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Ai tempi del dottor Ricci medico e non solo medico

Dal 1944 alla Garbatella, è morto dieci anni fa

Ai tempi del dottor Ricci medico e non solo medico

Consigliere e spesso consolatore dei suoi pazienti, per tanti di essi era semplicemente l’amico Lamberto.
Quarantacinque anni di professione svolti come una missione. Due volte fu candidato al Campidoglio nelle liste popolari.

di Cosmo Barbato

Alla Garbatella molti tra quanti hanno i capelli bianchi ricordano una figura popolare e amata dalla gente, il dottor Lamberto Ricci, medico della mutua, per tutti “Erdottoricci”, per molti semplicemente Lamberto, solo il nome, come confidenzialmente amava farsi chiamare dai suoi pazienti che  considerava suoi amici.

Non era l’unico medico che operava  alla Garbatella (ricordiamo i dottori Landone, Toti, Castellani, Mancini, Santopadre), ma era certamente il più amato, per la partecipazione che poneva nell’esercizio della sua professione e per il ruolo che svolgeva, oltre che di assistenza medica, di consigliere, spesso di consolatore di una umanità povera, assillata da problemi di sopravvivenza, aggravati dagli strascichi della guerra.
Era sbarcato alla Garbatella nel 1944, giovane laureando in medicina. E’ morto quasi dieci anni fa. …..

 

Dal 1944 alla Garbatella, è morto dieci anni fa

Ai tempi del dottor Ricci medico e non solo medico

Consigliere e spesso consolatore dei suoi pazienti, per tanti di essi era semplicemente l’amico Lamberto.
Quarantacinque anni di professione svolti come una missione. Due volte fu candidato al Campidoglio nelle liste popolari.

di Cosmo Barbato

Alla Garbatella molti tra quanti hanno i capelli bianchi ricordano una figura popolare e amata dalla gente, il dottor Lamberto Ricci, medico della mutua, per tutti “Erdottoricci”, per molti semplicemente Lamberto, solo il nome, come confidenzialmente amava farsi chiamare dai suoi pazienti che  considerava suoi amici.
Non era l’unico medico che operava  alla Garbatella (ricordiamo i dottori Landone, Toti, Castellani, Mancini, Santopadre), ma era certamente il più amato, per la partecipazione che poneva nell’esercizio della sua professione e per il ruolo che svolgeva, oltre che di assistenza medica, di consigliere, spesso di consolatore di una umanità povera, assillata da problemi di sopravvivenza, aggravati dagli strascichi della guerra.
Era sbarcato alla Garbatella nel 1944, giovane laureando in medicina. E’ morto quasi dieci anni fa.
Noi lo
incontrammo nel maggio 1990, quando già si era ritirato dalla professione e aveva addirittura cambiato casa, andando a stare all’Eur. Ci concesse una lunga intervista che pubblicammo su “La Gazzetta dell’Undicesima”, il periodico locale diretto da Gianni Rivolta che per anni fu la voce autorevole dei nostri quartieri e particolarmente della Garbatella.
Qui da noi la sua base fu a Piazza Pantera, dove c’era la sua casa e il suo studio, nelle case Mannocci (i Mannocci furono tra i pionieri della Garbatella, dove erano arrivati a metà degli anni Venti): aveva conosciuto nelle corsie delle cliniche universitarie la crocerossina Liliana Mannocci, che presto diventerà sua moglie. Proveniva dalla modesta famiglia di un maresciallo della finanza che abitava sulla Via Trionfale. A 16 anni perdette il padre, ma sia lui che la sorella seppero ben corrispondere ai sacrifici della madre che riuscì ad avviare entrambi agli studi universitari. Praticamente il periodo universitario coincise con quello del servizio militare: li svolse entrambi a Roma. Si sarebbe dovuto laureare nel 1944 se non ci fosse stato, dall’8 settembre del ’43, il cataclisma dell’armistizio e dell’occupazione tedesca. Si laureò dunque nel ’45 e subito dopo si specializzò in malattie dell’apparato respiratorio al Forlanini. In quel periodo Lamberto Ricci partecipò alla Resistenza nei gruppi di “Giustizia e libertà” che facevano capo al Partito d’azione
sciolto nel dopoguerra (allo stesso schieramento politico aderiva anche Enrico Mancini, abitante a Via Percoto, martire alle Fosse Ardeatine).
“Quelli erano tempi – ci raccontava nell’intervista di vent’anni fa – in cui il medico faceva di tutto.

Quanti bambini ho aiutato a nascere, quante volte le levatrici mi hanno chiamato d’urgenza per suturare una lacerazione. Allora le donne, specie quelle del popolo, partorivano in casa”. A quei tempi c’era ancora in giro tanta tbc: “Ne ho fatti di pneumatoraci terapeutici nel mio ambulatorio”. Dopo gli studi il dott. Ricci lavorò al San Camillo e poi al San Filippo Neri che allora funzionava come sanatorio degli ospedali. Quindici anni durò la sua esperienza ospedaliera che si accompagnava alla professione
libera che svolgeva quasi esclusivamente alla Garbatella. Poi preferì dedicarsi esclusivamente all’attività di medico di famiglia: “Medico e non solo medico – ci raccontava – ma spesso anche consigliere per le cose di casa, paciere, a volte consolatore. Quanta miseria c’era allora alla Garbatella. Come facevi a farti pagare la visita da quei diseredati che occupavano le cantine dell’Albergo Bianco o dell’Albergo Rosso ancora diroccati dalle bombe”.
Questo suo legame con la gente lo portò anche a partecipare attivamente alla vita politica e sociale del quartiere.
Due volte fu candidato alle elezioni
comunali di Roma: nel ’51 per la Lista cittadina nella quale si presentavano uniti socialisti, comunisti e indipendenti sotto il simbolo del Campidoglio (capolista era Francesco Saverio Nitti) e successivamente per il Partito socialista. La sua popolarità nel quartiere richiamava voti. Ma non potevano bastare i voti della Garbatella per eleggere un consigliere comunale, né in realtà egli aspirava a diventarlo. Tuttavia egli raccolse una notevole messe di consensi.
Egli era molto critico nei confronti della riforma del sevizio sanitario nazionale che in quegli anni si stava sviluppando. “I lavoratori – diceva – il servizio se lo pagavano e ricevevano un servizio più che dignitoso. Ora pagano ugualmente e anche di più ma ricevono un’assistenza insufficiente.
Ma quel che mi addolora di più è la burocratizzazione del rapporto medico-ammalato. In pratica la scomparsa del vero medico di famiglia.
Dei miei pazienti – raccontava – conoscevo tutta la storia clinica e anche quella dei loro ascendenti.

Di una famiglia in particolare sono arrivato a curare i membri di ben cinque generazioni, ultimo una ragazza che ora ha 15 anni. Giorni fa l’ho incontrata e le ho detto di sbrigarsi a mettere su famiglia. Così se camperò ancora qualche anno potrò vedere anche la sesta generazione”.
Gli anziani della Garbatella in molti ricordano quando “Erdottoricci” arrivava in bicicletta e successivamente in Lambretta a fare il suo giro delle visite per le case. Poi passò al Topolino. Ma quando l’ammalato giaceva in una delle baracche della vecchia Tormarancia bisognava proseguire a piedi. “Se poi aveva piovuto – raccontava il dottor Ricci – a “Shangai” nemmeno a piedi si riusciva a percorrere i viottoli melmosi della baraccopoli. Più di una volta mi è capitato che al capezzale dell’ammalato mi ci hanno portato ‘a cavacecio’ per non farmi impantanare”. “Del resto – ci raccontava – fuori del nucleo centrale della Garbatella c’erano solo acquitrini. Dove ora c’è la Circonvallazione Ostiense si impantanava l’Almone, che noi chiamavamo l’Acquataccio, e nella zona di Via Costantino c’era la marrana di Grottaperfetta. La domenica se riuscivo ad avere un’ora libera in quelle zone andavo a caccia a sparare alle anatre o alle beccacce.
Confesso che sono stato un cacciatore impenitente”. Quando lo incontrammo aveva da poco compiuto 72 anni, dei quali 45 erano stati di professione. Fin dal primo momento del colloquio mi chiese di darci del tu, di chiamarlo Lamberto, “così come mi chiamano quasi tutti quelli che nella mia vita  ho conosciuto”. Ricci ha avuto due figli, una femmina architetto e un maschio cardiochirurgo. Figli e nipoti occupavano in parte la sua giornata di pensionato: “Per loro conto ho sempre qualcosa da fare”. E poi c’era il suo mondo alla Garbatella, dove la mattina continuava a recarsi semplicemente per comprare il giornale.
“La mia più grande soddisfazione oggi? Me la dà la gente della Garbatella che si ricorda di me, che mi saluta quando mi incontra, che mi abbraccia, che rievoca questo o quell’episodio, che mi chiama per nome, continuando a darmi quel calore e quell’affetto che ha colmato la mia vita per 45 anni”. Quando giunse nel quartiere la notizia della sua scomparsa, quasi 10 anni fa, tanti si rammaricarono di non averlo potuto omaggiare nell’ultimo viaggio: l’annuncio era arrivato in ritardo. Ma il suo ricordo rimane vivo tra coloro che hanno avuto occasione di conoscerlo.
Ed è giusto che la sua figura generosa venga raccontata anche alle nuove generazioni perché conoscano le storie del quartiere e dei suoi pionieri
.

 

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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Il Presepe meccanico a Santa Galla

Il Presepe meccanico a Santa Galla

Anche quest’anno Dante Pica espone il suo Presepe meccanico, opportunamente rinnovato e arricchito.
Dall’8 dicembre è in mostra nel Teatro in Portico, adiacente alla Parrocchia di Santa Galla. Il Presepe Pica sta entrando nelle tradizioni del quartiere.

Il 4 gennaioXI Premio Fantasia

Il 4 gennaio prossimo si svolgerà nel Teatro in Portico, sulla Circonvallazione Ostiense, alle ore 17, l’XI edizione del Premio Fantasia di Garbatella organizzato dall’associazione “Il tempo ritrovato”.
L’edizione di quest’anno è dedicata alla memoria del pittore Carlo Acciari.

 

 

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“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

E’ il quarto romanzo della scrittrice e poetessa, originaria della Garbatella

Presentato nell’aprile scorso alla Fiera del libro dell’Auditorium Parco della musica, è uscito il quarto romanzo di Maria Jatosti, nostra ex concittadina della Garbatella: “Per amore e per odio” (Manni Editore, pagg.267, €17). Presentatori sono stati Gianni Borgna, per lunghi anni assessore alla cultura di Roma e musicologo, e il poeta Mario Lunetta, peraltro nato e cresciuto nel nostro quartiere. Come gli altri romanzi della scrittrice (particolarmente “Il confinato” 1961, e “Tutto d’un fiato” 1977), anche quest’opera ha un esplicito carattere autobiografico e abbraccia praticamente tutta la sua densa e talvolta travagliata esistenza, che è rivisitata senza veli attraverso tanti flash che non hanno necessariamente una conseguenza temporale, senza però che il racconto perda il suo carattere unitario.
La partenza e l’arrivo, come è detto nella Premessa di Pino Corrias, coincidono con Roma, dove già da tempo la scrittrice è tornata attraverso molte stazioni. “In mezzo ci sono l’impazienza, la rivolta, la politica, le nebbie di vita agra milanese”, ci sono le indelebili radici della Garbatella, c’è la passione del soggiorno milanese col suo compagno, il compianto scrittore Luciano Bianciardi, c’è Parigi col fascino che su di lei esercita il fratello Virgilio pittore, ci sono tanti altri luoghi dove si intrecciano sogni, speranze, delusioni, rabbia, malinconia, sdegno civile, declino verso la vecchiaia, paura e attesa della morte. Con una scrittura asciutta, essenziale, rievoca la sua vita intrecciandola con i grandi avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi settant’anni, intensamente goduti e sofferti.
Maria oltre che scrittrice è poeta, è appassionata curatrice di eventi culturali, è una militante della Sinistra storica e del Sindacato Nazionale Scrittori. E’ nota ai nostri lettori anche per aver dedicato ai più piccoli di “Cara Garbatella” tre racconti in occasione del Natale degli ultimi anni. Instancabile, annuncia di lavorare a un nuovo romanzo.(C.B.)

 

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Roberto Porcelli nuovo Coordinatore dei Centri anziani del Municipio XI

Roberto Porcelli nuovo Coordinatore dei Centri anziani del Municipio XI

Sostituisce nell’incarico Francesco Giaquinto

Il 9 novembre, presso la Sala Consiliare del Municipio RM XI, alla presenza dell’Assessore alle Politiche sociali Andrea Beccari, dei membri della Commissione Politiche sociali tra i quali il Presidente Umberto Sposato, dei dirigenti municipali e dei presidenti e vice presidenti dei Centri anziani municipali, si sono svolte le elezioni per la carica di coordinatore e vice coordinatore dei Centri del Municipio XI.
I candidati alla carica di coordinatore erano Rosario Mocciaro e Roberto Porcelli mentre Mario Angelaccio …..

