[Municipium. Storia e Archeologia del nostro territorio. Rubrica a cura di Luca Canali]
Da Porta Ostiensis a Porta San Paolo
Come la Porta Appia, l’odierna Porta San Paolo è la meglio conservata della cinta aureliana. Da qui partiva la via Ostiense, che conduceva al porto di Ostia, da cui prendeva il nome, per poi essere cristianizzata in “Porta San Paolo” dovuto alla vicinanza della basilica dedicata all’Apostolo delle Genti.
Nella sua maestosità è possibile distinguere diverse fasi costruttive:
Prima fase: la porta presentava due ingressi, inquadrati da torri a pianta semicircolare
Seconda fase: nel periodo di Massenzio (306-312) vennero aggiunti due muri a tenaglia, con la controporta, anch’essa dotata di due fornici in travertino e vennero foderate le torri.
Terza fase: con l’imperatore Onorio (395-423), come nelle altre porte delle mura, i fornici di ingresso e della controporta vennero ridotti da due ad uno e le torri rialzate.
È qui che, durante la Guerra Greco-Gotica (535-553), il re ostrogoto Totila nell’autunno del 549, dopo aver posto sotto assedio Roma per la terza volta, riuscì a conquistarla grazie a un nuovo tradimento dei guardiani, che aprirono i battenti di Porta San Paolo al suo esercito.
Già dal V secolo e almeno fino al XV, come abbiamo già visto per Porta San Sebastiano, le porte aureliane erano concesse in appalto o vendute a privati per la riscossione del pedaggio per il relativo transito di merci e persone.
Granatieri a Porta San Paolo, foto tratta da “Trent’anni di vita italiana” di Pietro Caprioli
La Battaglia di Porta San Paolo
La sera del 9 settembre 1943, mentre le truppe tedesche marciavano sulla via Ostiense pronte ad occupare la Capitale, la 21ª Divisione fanteria “Granatieri di Sardegna” si spostò verso il centro, ingaggiando duri combattimenti alle Tre Fontane), attorno alla Collina dell’Esposizione (attuale quartiere EUR), al Forte Ostiense ed infine asserragliandosi a Porta San Paolo, che divenne un baluardo difensivo della Resistenza, protetta da barricate e carcasse di veicoli.
In aiuto dei granatieri accorsero numerosi civili armati alla meglio, i reparti della legione territoriale Carabinieri di Roma, il Reggimento Lancieri di Montebello, il I squadrone del Reggimento Genova Cavalleria, alcuni reparti della divisione Sassari, lo squadrone guidato dal tenente Maurizio Giglio e i paracadutisti del X Reggimento Arditi.
La Battaglia di Porta San Paolo ebbe inizio il 10 Settembre. A fianco dei granatieri trovò la morte Maurizio Cecati, diciassettenne, forse il primo caduto nella lotta di Liberazione.
Ai combattimenti partecipò il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini che si pose a capo di uno dei primi gruppi combattenti della Resistenza, anche utilizzando come munizioni delle pietre.
L’eroica difesa durò fino alle ore 17:00: l’accordo della resa di Roma era già stato firmato alle ore 16:00 dal generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, mentre i combattimenti ancora infuriavano.
Museo via Ostiense
Il Museo della Via Ostiense
Realizzato nel 1954, il Museo della Via Ostiense conserva materiali provenienti dal territorio compreso tra Roma e Ostia. Vanno segnalati tre arcosoli, dipinti provenienti da una tomba del III secolo ritrovata presso la Basilica di San Paolo, numerosi calchi di iscrizioni e cippi funerari. Nella torre orientale vi sono resti di affreschi databili tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, decorazioni di una cappella della comunità bizantina. Ad oggi, purtroppo è chiuso al pubblico.
Per approfondire
Coarelli F., Guida Archeologica di Roma
Piscitelli E., Storia della resistenza romana
Roatta M., Memoria sulla difesa di Roma, relazione all’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore Esercito, Brindisi, 18 gennaio 1944
Ieri 8 agosto si è svolta, nelle prigioni di questa assolata e disastrata nazione, una giornata di protesta sulla condizione di “non vita” carceraria a cui sono costretti oltre 60 mila detenuti. La forma di protesta scelta dal movimento che da qualche settimana sta agitando tutti i luoghi di reclusione della penisola è quella della battitura ovvero la scelta di fare rumore, il più possibile, ricorrendo a pentole e stoviglie, oggetti vari da sbattere contro le sbarre della propria cella. E’ una forma di protesta assolutamente pacifica che contrasta con la situazione drammatica che si vive dentro.
Il sovraffollamento negli istituti penitenziari e il numero dei suicidi ormai fuori controllo sono infatti un’emergenza nazionale. Un’emergenza tutta legata al degrado totale delle carceri a cui questo governo non sa dare risposte.
Sono 65 i suicidi dall’inizio dell’anno e altrettanto significativo è il fatto che sono almeno 7 gli agenti di sorveglianza che si sono tolti la vita. Un carcere come questo insomma non dà speranze di recupero a nessuno ma produce piuttosto malessere sociale, disperazione, ulteriore devianza. “E un carcere che non dà speranze di reinserimento vale zero anche sul piano della sicurezza e della convivenza civile”: questo l’avvertimento che sta dietro la denuncia di questi giorni.
A Garbatella un’iniziativa di solidarietà con i detenuti
L’appello a non lasciare isolata e chiusa dietro le sbarre la protesta è stato accolto da diverse associazioni che si occupano di carceri. E anche da privati cittadini, singole persone o protagonisti a vario titolo della vita che percorre i quartieri delle nostre città. C’è chi ha messo striscioni o lenzuoli bianchi ai balconi. C’è chi dalle 12 alle 12 e 30, ovvero nella mezz’ora di battitura prevista dentro, si è dato appuntamento davanti una chiesa o in altro posto per discuterne.
C’è chi, magari in un lontano posto del Sud o in qualche dispersa periferia, ha scritto su un foglio di carta la sua adesione alla lotta e l’ha affissa nel bar del paese. Piccole cose, testimonianze spontanee, idee portate avanti senza il clamore delle grandi manifestazioni.
A Garbatella è andata in onda una di queste iniziative minime di solidarietà. Tre cittadini per quanto avanti negli anni hanno rinnovato una scelta molto in voga nel secolo passato ed ora quasi scomparsa con l’avvento dei social. Agostino, noto animatore del gruppo di lettura Cavallo Pazzo Legge, Claudio e Michele due ex compagni di liceo negli anni 60, i loro nomi.
Hanno scritto un volantino, lo hanno stampato in centinaia di copie, sono scesi per le strade, hanno girato tra i lotti, mettendosi a distribuire copie e scambiando pareri con le persone più diverse. L’hanno chiamata “un’ora d’aria al fianco dei detenuti” e nel percorso hanno toccato alcuni punti tra i più vivi, per quanto arsi dal solleone, di Garbatella: Sant’Eurosia, i Cesaroni, la scuola migranti di Casetta Rossa, gli Alberghi, la Metro, l’hub culturale Moby Dick, via Passino ovvero il cuore della politica locale, piazza Sauli col suo nuovo murale dedicato a un Daniele De Rossi bambino.
Un bilancio positivo e il 15 si replica
Come è andata ce lo dice uno dei tre “agitprop dai capelli bianchi” che parla a nome di tutti: “Beh volevamo dare un segnale di vicinanza a chi vive una situazione terribile e crediamo di esserci riusciti.
Abbiamo distribuito 250 volantini e attaccato decine di copie in giro. Sicuramente la notizia di questa cosa arriverà anche dentro.” E per quanto riguarda il grado d’accoglienza? “Ovviamente molto vario. In maggioranza positivo da parte di persone anziane e soprattutto donne di una certa età, indifferente diciamo un 20% e purtroppo molti ragazzi preoccupati di non staccarsi dal telefonino, ostile al problema invece una minoranza.
E ci sono stati pure momenti veri di condivisione non solo in posti come la Scuola per migranti di Casetta Rossa ma anche davanti bar o sotto portoni, per fortuna ombrati, dove si sono formati anche piccoli capannelli.” E ora? “E ora niente. Noi qua stiamo. Sappiamo che il 15 si replica e forse ce ne saranno altre ancora, se questo governo che possiamo chiamare Sordio, cioè sordo e Nordio, non risponde alle giuste richieste dei detenuti.
Un quartiere come questo, è la nostra speranza, non resterà certo insensibile a dare nuovi segnali di partecipazione democratica e civile.
Ah, un’ultima cosa, questa nostra piccola iniziativa l’abbiamo voluta dedicare a Nadia Bagniun’assistente sociale molto nota nel quartiere, protagonista di un forte impegno sociale, che è venuta a mancare proprio un anno fa.”
La compagnia La Scintilla presenta, un classico intramontabile del Teatro tratto da “Il malato immaginario” di Molière.
Nella rivisitazione della commedia, frutto del genio ironico e pungente dell’autore francese, questo gruppo teatrale vuole accentuare il carattere paradossale dei personaggi, soprattutto del protagonista, vittima delle sue stesse paure e della sua ingenuità.
In un alternarsi di equivoci e intrighi, figure grottesche e situazioni esilaranti, prende vita una trama scoppiettante e briosa in cui si ride, ma si riflette anche sulla fragilità umana, che spesso finisce per renderci ciechi, sciocchi e facili prede di chi ci imbroglia.
L’incasso, sarà devoluto in beneficenza alla Parrocchia di S. Galla. Spettacolo adatto a tutti, sano divertimento facendo anche del bene.
Lectio magistralis su “Crisi mondiale e crisi europea”
È stata una cerimonia speciale quella per l’inaugurazione dell’anno accademico 2023/2024 dell’Università Roma Tre, tenutasi venerdì 2 Febbraio presso l’Aula Magna di Via Ostiense, con la presenza eccezionale del Professor Romano Prodi.
L’ex Presidente della Commissione Europea, due volte Presidente del Consiglio e più di recente inviato per l’Unione Europea per i rapporti con il continente Africano, ha catturato l’attenzione della comunità accademica dell’ateneo romano con una Lectio Magistralis su un argomento di estrema attualità: la “Crisi mondiale e crisi europea”.
L’evento è stato trasmesso anche in diretta streaming e con un servizio di interpretariato LIS (Lingua Italiana dei Segni)
Tra il pubblico molte le presenze istituzionali del territorio: il Parlamentare Europeo Massimiliano Smeriglio, il Direttore della Camera di Commercio di Roma Lorenzo Tagliavanti, il Presidente della Fondazione Teatro Palladium professor Luca Aversano e il Presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri.
Presenti in sala anche figure di spicco del management pubblico italiano, primo fra tutti il noto banchiere ed ex ad di Tim Franco Bernabè.
Il tema della lectio magistralis
Il professor Prodi si è intrattenuto sulle origini storiche e sulla profondità della crisi politica ed economica in cui versa l’attuale bipolarismo mondiale tra USA e Cina; per poi soffermarsi sul ruolo che può svolgere l’Europa per difendere il futuro democratico delle nuove generazioni, rivolgendosi in particolare agli studenti che gremivano l’Aula Magna dell’Ateneo.
A fronte di una globalizzazione e internazionalizzazione dei commerci, avviatasi nei primi anni Novanta dopo la caduta del Muro di Berlino e al suo apice nel 2001 con l’ingresso della Cina nel Word Trade Organization, si è generato, nelle nazioni occidentali, uno schiacciamento dei salari sui livelli imposti dai bassi costi di produzione della nuova fabbrica del mondo, la Cina, con un conseguente impoverimento della classe media e un crescente malcontento popolare di massa verso i governi occidentali.
