando vedevano che in giro c’erano più bambini e più vecchi e tante mamme coi bebè, per farsi sentire cominciavano a gracchiare e sbattere le ali contro i rami, da creare un gran concerto insieme al fruscio delle foglie. Quel canto per Giovannino aveva odore di zucchero filato, aveva il ritmo dei racconti del babbo e il calore della sua mano. Il babbo di Giovannino aveva le mani morbide e lisce, senza bisogno della crema che la mamma si metteva qualche volta dopo aver lavato i piatti. Perché il babbo, prima di essere licenziato, aveva sempre fatto un lavoro di quelli dove stai seduto e non ti vengono i calli e non ti sporchi, non come lo zio Francesco che quando staccava e veniva dritto dritto a trovarli e lo prendeva in braccio, puzzava di sudore e di unto.
Giovannino stringeva il filo del suo sogno e correva. Volava. Gli piaceva pensare di avere le ali ai piedi come certe figure che erano sul libro di storie mitologiche che il babbo gli leggeva prima di dormire. Spingeva lo sguardo, ma i suoi occhi non vedevano la fine della corsa. Gli altri, giù nella valle, continuavano a intonare il suo nome: Giovannino! Giovannino! come una canzone. L’eco di quei richiami gli turbinava nelle orecchie insieme al sibilo leggero del vento. Corri, corri, Giovannino, corri, cantava l’eco. E lui correva senza peso, senza affanno. Non importava quando, ma sarebbe arrivato, lo sapeva. Non c’era Fretta. Nel sogno non c’è il Tempo: Tardi. Presto. Domani. Sabato. Lunedì. Presente. Passato. Futuro. Sempre. Mai… Parole, suoni
forse esistenti in qualche luogo, qualche dimensione, e forse no.
Giovannino non poteva spiegarsi di dove venisse quella sottile sensazione, come di qualcosa o qualcuno che gli vellicasse i ricordi in cerca di un’immagine, un concetto distinto come una figura geometrica: un triangolo, un cerchio, un trapezio. Trapezio… Una figura luccicante di lustrini che si lancia nello spazio con le mani tese a incontrare nel vuoto altre mani, una piroetta, un salto, il cuore in gola, il respiro trattenuto, poi il boato della folla, il rombo dei piedi battuti sul legno della gradinata.
Giovannino che vola con le ali alle caviglie, ed ecco, nella testa affiorare un ricordo: le dita appiccicose di gelato, il duro della panca sotto il sedere, la calca che stringe, che urla, che ride, le capriole dei clown, le luci, la musica, l’odore di segatura e di letame… e poi subito un altro: l’albero illuminato coi regali attorno da scartare, la letterina sotto il tovagliolo.
La lunga notte dell’attesa… Giovannino! Giovannino! E a un tratto eccolo il grande prato. Grande e smagliante di colori. Fiori, pensa Giovannino con gli occhi immensi di stupore. Di questa stagione.
Con la pioggia e la neve e la tramontana e il terremoto… Non fiori, Giovannino, guarda, guarda. Bambini sono, bambini come te. È un vecchio che ha parlato. Accovacciato sotto il grande albero dei pappagalli venuti da lontano tiene sulle ginocchia uno strumento e lo fa andare girando una manovella. Il suono è stridulo, gracchiante, si confonde con quello degli uccelli nascosti nel fogliame. I bambini circondano Giovannino, festosi e colorati come una ghirlanda: neri gialli rossi azzurri verdi. Lo prendono per mano e girano girano attorno all’albero, attorno al vecchio che suona con la testa china sullo strumento, senza volto.
Giovannino ha perduto l’aquilone: s’è impigliato lassù tra i rami e poi, con uno strappo, è volato più in alto. Sembra una nuvola che si sfiocca e si  allunga all’orizzonte. Giovannino è felice. Gira gira girotondo…
– Giovannino! Giovannino! Ancora a letto! Alzati pigrone. Guarda che anche se sei in vacanza, abbiamo tante cose da fare. Il tempo vola. Natale è vicino.
– Natale?
Natale, Natale. Vieni, aiutami, dobbiamo addobbare l’albero.
– L’albero?
– Dai Giovannino, dove hai la mente? Svegliati! Lo sai che in piazza è arrivato il Circo? Dicono che quest’anno sarà un po’ più piccolo, un po’ più povero. Mah!… Su, vestiti, andiamo a vedere.
– Il circo…
– Certo, come tutti i Natali. Di che ti meravigli? Muoviti, Giovannino… Sbrigati.
– Volo, mamma.
– Eh, Giovannino, Giovannino. Sempre con la testa fra le nuvole.Chissà a cosa pensavi.
– Sognavo, mamma, sognavo.
Natale 2010.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

 

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Orlando Lombardi quindici anni dopo

 

 

Orlando Lombardi quindici anni dopoOrlando Lombardi con Enrico Berlinguer alla Villetta

Quindici anni fa la Garbatella popolare perdeva un figlio benemerito, l’ex partigiano Orlando Lombardi. Aveva 70 anni. Originario di una famiglia operaia, fin da giovanissimo era stato lui stesso operaio all’Ottica Meccanica. L’8 settembre del ’43, all’annuncio dell’armistizio, insieme al fratello maggiore Giuseppe, scelse la strada della clandestinità. Aveva poco più che 18 anni. Svolse la sua attività nei Gap romani e nelle Marche. Alla vigilia della liberazione di Roma, occupò con altri partigiani l’ex casa del fascio di Via Passino, la Villetta, che divenne da quel giorno la sede dei comunisti del quartiere. L’impegno sociale e politico di Lombardi non venne mai meno. Licenziato dal lavoro per rappresaglia, fece parte della vigilanza del Pci e successivamente fu assunto come operaio presso la Camera dei deputati. Dirigente per moltissimi anni della sezione del Pci della Garbatella, non rivestì mai cariche istituzionali.
Nel quartiere  era particolarmente amato per le lotte sociali e civili che aveva condotto. Nel 1991, al momento dello scioglimento del Pci, non volle confluire nel Pds, ma scelse Rifondazione comunista, allora diretta da Garavini. La Villetta, oggi sede di due circoli di Sinistra Ecologia e Libertà, fu spartita tra il Pds al piano terra e al primo piano Rifondazione, la cui sezione dopo la morte di Orlando fu dedicata al suo nome. I funerali di Lombardi furono celebrati unitariamente alla Villetta, la casa del popolo che per tanti anni era stata la sede della sua instancabile attività. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

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Celebrati i 10 anni di Hàgape 2000

Celebrati i 10 anni di Hàgape 2000

L’associazione di genitori e ragazzi disabili

di Eraldo Saccinto

L’Associazione Hàgape 2000 compie dieci anni. Costituitasi nel luglio del 2000, è formata da genitori e ragazzi disabili fisici e/o psichici. E’ nata dall’esigenza di offrire a giovani con diverse capacità fisiche e psichiche un punto di incontro per svolgere attività ludiche e creative, per dare a tali soggetti la possibilità di socializzare e continuare la crescita educativa-formativa, in particolar modo al termine del percorso scolastico. Associazione Hagape
L’associazione persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale e tutela dei diritti delle persone disabili ed è un punto di aggregazione anche per le famiglie, spesso isolate per il problema che vivono. I genitori con tale spirito si sono autotassati anche a favore di adozioni a distanza tramite la Comunità di Sant’ Egidio e seguono la formazione professionale di quattro portatori di handicap in Madagascar.
Le attività dell’associazione sono affidate, oltre che al presidente, Giovanni Buttaroni, ad un Comitato di gestione composto da un gruppo di soci genitori che operano a titolo gratuito nelle attività di gestione amministrativa e sovraintendono ai laboratori a loro affidati. I laboratori attualmente accolgono circa 50 ragazzi. Si avvalgono della collaborazione di maestri e operatori volontari ed hanno l’obiettivo di favorire la socializzazione attraverso la creatività, aumentando la capacità di concentrazione dei ragazzi, sviluppandone le potenzialità. Hàgape 2000 è accreditata presso il Municipio Roma XI e dispone di tre sedi operative, in Via Pullino nel “Parco dei Caduti del Mare”, in Via Macinghi Strozzi 51 presso la Media “Moscati”e un’altra in Via Salvatore Di Giacomo 13 presso la Media “Spizzichino”. La sua segreteria è aperta in Via Pullino nei pomeriggi del lunedì, martedì e venerdì dalle ore 16,30 alle ore 19 e nelle mattine del martedì e del giovedì dalle ore 10 alle ore 12; il suo recapito telefonico è 0697842671 ed il suo fax è 06 97842717. A Via Pullino si svolgono nel pomeriggio i laboratori di musica, di “Comicità è Salute” e di danza popolare. Allo scopo di favorire la socializzazione degli utenti, organizza feste di compleanno, gite, visite culturali, soggiorni estivi marini, serate teatrali e partecipazione ad eventi con esibizioni dei partecipanti ai laboratori di musica e di danza, organizza mostre di ceramica e di pittura.
Per la qualità dei suoi progetti si è saputa accreditare come punto di riferimento per la disabilità nel Municipio XI. In occasione dei suoi dieci anni di attività, presso gli spazi del Parco Caduti del Mare, in Via Pullino, ha organizzato sabato 30 ottobre un interessante convegno, “I Disabili durante Noi e dopo di Noi”, a cui hanno partecipato attivamente molti esponenti delle istituzioni e che ha avuto lo scopo di aprire il dibattito col territorio sulle iniziative che l’associazione ha realizzato per la comunità locale e la positiva ricaduta che queste hanno avuto sul benessere delle famiglie e dei ragazzi. Ha concluso il dibattito l’Assessore alle Politiche sociali del Municipio XI, Andrea Beccari, che ha sottolineato la bontà del lavoro che l’associazione ha svolto e che rappresenta un patrimonio di civiltà unico per il nostro territorio.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

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Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Dall’Oratorio dei Filippini ricordi del decano padre Guido Chiaravalli

Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Signor direttore, ho letto con vivo interesse la dotta  disquisizione del signor Recchi sulla “mazzafionda”, pubblicata nel numero di giugno di Cara Garbatella. Mi ha fatto rivivere quella stagione di quaranta anni fa quando, al termine della scuola, qualche piccolo gruppo andava a “pesca” (di ranocchie) nella marrana di Grottaperfetta, dove ora vi sono le vie di Tiberio, Giustiniano, Costantino imperatori, oppure a caccia di uccellini.
Andavano in due o tre con la fionda infilata nei calzoni posteriormente per evitare incontri non graditi (guardie ecc.).
Un buon luogo di caccia era la rupe di San Paolo sul versante di Via Giovannipoli. Ho notato il silenzio del signor Recchi sull’alternativo bersaglio in caso di insuccesso venatorio. E’ bene che un’idea del genere non si diffondi.Oratorio San Filippo Neri - Chiesoletta
Nell’impeccabile descrizione del signor Recchi si parla del bosso e del frassino, ma alla Garbatella non vi è reperibilità di tali piante. E’ opportuno invece portare attenzione sui ligustri presenti nei Lotti. La forcella si divarica simmetricamente ed è un buon legno. Sarebbe bene che qualche “tecnico” (di età almeno sessantenne) descrivesse i giochi del “picchio” e della “nizza”. Occorre rivolgersi ai nonni perché vi è alle spalle un salto generazionale. Giochi intelligenti, come le biglie, scomparsi, purtroppo sostituiti, come il gioco nelle piazze, dall’abuso dei mezzi virtuali che rubano la bella socialità di allora.
Un gioco invece ormai impossibile col traffico attuale era quello dei “carrettini” o “pattini”. Iniziava anche esso con le vacanze. Dopo una “passata” dai meccanici per rimediare due cuscinetti piccoli e uno grande, all’Oratorio che forniva gli attrezzi sembrava di essere a Maranello in una catena di montaggio. Il problema maggiore era trovare il legno adatto. Una pista di prova la offriva Via Lorenzo da Brindisi ma il meglio era Via Massaia con lo scarso traffico di allora. Una volta in Via Tosi traslocavano ed avevano smontato dei mobili riservandosi di prenderli successivamente. Sparirono alcuni pezzi. Il proprietario preoccupato della cosa venne all’Oratorio a cercarli, ma non li trovò. Era veramente inquieto. Ne parlai agli agenti del CIO (Centro investigativo Oratorio) specializzato nel recupero palloni, scarpe ed anche qualche strumento musicale. Lui aveva promesso una buona ricompensa.
“Radio scarpa” entrò in azione e si venne a sapere che li avevano presi alcuni ragazzi di Via Giovannipoli per fare una capanna sulla rupe. La mancia venne pagata.
Era il mondo dei ragazzetti (e ragazzette) di allora. Non si finirebbe di raccontarlo. Un mondo che è bello non si perda. Fine anni cinquanta. Era stato donato per la Colonia un canotto gonfiabile Pirelli. Era uno dei primi e lo avevano mandato da Milano. A turno a Torvaianica lo pagaiavano: una cosa ambita. La sera, al rientro, lo si lavava con cura e lo si appendeva ad asciugare. Una mattina era scomparso. Costernazione. Assemblea. La traccia: l’ha preso certamente un ragazzo del quartiere.
Passare la voce. Arriva una ragazzina: questa mattina due del mio Lotto sono andati al mare col trenino per il Lido con un canotto.. Piano di recupero: a turno due controlleranno i trenini in arrivo. Non accade nulla. Aspettare. La sera mentre il sottoscritto era a cena una scampanellata. I due compari erano stati pedinati sino alla Garbatella ed in un cortile erano assediati da una massa vociante. Se la squagliarono infuriati e la mattina dopo il canotto rientrò in servizio.
Padre Guido Chiaravalli

Ringraziamo padre Guido per la preziosa testimonianza che ha voluto affidare a Cara Garbatella. Cogliamo l’occasione per augurare un buon tornato a padre Guido, era stato indisposto per un periodo di tempo.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

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Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Il Punteruolo rosso, originario dall’Asia meridionale, ha colpito anche qui da noi, alla Garbatella. L’insetto, ovvero il vorace Rhynchoforus ferrugineus, è un coleottero curculionide nemico soprattutto delle palme, che divora in ogni sua parte fino ad ucciderle. Nel quartiere la palma più vistosamente colpita e uccisa è il magnifico esemplare che svettava al fianco della scalinata del Pincetto, a Piazza Benedetto Brin.
Ora è ridotta a un tronco nudo e calvo, avendo perduto completamente la sua bella e folta chioma. Alla Garbatella non sono molte le palme che ornano il verde dei giardini. Le più belle e le più numerose si possono ammirare nell’ampio parco che si trova alle spalle della Scuola dei bimbi, la Scoletta di Piazza Nicola Longobardi. Altre si trovano nel parco che circonda lo storico Casale Santambrogio, sulla collina più alta della Garbatella, alle spalle dell’Università San Pio V. Sono già attaccate dal famelico coleottero gli esemplari del Parco di Commodilla. punteruolo rosso
Così come quella che orna il piccolo giardino adiacente alla chiesoletta di sant’Eurosia. Altre piante sono sparse qua e là nei Lotti. Sono tutte palme delle canarie (Phoenix canariensis), una pianta d’alto fusto che ha avuto larga diffusione in Italia a scopo ornamentale a partire dal 1800. Ma il terribile punteruolo rosso colpisce tutte la specie di palme e talvolta anche altre piante. Si tratta di un insetto, lungo tra 19 e 45 millimetri, munito di una specie di proboscide detta rostro con la quale perfora e divora il tessuto della pianta fino ad ucciderla. Le femmine adulte a un certo punto sfarfallano e depositano circa 300 uova che hanno uno sviluppo che, in varie fasi, dura circa 82 giorni.
Quando la pianta non offre più materia di cui cibarsi perché rinsecchita l’insetto vola via a cercare altre vittime, con un raggio d’azione di circa un chilometro.
Il punteruolo rosso è stato esportato dall’Asia sud-orientale e dalla Melanesia all’interno di palme di cui non si conosceva o era stata taciuta l’infestazione, introdotte a scopo ornamentale. Ha avuto una diffusione rapidissima: nel 1980 si è manifestato negli Emirati arabi, nel 1992 aveva raggiunto l’Egitto, nel 1994 la Spagna, nel 2005 è arrivato in Italia (la prima segnalazione è di un vivaista di Pistoia che aveva importato palme a scopo ornamentale dall’Egitto). Per dare un’idea della velocità di diffusione del micidiale insetto, i botanici hanno calcolato che le palme esistenti a Roma potrebbero essere tutte attaccate e uccise entro il 2015. Purtroppo finora i metodi di disinfestazione sperimentati si sono dimostrati molto costosi e scarsamente efficienti: le speranze sono ora riposte nella lotta biologica cui si sta dedicando la ricerca. (C.B.)

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Dal Municipio

Dal Municipio

Raccolta dei rifiuti ingombranti a giorni prestabiliti nel Municipio

L’Ama ha avviato un servizio di raccolta gratuita di rifiuti ingombranti riservato alle utenze domestiche. Un servizio ancor più vicino ai cittadini per contrastare il cattivo costume dell’abbandono indiscriminato di suppellettili, elettrodomestici e arredamenti. Il servizio nel Municipio Roma XI sarà attivo ogni 1° e 3° venerdì del mese. Di seguito, i punti di raccolta e gli orari:

  • Via delle Sette Chiese – angolo Via di Santa Petronilla 12.30 – 13.45
  • Piazzale del Caravaggio – area parcheggio 14.00 – 15.30
  • Piazza Federico Marcello Lante, 21 16.00 – 17.30
  • Piazzale Caduti Della Montagnola – fronte chiesa 18.00 – 19.30
  • Piazza Giovanni da Lucca – fronte civico 1 12.30 – 13.45
  • Piazza Bartolomeo Romano, 4 14.00 – 15.30
  • Piazza Oderico da Pordenone – angolo Via G. Genocchi 16.00 – 17.30
  • Piazza del Gazometro 18.00 – 19.30 – fronte Via del Commercio
  • Viale Giustiniano Imperatore – angolo via Tito 12.30 – 13.45
  • Largo Leonardo da Vinci, 18 14.00 – 15.30
  • Largo Valerio Bacigalupo – interno parcheggio 16.00 – 17.30
  • Via Simone Martini 18.00 – 19.30

Il Registro municipale dei Testamenti biologici

Bastano tre copie del modulo testamentario, una copia del modulo per la dichiarazione sostitutiva di atto notorio, scaricabili dal sito del Municipio XI e recarsi, assieme ad un fiduciario e con una marca da € 0,26, presso l’Ufficio demografico di Via degli Armatori 13 per poter esercitare la propria volontà riguardo al Testamento biologico. Possono chiedere l’iscrizione al Registro tutti i cittadini italiani e dell’Unione Europea, residenti nel territorio del Comune di Roma, che abbiano compiuto 18 anni. Per l’appuntamento contattare l’Ufficio relazioni con il Pubblico, recandosi di persona in via Benedetto Croce 50, oppure chiamando lo 06.696.11.333.

Per il diritto di voto di stranieri e cittadini non residenti

Possono esercitare i diritti connessi all’iniziativa popolare e ai referendum consultivi comunali i cittadini non residenti a Roma che lavorano in questo Comune, gli studenti non residenti a Roma che studiano presso scuole e università romane, gli stranieri maggiorenni, residenti o domiciliati a Roma. Per esercitare il diritto di voto i cittadini suddetti debbono registrarsi, entro il 31 dicembre 2010, presso gli Uffici relazioni con il pubblico nei Municipi. Info: URP Municipio Roma XI – via Benedetto Croce 50 – 06.696.11.333 – orari dal lunedì al venerdì 8.30\12.30, martedì e giovedì anche 14.30\16.30.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

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Garbatella Jazz Festival 2010 Gran successo della sesta edizione

Organizzato dalle associazioni “Cara Garbatella” e “Altrevie”

Garbatella Jazz Festival 2010
Gran successo della sesta edizione

La manifestazione ha assunto negli anni popolarità e prestigio cittadini. Tre serate ad alto livello e dense di pubblico alla Villetta di Via Passino.

di Benedetto Mercuri

 