Roberto Porcelli nuovo Coordinatore dei Centri anziani del Municipio XI

Sostituisce nell’incarico Francesco Giaquinto

Il 9 novembre, presso la Sala Consiliare del Municipio RM XI, alla presenza dell’Assessore alle Politiche sociali Andrea Beccari, dei membri della Commissione Politiche sociali tra i quali il Presidente Umberto Sposato, dei dirigenti municipali e dei presidenti e vice presidenti dei Centri anziani municipali, si sono svolte le elezioni per la carica di coordinatore e vice coordinatore dei Centri del Municipio XI.
I candidati alla carica di coordinatore erano Rosario Mocciaro e Roberto Porcelli mentre Mario Angelaccio
e Lucia D’Angelo erano candidati a vice coordinatore. Il nuovo regolamento dei Centri anziani di Roma Capitale impone che non ci sia la possibilità di un doppio incarico per cui, se si è presidente di un Centro anziani, non si può essere contemporaneamente coordinatore o vice coordinatore dei medesimi.
Alla presenza dell’Assessore Beccari, che ha portato i saluti del Municipio, si è verificata la presenza dei presidenti e vice presidenti dei Centri anziani municipali, che il regolamento indica espressamente come gli unici a poter esprimere il voto per queste elezioni; è stata quindi istituita la commissione elettorale.
L’Assessore Beccari ha quindi presentato i candidati, i quali sono stati inviatati ad esporre il loro programma.
Dopo d che si è provveduto a consegnare ad ognuno dei votanti le due schede per l’attribuzione dei voti, quella per coordinatore e quella per vice coordinatore. Al termine si è svolto lo spoglio delle schede dal quale è emerso il seguente risultato: Rosario Mocciaro, candidato coordinatore, voti 6; Roberto Porcelli, candidato coordinatore, voti 8; Mario Angelaccio, candidato vice coordinatore voti 3; Lucia D’Angelo, candidata vice coordinatrice, voti 11. Alla luce di questi risultati sono stati eletti coordinatore dei CCSSAA del Municipio RM XI Roberto Porcelli e vice coordinatore Lucia D’Angelo.
Porcelli sostituisce nell’incarico Francesco Giaquinto.(G..P.)


 

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Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Quest’anno, per Natale, vogliamo offrire ai nostri piccoli lettori un breve racconto, tratto da una delle “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci, quelle indirizzate ai suoi due piccoli figli, Delio e Giuliano, con i quali dalla prigione comunicava epistolarmente tramite sua cognata, Tania. Gramsci, nato alla fine dell’800 in un paesino della Sardegna, era stato arrestato nel 1926 benché avrebbe dovuto godere dell’immunità parlamentare essendo stato eletto deputato nel 1924.
Fu condannato definitivamente nel 1928 dal Tribunale speciale fascista per le sue idee, perché, come l’accusa ebbe a dire nella sua requisitoria, “bisogna impedire a questo cervello di pensare per vent’anni”. Il processo si svolse contro 22 comunisti tra i quali Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea costituente della nostra Repubblica. Gramsci fu condannato per attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Non ci fu bisogno che trascorresse un così lungo tempo per neutralizzarne l’azione, perché Gramsci, consumato dal carcere, morì nel 1937. Tra i fondatori e poi segretario del Partito comunista, egli fu politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario: i suoi scritti sono considerati tra i più originali della tradizione filosofica marxista. Non conobbe mai il suo secondo figlio, Giuliano. A lui e al primogenito Delio dedicò dal carcere numerosi brevi apologhi, storielle e favole, nei quali spesso sono protagonisti gli animali, che Gramsci amava molto. Tra questi racconti abbiamo scelto la storia dei suoi due passerotti, raccolti perché caduti dal nido: per un certo periodo gli fecero compagnia nella cella del carcere. (C.B.)

Due passerotti nel carcere amici di Antonio Gramsci

Carissima Tania, ti racconterò la storia dei miei passerotti.
Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (blatta o un millepiedi).
Il primo passerotto era molto più simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa.

Il primo divenne subito padrone della cella. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporare la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo: e per ciò una volta cadde in un recipiente pieno di rifiuti della caffettiera e fu lì lì per affogare. Ciò che mi piaceva di questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso era che la sua relativa familiarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiare danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose.
Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò più, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. E’ morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi morì di colpo.
L’attuale passero, invece, è di una domesticità nauseante; vuole essere imbeccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei pantaloni; se avesse le ali intere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi, oltre al fatto che il mangiare sempre pane molle deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate.
Questa la storia dei miei passerini.
Ti abbraccio teneramente.

Antonio

 

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In Municipio per il libro “Il corpo si fa ponte”

In Municipio per il libro “Il corpo si fa ponte”

Presentazione dell’opera di Elizabeth Koole con la partecipazione dell’Assessore Beccari

Sabato 26 novembre, presso la Sala consiliare del Municipio in Via Benedetto Croce, si è tenuta la presentazione del libro …..

In Municipio per il libro “Il corpo si fa ponte”

Presentazione dell’opera di Elizabeth Koole con la partecipazione dell’Assessore Beccari

Sabato 26 novembre, presso la Sala consiliare del Municipio in Via Benedetto Croce, si è tenuta la presentazione del libro “Il corpo si fa ponte. Educazione al movimento consapevole e creativo”.
Oltre agli autori, Elizabeth Koole e Alessandra Scalisi, sono intervenuti l’Assessore alle Politiche dei Servizi sociali Andrea Beccari e la professoressa Anna Maria Ajello. “Il corpo si
fa ponte” è un libro realizzato da Elizabeth Koole e Alessandra Scalisi con la collaborazione del gruppo “Insegnanti in Movimento”. Il libro espone una profonda esperienza di formazione vissuta da un gruppo di  insegnanti e raccontata direttamente dalle loro diverse voci. È il racconto di come siano riuscite a sperimentare e approfondire i temi dell’essere, della relazione e della creatività attraverso un lavoro sul corpo e il movimento. Il corpo è l’elemento centrale; lo strumento per aumentare la consapevolezza di sé e per migliorare le capacità comunicative di ciascuno; fino a riuscire ad esprimere la propria essenza in relazione con l’altro.
Ne hanno fatto nascere un percorso, lo hanno confrontato e concettualizzato fino ad arrivare a definirlo:
Educazione al Movimento Consapevole e Creativo”. Parole che non ne esauriscono l’esposizione ma invitano a sperimentarlo. Il racconto della loro esperienza testimonia come con quel metodo siano riuscite a modificare e trasformare la relazione e la comunicazione con gli altri.
Nella presentazione dell’evento, l’Assessore Beccari ha ringraziato l’Associazione “Il Tulipano” ed in particolar modo il lavoro che Elizabeth Koole ha realizzato nei Centri anziani del Municipio, tramite il suo metodo di lavoro teso ad accrescere le potenzialità umane, sia
sul piano fisico che psicologico, emozionale e sociale (E.S.).

 

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La verità su Cristian

La verità su Cristian


Nicola Di Gennaro, poeta popolare, noto ai lettori di Cara Garbatella, ha voluto rendere omaggio a Cristian con i suoi versi. Nicola conosceva sin da ragazzo Cristian, vicino di casa all’ Albergo Bianco di Piazza Biffi.

Se né andato, anzi no, l’hanno spedito via, …..

 

La verità su Cristian

Nicola Di Gennaro, poeta popolare, noto ai lettori di Cara Garbatella, ha voluto rendere omaggio a Cristian con i suoi versi. Nicola conosceva sin da ragazzo Cristian, vicino di casa all’ Albergo Bianco di Piazza Biffi.

Se né andato, anzi no, l’hanno spedito via,
come si fa con un semplice foglio di via,
quel caro ragazzo del nostro quartiere
che ricordo ancora con vero piacere
in calzoncini corti, sotto casa mia,
pieno di vita, pieno d’allegria.
Avresti voluto dirci la verità, di quanto ti è successo
non hanno voluto, ed ora quella verità
giace con te, all’ombra di un cipresso.
Quella verità non ce la diranno mai,
ma io, tutti noi, sappiamo che tu la sai
e che un giorno (più lontano che mai)
tu caro Cristian, tu ce la racconterai.
Per ora speriamo che la verità venga fuori,
che la giustizia regni soprattutto,
che a questi infami lutti e dolori
non si aggiunga qualche altro lutto.

Nicola Di Gennaro


 

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Un regalo buono che fa bene

Un regalo buono che fa bene

Anche quest’anno, in occasione delle festività di fine d’anno, le Associazioni Culturali Altrevie e Cara Garbatella, in collaborazione con ULAIA ArteSud onlus, promuovono l’iniziativa di solidarietà …..

 

 

Un regalo buono che fa bene

Anche quest’anno, in occasione delle festività di fine d’anno, le Associazioni Culturali Altrevie e Cara Garbatella, in collaborazione con ULAIA ArteSud onlus, promuovono l’iniziativa di solidarietà UN REGALO BUONO CHE FA BENE che, attraverso la vendita di olio extravergine d’oliva umbro, ha l’obiettivo di raccogliere fondi a sostegno del progetto ‘Music for Study’ per borse di studio da destinare a giovani universitari palestinesi dei Campi profughi di Burj al Scemali, in Libano.
Quest’anno, poi, il regalo buono fa bene due volte, perché l’olio è prodotto sui colli di Assisi e raccolto dall’Associazione ALVEARE (PG) che dà lavoro a persone disagiate che proprio attraverso il lavoro sono aiutate a riacquistare la loro dignità.
L’olio extra-vergine d’oliva è posto in vendita in confezioni regalo da:
>Lattina da lt. 2 a 20 €
>Lattina da lt. 3 a 25 €
>Lattina da lt. 5 a 40 €
Le prenotazioni si raccolgono agli indirizzi e.mail: am.procacci@alice.it – nataliacodispoti@yahoo.it – vidali.orietta@minambiente.it
L’olio potrà essere ritirato, dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 20, presso la sede di Altrevie in Via Caffaro 10, a partire dal 15 dicembre.

Info Anna Maria 3384377510


 

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“Sgarbastile”, progetto culturale per coinvolgere i nostri ragazzi

“Sgarbastile”, progetto culturale per coinvolgere i nostri ragazzi

Intervista a Gabriele Mazzucco, autore e regista teatrale

di Gancarlo Proietti

Gabriele Mazzucco, 28 anni, cresciuto alla Garbatella, scrittore, giornalista, autore e  regista teatrale. Presidente dell’Associazione Culturale degli Arti e fondatore del neo progetto Culturale “Sgarbastile”. Laureato al DAMS di Roma Tre, da sempre  appassionato di arte, in particolar modo, di cinema e teatro.

Quando hai iniziato a scrivere ?
Mi sembra fin da quando ho memoria ; già in prima elementare raccontavo le storie sui vampiri ai miei compagni durante l’intervallo. Certo, quello che riuscivo a mettere su carta era l’un per cento di quanto immaginavo e poi nei temi non è che prendessi dei gran voti.
E a scrivere per il teatro ?
Il primissimo testo l’ho scritto nel 2009, dal titolo “Chi è di scena?”.

“Sgarbastile”, progetto culturale per coinvolgere i nostri ragazzi

Intervista a Gabriele Mazzucco, autore e regista teatrale

di Gancarlo Proietti

Gabriele Mazzucco, 28 anni, cresciuto alla Garbatella, scrittore, giornalista, autore e  regista teatrale. Presidente dell’Associazione Culturale degli Arti e fondatore del neo progetto Culturale “Sgarbastile”. Laureato al DAMS di Roma Tre, da sempre  appassionato di arte, in particolar modo, di cinema e teatro.

Quando hai iniziato a scrivere ?
Mi sembra fin da quando ho memoria ; già in prima elementare raccontavo le storie sui vampiri ai miei compagni durante l’intervallo. Certo, quello che riuscivo a mettere su carta era l’un per cento di quanto immaginavo e poi nei temi non è che prendessi dei gran voti.
E a scrivere per il teatro ?
Il primissimo testo l’ho scritto nel 2009, dal titolo “Chi è di scena?”. Precedentemente il mio rapporto con la penna era migliorato, tanto che nei temi ho trovato l’unico appiglio a cui attaccarmi per diplomarmi al Liceo Scientifico prima e la motivazione giusta per laurearmi poi.
[Al centro in basso Gabriele Mazzucco insieme ad alcuni componenti della compagnia teatrale Arti Grafiche]
Qual è il tuo rapporto con la Garbatella ?
Qui sono vissuti i miei bisnonni, qui sono nati i miei nonni paterni e mio padre, ai quali devo la mia passione per l’arte; a mio nonno, in particolare, che da ragazzino mi portava in giro tra mostre e chiese romane, ogni volta che per ragioni diverse non mi trovavo a scuola. Io, invece, ci vivo da quando ho cinque anni ed è proprio qui che voglio restare. E’ sempre stato un vanto per me essere un “Garbatellaro”, anche quando non si faceva certo a gara per poter dire di essere della Garbatella, come invece succede oggi, anzi …
Hai qualche progetto che riguarda il nostro quartiere?
Intanto i miei spettacoli teatrali, “Chi è di scena?”, “La storia di mezzo”, gli “Sketch Anarchici”, “Di Robert Allen Zimmerman (e di Bob Dylan)”, sono passati tutti nei vari teatri della Garbatella; perché per me è importante “giocare in casa” quando devo testare uno spettacolo e così, penso, sarà anche in futuro.
Poi ho intenzione di scrivere qualcosa che racconti il passaggio della
Garbatella da borgata a quartiere alla moda. Un libro probabilmente … con quelle sfumature che può avere solo chi il quartiere l’ha vissuto quotidianamente.
In più sto provando a far nascere un progetto artistico che vedrà coinvolti tutti i ragazzi cresciuti nel nostro quartiere, uniti dall’amore e dall’interesse per le varie forme artistiche … dal nome”Sgarbastile”.
Sgarbastile ?
Un nuovo stile, “sgarbato”, originato dalla “garbata” Garbatella. Al momento ci stiamo aggregando per influenzarci reciprocamente tra di noi, ma siamo ancora in fase embrionale; comunque credo (e spero) non ci voglia ancora molto per dare alla luce del nuovo materiale da sottoporre alla gente.

 

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Il Piano sociale del Municipio XI 2011-2015

Il Piano sociale del Municipio XI 2011-2015

Si è discusso con i cittadini il nuovo assetto del welfare municipale. Intervista all’Assessore Andrea Beccari.

Per capire quali sono le nuove tendenze del welfare prossimo venturo, alla luce della drammatica situazione di bilancio di Roma Capitale, il Municipio Roma XI sceglie ancora una volta la strada della partecipazione popolare. Si sono svolte durante il mese di maggio le sessioni per il …..

