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In arrivo la nuova edizione di “Visionaria” a La Villetta

Dopo la pausa estiva La Villetta torna all’opera. Spossati dal caldo romano o di ritorno da rigeneranti vacanze, gli organizzatori di “Visionaria” proporranno anche questo settembre la tradizionale settimana fitta di incontri che si ripete annualmente dal 2018. L’edificio ocra in via degli Armatori 3, ex sede del Partito Comunista, sarà cornice dell’evento, pronto a dimostrare ancora una volta che, sui temi sociali, arte e politica possono viaggiare sugli stessi binari.

La data da segnare in agenda è lunedì 2 settembre ore 18:00, quando al tintinnio dei bicchieri del brindisi di apertura verrà tagliato il nastro della nuova edizione Visionaria Fest: guerre stellari. Il programma, stilato dall’associazione Villetta Social Lab, si snoderà straordinariamente fino a domenica 8 settembre, spaziando dai dibattiti politici alle attività di intrattenimento – libri, musica, cinema – e mettendo a fuoco un ampio ventaglio di problematiche dei nostri tempi. Un modo per fare i conti con il presente. O quantomeno per aprire gli occhi nel tentativo di comprenderlo.

Il programma

“Il Guerre stellari del titolo è un gioco di parole, non bisogna intenderlo in senso letterale” ha spiegato Francesca Mollo dell’organizzazione. “Siamo entrati in una fase in cui la guerra è la cifra costante del nostro tempo. Da quando è partito il primo colpo in Ucraina noi siamo stati per il cessate il fuoco. Ma poi ci sono anche altri tipi di conflitti, battaglie sociali per il welfare, la scuola pubblica, lo stato unitario…” Sono guerre silenziose anche quelle che attaccano le libertà personali, le diversità o i diritti che uno stato sociale dovrebbe garantire. Perciò Visionaria ospiterà il tema dell’eutanasia, della migrazione e dell’istruzione pubblica. Ma a parlarne non saranno solo rappresentanti delle forze politiche.

Mercoledì alle 19:00 lo scrittore Erri De Luca e la cantante Tosca parteciperanno al dibattito “Mediterraneo: presidio di civiltà tra guerre e migrazioni.” Alle ore 21:30 si parlerà di fine vita, ma attraverso uno spettacolo teatrale di Valentina Petrini.

Giovedì 5 alle 18:00 sarà il turno della scuola col documentario “D’Istruzione pubblica”. La giornata di sabato verrà invece occupata interamente dal tema della guerra a Gaza, raccontata dalle voci di attivisti provenienti da tutta Italia. Alle ore 19:00 Fausto Bertinotti e la giornalista Anna Maria Selini dialogheranno sull’argomento, in un confronto intitolato “Fine guerra mai”.
Non mancheranno poi le iniziative di puro intrattenimento, come i concerti di The Pungitors venerdì e di The Gang domenica alle 21:30. E per chi ricorda ancora la musica e le luci soffuse dell’ultima edizione del Jazz Festival, giovedì alle ore 21:30 c’è un appuntamento da non perdere. Tornerà alla Villetta il sassofonista Pasquale Innarella, accompagnato dal Gasp Quartet, in un concerto organizzato dall’Associazione Cara Garbatella.

Tra politica e attività culturali

“A Garbatella c’è sempre stata una festa a sfondo politico” ha spiegato Francesca Mollo, “ma nel 2018 ci siamo interrogati sui linguaggi da adottare. Abbiamo deciso di proporre non solo dibattiti, ma anche attività culturali o di intrattenimento.” E così politici e attivisti, ma anche giornalisti come Sigfrido Ranucci, attori come Riccardo Rossi calcheranno lo stesso palco nel corso di poche ore. “Il titolo Visionaria contiene il senso della manifestazione” ha continuato l’organizzatrice, “cioè vedere nella realtà gli elementi che prefigurano il futuro, andare a fondo di certe problematiche e allo stesso tempo andare avanti, nel tentativo di immaginare un mondo diverso. I temi proposti sono disparati, in questo modo ognuno può scegliere quelli che preferisce approfondire. E alle persone piace stare insieme” ha concluso, “dopo la pandemia abbiamo avuto un boom di partecipazione”.

Sei giorni più uno

Per il primo anno “Visionaria” proseguirà anche di domenica, dando spazio alle attività che si sono svolte a La Villetta nel corso dell’anno. Un esempio? Il circolo di Scrittura Autobiografica Clara Sereni, coordinato dalla professoressa Gabriella De Angelis, presenterà una raccolta di racconti con l’accompagnamento musicale di Paola Della Camera. A seguire – ore 19:00 – la presentazione del libro “Cento storie per cento canzoni” del cantautore Luca Barbarossa, con gli interventi del critico Francesco Paolo Memmo, della scrittrice Maria Jatosti e dell’attore Riccardo Rossi.
“Si tratta di una storia della musica leggera a largo raggio, dalla nascita del jazz fino ai nostri giorni” ci ha raccontato Maria Jatosti. “È un libro estremamente godibile e istruttivo, pieno di curiosità e aneddoti, di storie e di Storia. Io ho scoperto Visionaria qualche anno fa” ha proseguito, “quando dei vecchi compagni mi chiamarono in quanto militante del PC, ai tempi in cui la Villetta era sede del partito. Ricordo Visionaria come una festa piena di giovani entusiasti di ascoltare i miei racconti. E vedo molta continuità tra la vecchio fermento politico e le iniziative che si organizzano oggi alla Villetta” ha concluso la scrittrice. “Un tempo i militanti combattevano a pugni chiusi e denti stretti contro la DC, adesso la politica affronta di più le questioni sociali. Molte associazioni, in questo senso, svolgono un lavoro egregio, mentre i partiti stanno perdendo sempre più di credibilità. La politica si fa nella vita di tutti i giorni: questo è il messaggio che posso continuare a dare”.

Per il programma completo clicca qui

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Presentato “Ci vediamo a Gaza” di Fabio Giardinetti

Un “viaggio sentimentale” per raccontare la Palestina

L’avevamo lasciato alle prese con una telefonata che gli avrebbe cambiato la vita, affaccendato a organizzare bagagli e biglietti aerei in fretta e furia, affascinato dall’ignoto e in preda all’adrenalina. Marco, il protagonista del racconto “Un cerchio che si chiude”, torna ad essere protagonista di “Ci vediamo a Gaza”, il nuovo romanzo di Fabio Giardinetti. “Con questo romanzo” ha spiegato l’autore nel corso della presentazione del 13 giugno alla Casetta Rossa, “intendo dare seguito al racconto precedente, che si chiudeva con la partenza di Marco. Nel romanzo, Marco arriva a Gaza come reporter per sostituire un collega infortunato. L’idea non è legata ai recenti avvenimenti” ha poi specificato, “anche se dopo il 7 ottobre l’intera vicenda assume tutto un altro significato.”

Marco alla ricerca dei suoi ricordi

In una mattinata nebbiosa e umida inizia il viaggio del fotografo Marco, inviato a Gaza per testimoniare le dure condizioni di vita della popolazione. La scelta di intraprendere il viaggio, un dovere lavorativo che ben presto si trasforma in opportunità, nasce dal bisogno di affrontare un’esperienza intensa, una storia qualunque vissuta fino in fondo per smorzare la monotonia della propria esistenza. Una motivazione prettamente egoistica, dunque, che subito si trasforma in una coinvolgente avventura per la Palestina, a partire dalle sfavillanti città di Israele fino alle lande desolate della Striscia di Gaza. “La storia di Marco” ha puntualizzato l’autore durante la presentazione, “non ha una connotazione politica evidente, è più che altro un viaggio sentimentale.”

Un viaggio che attraversa vent’anni, da quando il giovane Marco, studente universitario militante, decide di partire come volontario per la liberazione di Gaza. Due decenni dopo si trova a ripercorrere gli stessi spazi per motivi professionali, trovando una situazione completamente diversa a causa del conflitto in corso e della connotazione religiosa, estremista, che ha assunto a Gaza la lotta per la liberazione. “Le persone della mia generazione” ha proseguito Fabio Giardinetti, “hanno vissuto una trasformazione radicale. Prima la battaglia era quella per una Gaza rossa, gli stessi militanti erano laici e comunisti. Adesso la guerra ha preso la connotazione religiosa imposta da Hamas.”

Il che implica un confine più labile tra bene e male, ragione e torto. E questo Marco lo sa. Il fotografo si aggira tra accampamenti e presidi ospedalieri, palazzi distrutti e città in continuo pericolo, ma non dà giudizi politici né tanto meno morali, si limita a osservare e registrare i volti, le storie, le scene. Sono moltissimi i monologhi che attraversano il libro. A partire da quelli dei giornalisti dei primi capitoli, mossi dal desiderio di denuncia, fino ai resoconti sconsolati di medici, volontari e abitanti della Striscia. Marco osserva, ascolta, registra. Un po’ come il famoso specchio di Stendhal che, posto in mezzo a una via, riflette tanto il cielo azzurro quanto il fango della strada. Donne ferite, bambini abbandonati a se stessi, perfino lattanti a cui sono precluse le necessarie cure mediche, a causa del blocco dei confini con Israele. Sullo sfondo, due mondi che si scontrano. Il lusso e il comfort dei locali di Tel Aviv, dell’aeroporto Ben Gurion o di Neve Tzedek, il quartiere degli artisti e della movida; un benessere ostentato, secondo il modello occidentale, a cui però fa da contrappunto la miseria al di là del confine. Sarà un riferimento al nostro stile di vita? Un tacito rimprovero a chi pensa che la prosperità sia sinonimo di felicità e, chiudendo gli occhi, ignora la disperazione di chi gli vive proprio accanto? Sicuramente c’è anche questo. “Dobbiamo capire anche noi quali sono le priorità” ha commentato enigmaticamente Giardinetti nel corso della presentazione.