Lino Patruno, Luca Velotti, Gianni Sanjust, Red Pellini: sono solo alcuni degli artisti saliti sul palco della rassegna jazzistica che si svolge da sei anni, al cospetto dei due pini secolari che sovrastano un casale del XVII secolo al centro, o quasi, della Garbatella.
Anche quest’anno, e non poteva essere altrimenti, il 23, 24 e 25 settembre si è svolto il “Garbatella Jazz Festival”, la rassegna, che é arrivata alla sesta edizione, ha avuto luogo, come avviene tradizionalmente, alla “Villetta” di Via Passino 26, sede dell’Associazione culturale “Cara Garbatella”.
Nell’edizione di quest’anno, negli intenti degli organizzatori si sono voluti mettere a confronto modi diversi di suonare ed ascoltare jazz, nonché evidenziare differenti dialettiche che si possono sviluppare tra artista e pubblico. Nella prima serata i protagonisti sono stati Andrea Beneventano al piano e Nicola Puglielli alle chitarre nella originale formazione “Duality”: con i contrappunti e le variazioni improntati dal Duo si è potuto apprezzare un progetto di jazz acustico dove ognuno è solista ed accompagnatore, dove conta il come più del cosa suonare, dove l´improvvisazione stessa si anima di una sincera passione per la composizione, lasciando così costantemente il pubblico con il fiato sospeso in attesa di nuove invenzioni sonore.
Nella seconda serata ha tenuto la scena del Festival, nel palco coperto a causa dei frequenti scrosci di pioggia, il “Maurizio Giammarco Jazz3” con Marcello Di Leonardo alla batteria, Francesco Puglisi al contrabbasso e ovviamente Maurizio Giammarco ai sax: con questi “Jazz3”, il famoso sassofonista non solo ha proposto i brani più recenti della sua produzione ma, al contrario di quanto accadeva nelle sue formazioni precedenti, ha gettato anche uno sguardo retrospettivo su tutto il suo passato di compositore e di appassionato di jazz, cogliendo l’occasione per ripescare qualche tesoro nascosto o dimenticato della letteratura del jazz o, più che altro, dall’archivio delle proprie memorie musicali.Ha chiuso la manifestazione la piccola Big Band capitanata da Pino Sallusti, appunto “Pino Sallusti Group”, che comprende Claudio Corvini alla tromba, Massimiliano Filosi al sax alto, Marco Conti al sax tenore, Marco Guidolotti al sax baritono, Andrea Frascaroli al piano, Pino Sallusti al contrabbasso e Gianni Di Renzo alla batteria.
La sezione ritmica, potente e coinvolgente, si avvale della solidità fornita dalla venticinquennale collaborazione tra Pino Sallusti e Gianni Di Renzo ed è arricchita dalla qualità armonica di Andrea Frascaroli.
I solisti, tutti noti nel panorama jazzistico nazionale, in questa densa formazione hanno sempre saputo rendere differenti, all’orecchio dell’ascoltatore, le timbriche delle composizioni in base alla pertinenza del brano, creando di volta in volta l’effetto alternato di una big band come pure di una small band.
Il progetto di Pino Sallusti si sviluppa in sonorità hard bop e non tralascia brillanti e trascinanti escursioni in ambito modern jazz.
Le tre serate sono state aperte dal concerto dei “Dasa Quartetto”, formazione attiva con l’attuale organico da alcuni anni, che ha presentato un repertorio volto prevalentemente al jazz, proponendo anche una serie di brani di propria composizione. Il quartetto é composto da Antonio Ricciardi al piano, Alessandro Ionescu alla chitarra, Dario Ambrosiani al basso e Sauro Giovanetti alla batteria: in questa occasione la formazione si è avvalsa della collaborazione della vocalist Maria Antonietta Bombardieri. Protagonista di tutto il festival come sempre è stata la cornice scenica costituita dal quartiere nonché la partecipazione molto fitta e sentita di quanti sono accorsi nelle tre serate, nonostante le frequenti minacce del tempo.
La rassegna si è svolta anche quest’anno, come nelle edizioni precedenti, con ingresso gratuito ai concerti e, soprattutto, grazie al lavoro ed all’impegno volontario delle persone che fanno capo ad “Altrevie” e “Cara Garbatella”, le due Associazioni culturali che nel tempo sono state e continuano ad essere il soggetto propulsivo ed organizzativo della manifestazione. Quest’anno poi a tale impegno si è aggiunto il contributo determinante di Pino Sallusti in qualità di direttore artistico.
La rassegna, annuale, che ha come scopo dichiarato la diffusione e lo sviluppo della cultura musicale, ha acquisito una rilevanza cittadina, e forse anche più che cittadina, che si evince chiaramente sia dalla qualità degli artisti che si esibiscono, sia dalla partecipazione del pubblico ormai da tempo non più esclusivamente di quartiere (nelle tre serate tra il pubblico si è sentito parlare frequentemente in inglese).

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Indignazione a Garbatella per lo scempio del CTO

Proteste contro la politica liquidatoria della Giunta Polverini

Indignazione a Garbatella per lo scempio del CTO

Chiusura del Pronto soccorso medico. Drastica riduzione dei posti letto. Soppressione di interi reparti come la neuro, la rianimazione, l’Unità spinale. Verso la liquidazione dell’ospedale di un quartiere di anziani. Le gravi responsabilità fin dai tempi della Giunta Storace

di Massimo Marletti
Coordinamento iscritti CGIL del CTO

Igiorni scorsi, dopo le notizie diffuse dalla stampa cittadina circa il progressivo imminente smantellamento del CTO, si è svolta per le strade del quartiere una manifestazione di protesta a cui hanno partecipato, oltre a centinaia di cittadini, le istituzioni locali, le forze politiche democratiche, le organizzazioni sindacali, i centri anziani e praticamente tutte le associazioni presenti sul territorio. La battaglia per la salvaguardia di questa fondamentale struttura sanitaria è in atto da mesi e noi ne abbiamo dato puntualmente notizia ai cittadini. Ora siamo arrivati alla conclusione dell’attacco al CTO, che fa seguito alla chiusura del  poliambulatorio di Piazza Pecile, che già tanti disagi ha arrecato alla popolazione.
Riprendiamo il discorso ripercorrendo le varie tappe che hanno portato all’attuale stato di grave crisi che si risolverà, se non corretta, con una pesante riduzione della assistenza sanitaria.
Il 26 febbraio 2007 la Corte dei Conti, Sezione Regionale di Controllo per il Lazio, nella seduta dedicata alla Ausl Roma C (iniziativa fortemente voluta dalla dottoressa Paccapelo per accertare la reale situazione amministrativo-contabile della Asl dopo gli scandali che avevano travolto i vecchi dirigenti di centrodestra di Via dell’Arte) accertò perdite di gestione di circa 235 milioni di euro, un patrimonio negativo netto di 665 milioni di euro, un ammontare di debiti pari a 2 miliardi di euro.
Nella stessa seduta, la medesima Sezione Regionale, oltre a segnalare la grave situazione, esortava il Presidente della Giunta Regionale ad adottare misure correttive imposte dalla gravità della situazione (Delibera 30/2007). Dieci i miliardi di euro lasciati in eredità da Storace alla neoeletta Giunta.
La Ausl Roma C, grazie alle allegre gestioni degli anni precedenti trascorse tra finte inaugurazioni, progetti di finanza, scandali vari tra cui la vicenda di lady Asl, partecipò con un buon 30% sul totale. Una breve considerazione: per quanti sforzi si possano fare, trovo difficile tenere una sorta di equidistanza nel giudizio verso gli schieramenti che si sono alternati in questi ultimi dieci anni.
Ammetto che questo è un mio limite che molte volte mi si fa notare, anche in ambito CGIL. Nel caso specifico però, da una parte esiste una Giunta, quella di centrodestra, ed una Direzione Strategica Aziendale che dopo aver fatto man bassa nella gestione 2000/2005, coprendosi di scandali, oggi pensa di risolvere la questione tagliando l’assistenza e scaricando il peso delle proprie nefandezze ed incapacità sui cittadini. Dall’altra una Giunta ed una Amministrazione, quella di centrosinistra, che tante colpe ha e che, specificamente nel nostro territorio, si è dimostrata poco coraggiosa, deficitaria dal punto di vista della politica sanitaria, molto sbilanciata sul versante amministrativo, poco incisiva su quello del cambiamento. Pur con tutti questi limiti, però l’Amministrazione di centrosinistra, negli anni 2005/2010, sul territorio dei Municipi 6/9/11/12, due cose sicuramente non ha fatto: non ha lasciato ulteriori buchi, anzi, parecchi ne ha coperti; non ha tagliato nel nostro territorio, a differenza della precedente, posti letto né ucciso servizi vitali per noi. E questo, per la gente normale che si alza e va a lavorare, per il pensionato o la casalinga che lavora in casa e va al mercato, non è cosa di poco conto.
Fatta questa breve premessa veniamo alla manovra Polverini (il Decreto 80) e agli effetti disastrosi che, se approvata senza modifiche, avrà nei confronti del nostro quartiere, e non solo.
Secondo il piano regionale, quello nuovo, 71 sono i posti letto che vengono tagliati al CTO. Un po’ di chiarezza sui numeri. Nel 2000 i posti letto erano 420, diventati seccamente 328 a fine 2005. Il D.G.R. n.149 del 6/3/2007, per effetto della manovra economica legata al piano di rientro voluta dal Governo a seguito del debito accumulato negli anni precedenti, prevedeva per l’ospedale CTO una ulteriore riduzione di posti letto, ricoveri ordinari per acuti, da 328 a 240. Come questi posti letto da 240 siano diventati oggi 215 rimane un mistero. Né più né meno come rimane un mistero l’aver scoperto, nella nostra dotazione organica, 5 posti di ostetricia e ginecologia.
Tutto questo per dire che in realtà i posti letto effettivi per il CTO erano, al momento dell’emanazione del decreto Polverini, 240 e non 215 e che quindi a quei 71 soppressi vanno aggiunti ulteriori 25 posti letto che si erano persi tra un carteggio e l’altro, portando a 96 il taglio effettivo per il nostro ospedale.
Ritorniamo però al punto. Malgrado l’energica sforbiciata, l’ipotesi di ridefinizione per l’ospedale CTO (presentata dalla Direzione Strategica dell’Azienda a giugno del 2007 all’Assessore alla Sanità e al Direttore dell’Agenzia di Sanità Pubblica della Regione Lazio in piena legislatura di Centrosinistra) manteneva integre le sue caratteristiche: Centro Traumatologico Zonale saldamente ancorato al territorio e ricompreso nel circuito dell’emergenza. Oggi, alla luce di questa ultima manovra, il panorama è radicalmente mutato.
Appare evidente, per lo meno ai cosiddetti addetti ai lavori, che la questione centrale non è data solo dai tagli di ben oltre le 71 unità. E questo con buona pace della governatrice Polverini che in campagna elettorale aveva promesso che avrebbe ricontrattato con il Governo il piano di rientro e aveva giurato che al CTO non si sarebbe chiuso neanche un posto letto, e come questi vengono operati e gli effetti che produrranno nel territorio sia a livello di municipi che a livello cittadino e regionale.
Nel dettaglio:

  • 20 posti di Neurochirurgia vengonosoppressi , praticamente tutto ilreparto;
  • 16 posti di Unità SpinaleUnipolare che sparisce e si trasformain semplice reparto di riabilitazione;
  •  31 posti tra Breve osservazione eMedia intensità che spariscono perandare da un’altra parte;
  • 8 posti di Rianimazione, l’interoreparto. Rimangono solo 6 posti diterapia intensiva;
  • ed a corollario dell’intera operazionesi abolisce il Pronto SoccorsoMedico, lasciando solo quelloOrtopedico, vera e propria assurdità,per aprirne un altro presso il CampusBiomedico di Trigoria ( il CTO con isuoi 35.000 accessi l’anno non andavabene?), sparisce il Centro TraumatologicoZonale che viene dato alSant’Eugenio, anche se lo stessoperde definitivamente il Dea disecondo livello.