Tali tensioni economiche e sociali stanno sfociando in crescenti tensioni internazionali con inversione del processo di globalizzazione e la ricomparsa di strumenti di politica industriale quali dazi, sanzioni, sovvenzioni economiche ad imprese e persone. Strumenti che, negli ultimi 30 anni di puro liberismo imperante, erano diventati anacronistici.
Lo sviluppo di alta tecnologia e dell’intelligenza artificiale padroneggiati dalle grandi imprese di rete (Apple, Google, Amazon, Alibabà, talmente potenti da superare i confini degli stati nazione) hanno acuito tali tensioni e le connesse sperequazioni nella ripartizione del reddito tra i pochi ricchi e tutti gli altri individui, classe media compresa.
A ciò si è aggiunta l’evidenza che la forma democratica di governo di paesi occidentali non può essere esportata: si veda il fallimento delle guerre in Iraq e Afghanistan.
Il ruolo dell’Europa
L’Europa in questo scenario è stata, secondo il professor Prodi, un esempio positivo almeno fino alla metà dei primi anni Duemila per il processo di unificazione avviato. A seguito, tuttavia, della bocciatura nel 2005 della Costituzione Europea da parte del popolo francese e della successiva crisi finanziaria tra il 2008-2011, affrontata dall’Europa non come comunità ma come somma di 28 singoli stati (27 dopo la Brexit), l’Unione ha perso di credibilità come attore internazionale ed anche come dimensione economica.
Secondo il professor Prodi, affinché l’Europa torni ad essere un esempio positivo di democrazia e benessere economico, è indispensabile che l’Unione abolisca il diritto di veto nei propri processi decisionali, per potersi dare agevolmente un’efficace politica estera e di difesa e tornare ad essere un soggetto internazionale autorevole.
A tal proposito il Professore sottolinea che sarebbe anche opportuno che la Francia, Paese peraltro dotato dell’arma nucleare, rinunciasse generosamente al proprio diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Gli altri interventi
La Lezione del Professor Prodi è stata accompagnata, oltre che dalla relazione annuale del Rettore professor Massimiliano Fiorucci, dai saluti dell’Assessore alla cultura di Roma Capitale, Miguel Gotor e del Presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Antonello Aurigemma, dall’intervento dello studente Antonio Iuliano in rappresentanza della comunità degli studenti iscritti all’Università, da Simona Sconti in rappresentanza del Personale tecnico amministrativo e bibliotecario.
Al termine degli interventi, il Rettore ha proclamato l’Apertura dell’Anno Accademico 2023-2024 dell’Università degli Studi Roma Tre.
La cerimonia, che era stata aperta dal corteo accademico dell’Ateneo, è stata impreziosita anche dagli apprezzati intermezzi musicali dell’Orchestra di Roma Tre.
L’offerta formativa e le iniziative di Roma Tre
Come riportato anche dall’ufficio comunicazione dell’ente, l’Università degli Studi Roma Tre è l’ateneo che ha registrato l’incremento maggiore di iscrizioni tra le università del Lazio: +36% dall’anno pre-Covid allo scorso anno accademico e conta oltre 34mila iscritti e più di 122mila laureati dalla fondazione ad oggi.
L’offerta formativa è fornita da circa mille tra docenti, ricercatrici e ricercatori tramite 13 Dipartimenti di cui 4 riconosciuti di eccellenza dal MIUR (tra cui quello di Giurisprudenza che ha conseguito il primo posto nazionale nella graduatoria dell’Area delle Scienze giuridiche), con 86 corsi tra lauree triennali, magistrali e a ciclo unico, 69 corsi post lauream e 24 dottorati di ricerca. Infine, 3 corsi di laurea magistrale sono insegnati interamente in inglese.
Tutte le iniziative di solidarietà delle parrocchie e delle associazioni del territorio
dalla redazione
E’ un tripudio di luci scintillanti e scaffali carichi di dolciumi e delizie ad annunciare le prossime festività natalizie e nelle case, tra presepi e alberi decorati, fervono i preparativi per il giorno più atteso dell’anno. Ma è difficile dimenticare la sofferenza delle popolazioni ancora sotto le bombe nella Striscia di Gaza e nei gelidi territori dell’Ucraina dilaniati dalla guerra. Impossibile è anche cancellare tristezza e indignazione per la violenza e i femminicidi che continuano a riempire le cronache quotidiane, non ultimo quello della giovane Giulia Cecchettin.
Per questo vogliamo segnalare ai nostri lettori le numerose iniziative delle parrocchie e delle associazioni del territorio improntate alla solidarietà, alla pace e alla speranza in un mondo migliore, in una società più civile e rispettosa della persona indipendentemente dalle differenze di razza o di genere.
Buon Natale Garbatella 2023
San Francesco Saverio
A San Francesco Saverio riparte il centro di ascolto per i poveri e un ambulatorio a loro dedicato, dove recarsi per medicazioni e somministrazione di farmaci, il giovedì dalle 15,30 alle 18. Il 21 dicembre, in collaborazione con i Cavalieri di Malta, ci sarà la Festa con una messa, rinfresco e consegna dei pacchi natalizi. Il tradizionale concerto si terrà, invece, sabato 23 alle ore 16,30 con il Coro della Parrocchia.
San Filippo Neri
Anche nella chiesa di San Filippo Neri Padre Piotr ha incrementato la distribuzione dei pacchi per i bisognosi. Ai giorni di lunedì e venerdì organizzati dalla Caritas parrocchiale, si aggiungeranno il martedì e il giovedì, sempre di pomeriggio.
Giochi e regali per bambini e adolescenti che vivono in cinque case famiglia saranno raccolti sempre nella Chiesoletta dall’associazione Progetto Rossano in collaborazione con la libreria Eco di Fata, Gens Nova e Croce Rossa Comitato Municipio 9 di Roma.
“Un Natale per tutti” è ancora la parola d’ordine della Comunità di Sant’Egidio. Si parte con la raccolta dei regali nelle chiese di San Michele a Tormarancia e a Sant’Eurosia, dove i cittadini potranno portare indumenti, oggetti utili e giochi che verranno distribuiti ai più bisognosi. Anche quest’anno il 25 dicembre verrà servito il tradizionale pranzo al San Michele di piazza Tosti per mettere al centro chi non ha nessuno o vive lontano dai propri cari.
Tombolata, brindisi e rinfresco per tutti il 20 dicembre alle ore 16 presso il centro anziani di via Pullino a Garbatella.
Villetta
Alla Villetta di via degli Armatori domenica 17 dicembre ci sarà un pranzo per la raccolta fondi a sostegno del Social Market “Mompracem-L’isola solidale”, lo spaccio aperto ai tempi della pandemia, che continua ad aiutare le famiglie bisognose del municipio.
Il 22 dicembre dalle 17 presso il Centro sociale La Strada di via Passino si terrà l’esposizione e l’asta di opere d’arte a sostegno del crowfunding Sos Gaza – a cura di Artivismo.
Lo stesso giorno alle ore 16,30 all’Istituto San Michele l’illustratrice e cantautrice Giulia Ananìa metterà in scena “Il Natale è un Accollo”, un evento solidale e felice tra canzoni tradizionali anche in salsa romanesca e con ospiti a sorpresa; a fianco dell’artista molti anziani della casa di riposo contribuiranno attivamente alla riuscita del concerto. Un evento gratuito e unico, dove convergeranno anche alcune iniziative di beneficienza in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio e la Onlus Bimbi con il Sorriso.
E’ ancora la solidarietà ad ispirare i volontari del Comitato di Quartiere Grotta Perfetta che, domenica 17 dicembre, presso l’ex Campetto di Piero dalle 9,30 alle 13,00, organizzeranno un mercatino per sostenere la “Casa Famiglia Arpjtetto Onlus”.
Riceviamo e pubblichiamo queste toccanti parole della scrittrice Maria Iatosti, a dieci anni dalla scomparsa del regista Carlo Lizzani, il 5 ottobre 2013. Carlo era anche un nostro amico e amico della Garbatella. Aveva accettato con piacere di scrivere l’introduzione alla prima edizione di “Garbatella tra storia e leggenda” e partecipato con entusiasmo alla serata al cinema Palladium, gremito di cittadini, per la presentazione del libro. Insieme a Maria, tutta la redazione di Cara Garbatella si stringe intorno ai figli Francesco e Flaminia, in ricordo del loro amato padre (g.r.)
CIAO, CARLO
Tu parli, parli, io ti ascolto… Amavamo l’America, il cinema, la rivoluzione, i libri. Un libro ci ha fatto incontrare. 1949, Libertas Film, Salita del Grillo, via Nazionale, Roma. Io vent’anni, mollato studi e progetti paterni, abbracciata la lotta, mi conquistavo pane e libertà a centoventi mensili nel seminterrato tappezzato di manifesti filmici d’oltrecortina o sovietici. Salivo di corsa sempre in ritardo la scalinatella e, fiatone e guance rosse, la testa a parole e concetti nuovi come découpage, montaggio, flashback, piano sequenza, a decrittare la calligrafia minuta e rapida sulle pagine fitte fitte mi sedevo alla macchina per scrivere della tua storia del Cinema italiano Fuori orario, per duecento lire. Che regalo! Guadagnare per imparare tutte quelle cose, da Camerini e Blasetti a Rossellini e De Santis, da Lyda Borelli a Anna Magnani, da La corona di ferro a Roma città aperta… Il cinema, io ce l’avevo nel sangue. Nascosta nei bagni del Centro Sperimentale avevo svolto il tema di ammissione per conto di mia sorella maggiore, bellissima ma poco incline all’arte dello scrivere, dilungandomi sulla famosa corsa della Magnani: Francesco! Francesco!
Francesco, come tuo figlio che ha il tuo volto, le tue mani, la tua voce, la serena, pacata lucidità del tuo parlare di uomo sapiente e politico puro, e spacca il cuore con le parole, là, di fronte alla bara nuda, spartana, con tutta la gente intorno, attonita, gli occhi gonfi, la gola chiusa, il cuore stretto a pugno… Io seduta fra Antonella Lualdi e Carla Fracci, Francesco che affabula di un re malato di malinconia che cercava la felicità… E i ricordi si sbrigliano, viaggiano, veloci, scombinati: immagini, lampi. 1963: Milano del miracolo. Le serate con Ugo, i suoi risotti mitici, il suo vitalismo, i giri nella città impazzita, che corre a precipizio verso il boom… Ugo che fa la parte di Luciano, Ricki che fa la parte che Marcello non ha voluto fare e Giovanna che fa la parte di Anna –e vuole che le spieghi, le racconti com’era davvero la vita, davvero così agra, o no? Il Derby, il mio amico Jannacci che canta con la chitarra sotto il mento, la faccia stralunata, nella latteria dei morti-di fame e degli artisti… e il Pirellone che alla fine esplode, sì, ma senza bombe, e addio rivoluzione, addio sogni…
Amavamo l’America di Ombre rosse e di Ragazzo negro. Odiavamo l’America della CIA, di Sacco e Vanzetti, del maccartismo, della guerra fredda, ma ci nutrivamo ingordamente di pellicole e di romanzi d’oltreoceano, anche quelli tenuti in sospetto da una cultura di parte, di stampo zdanoviano e neorealista. Il neorealismo! Che scoperta! Che rivoluzione! Spazzando via frivolezze, leziosità e telefoni bianchi, in mezzo a mille difficoltà il neorealismo portava nel cinema, ma anche in pittura, in letteratura, il bisogno di libertà, la voglia e il coraggio di guardare al mondo dalla parte del popolo. Le tue lezioni appassionate! Le discussioni, gli scontri, le polemiche anche interne al grande partito – Guttuso-Turcato, Vittorini-Togliatti –. “II neorealismo, dicevi, è una rivoluzione formale non semplicemente di contenuti, ma, di coscienza linguistica, di linguaggio: un modo nuovo di muovere la macchina…”. “Basta con la bella immagine, la bella pagina! Fate parlare gli uomini, i fatti, compagni! ti accaloravi. “Basta fiori, paesaggi, monumenti, Esistono le fabbriche, le case dense di dramma della nostra provincia… C’è il Sud, che preme per il riscatto dal folklore C’è la storia, quella vera, senza retorica, che attende ancora un’interpretazione……”. Tutto il tuo cinema testimonierà un interesse profondo per la storia. Ne avevi precocemente dato prova in quegli anni nei tuoi filmati sull’eccidio di Modena, sull’Emilia rossa, sulle terre insanguinate dalle lotte contadine, sul risveglio del Mezzogiorno, dai sassi di Matera ai bassi di Napoli.