Fabio Giardinetti e Ilaria Giovinazzo
Lo scrittore Fabio Giardinetti con la poetessa Ilaria Giovinazzo alla Casetta Rossa

Ad assumere particolare risalto, poi, è la condizione dei bambini. Non a caso sono i protagonisti della poesia presente nel testo e della scena finale della narrazione. Bambini che, secondo l’autore, sono gli unici a mantenere un cuore puro in mezzo alla devastazione. Li troviamo a cercare libri e lavoretti scolastici tra le macerie, o a giocare con spensieratezza sotto il volo incessante e persecutorio dei droni. “Ma come saranno da adulti questi bambini?” ha riflettuto la poetessa Ilaria Giovinazzo nel corso del pomeriggio, “riusciranno davvero a rifiutare, da adulti, gli orrori della guerra? O ne saranno assuefatti?”

Sono domande che tutti si pongono leggendo i giornali. Ma le risposte non possono venire dai notiziari, dai numeri o dalle fotografie. “Tramite gli articoli di cronaca veniamo a conoscenza di certe storie che sono solo una minima parte delle migliaia di storie individuali che si nascondono dietro un singolo episodio” ha ragionato l’autore il 13 giugno. Un romanzo, dunque, anche per dare spazio a diversi volti della stessa drammatica vicenda, alternando personaggi disparati ma uniti da un’esperienza, almeno esteriormente, comune. Ma si tratta di finzione letteraria, si potrebbe obiettare. Come può un romanzo raccontare gli orrori della vita vera? “Quando in un dramma c’è uno che muore per finzione” scriveva De Filippo in un’opera del 1964, “da qualche parte del mondo c’è uno che muore per davvero.” E nel caso di “Ci vediamo a Gaza”, i morti veri sappiamo tutti dove si trovano.

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“L’anello d’argento” di Marco Stazi

di Riccardo CERVELLINI

UNA STORIA D’AMORE FINITA SOTTO LE BOMBE SULL’ALBERGO BIANCO INSPIRA IL CANTAUTORE ROMANO

Una storia d’amore realmente accaduta e tragicamente interrotta dalle atrocità della guerra. Di

questo parla “L’anello d’argento”, una malinconica ballata dalle sonorità folk pubblicata dal cantautore romano Marco Stazi. La mattina del 7 marzo 1944, esattamente ottant’anni fa, le bombe angloamericane colpirono la stazione Ostiense e gli alberghi suburbani della Garbatella tra piazza Michele da Carbonara e piazza Eugenio Biffi. Gli ordigni lasciarono sotto le macerie cinquanta morti innocenti tra cui una ragazza di sedici anni di nome Antonietta, la protagonista della canzone. Prima del drammatico raid aereo alleato che le tolse la vita, la giovane donna aveva regalato un anello d’argento come pegno d’amore al fidanzato, il quale dopo la sua prematura scomparsa aveva trovato opportuno restituirlo indietro alla famiglia della vittima. “La storia della canzone e della sua composizione è una scatola cinese”- spiega con una metafora Marco Stazi, autore del brano. “Tutto è iniziato – racconta – quando un giorno incontrando un amico ho notato che portava al dito un anello d’argento. Questo semplice oggetto mi ha subito colpito e preso dalla curiosità gli ho chiesto se avesse avuto un significato particolare o una storia particolare. Così – prosegue il cantautore – mi ha rivelato che la fede che indossava apparteneva alla sorella della madre, sua zia Antonietta, deceduta nel bombardamento dell’albergo bianco della Garbatella. Inoltre – aggiunge – il fidanzato di allora si sentì in dovere di restituire l’anello alla famiglia poiché l’unico oggetto sopravvissuto della compagna defunta”. Questa storia – conclude Stazi – mi ha affascinato, commosso e ho ritenuto avesse il valore per essere raccontata in un pezzo”. Accompagnato da un video ambientato nella terrazza dell’edificio, proprio sul luogo del bombardamento, il testo del brano descrive con parole crude quei tragici istanti a partire dal momento in cui “le sirene urlarono in aria seguite da fumo e boati” canta Stazi, o ancora quando “oltre i ponti e la ferrovia colpirono il centro abitato” e “l’Albergo crollò insieme a te”, riferito alla giovane uccisa dall’esplosione delle bombe sul lotto 42. Gli alberghi del popolo, che si distinguono tra bianco, rosso, beige e giallo in base al colore dell’intonaco delle pareti esterne, furono progettati per l’Istituto Case Popolari di Roma dall’architetto Innocenzo Sabbatini e nacquero tra la metà e la fine degli anni ’20 come soluzione provvisoria per le famiglie sfollate dal centro storico a seguito degli sventramenti operati dal “piccone di Mussolini”e dagli abitanti delle baracche abusive. Inoltre, negli anni ’30, in particolari frangenti storici, gli edifici ospitarono ex confinati e sovversivi al regime poiché la particolare sistemazione delle stanze che affacciavano sui ballatoi e l’organizzazione delle scale di accesso ne facevano dei luoghi ideali per il controllo dei soggetti ritenuti pericolosi. Per l’importante contributo al territorio, nel 2017 “L’anello d’argento” ha ricevuto il Premio Fantasia di Garbatella, la storica manifestazione dedicata al pittore Carlo Acciari, che organizza ogni anno l’associazione “Il Tempo Ritrovato”. La canzone fa parte del quarto album del cantautore originario di Centocelle che vanta cinque progetti auto prodotti all’attivo, di cui l’ultimo dal nome “Qualcosa da fare”, edito nel 2023. La sua discografia è disponibile sul sito marcostazi.it e su tutte le piattaforme di distribuzione digitali.

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Tra sabbie nere e case popolari si muove l’ultimo romanzo di Massimiliano Smeriglio

di Anna Di Cesare

“Mio padre non mi ha insegnato niente” è un testo lapidario già dal titolo, scelto dall’autore e dall’editore per provocazione. Ma non è un romanzo rancoroso, Massimiliano Smeriglio mette da parte l’odio fin dalle prime battute. “Avrei voluto fargli male” scrive dei suoi genitori, “ma alla fine sono guarito.” Il libro è scritto con un inchiostro che sa di lacrime e sangue, ma l’intento non è recriminatorio: per questo motivo l’autore si è sentito libero di scrivere solo dopo la scomparsa dei genitori. Lo stile affilato rispecchia il vissuto scomodo del protagonista. A colpire è una serie di frasi incipitarie: “facevo anche cose strane”; “era estate, avevo quattordici anni e mi sono perso”; “mio padre era bigamo”, da cui si snoda la narrazione dei vari capitoli. Una narrazione che non va in un’unica direzione ma spesso torna indietro nel tempo, seguendo il flusso anche disordinato della memoria.
Il nuovo romanzo di Massimiliano Smeriglio tenta di ripercorrere le fasi di una formazione personale che però di personale ha davvero poco. Si tratta di una formazione soprattutto “collettiva”, affidata a contesti comunitari, mai alla famiglia o all’individuo. Cortile, piazza, strade e parrocchia sono i luoghi in cui il bambino muove i primi passi. Anche grazie alla forma di aggregazione più semplice e “anarchica” che esista: il pallone contro i muri dei lotti. “In strada si coopera per necessità” scrive l’autore, “non per scelta.” La necessità è dettata a un contesto familiare freddo e privo di stimoli. Il padre assente. La madre “professoressa associata di rimozione”, una donna che riesce a cancellare tutto, figli fatica umiliazioni, tranne la malattia in cui paradossalmente si muove bene, come nella prigione in cui è stata relegata per tutta la vita. Una donna stretta — come molti altri personaggi — in un’esistenza che non vuole e che non rifiuta, non per mancanza di intraprendenza ma per incapacità di immaginare un modo diverso di stare al mondo. Fa pensare a quell’elefante che non si libera dalle catene perché è stato abituato, fin da piccolo, a restare legato. E anche adesso che è grande e grosso e potrebbe ribellarsi senza difficoltà, non si azzarda a muoversi.
Smeriglio ha detto più volte che nel suo libro non c’è niente di metaforico. Di metafore a dire il vero qualcuna ce n’è, talmente potente che è difficile dimenticarla. Come quella del ranocchio caduto nella panna che, a forza di sgambettare, la trasforma in burro e riesce e venirne fuori. Così vivono le persone della borgata, in un mondo dai confini definiti. Il desiderio e l’ambizione sono categorie non contemplate, come i matrimoni d’amore. Fin dal momento del concepimento, il protagonista è un intruso, un indesiderato. Dopo diversi tentativi di aborto autoindotto, il feto genera scandalo, turba l’ordine familiare e dà vita a un nuovo ordine: si appronta in fretta e furia un matrimonio riparatore, un matrimonio non voluto a cui la madre risponderà a colpi di sigarette e il padre intrattenendo, parallelamente, una seconda relazione. Un padre che non è in grado di amare la moglie né di insegnare qualcosa ai figli. A insegnare sono la strada, l’oratorio, il cortile, la maestra Ester o la scuola. La scuola, non a caso, occupa l’ultimo posto nella scala dei valori: per il bambino non desiderato anche lo studio è solo un ripiego, non una fonte di soddisfazione personale.
Sono ricordi in bianco e nero, quelli di Massimiliano Smeriglio. Fotografie scure e fredde come le sabbie nere dell’Idroscalo di Ostia. In questo contesto però germoglia un seme di speranza, di presa di coscienza: lo studio e l’attivismo politico, prima all’istituto tecnico Severi di Tor Marancia, poi alla Sapienza e nei centri sociali; ma anche questo è un processo lungo e non privo di cadute e ripensamenti. “A me la telefonata che cambia la vita non è mai arrivata” scrive l’autore al termine del libro. Nessun deus ex machina stile Dickens pronto a tendere una mano al protagonista e sottrarlo dopo mille peripezie alla realtà ingrata in cui è vissuto. Questo succede nei romanzi, il libro di Smeriglio invece attinge dalla vita vera di un bambino costretto fin da subito a tirare avanti come un adulto, a cavarsela anche di fronte all’episodio agghiacciante della morte di un uomo, a porsi domande sulla responsabilità individuale senza poter parlarne con nessuno. Il primo grande slancio viene solo con l’impegno politico, che si nutre del dolore, degli sbagli e delle umiliazioni passate ma senza livore, anzi con un certo senso della misura. “Non c’è futuro nella resilienza” scrive Smeriglio al termine del romanzo, “ma solo la dimensione edonistica del presente. L’ideologia di rialzarsi in fretta dalle cadute, ignorando la potenza educativa degli inciampi.” Ripercorrere il proprio passato non serve a ritrovare lo slancio aggressivo di chi è stato offeso, ma la fermezza di chi ha fatto esperienza. Un atteggiamento che emerge già nella prima pagina, accanto alla dedica: “Per quello che è mancato, per quello che hanno donato.”