Da quanto detto, appare evidente che ci troviamo davanti ad una vera e propria operazione chirurgica, a tagli mirati.
Dopo dieci anni di tentativi, siamo di fronte alla spallata finale, ad una sorte di chiusura del cerchio. Togliere al CTO il Pronto soccorso (perché di questo si tratta), la Neuro, la Rianimazione, i posti di Breve Osservazione, cacciare l’Unità Spinale facendola finire al Policlinico Umberto Primo, togliere con un gioco di prestigio il Centro Traumatologico Zonale, vuol dire sradicarlo dal territorio, farne un’altra cosa. Significa che, a dispetto di una popolazione che si fa sempre più anziana, gli utenti, su tutto ciò che riguarda le urgenze, saranno costretti a rivolgersi presso altre strutture (in altre parole l’ospedale CTO esce dal circuito dell’emergenza); vuol dire sottoporli ad odissee interminabili, rendendo inevitabilmente critiche, più di quello che già oggi sono, altre realtà. Vedi per esempio il Pronto Soccorso del Sant’Eugenio o quello del San Giovanni.
La soppressione di un Pronto Soccorso medico e di tutte quelle specialità legate al circuito dell’emergenza sarà foriero, da qui a un paio d’anni, di ulteriori assestamenti con probabili ulteriori chiusure di reparti.
Penso ad una Chirurgia Generale, ad una Urologia, alle stesse Divisioni ortopediche. Penso, anche se nessuno ne parla, ai probabili effetti negativi che si avranno in termini di organizzazione del lavoro, di dotazioni organiche da rivedere, di conferme di posto di lavoro specialmente per il personale precario e delle cooperative. Più che ad un nuovo Rizzoli ( celebre ospedale ortopedico emiliano) se proprio mi si prospetta uno scenario possibile, vedo questo nostro ospedale sempre più proiettato verso una trasformazione in RSA o ad una sorta di Clinica Geriatrica per lungodegenti, staccato dal territorio, magari dotato di una pista per l’atterraggio di elicotteri ed un Angiografo per la radiologia interventistica.
Spero di sbagliare. Contro questa prospettiva, estremamente penalizzante e contro cui la CGIL ha sempre combattuto, portando soluzioni alternative al problema ed un proprio progetto, sacrosanta ci sembra la mobilitazione delle forze politiche ed istituzionali, delle associazioni, dei circoli degli anziani, di singoli cittadini, del sindacato confederale e primo fra tutti quello dei pensionati. Giuste le iniziative di lotta che si stanno svolgendo a livello territoriale.
A dispetto dei tanti pifferai magici che girano oggi per la Asl, raccontandoci bellissime storie su come questo glorioso ospedale finirà, noi abbiamo idee chiare. E queste nostre idee viaggiano in termini diametralmente opposti a quanto questa Giunta Regionale dice e ci propone. Democraticamente lotteremo contro questo disgraziato decreto. Lo faremo insieme ai partiti, alle Istituzioni, alle associazioni, a tutti coloro che vogliono bene a questo pezzo di storia del Quartiere e della città di Roma.

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L’Oratorio San Filippo Neri festeggia 75 anni di attività

L’Oratorio San Filippo Neri festeggia 75 anni di attività

di Leopoldo Tondelli

L’Oratorio San Filippo Neri, che nel 2010 festeggia 75 anni di attività, è collegato da tutti gli abitanti della Garbatella alla “Chiesoletta”, la chiesetta adiacente l’Oratorio, dedicata a San Isidoro, santo spagnolo protettore delle campagne, e a Sant’Eurosia, protettrice dalla grandine. Padre Generoso Calenzio (come ricorda Padre Guido Chiaravalli in un suo scritto pubblicato per i cinquant’anni dell’Oratorio) la volle salvare, alla fine del XIX secolo, dal distruttivo abbandono in cui si trovava. La lapide all’ingresso dell’Oratorio ricorda poi che il signor Luigi Santambrogio, subentrato alla sua proprietà, “i locali e il terreno adiacente a servizio spirituale del nascente quartiere umilmente offrì”. La storia dell’Oratorio si intreccia in modo indissolubile con quella del quartiere, non soltanto perché quasi tutti gli abitanti della Garbatella e dei quartieri vicini hanno frequentato da bambini le vecchie strutture, ma soprattutto per il fatto che l’Oratorio ha sempre, tramite i suoi sacerdoti, adempiuto alle aspettative ed alle esigenze sociali della zona, soddisfacendole e spesso anche anticipandole.Padre Guido Chiaravalli
Il “pioniere” Padre Alfredo Melani, che era giunto alla Garbatella nel 1935, si recava nei lotti e tramite il suono di un campanaccio radunava i ragazzi per portarli all’Oratorio cercando di aggregarli non solo per una finalità religiosa, ma per impartire loro anche una educazione scolastica (non a caso la scuola media “Cesare Baronio” iniziò la propria attività proprio all’interno dell’Oratorio nel lontano 1944) ma anche sportiva, in un momento storico nel quale l’attività fisica non era considerata ancora un’esigenza primaria, fondando la società sportiva Astro (Associazione sportiva tra ragazzi dell’Oratorio) con la finalità principale della pratica sportiva all’interno di un progetto di socializzazione ed aggregazione, organizzando tornei.
Il gioco del calcio adempie pienamente a questo compito perché la pratica agonistica svolta all’Oratorio contiene un sistema di regole codificate, complementari allo stesso gioco. Infatti, sotto la direzione di Padre Guido Chiaravalli, vengono interrotti i campionati esterni per organizzare tornei interni dotati di alcune regole particolari: “Il Capitano non può battere i rigori e le punizioni, perché essendo di solito il più bravo o il più grande deve esercitare la sua funzione ‘super partes’ fra i compagni non abusando del suo ‘status’ ma usarlo per mettersi al servizio dei compagni”.
Padre Guido cerca di introdurre una certa responsabilizzazione “collettiva” sanzionando con ammonizioni le squadre che non indossano maglie di uno stesso colore, l’obbligo del lucchetto per chiudere lo spogliatoio per evitare furti, la perdita di un punto in classifica dopo aver sommato dieci ammonizioni, l’essere in regola con il pagamento dell’iscrizione al campionato e l’obbligo morale di far giocare anche i meno bravi della squadra. Padre Guido Chiaravalli
Alcune consuetudini sono rimaste impresse nella memoria di tutti: per esempio, il giro d’onore al suono della campanella prima delle finali sia per il primo che per il terzo posto. In finale in caso di parità (la partita dura un’ora, mezz’ora a tempo) si tirano subito i calci di rigore: prima tutta una squadra poi l’altra. In caso di ulteriore parità calciano solo i giocatori che hanno segnato il rigore. I premi non sono più trofei come le coppe, ma materiale sportivo acquistato da Foresi a San Giovanni. La L’Oratorio San Filippo Neri festeggia 75 anni di attività squadra prima classificata vince le magliette, i secondi i calzoncini, i terzi i calzettoni, il miglior attacco i numeri grandi da apporre sulle maglie, la miglior difesa i numeri piccoli da apporre sui calzoncini. I campionati sono suddivisi in tornei con la denominazione: mini-atomi, atomi, microbi, pulcini, giovani.
L’Oratorio ha anche un merito particolare: quello di distinguere l’attività sportiva dal semplice gioco. Infatti da sempre i ragazzini passavano – e lo fanno ancora – diverse ore al gioco del sasso e a quello del passo volante. Le punizioni per chi contravveniva alle regole, oltre a quella massima dell’espulsione, erano quelle di raccogliere dieci cartacce nel cortile o gettare dieci secchi d’acqua nel gabinetto. Sanzioni che avevano lo scopo, per chi le riceveva, di imparare l’umiltà: questa pratica provvedeva dunque ad un’educazione che non era esclusivamente religiosa ma che doveva “preparare alla vita”.
L’apertura alle ragazze modificherà anche le attività. Si pratica la pallavolo oltre al calcio ed al basket nel nuovo campo di cemento polifunzionale ove prima vi era l’arena del cinema Columbus, e prende piede anche il tennis in un momento in cui questo sport diviene popolare. Si sviluppano negli anni settanta altre attività: oltre alla colonia marina a Torvaianica, inizieranno i viaggi in Italia ed in Europa con lo zaino in spalla, spostandosi anche con l’autostop, con la cassa dei soldi in comune, con i ragazzi più grandi quali accompagnatori. Lo spirito è sempre quello della socializzazione, ma stavolta in una ottica anche “culturale” che è quella di far conoscere l’Europa in un periodo storico in cui si inizia a votare per il Parlamento Europeo.
Infine, tra le molteplice attività, oltre all’organizzazione di spettacoli teatrali, significativa mi sembra quella di dare ospitalità a diversi gruppi musicali fra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli ottanta, da far meritare all’oratorio di San Filippo Neri, forse, la palma di essere stato il primo centro sociale in chiave attuale a Roma.
L’Oratorio è stato anche un set cinematografico di film importanti: come “Mamma mia che impressione” con Alberto Sordi, “Caro Diario” di Nanni Moretti. Il complesso Baronio fece da sfondo alle storie dei due fidanzatini Lucia Bosè e Renato Salvatori nelle “Ragazze di Piazza di Spagna”. E recentemente è stato utilizzato in alcune puntate dei “Cesaroni”. Il nostro augurio per i 75 anni dell’Oratorio: poter sempre comprendere le esigenze dei giovani.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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Dal Municipio

Dal Municipio

Forse va a Via Pigafetta la Asl di Piazza Pecile

Una commissione congiunta tra la ASL RMC, il Presidente del Municipio XI Andrea Catarci e il Consigliere delegato alla sanità municipale Antonio Bertolini ha esaminato la pesante situazione venutasi a creare con la parziale inagibilità dell’edificio che ospita l’ambulatorio di Piazza Pecile, al fine di individuare rapidamente soluzioni alternative. Un comunicato del Municipio dice che di alternative ne sono state individuate due: la prima, la più rispondente a dare risposte efficaci specie alla popolazione più anziana della Garbatella e dell’ Ostiense, consiste nello spostare gli uffici e i servizi all’interno di un edificio disponibile in Via Pigafetta, vicino a Piazza Pecile; la seconda, utilizzando i nuovi locali presso l’IPAB del San Michele a Piazza Tosti o presso la nuova sede direzionale ASL RMC di via Primo Carnera per la parte amministrativa, collocando gli ambulatori presso il CTO, insieme agli ambulatori ospedalieri utilizzando finalmente le strutture 12 ore al giorno. “Si auspica che la ASL RMC trovi rapidamente soluzioni strutturali, vista la già debole situazione dei servizi sanitari territoriali esistente ancora prima della inagibilità di Piazza Pecile. Il sistema è infatti insufficiente a dare risposte ad una domanda sanitaria crescente, che è ulteriormente minata da quei tagli dei posti letto del CTO a cui ci siamo e continueremo fortemente ad opporci” – conclude il comunicato di Catarci e Bertolini.