Il Piano sociale del Municipio XI 2011-2015

Si è discusso con i cittadini il nuovo assetto del welfare municipale. Intervista all’Assessore Andrea Beccari.

Per capire quali sono le nuove tendenze del welfare prossimo venturo, alla luce della drammatica situazione di bilancio di Roma Capitale, il Municipio Roma XI sceglie ancora una volta la strada della partecipazione popolare. Si sono svolte durante il mese di maggio le sessioni per il rinnovo del Piano Regolatore Sociale, lo strumento programmatico delle politiche sociali, utilizzato dai municipi e dal Comune di Roma per aprire a tutti gli attori del territorio la costruzione del welfare per i prossimi anni.
I punti qualificanti del progetto municipale si sono sviluppati partendo dalla capacità che l’Assessorato alle Politiche sociali ha avuto di aver attivato durante gli anni una vasta rete di servizi e di connessioni con la società civile del territorio. In prima linea le politiche dei Servizi Sociali: la progettazione ed erogazione dei servizi domiciliari, di quelli di gruppo, delle semiresidenze e residenze per anziani, per i diversamente abili, per i minori e per gli adulti in difficoltà.
In questi giorni è stato redatto dall’ufficio Servizi sociali e dalla segreteria dell’Assessorato, il testo del Piano sociale municipale, che è stato consegnato per l’approvazione al Dipartimento alle Politiche sociali e che confluirà assieme a quelli degli altri Municipi nel Piano regolatore di Roma Capitale. A margine della conferenza di presentazione del testo, abbiamo incontrato l’Assessore alle Politiche sociali del Municipio XI, Andrea Beccari, cui abbiamo posto alcune domande. Assessore Beccari, in quale ottica si inquadra il nuovo Piano regolatore sociale municipale?
“La costruzione e realizzazione del Piano 2011-2015 ha offerto al Municipio l’occasione per ampliare, consolidare e rivedere i processi di consultazione e concertazione avviati negli anni precedenti a supporto delle scelte strategiche nel settore dei servizi sociali da offrire al cittadino e del welfare sociale. Un percorso aperto e condiviso, basato su una relazione di giusto equilibrio tra decisori politici e decisori amministrativi, tra livelli istituzionali e organizzazioni del consesso civile”. Qual è il peso politico del Piano? “Il contesto in cui si colloca la nuova programmazione del Piano regolatore sociale ad oggi può definirsi un contesto piuttosto complicato in quanto, come sappiamo, si stanno mano mano eliminando tutti i finanziamenti dedicati al Welfare.
Nonostante ciò sarebbe opportuno restare uniti e ripartire insieme per tentare di dare una controrisposta a tale situazione al fine di costruire qualcosa di nuovo e più vicino alle singole persone. Anche se il Piano non è ancora supportato da un documento di indirizzo delle Amministrazioni Centrali, dai contributi dei tavoli si cercherà di realizzare qualcosa di concreto a livello locale e sarà comunque un momento di vero arricchimento. Un esempio che potremmo portare è per l’appunto l’utilizzo di una Radio Web strumento tramite il quale ognuno è libero di far conoscere agli altri le attività che svolge all’interno del welfare locale in modo capillare. Questa Radio Web potrebbe in tal caso esser vista come uno strumento di partecipazione collettiva”.
Se dovessimo tirare le somme? “Da quanto si evince dai dibattiti e dal documento realizzato, la realtà di ognuno viene percepita come una realtà piena di solitudini. Il cittadino si sente solo e abbandonato sia dal punto di vista lavorativo che sociale. I servizi che già sono in campo possono essere davvero dei punti di accesso sul territorio e possono portare i cittadini ad essere cittadini attivi, che partecipano alla vita pubblica. Pertanto molti cittadini che ad oggi sono piuttosto refrattari alle Amministrazioni pubbliche possono cambiare idea e rendersi partecipanti.
Quindi già il momento dell’informazione deve essere visto come un momento di partecipazione. Credo dunque che riuscire ad attivare queste pratiche possa essere un buon punto di partenza per avvicinare il cittadino informato a partecipare alle iniziative del territorio, mettendo in piedi strumenti concreti per la loro realizzazione” (E.S.).

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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Va in scena “L’Albergo rosso”

Va in scena “L’Albergo rosso”
Il dramma, ambientato negli anni 30 del secolo scorso, di una famiglia deportata alla Garbatella dalla demolita Spina di Borgo. Da gennaio al teatro La Cometa
di Gianni Rivolta

L’Albergo rosso va in scena a teatro.
Già, è proprio così, il più famoso degli Alberghi suburbani della Garbatella, costruiti tra il 1926 e il ’29 su progetto dall’architetto Innocenzo Sabbatini, è diventato il soggetto di una pièce teatrale che è in cartellone al teatro della Cometa dal 31 gennaio fino al 19 febbraio prossimi.

Va in scena “L’Albergo rosso”
Il dramma, ambientato negli anni 30 del secolo scorso, di una famiglia deportata alla Garbatella dalla demolita Spina di Borgo. Da gennaio al teatro La Cometa
di Gianni Rivolta

L’Albergo rosso va in scena a teatro.
Già, è proprio così, il più famoso degli Alberghi suburbani della Garbatella, costruiti tra il 1926 e il ’29 su progetto dall’architetto Innocenzo Sabbatini, è diventato il soggetto di una pièce teatrale che è in cartellone al teatro della Cometa dal 31 gennaio fino al 19 febbraio prossimi.
“L’Albergo rosso” è la storia di una famiglia di una Roma che non c’è più. Una coppia con figli e giovane nuora a carico, in seguito agli sventramenti della Spina di Borgo, è costretta a trasferirsi coattamente alla Garbatella. Siamo nel 1936, il piccone di Mussolini si abbatte inesorabilmente sulle prime case di Borgo, che verranno tutte demolite nell’arco di due anni.
Il padre (Ninetto Davoli, famoso protagonista di diverse pellicole di Pasolini), un orologiaio con una affermata clientela persino tra monsignori e cardinali in Vaticano, vive il dramma dell’abbandono della casa e della bottega.

 Lo aspetta, in età avanzata, una nuova vita e un futuro denso di incertezze. La sua casa sta per essere demolita per fare spazio alla grandiosità di Via della Conciliazione.
Bisogna andarsene. Caricare mobili e masserizie su un camion, paga tutto il Governatorato.
Stipati i propri mobili nei magazzini, tra le misere camere dell’Albergo del popolo, senza lavoro, la famiglia sopporterà l’umiliazione della chiusura della stanza per morosità da parte del direttore fascista. Non sono bastate le promesse e le intercessioni di un viscido milite fascista, vagamente interessato alla giovane figlia. Saranno costretti a scendere ai seminterrati nelle stanze senza luce e senza finestre esterne.
Nell’inferno delle “camere oscure” vive già una moltitudine proletaria di diseredati, ma tra loro come in una favola c’è anche “Mao miao” (personaggio realmente esistito), così era chiamato dagli “albergaroli” un principe turco in esilio, perennemente vestito di bianco e con un discreto portafoglio.
Il giovane figlio dell’orologiaio lo deruba nottetempo e con i soldi pagherà i debiti, consentendo ai familiari di risalire ai piani superiori.
La regia è di Federico Vigorito, il testo di Pierpaolo Palladino, scrittore teatrale romano, che nel 2004 con questa opera vinse il premio Riccione. Palladino non è nuovo alla Garbatella. In diverse occasioni, infatti, collaborò alla stesura di testi messi in scena al teatro Palladium.
E’ da lì che nacque in lui la passione e il legame con il vecchio quartiere Iacp.
Per metà gennaio è previsto nel quartiere l’organizzazione di un convegno con la partecipazione di urbanisti e storici.
In tale occasione, oltre all’allestimento di una mostra fotografica con immagini d’epoca, verrà anche proiettato il documentario realizzato da Teleroma 56 con interviste agli attori e agli anziani “albergaroli”, testimoni di quella esperienza ancora viva nei ricordi degli abitanti.

 

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Il Municipio Roma XI boccia il Piano regolatore sociale Alemanno

Il Municipio Roma XI boccia il Piano regolatore sociale Alemanno

Molti Municipi, di centro-sinistra e di centro-destra, hanno già espresso parere negativo

di Eraldo Saccinto

E’ un piano che non soddisfa le esigenze delle fasce più deboli della città. Non solo amministrazioni di centro sinistra, anche alcuni Municipi di centro destra hanno dato parere negativo, mentre molte associazioni di settore si sono dette perplesse sia …..

Il Municipio Roma XI boccia il Piano regolatore sociale Alemanno

Molti Municipi, di centro-sinistra e di centro-destra, hanno già espresso parere negativo

di Eraldo Saccinto

E’ un piano che non soddisfa le esigenze delle fasce più deboli della città. Non solo amministrazioni di centro sinistra, anche alcuni Municipi di centro destra hanno dato parere negativo, mentre molte associazioni di settore si sono dette perplesse sia sull’impostazione sia sul contenuto. Sull’onda di questa vera e propria sollevazione, anche il consiglio del Municipio Roma XI ha bocciato il Piano regolatore sociale 2011-2015 proposto dalla Giunta Alemanno.
Il Piano è il documento programmatico che definisce le politiche di welfare di Roma Capitale e dei Municipi nel senso più ampio del termine.

È il più importante strumento di programmazione delle politiche sociali comunali e municipali, comprendendo sia gli interventi rivolti alle persone che alle comunità. Consta di un grosso lavoro di mappatura e conoscenza dei bisogni, della domanda sociale, dei diritti sociali e di standard urbani fondati su processi di ostenibilità sociale, ambientale e territoriale.
Contiene i progetti e i servizi attuati e da attuare nel Municipio con lo scopo di sviluppare un welfare comunitario. In particolare, s’inquadra nel contesto della Legge-quadro 328/2000 che prevede la realizzazione di un sistema integrato di interventi e servizi sociali per una protezione sociale attiva, capace di mettere in campo opportunità, servizi e trasferimenti economici a sostegno delle persone e delle famiglie.
dDa sempre nel nostro Municipio il Piano regolatore sociale è stato frutto di un lungo percorso di coinvolgimento e partecipazione delle realtà sociali e del terzo settore.  Andrea Beccari, Assessore alle Politiche sociali lo ha spiegato in Consiglio, motivando il profondo dissenso col piano presentato dalla Giunta Alemanno: ”Questo piano regolatore sociale cittadino si pone in un rapporto di continuità con lo smantellamento del welfare, con la negazione delle risorse ai territori, con il sostanziale abbandono delle comunità locali al loro destino, perpetrato in questi anni dal dimissionario Governo nazionale. Di fronte a un corpo sociale sempre più colpito dalla crisi, questo piano non ha alcun respiro strategico e non assicura neanche la spesa storica su cui Roma si è assestata. Rinuncia a priori al compito di fornire risposte strutturali alle nuove povertà, alle generazioni precarie, ai tanti a cui e’ negato il diritto all’abitare, a chi necessita di una rete di assistenza inclusiva, come i cittadini con disabilità, gli anziani non autosufficienti e gli adulti in difficoltà. Quella avanzata dalla giunta Alemanno – ha aggiunto Beccari – è una proposta indecente. Il welfare e i servizi alla persona non possono essere ridotti ad un elenco di paroline svuotate di qualsiasi punto di caduta pratico. Serve, al contrario, un disegno generale di sostegno e rafforzamento della cittadinanza e di un’intera comunità. Il Piano inoltre non fa alcun passo avanti sul tema dell’integrazione, limitandosi a dichiarazioni di principio senza alcun intervento effettivo. Appare chiaro – ha aggiunto l’Assessore – che non vi sono gli strumenti necessari per affrontare la situazione di difficoltà dovuta alla crisi che la città sta vivendo, non c’è l’approccio corretto ad un welfare dei diritti in forma di sistema e adeguato alle sfide di una crescente domanda. In questo quadro il Piano di Roma Capitale diviene un documento fotografico della situazione esistente ma privo di proposte e di priorità da adottare, specialmente a fronte della scarsità di risorse economiche che imporrebbero una presa di posizione ben più incisiva che risponda strategicamente alle esigente della popolazione della Capitale”.

 

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La morte di Cristian De Cupis. Troppe domande senza risposte

La morte di Cristian De Cupis. Troppe domande senza risposte

Un dramma che ha scosso l’opinione pubblica. Molte analogie con il caso Cucchi.
Un comitato popolare alla Garbatella per sollecitare le indagini

di Alessandra Magliaro

di Angiolo Marroni
Garante dei detenuti della Regione Lazio

 Cristian De Cupis era un uomo di 37 anni che viveva qui, alla Garbatella. Vedendo la sua foto sui giornali molti di noi lo avranno riconosciuto ed avranno pensato all’ultima volta che lo hanno incrociato nelle strade e nelle piazze di questa zona, che è parte di una grande città, ma è come se fosse ancora un paese, per il forte senso di appartenenza che unisce chi vi abita. …

La morte di Cristian De Cupis. Troppe domande senza risposte

Un dramma che ha scosso l’opinione pubblica. Molte analogie con il caso Cucchi.
Un comitato popolare alla Garbatella per sollecitare le indagini

di Alessandra Magliaro

di Angiolo Marroni
Garante dei detenuti della Regione Lazio

 Cristian De Cupis era un uomo di 37 anni che viveva qui, alla Garbatella. Vedendo la sua foto sui giornali molti di noi lo avranno riconosciuto ed avranno pensato all’ultima volta che lo hanno incrociato nelle strade e nelle piazze di questa zona, che è parte di una grande città, ma è come se fosse ancora un paese, per il forte senso di appartenenza che unisce chi vi abita.

Cristian è morto il 12 novembre in un letto del reparto per detenuti dell’Ospedale “Belcolle” di Viterbo, dopo aver denunciato ai medici di essere stato picchiato dai poliziotti al momento del suo arresto, alla Stazione Termini. E’ morto solo, lontano dai suoi amici e dalla famiglia che ha saputo cos’era accaduto solo quando tutto si era, ormai, compiuto.