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Migranti e Migrazioni in una mostra a Via Candeo

Un’originale mostra sul tema dell’immigrazione, quella che si è svolta ieri 26 gennaio in via Giuseppe Candeo 18. Ventuno artisti hanno partecipato all’esposizione delle proprie opere sotto la supervisione delle organizzatrici Raffaela Bucci e Amelia Mutti. Il locale, che dallo scorso aprile si riempie di quadri e iniziative a scadenza più o meno regolare, prende il nome di “Area M, arte e architettura” e ha l’obiettivo di promuovere le arti visive nel territorio del Municipio VIII.

opere sulla migrazione in via candeo 18

La mostra Migranti e migrazioni

Ciò che colpisce al primo sguardo è la varietà delle opere esposte. Non solo le tecniche sono diverse – dagli acquerelli agli inchiostri, dalle rielaborazioni fotografiche alla scultura in gesso o in legno – ma anche gli stili e la prospettiva da cui è osservato il fenomeno migratorio. Accanto a opere che raffigurano le migrazioni naturali, vale a dire quelle degli uccelli e delle altre specie animali, quadri drammatici che rappresentano tragedie umanitarie, come il naufragio a Cutro o la storia di Samia Yusuf Omar, l’atleta somala che nel 2012 è morta nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa per partecipate ai giochi olimpici di Londra.

“Il mediterraneo è un continente liquido, attraversato da chi fugge dalle guerre o da chi vuole semplicemente migliorare la propria condizione di vita” ha ricordato l’assessora Maya Vetri in apertura. “Questo è un tema molto importante, soprattutto in prospettiva dei diritti civili. Nelle scuole accade che ragazzi nati in Italia da genitori stranieri non hanno le stesse possibilità dei loro compagni. Due ragazzi cresciuti insieme si trovano, a diciotto anni, in condizioni completamente diverse: uno può votare, l’altro no.”

mostra in via candeo 18

Diversi aspetti del fenomeno

Il tema della migrazione è stato trattato anche dalla prospettiva degli affetti familiari: una madre che abbraccia la figlia dopo una lunga separazione, una donna che accompagna i suoi bambini lungo una strada tortuosa e deserta. Il tema del lavoro ha avuto il proprio spazio, in un dipinto di Caterina Mulieri che mette a confronto la condizione degli stranieri nei cantieri di oggi e le traversie affrontate dagli emigranti italiani nel primo Novecento, disposti ad accettare condizioni lavorative spesso disumane e consapevoli di rischiare ogni giorno la vita. Un pericolo reale, come testimoniano le tragedie della fabbrica di Triangle e nella miniera di Marcinelle.

“Bisogna soprattutto ricordare che la storia italiana è una storia di migrazioni, migrazioni verso l’estero e anche all’interno delle stesse regioni d’Italia, dal sud al nord” ha commentato Grazia Labate in chiusura. “Noi stessi siamo un popolo in continuo spostamento. Il grande sviluppo tecnologico americano, per esempio, sarebbe impensabile senza le braccia degli emigrati italiani che nel primo Novecento sono andati negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore.”

mostra in via candeo 18

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“La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro” il libro di Giorgio Guidoni

di Riccardo Cervellini

Con l’uscita di “La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro” di Giorgio Guidoni si diradano le nebbie su un episodio che la storiografia della Resistenza ha da sempre collocato tra quelli controversi, attraversati da dubbi e riscontri indefiniti, a causa dell’assenza di tracce documentali certe sia di stampa che archivistiche sull’uccisione di quelle dieci donne romane. L’unica fonte che racconta quella drammatica mattina è un saggio storico del giornalista e scrittore Cesare De Simone, ormai deceduto, uscito nelle librerie nel 1994, cinquant’anni dopo l’accaduto. De Simone descrive sotto forma di diario i nove mesi di occupazione nazista a Roma con dovizia di particolari e rimandi alle fonti, ma proprio su questo specifico episodio non fornisce documentazione a tutt’oggi riscontrabile. Riporta solo di aver visto personalmente un mattinale della Questura dell’aprile del ’44 depositato presso l’Archivio Centrale dello Stato, tuttavia irreperibile.

La verita sull'eccidio del Ponte di Ferro
La verita sull’eccidio del Ponte di Ferro

Era la mattina del 7 aprile 1944 quando – secondo De Simone – dieci donne vennero portate a forza sul Ponte dell’Industria sul Tevere e uccise brutalmente a raffiche di mitra, colpevoli di aver assaltato insieme ad una folla affamata il deposito del pane adiacente al ponte, lato via Antonio Pacinotti, che faceva da base di rifornimento ai tedeschi. Altri assalti a forni e ai cascherini si erano verificati in quei mesi in altri luoghi della città, dopo la decisione di diminuire la razione di pane giornaliera prevista dalle tessere annonarie.

Giorgio Guidoni, un appassionato di storia locale (lo stesso che dopo anni di ricerche ha svelato il mistero dell’attribuzione del toponimo Garbatella al quartiere),  partendo dai dieci nomi stilati da De Simone è riuscito a ricostruire, attraverso un accurato lavoro d’archivio e testimonianze dirette dei parenti, le loro biografie scoprendo ciò che neanche lui si sarebbe aspettato. “Il mio obiettivo iniziale di dare rilievo e dignità a queste dieci donne si è trasformato nella scoperta, incredibile quanto incidentale, che queste persone non hanno avuto alcun collegamento con l’eccidio del Ponte dell’Industria. Con questa ricerca – spiega l’autore del libro –  sono riuscito a ricostruire un’identità ben definita per ognuna delle presunte vittime, verificando inoltre che, per un errore di trascrizione, una di loro era in realtà un uomo, mentre  Clorinda Falsetti risultava ancora viva nell’aprile del 2022. Le altre persone elencate – prosegue – a parte la bambina di quattro anni uccisa dai tedeschi il 7 giugno del ‘44 in località Pratarelle di Vicovaro, sono stati tutti esempi di grande patriottismo, coraggio e partecipazione attiva alla cacciata dell’invasore durante i nove mesi di occupazione tedesca, ma nessuna di loro  risulta essere tra le dieci donne trucidate dai nazisti in quel fatidico 7 aprile.”

C’è da sottolineare, inoltre, che un lavoro di approfondimento sull’ eccidio del Ponte di Ferro è stato eseguito anche dall’autorevole storico Gabriele Ranzato, che nel 2019 con “La liberazione di Roma” dedica alcune pagine a questo episodio, collocandolo tra quei fatti incerti non corredati da documenti o testimonianze.

Il lavoro di Guidoni, dunque, non è assolutamente un testo negazionista. Anzi, pur essendo possibilista sulla veridicità dell’accaduto il 7 aprile 1944, ne contesta esclusivamente i nomi delle protagoniste, mettendole in una nuova luce. Quelle donne non erano genericamente delle popolane affamate che lottavano per la sopravvivenza delle loro famiglie, ma nella maggioranza furono, come altre romane, direttamente impegnate nella Resistenza in ruoli decisivi. Questo tragico fatto, noto come l’eccidio del Ponte dell’Industria, viene celebrato annualmente con la deposizione di una corona alla memoria sulla lapide che porta i nomi delle dieci donne, cerimonia che deve continuare nel tempo per testimoniare comunque il ruolo che le donne ebbero nella Resistenza romana.