Trasferiti Igiene mentale e Assistenza domiciliare
Nuova sede per due vitali servizi sanitari nel distretto XI della ASL RMC. Il CIM (Centro di igiene mentale) e il CAD (Centro assistenza domiciliare ) sono stati trasferiti in locali più idonei al pubblico, presso l’Istituto San Michele, entrando da Via Casal De Merode 8, “palazzina Liuzzi”, secondo piano. Il Municipio XI ha perseguito con tenacia questi trasferimenti trovando risposte, insieme alla Direzione della ASL RMC, a problematiche logistiche più volte rappresentate nelle Consulte municipali. Il Centro di igiene mentale è la struttura destinata alla profilassi e cura delle malattie mentali; mentre il Centro per l’assistenza domiciliare ha il compito di definire il piano d’intervento assistenziale nel quale le prestazioni sanitarie sono garantite dalla ASL e quelle assistenziali dai Servizi sociali municipali. “I locali preesistenti erano in pessime condizioni di manutenzione e non erano qualificati all’accoglienza dell’utenza né decorosi per il lavoro del personale. Ora si
disporrà di ampi e nuovi locali”, dichiara l’Assessore alle politiche sociali del Muncipio, Andrea Beccari. Inoltre, nel continuare ad assicurare al CTO servizi utili per la popolazione, al fine di mantenerlo attivo con il suo Pronto Soccorso, al 5° piano si è trasferita tutta la Reumatologia ed una parte della Endocrinologia del Sant’ Eugenio.

XI: Punto unico di accesso ai servizi socio-sanitari
Il Segretariato Socio-sanitario del Municipio si è trasformato in PUA, Punto Unico di Accesso. Presso la nuova istituzione saranno a disposizione dei cittadini, insieme agli assistenti sociali del Municipio, anche infermieri della ASL RMC. Il servizio nasce da un protocollo di intesa tra Municipio e ASL RMC – Distretto XI, coerentemente con gli indirizzi nazionali e regionali, con lo scopo di garantire un servizio socio-sanitario sempre più efficace e vicino ai bisogni dei cittadini.
Il Punto Unico è istituito presso la sede di Via Benedetto Croce 50 alla Montagnola. Esso nasce con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per la presa in carico dei bisogni sociali e sanitari della cittadinanza, per facilitare l’accesso ai servizi sociali e sanitari del territorio, per semplificare i percorsi necessari all’attivazione degli interventi e delle prestazioni, per accogliere, ascoltare, informare e orientare il cittadino, supportandolo nell’utilizzo appropriato dei servizi esistenti ed infine per effettuare una prima valutazione integrata dei suoi bisogni socio-sanitari. Al PUA il cittadino può rivolgersi per essere aiutato ad orientarsi nella rete dei servizi, pubblici e privati, disponibili sul territorio, che meglio possono rispondere al suo bisogno, per avere informazioni sui servizi sociali e sanitari esistenti, sui giorni e gli orari di apertura al pubblico, sugli interventi erogati e sulle modalità di accesso alle singole prestazioni e per reperire la modulistica necessaria per accedere alle prestazioni sociali e sanitarie. “Finalmente, anziché vedersi ‘rimbalzati’ da un servizio all’altro, i cittadini del Municipio XI potranno avvalersi di un unico punto di accoglienza per essere ascoltati, ricevere informazioni sulle prestazioni e avviare la presa in carico integrata sul versante sociale e sanitario”, dichiara Andrea Catarci, Presidente del Municipio. “Vorremmo sottolineare – aggiunge Andrea Beccari, Assessore alle Politiche sociali del Municipio – l’ottima collaborazione tra Regione Lazio, con l’azienda sanitaria RMC, e Municipio XI, nella comune preoccupazione di garantire un servizio sociosanitario sempre più efficace e vicino ai bisogni dei cittadini. Va evidenziata, infine, l’intelligenza e la professionalità che gli operatori dei servizi sanitari e sociali del Municipio hanno dimostrato nel percorso di conoscenza e integrazione propedeutico alla istituzione del PUA”. Il PUA è aperto il martedì dalle 9.00 alle 12.00 ed il giovedì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00.

Riaperto il parcheggio della Metro Garbatella
Il 13 gennaio scorso è stato finalmente riaperto il parcheggio accanto alla stazione Metro di Via Pullino. Sull’argomento dal Municipio è stato emesso un polemico comunicato firmato dal Presidente Catarci e dall’Assessore ai Lavori pubblici Attanasio nel quale si critica “il disinteresse reiterato dell’Assessore alla Mobilità del Comune, Sergio Marchi”, sottolineando che quel parcheggio è rimasto chiuso per oltre un anno e mezzo per consentire la realizzazione di un Progetto del Piano Urbano Parcheggi (PUP). “Finalmente – conclude il comunicato – si conclude una vicenda che ha creato più di un danno ai residenti e ai tanti cittadini che si servono della Metro. La tenacia del Municipio ha permesso di ridurre i tempi e di restituire alla cittadinanza l’indispensabile parcheggio”.

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Due “Raffaello” molto simili: uno scambio di immagini

Due “Raffaello” molto simili: uno scambio di immagini

Nello scorso numero di dicembre 2009, nell’illustrare il servizio di Cosmo Barbato dedicato a Filippo Sergardi, il nobile senese committente nel 1500 della villa di campagna trasformata nel 1927 nella Scuola dei bimbi (la “Scoletta”) di Piazza Nicola Longobardi, abbiamo pubblicato l’immagine di un quadro di Raffaello rappresentante la Vergine con il Bambino e San Giovannino.
La pubblicazione illustrava la notizia che il Sergardi ai suoi tempi aveva acquistato da Raffaello una tavola rappresentante un soggetto analogo, appunto la Vergine con il Bambino e San Giovannino, detta anche “La bella giardiniera”, che aveva poi rivenduto a Francesco I di Francia, quadro che oggi è esposto al Louvre.
Dobbiamo una doverosa correzione. Il quadro pubblicato in dicembre, che qui vediamo riprodotto a sinistra, non è “La bella giardiniera”, pur se gli somiglia molto, ma “La madonna del cardellino”, esposto agli Uffizi di Firenze; mentre “La bella giardiniera” è quello che qui pubblichiamo a destra e che, venduto dal Sergardi a Francesco I di Francia, è esposto oggi nel famoso museo parigino!

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“Quelle foto sbagliate”

“Quelle foto sbagliate”

Oltre che dal “Messaggero” e da “La Tribuna” del 19 febbraio 1920, l’avvenimento della fondazione della “Borgata Giardino Concordia” sui Colli di San Paolo in località Garbatella fu riportato da “Il Popolo romano”, da “Il Piccolo Giornale d’Italia” e con un ampio servizio corredato da fotografie dalla “Illustrazione Italiana” del 7 marzo 1920 e dalla rivista di Paolo Orlando “Roma Marittima” del 29 febbraio. Una delle due foto erroneamente attribuite alla fondazione della Garbatella . In realtà si tratta di altra cerimonia avvenuta nello stesso 1920
Le uniche immagini del giorno della fondazione sono dunque quelle riportate da queste pubblicazioni dell’epoca e quelle conservate, per testimoniare la presenza del Re, dall’archivio fotografico dell’Istituto Luce.
Purtroppo in precedenti lavori editoriali, in articoli di quotidiani e pagine web sono state abbinate alla fondazione della Garbatella due belle immagini che rappresentano il Re Vittorio Emanuele III, in compagnia di vari notabili, su un palco mentre si cala una prima pietra. Ma queste foto non hanno nulla a che vedere con l’avvenimento del 18 febbraio in località Garbatella. Probabilmente chi le ha trovate è stato tratto in inganno dall’anno, il 1920, dal Re e dalla cerimonia.
Gli ingredienti essenziali c’erano tutti. Ma ciò non basta. Infatti le due foto in questione si riferiscono ad altri episodi simili. Una rappresenta la posa della prima pietra per le case degli impiegati del Ministero dell’Interno tra Via San Quintino e Via Statilia l’11 luglio 1920, l’altra l’inaugurazione delle case degli impiegati dello Stato a Villa Lancellotti su Via Salaria il mese dopo e precisamente l’8 agosto (in entrambe le foto le persone ritratte indossano abiti estivi).
Tutto ciò è verificabile dalla consultazione dell’archivio dell’Istituto Luce (Fondo Pastorel) e dall’incrocio con gli articoli pubblicati sul “Messaggero” dell’epoca (1).
Inoltre nelle foto “sbagliate”,ad ulteriore prova della loro non autenticità, non compaiono accanto al Re i personaggi che lo accompagnavano quel 18 febbraio 1920, in primo luogo Paolo Orlando, presidente dell’Ente per lo sviluppo marittimo e industriale di Roma, e il presidente dell’Istituto Case Popolari di Roma, il commendator Magaldi. (G.R.)

(1) Vedi pag. 4 del “Messaggero” dell’ 11 luglio 1920: ” Oggi alle 15 con l’intervento del Re avrà luogo la posa della prima pietra delle costruzioni edilizie della Cooperativa fra impiegati al Ministero degli Interni nel cantiere posto tra Via San Quintino e Via Statilia”. Le foto che testimonia l’avvenimento sono i codici FP02FP00000126-130 dell’archivio Istituto Luce Fondo Pastorel. E ancora. “Messaggero” dell’8 agosto 1920: articolo dal titolo “Le case degli impiegati a Villa Lancellotti, la posa della prima pietra”. “Ieri alle ore 11, nella già Villa Lancellotti sulla Via Salaria, a duecento metri dal Viale della Regina, Re Vittorio Emanuele posava la prima pietra delle case della Cooperativa degli impiegati dello Stato”.
La foto interessata è il codice FP02FP00000145 del Fondo Pastorel.

 

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Barba capelli e musica nel salone degli Zaniol

Barba capelli e musica nel salone degli Zaniol

Dal 1930 prima il padre e poi il figlio parrucchieri alla Garbatella

Non è usuale che, nell’attesa del tuo turno dal parrucchiere e poi nel tempo che occorre per il taglio dei capelli, capiti di essere accompagnato dalle note del “Faust” di Gounod o da quelle di altro celebre melodramma.
E’ quel che accade normalmente nella bottega di Mario Zaniol, parrucchiere storico della Garbatella, 73 anni, figlio e continuatore dell’arte del padre Sandro, dal quale ha ereditato la bottega e anche la passione per la musica, particolarmente quella lirica, della quale possiede una vera discoteca, sempre nel salone di Via Enrico Cravero 5, di fianco all’ingresso del teatro Palladium.