La vicenda di Cristian De Cupis è finita sulle prime pagine dei giornali italiani perché è stata ribattezzata “il nuovo caso Cucchi”, perché ha fatto impressione che una famiglia fosse tenuta all’oscuro che un suo figlio stesse morendo e soprattutto perché è inaccettabile che oggi, in uno Stato che si proclama “Patria del diritto”, un uomo affidato alle istituzioni possa morire così, fra reticenze e zone d’ombra.

Cristian aveva avuto problemi con la giustizia, mi piace pensare che avesse deciso di voltare pagina: solo quattro giorni prima di morire era andato in un Centro per l’Impiego per ex detenuti e tossicodipendenti per trovare un lavoro: voleva fare il giardiniere.
La mattina del 9 novembre viene arrestato, dopo una colluttazione, alla Stazione Termini per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale.

Portato al Pronto Soccorso dell’ospedale “Santo Spirito” Cristian, che aveva delle escoriazioni alla fronte, riferisce ai medici di essere stato percosso dagli agenti durante l’arresto. Il giorno dopo viene trasferito nella struttura protetta dell’ospedale “Belcolle” dove viene sottoposto a tutti gli esami, compresa una Tac. Il La famiglia, gli amici, il quartiere chiedono verità La morte di Cristian De Cupis Troppe domande senza risposte Un dramma che ha scosso l’opinione pubblica. Molte analogie con il caso Cucchi.
Un comitato popolare alla Garbatella per sollecitare le indagini Al teatro la Cometa va in scena “L’Albergo Rosso” di Gianni Rivolta A pag 3 giorno seguente, il giudice convalida l’arresto e dispone i domiciliari non appena finito il ricovero. Ma la mattina del 12, Cristian viene trovato morto nel suo letto. Secondo i sanitari che lo avevano in cura, le sue condizioni di salute non erano tali da far immaginare una morte tanto repentina.
Sulla vicenda la Procura di Viterbo ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di omicidio colposo contro ignoti e, a questo proposito, determinanti saranno i risultati dell’autopsia (cui però non ha potuto partecipare il consulente nominato dalla famiglia) il cui primo responso parla di arresto
cardiocircolatorio e della presenza di alcune ecchimosi e di qualche escoriazione, ma di nessuna lesione di organi interni tali da causarne la morte.
E’ chiaro che questo non basta per scrivere la parola “fine”: i sanitari del “Belcolle” mi hanno personalmente riferito che l’uomo stava bene e che le analisi non mostravano alcuna patologia. Come può un ragazzo così morire d’infarto? Io credo che l’indagine abbia il dovere di stabilire da cosa è stato provocato l’infarto e se qualcuno ne sia stato, direttamente o indirettamente, responsabile.

Ma, al di là di come evolverà l’inchiesta – fondamentale anche per fare quella chiarezza che meritano le migliaia di operatori della sicurezza che svolgono con correttezza e abnegazione il proprio lavoro – è inevitabile che questa storia, comunque una brutta storia, lascia in sospeso molti interrogativi, molte cose che purtroppo non tornano.
Innanzitutto la procedura seguita, certamente discutibile: dall’arresto al trasporto in ospedale a Roma, al successivo trasferimento al “Belcolle” Cristian non è mai passato da una struttura carceraria, non è stato registrato con alcuna matricola, né ha avuto autorizzazioni penitenziarie per il trasferimento.
Il provveditorato dell’amministrazione penitenziaria non ha ricevuto nessuna comunicazione dell’arresto e anche questo è un fatto strano perché normalmente è tra i primi ad essere informato. Perché è stato trasferito dall’ospedale “Santo Spirito” in una struttura sanitaria per detenuti se ancora non lo era? Come Ufficio del Garante stiamo cercando di capire come sono andate veramente le cose ma è un fatto che non siamo riusciti ad avere il referto dell’ospedale Santo Spirito e nemmeno quello di Viterbo.
Fino a che tutti questi lati oscuri non saranno chiariti credo sia un dovere di tutti, cittadini ed istituzioni, dare continuità alla richiesta di giustizia per evitare che, come accaduto altre volte, questa vicenda possa cadere nell’oblio. Per tutelare la memoria di Cristian è anche nato il comitato “Verità e Giustizia”, promosso dagli amici, dai familiari, dal parroco della chiesa di Santa Galla e da alcune associazioni del quartiere.
E’ importante che si arrivi alla verità per allontanare la sgradevole sensazione di trovarsi davvero di fronte ad un nuovo caso Cucchi. Al momento non abbiamo elementi per parlare di coincidenza fra le due vicende; quello di Cristian non è un caso Cucchi ma è innegabile che ci somiglia molto, soprattutto per i non detti, per le reticenze per i punti oscuri.
Certamente questa vicenda ha aiutato ad accendere un faro su questi fatti anche nella nostra Regione. Verità e Giustizia sono valori alti e nobili, che nella vita quotidiana consideriamo ormai come acquisiti. Ma spesso, troppo spesso, siamo chiamati a batterci per difenderli.

 

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Eventi

ogm - orchestra garbatella multietnica

A.A.A.

Musicisti stranieri cercasi
per la OGM, l’
Orchestra della Garbatella Multietnica

 

Sei straniero e suoni uno strumento musicale? Allora vieni a suonare con noi nell’Orchestra della Garbatella Multietnica!

 

Dopo il suo primo concerto a giugno 2012, la OGM sta continuando ad arricchire il suo repertorio, rivisitando in chiave etnica le canzoni popolari romane ed è entrata a far parte del coordinamento nazionale delle bande e orchestre multietniche italiane.

ogm - orchestra multietnica garbatellaContatti
Telefono: 3494277098 (Riccardo)
Email: orchestragarbatellamultietnica@gmail.com

Su Facebook: Orchestra Garbatella Multietnica
articolo pubblicato su cara Garbatella il 10 luglio 2012


tombola-di-solidarietàSabato 22dicembre alle ore 20,00

TOMBOLA DI SOLIDARIETA’

Tradizionale tombola di solidarietà a sostegno della campagna
‘UN REGALO BUONO CHE FA BENE’.
Ore 20,00 – Via Pullino 97 (Metro B Garbatella).
Se volete saperne di più, visitate youtube e cliccate ‘tombola
di solidarietà altrevie’.


la-villetta-cinelliGiovedì 13 Dicembre 2012 alle ore 17.30
SEL LA VILLETTA – Via Passino, 26 Roma

IL FORUM SUL LAVORO, I DIRITTI E L’OCCUPAZIONE GIOVANILE
in collaborazione con SEL La Villetta, Polisportiva “G. Castello
organizza un incontro pubblico su

“IL MERCATO DEL LAVORO NELLA PROVINCIA DI ROMA”

scarica il programma in pdf

 

 


lectio-fabio-cavalli

Domenica 9 dicembre 2012 alle ore 11.00
Lectio Magistralis … con aperitivo

Quando il teatro entra in carcere
QUESTA CELLA E’ UNA PRIGIONE

Lectio di Fabio Cavalli

“Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è una prigione” è la frase emblematica che l’attore-detenuto che interpreta Cassio in “Cesare deve morire” pronuncia alla fine del film e che racchiude l’esperienza teatrale di Fabio Cavalli nel suo lavoro nel carcere di Rebibbia. Il teatro trasforma le cose, i contesti, le persone.

Quando la straordinaria parola dei poeti irrompe dietro le sbarre, determina una rivoluzione.
Al termine dell’incontro, il pubblico potrà piacevolmente continuare ad intrattenersi con l’illustre ospite, sorseggiando un aperitivo offerto dall’Associazione Culturale Altrevie.

L’appuntamento, ad ingresso libero, è per domenica 9 dicembre alle ore 11.00, presso il Centro Socio-Culturale Garbatella, in Via Caffaro 10.

Fabio Cavalli, regista teatrale genovese, da tempo opera nel carcere romano di Rebibbia. Dal suo lavoro i fratelli Taviani hanno tratto il film “Cesare deve morire” Orso d’Oro a Berlino e candidato all’Oscar.

per info altrvie.it


messico-e-fragoleVenerdì 7 dicembre 2012Messico e fragole

Al Teatro Palladium, il giorno 7 dicembre ore 20,45, appuntamento con la tredicesima edizione dello Spettacolo di Natale degli Ufficiali Giudiziari della Corte d’Appello di Roma (nostri colleghi del Ministero): una divertente commedia contro la distrofia di Duchenne e Becker.
Quest’anno l’iniziativa è volta a finanziare una borsa di Dottorato in Fisiopatologia dello scompenso, presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
La commedia musicale “Messico e Fragole”, scritta da Gianni Buontempi, Michele Livrizzi e Luca Buccella sulle musiche di Marco Silvi, è interpretata dalla Compagnia teatrale “La Favola di Ernesto – Parent Project Team”. La storia, contrariamente a quanto farebbe pensare il titolo, è ambientata nella casa borghese di un quartiere romano dove, dopo dieci anni trascorsi in Messico, tornerà il dott. Felice Bonomo, medico volontario dell’associazione “Duchenne in the world”.
Durante l’evento si svolgerà la consegna del “Premio Claudio Bimbo” che, da sei anni, viene assegnato a una persona che si è contraddistinta nell’impegno contro la patologia.
L’appuntamento è al Teatro Palladium, in Piazza Bartolomeo Romano, 8 a Roma (Zona Garbatella), il 7 alle ore 20,45 .
Per ricevere informazioni e prenotare i biglietti gratuiti telefonare al numero 328 23 80 574 (Roberto) o scrivere a: r.martinelli@fastwebnet.it
scarica la brochure in pdf


alta-GarbatellaMostra  AltaGarbatella Mercoledì 5 dicembre alle ore 16.30

la mostra AltaGarbatella si inaugura  in occasione della presentazione del calendario del municipio per l’anno 2013 presso la Sala Consiliare dell’XI municipio di Roma via Benedetto Croce, 50. Gli orari per visitarla sono quelli degli uffici del municipio, fino al 19 dicembre.

Dal 22 dicembre 2012 al 12 gennaio 2013 prosegue presso la storica Enoteca Giansanti,
via Ostiense, 34. Info 065746768 – 065755038
www.giansantidistribuzione.it
Il venerdi ed il sabato l’enoteca è
aperta fino a tardi con degustazioni e musica dal vivo.

per info


Venerdì 23 novembre 2012 Venerdì 23 novembre 2012 SCOOP JAZZ BAND SCOOP JAZZ BAND

Associazioni Cara Garbatella e Altrevie

ore 21.00 – Via Caffaro, 10
Grande swing nell’interpretazione dei columnist della comunicazione romana.
In collaborazione con Cara Garbatella. > Scarica il pdf


 

 

dalla Villetta ai GazometriGiovedì 8 novembre alle ore 16,30

presentazione del libro dalla VILLETTA ai GAZOMETRI

di Gianni Rivolta – Iacobelli editore

Teatro Ambra piazza Giovanni da Triora, 15 (Garbatella)

intervengono insieme all’autore

Cosmo Barbato, Andrea Catarci, Enzo Foschi, Massimiliano Smeriglio

coordina Carlo Picozza

ingresso libero 


 

L’Associazione Culturale Eventi Romani

organizza ogni 3a domenica del mese un

MERCATINO a Piazza Damiano Sauli

Artigianato, Bigiotteria, Collezionismo, Modernariato, Vintage,
Esposizione Mobili, Prodotti Tipici Regionali.

 I nostri appuntamenti sono: 21 ottobre, 18 novembre, 8 dicembre, 16 dicembre 2012

info e prenotazioni: C 328 1858774 Marco


ROMA UNO TV – Giovedì 21 giugno 21.00

FORO ROMANO con Andrea Bozzi
Ospite della trasmissione Giancarlo Proietti esperienze nel quartiere e
Cara Garbatella

 

 

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Redazione

Periodico di Informazione e Cultura Territoriale a cura
dell’Associazione culturale Cara Garbatella
Iscritto al Tribunale di Roma n° 137 dell’8 aprile 2004

Direttore responsabile: Alessandro Bongarzone
Direttore editoriale: Giancarlo Proietti

Coordinatrice: Francesca Vitalini

Redazione:
Ottavio Ono
Marcello DeloguAntonella Di GraziaEraldo SaccintoLorena Guidaldi

Distribuzione curata da Guido Barbato
Grafica e foto Giancarlo ProiettiMassimo De Carolis
Coordinatore informatico Remo Terenzi

Collaboratore organizzativo Tiziana Petrini
Collaboratori Cosmo BarbatoGianni Rivolta

Grafica Web Design e Webmastering Vincenzo Lioi


via Francesco Passino, 26

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CTO: l’ospedale che non c’è

L’effetto perverso del decreto Polverini sul nosocomio della Garbatella

CTO: l’ospedale che non c’è

Il pronto soccorso solo per patologie osteo-traumatiche. Un avvenire incerto fa temere il peggio. Si allarga la protesta del quartiere, privato di un presidio sanitario essenziale

di Massimo Marletti
Coordinamento CGIL della ASL Roma C

Domenica 30 gennaio di quest’anno.
Via Cristoforo Colombo ore 18. Una persona che svolge la propria attività all’interno del CTO  viene investita a 200 metri dall’ospedale. Arriva l’ambulanza, …..

L’effetto perverso del decreto Polverini sul nosocomio della Garbatella

CTO: l’ospedale che non c’è

Il pronto soccorso solo per patologie osteo-traumatiche. Un avvenire incerto fa temere il peggio. Si allarga la protesta del quartiere, privato di un presidio sanitario essenziale

di Massimo Marletti
Coordinamento CGIL della ASL Roma C

Domenica 30 gennaio di quest’anno.
Via Cristoforo Colombo ore 18. Una persona che svolge la propria attività all’interno del CTO  viene investita a 200 metri dall’ospedale. Arriva l’ambulanza,l’infortunato è trasportato al Sant’ Eugenio, dove vengono prestate le cure del caso, per riportarlo di nuovo qui alla Garbatella intorno alle 23 dove, a distanza di diverse settimane, è ancora ricoverato.
Sembra un gioco. In realtà è l’effetto perverso del decreto Polverini sul nostro ospedale. Cercando di essere chiari, affinché si capisca quello che sta succedendo da due mesi a questa parte nel nostro nosocomio, al CTO esiste un pronto soccorso, ma è solo ortopedico e vale solo per pazienti con determinate e conclamate patologie di tipo osteotraumatiche.