Carlo Lizzani riceve da Vittorio De Sica a Saint Vincent la Grolla d’ oro per il film ” Cronaca di poveri amanti”, come migliore regia del 1954.
I tuoi primi film: Achtung! Banditi!,Cronache di poveri amanti: Maciste in croce sul sagrato di san Lorenzo!– Genova, la cooperativa dei partigiani, appoggiata dal partito e finanziata anche dal popolo. Cinquecento lire per una quota. Mi offristi di entrarci, ma chi le aveva mai viste cinquecento lire! Quattro mesi di stipendio, quando c’era! Finito il lavoro alla Libertas e successivamente alla Federazione dei Circoli del Cinema, ero approdata al Sindacato Edili, in piazza dell’Esquilino, a due passi dal Viminale di Scelba e da «Vie Nuove», rotocalco culturale del partito che la domenica diffondevo per le strade del mio quartiere insieme a «l’Unità».
E intanto c’era la storia, c’erano le lotte, la fatica quotidiana, la politica, l’amore – io sempre innamorata, i sogni… Volevo fare la rivoluzione e diventare giornalista, scrittrice. Anche scrivendo si può affrancare l’umanità dall’ingiustizia, mi dicevo convinta. E ci provavo. C’erano stati già un mio esordio narrativo sul «Lavoro» di Gianni Toti, e i primi quattro versi su «Pattuglia» di Gillo Pontecorvo compagno direttore e già attore – l’operaio Pietro fucilato insieme a te, parroco Camillo lungo lungo magro magro in abito talare, ne Il sole sorge ancora – filmgirato tra mille difficoltà tra la bella primavera della Liberazione e l’autunno del ’46. A Milano.
La nostra Milano, dove ci siamo ritrovati dopo anni. Milano dei miei furori e dei tuoi banditi romantici, oggi così perduta nella sua dissennata smania di cementificazione, con le sue torri fantasma, i suoi residence spettrali, deliri miliardari di architetti e urbanisti rampanti che ne hanno devastato il cuore, mutato il volto, stravolto l’armonia razionale, sapiente e compatta, tradendo la vocazione, la “religione laica del fare”, di questa città concreta, pragmatica, orgogliosa.
La nostra Milano viva del dopoguerra: esperienza fondamentale per quelli come noi: con pochissimi soldi in tasca e tante idee, tanto entusiasmo; il mondo che cambia, che sogna la luna, la scoperta dell’amicizia e della solidarietà, la conoscenza di tanti giovani intellettuali, letterati, artisti, pittori, fotografi squattrinati come noi che frequentavano gli stessi mitici luoghi: Brera, il Giamaica, la latteria delle sorelle Pirovini, san Marco, corso Garibaldi, via Solferino, il Carcano, il Piccolo… Milano operosa, socialista. Milano delle fabbriche, della ricostruzione, delle case editrici, di Feltrinelli e dell’Umanitaria, dei treni del Sud, delle battaglie, dei grandi scioperi. Milano di Dario Fo, lo svitato. E poi ancora Milano del miracolo, di nuovo ritrovati, il passo allentato, spenti i furori rivoluzionari, qualche lira in più, il benessere, la fama, la frenesia, la sbornia del “boom”, con quello che di insidioso, di subdolo vi si annidava, e che pochi – Pasolini, Bianciardi, Mastronardi –intuirono.
Carlo Lizzani il 19 gennaio 2010 presso il teatro Palladium alla presentazione del libro “Garbatella tra storia e leggenda”
È un mattino di sole d’inverno romano, la folla ossessa di consumatori prenatalizi invade i vialoni squadrati del tuo rione dei Prati. Ho pigiato il bottone lucido del citofono e tu scendi, attraversi l’androne maestoso con la grande pianta e sei nel cortile dove ti aspetto… Quel cortile che oggi, 5 ottobre 2013 hai scelto come estremo approdo. Sto lavorando e lo sento alla tivù. Un colpo. Il cuore che si ferma. La ragione che si rifiuta: non ci credo, non è possibile, non deve essere… Ma quelli insistono.
Hai staccato la chiave, dicono. Ecco, è una bugia, è sbagliato: la chiave non si stacca, è la spina che si stacca, c’è qualcosa di stridente, di sfasato, di irreale… Non puoi averlo scritto… Non tu, che nelle parole credi, ne conosci il valore e il peso, da uomo e da scrittore.
È quasi Natale e c’è il sole. Davanti a un tavolo d’osteria con la tovaglietta a scacchi bianchi e rossi, tu parli, evochi, racconti, spieghi, io chiedo, ascolto, prendo appunti, e il nostro viaggio ha inizio. Roma, Milano, qualche lettera, qualche chiacchierata, i libri che ci siamo scambiati. I miei, i tuoi con le amorose dediche… la tua dolcezza giovane, la tua sapienza, la tua lucidità, il tuo esserci sempre: gentile, empatico, attento, generoso… Ti era piaciuta una mia lettera di Capodanno, “da conservare insieme a quella di Pertini” … La tua delusione, la tua frustrazione. Ho tanti progetti, ma non mi fanno lavorare più, neanche quelli di Rai tre… Avevo un sogno: fare un film su Di Vittorio. Raccontare la storia di Di Vittorio, e della CGIL, significa ripercorrere un secolo di lotte anche sanguinose, di conquiste, di trasformazioni radicali… Ne avevo parlato con lui una sera di quasi cinquant’anni fa, in casa sua…”.
Il film su Di Vittorio non lo farai. Non farai il progettato viaggio in Italia con Francesco, non sarai come avresti voluto alla mia prossima presentazione, e alla mia domanda sullo stato generale delle nostre sorti e della tua salute non soltanto fisica, mi risponderai con un sorriso lieve, solo un po’ malinconico, come quella mattina di quasi Natale a via dei Gracchi, citando Woody Allen: “Dio è morto, Marx pure, e anch’io non sto molto bene.”. E te ne andrai. E io ti aspetterò. Ciao, Carlo.
In una notte d’estate di duecento anni fa bruciava la Basilica di San Paolo. Tra il 15 e il 16 luglio del 1823, infatti, andò a fuoco il tetto del tempio più grande di Roma dopo quello di San Pietro in Vaticano, provocando danni ingenti alla struttura religiosa. Nel luglio scorso è stata proprio l’Università Roma Tre a rievocare il bicentenario del catastrofico rogo con una conferenza “San Paolo infiamma” nel giardino del Parco Schuster, a poche decine di metri dall’imponente chiesa.
Il disastro, all’epoca, impressionò anche il poeta Giacomo Leopardi, che parlò di “ una disgrazia veramente europea”; l’incendio, infatti, si consumò in poche ore e arrecò gravi e ingenti danni alla chiesa.
Chi ne parlò all’epoca
Della sciagura parlò persino Stendhal nelle sue Passeggiate romane. Patrizia Burdi, nella sua Storia della Basilica di San Paolo fuori le mura, riporta quanto annotava lo scrittore francese, amante del Bel Paese, all’indomani dell’immane rogo: “ Io visitai San Paolo il giorno dopo l’incendio. Ne ebbi un’impressione di severa beltà, triste quanto la musica di Mozart. Erano ancora vive le vestigia dolorose e terribili della sciagura; la chiesa era ancora ingombra di nere travi fumanti, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano a ogni istante di cadere. I romani costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata. E’ uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto”.
Delle fiamme si accorse un vaccaro, Domenico Perna, mentre portava le sue mucche al pascolo (la zona dove sorgeva la Basilica era all’epoca tutta campagna). Egli udì un boato molto forte, si spostò per vedere e, scorgendo l’imponente chiesa avvolta dalle fiamme, dette l’allarme.
Purtroppo i soccorsi arrivarono con un ritardo di circa tre ore e il forte vento che quella notte tirava alimentò ulteriormente l’incendio.
Il tetto della Basilica andò completamente a fuoco; si salvarono solo il transetto, la tela di Arnolfo Di Cambio, il ciborio medievale e l’abside.
Al Papa Pio VII, già gravemente malato, non si disse nulla dell’accaduto, tanto che egli morì di lì a poco senza sapere niente.
Il cardinale Enrico Consalvi, segretario di Stato, dopo la morte del Papa, ereditò il gravoso compito di indagare sulle cause del rogo e su chi lo avesse provocato.
Le origini dell’incendio
Sulle origini dell’incendio furono formulate molte ipotesi, alcune alquanto fantasiose, ma nessuna di esse si rivelò completamente convincente. Le cronache del tempo liquidarono la questione attribuendo la causa del rogo alla negligenza di alcuni stagnini, che stavano restaurando il tetto della Basilica e che avrebbero fatto cadere inavvertitamente il fuoco di alcuni fornelli utilizzati per riscaldare ferri che servivano per liquefare lo stagno.
Secondo l’architetto Marcello Zalonis, puntiglioso studioso della storia del territorio di San Paolo, questa ipotesi sarebbe priva di sostanziale fondamento, perché nel mese di luglio si faceva notte tardi e gli operai avevano presumibilmente lasciato le impalcature alle ore venti, mentre l’ incendio si sarebbe verificato alle ore quattro del mattino successivo.
I fornelli usati dagli “stagnini” erano alimentati con il carbone di legna, materiale che bruciava senza fiamma per un tempo limitato ( da una a due ore). Il fuoco, quindi, non avrebbe potuto covare per circa otto ore ( tempo intercorso dal momento che gli operai avevano lasciato il lavoro e quello in cui l’ incendio era divampato), a meno che ci fosse stata “una manina sacrilega” che lo avesse deliberatamente acceso.
Chi erano i sospettati
Zalonis faceva una considerazione importante al riguardo: gli operai non avrebbero avuto interesse a far scoppiare l’incendio per non perdere il lavoro e rischiare di finire per tutta la vita nelle galere papali. L’ipotesi più probabile potrebbe essere quella che a compiere l’atto fosse stato un gruppo di neo-Carbonari, provenienti dal Nord, che si erano infiltrati nella Roma papalina.