(La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro, di Giorgio Guidoni, Amazon Italia- Cara Garbatella, euro 16,50)

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“Lo sguardo acuto del cinema” di Serena D’Arbela

È uscito da qualche giorno nelle librerie “Lo sguardo acuto del cinema”, un nuovo lavoro di Serena D’Arbela, moglie del partigiano Primo De Lazzari. Dopo la raccolta di poesie “Anche il niente è bugiardo” la scrittrice della Garbatella (abita in via Rosa Raimondi Garibaldi), ha voluto indagare il mondo del cinema, quello impegnato. Si tratta di una raccolta di recensioni di film che parlano di guerra, olocausto, nazismo, fascismo, Resistenza, intolleranza, discriminazione, donna, vita e libertà, lavoro, emigrazione, terrorismo, mafia, eutanasia, temi sui quali l’autrice si propone di stimolare una riflessione e una discussione. Insomma il cinema non è solo mero intrattenimento, può offrire di più a chi sa andare oltre le immagini e identificarsi con personaggi e fatti di oggi e della Storia. Le recensioni sono state pubblicate anche su Patria Indipendente, periodico della Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.
(“Lo sguardo acuto del cinema” di Serena D’Arbela, Bordeaux edizioni euro 24,00)

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“Gamer Girl”, il secondo romanzo di Valerie Notari

Una ragazza trasgender alla conquista dell’universo virtuale di League of Legends

di Sandra Girolami

È in tutte le librerie dal 10 ottobre “Gamer girl”, il secondo romanzo di Valerie Notari edito da Mondadori. Scrittrice transgender, ha un grande amore per la Garbatella dove è nata e vissuta e da cui si è allontanata solo negli anni dell’università trascorsi a Milano per la laurea e  a York in Inghilterra per un master in scienze politiche internazionali. Nel 2021 ha pubblicato, sempre con Mondadori, il suo primo romanzo intitolato “Cosplay girl”.  Valerie Notari è, infatti, molto conosciuta nel mondo cosplay italiano per aver rappresentato nel 2014 il nostro Paese all’EuroCosplay e per aver fatto parte due anni dopo del team italiano al World Cosplay Summit di Nagoya.

Esuberante e creativa, ama la scrittura per la quale ha un vero talento naturale, ma è anche appassionata di giochi di ruolo e videogame, soprattutto di League of Legends, che ha ispirato la storia raccontata in questo suo secondo lavoro. È molto impegnata sui social per far conoscere i temi a lei più cari, in particolare i diritti LGBTQIA+.

Alla presentazione di “Gamer Girl”, che avrà luogo lunedì 23 ottobre alle 18,00 presso Industrie Fluviali (via del Porto Fluviale 35), insieme all’autrice interverrà Vladimir Luxuria. Abbiamo incontrato Valerie per una breve intervista ed ecco le sue risposte.

Come è nata l’idea di questo libro e a chi è rivolto principalmente?

 L’idea è nata un paio di anni fa, poco dopo la pubblicazione di Cosplay Girl. All’epoca la trama era molto diversa, ma è rimasta la volontà (e la necessità) di raccontare il mondo del gaming da un punto di vista femminile, con tutto ciò che ne consegue. Il romanzo è rivolto principalmente alla comunità nerd, a chi ama i videogiochi e la cultura pop, ma anche a chi avesse la curiosità di saperne di più. La storia è perfettamente comprensibile anche per chi fosse del tutto a digiuno di gaming.

Ha avuto un significato particolare per la tua vita?

Dire che me l’ha cambiata radicalmente non sarebbe un’esagerazione. Quando ho iniziato a scriverlo non sapevo di essere una ragazza trans e immedesimarmi in Giulia per raccontarne la storia è stato uno dei fattori decisivi nel mio viaggio di autocoscienza. Più mi immergevo nella ricerca e nella scrittura, più alcuni aspetti della mia vita divenivano evidenti. Non è stato facile, ma è come se i miei stessi personaggi mi avessero aiutata in questo percorso, fin quando non mi sono rifugiata tra le Alpi Francesi per concludere la prima stesura e lì ho preso la decisione di fare la transizione.

Chi ti è stato vicino in questo momento? Il tuo quartiere, Garbatella che vivi e conosci da sempre, ti è stata amica?

In quel periodo, solo poche persone lo sapevano. Le mie amiche, i miei amici, la ragazza con cui mi stavo frequentando. Senza di loro non so come avrei fatto. E dopo il coming out, ho avuto l’appoggio anche della mia famiglia e sì, del mio quartiere, dove raramente ho avuto motivo di non sentirmi tranquilla nell’esprimere me stessa.

La prima scena del libro si svolge in un gaming bar, tra “vetrine traboccanti di action figures e librerie colme di manga e manuali di giochi di ruolo”, la protagonista ha una vera passione per i videogames, anche se i suoi genitori, esattamente come molti adulti, temono che possano distoglierla dallo studio e dalla realtà. Cosa ne pensi?

Lo stigma verso i videogames deriva da una narrazione errata e dettata da non poca ignoranza, portata avanti per anni dai media mainstream: stampa, televisione, radio. Al contrario di quello che purtroppo ogni tanto ancora si legge, i videogiochi non rendono violente le persone, non le alienano dalla realtà, in effetti non fanno male a nessuno. Che non significa che non esista il fenomeno della “dipendenza da gaming”, ma come esiste la dipendenza da molte altre cose, e parliamo di numeri comunque molto ridotti. E per molte persone, inclusa me, possono rappresentare un importante supporto in momenti di difficoltà. Come per Giulia in Gamer Girl, giocare mi ha aiutata in alcuni dei periodi più bui della mia vita. Pensate anche solo banalmente al lockdown: senza la mia Play Station credo sarei davvero impazzita.

Che cosa ti aspetti venga fuori dalla diffusione di questo libro?

Spero di riuscire innanzitutto a emozionare chi lo leggerà. Per me la scrittura, le storie, sono soprattutto questo. Con Cosplay Girl, ho ricevuto tanti messaggi di persone che si erano riconosciute nelle vicende di Alice, nel suo percorso, addirittura c’è stato chi mi ha confessato di aver trovato il coraggio di fare coming out grazie al romanzo. Ecco, spero che anche Giulia possa essere un conforto per altre persone queer che attraversano momenti complicati e magari dare loro una mano, attraverso il potere delle parole.

Che cosa hai in mente di scrivere in futuro?

Vorrei tanto scrivere fantasy e fantascienza. Ho in cantiere un paio di idee, adoro lavorare a storie realistiche, ma la forza metaforica della letteratura fantastica è eccezionale e qualcosa con cui mi piacerebbe misurarmi. Sicuramente, voglio continuare a raccontare storie femminili e queer. Perché credo ce ne sia un grande bisogno, dopo anni di stereotipi dannosi, oggi finalmente l’arte si sta liberando. Spero di continuare a far parte di questo meraviglioso movimento.

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Presentazione in Villetta del libro “Seguendo un ideale”. Giuseppe Marchetti “Vinet”, combattente antifascista senza frontiere.

Nel Servizio di Polizia militare delle Brigate Internazionali in Spagna era “Alfredo Vinet”, ma il suo vero nome di battesimo era Giuseppe Marchetti. Proprio di questo straordinario combattente antifascista si parlerà lunedì 19 giugno alle ore 18 alla Villetta in occasione della presentazione del libro “Seguendo un ideale”. Con l’autore Marco Puppini, interverranno anche Leonardo Marchetti figlio di Giuseppe, Amedeo Ciaccheri e Maya Vetri rispettivamente presidente e assessora alla cultura dell’VIII Municipio. Ma chi era “Alfredo Vinet”?

La sua vita

Giuseppe Marchetti nasce l’8 luglio 1906 a Varmo, un piccolo comune della pianura friulana, in provincia di Udine. Dal mese di aprile 1926 all’aprile 1929 è in Africa del nord, in Libia, per il servizio militar di leva. Subito dopo il congedo, nell’agosto del 1929, emigra con passaporto regolare in Belgio. Entra in questi anni in contatto con le organizzazioni comuniste. A Flémalle inizia l’attività con la Gioventù Comunista, gruppi di lingua italiana assumendo incarichi di responsabilità. Con lui, sono attivi molti compagni italiani quasi tutti giovani che avevano vissuto il momento rivoluzionario del primo dopoguerra e poi le feroci rappresaglie fasciste, spesso colpiti da espulsioni e rappresaglie. Alcuni di loro andranno con lui in Spagna.

È eletto segretario della Gioventù comunista in Belgio

Nel giugno 1931, poco dopo il suo arrivo, Marchetti è nominato segretario nazionale della Gioventù Comunista del Belgio. Arrestato quell’anno è trasferito in vagone cellulare al carcere di Orlon alla frontiera del Lussemburgo. Dal Lussemburgo arriva però subito in Svizzera e si stabilisce a Basilea. Anche in Svizzera Marchetti continua la sua attività con la Gioventù Comunista assieme ad altri compagni italiani arrivati in quel periodo dopo aver passato mille avventure e traversato molte frontiere. Diviene anche responsabile del Patronato pro Vittime del Fascismo.

È tra i primi volontari internazionali ad accorrere in Spagna a difendere la Repubblica democratica

Nel 1936 scoppia la ribellione militare contro la Repubblica spagnola che dà inizio alla guerra. Marchetti è tra i primi ad accorrere e si arruola nella Centuria Gastone Sozzi, formazione militare italiana organizzata dai comunisti prima della formazione delle Brigate Internazionali. Combatte in settembre sul fronte di Madrid. In seguito inizia a svolgere “incarichi speciali”, ovvero un lavoro politico e di controspionaggio, nelle delegazioni delle Brigate. E’ spostato alla base di Figueras, che “filtrava” i volontari appena giunti sul suolo spagnolo dalla Francia. Nel 1938 è richiamato alla Base delle Brigate Internazionali con mansioni direttive in seno al Servicio Información Militar – SIM, il servizio di polizia militare creato a fine ottobre 1936 in seno alle Brigate Internazionali. Come responsabile del SIM, Marchetti, con il falso nome di “Alfredo Vinet” ed una falsa identità spagnola, conduce l’importante inchiesta sugli abusi commessi dal francese Marcel Lantez, comandante del carcere destinato agli uomini delle Brigate Internazionali responsabili di diserzione ed altri reati, situato nel castello di Castelldefels. L’inchiesta, coraggiosa, confermava le accuse contro Lantez ed i suoi collaboratori, che sono disarmati, arrestati ed infine condannati. I prigionieri vengono liberati ed indirizzati ai vari reparti militari cui appartenevano.