La popolazione che arriva con mezzi propri può tranquillamente usufruire di questo servizio.Tutto ciò che è complesso (vedi incidenti stradali ove esistono serie possibilità di lesioni interne). E questo per effetto del decreto commissariale 80-Polverini ed a seguito di una comunicazione della ASL Roma C inviata all’ares 118, nella quale si preannunciava per il 10 gennaio 2011 la chiusura del pronto soccorso medico-chirurgico dell’ospedale.

Ad onore del vero, ad oggi esiste una sorta di guardia medica, che assicura assistenza anche a tutti quei cittadini che, con propri mezzi, si recassero nell’ospedale della Garbatella per patologie diverse dall’ortopedia. Per queste situazioni, in caso di complicanze e ricovero,  essendo formalmente chiuso il reparto di osservazione breve causa i tagli di posti letto, si provvederebbe ad un trasferimento presso altra struttura.
Siamo in mezzo al guado, quindi.
Non ci e’ dato di capire quanto questa situazione durerà o se magari così sarà per sempre. Capita in tal modo, anche per una disgraziata campagna di disinformazione, che per tutto il mese di febbraio si viaggi su 70 prestazioni di pronto soccorso al giorno con una flessione pari al
23% rispetto al 2010. Ed è evidente che quel 23% in meno viene scaricato su altri ospedali come il San Camillo, il Sant’ Eugenio e il San Giovanni ( che fine ha fatto il promesso pronto soccorso del campus biomedico di Trigoria?) con grosse difficoltà per queste strutture e gravi disagi per la popolazione.
Che ci sia un calo complessivo delle prestazioni, dalla radiodiagnostica (voci sempre più insistenti parlano di abolizione del medico radiologo di notte, di una chiusura tre giorni alla settimana delle attività di tac e risonanza magnetica: e poi qualcuno parla di riduzione delle liste di attesa aprendo il sabato e la domenica! ), a una diminuzione dei ricoveri e delle sedute operatorie, in un quadro complessivo che ci regala un ospedale aperto a pieno regime nei primi giorni della settimana, in determinati orari e specialmente la mattina, ma che si ammoscia nelle ore pomeridiane fino a svuotarsi malinconicamente tra il venerdì e la domenica ( il sabato tutto chiuso, compreso gli ambulatori ortopedici, alla faccia del rilancio).

Siamo ormai nel porto delle nebbie.
Tutto è fermo, come se si aspettasse qualcosa di nuovo, se mai qualcosa di nuovo verrà, senza che nulla o quasi si muova. E così, forse rimane l’unità spinale e con essa qualche posto di neurotraumatologia. Ma allora che fine sarà per la terapia intensiva neurochirurgica, così importante per i decorsi post operatori di quel tipo di paziente e che il decreto Polverini alloca tutta al Sant’Eugenio?
Rimane fermo l’eliporto, mentre l’angiografo in funzione da un anno è tenuto aperto solo grazie alla buona volontà di medici, tecnici, ma specialmente infermieri del CTO e del Sant’Eugenio e già qualcuno parla di smontarlo e trasferirlo altrove.
Ed ancora sempre ferma,malgrado le nostre denunce, la sezione di radiodiagnostica nel poliambulatorio al piano terra, con mammografo, ortopantomografo ( lo strumento che fa le ortopanoramiche), e ribaltabile mai utilizzati, mentre le file di attesa si allungano e il privato si ingrassa.
Via subito la osservazione breve ovvero la medicina, ma forse no, per lo meno non subito , in considerazione del fatto che non esiste alternativa territoriale a questa manciata di posti letto a fronte di una popolazione che si invecchia sempre di più e che si ammala anche per cose che poco hanno a che fare con l’orto-traumatologia.
Si parla di un’attivazione per il Municipio 11 di una sorta di primo soccorso-guardia medica per soddisfare le esigenze del territorio, specialmente per quelle specialità legate alla medicina generale, ma anche qui siamo al parlare.
Sicuramente si avvierà una sorta di collaborazione con l’INAIL ( un ritorno al passato? ), che, stranezze della vita, è vissuta dal personale tutto come una sorta di liberazione e che assicurerà un rilancio di tipo ortopedico all’ospedale, anche se ancora tutto rimane sulla carta.
I tavoli con il sindacato e con le istituzioni sono la sommatoria di tante belle intenzioni, che allo stato dei fatti tali rimangono. E questo quando ormai è già passato un anno dall’insediamento della Giunta Polverini che per ora ci ha regalato solo promesse e molti disagi.
Aspettando profeticamente qualcosa di meglio che verrà, la realtà per noi oggi è molto più cruda: il CTO, malgrado i proclami, sta lentamente morendo. C’è chi lo voleva come il Rizzoli di Bologna, chi come un modernissimo trauma-center (un po’ come… la sora camilla dove tutti la vogliono ma nessuno se la piglia), chi come la governatrice Polverini in piena campagna elettorale ne prometteva un pronto rilancio, che tutti noi, operatori e cittadini, stiamo ancora aspettando.
Rimane una fotografia impietosa.
Un ospedale che inesorabilmente, per responsabilità di tutti i governi regionali che si sono succeduti in questi ultimi 10 anni, sta morendo e che si tiene su grazie alla buona volontà dei tanti medici, tecnici, infermier,ausiliari, operai ed impiegati che ci lavorano con passione e sacrificio.
E’ proprio il caso di rispolverare il vecchio slogan: resistere, resistere, resistere ……. Ma fino a quando?

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Aprile 2011

 

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Scampata dalla shoah

Enrica Zarfati, 86 anni, numero di matricola A8506 del campo di Auschwitz

Scampata dalla shoah

Abitante storica della Garbatella, qui è tornata dopo il calvario del lager. Alla vigilia della liberazione di Roma fu presa per una delazione perché ebrea. Aveva 19  anni. Per 60 anni ha lavorato presso il nostro mercato rionale. “I tedeschi e i fascisti quanto erano cattivi!”

di Carolina Zincone

Io e Giancarlo eravamo un po’ emozionati. Lui la signora Enrica Zarfati – sopravvissuta ad Auschwitz ed abitante storica della Garbatella – l’aveva già incontrata e ci teneva a rivederla; io ne avevo sentito parlare e mi domandavo se sarei stata in grado di sollecitare un racconto di cui far tesoro senza riaprire vecchie ferite.
Le ferite sono interessanti, inutile nascondercelo. Ancor più interessanti se ci parlano di una storia terribile che vogliamo ascoltare perché fa paura, perché sembra impossibile, perché non vogliamo che si ripeta e perché in questo modo possiamo dire a chi è stato ferito quanto ci addolora che sia andata così. La scommessa, allora, consiste nel mostrarci curiosi, sì, ma anche rispettosi e, per questo, sinceramente vicini. Enrica Zarfati
Ogni persona, a modo suo, contribuisce a fare la Storia. C’è però qualcuno che la Storia l’ha subita più di altri e la cui memoria ci è particolarmente preziosa, al punto di volerla far nostra. La memoria di un singolo si trasforma così in memoria collettiva, in memoria di un popolo. E’ questo il caso di Enrica Zarfati e dei suoi ricordi che – lo si vede da subito – la signora non vede l’ora di condividere con noi.

 

Enrica ci aspettava a casa, in compagnia della sua cara e affezionata badante di origini ucraine. Una bella coppia, sembrerebbe, l’una fiera dell’altra. Tra di loro si chiamano Enrica e Irina ed entrambe hanno ricevuto – rispettivamente nel 2004 e nel 2005 – il “Premio Fantasia” della Garbatella, strumento di tutela della cultura popolare del quartiere, assegnato ogni anno a persone garbate e belle. Mentre chiacchieriamo, Irina interviene con conferme e precisazioni. I racconti di Enrica deve averli sentiti tante volte, sa che è diventata un personaggio quasi famoso, ricorda le interviste, i libri, i documentari fatti sulla base delle sue storie. E poi tutti i giorni, in salotto, si imbatte nella foto dell’ex sindaco Veltroni sorpreso in compagnia della signora Zarfati.
Ma anche Irina ha una storia. “Lei pure ha sofferto”, dice Enrica con complicità: “Quando scappavi, eh?”. Ci piacerebbe chiedere perché e dove scappasse Irina, ma la nostra visita al lotto 31, dove la Zarfati viveva e vive tuttora, suggerisce altre strade, che la nostra ospite ha quasi fretta di ripercorrere con noi: “Son passati tanti anni ma ricordo tutto come fosse il primo giorno!”. Ci dice che la cognata sta scrivendo un romanzo sulla sua storia “ma io non ho il coraggio di raccontare tutto”. In realtà il coraggio ce l’ha, eccome.
Non faccio in tempo a cambiare argomento per formulare una domanda che ci avvicini un po’ a quel 1944 di dolore, che Enrica aggiunge: “Il 16 ottobre ci fu il rastrellamento grande, al ghetto. Io no, io fui presa 7 mesi dopo. Ci hanno portato ad Auschwitz, che squallore!”. E così ci ricorda il motivo della nostra visita: Enrica Zarfati, abitante della Garbatella dall’età di anni 3, il 9 maggio del 1944, all’età di anni 21, fu presa e deportata ad Auschwitz, nella Polonia occupata, perché ebrea. “Che squallore!”, ripete, ed è curioso come sia il senso di squallore a riaffiorare per primo, più forte di tutti gli altri.Enrica Zarfati
Subito dopo, però, arriva l’impotenza, la sensazione di essere stata gabbata dal destino, la frustrazione di non essersela cavata solo per poco: “La mia è stata l’ultima partenza, vi rendete conto? Per un pelo m’hanno presa! Quando hanno liberato Roma, il 4 giugno, io ero ancora in viaggio per il Nord. Siamo stati 40 giorni fermi a Modena e lì è arrivata la notizia della liberazione, da mangiarsi le mani!!”.
Più che in viaggio, Enrica Zarfati era in tappa forzata: si trovava nel Campo poliziesco e di transito situato in località Fossoli, a circa sei chilometri da Carpi, da cui nel corso del 1944 transitarono 5.000 prigionieri politici e “razziali” che avevano come destinazione finale i campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald e Flossenburg. In sette mesi di attività del campo partirono 8 convogli ferroviari, 5 dei quali destinati ad Auschwitz. In uno dei convogli per Auschwitz avrebbe viaggiato Enrica Zarfati.
Dal 16 ottobre del 1943 la sua vita era cambiata, viveva nascosta, insieme al resto della famiglia: Enrica, che era la più grande, aveva tre sorelle e tre fratelli. A casa non ci si poteva più stare, così dapprima si erano sistemati insieme ai Pavoncello in una “grotta” della Circonvallazione  Ostiense, poi, con l’aiuto di altri vicini, si erano trasferiti in una fontana del lotto dove c’era una stanzetta segreta che le due famiglie avevano organizzato come un appartamento.
Ci vivevano stretti stretti in 16 – “a papà lo mozzicò pure un topo”, ricorda Enrica che di suo padre ha un ricordo davvero tenero e quasi protettivo – ma in questo modo tutte le volte che le guardie mandate dagli inquilini spioni erano andate a cercarli alla fontana non li avevano trovati.
Il 9 maggio, però, Enrica era sbucata dalla tana al momento sbagliato, per andare a recuperare una pagnotta tedesca comprata la sera avanti: “Chissà che sembrava questa pagnotta a quei tempi e con quella fame!
E’ così che m’hanno presa, dopo 7 mesi che scappavamo! Erano le 6 di mattina e noi lì ad implorare in ginocchio il maresciallo della pubblica sicurezza, a baciargli i piedi, a umiliarci: lasciateci, non c’ha visto nessuno!”. Lui, però, che non avrà avuto neanche 20 anni, evidentemente sapeva di essere stato visto, forse perché doveva essere tenuto d’occhio da chi l’aveva mandato lì. Per questo, mentre aspettava il comandante, era stato inesorabile: “Ormai non posso più lasciarvi”. Enrica racconta e commenta, commenta e racconta: “Boni so’ stati, eh?” “So’ stati angioletti! Quanto erano cattivi i fascisti, mamma mia! Je dispiace a lei che erano cattivi i fascisti?”.
E ancora, incredibilmente: “A me è dispiaciuto che dopo hanno perso il posto, ma dopo quello che era successo, come perdonarli?”. Enrica Zarfati
Alla domanda se nel quartiere qualcuno avesse cercato di proteggerli, la signora Enrica risponde istintivamente con un “Macché!!!!”, ma poi si corregge: “Chi sì e chi no”. Giancarlo ci rammenta che per aver nascosto gli ebrei sotto la chiesoletta don Alfredo Melani è stato riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”, termine utilizzato per indicare i nonebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita, per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista.
Enrica lo sa, ricorda che in quel periodo i suoi fratelli passavano dal rifugio al Bar Lunik (quello della “nanetta”), dove il proprietario, Socrate, li proteggeva dando loro da mangiare. “Ma 7 mesi sono lunghi!”, aggiunge Enrica, quasi a dire che prima o poi qualcosa a qualcuno doveva succedere. E successe a lei.
Non si fermavano nemmeno di fronte ai bambini “i fascistacci che facevano la spia a rotta di collo”. Che poi magari non erano neanche fascisti, ma 5000 lire per ogni ebreo denunciato facevano gola a tutti e 16 in un colpo solo sarebbero stati un bel bottino. Quel giorno che “c’hanno preso come bestie a me e a una signora qua davanti, una di quei Pavoncello, porella, che aveva 50 e passa anni…A quella l’hanno bruciata subito, a quelli deboli, che stavano un po’giù, li facevano fuori presto … vedevi quelle fiamme, sentivi quella puzza…che si doveva vedere, nella civiltà!”.
Restiamo a bocca aperta: la Zarfati ci parla di gente “bruciata” (usa molto questa espressione che fa davvero spavento), dà per scontato che sappiamo perfettamente di cosa stia parlando e butta lì un commento sulla nostra civiltà.
Ricorda che all’epoca era una bambina, una bambina di 22 anni ebrea per caso: “eravamo ebrei perché c’avevano fatto così, ma sennò … non eravamo proprio attaccati alla religione… Eravamo ebrei per modo di dire, non frequentavamo spesso la sinagoga. Sia papà che mamma erano ebrei, ma lasciavano correre.”
Prima di trasferirsi alla Garbatella la famiglia viveva a Monte Savello, al ghetto, “ma Mussolini voleva liberare il Portico d’Ottavia – ricorda Enrica – e avevano fatto ‘sta zona. Non c’era niente qui, sa?
Ci abbiamo  trovato i contadini che coltivavano la terra sotto casa”. Non c’era una comunità ebraica ma c’era qualche ebreo nei paraggi. Il papà era commesso ai magazzini, poi il magazzino è fallito ed è rimasto senza lavoro: “Eh…era una tristezza, porello, si dava da fare per qualsiasi cosa ma era piccoletto…invece lei è alto! – dice la signora rivolgendosi a Giancarlo.
Era buono papà”. E poi ammette, con l’ironia che ormai sappiamo riconoscere: “Purtroppo abbiamo fatto proprio una gran bella vita …. che momenti che abbiamo passato! La fame. E adesso che potevamo stare bene sono tutti morti, ha capito?”. Adesso. Adesso sono trascorsi tanti anni, Enrica ne ha 86. Cos’è successo nel frattempo? Cos’è che rimpiange di più?
Rimpiange il fatto di aver avuto un’infanzia amara, soprattutto per i genitori. Rimpiange il fatto di aver dovuto smettere di studiare per lavorare e dare una mano a casa. Era stata una delle prime ad entrare nella scuola Michele Bianchi (ora Cesare Battisti) quando l’avevano aperta e ricorda con una punta d’orgoglio che al primo avviamento – l’avviamento al lavoro era la scuola media dove si forgiavano le nuove leve del lavoro nazionale – era la più brava. Ma quando hanno formato la scuola ebraica tutti i fratelli avevano preso ad andare lì, in tram, perché il pasto era garantito. Dopodiché aveva dovuto abbandonare gli studi del tutto. Quando aveva accampato la scusa che non poteva più frequentare la scuola perché non aveva le scarpe per arrivarci, le maestre avevano insistito perché lei restasse e le avevano portato a casa scarpe e calzini.
Ma ormai la decisione era presa. Non aveva ancora 11 anni quando si mise a lavorare a macchina da una signora lì vicino: “Me dava ‘na cretinata”. Però è stata sia “piccola italiana” che “giovane italiana” e oggi sorride un po’ vergognosa confessando che per quei ruoli si sentiva un po’ “piccoletta” di statura (anche se aveva una sorella ancora più piccina).
Riferendosi al fascismo e a quei costumi, ci dice che “là tutti dovevano essere di quell’idea, compresi gli ebrei. Ma era una cosa civile, normale, come adesso”. I guai li causa Hitler, quando obbliga Mussolini (a questo punto “maledetto”) a fare  quello che ha fatto. Ma ecco che la signora Enrica si interrompe di nuovo e chiede a Giancarlo: “Gli voleva bene lei a Mussolini?”. “No, perché – continua – da principio era bravo, faceva tutte le cose per bene, ma quando ha cominciato a conoscere i tedeschi…s’è guastato, s’è venduto!
E allora “peggio per lui”, sentenzia Enrica, “ha fatto una brutta fine: prima l’hanno ammazzato, poi l’hanno messo a testa in giù, e pure Claretta, eh? L’amica insomma…ce n’aveva di donne, eh?”. Dette così, le cose tremende e tristemente note su cui Enrica divaga sembrano confidenze vicine al pettegolezzo.
Diverso il ricordo del bombardamento del 7 marzo 44. L’infanzia era finita, le leggi razziali in pieno vigore e il nemico alle porte. Quale nemico?
Più di un nemico. “Quel giorno”, ricorda Enrica, “io pigliai per mano mio fratello che aveva 6 anni e mia sorella che ne aveva 8 e andammo a vedere l’Albergo Bianco, la gente che era morta…invece di prendere la Stazione Ostiense gli americani avevano preso l’Albergo”. Fuoco amico, c’era anche allora. Bombardamenti chirurgici riusciti male. Non come le mitragliate dei tedeschi, che invece erano ben mirate e colpivano anche i bambini.
Lei, ancora ragazzina, il 9 maggio era finita a Regina Coeli, dove rimase una settimana finchè non “ci impacchettarono per spedirci tutti nel campo di concentramento”. A Fossoli, a quanto pare, si stava meglio che ad Auschwitz. Enrica ricorda che siccome avevano preso anche “un sacco di ricconi ebrei”, lei si era potuta industriare e, “lavando i panni dei signoroni” rimediava sempre qualcosa da mangiare. Questo nei 45 giorni in cui restò lì in attesa che si formasse un convoglio di 800 persone.
Dopodiché quel viaggio allucinante di “9/12 giorni…come bestie nei vagoni del treno, che ci facevamo tutto addosso ed eravamo pieni di insetti nei capelli”. Per non parlare dell’arrivo ad Auschwitz: “Un dramma”. Fu allora che, in fila per 5, i vecchi cominciarono ad essere divisi dai giovani, le mogli dai mariti, i figli dai genitori, Enrica dalla signora Pavoncello, che teneva a braccetto, come facevano le altre ragazze con le loro mamme. Non l’avrebbe più rivista, come non avrebbero più visto i loro cari molti di coloro che all’inizio chiedevano ancora disperatamente dove fossero finiti.