“Sotto le forbici e i rasoi di mio padre sono passati migliaia di abitanti della Garbatella, qui nella bottega che egli aprì nel 1930 e dove io dall’età di otto anni cominciai ad imparare il mestiere”.
In quello stesso anno veniva solennemente inaugurato l’attiguo cinema-teatro Garbatella, oggi teatro Palladium.
La famiglia proveniva da Borgo Pio, Vicolo delle Palline, che in quegli anni veniva demolito, come
molte altre zone del centro storico. Si stabilì al Lotto 3 di Via delle Sette Chiese. In seguito, oltre al salone di Via Cravero, fu aperta anche una bottega da parrucchiere per signora: lo gestiva la mamma di Mario, la signora Lina.
Mario, dal punto di osservazione della bottega, è una miniera di ricordi.
Cita tanti nomi di cantanti che la praticavano: Mario Del Monaco, Galliano Masini, Labò e altri, tutti artisti lirici amici del padre. Ma anche attori. Tra questi, Maurizio Arena, il “fidanzato d’Italia”, veniva spesso: si faceva fare un taglio alla “ghigo”.

Altri tagli in voga erano quelli all’Umberto (capelli a spazzola come li portava il figlio del re) o alla tedesca. A un certo punto la bottega istituì un abbonamento promozionale: 3 lire al mese, comprendente una rasatura quotidiana, un taglio di capelli mensile e ogni tre giorni la pulitura del collo. Ebbe successo, soprattutto tra la clientela più raffinata.
Ma nella bottega soprattutto si coltivava la musica. Il padre Sandro, oltre che parrucchiere, era un buon tenore.
Con la romanza “Amor ti vieta” dalla Fedora fece un’audizione all’Eiar (la Rai di allora) e poi per sette anni cantò insieme ad artisti del calibro di Galliano Masini e Aureliano Pertile.
Ma la stessa bottega era un auditorium dove si incontravano artisti e amici e dove non si perdeva occasione per esibirsi in qualche aria d’opera o in qualche canzone napoletana. A quei tempi poi era in uso portare serenate alle ragazze: l’innamorato si rivolgeva agli Zaniol, i quali non si facevano troppo pregare.
Sicché non era raro che una voce tenorile risuonasse nel silenzio della notte all’interno dei lotti, ascoltata in genere con rispetto, con emozione della destinataria, con invidia delle sue amiche.
Altri tempi! Era comunque un’occasione per esibirsi, come pure quando venivano invitati ad accompagnare qualche matrimonio con l’Ave Maria o altre romanze. Cantava però solo il padre, perché il figlio, Mario, suo continuatore nella bottega, pur avendo una voce bella e apprezzata dagli intenditori, non è stato mai capace di esibirsi: “Quando devo cantare di fronte a un pubblico – dice – mi prende un blocco che mi toglie il fiato”.
Mentre sfoltisce la chioma di un anziano cliente, Mario racconta di una sua recente visita alla mostra su Pavarotti, in atto a Roma: “Che emozione – dice – di fronte ai suoi cimeli. I costumi di scena, gli attestati, le ‘chiavi della città’ che gli sono state conferite.
Pavarotti è stato l’ultimo grande tenore che abbiamo avuto”.
Interloquisce il cliente: “E di Bocelli che cosa pensa?”. La risposta dell’esperto: “Beh, lasciamo perdere…”.
Mario, come faceva il padre suo maestro, quando ha un cliente seduto sulla poltrona opera da perfezionista. Non usa mai la macchinetta, lavora tutto a punta di forbice. Impiega un po’ più di tempo, ma il taglio risulta molto più accurato.
Naturalmente è orgoglioso di questa sua professionalità, non meno del suo amore da melomane per il bel canto, di cui parla con vera conoscenza. Ha fatto della bottega un circolo culturale, solo con qualche non esasperata digressione per il calcio. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 5 -Dicembre 2008

 

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Aiuole abbandonate a Via delle Sette Chiese

Aiuole abbandonate a Via delle Sette Chiese

A nostro avviso, un errore di progettazione.
Non si è tenuto conto della difficoltà di garantire una normale manutenzione.

Era prevedibile. Noi lo avevamo previsto, lo scrivemmo, e puntualmente si è verificato. Ma non ci voleva molto a prevederlo, era alla portata di tutti, meno che a quella degli architetti che progettarono nel 2003 il restauro dell’antica Via delle Sette Chiese che aveva bisogno sì di essere rivalutata con interventi straordinari, ma non con invenzioni che non seguano criteri di praticità. Così, tanto per fare una cosa eccentrica.

Ci riferiamo alle due tratte dell’antica strada, una compresa tra via Guglielmotti e Largo delle Sette Chiese e l’altra tra lo stesso Largo e Piazza Sant’Eurosia. Nella prima, la via è affiancata da spazi sterrati che dovrebbero essere ampie aiuole contenenti cespugli di media altezza, presumiamo di essenze fiorite. Prive di manutenzione, quelle aiuole, fangose o aride a seconda della stagione, espongono cespugli spinosi, disordinati, inselvatichiti. Nella seconda tratta, quelle aiuolette strette e lunghe che limitano i marciapiedi (tra l’altro intralciando il passo ai pedoni), destinate a contenere cespuglietti di rose, sempre per mancanza di manutenzione sono diventate ricettacolo di rifiuti, nel migliore dei casi inutili strisce di terreno deserto.

Ma non lo sanno gli architetti, anche quelli cosiddetti d’avanguardia, che oggi il problema delle manutenzioni è il più difficile da risolvere? Perché si intestardiscono a progettare soluzioni urbanistiche complicate, forse anche belle in teoria ma nella pratica ingestibili? Quando inventano soluzioni felici, come quella del parco di San Filippo Neri, siamo ben lieti di dargliene atto e di complimentarci con loro. Ma per le due tratte citate di Via delle Sette Chiese il voto è decisamente negativo. Andrebbero riconsiderate. (C.B.)

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

 

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“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

E’ il quarto romanzo della scrittrice e poetessa, originaria della Garbatella

Presentato nell’aprile scorso alla Fiera del libro dell’Auditorium Parco della musica, è uscito il quarto romanzo di Maria Jatosti, nostra ex concittadina della Garbatella: “Per amore e per odio” (Manni Editore, pagg.267, €17). Presentatori sono stati Gianni Borgna, per lunghi anni assessore alla cultura di Roma e musicologo, e il poeta Mario Lunetta, peraltro nato e cresciuto nel nostro quartiere. Come gli altri romanzi della scrittrice (particolarmente “Il confinato” 1961, e “Tutto d’un fiato” 1977), anche quest’opera ha un esplicito carattere autobiografico e abbraccia praticamente tutta la sua densa e talvolta travagliata esistenza, che è rivisitata senza veli attraverso tanti flash che non hanno necessariamente una conseguenza temporale, senza però che il racconto perda il suo carattere unitario.
La partenza e l’arrivo, come è detto nella Premessa di Pino Corrias, coincidono con Roma, dove già da tempo la scrittrice è tornata attraverso molte stazioni. “In mezzo ci sono l’impazienza, la rivolta, la politica, le nebbie di vita agra milanese”, ci sono le indelebili radici della Garbatella, c’è la passione del soggiorno milanese col suo compagno, il compianto scrittore Luciano Bianciardi, c’è Parigi col fascino che su di lei esercita il fratello Virgilio pittore, ci sono tanti altri luoghi dove si intrecciano sogni, speranze, delusioni, rabbia, malinconia, sdegno civile, declino verso la vecchiaia, paura e attesa della morte. Con una scrittura asciutta, essenziale, rievoca la sua vita intrecciandola con i grandi avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi settant’anni, intensamente goduti e sofferti.
Maria oltre che scrittrice è poeta, è appassionata curatrice di eventi culturali, è una militante della Sinistra storica e del Sindacato Nazionale Scrittori. E’ nota ai nostri lettori anche per aver dedicato ai più piccoli di “Cara Garbatella” tre racconti in occasione del Natale degli ultimi anni. Instancabile, annuncia di lavorare a un nuovo romanzo.(C.B.)

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Quest’anno, per Natale, vogliamo offrire ai nostri piccoli lettori un breve racconto, tratto da una delle “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci, quelle indirizzate ai suoi due piccoli figli, Delio e Giuliano, con i quali dalla prigione comunicava epistolarmente tramite sua cognata, Tania. Gramsci, nato alla fine dell’800 in un paesino della Sardegna, era stato arrestato nel 1926 benché avrebbe dovuto godere dell’immunità parlamentare essendo stato eletto deputato nel 1924.
Fu condannato definitivamente nel 1928 dal Tribunale speciale fascista per le sue idee, perché, come l’accusa ebbe a dire nella sua requisitoria, “bisogna impedire a questo cervello di pensare per vent’anni”. Il processo si svolse contro 22 comunisti tra i quali Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea costituente della nostra Repubblica. Gramsci fu condannato per attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Non ci fu bisogno che trascorresse un così lungo tempo per neutralizzarne l’azione, perché Gramsci, consumato dal carcere, morì nel 1937. Tra i fondatori e poi segretario del Partito comunista, egli fu politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario: i suoi scritti sono considerati tra i più originali della tradizione filosofica marxista. Non conobbe mai il suo secondo figlio, Giuliano. A lui e al primogenito Delio dedicò dal carcere numerosi brevi apologhi, storielle e favole, nei quali spesso sono protagonisti gli animali, che Gramsci amava molto. Tra questi racconti abbiamo scelto la storia dei suoi due passerotti, raccolti perché caduti dal nido: per un certo periodo gli fecero compagnia nella cella del carcere. (C.B.)

Due passerotti nel carcere amici di Antonio Gramsci

Carissima Tania, ti racconterò la storia dei miei passerotti.
Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (blatta o un millepiedi).
Il primo passerotto era molto più simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa.

Il primo divenne subito padrone della cella. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporare la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo: e per ciò una volta cadde in un recipiente pieno di rifiuti della caffettiera e fu lì lì per affogare. Ciò che mi piaceva di questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso era che la sua relativa familiarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiare danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose.
Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò più, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. E’ morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi morì di colpo.
L’attuale passero, invece, è di una domesticità nauseante; vuole essere imbeccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei pantaloni; se avesse le ali intere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi, oltre al fatto che il mangiare sempre pane molle deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate.
Questa la storia dei miei passerini.
Ti abbraccio teneramente.