Molti di loro, infatti, erano stati arrestati e avevano giurato di vendicarsi, tanto più che il papa Pio VII nel 1821 aveva emanato la bolla “Ecclesiam a Jesu Cristo”, con la quale si mettevano in guardia i fedeli dal credere alle parole di costoro (Carbonari), che “si presentavano come agnelli mentre erano lupi rapaci”. Essi appartenevano a società segrete, odiavano profondamente la Chiesa ed erano capeggiati dal Rettore e dal Gran Maestro.
Probabilmente i Carbonari avevano appiccato il fuoco alla Basilica a scopo dimostrativo, avevano scelto il momento in cui la Chiesa veniva restaurata e quindi erano presenti i ponteggi su cui ci si poteva arrampicare. Inoltre, in quella stagione, l’imponente edificio religioso era quasi deserto, perché i preti erano quasi tutti partiti per le vacanze. Gli attentatori forse pensarono che l’incendio sarebbe stato domato in breve tempo; resisi conto in seguito dell’enormità dei danni provocati, fuggirono lontano senza rivendicare l’azione.
L’inchiesta
Il cardinale Consalvi e la Commissione d’inchiesta nominata ad hoc, sulla base delle indagini svolte, pur avendo probabilmente la convinzione che dietro l’incendio ci fosse stato un attentato, decisero di attribuirlo all’imperizia di alcuni operai.
Questa fu la scelta dettata dal momento più che delicato per il Papato, sede vacante per la morte di Pio VII. La Chiesa temeva, inoltre, le influenze politiche da parte delle potenze europee, e il dilagare dell’indignazione dei fedeli particolarmente affezionati alla Basilica.
Il nuovo pontefice Leone XII prese in mano la situazione e decise di chiamare a raccolta i cristiani per una colletta universale finalizzata alla ricostruzione della Basilica. A questo scopo il 25 gennaio 1825, giorno di festa per la ricorrenza della conversione di San Paolo, emanò l’enciclica “Ad Plurimas” .
La ricostruzione
Quasi per miracolo i contributi arrivarono da ogni dove, anche da parte di musulmani e di persone di altre fedi. Alcune di queste donazioni furono di grande pregio, come le finestre e le colonne di alabastro offerte dal re d’Egitto Fouad I e dal vicerè Mohammed Alì, e i blocchi di malachite e lapislazzuli devoluti dallo zar di Russia, Nicola I.
Tra l’altro nell’anno 1825 a Roma ricorreva anche il Giubileo. I lavori di ricostruzione durarono parecchi anni. La Basilica di San Paolo fu riconsacrata il 10 dicembre 1854 da Papa Pio IX. E’ interessante notare che solo due giorni prima di tale data ( 8 dicembre) lo stesso Papa aveva proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione con la bolla “Inneffabilis Deus”.
La storia dell’incendio della Basilica potrebbe apparire come un evento eccezionale , ma questa convinzione è stata fugata di recente per il rogo che ha interessato la chiesa di “Notre Dame” a Parigi. Anche in questo caso i danni sono stati molto ingenti e le cause non sono state ancora accertate, a testimonianza di quanto le grandi opere artistiche possono essere stupende ma contemporaneamente anche molto fragili.
Otto band sul palco e una folla di giovani nell’enorme spiazzo di Propaganda Schuster. Questa è la scena che si è svolta ieri, 29 settembre, quando intorno alle 19:30 dal parco di San Paolo si sono levate le note di un concerto in ricordo di Francesco Valdiserri, il diciottenne morto lo scorso 19 ottobre a seguito di un incidente stradale sulla Cristoforo Colombo, all’altezza di via Giustiniano Imperatore. Francesco stava camminando sul marciapiede quando una macchina, sbandando, lo investì: una vicenda che si è fatta emblema della pericolosità delle nostre strade. Da quel doloroso momento le commemorazioni non si contano, anche grazie all’impegno dei genitori Paola e Luca.
Gli interventi
Durante la serata – che, parafrasando la nota opera di Shakespeare, prende il nome di “Sogno di una notte di fine estate” – sono salite sul palco sette band giovanili locali – Neue Ara, Sutura, Rapacio Band, Cosmonauti Borghesi, Purple Light, Cateepp, 16jpegCBR320 – e non potevano mancare gli Origami Smiles, il gruppo musicale fondato dallo stesso Francesco.
“Voglio ringraziare i ragazzi sul palco” è intervenuta a metà concerto Paola Di Caro, madre di Francesco. “Noi non saremmo qui se loro non ci avessero trasmesso la vita di cui avevamo bisogno.In certi momenti o ti arriva qualcosa che ti fa guardare il futuro o ti fermi.”
“Di serate a Propaganda Schuster ne ho viste tantissime, ma questa è particolarmente emozionante” ha proseguito Amedeo Ciaccheri, presidente del Municipio VIII. “È da tanto tempo che io, Luca e Paola immaginiamo questa serata, con tanto amore e soprattutto so che c’è anche tanto amore vostro” ha continuato, rivolgendosi al giovane pubblico, tra cui molti amici, compagni di scuola e conoscenti del ragazzo.
“Noi questa sera siamo qui per ricordare un ragazzo la cui vita è stata falciata all’improvviso, come farlo?” sono infine le parole di Miguel Gotor, assessore alla cultura del Comune di Roma. “Il modo migliore è attraverso la sua passione, che è stata e sempre sarà la musica. Paola e Luca” ha concluso, “stanno cercando di trasformare un dolore indicibile attraverso il loro impegno quotidiano e attraverso la musica, che secondo me è la cosa umana che più unisce il finito all’infinito.”
“Per non dimenticare”: a 48 anni da quel tragico fatto passato alla cronaca nera come il “massacro del Circeo” il 29 settembre alle ore 17,00 sarà presentato alla cittadinanza un murales dedicato a Rosaria Lopez, nel parco a lei dedicato alla Montagnola, dove verrà piantumato anche un albero di melograno donato dal Municipio.
L’autore dell’opera è Paolo Colasanti, lo stesso artista che ha realizzato quello intitolato a Donatella Colasanti, che riuscì a scampare a quei giorni di sevizie e torture perpetrati con estrema crudeltà da parte dei tre rampolli della Roma bene, nonché neofascisti: Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido.
Rosaria Lopez
Il giorno dopo alla stessa ora l’associazione Il Tempo ritrovato e il Comitato delle Fate replicheranno la manifestazione con la lettura delle poesie di Donatella Colasanti al parco situato tra via di Villa di Lucina e viale Giustiniano Imperatore. Parteciperà in rappresentanza del Municipio VIII l’assessora alla Cultura Maya Vetri.
Montagnola non dimentica: a 80 anni dall’armistizio dell’8 settembre, si sono appena concluse due giornate di commemorazione e iniziative culturali rivolte alla cittadinanza. Rievocazioni storiche, discussioni, laboratori per bambini, passeggiate, visite guidate, una mostra fotografica: un programma molto intenso organizzato dal Municipio VIII in collaborazione con le associazioni culturali del quartiere, al fine di racchiudere in due giorni il patrimonio collettivo accumulatosi in quasi un secolo di storia e di memoria.
Era la notte dell’8 settembre 1943 quando, a termine di una giornata di festeggiamenti per via dell’armistizio appena annunciato, una colonna tedesca tentò di sfondare la linea difensiva della Magliana presidiata da un reggimento di Granatieri. Il generale Gioacchino Solinas ordinò di rispondere all’attacco, dando il via al primo atto di resistenza ufficiale, la prima forte e inequivocabile risposta all’occupazione nazista.
Di questo ha parlato sabato scorso il generale Carassino, presidente dell’Associazione Granatieri di Sardegna, durante la cerimonia commemorativa che si è tenuta in piazza Caduti della Montagnola. “In qualità di presidente dell’associazione nazionale Granatieri di Sardegna” ha esordito il generale, “sono qui in questo luogo ricco di significato per commemorare non solo i caduti civili ma anche i soldati. Davanti al monumento che ricorda i caduti non sono necessari eloquenti discorsi ma occorre meditare e ringraziare tutti coloro che hanno combattuto dando la vita per la liberazione del nostro paese.
La divisione Granatieri di Sardegna all’indomani della caduta del regime fascista e col paese ancora in guerra aveva ricevuto il compito di difendere la citta di Roma. I piani militari prevedevano una linea di difesa a sud contro la minaccia tedesca. A tutti quei soldati rivolgo un sentito grazie.”
Anche i civili impugnarono le armi
La battaglia della Montagnola non vide protagonisti solo i corpi dell’esercito, anche numerosi civili, come ha ricordato Valeria Baglio, presidente dell’assemblea capitolina scesero in capo al loro fianco : “Oggi è una giornata di profonda emozione e rispetto per la nostra storia collettiva.
Tra il 9 e il 10 settembre ‘43 si è svolta la battaglia della Montagnola, una difesa eroica che viene considerata uno dei primi atti di resistenza. Dopo quel fatidico 8 settembre” ha proseguito, “seguirono molte atrocità compiute dai nazisti, di cui la più terribile è forse il rastrellamento del ghetto il 16 ottobre ’43, che non dobbiamo dimenticare”.
La memoria collettiva, infatti, deve servirci da cemento e pilastro. Ricordare il sacrificio di tanti è un modo per nutrire ogni giorno sentimenti di speranza e di orgoglio e per sentire vicini a noi i valori della nostra Costituzione” ha concluso Valeria Baglio, sottolineando l’importanza di trasmetterli anche alle nuove generazioni attraverso le scuole e le associazioni.
La centralità del dialogo con i giovani è stata ribadita dal presidente del Municipio VIII Amedeo Ciaccheri: “Teniamo a mente quanto l’appuntamento che oggi condividiamo non solo chiami in causa la storia, ma il ruolo determinante che ebbero negli anni successivi i protagonisti che ne hanno conservato la memoria” ha dichiarato il minisindaco. “Noi oggi abbiamo la responsabilità di continuare a tenere viva questo ricordo per altri 80 anni.”
Il ricordo di Don Occelli e del fornaio Quirino Roscioni
Don Occelli, Romolo Dorinzi, Suor Teresina, Domenica Cecchinelli, Quirino Roscioni: questi sono alcuni dei nomi più noti agli abitanti della Montagnola. Persone comuni che hanno dato la propria vita per la lotta antinazista, sia combattendo in prima persona, sia nascondendo e assistendo i feriti e i moribondi. A ricordarli, sabato scorso, una rievocazione storica che si è snodata tra le vie del quartiere, nei luoghi che li hanno visti protagonisti, oltre ai numerosi murales che ormai da anni si affacciano sulle pareti del quartiere.
Di queste numerose e variopinte opere di arte urbana si è parlato domenica 10, durante una visita guidata organizzata dall’associazione Dominio Pubblico, che ormai da sei anni segue da vicino la loro realizzazione. “L’obiettivo di questa iniziativa appena conclusa” spiega Clara Lolletti, membro dell’associazione, “è coinvolgere i giovani facendoli interagire con la storia dei loro quartieri: Montagnola e San Paolo.
Per la realizzazione dei murales ci siamo sempre ispirati alle storie locali, siamo sempre partiti dai sentimenti più vivi e dagli argomenti più sentiti nei luoghi nei quali abbiamo operato.” Essendo Montagnola un quartiere con una forte connotazione politica e una grande sensibilità per il tema della Resistenza, i murales non potevano non toccare i temi della lotta antifascista e della memoria, cercando anche di coinvolgere le scuole.
Nel cortile della media Poggiali Spizzichino, infatti, numerose opere affrontano il tema della memoria in senso lato, mentre su una parete esterna della sede in via Aristide Leonori, un enorme disegno rappresenta Quirino Roscioni, il fornaio che mise a disposizione il proprio forno per le truppe italiane resistenti, e che perse la vita durante la battaglia della Montagnola.