Enrica Zarfati

Come gli altri – tutto come gli altri – Enrica fu rapata a zero, svestita e rivestita da carcerata. E poi le venne fatto il tatuaggio: “Ecco, questo era il numero mio, A-8506. Ci chiamavano per numero, in tedesco, e se non ce l’imparavamo erano botte, botte e ancora botte”. Anche gli altri ricordi assomigliano a tutti gli altri ricordi degli ebrei sopravvissuti ai campi: la marescialla tedesca che gliene diede tante, “ma tante tante”, perché aveva rubato due bucce di patate per sfamarsi: “Avevamo sempre la cazzarola legata a un fianco, ma ci spettava una zuppa al giorno che certo non bastava”. Quei lavori forzati, “lì a picconare e tagliare rametti, che neanche loro sapevano quello che ci facevano fare”; la paura di morire da un momento all’altro, “come quella volta che in venti fummo portate davanti al crematorio per poi scoprire che dovevamo solo caricare dei secchi d’acqua per i vagoni tedeschi che evacuavano”; le kapò, “le più cattive – prigioniere polacche che per darsi delle arie si comportavano peggio dei tedeschi ma poi tanto al crematorio c’andavano pure loro: fu una di loro che rispose a una bambina in cerca della mamma indicando le fiamme alte del crematorio”.
In queste condizioni, di fronte a tanto orrore, non c’era modo di pensare a chi era lontano, a chi era rimasto a casa, alla Garbatella: “Lì non pensavo ai miei, non ricordavo più niente, pensavo solo a trovare le bucce di patata nell’immondizia per mangiarmele”. Amori poi, nessuno. “Che scherziamo? Ognuno pensava per sé, si stava sempre tra la vita e la morte perché tutti i giorni si faceva una selezione. Facevano l’appello, passava il tedesco o la tedesca e faceva: “Quello quello quello, via via via!”. Seguivano urla e disperazione.
Impossibile nutrire sentimenti che andassero oltre l’istinto di sopravvivenza. Immaginiamo allora cosa significò, per chi era ancora vivo, l’evacuazione del campo avvenuta in concomitanza con l’avanzata dell’Armata Rossa: “Notizie non ne arrivavano, non sapevamo niente, niente, niente”. Ovviamente, non capivano cosa stesse succedendo e quale destino li attendesse. Nel novembre 1944 Himmler, ideatore della “soluzione finale” per gli ebrei, aveva già dato ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e di demolire sia le camere a gas che i forni crematori, allo scopo di nascondere le prove del genocidio. A quell’epoca ad Auschwitz erano stati uccisi oltre 1 milione di esseri umani. Con la marcia della morte del gennaio 1945, che vide partire da Auschwitz circa 80.000 sopravvissuti, il campo si svuotò definitivamente e i prigionieri furono trasferiti in territorio tedesco.
Enrica sopportò anche la durissima marcia durante la quale morirono in molti e finì nel campo di Ravensbrück, che “pareva un fiore vicino ad Auschwitz”. Ma la liberazione non arrivava e, di fatto, non arrivò nemmeno con i russi, alla fine d’aprile: “Quando i russi ci hanno “liberato” siamo rimasti 4 mesi là perché non ci rimpatriavano. Mi chiedete che effetto ci fecero? Erano severi, sa? All’inizio ci fecero lavorare sodo pure loro, eh? Poi si addolcirono”.
E poi, finalmente, giunse il momento del ritorno a casa. Enrica ricorda che a Roma ormai c’erano gli Alleati: “I ragazzi che c’hanno portato, a me e all’amica mia Costanza, che è morta, porella, 5 anni fa, erano soldati prigionieri pure loro. Ci hanno lasciato con un carro bestiame a Ostiense. Sembravamo due sceme, non sapevamo bene dove andare, chiedevamo notizie di questo e di quello, di chi era stato preso e di chi era tornato. Dopodiché siamo andate al ghetto perché lei viveva lì. Io non ce la facevo più a muovermi, volevo morire là. Lei mi ha trascinato via, era piena di vitalità. Dico la verità: m’ha salvato lei, sennò io restavo là. Eravamo come sorelle”.
Nessuno sperava più di rivederla, Enrica: “La cosa più triste, al ritorno, è stata non trovare più papà. Dal dispiacere si era ammalato di quel malaccio e 9 mesi prima che tornassi era morto. A quanto pare, le sue ultime parole sono state: ‘Ho salvato Enrica, ho salvato Enrica, ho salvato Enrica!’. E forse mi ha salvato davvero, visto che quel giorno sono stata trasferita. Era giovane e non l’ho più trovato, i pianti… E’ stata una cosa triste sa? Io non la posso dimenticare”. Che tenerezza questa complicità, questa simpatia che Enrica cerca e riesce facilmente a stabilire con noi.
Quando è tornata, la mamma non c’era perché le avevano detto che era tornata la figlia ed era andata in sinagoga a cercarla: “Non ricordo come e dove l’ho incontrata, va bene?”.
Che strano, un pizzico di senso di colpa, il desiderio di ricordare un momento bellissimo e il dispiacere di non riuscirci.
La signora Zarfati da quel giorno non si è più mossa dalla Garbatella: “A me mi piace Garbatella. Gli sfollati si erano impadroniti di molte case, mio fratello ne aveva dovuti cacciare tanti per difendere la nostra”. Una volta rientrata, si era subito rimessa a lavorare: “Proprio il giorno appresso che sono tornata dal campo”. Lavorava a casa con la macchina da cucire, faceva i pantaloni, insieme alle sorelle. Ricominciava a vivere. Pagavano poco, però, e così la mamma fece domanda per la licenza al mercato. Le donne di casa si ritrovarono tutte là, mentre “i maschi facevano un altro mestiere”.
“Stavamo bene”, ricorda Enrica, “ma poi ho cominciato a perderli i fratelli…”. Torna il rimpianto, la consapevolezza di aver lasciato ad Auschwitz un pezzo di vita impossibile da recuperare in seguito. Perché la vita va avanti, ma si comincia anche a morire. Muoiono amici, parenti, fratelli che Enrica ha la netta sensazione di non essersi goduta abbastanza e da cui era stata lontana quando era via, in quell’anno e mezzo lungo un secolo.
Enrica ha ricordi appiattiti: la situazione di adesso che è rimasta sola con il fratello più giovane si sovrappone a quella del lager. Invece, nel frattempo, Enrica è diventata un personaggio al mercato, dove ha lavorato per 60 anni vendendo di tutto: all’inizio filo a metraggio, poi qualche cosetta, maglie, calzoni, chiusure lampo, “finché non è diventato un bel negozietto…18 anni all’aperto e poi al coperto, poi c’hanno buttato fuori un’altra volta e poi…chi ci lavora adesso al mercato sta ancora allo scoperto”. Ha smesso di lavorare quando ha compiuto 80 anni, però “avrei lavorato ancora se non mi fossi rotta prima una gamba e poi l’altra, sempre cascando…Tutti conoscevo, m’hanno fregato tanti milioni.
Segnavano e poi non pagavano, dopo aver preso la mejo robba!”. Ma non c’è niente da fare, i suoi ricordi più forti, quelli che non la fanno dormire di notte e la fanno crollare di sonno la mattina, sono quelli di Auschwitz: “Dimenticare non posso”. Anche per questo collabora con l’associazione il Tempo Ritrovato ed è felice quando il coro di Fatagarbatella le canta serenate.
Per tener viva la memoria, anche se questo non l’aiuta a perdonare: “Non potrò mai perdonare i tedeschi, mai, mai, mai! Troppo cattivi sono. Non solo con noi ma con tutti. Lei li perdonerebbe, lei?”. Difficile rispondere a questa domanda e difficile rispondere all’ultima che fa, prima di salutarci: “Racconterà tutto bene?”

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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Chiude l’Asl di Piazza Pecile?

Nostra intervista all’assessore municipale Andrea Beccari

Chiude l’Asl di Piazza Pecile?