Antonio

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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Scampata dalla shoah

Enrica Zarfati, 86 anni, numero di matricola A8506 del campo di Auschwitz

Scampata dalla shoah

Abitante storica della Garbatella, qui è tornata dopo il calvario del lager. Alla vigilia della liberazione di Roma fu presa per una delazione perché ebrea. Aveva 19  anni. Per 60 anni ha lavorato presso il nostro mercato rionale. “I tedeschi e i fascisti quanto erano cattivi!”

di Carolina Zincone

Io e Giancarlo eravamo un po’ emozionati. Lui la signora Enrica Zarfati – sopravvissuta ad Auschwitz ed abitante storica della Garbatella – l’aveva già incontrata e ci teneva a rivederla; io ne avevo sentito parlare e mi domandavo se sarei stata in grado di sollecitare un racconto di cui far tesoro senza riaprire vecchie ferite.
Le ferite sono interessanti, inutile nascondercelo. Ancor più interessanti se ci parlano di una storia terribile che vogliamo ascoltare perché fa paura, perché sembra impossibile, perché non vogliamo che si ripeta e perché in questo modo possiamo dire a chi è stato ferito quanto ci addolora che sia andata così. La scommessa, allora, consiste nel mostrarci curiosi, sì, ma anche rispettosi e, per questo, sinceramente vicini. Enrica Zarfati
Ogni persona, a modo suo, contribuisce a fare la Storia. C’è però qualcuno che la Storia l’ha subita più di altri e la cui memoria ci è particolarmente preziosa, al punto di volerla far nostra. La memoria di un singolo si trasforma così in memoria collettiva, in memoria di un popolo. E’ questo il caso di Enrica Zarfati e dei suoi ricordi che – lo si vede da subito – la signora non vede l’ora di condividere con noi.

 

Enrica ci aspettava a casa, in compagnia della sua cara e affezionata badante di origini ucraine. Una bella coppia, sembrerebbe, l’una fiera dell’altra. Tra di loro si chiamano Enrica e Irina ed entrambe hanno ricevuto – rispettivamente nel 2004 e nel 2005 – il “Premio Fantasia” della Garbatella, strumento di tutela della cultura popolare del quartiere, assegnato ogni anno a persone garbate e belle. Mentre chiacchieriamo, Irina interviene con conferme e precisazioni. I racconti di Enrica deve averli sentiti tante volte, sa che è diventata un personaggio quasi famoso, ricorda le interviste, i libri, i documentari fatti sulla base delle sue storie. E poi tutti i giorni, in salotto, si imbatte nella foto dell’ex sindaco Veltroni sorpreso in compagnia della signora Zarfati.
Ma anche Irina ha una storia. “Lei pure ha sofferto”, dice Enrica con complicità: “Quando scappavi, eh?”. Ci piacerebbe chiedere perché e dove scappasse Irina, ma la nostra visita al lotto 31, dove la Zarfati viveva e vive tuttora, suggerisce altre strade, che la nostra ospite ha quasi fretta di ripercorrere con noi: “Son passati tanti anni ma ricordo tutto come fosse il primo giorno!”. Ci dice che la cognata sta scrivendo un romanzo sulla sua storia “ma io non ho il coraggio di raccontare tutto”. In realtà il coraggio ce l’ha, eccome.
Non faccio in tempo a cambiare argomento per formulare una domanda che ci avvicini un po’ a quel 1944 di dolore, che Enrica aggiunge: “Il 16 ottobre ci fu il rastrellamento grande, al ghetto. Io no, io fui presa 7 mesi dopo. Ci hanno portato ad Auschwitz, che squallore!”. E così ci ricorda il motivo della nostra visita: Enrica Zarfati, abitante della Garbatella dall’età di anni 3, il 9 maggio del 1944, all’età di anni 21, fu presa e deportata ad Auschwitz, nella Polonia occupata, perché ebrea. “Che squallore!”, ripete, ed è curioso come sia il senso di squallore a riaffiorare per primo, più forte di tutti gli altri.Enrica Zarfati
Subito dopo, però, arriva l’impotenza, la sensazione di essere stata gabbata dal destino, la frustrazione di non essersela cavata solo per poco: “La mia è stata l’ultima partenza, vi rendete conto? Per un pelo m’hanno presa! Quando hanno liberato Roma, il 4 giugno, io ero ancora in viaggio per il Nord. Siamo stati 40 giorni fermi a Modena e lì è arrivata la notizia della liberazione, da mangiarsi le mani!!”.
Più che in viaggio, Enrica Zarfati era in tappa forzata: si trovava nel Campo poliziesco e di transito situato in località Fossoli, a circa sei chilometri da Carpi, da cui nel corso del 1944 transitarono 5.000 prigionieri politici e “razziali” che avevano come destinazione finale i campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald e Flossenburg. In sette mesi di attività del campo partirono 8 convogli ferroviari, 5 dei quali destinati ad Auschwitz. In uno dei convogli per Auschwitz avrebbe viaggiato Enrica Zarfati.
Dal 16 ottobre del 1943 la sua vita era cambiata, viveva nascosta, insieme al resto della famiglia: Enrica, che era la più grande, aveva tre sorelle e tre fratelli. A casa non ci si poteva più stare, così dapprima si erano sistemati insieme ai Pavoncello in una “grotta” della Circonvallazione  Ostiense, poi, con l’aiuto di altri vicini, si erano trasferiti in una fontana del lotto dove c’era una stanzetta segreta che le due famiglie avevano organizzato come un appartamento.
Ci vivevano stretti stretti in 16 – “a papà lo mozzicò pure un topo”, ricorda Enrica che di suo padre ha un ricordo davvero tenero e quasi protettivo – ma in questo modo tutte le volte che le guardie mandate dagli inquilini spioni erano andate a cercarli alla fontana non li avevano trovati.
Il 9 maggio, però, Enrica era sbucata dalla tana al momento sbagliato, per andare a recuperare una pagnotta tedesca comprata la sera avanti: “Chissà che sembrava questa pagnotta a quei tempi e con quella fame!
E’ così che m’hanno presa, dopo 7 mesi che scappavamo! Erano le 6 di mattina e noi lì ad implorare in ginocchio il maresciallo della pubblica sicurezza, a baciargli i piedi, a umiliarci: lasciateci, non c’ha visto nessuno!”. Lui, però, che non avrà avuto neanche 20 anni, evidentemente sapeva di essere stato visto, forse perché doveva essere tenuto d’occhio da chi l’aveva mandato lì. Per questo, mentre aspettava il comandante, era stato inesorabile: “Ormai non posso più lasciarvi”. Enrica racconta e commenta, commenta e racconta: “Boni so’ stati, eh?” “So’ stati angioletti! Quanto erano cattivi i fascisti, mamma mia! Je dispiace a lei che erano cattivi i fascisti?”.
E ancora, incredibilmente: “A me è dispiaciuto che dopo hanno perso il posto, ma dopo quello che era successo, come perdonarli?”. Enrica Zarfati
Alla domanda se nel quartiere qualcuno avesse cercato di proteggerli, la signora Enrica risponde istintivamente con un “Macché!!!!”, ma poi si corregge: “Chi sì e chi no”. Giancarlo ci rammenta che per aver nascosto gli ebrei sotto la chiesoletta don Alfredo Melani è stato riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”, termine utilizzato per indicare i nonebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita, per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista.
Enrica lo sa, ricorda che in quel periodo i suoi fratelli passavano dal rifugio al Bar Lunik (quello della “nanetta”), dove il proprietario, Socrate, li proteggeva dando loro da mangiare. “Ma 7 mesi sono lunghi!”, aggiunge Enrica, quasi a dire che prima o poi qualcosa a qualcuno doveva succedere. E successe a lei.
Non si fermavano nemmeno di fronte ai bambini “i fascistacci che facevano la spia a rotta di collo”. Che poi magari non erano neanche fascisti, ma 5000 lire per ogni ebreo denunciato facevano gola a tutti e 16 in un colpo solo sarebbero stati un bel bottino. Quel giorno che “c’hanno preso come bestie a me e a una signora qua davanti, una di quei Pavoncello, porella, che aveva 50 e passa anni…A quella l’hanno bruciata subito, a quelli deboli, che stavano un po’giù, li facevano fuori presto … vedevi quelle fiamme, sentivi quella puzza…che si doveva vedere, nella civiltà!”.
Restiamo a bocca aperta: la Zarfati ci parla di gente “bruciata” (usa molto questa espressione che fa davvero spavento), dà per scontato che sappiamo perfettamente di cosa stia parlando e butta lì un commento sulla nostra civiltà.
Ricorda che all’epoca era una bambina, una bambina di 22 anni ebrea per caso: “eravamo ebrei perché c’avevano fatto così, ma sennò … non eravamo proprio attaccati alla religione… Eravamo ebrei per modo di dire, non frequentavamo spesso la sinagoga. Sia papà che mamma erano ebrei, ma lasciavano correre.”
Prima di trasferirsi alla Garbatella la famiglia viveva a Monte Savello, al ghetto, “ma Mussolini voleva liberare il Portico d’Ottavia – ricorda Enrica – e avevano fatto ‘sta zona. Non c’era niente qui, sa?
Ci abbiamo  trovato i contadini che coltivavano la terra sotto casa”. Non c’era una comunità ebraica ma c’era qualche ebreo nei paraggi. Il papà era commesso ai magazzini, poi il magazzino è fallito ed è rimasto senza lavoro: “Eh…era una tristezza, porello, si dava da fare per qualsiasi cosa ma era piccoletto…invece lei è alto! – dice la signora rivolgendosi a Giancarlo.
Era buono papà”. E poi ammette, con l’ironia che ormai sappiamo riconoscere: “Purtroppo abbiamo fatto proprio una gran bella vita …. che momenti che abbiamo passato! La fame. E adesso che potevamo stare bene sono tutti morti, ha capito?”. Adesso. Adesso sono trascorsi tanti anni, Enrica ne ha 86. Cos’è successo nel frattempo? Cos’è che rimpiange di più?
Rimpiange il fatto di aver avuto un’infanzia amara, soprattutto per i genitori. Rimpiange il fatto di aver dovuto smettere di studiare per lavorare e dare una mano a casa. Era stata una delle prime ad entrare nella scuola Michele Bianchi (ora Cesare Battisti) quando l’avevano aperta e ricorda con una punta d’orgoglio che al primo avviamento – l’avviamento al lavoro era la scuola media dove si forgiavano le nuove leve del lavoro nazionale – era la più brava. Ma quando hanno formato la scuola ebraica tutti i fratelli avevano preso ad andare lì, in tram, perché il pasto era garantito. Dopodiché aveva dovuto abbandonare gli studi del tutto. Quando aveva accampato la scusa che non poteva più frequentare la scuola perché non aveva le scarpe per arrivarci, le maestre avevano insistito perché lei restasse e le avevano portato a casa scarpe e calzini.
Ma ormai la decisione era presa. Non aveva ancora 11 anni quando si mise a lavorare a macchina da una signora lì vicino: “Me dava ‘na cretinata”. Però è stata sia “piccola italiana” che “giovane italiana” e oggi sorride un po’ vergognosa confessando che per quei ruoli si sentiva un po’ “piccoletta” di statura (anche se aveva una sorella ancora più piccina).
Riferendosi al fascismo e a quei costumi, ci dice che “là tutti dovevano essere di quell’idea, compresi gli ebrei. Ma era una cosa civile, normale, come adesso”. I guai li causa Hitler, quando obbliga Mussolini (a questo punto “maledetto”) a fare  quello che ha fatto. Ma ecco che la signora Enrica si interrompe di nuovo e chiede a Giancarlo: “Gli voleva bene lei a Mussolini?”. “No, perché – continua – da principio era bravo, faceva tutte le cose per bene, ma quando ha cominciato a conoscere i tedeschi…s’è guastato, s’è venduto!
E allora “peggio per lui”, sentenzia Enrica, “ha fatto una brutta fine: prima l’hanno ammazzato, poi l’hanno messo a testa in giù, e pure Claretta, eh? L’amica insomma…ce n’aveva di donne, eh?”. Dette così, le cose tremende e tristemente note su cui Enrica divaga sembrano confidenze vicine al pettegolezzo.
Diverso il ricordo del bombardamento del 7 marzo 44. L’infanzia era finita, le leggi razziali in pieno vigore e il nemico alle porte. Quale nemico?
Più di un nemico. “Quel giorno”, ricorda Enrica, “io pigliai per mano mio fratello che aveva 6 anni e mia sorella che ne aveva 8 e andammo a vedere l’Albergo Bianco, la gente che era morta…invece di prendere la Stazione Ostiense gli americani avevano preso l’Albergo”. Fuoco amico, c’era anche allora. Bombardamenti chirurgici riusciti male. Non come le mitragliate dei tedeschi, che invece erano ben mirate e colpivano anche i bambini.
Lei, ancora ragazzina, il 9 maggio era finita a Regina Coeli, dove rimase una settimana finchè non “ci impacchettarono per spedirci tutti nel campo di concentramento”. A Fossoli, a quanto pare, si stava meglio che ad Auschwitz. Enrica ricorda che siccome avevano preso anche “un sacco di ricconi ebrei”, lei si era potuta industriare e, “lavando i panni dei signoroni” rimediava sempre qualcosa da mangiare. Questo nei 45 giorni in cui restò lì in attesa che si formasse un convoglio di 800 persone.
Dopodiché quel viaggio allucinante di “9/12 giorni…come bestie nei vagoni del treno, che ci facevamo tutto addosso ed eravamo pieni di insetti nei capelli”. Per non parlare dell’arrivo ad Auschwitz: “Un dramma”. Fu allora che, in fila per 5, i vecchi cominciarono ad essere divisi dai giovani, le mogli dai mariti, i figli dai genitori, Enrica dalla signora Pavoncello, che teneva a braccetto, come facevano le altre ragazze con le loro mamme. Non l’avrebbe più rivista, come non avrebbero più visto i loro cari molti di coloro che all’inizio chiedevano ancora disperatamente dove fossero finiti.