Raffigurarlo insieme a un cesto di pane è un modo per ricordare insieme il suo lavoro e la sua fede politica.
Sta per concludersi la settima edizione di “Sgarbatellum”, la rassegna ideata dal regista Alessandro Piva per promuovere il cinema attraverso una serie di conversazioni con gli “addetti ai lavori”.
Gli incontri si svolgono alle ore 21 dal 28 luglio, e proseguiranno fino a domani nella suggestiva cornice del parco Maurizio Arena, in piazza Benedetto Brin. A seguire, alle ore 21:30, la proiezione di un film.
Il 28 luglio era in programma “Il Pataffio” del regista Francesco Lagi. Ospiti i produttori Marta Donzelli e Gregorio Paonessa. Ieri è stato proiettato “Primo piano”, film ambientato nel 1987 in una Napoli che, nell’anno della vittoria del suo primo scudetto, spera in un definitivo riscatto. Saranno presenti l’attore Antonio De Matteo, il regista Nicola Prosatore e la coautrice e attrice Antonia Truppo. Per concludere, oggi 30 luglio, il documentario “Laggiù qualcuno mi ama” racconterà la vita di Massimo Troisi. Sarà ospite il regista Mario Martone.
“Sgarbatellum” si svolge all’interno della manifestazione “Arena Garbatella”, promossa dall’Assessorato alla Cultura e vincitrice del bando biennale Estate Romana 2023/24. Si tratta di un momento di aggregazione entrato ormai nella memoria collettiva del quartiere, anche perché – come afferma il direttore artistico Alessandro Piva – “gli incontri con chi ha fatto della passione per il cinema il proprio lavoro quotidiano diventano non solo l’occasione per apprendere il linguaggio degli addetti ai lavori, ma anche un mezzo per riappriopriarai del fattore umano del cinema, della sua socialità.”
Arena Garbatella aderisce inoltre all’iniziativa promossa dal Ministero della Cultura “Cinema Revolution”: costo del biglietto €3,50.
Un piccolo mobile nella sala centrale conterrà tutti i Rapporti sui diritti umani prodotti da Amnesty International dal 1978 ad oggi. La biblioteca di Moby Dick arricchisce, così, la sua offerta grazie a questa nuova donazione: le versioni cartacee dei Rapporti sono già disponibili per la consultazione libera durante l’orario di apertura.
La donazione pubblica
La donazione di Amnesty International a Moby Dick è stata presentata questo mercoledì 19 luglio in un breve dialogo tra Valentina Farinaccio, scrittrice e attualmente coordinatrice delle attività culturali della Biblioteca, Stefano Gizzarone, Responsabile di Amnesty International Lazio e Annalisa Zanuttini, attivista di Amnesty International, abitante della Garbatella e volontaria presso l’archivio storico dell’organizzazione non governativa. L’evento sembra aver sancito l’inizio di un ciclo che potrebbe prendere corpo dopo l’estate.
I Rapporti sui diritti umani
Ogni anno gli osservatori di Amnesty International, in tutto il mondo, raccolgono informazioni con l’obiettivo di stabilire le condizioni di rispetto e violazione dei diritti umani negli Stati in cui operano. L’ultimo rapporto è stato elaborato sulla base del lavoro annuale di osservatori in ben 156 paesi. Il parametro utilizzato da Amnesty International per definire il grado di salute dei diritti umani è il diritto internazionale.
Il 10 dicembre 1948, infatti, gli Stati membri delle neonate Nazioni Unite hanno adottato la Dichiarazione universale dei diritti umani: 30 articoli che riconoscono i diritti base tutelati per tutti gli esseri umani. Dove questi diritti vengono violati, specialmente quando a violarli sono gli Stati, Amnesty lavora per fare luce e denunciare le violazioni alla comunità internazionale. Dal 1978 i Rapporti annuali, pubblicati in inglese, spagnolo e francese, vengono tradotti in italiano e, da oggi, le versioni cartacee in traduzione italiana saranno a disposizione del pubblico a Moby Dick.
Un pensiero per Patrick Zaki e l’inizio di un nuovo percorso
Nel corso della presentazione non è stato possibile non dedicare un pensiero a Patrick Zaki, la cui vicenda è stata fortemente seguita da Amnesty International. Proprio in questi giorni gli avvenimenti hanno subito una rapida accelerazione: la notizia della grazia, e quindi della sua liberazione, è un enorme successo e sollievo dopo la condanna a tre anni comminata solo pochi giorni fa. Una dedica commossa è stata, invece, quella per Giulio Regeni, il giovane dottorando assassinato in Egitto nel 2016 ed ancora senza giustizia.
La speranza condivisa dagli organizzatori è che questa donazione sia solo il primo passo di una più solida e proficua collaborazione tra Amnesty International e Moby Dick, che possa aprire, agli studenti e alle studentesse ed agli abitanti della Garbatella in generale, nuove opportunità e spazi di consapevolezza e conoscenza riguardo ciò che succede nel mondo intorno a noi.
Un evento inaspettato e catastrofico, quello che nel 1823, esattamente due secoli fa, colpì uno dei luoghi più celebri e rappresentativi del nostro quartiere: l’incendio della Basilica di San Paolo. Di questo episodio si è parlato venerdì scorso durante l’incontro pubblico “San Paolo infiamma”, nell’ambito dell’iniziativa “Propaganda Schuster”.
Durante la serata, organizzata dall’Università di Roma Tre in collaborazione con l’abbazia di San Paolo fuori le mura, sono intervenuti i professori Manfredi Merluzzi, Alberto D’Anna, Giovanna Capitelli, Marina Docci, Stefano Cracolici, Elisabetta Pallottino e Richard Wittman, che hanno tenuto un’interessante lezione sulla storia e l’architettura della basilica, corredata da immagini e ricostruzioni.
I saluti di apertura
“In questa iniziativa c’è qualcosa di straordinario” ha esordito il minisindaco Amedeo Ciaccheri durante i saluti di apertura. “Che la rievocazione di un evento così importante per l’identità del quartiere avvenga all’interno di una manifestazione dedicata ai giovani come Propaganda Schuster è molto importante. Centrale è anche la collaborazione dell’Università di Roma Tre e dell’abbazia di San Paolo.”
Quindi ha preso la parola l’abate don Donato Ogliari. “La basilica di San Paolo non è solo un capolavoro artistico ma anche un luogo di fede” – ha ricordato, dopo aver ringraziato l’università di Roma Tre per i contributi di ricerca dedicati alla basilica-. “Questo luogo fin dagli inizi ha attratto fedeli da tutta Europa, attorno alla figura di Paolo, una delle due colonne portanti della Chiesa, contribuendo a rendere Roma una città accogliente e cosmopolita.”
L’incendio della basilica
Era il 15 luglio 1823 quando, a causa della distrazione di due stagnai, le fiamme iniziarono ad avvolgere la meravigliosa struttura della basilica. Una chiesa con una storia di quattordici secoli, sparita nell’arco di una sola notte. Il tetto crollò, le colonne caddero, le porte di bronzo si sciolsero a causa del calore. E dopo quasi cinque ore di incendio, della chiesa paleocristiana, costruita intorno al 390 sotto l’imperatore Teodosio su una struttura di età costantiniana, non rimaneva altro che rovine fumanti. Solo l’abbazia benedettina, tuttora situata accanto alla chiesa, si salvò dalle fiamme.
L’episodio ebbe una grandissima risonanza: la notizia si diffuse in tutta Europa. Tra le tante e varie testimonianze, colpisce quella del poeta Giacomo Leopardi, allora venticinquenne, che in una lettera al cugino Giuseppe Melchiorri definisce l’episodio “una calamità pubblica” e ne risulta molto scosso.
Il popolo non mancò di interpretare la tragedia come una punizione divina, anche perché avvenuta durante una fase di notevole difficoltà per lo Stato della Chiesa, che sotto il pontificato di Pio VII, negli anni a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, si vedeva minacciato non solo dalle proprie finanze traballanti, ma anche del progressivo irradiamento della filosofia dei Lumi e delle idee rivoluzionarie dalla Francia di Napoleone.
Ma se da una parte ci fu paura e preoccupazione, dall’altra anche attrazione e curiosità. La vista decadente della basilica distrutta, infatti, incantò moltissimi artisti e viaggiatori. “Uno spettacolo bellissimo: vale da solo il viaggio a Roma”: così annota lo scrittore francese Stendhal nelle sue “Passeggiate romane”, opera scritta tra il 1827 e il 1829 in forma di diario durante il soggiorno in Italia dell’autore.
Di fatto, mentre gli operai lavoravano alla ricostruzione, disegnatori e curiosi si introducevano nel cantiere e, qualche volta, lo immortalavano. Questo è il caso dei calcografi Antonio Acquarone e Luigi Rossini, che con le loro acqueforti contribuirono a rendere le rovine di San Paolo uno dei paesaggi romantici per eccellenza, una tappa imprescindibile del Grand Tour.
Insomma, anche a seguito di questo triste episodio, la basilica di San Paolo continuò ad attirare visitatori, oltre che fedeli, provenienti da tutto il mondo, e in questo modo rafforzò la vocazione cosmopolita e il valore universale della Città Eterna.
“Combatteremo col sorriso sulle labbra e la dolcezza nel cuore” con queste parole Enzo Foschi, 57 anni, ha postato sui social la sua elezione a segretario della Federazione romana del Pd. Il tutto è avvenuto il 12 luglio al teatro Golden, dove l’assemblea ha ratificato l’elezione e ha nominato la consigliera capitolina Giulia Tempesta alla Presidenza. Le vice sono la minisindaca del XIII municipio Sabrina Giuseppetti e la consigliera del II Federica Serratore.
Un militante di lungo corso
Enzo Foschi, ex segretario regionale subentra a Andrea Casu che ha governato il partito romano per cinque anni. Il neo segretario ha una lunga militanza alle sue spalle, viene dal Pci, Pds, Ds e ha contribuito alla fondazione del Partito democratico alla Garbatella. Giovane studente del liceo Socrate, diventa responsabile della Fgci in Villetta, nel 1989 è stato eletto al consiglio circoscrizionale di quello che oggi è l’VIII Municipio, quindi nel 1993 è nell’aula Giulio Cesare in consiglio comunale col sindaco Rutelli e poi con Veltroni. Nel 2005 è eletto consigliere regionale alla Pisana. Nel 2015, per un breve periodo, è il capo della segreteria politica del Sindaco di Roma Ignazio Marino.
Il suo programma
“La fine del congresso non rappresenta la chiusura di un percorso -ha avvertito Foschi -, ma l’inizio di uno nuovo. Un nuovo percorso, un nuovo partito dove tutti possano sentirsi protagonisti. Ho lasciato libera scelta ai circoli di indicare i loro delegati, perché questa è la politica che vorrei portare avanti. Proseguire il coinvolgimento dei territori e dei segretari di circolo, e il 75% degli eletti sono nuovi: questo deve essere lo spirito del Partito. E poi un’altra cosa. Il nostro limite, forse più grande, è stato il venir identificati sempre come il Partito delle magliette. A febbraio, a Roma, oltre 65mila persone hanno votato Schlein per un cambiamento forte, netto. Ci hanno chiesto di fermare le divisioni interne. Ora sta a noi costruire un partito senza magliette, che possa essere veramente la casa di tutte e tutti”.