L’edificio evidenzia segni di dissesto. Già dirottati alcuni servizi. L’ultima parola agli ingegneri. Ora si cerca in zona un’altra sede.

E’ vivo l’allarme tra la gente del quartiere per il ridimensionamento e forse per la possibile totale chiusura del poliambulatorio della ASL di Piazza Pecile. Preoccupazione che si aggiunge a quelle per le prospettive di riduzione di alcuni i servizi dell’Ospedale CTO, …..

Nostra intervista all’assessore municipale Andrea Beccari

Chiude l’Asl di Piazza Pecile?

L‘edificio evidenzia segni di dissesto. Già dirottati alcuni servizi. L’ultima parola agli ingegneri. Ora si cerca in zona un’altra sede.

E’ vivo l’allarme tra la gente del quartiere per il ridimensionamento e forse per la possibile totale chiusura del poliambulatorio della ASL di Piazza Pecile. Preoccupazione che si aggiunge a quelle per le prospettive di riduzione di alcuni i servizi dell’Ospedale CTO, cui verrebbe sottratto addirittura anche il pronto soccorso. Tale reale minaccia di carenze dell’assistenza sanitaria nel quartiere sta mobilitando innanzitutto il Municipio e anche le associazioni tra cittadini. Per conoscere la reale portata del pericolo, abbiamo chiesto all’assessore municipale Andrea Beccari come si è giunti a tale situazione e che cosa intende fare il Municipio in difesa della salute dei cittadini. (C.B.)

Che cosa ha determinato la chiusura di alcuni servizi del poliambulatorio di Piazza Pecile?
All’inizio dell’agosto scorso i Vigili del fuoco hanno costatato la presenza di alcuni cedimenti dello stabile di proprietà Enasarco di Piazza Pecile che ospita il Presidio distrettuale sanitario. L’inagibilità di una parte dei locali comportò una prima limitazione dei servizi. Da allora si è verificata un’accelerazione drammatica.
Nuovi segni di aggravamento hanno richiesto un ulteriore sopralluogo a ottobre, dal quale sono scaturite altre limitazioni dell’uso dello stabile da parte di operatori e utenti. A tutt’oggi non è dato capire se sia necessario uno sgombero parziale o totale dei servizi. La cittadinanza è ancora
sospesa, in attesa del responso degli ingegneri della Direzione regionale della Protezione civile.

Come si è mosso il Municipio?
Il Municipio ha puntato i piedi su due nodi:

  1. Certezza e rapidità per la cittadinanza sulla prospettiva e la nuovamappatura dei servizi (precisamenteciò che è mancato);
  2. Qualora emergesseun parere tecnico negativosulla stabilità dell’immobile, il presidio deve restare in un’area limitrofaall’attuale (un’ipotesi di cui si parla -poiché nel frattempo la ASL ha procedutoa una ricognizione per rinvenirenuovi spazi – consisterebbe inun’offerta a Via Pigafetta).

Che cosa comporta questa attesa per l’utenza?
La situazione è la seguente. Il Presidio sanitario di Piazza Pecile, che ha costituito soprattutto per la popolazione anziana un riferimento locale importantissimo, nella confusione e nel disorientamento generale è come se andasse pezzo per pezzo decomponendosi.
Oculistica, Radiologia, Centro prelievi già sono stati trasferiti al CTO, che rischia tra l’altro di snaturarsi ulteriormente in quanto ospedale. Odontoiatria è stata trasferita e come incapsulata per forza nel Poliambulatorio di Via Malfante, dietro Piazza dei Navigatori.
Le altre specialità sono ancora insediate in parte dello stabile e funzionanti, ma solo fino all’esaurimento degli appuntamenti già fissati.
L’Ufficio prenotazioni è chiuso. Per poter prenotare nuove visite specialistiche il cittadino viene rimbalzato al CTO, e dal CTO ad ulteriori ambulatori specialistici.

Una situazione veramente grave, foriera di ulteriori sacrifici per i cittadini.
Sì. Aggiungo che uno degli effetti più perniciosi di questo smottamento complessivo (che ha generato da parte della Direzione della ASL una spasmodica vampiresca caccia presso altri servizi) è stato il tentativo di accorpare in un unico mezzo piano di 14 stanze il CAD e il Centro di salute
mentale: come noto, dopo una battaglia durissima, il Municipio era riuscito ad ottenere, per servizi così delicati (soprattutto il CSM) l’uso del secondo piano della palazzina Liuzzi, ex IKT di Lady Asl, presso l’IPAB di San Michele, in locali finalmente dignitosi e confortevoli (forse troppo per il palato ospedalocentrico del Direttore sanitario della ASL!).
Questa operazione sembra rientrata.

Quale amara riflessione a questo punto?
In questi anni il Municipio ha posto a più riprese alla ASL non solo la questione di una maggior cura e di un riassetto più armonico dei servizi sanitari esistenti, ma anche quella (figuriamoci!) di una loro espansione operativa, di una articolazione più capillare e vicina ai cittadini, a maggior ragione in un quadro di compensazione connesso alla contrazione della rete ospedaliera, contrazione imposta dal Governo e dalla raccapricciante eredità della Giunta Storace.

Che cosa auspica il Municipio?
Come vede il futuro sviluppo dell’assistenza sul territorio?
Per noi il Distretto sanitario non doveva essere più un aggregato povero di servizi e privo di identità; doveva al contrario proporsi come punto di sutura della continuità assistenziale, dall’ospedale al domicilio, che, integrandosi con la pianificazione sociale municipale, rendesse tangibile il diritto alla salute. Insomma un insieme ben organizzato e vivo, pulsante nell’immaginario collettivo.
Noi dobbiamo denunciare una colpevole miopia. Si potrebbe affermare che ciò che sta accadendo a Piazza Pecile fosse nell’aria (non erano un mistero le condizioni di inadeguatezza dell’immobile; già almeno dal 1999, a seguito di segnalazioni di operatori, erano state fatte verifiche sulla stabilità dell’edificio, che certo non avevano evidenziato situazioni di pericolo, ma neanche avevano sortito progetti di ammodernamento).
Ma il punto non è tanto questo. In questi anni i reiterati appelli del Municipio ad avanzare un progetto strategico di sanità pubblica territoriale non hanno neppure lontanamente sfiorato la gestione manageriale della ASL. Se ciò fosse accaduto, è molto probabile che, anche a parità di costi, si sarebbe già da lungo tempo approfondita l’analisi delle condizioni dell’immobile di Piazza Pecile e si sarebbero messe in campo le alternative in un quadro organico e innovativo.
Spiace dirlo, ma è così.

Poliambulatorio Piazza Pecile, 20
Telefono 0651005025
Visite specialistiche (specialità presenti): Allergologia, Cardiologia, Chirurgia, Dermatologia, Endocrinologia, Gastroenterologia, Ginecologia, Neurologia, Oculistica, Odontoiatria, Ortopedia, Otoiatria, Radiologia, Analisi cliniche.

CUP orario sportello: dal lunedì al venerdì 8/12,30 – 14,30/16,30 – sabato 8/12,30
Cassa ticket: dal lunedì al venerdì 8/12,30 – 14,30/16,30 – sabato 8/12,30

Poliambulatorio Via Malfante , 35
Telefono 065110494
Visite specialistiche (specialità presenti).
Cardiologia, Dermatologia, Gastroenterologia, Ginecologia, Oculistica, Odontoiatria, Ortodonzia, Ortopedia, Otoiatria, Urologia.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 6 – Dicembre 2009

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Ricordo di Tonino Sangermano

Ricordo di Tonino Sangermano

Fondatore dell’associazione Albatros che negli anni ‘90 tanto ha fatto sul problema delle tossicodipendenze

di Lorena Guidaldi

Un altro personaggio della Garbatella ci ha lasciato. Il primo giugno è morto Tonino Sangermano, figura di particolare spessore del nostro quartiere.
La sua fama ha un inizio negativo, vista la situazione di tossicodipendenza negli anni Settanta, quando l’eroina entra prepotentemente nel quartiere e porta l’XI Municipio a raggiungere il primato a Roma di morti per droga.
Dopo anni di …..

Ricordo di Tonino Sangermano

Fondatore dell’associazione Albatros che negli anni ‘90 tanto ha fatto sul problema delle tossicodipendenze

di Lorena Guidaldi

Un altro personaggio della Garbatella ci ha lasciato. Il primo giugno è morto Tonino Sangermano, figura di particolare spessore del nostro quartiere.
La sua fama ha un inizio negativo, vista la situazione di tossicodipendenza negli anni Settanta, quando l’eroina entra prepotentemente nel quartiere e porta l’XI Municipio a raggiungere il primato a Roma di morti per droga.

La squadra di calcio fondata da Tonino, il primo in piedi a destra

Dopo anni di strada, carcere e tossicodipendenza, entra nella Comunità Incontro di Don Gelmini per uscirne quasi sei anni dopo completamente rinnovato. Torna nel suo quartiere e, come prima cosa, fonda un’associazione di volontariato: il “Gruppo orientamento giovanile Albatros”, che si prefigge due scopi: la prevenzione e il recupero dalle tossicodipendenze.
Come prevenzione, togliendo gli adolescenti dalla strada, dando loro, molto semplicemente, una squadra di calcio, un impegno alla portata di tutti, contro la noia e la voglia di cercare “altro”.
Sull’altro fronte, formando operatori, per la maggior parte ex tossicodipendenti, che preparano i ragazzi con problemi di droga all’ingresso in comunità.
E poi incontri nelle scuole, prima nel solo Municipio e poi via via fino ad altre regioni d’Italia; incontri settimanali per famiglie e tantissime altre iniziative che portano l’Albatros ad essere una grossa realtà. E’ il momento del salto di qualità. Tonino lascia alla Garbatella tutti quelli che l’hanno seguito in questa avventura e comincia a ricoprire incarichi di responsabilità per la Comunità Incontro. Prima una breve esperienza in Bolivia e poi qualche anno in Thailandia.
Esperienze fondamentali  della sua vita che lo segnano in maniera irreversibile.
Ma purtroppo segnano anche il suo fisico, già minato da tanti anni di tossicodipendenza.
Torna a Garbatella ma della persona che è partita anni prima non c’è più traccia. A fatica riprende una vita “normale”, ma per lui, che “normale” non è mai stato, è sempre più difficile.
Ha vissuto fuori dagli schemi, oltre le convenzioni, al di là di quello che pensava o credeva la gran parte della gente. Quella stessa gente che, a fasi alterne, lo ha osannato, abbandonato, non creduto. Se n’è andato in silenzio: tanto rumore ha fatto in vita per quanta discrezione ha avuto morendo e la chiesa semideserta, il giorno del suo funerale, forse rende tutti quelli che non c’erano un po’ peggiori.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 5 -Luglio 2008

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Un ricordo a trent’anni dalla scomparsa dello scrittore La Garbatella di Pasolini

Un ricordo a trent’anni dalla scomparsa dello scrittore

La Garbatella di Pasolini

di Gianni Rivolta

Tutta la Garbatella brillava al sole: le strade in salita coi giardinetti in fila, le case coi tetti spioventi e i cornicioni a piatti cucinati, i mucchi di palazzoni marone con centinaia di finestrelle ed abbaini, e le grandi piazzette cogli archi e i portici di roccia finta intorno. In una di queste piazzette, al capolinea del tram accanto ad un cinemetto dei preti, Tommaso spipettava nervosamente, tutto apparecchiato, aspettando Irene.
Pasolini …..

Un ricordo a trent’anni dalla scomparsa dello scrittore

La Garbatella di Pasolini

di Gianni Rivolta

Tutta la Garbatella brillava al sole: le strade in salita coi giardinetti in fila, le case coi tetti spioventi e i cornicioni a piatti cucinati, i mucchi di palazzoni marone con centinaia di finestrelle ed abbaini, e le grandi piazzette cogli archi e i portici di roccia finta intorno. In una di queste piazzette, al capolinea del tram accanto ad un cinemetto dei preti, Tommaso spipettava nervosamente, tutto apparecchiato, aspettando Irene.