L’esperienza nella Resistenza francese

Nel febbraio 1939 Marchetti esce dalla Spagna con i resti delle Brigate Internazionali ed alcune centinaia di migliaia di profughi civili, e finisce internato nel campo di concentramento di Argèles. Da qui evade e raggiunge Parigi dove è curato alla Maison du Blessé, perché sofferente di malattia polmonare, e poi ad Eaubonne, a spese dell’Ambasciata della Repubblica spagnola in Francia. Con l’invasione della Francia da parte dei nazisti, nel giugno 1940, si sposta da Parigi verso sud dove si stava ricostituendo il Centro Estero del PCI. Inizia a lavorare in qualità di Agente P1 dal 1 marzo 1941 per la rete Bertaux, gruppo autonomo partigiano formatosi a Tolosa. Dopo la caduta di questa formazione lavora sempre in quella città col movimento “Libérer et Fédérer”. In seguito si unisce alla 35^ brigata “Valmy” guidata da Marcel Langer, unità combattente che faceva parte della rete degli FTP MOI (Francs Tireurs et Partisans – Maine Ouvre Immigrée) le formazioni militari organizzate dal Partito Comunista francese. La brigata era composta oltreché da francesi, anche da uomini e donne di tutte le nazionalità, esuli italiani, spagnoli, polacchi, reduci delle Brigate Internazionali e lavoratori immigrati che in precedenza si trovavano organizzati nel MOI. All’inizio del 1944 anche nella regione di Tolosa si formano le FFI (Forces françaises de l’intérieur) che riuniscono varie formazioni di diverso colore politico. Marchetti risulta arruolato nelle FFI, gruppo “Philip” della Haute Garonne dal 1° gennaio 1943 ed è probabile abbia partecipato a tutte le azioni del gruppo tra cui la tentata, ma purtroppo fallita, evasione di centinaia di partigiani detenuti nelle carceri situate nell’antica abbazia benedettina di Eysses del febbraio 1944. In agosto una divisione delle FFI agli ordini di Serge Asher “Ravanel” libera la città di Tolosa. Le formazioni si scioglieranno dopo qualche mese; Marchetti resta inquadrato nelle FFI sino al 31 dicembre 1944. Nel dopoguerra si stabilisce a Montaubàn, qui è corrispondente del periodico “Italia Libera” edito dal Comitato Italiano di Liberazione Nazionale ed è segretario del medesimo Comitato. È pure segretario dell’Associazione ex garibaldini e volontari italiani nell’Armata francese.

In Italia negli anni Cinquanta sarà prima a Milano e poi a Roma

Nell’ottobre 1950 Marchetti ed un compagno vengono arrestati ed espulsi dalla Francia. Nel luglio 1951 risulta pertanto residente in Italia, a Milano, inabile al lavoro perché aveva contratto la Tbc ed in difficoltà economiche. In seguito si trasferisce a Roma dove lavora come amministrativo in un Istituto Tecnico e dove per decenni svolge attività come archivista e segretario dell’Aicvas (l’associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna). Sue sono le “schede Marchetti”, presenti nell’archivio dell’associazione, che ogni studioso dei combattenti italiani non può ignorare.

La biografia è tratta da “Iniziativa su Giuseppe Marchetti Vinet combattente antifascista senza frontiere” di Marco Puppini sulle pagine dell’Aicvas.

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“La Resistenza dimenticata”: il libro di Carlo Picozza e Gianni Rivolta

Sei partigiani dimenticati dalla storia, tre uomini e tre donne, ognuno con un vissuto diverso dall’altro ma uniti dalla volontà di lottare per la stessa grande causa, la libertà. Durante quei lunghi dieci mesi di occupazione tedesca a Roma, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno del ’44, ebbero un ruolo cruciale nella Resistenza ai nazifascisti, compiendo azioni coraggiose che alcuni di loro pagarono con la vita. Tuttavia, sono caduti nell’oblio, dimenticati dalla storiografia resistenziale, non avendo mai ricevuto il giusto riconoscimento che il Paese gli doveva.

La presentazione al Millepiani Coworking

Sono loro i protagonisti del saggio “La Resistenza dimenticata”, scritto a quattro mani da Carlo Picozza, giornalista della Repubblica e il collega Gianni Rivolta, direttore di Cara Garbatella. Il libro verrà presentato venerdì 27 gennaio, Giorno della Memoria, alle ore 18,00 al Millepiani Coworking, in via Nicola Odero 13. L’evento, promosso dal Municipio VIII e dall’associazione Cara Garbatella, sarà introdotto da Amedeo Ciaccheri, presidente del Municipio e da Maya Vetri, assessora alle Politiche Culturali. Interverranno gli storici Mauro Canali e Simona Lunadei.

Gli autori, dopo anni di ricerche documentarie, hanno dedicato un capitolo a ciascuno degli eroi dimenticati per esplorare a fondo la vicenda personale e politica di queste figure considerate minori poiché, non appartenendo all’élite della partigianeria, sono rimaste incredibilmente fuori dal pantheon resistenziale. Si tratta di Luciano Lusana, capo del Servizio Informazioni del Partito Comunista clandestino, arrestato nel gennaio del ’44 e morto torturato nel carcere romano di via Tasso covo delle SS, Riziero Fantini, anarchico abruzzese fucilato al Forte Bravetta nel dicembre del ’43, Anna Carrani, operaia trasteverina della Manifattura Tabacchi di piazza Mastai, Raffaella Chiatti, infermiera della Garbatella, Salvatore Petronari detto l’Avvocatino dell’Ostiense per le sue doti nell’esortare gli operai ad opporsi ai nazifascisti e Maria Baccante, la partigiana più ricercata del Pigneto appartenente alla formazione Bandiera Rossa.

(“La Resistenza dimenticata” di C. Picozza e G. Rivolta, edizioni Media&Books)

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Presentazione libro La resistenza dimenticata

La Resistenza dimenticata racconta la vita e l’impegno di sei partigiani dirigendo un fascio di luce nuova sulle azioni di guerriglia, sulle vicende umane e svelando misteri sulla morte di alcuni di loro. Si tratta di sei patrioti che, pur avendo avuto un ruolo cruciale nella lotta per la Liberazione dal nazifascismo, sono stati trascurati, quando non addirittura dimenticati, dalla storiografia della Resistenza.

Luciano Lusana, Riziero Fantini, Maria Baccante, Salvatore Petronari, Raffaella Chiatti e Anna Carrani sembrano caduti, insomma, in un cono d’ombra. Perché personaggi così importanti per l’insurrezione, non solo romana, contro il nazifascismo, non vengono ricordati come meriterebbero? O, come nel caso di Lusana, capo dei servizi di Informazione del Partito comunista clandestino, responsabile della quarta zona dei Gap, appaiono fatti segno di una rimozione collettiva che sembra voluta? Sono serviti anni di lavoro, incroci di testimonianze, colloqui orientativi e consultazione di documenti per ultimare il lavoro di scavo con cui gli autori, in alcuni casi, smontano le ipotesi sin qui avanzate, fornendo ragguagli documentali agli atti, ai fatti e ai misfatti, molti inediti, sui quali orientano la loro attenzione.

Per acquistare in libro online

 

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“Sporcatevi di tante storie” di Ilaria Proietti Mercuri.

Su Amazon il primo libro della giovane redattrice di Cara Garbatella 

Non è la prima volta che leggo di un tramonto a Miami, dell’acqua cristallina del Varadero a Cuba o della confusione del bazar nella città vecchia del Cairo, del mal d’Africa, dei murales colorati di Kreuzberg, la Garbatella di Berlino. Eppure non sono queste le immagini che rimangono scolpite sulla pellicola dei miei neuroni divorando le 140 pagine di Sporcatevi di tante storie”, il primo libro di narrativa di Ilaria Proietti Mercuri, edito da Independently published e stampato da Amazon. Faccio un’enorme fatica a dimenticarmi di Julius, il bambino di Iringa, di Israa e degli scatti nascosti sul suo cellulare, del vecchio Herbert e del suo amore al di là del Muro, dei pattini di Emy sul lungomare di Miami Beach, dell’allegria di Omar e i sui tuffi nel mare dei Caraibi.

Il viaggio è tante cose insieme. Ma per la giovane autrice certamente non sono solo luoghi e cartoline. È scoprire il cuore delle persone, la curiosità di un incontro e conoscere un po’ di più se stessa. Dalla lettura di “Sporcatevi di tante storie” si capisce cosa voglia dire un biglietto aereo nelle mani di Ilaria, la pelle d’oca nel preparare la valigia, l’entusiasmo e la voglia di partire per un viaggio che non ha mai fine.

Il libro in attesa di una presentazione in presenza, quando diminuiranno i contagi da Covid, si può acquistare a 12 euro sulla piattaforma di Amazon e Ebay.

Di Gianni RIVOLTA

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E’ in libreria “Se bruciasse la città” di Massimiliano Smeriglio

Il 13 dicembre presentazione al teatro Palladium di piazza B .Romano

Di Gianni Rivolta

Sarà nelle librerie dal 9 dicembre l’ultimo romanzo di Smeriglio “Se bruciasse la città”. Sì, proprio come il titolo della canzone di Massimo Ranieri del ’70 e una copertina che è già mezzo libro: il gazometro sullo sfondo e il Ponte di Ferro che va a fuoco. ”No, tranquillo- assicura l’autore- non c’è nessuna relazione con la canzone, se non di striscio e l’incendio del Ponte è una metafora. Quella di una città affaticata, piegata, che ha perso coscienza di sé, una città plumbea, incattivita che può prendere fuoco anche per autocombustione”.