La linea che sembra delineare il neo segretario è quella di un appoggio incondizionato al Sindaco Gualtieri e quella dell’unità interna, una sorta di “pacificazione” tra le correnti con a capo Claudio Mancini, Dario Franceschini e Nicola Zingaretti, che guidano il partito e il Campidoglio. “Gualtieri è una garanzia: è una persona che sa ascoltare e poi decidere per la scelta migliore” ha aggiunto Foschi. “Lo dico a tutti gli eletti e le elette: quando leggo un articolo con critiche – ha sottolineato – con l’abitudine di soffiare nelle orecchie dei giornalisti, non è una cosa degna dei consiglieri comunali di Roma. Costruiremo un partito in cui ciascuno possa dire la sua opinione, ma a viso aperto”.
Sulle ferite ancora aperte nel settore della raccolta rifiuti, sui trasporti e la mobilità, il nuovo segretario è lapidario: “Vorrei essere molto netto: Roberto Gualtieri non è solo il sindaco di Roma – ha aggiunto – ma è il nostro sindaco, ce lo dobbiamo sempre ricordare. Abbiamo ereditato una situazione difficile e per questo il partito deve avere le orecchie a terra. Il nostro deve essere un partito che si mette a servizio dell’amministrazione del Campidoglio, parlando con le persone per spiegare che cosa si sta facendo, e capendo gli impatti di quello che si fa sulle persone. Questo aiuta la nostra squadra in Aula Giulio Cesare anche ad apportare delle correzioni sulle scelte che hanno avuto un impatto che non potevamo immaginare”.
Il Mercato storico della Garbatella, in Via Passino 22 non riaprirà a breve: è quanto si apprende dalla lettura del cronoprogramma dei lavori di ristrutturazione che il Comune ha previsto in occasione del Giubileo 2025. La riqualificazione della struttura, infatti, è stata individuata tra gli interventi essenziali previsti dalla pianificazione di gestione delle decine di milioni di euro che modificheranno il volto di Roma nei prossimi anni. I fondi sono stati destinati, ma l’attesa per la riapertura sembra essere più lunga del previsto.
I fondi in arrivo per il Giubileo
Più di mille progetti per un valore complessivo superiore ai tre miliardi di euro. Questo il volume di investimenti che raggiungerà la Città Eterna in occasione della celebrazione dell’anno speciale di grazia per i fedeli cristiani di tutto il mondo. Dalla digitalizzazione al recupero e miglioramento dei siti archeologici del centro, dalle infrastrutture come la Roma Lido alla sostenibilità: i fondi giubilari e il PNRR Caput Mundi sono pronti a cambiare il centro e i quartieri, dando al Comune di Roma un’opportunità di investimento senza precedenti.
Garbatella non fa eccezione e tra le strutture strategiche individuate per fornire servizi ai pellegrini lungo la Via delle Sette Chiese, c’è anche il Mercato coperto di Via Passino.
Il Mercato di Via Passino
Inaugurato nel 1952, il Mercato coperto di Via Passino ha rappresentato per tanti anni un luogo di riferimento per la comunità della Garbatella. Un edificio imponente, nel cuore del distretto di servizi pubblici e spazi di aggregazione che facilmente si riconosce nell’impronta originale del quartiere, intorno a Largo delle Sette Chiese e Piazza Bartolomeo Romano.
Chiuso ad inizio 2000 e poi finalmente restituito alla cittadinanza nel 2013, ha ospitato per qualche anno il Farmer’s Market, il mercato di prodotti a km0 che prima si trovava a Testaccio. Nonostante i tentativi di tenerlo aperto da parte di associazioni del territorio e istituzioni locali, la Giunta Raggi nel 2019 ne aveva disposto la chiusura a causa della scadenza della concessione, con la promessa di riaprirlo nel più breve tempo possibile: i locali, invece sono rimasti vuoti da allora, anche durante i festeggiamenti del centenario della Garbatella, nel 2020.
Nuovi fondi, ma l’attesa è lunga
Nel nuovo DPCM che integra i progetti per il Giubileo di Roma si entra nel dettaglio: per il Mercato di Via Passino è prevista una riqualificazione in vista di una riapertura giornaliera. Sul tavolo ci sono tre milioni e mezzo di euro. L’obiettivo è ammodernare la struttura, recuperarla dallo stato di abbandono in cui versa da quattro anni e renderla fruibile a pellegrini e cittadini della zona. Il programma però dei lavori prevede che il cantiere non finirà prima del 2026. Un progetto, dunque, finanziato in vista del Giubileo, ma che non sarà pronto entro la fine dell’anno di grazia.
Tre anni ancora di attesa ci vorranno per veder tornare sui banchi dello storico mercato i prodotti del territorio e, soprattutto, tra i banchi le persone.
Ripartiamo dalla realtà. Dalla concretezza dei temi cruciali per ognuno.
Un Festival che attraversi lo spazio sociale e politico della Villetta.
Visionaria è uno spazio pubblico animato dal dibattito a sinistra: luogo di riflessione culturale politica e sociale. Idee e pratiche che abbiano al centro la trasformazione della realtà, dalle strade vicine a noi, alla città, all’Europa stessa. Perché le sfide non finiscono nel nostro giardino!
Il futuro che precipita, il lavoro e i salari, le disuguaglianze, la catastrofe ecologica e lo sfruttamento del pianeta e degli esseri umani, il diritto a scegliere per il proprio corpo, l’accessibilità e l’accoglienza. Diritti e possibilità. Riconoscimento delle differenze e accoglienza. Come si fa la pace e la guerra. La narrazione e l’azione della destra sulla complessità del reale è profonda e vincente. Le difficoltà delle persone travolte dalla crisi post pandemica e della economia di guerra creano una frattura tra i bisogni e le soluzioni. Per chi ha uno sguardo radicale, è decisivo superare l’elenco delle buone idee, entrare nel vivo e costruire accanto alle narrazioni, azioni radicali che abbiano presa sul reale, costruiscano identità, permettano alle persone di riconoscersi in una opzione davvero alternativa.
Dopo i mesi estivi, Visionaria con i suoi dibattiti, confronti, libri, spettacoli e birre!
Si dice che chi trova un amico trova un tesoro, ma poi quando quell’amica se ne va.
Allora si perde veramente un tesoro.
Gianna non era un tesoro solo per me, è stata un tesoro anche per la storia della Garbatella. Basti leggere uno dei quaderni di Moby Dick, dove racconta la storia del tram che percorreva le strade dello storico quartiere. Gianna prendeva il tram che passava sotto casa sua (dove i suoi genitorierano arrivati nel 1928), a Via Guglielmo Massaia per andare al lavoro dai Serra, in centro a Via del Corso.
Poi alle fermate successive salivano altre amiche che si recavano a lavorare in vari luoghi. Lei ci teneva a precisare che era impiegata in una prestigiosa argenteria. In lei molte di quelle ragazze si sono riconosciute leggendo quel quaderno, (presentato nei vecchi bagni pubblicidiventati biblioteca), quando la Garbatella non era come adesso tanto in voga.
Quando nel 2001 le ho proposto di assumere il nickname di Lady Garbatella progettando il libro “Garbatella La storia è donna” affiancando l’attrice garbatellana Rossana di Lorenzo come Sora Garbatella, Gianna mi ha sorriso ed alzato gli occhioni celesti.
Mi ha lasciata la risposta un po’ in sospeso e poi è stata entusiasta ed ha tirato fuori foto della Garbatella in costruzione. Il libro lo abbiamo presentato il 18 febbraio 2002 presso l’oratorio di San Filippo Neri con il presidente dell’XI circoscrizione Massimiliano Smeriglio.
Certo ne sono passati di anni e quella Garbatella indigena piano piano scompare. Infatti, come se lo sentisse, ha voluto collaborare a quel libro sulla Garbatella di come eravamo presentato il 24 febbraio 2023 presso Mille piani, ma noi non eravamo presenti per certi nostri principi di garbatellane doc.
Gianna aveva voluto fornire tante foto di famiglia, che ora diventano altra storia inedita, dove possiamo ammirarla giovane fanciulla con un vestito dell’alta sartoria di Valentino e possiamo ammirare anche i suoi elegantissimi nonni Marco Moriani e Giovanna Muzzetto.
Cosí da quelle foto di famiglia è nato il 14 maggio il progetto Storie di nonne, proprio usando la foto dei nonni di Gianna per fare la locandina con il patrocinio del Municipio VIII, e per il 2 ottobre stavamo organizzando “Nate a Garbatella”.
Ma poi improvvisamente tutto è crollato, inspiegabilmente così all’improvviso, ma la morte fa parte della vita e probabilmente …forse è vero …si viene al mondo per un compito preciso da assolvere su questa terra e poi si passa in un’altra dimensione. Allora ci dobbiamo ritenere anche fortunate per avere avuto dei tesori di amiche. Grazie Gianna ora starà a noi del Comitato delle Fate comprendere i messaggi che ci manderai dal Paradiso, grazie di tutto.
Estate al polo, prende il via la rassegna romana dedicata a musica, letteratura e intrattenimento. Venerdì 23, a partire dalle ore 18,30, al Polo museale dei trasporti (via B. Bossi 7) si svolgerà il primo incontro. Tram-busto letterario: questo il titolo dell’iniziativa, che in parte è un gioco di parole (in riferimento al museo dei locomotori e tram storici, all’interno del quale si svolge) e in parte allude al carattere ludico e aggregativo dell’evento. “Non vogliamo fare delle lezioni, vogliamo divertirci” ci ha raccontato Sandra Pranzo Giuliani, responsabile dell’associazione culturale Donne di Carta. L’associazione è attiva dal 2008 per promuovere la lettura attraverso diversi canali, dall’organizzazione di rassegne alla fondazione di biblioteche, come l’Approdo a Garbatella, specializzata per l’infanzia, e la biblioteca Goliarda Sapienza a Montagnola.
L’ambizione di questa associazione, comunque, è un’altra: nell’ambito del progetto nato in Spagna “Farhenheit 451”, consiste nell’imparare a memoria poesie e brani di prosa, in modo tale da poterli trasmettere ovunque, a chiunque, in nome della loro bellezza, al di là delle condizioni e della disponibilità di mezzi.
L’ incontro di venerdì alle 18,30 vedrà protagonista il critico letterario Dario Pontuale, che racconterà Italo Calvino attraverso la lettura di passi scelti del “Sentiero dei nidi di ragno”, primo successo dell’autore nonché grande romanzo sulla Resistenza italiana. Per completare il quadro, i membri di Donne di Carta reciteranno a memoria brani tratti da altre opere, come le “Lezioni americane”.
Al secondo appuntamento – ore 20,30 – saranno invece ospiti le professoresse Mariella Bazzocchi e Lucia Staccone, esperte di canto orale, che risponderanno alla domanda: “ha ancora senso fare ricerca nel campo della tradizione popolare?” I canti di lavoro e d’amore, tramandati oralmente da generazione in generazione, sembrano appartenere a un mondo lontano; e in che modo e in che misura l’oralità entra ancora a far parte delle nostre vite? “Abbiamo sempre bisogno del contatto della voce umana, anche nel mondo moderno” ha continuato l’organizzatrice, “il successo della radio e dei podcast, per esempio, ne sono una prova.”