Enrica Zarfati

Come gli altri – tutto come gli altri – Enrica fu rapata a zero, svestita e rivestita da carcerata. E poi le venne fatto il tatuaggio: “Ecco, questo era il numero mio, A-8506. Ci chiamavano per numero, in tedesco, e se non ce l’imparavamo erano botte, botte e ancora botte”. Anche gli altri ricordi assomigliano a tutti gli altri ricordi degli ebrei sopravvissuti ai campi: la marescialla tedesca che gliene diede tante, “ma tante tante”, perché aveva rubato due bucce di patate per sfamarsi: “Avevamo sempre la cazzarola legata a un fianco, ma ci spettava una zuppa al giorno che certo non bastava”. Quei lavori forzati, “lì a picconare e tagliare rametti, che neanche loro sapevano quello che ci facevano fare”; la paura di morire da un momento all’altro, “come quella volta che in venti fummo portate davanti al crematorio per poi scoprire che dovevamo solo caricare dei secchi d’acqua per i vagoni tedeschi che evacuavano”; le kapò, “le più cattive – prigioniere polacche che per darsi delle arie si comportavano peggio dei tedeschi ma poi tanto al crematorio c’andavano pure loro: fu una di loro che rispose a una bambina in cerca della mamma indicando le fiamme alte del crematorio”.
In queste condizioni, di fronte a tanto orrore, non c’era modo di pensare a chi era lontano, a chi era rimasto a casa, alla Garbatella: “Lì non pensavo ai miei, non ricordavo più niente, pensavo solo a trovare le bucce di patata nell’immondizia per mangiarmele”. Amori poi, nessuno. “Che scherziamo? Ognuno pensava per sé, si stava sempre tra la vita e la morte perché tutti i giorni si faceva una selezione. Facevano l’appello, passava il tedesco o la tedesca e faceva: “Quello quello quello, via via via!”. Seguivano urla e disperazione.
Impossibile nutrire sentimenti che andassero oltre l’istinto di sopravvivenza. Immaginiamo allora cosa significò, per chi era ancora vivo, l’evacuazione del campo avvenuta in concomitanza con l’avanzata dell’Armata Rossa: “Notizie non ne arrivavano, non sapevamo niente, niente, niente”. Ovviamente, non capivano cosa stesse succedendo e quale destino li attendesse. Nel novembre 1944 Himmler, ideatore della “soluzione finale” per gli ebrei, aveva già dato ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e di demolire sia le camere a gas che i forni crematori, allo scopo di nascondere le prove del genocidio. A quell’epoca ad Auschwitz erano stati uccisi oltre 1 milione di esseri umani. Con la marcia della morte del gennaio 1945, che vide partire da Auschwitz circa 80.000 sopravvissuti, il campo si svuotò definitivamente e i prigionieri furono trasferiti in territorio tedesco.
Enrica sopportò anche la durissima marcia durante la quale morirono in molti e finì nel campo di Ravensbrück, che “pareva un fiore vicino ad Auschwitz”. Ma la liberazione non arrivava e, di fatto, non arrivò nemmeno con i russi, alla fine d’aprile: “Quando i russi ci hanno “liberato” siamo rimasti 4 mesi là perché non ci rimpatriavano. Mi chiedete che effetto ci fecero? Erano severi, sa? All’inizio ci fecero lavorare sodo pure loro, eh? Poi si addolcirono”.
E poi, finalmente, giunse il momento del ritorno a casa. Enrica ricorda che a Roma ormai c’erano gli Alleati: “I ragazzi che c’hanno portato, a me e all’amica mia Costanza, che è morta, porella, 5 anni fa, erano soldati prigionieri pure loro. Ci hanno lasciato con un carro bestiame a Ostiense. Sembravamo due sceme, non sapevamo bene dove andare, chiedevamo notizie di questo e di quello, di chi era stato preso e di chi era tornato. Dopodiché siamo andate al ghetto perché lei viveva lì. Io non ce la facevo più a muovermi, volevo morire là. Lei mi ha trascinato via, era piena di vitalità. Dico la verità: m’ha salvato lei, sennò io restavo là. Eravamo come sorelle”.
Nessuno sperava più di rivederla, Enrica: “La cosa più triste, al ritorno, è stata non trovare più papà. Dal dispiacere si era ammalato di quel malaccio e 9 mesi prima che tornassi era morto. A quanto pare, le sue ultime parole sono state: ‘Ho salvato Enrica, ho salvato Enrica, ho salvato Enrica!’. E forse mi ha salvato davvero, visto che quel giorno sono stata trasferita. Era giovane e non l’ho più trovato, i pianti… E’ stata una cosa triste sa? Io non la posso dimenticare”. Che tenerezza questa complicità, questa simpatia che Enrica cerca e riesce facilmente a stabilire con noi.
Quando è tornata, la mamma non c’era perché le avevano detto che era tornata la figlia ed era andata in sinagoga a cercarla: “Non ricordo come e dove l’ho incontrata, va bene?”.
Che strano, un pizzico di senso di colpa, il desiderio di ricordare un momento bellissimo e il dispiacere di non riuscirci.
La signora Zarfati da quel giorno non si è più mossa dalla Garbatella: “A me mi piace Garbatella. Gli sfollati si erano impadroniti di molte case, mio fratello ne aveva dovuti cacciare tanti per difendere la nostra”. Una volta rientrata, si era subito rimessa a lavorare: “Proprio il giorno appresso che sono tornata dal campo”. Lavorava a casa con la macchina da cucire, faceva i pantaloni, insieme alle sorelle. Ricominciava a vivere. Pagavano poco, però, e così la mamma fece domanda per la licenza al mercato. Le donne di casa si ritrovarono tutte là, mentre “i maschi facevano un altro mestiere”.
“Stavamo bene”, ricorda Enrica, “ma poi ho cominciato a perderli i fratelli…”. Torna il rimpianto, la consapevolezza di aver lasciato ad Auschwitz un pezzo di vita impossibile da recuperare in seguito. Perché la vita va avanti, ma si comincia anche a morire. Muoiono amici, parenti, fratelli che Enrica ha la netta sensazione di non essersi goduta abbastanza e da cui era stata lontana quando era via, in quell’anno e mezzo lungo un secolo.
Enrica ha ricordi appiattiti: la situazione di adesso che è rimasta sola con il fratello più giovane si sovrappone a quella del lager. Invece, nel frattempo, Enrica è diventata un personaggio al mercato, dove ha lavorato per 60 anni vendendo di tutto: all’inizio filo a metraggio, poi qualche cosetta, maglie, calzoni, chiusure lampo, “finché non è diventato un bel negozietto…18 anni all’aperto e poi al coperto, poi c’hanno buttato fuori un’altra volta e poi…chi ci lavora adesso al mercato sta ancora allo scoperto”. Ha smesso di lavorare quando ha compiuto 80 anni, però “avrei lavorato ancora se non mi fossi rotta prima una gamba e poi l’altra, sempre cascando…Tutti conoscevo, m’hanno fregato tanti milioni.
Segnavano e poi non pagavano, dopo aver preso la mejo robba!”. Ma non c’è niente da fare, i suoi ricordi più forti, quelli che non la fanno dormire di notte e la fanno crollare di sonno la mattina, sono quelli di Auschwitz: “Dimenticare non posso”. Anche per questo collabora con l’associazione il Tempo Ritrovato ed è felice quando il coro di Fatagarbatella le canta serenate.
Per tener viva la memoria, anche se questo non l’aiuta a perdonare: “Non potrò mai perdonare i tedeschi, mai, mai, mai! Troppo cattivi sono. Non solo con noi ma con tutti. Lei li perdonerebbe, lei?”. Difficile rispondere a questa domanda e difficile rispondere all’ultima che fa, prima di salutarci: “Racconterà tutto bene?”

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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