Due piani temporali per due storie che si intrecciano e troveranno un punto di atterraggio comune. Roberto Cimino, detto Shangai, arriva in borgata dopo una lunga detenzione in carcere. Scontati vent’anni “al gabbio” cerca di capire perché quella rapina nel ‘94 a via di Tor Lignite è andata storta. E poi sua figlia e sua moglie che fine hanno fatto?

Dopo l’operazione Anfiteatro, che ha sgominato la criminalità organizzata in città, lui unico professionista in borgata, aveva messo su una batteria semi improvvisata. Quelli che aveva potuto raccattare tra i palazzoni popolari sorti sulle macerie delle catapecchie in blocchetti di tufo e lamiera, gli amici fidati di quand’era pischello: Manolo, Lallo e Fiorella e i più freschi Valerio e il Gatto, amici del quartiere Iacp vicino, oltre la grande via.

 Shangai trova una città cambiata, in tutto, lo sfasciacarrozze, la scuola elementare, le automobili ma anche le piccole cose che non esistono più: la Tv col tubo catodico, il lettore VHS per cassette. Anche la fauna non era più la stessa.  Sparite le rondini e i pipistrelli delle tiepide sere primaverili, avevano preso il largo i gabbiani sempre più arroganti e muscolosi ed erano comparsi da chissà dove i pappagalli verdi. Una caciara.

Marco, il Tibetano, invece, è un ragazzo di vent’anni diviso tra l’officina del padre e la comitiva. Vive in un lembo urbanizzato lungo una consolare, oltre il Gra. E’ qui, tra capannoni abbandonati, discariche abusive e quel che resta dell’agro romano, il loro west, che Marco con la sua banda di coatti multietnici, la banda dei Dispari, gestisce la logistica dei gruppi criminali attraverso stoccaggi e magazzini. Con lui c’è la sorella Meri, l’unica che ha studiato e che pianifica, business plan alla mano, addirittura una cooperativa di servizi a copertura, Hamid, Unabomber, Mezzopezzo, Trepperdue, Big e Sorcanera.” Quella di Marco e’ una periferia estrema, dove non esiste la dimensione pubblica se non  quella repressiva delle forze dell’ordine – precisa l’autore-. E’ razzista, anche se i suoi amici sono eritrei figli di rifugiati politici, magrebini, rumeni. Ma non conta. In quell’agglomerato urbano, dimenticato da tutti, non c’è possibilità di riscatto sociale, non c’è futuro, l’unica speranza è il gruppo”. I progetti di Marco e di Meri non passano inosservati e cominciano a pestare i piedi a chi stabilisce il tariffario del mercato illegale e controlla le dinamiche criminali delle batterie di quartiere. L’obiettivo dei Dispari è di mettere a fuoco la città. Ci riusciranno?

Come sempre la scrittura di  Smeriglio è aggressiva, ritmica, ruvida come le storie e i personaggi che racconta in una Roma che è immobile e devastata.”E’ il destino della Città Eterna che o rinnova la sua funzione e la sua missione o brucia tra le fiamme- rincara Massimiliano Smeriglio”.La prima presentazione  è alla Nuvola di Fuksas l’8 dicembre alle 17,30 alla mostra nazionale della piccola e media editoria “Più libri più liberi”.Il 13 dicembre invece l’autore gioca in casa al Teatro Palladium della sua Garbatella.

”Se bruciasse la città”Giulio Perrone Editore 2021, euro 18,00.

 
Massimiliano Smeriglio (1966) attualmente è parlamentare europeo, membro della commissione cultura. E’ stato docente universitario. Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo, Garbatella combat zone (Voland), ottenendo le prime attenzioni di critica e di pubblico. Due anni dopo esce Suk Ovest, banditi a Roma (Fazi Editore), finalista al premio Scerbanenco 2012. Nel 2017, pubblica per Fazi Editore Per quieto vivere. Ha pubblicato saggi sul rapporto tra politica, istituzioni e società.

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“Un Aquilone vola sui cieli della Garbatella”

In libreria l’ultimo lavoro editoriale di Adelio Canali

Con l’Aquilone sulla Garbatella Adelio Canali, profondo conoscitore del quartiere Icp,  conclude la trilogia delle sue opere scritte. Dopo la “Terrazza sulla Garbatella”(2008) e “Serve gente!”(2011), l’autore ripropone sullo stesso sfondo, quello del quartiere che l’ha visto nascere e crescere, l’intreccio della storia minuta e quotidiana con quella con la S maiuscola, la Storia del nostro paese dagli anni Venti e Trenta fino al dopoguerra. 

Se il suo primo libro ha una caratteristica più autobiografica, dove Adelio racconta la sua vita, quella di suo nonno Pacifico e  del padre Libero Marcello, patriota di Giustizia e Libertà; in quest’ultimo lavoro editoriale l’autore compie un racconto più corale, quello della sua crescita tra le strade e i lotti popolari insieme ai suoi inseparabili amici di adolescenza e gioventù: Giorgio Cecilia e Maurizio Arena.

Emerge tra le pagine un rapporto di amicizia profondo e genuino iniziato tra le mura del lotto 44, il quarto Albergo, vissuto senza esitazioni ed interruzioni, anche quando le strade dei protagonisti di questo sodalizio sembravano dividersi. Adelio, infatti, diventerà il giovane  segretario della Democrazia Cristiana locale, Giorgio è uno dei fratelli Cecilia (Renzo, Mario, Giorgio) che condivideranno da protagonisti tanta parte della storia del Partito comunista del quartiere in quella che è stata la Villetta di via Passino 22, mentre lo scanzonato Maurizio Arena è stato sicuramente il personaggio più popolare della “Garbatella cinematografara”, attore di tanti film come: “Poveri ma belli” (1957), “Poveri milionari” (1958), Il principe fusto (1960), “Storia de fratelli e  de cortelli” (1973).

Il libro corredato da bellissime fotografie (alcune inedite) e documenti giornalistici di pregio contribuisce, con un ulteriore tassello, alla ricostruzione della memoria di un quartiere, quello della Garbatella, che quest’anno, pur infausto per la nota pandemia di coronavirus, festeggia il suo Centenario. In attesa di una presentazione pubblica del libro, quando la situazione sanitaria lo permetterà, consigliamo vivamente la lettura a tutti gli appassionati della Garbatella. (Adelio Canali, Aquilone sulla Garbatella Iacobelli editore, 2020 euro 18,00).

di Gianni Rivolta

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Il libro sul Centenario verrà presentato il 16 dicembre al Palladium. Ingresso libero.

 “Garbatella 100. Il racconto di un secolo”

di Gianni Rivolta

La Garbatella si avvia a compiere i suoi primi 100 anni e lo farà, come ormai tutti sanno, il 18 febbraio del 2020. E’ passato un secolo, da quel giorno in cui il Re Vittorio Emanuele III, insieme a Paolo Orlando e al presidente dell’Istituto case popolari di Roma dell’epoca, fondarono la Borgata Giardino Concordia, il primo nucleo intorno a piazza Benedetto Brin, dal quale ebbe inizio l’edificazione del quartiere. E noi di Cara Garbatella come potevamo festeggiare questo importante traguardo? Lo facciamo con la modalità che ci è più consona.

Nei primi giorni di Ottobre abbiamo organizzato l’ennesima edizione del Garbatella Jazz Festival nel giardino della Villetta, un tradizionale appuntamento annuale, che diventa sempre più partecipato dagli amanti del jazz, ma non solo. A dicembre, e precisamente lunedì 16 alle ore 18 al Palladium di piazza Bartolomeo Romano, presenteremo alla cittadinanza e alla stampa “Garbatella 100.Il racconto di un secolo”. Si tratta di un vero e proprio album di famiglia, un diario che ci farà rivivere la storia e i personaggi che hanno reso la Garbatella uno dei quartieri più affascinanti e conosciuti della Capitale. Ma entriamo più nel dettaglio del volume, frutto di una coedizione tra Cara Garbatella e la Iacobelli editori, che sarà disponibile da metà dicembre in poi in tutte le librerie di Roma e nelle edicole del territorio dell’VIII Municipio.

Si tratta di un’opera unica, che tutti vorrebbero avere nella propria biblioteca personale: 360 pagine, corredate da tantissime fotografie d’epoca, alcune delle quali inedite. Il racconto di un secolo, oltre alla prefazione del Presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri e a un contributo dell’eurodeputato Massimiliano Smeriglio, si apre con una ricerca di Giorgio Guidoni, collaboratore del nostro giornale, che finalmente svela il segreto sulla vera origine del nome del quartiere.  Vi assicuro che  quello che è stato raccontato finora sulla presenza in zona di una ostessa “garbata e bella”  è del tutto infondato. Ma per saperne di più dovrete comprare il libro. Non sarò certo io a svelare prematuramente l’arcano. Seguono altri due scritti di Flavio Conia e di Francesca Romana Stabile, il primo sulla situazione delle proprietà fondiarie prima della nascita della Garbatella e l’altro sul progetto di Paolo Orlando per lo sviluppo dell’area industriale dell’Ostiense, di cui la borgata giardino Concordia ( Garbatella) faceva parte. Il corpo centrale del libro è costituito, invece, dal racconto dei cento anni divisi in decenni, a partire dalla fondazione fino ad oggi, ad opera di  Gianni Rivolta, Claudio D’Aguanno, Francesca Sperati, Andrea Catarci, Giuliano Marotta, Floriana Mariani e Claudio Marotta. Infine nella parte finale Giancarlo Proietti, Cosmo Barbato, Sandra Girolami, Paolo Moccia e Simonetta Greco ci racconteranno la storia dei sacerdoti che hanno lasciato un segno nel quartiere, ma anche la testimonianza delle “suore cappellone”,  della comunità di Sant’Egidio, della presenza ebraica e dei protestanti di via Pullino. A completrae il volume ci sarà un preziosissimo indice dei nomi, che ne faciliterà la lettura. Non perdete,dunque, questo interessante appuntamento con la storia. Vi aspettiamo il 16 dicembre alle ore 18 al teatro Palladium. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.   