Ma la voce è anche lo strumento principale per trasmettere un patrimonio comune, e l’obiettivo di Donne di Carta è proprio quello di indagare tutte le modulazioni possibili – dal canto alla recitazione di racconti e poesia – del rapporto tra voce viva e memoria. “La memoria serve a tramandare, ma la voce è lo strumento con cui la memoria si trasmette” ha concluso l’organizzatrice. Un filo rosso, quello tra voce e memoria, che collegherà tutti gli incontri organizzati da Donne di Carta. Il Polo museale dei trasporti vi aspetta, ogni venerdì, fino al 15 settembre.
Una serata di letture, musica e danze: così il circolo della Libera Università dell’Autobiografia ha deciso di commemorare Clara Sereni a cinque anni dalla sua scomparsa. L’incontro si è svolto martedì 13 giugno nella Comunità di San Paolo in via Ostiense 152, con l’obiettivo di promuovere l’attività del circolo e di far conoscere una scrittrice poco nota e che non si studia tra i banchi di scuola.
Clara Sereni e l’autobiografia
“Siamo un circolo di scrittura autobiografica, non creativa, cioè senza pretese letterarie” ha spiegato Gabriella De Angelis, dopo i ringraziamenti di apertura, “il nostro obiettivo è raccontarci l’un l’altro, perché crediamo che l’autobiografia possa aiutarci a guardare a noi stessi, al mondo e al futuro in maniera più originale. Siamo un gruppo, cerchiamo di instaurare relazioni consegnandoci all’altro anche attraverso il racconto di fatti personali e dolorosi.”
Non a caso il gruppo si ispira a Clara Sereni, un’autrice che ha mischiato continuamente letteratura ed esperienza personale. “Fino a che punto quando scriveva si poteva staccare da sé?” continua Gabriella; “e fino a che punto quando scriveva raccontava veramente quello che era accaduto?” Il confine appare molto labile, soprattutto per una scrittrice che, nata nel 1946, ha attraversato con la sua esperienza la seconda metà del novecento rimanendo sempre sensibile ai cambiamenti sociali e politici che il nostro paese ha vissuto in quegli anni.
Casalinghitudine
I membri del circolo hanno quindi dato lettura di alcuni passi tratti da “Casalinghitudine”, il libro più conosciuto di Clara Sereni, pubblicato nel 1987 da Einaudi. Si tratta di un testo originale nel titolo e nella struttura: è una raccolta di racconti autobiografici introdotti da ricette legate, nella memoria dell’autrice, agli episodi narrati. “È un libro molto difficile da classificare” continua Gabriella De Angelis, “Cos’è? Un romanzo, una raccolta di racconti o un ricettario?” Già dal titolo è evidente il carattere privato, intimo, casalingo appunto, della scrittura: Clara Sereni cerca di costruire un mosaico frammentario di aneddoti, pensieri, storie familiari per rendere al meglio la sua identità. Gli interventi musicali di Roberta Bartoletti hanno intervallato le letture. A seguire, una cena ispirata ai piatti presenti nel testo.
“Mediamente Cerami” è il titolo di un’iniziativa organizzata dall’Università Roma Tre per commemorare l’autore del film di Mario Monicelli “Un borghese piccolo piccolo” a dieci anni dalla sua scomparsa. Martedì scorso in serata si è tenuto, infatti, al Palladium il terzo e ultimo appuntamento all’insegna della rievocazione: letture, aneddoti e ricordi per far rivivere uno dei narratori più importanti del secolo scorso.
Gli interventi
In un’atmosfera resa ancora più suggestiva dagli interventi musicali di Giulio Carlo Pantalei, gli studenti di Italianistica di Roma Tre e il professore Ugo Fracassa hanno letto passi scelti dalle opere di Vincenzo Cerami. Romanzi, racconti, opere teatrali, nel tentativo di sintetizzare in una serata la quantità e varietà della sua produzione.Intanto, tra un intervento e l’altro, Matteo Cerami ha tratteggiato un ritratto del padre ripercorrendo le fasi più significative della sua vita.
Dalla morte prematura del fratellino Vincenzo di cui Cerami portava con imbarazzo il nome, alla difterite che lo colpì in età infantile e lo costrinse alla cecità per più di un anno. Dalle storie che inventava camminando per le vie di Ciampino, alla timidezza che a scuola gli impediva perfino di rispondere all’appello. E intanto una necessità che cresce: scrivere per sfuggire da un mondo in cui non ci si trova, inventare storie finte per parlare di cose vere, descrivere se stessi nascondendosi in una trama.
In questo senso fu decisivo l’incontro con il docente di lettere in prima media, un “professore simpatico, diverso dagli altri” ha raccontato Matteo Cerami dando voce ai ricordi del padre, “un professore che ci portava a giocare a pallone sull’Appia Antica, ma poi in cattedra tornava serio, ci faceva capire che la cultura è una cosa importante. Un docente che ci leggeva i poeti viventi, anche giovani a quei tempi, come Caproni, Bertolucci e Penna, accanto ai classici. Studiando Dante ci parlava di Ungaretti e leggendo Ungaretti ci parlava di Dante.Ho scoperto la poesia attraverso questa figura speciale.” Un professore che si chiamava Pier Paolo Pasolini.
Cerami e il cinema da Pasolini a Benigni
Pasolini non fu solo il primo a comprendere il potenziale dei “temi liberi” svolti dal giovane Cerami, ma fu anche il primo a coinvolgerlo nell’attività cinematografica in qualità di assistente volontario. “Come assistente volontario non beccavi una lira” ha proseguito Matteo Cerami rievocando le esperienze paterne, “ma serviva per imparare, anche se all’inizio non stavo vicino al regista, agli attori, anzi fermavo le macchine e vedevo da lontano le luci del set”.
Ma la collaborazione tra i due non finisce qui. Vincenzo Cerami in seguito lavorò per Pasolini come aiuto regista durante le riprese di “Comizi d’amore”, “Uccellacci e uccellini” e l’episodio “Le streghe” di “La terra vista dalla luna.”La fiducia accordatagli dal famoso regista è ancor più importante se si considerano le difficoltà vissute da Cerami in quegli anni.
“Riuscivo a scrivere fino a quaranta pagine al giorno, perché mi pagavano a cottimo. Una sceneggiatura solitamente è lunga 180 pagine, io arrivai a scriverne 500”: così Matteo Cerami rievoca gli esordi del padre nel campo della sceneggiatura, un percorso lungo e fecondo, che nel 1999 lo porterà a vincere il Premio Oscar per “La vita è bella”, regia di Roberto Benigni.
Cher ami. Storie di un incontro
Questo è il titolo complessivo degli interventi di Nicola Piovani, Giovanni e Sandro Veronesi. Tre amici di Cerami che ne hanno rievocato sfumature caratteriali, aneddoti e curiosità. Lo scrittore Sandro Veronesi ha sottolineato la generosità, la fiducia che Cerami accordava gratuitamente al prossimo; “fino a quel momento una persona così non l’avevo incontrata” ha detto, “avevo sì la voglia, il bisogno di scrivere, ma non avevo mai incontrato qualcuno che mi facesse credere in ciò che facevo”.
Suo fratello Giovanni, sceneggiatore e regista, ha raccontato le peripezie che l’hanno visto protagonista insieme agli amici Vincenzo Cerami e Francesco Nuti, dopo il successo di “Tutta colpa del Paradiso”. Infine ha preso la parola Nicola Piovani, il quale ha tratteggiato dell’amico un ritratto leggermente caricaturale e allo stesso tempo pieno d’affetto: un Vincenzo Cerami che, tra tensione e scaramanzia, si appresta a recitare in “Canti di scena”, esperimento teatrale che poi otterrà un enorme successo e verrà replicato per sei stagioni.
A conclusione della serata è stato proiettato il film di Vincenzo e Matteo Cerami “Tutti al mare”.
La Festa della Resistenza, organizzata dal Comune di Roma in questi giorni, sta preparando il terreno: martedì, il 25 aprile passerà per le strade della Garbatella. Il corteo organizzato dall’ANPI, infatti, partirà da Largo Bompiani alle ore 10:00, dopo che le associazioni della Memoria e le istituzioni locali si saranno recate alle Fosse Ardeatine per lasciare un fiore ai caduti.
Da quanto si apprende, in giornata, al Sacrario di via Ardeatina sono attesi anche i membri del Governo, oggi che la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo ha assunto un ruolo di spicco anche nella cronaca politica quotidiana.
Il corteo si muoverà attraversando Via Cristoforo Colombo e scenderà per le strade della Garbatella, raggiungendo come ogni anno Porta San Paolo.
Continua la Festa della Resistenza
Dalla mattina, a Moby Dick in Piazza Bartolomeo Romano saranno organizzati alcuni laboratori dedicati alla trasmissione della Memoria verso le generazioni più giovani.
Nel primo pomeriggio, alle ore 15:00, un incontro vedrà riunite in una tavola rotonda le associazioni della Memoria, dall’ANPI all’ANFIM (Ass. Nazionale Famiglie Italiane Martiri), all’ANED (Ass. Nazionale Ex Deportati) e tante altre.
Al Teatro Palladium si susseguiranno, dalle 15:30, due brevi lezioni sulla storia dei GAP e sulla Resistenza tenute rispettivamente da Santo Peli e Filippo Focardi. All’Archivio Flamigni, invece, sarà presentato il libro Vite partigiane.
A La Villetta con Cara Garbatella
Nel denso programma della Festa della Resistenza un incontro si incrocia con la giornata organizzata, nel frattempo, nella storica Sezione dei comunisti della Garbatella, alla Villetta in Via degli Armatori 3. Tra letture, canti e incursioni teatrali dei laboratori che animano lo spazio ogni giorno, alle 17:30 ci sarà l’incontro, a cura dell’Ass. Cara Garbatella e di Villetta Social Lab, “Resistenza a Garbatella. La settima zona dei Gap”. Parteciperanno Paola Angelucci, Mauro Canali, Carlo Picozza e Gianni Rivolta.
Nel frattempo, per tutta la giornata, come già domenica 23 aprile in Piazza Sauli, saranno esposte le opere raccolte da Join The Resistance e dall’Associazione Artivismo. Una esposizione artistica a cui hanno preso parte decine di artisti, tra cui Laika, e che, in quella sede, realizzeranno anche un laboratorio ed un live painting.
Il saluto del Sindaco
Per le 18:30, prima della chiusura musicale della Festa della Resistenza, al Teatro Palladium è previsto il saluto istituzionale del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri. L’impegno del Comune, in particolare dell’Assessore alla Cultura Miguel Gotor, al fianco del Municipio VIII e delle realità che si trovano sul territorio, è stato decisivo per realizzare una tre giorni densissima di eventi culturali, storici, musicali, artistici, che stanno dando vita al quartiere ed alla città stimolando attenzione e cura verso i temi della Resistenza.
È importante che tale spinta sia stata promossa dal Comune in prima persona: un cambio di passo che speriamo faccia una buona semina.
Martedì 18 aprile si è svolto l’incontro “Aspettando la festa della Liberazione” all’interno dell’aula magna del rettorato dell’università Roma Tre. L’evento, promosso dall’ateneo per celebrare il trentennale della propria fondazione, ha toccato i temi della Resistenza e della memoria collettiva, sottolineando che la libertà di cui godiamo oggi nasce da quel momento storico, da quelle persone che si sono sacrificate per un mondo “più giusto,più libero e lieto”, per usare le parole di Italo Calvino.
I discorsi di apertura
L’intervento del rettore Massimiliano Fiorucci ha sottolineato che l’esigenza di organizzare un incontro simile nasce dalla completa deferenza che l’università nutre nei confronti del dettato costituzionale, concetto ribadito dal direttore Pasquale Basilicata, il quale ha aggiunto che la Resistenza non è stata un mero fatto militare e civile, ma anche “un’epopea di rinascita culturale, il tentativo di restituire dignità a un paese che aveva rischiato di perderla.
L’eredità della resistenza” ha proseguito il direttore, “consiste nei due valori di libertà e solidarietà.”
Quindi ha preso la parola la Prorettrice vicaria Anna Lisa Tota, facendo notare che parlare del passato non è un’azione superflua, in quanto serve a rivitalizzare la memoria comune.
L’assessore alla cultura Gotor
Presente l’assessore alla cultura di Roma Miguel Gotor, il quale ha evidenziato l’inutilità delle celebrazioni vuote, “senza ideali da trasmettere. L’eccessiva istituzionalizzazione” ha proseguito l’assessore, “rischia di provocare effetti boomerang di disinteresse e sottovalutazione da parte dei cittadini.”
In questa prospettiva si orienta la decisione dell’assessorato di legare la festa della Liberazione ai luoghi che hanno fatto da sfondo a questa pagina della nostra storia. Proprio alla Garbatella, infatti, in Piazza Bartolomeo Romano e all’interno del Palladium, dal 23 al 25 aprile si svolgeranno delle attività di approfondimento.
Gli interventi
Tre interventi hanno costituito il cuore dell’incontro, intervallati dalle esibizioni del gruppo musicale del liceo “Farnesina”. Il primo, condotto dal professor Lanotte, è stato una rassegna dei canti partigiani (come “Il bersagliere ha cento penne” e “I ribelli della montagna”), fino alle canzoni dedicate alla Resistenza, tra cui “Sei minuti all’alba” di Enzo Iannacci e “Il cuoco di Salò” di Francesco De Gregori.
In seguito ha preso la parola il professor Alessandro Portelli, che ha affrontato il tema dell’eccidio del 24 marzo ’44. “Le fosse ardeatine” ha sostenuto il professore, “sono rimaste così impresse nella memoria collettiva perché sono emblematiche della società italiana. Le vittime rappresentano uno spaccato di Roma, e quindi dell’Italia.
Non c’è quartiere, colore politico, età, condizione sociale che ne resti fuori. Non c’è gruppo umano che sia stato risparmiato.” Infine hanno dialogato il giornalista Ugo Gumpel e il procuratore generale militare Marco De Paolis, che ha scoperto nel 1994 in un locale di palazzo Cesi-Gaddi il cosiddetto “armadio della vergogna”, contenente 695 fascicoli sugli eccidi nazisti in Italia.
L’impatto sui bambini di eventi traumatici come le guerre o i terremoti è particolarmente forte. Molti di loro si trovano a dovere affrontare situazioni e sensazioni prima sconosciute, come la paura, la perdita della casa e delle proprie abitudini, la vista di immagini drammatiche. In queste situazioni, provare paura intensa, senso di impotenza, di angoscia, di confusione possono segnare profondamente la vita dei bambini. Per scomparire hanno bisogno del supporto e della vicinanza di persone affettivamente importanti. Primi fra tutti i genitori. A volte basta davvero poco per stare al loro fianco, piccoli gesti per aiutarli a gestire situazioni traumatiche e ad affrontare, per esempio, la paura di dormire un’altra notte fuori casa. Nelle zone terremotate occorre intervenire con ogni mezzo per dare prima di tutto sicurezza di un rifugio, caldo e sicuro, ma intervenire anche per dare loro sicurezza psicologica.
Trovare il tempo e la tranquillità necessari per stare insieme ai bambini, parlare con loro; ascoltare le loro domande, anche se ripetitive e insistenti, rispondere loro con sincerità.
Evitare il più possibile di mostrare la nostra ansia e le nostre preoccupazioni di adulti per le catastrofi che si sommano: alla guerra in Siria da oltre 15 anni con il recente e devastante terremoto dello scorso mese in Turchia e Siria, scegliere parole semplici e utilizzare esempi concreti e comprensibili per i bambini per spiegare quello che sta succedendo; rispettare le emozioni e le paure, anche se possono sembrare eccessive o irrazionali. Farli sentire importanti nella gestione del tempo, dopo il sisma e nel processo di ritorno alla normalità, valorizzando il loro aiuto e le loro capacità; prestare attenzione a eventuali comportamenti aggressivi o autodistruttivi e, qualora tali atteggiamenti persistano, farsi aiutare da esperti. Tutto ciò è fondamentale.
Le dichiarazioni di Save the Children
Sasha Ekanayake, Direttore di Save the Children in Turchia ha dichiarato proprio oggi,21 Marzo 2023, che i 7 miliardi di euro destinati dai sostenitori internazionali ai rifugiati dal terremoto del mese scorso è un primo passo positivo ma, sottolinea la strada da percorrere è ancora lunga per garantire la ripresa necessaria per i bambini e le loro famiglie.
In entrambi i paesi le esigenze immediate e di ripresa comportano rischi incalcolabili per i bambini, se venissero trascurate. In Turchia, oltre 15 milioni di persone sono state colpite direttamente e 2,7 milioni sono ancora sfollate, mentre la ricostruzione delle centinaia di migliaia di case distrutte o danneggiate richiederà anni. In Siria, dove 12 anni di conflitto avevano già reso 15 milioni di persone, in buona parte bambini, dipendenti dagli aiuti umanitari, il terremoto ha aggravato l’emergenza nel nord del paese.
Qui, le condizioni precarie della popolazione sfollata sono ulteriormente peggiorate per le piogge torrenziali e le inondazioni che due giorni fa hanno colpito più di 4.000 famiglie, distruggendo o danneggiando centinaia di tende, loro unico riparo, lasciando i bambini nel terrore di dormire durante la notte.
“La situazione in Siria era già incredibilmente disastrosa anche prima dei terremoti, con i bambini che, dopo oltre 12 anni di guerra, non dispongono di acqua sufficiente, cibo, assistenza sanitaria, servizi educativi e, sempre più spesso, perdono la speranza.
Per troppo tempo i bisogni dei bambini siriani sono stati trascurati.
Non sarebbe dovuto servire un terremoto per riorientare la comunità internazionale, ma ora è giunto il momento di cambiare approccio. Dobbiamo utilizzare questi fondi per ripristinare le scuole e gli ospedali, e garantire che i bambini abbiano case sicure. La conferenza dei donatori internazionali di ieri, è stata un’opportunità per impegnarsi con un approccio sostenibile e a lungo termine che risponda alle esigenze umanitarie dei bambini in Siria e iniziare così il lungo processo di recupero che consenta loro di costruire una vita migliore. È chiaro che dobbiamo fare molto di più per garantire questo risultato. Con l’impegno assunto ieri, la comunità internazionale deve garantire che i bambini ricevano il sostegno di cui hanno bisogno nell’immediato e nel lungo periodo. È fondamentale che i bambini vengano ascoltati per comprendere meglio le loro esigenze specifiche e garantire una protezione adeguata. “Con i 7 miliardi di euro promessi sia per la risposta umanitaria che per la ricostruzione a lungo termine” il lavoro inizia ora. I bambini sono stati strappati dalle loro case e la loro sicurezza è stata distrutta. Gli impegni di finanziamento e la solidarietà espressa oggi danno speranza ai milioni di bambini e alle loro famiglie che in tutta la Siria e la Turchia stanno cercando di rimettere insieme i pezzi della loro vita.
È ora fondamentale che questo sostegno internazionale arrivi il più direttamente possibile alle organizzazioni in prima linea, in modo che possano raggiungere senza indugio i risultati attesi.
Appuntamento il 28 marzo al teatro della parrocchia di S. Vigilio
Noi, Associazione 7più1 Ottavocolle, nel nostro piccolo, con il patrocinio del nostro ottavo Municipio, la collaborazione di Don Alfio, parroco di S. Vigilio che ci ospita nel suo bel teatro, il contributo generoso e volontario di artisti ed artiste, attrici e cantanti, come la consigliera dell’ottavo municipio Eleonora Talli Giottoli, il contributo fattivo di Monica Rossi presidente della commissione cultura e di Maya Vetri, assessore alla cultura dedichiamo il 28 marzo una serata di spettacolo, aperto a tutta la cittadinanza dell’Ottavo Colle, per una raccolta fondi per i bambini siriani e turchi vittime due volte, di guerre assurde e di violenti e devastanti sismi.
Rappresentanti del Comune di Barranquilla sono arrivati dall’altra parte del mondo per conoscere da vicino la realtà degli Orti Urbani Garbatella: dalla Colombia e per l’esattezza da una città portuale del distretto dei Caraibi. Quello del parco adiacente alla Regione Lazio è stato il primo Orto urbano a nascere all’interno del GRA come processo comunitario e partecipativo, e proprio per questo è stato scelto per la visita.
I rappresentanti del Comune di Barranquilla sono arrivati fin qui grazie ad uno dei vari progetti europei che negli anni hanno premiato questa pratica spontanea ed autogestita. L’obiettivo della collaborazione è quello di scambiare esperienze e aiutare la comunità locale colombiana a replicare il progetto.
Orti urbani: partecipazione e resilienza
“Hanno scelto Roma” ci dice Luigi Di Paola, tra i fondatori degli Orti urbani, “poiché l’esperienza degli Orti urbani romani è considerata una best practice a livello internazionale. Non solo per la qualità dell’intervento, ma per il fatto sorprendente che siano nati 150 Orti urbani in città senza sostegno pubblico attivo. Per noi è resilienza e gestione del caos. Elementi che sono virtuosi per le comunità locali dell’America latina”.
La consapevolezza e l’orgoglio di aver costruito un modello partecipativo, radicale e replicabile, capace di attrarre attenzioni non solo in Europa, ma anche in America latina, riempie le parole di Di Paola.
Progetti futuri
“Il loro progetto” continua Di Paola “è ancora in fase embrionale: stanno cercando di capire come rinaturalizzare le aree che hanno individuato. La questione problematica, infatti, non è il reperimento delle aree, soprattutto in periferia, ma l’organizzazione delle persone intorno al progetto”.
Per la comunità di Barranquilla questo progetto, oltre che migliorare l’accesso al cibo, potrebbe diventare uno strumento utile ed efficace per combattere la speculazione edilizia, riqualificare aree periferiche e combattere la criminalità organizzata.
“Il veicolo attraverso il quale si sono mossi è la missione europea: in Europa ci sono progetti che sostengono gli Orti urbani. Prepareremo un viaggio in Colombia, di scambio e di formazione di gardeniser, con l’obiettivo di formare i tecnici del servizio giardini locale”.
Il gardeniser: una figura centrale nello sviluppo degli Orti urbani
Il sostegno delle istituzioni ai progetti di Orti urbani avviene, spesso, attraverso il riconoscimento della figura professionale che rende possibile il coordinamento della comunità: il gardeniser.
“Nella realizzazione di progetti come questo, intervengono nel processo attori molteplici. Il gardeniser organizza la comunità e facilita la convergenza del progetto. Altrove in Europa, per esempio, questa figura del gardeniser è un fornitore di servizi pagato dalle municipalità” conclude Di Paola.
Magari ci arriveremo anche qui. Intanto, l’idea degli Orti urbani e la pratica di partecipazione, autogestione e presidio degli spazi di verde pubblico hanno fatto strada e in poco più di dieci anni, da Via Cristoforo Colombo hanno raggiunto le Americhe.