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La Garbatella si visita con gli occhi all’insù

Esce in libreria la Guida sui comignoli di Piero Patacci

di Gianni Rivolta

“Ode al raffreddore”, “Malfidati”, “Non spingete”, “Wanda” sono solo alcuni dei nomi che Piero Patacci, l’autore della Guida ai comignoli della Garbatella, ha affibbiato ai piccoli fumaioli sui tetti delle case popolari.

Nomi di fantasia naturalmente, ma se avete l’occasione di camminare per la Città giardino con questo libricino in mano e sollevate lo sguardo verso il cielo, vi accorgerete che non sono per niente campati per aria. Anzi, della somiglianza c’è. Potete farlo seguendo due percorsi, il rosso e il verde e seguire una mappa dettagliata dei lotti Iacp.

A corredare l’opera, edita dalla casa editrice Luoghi Interiori ( 12,00 euro),c’è anche un utile allegato con una breve scheda sui maggiori architetti, che hanno lasciato un segno a Garbatella e una tabella molto ben strutturata sugli edifici popolari. Sulla Garbatella in questi ultimi quindici anni è stato scritto di tutto, sia dal punto di vista architettonico che da quello sociale e politico.

Ma qualcuno che pensasse di nobilitare questo quartiere, che si avvia a festeggiare il  centenario della sua nascita (18 febbraio 1920), a partire dai fumaioli ancora non si era presentato. La tesi dell’autore è molto ambiziosa: il comignolo è la firma apposta dall’architetto a conclusione della progettazione dell’edificio, siano essi villini con orto annesso o case rapide, semintensivi o case padiglione.

Già è stato più volte scritto che la Garbatella, nella sua costruzione, che si può quasi del tutto attribuire al decennio 1920-1930, è un laboratorio  di stili e tipologie edilizie che hanno risposto alle diverse emergenze abitative. Si è passati dai villini economici della Borgata giardino Concordia a piazza Brin costruiti per ospitare gli operai della zona industriale alle case rapide per gli sfrattati, fino agli alberghi suburbani, sorti  intorno a piazza Michele da Carbonara per dare un alloggio provvisorio (una sola stanza per famiglia), ai baraccati o ai nuclei espulsi dal centro città a seguito degli sventramenti operati dal fascismo.

Insomma  Piero Patacci distingue il comigolo di Innocenzo Sabbatini da quello di Plinio Marconi, quello di Camillo Palmerini da quello di Giovanni Battista Trotta e ci invita a farlo almeno una volta, camminando per le strade di questo meraviglioso quartiere con gli occhi all’insù, lasciando a terra tutti i pensieri e le preoccupazioni quotidiane.

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IL SECONDO LIBRO DI NARRATIVA DI ANDREA CATARCI

In libreria “Generazione di rimessa” di Gianni Rivolta

Con il suo secondo romanzo Andrea Catarci ci consegna un pezzo importante e poco conosciuto della sua vita.

Dopo “Resistere è anche un destino.

Storie familiari nel Novecento romano (Palombi 2017), dove l’ex presidente dell’VIII Municipio, ha raccontato la storia dei suoi nonni Vincenzo e Armando, intrecciata agli avvenimenti salienti del secolo scorso, questa volta a mettersi in gioco è proprio lui.

Andrea srotola la sua vita in un rimando di specchi, dai più semplici ai più complessi, da quelli dell’infanzia a quelli della maturità: “questo era a spicchi separati che ne componevano una forma rettangolare irregolare, lasciando spazi simili a insenature, da cui si intravedeva il muro. Era meno funzionale ma dava più stimoli all’immaginazione.

Era meno compatto ma esaltava le congiunzioni. Era lucido al centro e opaco verso i bordi a sfumare nelle differenze. Prima la famiglia era stato il pezzo unico che mi garantiva la sicurezza di poter crescere con serenità nelle contraddizioni, di potermi inquietare e calmare, di poter fuggire e scattare in avanti avendo sempre una porta aperta al ritorno.

Dopo, varcata la soglia e imboccate le strade di Roma, c’erano tante parti che dovevo mettere insieme, del passato e del presente, per costruire una prospettiva, ricercando le simmetrie e interrogandomi sui punti di rottura……”

Così con una scrittura intima e appassionata Andrea ci consegna la sua seconda opera di narrativa,un racconto autobiografico nel quale ci racconta dal palcoscenico di un piccolo paese della provincia a nord di Roma un decennio difficile e trascurato: gli anni Ottanta.

Un decennio che le generazioni più fortunate del ’68 e del ‘77 hanno etichettato riduttivamente, come gli anni del riflusso della politica, dell’arrivismo e dello yuppismo.

Un decennio devastato dall’eroina, la terribile falce che mieteva decine e decine di vittime nei quartieri popolari, tra gli amici e i conoscenti, tra quelli che avevano abbandonato la militanza politica per rifluire nel privato, nello “sballo”, nei mistici viaggi in India.

“Proprio nei flutti imponenti di Roma avremmo provato a ricostituire spazi di relazione e ricomposizione di proletari e sottoproletari, per contendere la strada a coetanei abbrutiti e più numerosi, contrastando sia l’arrivismo dilagante delle “città da bere” che il naufragio nelle “città delle pere”, consolidando le reti corte di solidarietà e comunanza”…..”

Se i Sessanta erano stati gli anni di una duplice aspirazione, ancora vaga, a socialismo e libertà sessuale, i Settanta quelli della conflittualità sociale, noi eravamo diventati sempre di più una generazione di rimessa”.

Andrea e i suoi amici più intimi Elena, Guido, Giacomo sono tra gli interpreti più veraci e schietti di una stagione di lotte di minoranza: quelle antinucleari col blocco della centrale di Montalto di Castro nel dicembre 1986, sfociate nel referendum nazionale dell’anno successivo, le mobilitazioni antimilitariste e poi il movimento della Pantera contro la riforma Ruberti all’Università negli anni Novanta.

(Generazione di rimessa. Amicizie e resistenze negli anni ’80. Derive Approdi, euro 16,00).

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PRESENTAZIONE in Villetta di “reload Glossario minimo di riGenerazione politica”

Smeriglio rilancia il vocabolario per una nuova cultura politica di sinistra

di Gianni RIVOLTA

Il rilancio di un ragionamento in libertà, la costruzione di una cultura politica autonoma intorno ad alcune parole chiave. L’obiettivo è quello di buttare nella mischia le parole non dette o quelle mal pronunciate: A come apprendimento, C come comune e conoscenza, E come ecologia ed europa, F come femminismo, G come generazioni, M come mutuo soccorso, S come social. E’ questa la sfida che Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio e braccio sinistro di Nicola Zingaretti, insieme ad altri 14 autori, ha voluto lanciare alla storica Villetta della Garbatella con la prima presentazione di Reload, Glossario minimo di rigenerazione politica (Bordeaux edizioni, 143 pagine, 12 euro).

“Siamo preoccupati del clima generale nel paese- ha detto Smeriglio-, della deriva razzista, nazionalista, omofoba e maschilista di questo governo. Zingaretti va sostenuto con un impianto politico e culturale di sinistra, lo sosterremo da esterni al Pd, un partito oggi molto povero nell’elaborazione. Ma certamente — ha concluso tra le mura di casa non saremo noi questa volta a frammentare il campo della sinistra, sarebbe drammatico. Lavoreremo per portare nella lista delle europee biografie democratiche e qualificate come quelle di Giuliano Pisapia, di Mimmo Lucano ex sindaco di Riace. E Reload potrà essere utile anche dopo le primarie per misurare lo stato di avanzamento del programma del nuovo centrosinistra”.

Attorno a Smeriglio, coordinatore nazionale di Piazza Grande, quattordici voci rileggono altrettante parole per tracciare il percorso verso il campo largo della Sinistra. Sono autori di generazioni e storie politiche molto diverse: da Amedeo Ciaccheri, il giovane presidente del Municipio VIII a Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione comunista, da Marta Bonafoni consigliera della Regione Lazio a Livia Turco, ex ministra e femminista storica, da Giulia Lorenzon, giovanissima consigliera di Labico, un paesino della provincia di Roma, a Enrico Parisio, creativo ed esperto di immagine del Coworking di Garbatella. Le parole che sono state declinate in Villetta sono quelle di Internet e dell’uso dei Social, di Europa, di Generazione, di Conoscenza, Scuola e Formazione, di Comunicazione e Immagine. Tutti uniti nell’impegno per provare a disegnare, parola per parola il tracciato di un progetto politico, che sfugga alla frammentazione a sinistra e all’inconsistenza politica, prima che rimangano solo le macerie e non ci sia più niente da mettere insieme di fronte alla deriva nazionalista e populista.

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Gabriele Anastasi detto Lele

Il sogno

di (Gabriele) Lele Anastasi

Questo racconto nasce una sera, in macchina con alcuni amici colleghi, durante un tour di Zarrillo in Sicilia. Oggi, a distanza di oltre 10 anni, eccolo a presentarlo.

Un racconto apparentemente leggero, in cui la sofferenza d’amore è palpabile. In cui il desiderio e la passione per le donne è irrefrenabile. Il sentimento vero e la delusione d’amore spariscono volutamente per oltre 100 pagine per poi riemergere, prepotenti, nel finale, così forti da spazzare via tutto il resto. Persino la morte!

AUTORE

Gabriele Anastasi, ma per tutti Lele. Classe 1963. Nasce alla Garbatella. Musicista, da sempre. Ha collaborato con innumerevoli artisti. Tra i primi, Antonello Venditti, Gianni Morandi, Umberto Tozzi, Michele Zarrillo, Phil Collins, Craig David e tanti altri. Oltre a fare e a scrivere musica, scrive racconti da sempre. Si emoziona nel leggere storie che rispecchiano la sua vita.

Ama l’amore ed essere innamorato.  Adora il genere femminile quale dimostrazione più concreta dell’esistenza di Dio, semmai un Dio ci fosse.

Con i suoi racconti, spesso autobiografici, cerca di dare corpo alle innumerevoli situazioni che ha vissuto in giro per il mondo e di dare un finale a storie della sua vita rimaste irrisolte.

Il sogno di Lele Anastasi
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Spettri rossi

spettri rossi
Editore: IacobellieditoreCollana: Frammenti di memoriaAnno edizione: 2017In commercio dal: 26 ottobre 2017Pagine: 148 p., BrossuraEAN: 9788862523592
di Gianni Rivolta
Enrico è cresciuto in un’umile famiglia operaia del nord e come tanti giovani, alla fine degli anni Sessanta, viene travolto dalla ribellione studentesca che parte dall’Università Statale di Milano. L’improvvisa morte del padre, vecchio comunista ex partigiano e la scoperta di una strana fotografia tra i suoi ricordi, irromperanno violentemente nella sua vita che, fino a quel giorno, era trascorsa serenamente tra l’Università, la politica, la fidanzata e il tavolo da biliardo. Un vortice di accadimenti oscuri e minacciosi lo inducono a cambiare aria. Una splendida Roma primaverile accoglie Enrico, ostinatamente determinato a sciogliere l’enigma che lo tormenta. Come sfondo una Garbatella esoterica, che nasconde tra i suoi muri e le casette liberty la misteriosa chiave di volta di un conflitto. Da qui si scatenerà la resa dei conti finale degli “Spettri rossi”, un vento rivoluzionario e distruttivo che da nord a sud colpirà senza distinzione i simulacri dell’industrialismo.
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Morte a Montecitorio

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Editore: Homo Scrivens | Collana: Dieci | Anno edizione: 2015 | In commercio dal:15 dicembre 2015 | Pagine: 176 p. Brossura | EAN: 9788899304331

Di Massimo Mongai

Antonio Destaino ha i superpoteri. Sì, perché, oltre a essere un commissario di polizia, è anche un deputato. E quindi, anche se è in aspettativa, può andare in giro armato, arrestare criminali e impartire ordini. E soprattutto, a meno che non venga colto sul fatto, non può essere arrestato senza una autorizzazione del Parlamento. Non può essere intercettato né perquisito, ma in compenso può fare visita a un pregiudicato in carcere senza chiedere permessi.
Lavora nella Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, fin quando in uno sgabuzzino di Palazzo Montecitorio scopre il cadavere della bellissima Contessa Lucrezia Santorre Bernini, dirigente dei servizi informatici della Camera. Delitto passionale? O politico? Non è mai successo prima nella storia d’Italia che qualcuno sia stato ammazzato dentro Montecitorio… Che si può fare? A quali procedure bisogna attenersi?
È proprio Destaino, visti i suoi superpoteri, l’uomo perfetto per indagare.
Che gli piaccia o meno. Si ritrova suo malgrado a indagare, e la trama che viene fuori è fitta come una maglia nera, inestricabile. Camorra, gelosie, interessi milionari…
E poi c’è Luna, che è un po’ la sua kriptonite. Luna è una giovane truccatrice della RAI, molto graziosa, strana e sexy. Gli indebolisce i superpoteri, perché lo distrae. E lui non si può far distrarre: se no gli sparano, lo picchiano, lo diffamano. O almeno ci provano. E Destaino non è davvero invulnerabile.
Però ci va vicino.

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La nostra via

La nostra via
Editore Palombi & Partner | Formato Brossura | Pubblicato 21/01/2013 | Pagine 56 | Lingua Italiano | Isbn o codice id 9788860605856

Di Enzo Gori

Questo libro fotografico testimonia “come nasce, cresce e si sviluppa la “nostra via”, la Circonvallazione Ostiense, e il nostro Quartiere da “Valle Dell’Almone a Campidoglio Due”, scrive Enzo Gori.

Una raccolta di fotografie d’epoca, oltre 150, che ci raccontano la trasformazione di un quartiere, Ostiense, dalle impalcature di edifici in costruzione alle scena di vita quotidiana come può essere la partenza in pullman per una gita. Immagini di una vita che si srotolava per le strade, con una dimensione domestica al di là delle quattro mura di casa. Perché, al tempo, la socialità si condivideva “fuori”: per le vie, all’oratorio, nelle botteghe del barbiere, dal “pizzicarolo” o dal calzolaio.

Enzo Gori illustra tutto ciò con il trasporto di chi ha vissuto in prima persona quella realtà domestica di quartiere.

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Le favole di Pa’gongolo

PA GONGOLO

di Enrico Matteo Ponti

Favola: componimento il cui fine è far comprendere una verità morale. Questa l’etimologia della parola. Ed è in questo assunto etimologico che risiede la centralità del lavoro di Enrico Matteo Ponti che, dopo la pubblicazione del corpus poetico “L’acqua dell’ultimo mare”, passa ai racconti per l’infanzia con “Le favole di Pa’ Gongolo”. Questo salto narrativo così repentino non deve ingannare.

I temi centrali del precedente lavoro dell’autore (l’amore e il rispetto per il prossimo, la meraviglia davanti alla natura, il ricordo da custodire, la salvaguardia ambientale, il sentimento come antidoto alle brutture del mondo, l’accettazione della diversità) sono il collante anche di questa ironica, magica incursione della narrativa rivolta ai più piccini (ma non solo) .

Le dieci storie narrate divertono insegnando e insegnano divertendo, riuscendo a conquistare il cuore del lettore e a regalare squarci di assoluta poesia. L’universo fiabesco orchestrato dall’autore è una sinfonia di sentimenti, un mare di annotazioni capaci di emozionare. Che ci regalano un insegnamento del grande Pablo Neruda: mai dimenticare l’importanza del gioco che alberga nel nostro cuore. Indipendentemente dall’età. . . Età di lettura: da 5 anni.

 
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L’Acqua dell’Ultimo Mare: Il Viaggio Vita nel mondo Dentro di noi, Fuori di noi e Sopra di noi

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di Enrico Matteo Ponti (Autore)

Prima o poi si sente il bisogno di riordinare le proprie idee e rivisitarle per capire, con il distacco del tempo, il disegno che si è andato creando.

Confrontare nell’oggi il punto dal quale, ieri, si è partiti e dove si pensava di arrivare. Enrico Matteo Ponti, l’autore di questo affascinante corpus poetico, ha iniziato a rivisitare il suo percorso poetico e, sommando al nuovo il meglio del vecchio, ha pensato di racchiuderlo in questa raccolta, giunta oggi alla seconda edizione, arricchita da nuovi inediti dell’autore, dalla presentazione del giornalista Patrizio Paolinelli e dalla postfazione di Marcello Alberto Cristofani Della Magione.

Un po’ come un vascello che, riposandosi in quella che, solo per un attimo, è per lui “L’acqua dell’ultimo mare”, l’autore rivisita tutti i porti dei viaggi nei quali ha attraversato i tanti e spesso sconosciuti mondi nei quali, contemporaneamente, tutti viviamo: il mondo dentro di noi (quello dell’amore e della psiche), il mondo fuori di noi (quello del sociale e dell’ambiente), e quello sopra di noi (il mondo della fede, della spiritualità e del misticismo).

Un percorso poetico dal profondo impegno sociale e civile, in cui prevale la dolcezza del verso anche quando vengono trattati temi come quello delle ingiustizie o dello squilibrio ecologico che rischiano di portare il pianeta “verso la fine del nostro domani”.

Il rispetto per la persona e per la natura, l’odio per ogni forma di violenza, razzismo ed arroganza, l’amore per la vita e la ricerca di un “qualcosa” che è allo stesso tempo dentro di noi, fuori di noi e sopra di noi, risultano tratteggiati in maniera nuova, inducendo, cosa sempre più difficile in un tempo superficiale e convulso, a riflessioni spesso inconsciamente evitate.

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il confinato

di Maria Jatosti

La vita italiana e l’antifascismo nel ventennio del regime mussoliniano, la liberazione, la conquista della democrazia, la passione politica, insieme allo sgretolamento dell’unità familiare e allo scontro generazionale nelle vicende di una famiglia piccolo-borghese durante gli anni trenta-cinquanta. Per aiutarci a conoscere la nostra storia, a capire come eravamo e soprattutto chi siamo oggi. Per indicarci come coltivare la speranza.

Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 191 pagine
Editore: Stampa Alternativa (20 marzo 2013)
Collana: Eretica speciale
Lingua: Italiano
ISBN-10: 886222334X
ISBN-13: 978-8862223348

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