Pasolini la dipinge così la Garbatella in “Una vita violenta” (1959). E ne aveva colto l’anima in poche frasi. E’ qui che, passata la Cristoforo Colombo ed entrato nella spianata della Garbatella, Tommaso conosce Irene seduta su uno di quei muretti sfranti a piazza Giovanni da Triora. Dopo “Ragazzi di vita ” del 1955 nel secondo romanzo romano Pasolini riprende le vite stracciate dei giovani di borgata. Tommaso Puzzilli, il protagonista è proprio uno di loro. E, se nelle prime pagine del libro cercherà di adescare il maestro di cui conosce le inclinazioni omosessuali, il finale lo vedrà morire di tubercolosi dopo aver affrontato fatiche immani nella notte dell’alluvione in borgata a causa dello straripamento del fiume. L’ideologia che tinge “Una vita violenta” Alberto Moravia la individuò in un comunismo non marxista “ma populista e romantico…fondamentalmente sentimentale, nel senso di esistenziale, creaturale, irrazionale”. E il culmine drammatico
di questa ideologia non può che essere il sacrificio, il martirio, in nome della classe a cui Tommaso appartiene: il proletariato.
Negli anni ’50 e ’60 i bar, le piazzette e i muretti del vecchio quartiere popolare sono stati straordinari luoghi d’incontro di intellettuali, pittori, attori e cinematografari. A cominciare da Pasolini. Il poeta, infatti, nel quartiere Icp ci veniva spesso per scovare le facce veraci dei protagonisti dei suoi film, per scoprire l’essenza più profonda del proletariato romano, quello delle borgate, che tanto amava. E’ tra la gente povera delle baracche e dei quartieri popolari che Pasolini ricercava la verità, lontano dalla metropoli omologata, dal consumismo e dall’ipocrisia della borghesia. Qui, alla Garbatella, tra i cortili delle case popolari era un’altra storia. Tra le piazzette, le fontane e le scalinate, alla luce fioca delle vecchie lampade attaccate ai muri scortecciati, nelle osterie e nei “pidocchietti” si respirava un’altra aria.
Non ci sono testimonianze fotografiche della presenza di Pierpaolo Pasolini alla Garbatella, come invece ne esistono nei quartieri di Monteverde ( una bellissima immagine di Pasolini alle prese con dei “pischelli” su una collinetta davanti ai palazzoni popolari di Donna Olimpia) o di Testaccio ( il poeta stretto nella sua giacchetta in compagnia di un giovane sul Monte dei cocci, con sullo sfondo il Gazometro), ma i compagni anziani della sezione comunista della Villetta se lo ricordano bene. Veniva spesso nei primi anni Sessanta alle Feste de l’Unità organizzate in via Passino. Spesso era accompagnato nelle visite o in occasioni di dibattiti da Laura Betti, da Ninetto Davoli o da Sergio Citti.
E la Garbatella ha avuto una parte significativa non solo nei suoi romanzi “Ragazzi di vita” o “Una vita violenta”, ma anche nella sua attività di articolista e nelle rubriche delle lettere sul settimanale “Vie Nuove”. Oggi che, in tutta Roma, mostre, dibattiti e audiovisivi ripercorrono la sua straordinaria produzione letteraria e cinematografica, rimettendo in discussione, a trent’anni dalla morte, quella tragica notte tra le catapecchie dei pescatori in riva al mare, è bello ricordarlo con queste poche e magiche frasi, che raccontano la Garbatella e il bar Foschi di sera, all’uscita dal cinema con gli occhi di due fidanzatini di borgata: Il Quo Vadis era bello lungo, e quando che finì e Tommaso e Irene uscirono dal Garbatella, era già uno scuro che pareva notte alta. Il baretto sulla piazzetta davanti al cinema luccicava come un brillocco, con tutti i suoi tubetti al neon, e la Garbatella intorno era un mucchio di luci sparse nella notte….

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Criminalità estiva? Garbatella si salva

Nostra intervista al maresciallo Gabriele Ricco, comandante della stazione dei Carabinieri

Criminalità estiva? Garbatella si salva

Nel quartiere diminuiti i reati. Consigli contro i furti in appartamento. Il problema droga. Aumentano schiamazzi notturni e atti vandalici

Estate. La stagione del sole, del caldo, delle ferie. Le località turistiche si riempiono di villeggianti in cerca di sollievo dal caldo, di divertimento, e di riposo. Le città d’arte vengono invase dai turisti, ma le periferie si svuotano. Il livello di sicurezza nei quartieri semideserti cala sensibilmente. Ed infatti l’estate è una stagione molto popolare nella cronaca.
Si registra un aumento soprattutto della piccola criminalità: gli scippi, a danno di donne e pensionati; casi di piccola delinquenza minorile; furti negli appartamenti; atti vandalici. Ma come è la situazione alla Garbatella? Lo chiediamo al maresciallo Gabriele Ricco, comandante della storica stazione dei Carabinieri della Garbatella. Storica, perché è nata insieme al quartiere, nel 1920, ed ha alle spalle, attraverso le generazioni di carabinieri che si sono succedute, 85 anni di conoscenza del posto e dei suoi abitanti. …..

Nostra intervista al maresciallo Gabriele Ricco, comandante della stazione dei Carabinieri

Criminalità estiva? Garbatella si salva

Nel quartiere diminuiti i reati. Consigli contro i furti in appartamento. Il problema droga. Aumentano schiamazzi notturni e atti vandalici

Estate. La stagione del sole, del caldo, delle ferie. Le località turistiche si riempiono di villeggianti in cerca di sollievo dal caldo, di divertimento, e di riposo. Le città d’arte vengono invase dai turisti, ma le periferie si svuotano. Il livello di sicurezza nei quartieri semideserti cala sensibilmente. Ed infatti l’estate è una stagione molto popolare nella cronaca.
Si registra un aumento soprattutto della piccola criminalità: gli scippi, a danno di donne e pensionati; casi di piccola delinquenza minorile; furti negli appartamenti; atti vandalici. Ma come è la situazione alla Garbatella? Lo chiediamo al maresciallo Gabriele Ricco, comandante della storica stazione dei Carabinieri della Garbatella. Storica, perché è nata insieme al quartiere, nel 1920, ed ha alle spalle, attraverso le generazioni di carabinieri che si sono succedute, 85 anni di conoscenza del posto e dei suoi abitanti.

di Valerio Maccari

Maresciallo, l’estate porta di solito ad un leggero aumento della criminalità. Come è la situazione alla Garbatella?
I problemi estivi sono dovuti alla “desertificazione delle città”.
Alla Garbatella questa tendenza non è così marcata, forse lo è un po’ di più dall’altra parte della Colombo. Le persone qui da noi abbandonano le loro case per periodi piuttosto brevi e lo svuotamento non raggiunge mai la soglia dell’ingestibilità. Settembre, in realtà, è il mese più a rischio.
Ma i furti in appartamento sono un problema molto sentito. Le forze dell’ordine hanno messo sotto stretto controllo le zone a rischio ma, ovviamente, non possono entrare nelle case.

Che fare, allora?
Oggi è possibile installare antifurti collegati direttamente con il 112. C’è bisogno della collaborazione dei cittadini. Se si prendono misure adeguate si può lasciare il proprio appartamento con relativa serenità.

Quindi la Garbatella è un quartiere sicuro?
Relativamente sicuro. Lo ritengo un quartiere con un indice di sicurezza maggiore di molti altri. Non si può dire che non avvengano reati, ma sono reati che si consumano dappertutto. D’altronde la Garbatella si inserisce in una grande città e ne condivide i problemi. Il grande afflusso di persone nei locali e alle varie manifestazioni festive serali, ad esempio, non semplifica la situazione. Una cosa, però, c’è da dire. Rispetto ai decenni scorsi abbiamo registrato una notevolissima diminuzione delle denunce.
Un tempo, ad esempio, in caso di furti d’auto in città, eravamo subito contattati e messi in allarme dalle altre stazioni: la Garbatella non godeva di buona fama! Non è più così.

E come mai la Garbatella è migliorata tanto?
Senz’altro per merito di un accrescimento culturale generale.
L’inserimento di varie istituzioni universitarie, per esempio, può aver contribuito a gratificare un quartiere nato in forma diversa. Ed è più facile per le forze dell’ordine ottenere risultati. E poi, ovviamente, per l’impegno delle forze dell’ordine sul territorio. Eppure si parla di furti, scippi, rapine… Come le dicevo, sono reati che vengono consumati dappertutto. Malgrado il forte afflusso di persone che vengono da fuori, credo che i reati siano veramente ridotti, invertendo la tendenza dei decenni passati. Sia ben chiaro, la sicurezza totale e completa non esiste.

Qual è il problema più grave della Garbatella?
Sicuramente il problema droga, al quale ci dedichiamo notte e giorno, costantemente. Tanto da poterle dire che, se non contenuto, è ormai decisamente sotto controllo. Poi, chiaramente, risse e, soprattutto intorno alla stazione Ostiense, quindi ai margini del quartiere, scontri interetnici. Un problema della Garbatella di oggi sono gli schiamazzi notturni, spesso una “coda”di serate in locali notturni all’Ostiense.

E come può essere risolto?
Bisognerebbe riorganizzare quei locali. Magari spostarli in zone meno abitate. Ogni cittadino ha diritto al riposo. Senza contare che altri reati sono spesso legati a questi locali. I danneggiamenti, ad esempio. Se i clienti di questi disco-pub bevono troppo, c’è anche un’alta probabilità che procurino danneggiamenti.
Per questo molti propongono il poliziotto di quartiere.
Sarebbe senz’altro una cosa positiva, ma bisogna vedere come verrebbe interpretata dai cittadini. Il sospetto dell’esistenza di uno stato di polizia non fa bene a nessuno. Noi crediamo di più nella collaborazione. Il cittadino deve dare il suo contributo: la segnalazione, ad esempio, è un elemento importante per prevenire. Però una specie di poliziotto di quartiere c’è. Da sempre la cultura dell’Arma ha valorizzato l’utilizzo di pattuglie a piedi. La nostra prerogativa è il contatto con il cittadino. Sa, la prevenzione è importantissima, pur se non è quantificabile.

E per la prostituzione?
C’è un serio impegno sul territorio. Questa piaga colpisce soprattutto la zona della Colombo, sul confine della Garbatella.
Combatterla non è semplice. Ma cerchiamo di esserci continuativamente.
Con un occhio di riguardo per le persone.
Che cosa intende? Proprio in quel momento squilla il telefono.
Dopo una breve conversazione il maresciallo mi spiega.
E’ una persona a cui hanno rubato in casa. E’ molto demoralizzata.
Le persone che subiscono questo genere di furti si sentono violate nella loro intimità. Noi cerchiamo di agire anche a livello psicologico. Siamo disponibili a rassicurare le vittime, a cercare di far loro capire che la società è qui per proteggerle. E’ un lavoro delicato. Cerchiamo di essere anche un po’ assistenti sociali.
Quando vado al bar le persone mi fermano, mi raccontano i loro problemi, mi chiedono consiglio. Noi carabinieri siamo sì per loro un punto di riferimento istituzionale, ma anche umano.

E’ importante?
Sì, perché crediamo nella prevenzione. Per noi arrestare una persona è una sconfitta. Per questo cerchiamo di combattere sul nascere i disagi che spesso portano a comportamenti criminosi.
Garbatella è migliorata molto. Ma senza strette relazioni umane tra cittadini e istituzioni non si può migliorare ancora.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 2 – Luglio 2005

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Sgradito il “vecchio” nell’ospedale

Sgradito il “vecchio” nell’ospedale

La salute è una grande questione sociale che ha costituito uno degli elementi della sconfitta elettorale di Storace nel Lazio e di altri governatori del centrodestra.
Dobbiamo perciò monitorare sempre la sua evoluzione, la gestione e le manchevolezze che si verificano, che possono essere drammaticamente vissute dai cittadini.
Il Municipio può essere parte attiva e parte civile nella difesa di un diritto fondamentale

Sgradito il “vecchio” nell’ospedale

La salute è una grande questione sociale che ha costituito uno degli elementi della sconfitta elettorale di Storace nel Lazio e di altri governatori del centrodestra.
Dobbiamo perciò monitorare sempre la sua evoluzione, la gestione e le manchevolezze che si verificano, che possono essere drammaticamente vissute dai cittadini.
Il Municipio può essere parte attiva e parte civile nella difesa di un diritto fondamentale come è quello alla salute, che peraltro va salvaguardato da tentativi di privatizzazione. La nostra Asl Roma C ha qualche problema di gestione che credo debba interessare l´attività del nuovo Assessorato alla Sanità della Regione.
Esistono questioni che riguardano i singoli presidi ospedalieri che ci debbono far riflettere. Se una persona anziana viene ricoverata al nostro Cto e non è in fin di vita, ma è in una condizione difficile perché, supponiamo, abbia una spalla fratturata per una caduta, cosa “normale” nell´età avanzata, ebbene questa persona verrà dopo qualche giorno rinviata a casa, spesso senza protezioni, con carichi tutti delegati alla famiglia che deve accollarsi il problema eventualmente con l’aiuto dell’Assessorato ai Servizi sociali del Municipio.
A volte è perfino difficile discutere con gli operatori sanitari di livello perché questi contestano con un tono spesso “americano” l´emergenza al ricovero di un “vecchio”.
Allora, con rabbia, dolore e però con dignità ci si ripiglia il proprio “vecchio”, perché quel vecchio lo ha sempre fatto per te e in ogni occasione.

Natale Di Schiena

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 2 – Luglio 2005

 

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Giuseppe Felici un, eroe figlio della Garbatella

Settembre 1943: sessanta anni fa nasceva la Resistenza

Giuseppe Felici un, eroe figlio della Garbatella

di Cosmo BARBATO

SETTEMBRE 1943 SETTEMBRE 2003:60 anni fa, tra il giorno 8, data d’annuncio dell’armistizio e il giorno 10, a Roma, proprio nel territorio del nostro Municipio, nasceva la Resistenza italiana che si sarebbe conclusa 11 25 aprile 1945 …..

Settembre 1943: sessanta anni fa nasceva la Resistenza

Giuseppe Felici un, eroe figlio della Garbatella

di Cosmo BARBATO

SETTEMBRE 1943 SETTEMBRE 2003:60 anni fa, tra il giorno 8, data d’annuncio dell’armistizio e il giorno 10, a Roma, proprio nel territorio del nostro Municipio, nasceva la Resistenza italiana che si sarebbe conclusa 11 25 aprile 1945 con la cacciata dell’occupante tedesco e dei collaborazionisti di Salò. Due furono gli epicentri della battaglia che vide uniti militari e volontari civili: la Montagnola e Porta San Paolo. Alla Piramide, tra i combattenti (numerosi anche i popolani della Garbatella), c’era un giovane eroefiglio del nostro quartiere, Giuseppe Felici, medaglia d’oro. Alla sua memoria dedichiamo questo nostro ricordo.

Due strade , una situata in uno dei quartieri nuovi della capitale, il Torrino, e l’altra in una città della Sabina, sono intitolate a un figlio della Garbatella, Giuseppe Felici, fucilato dai nazifascisti a 21 anni il 9 aprile 1944: un eroe cui è stata conferita la medaglia d’oro, al quale ha voluto rendere omaggio il Comune di Roma, dove era nato e vissuto, e quello di Poggio Mirteto, luogo di origine della famiglia, in provincia di Rieti, città quest’ultima dove fu fucilato insieme ad altri quattordici combattenti per la libertà.
L’eccidio ebbe luogo un sabato santo. I prigionieri, prelevati dalle celle del carcere reatino di Santa Scolastica, le mani legate dietro la schiena, furono stipati in un camion. Pochi minuti di strada, raggiunsero una località desolata, poco distante dall’aeroporto di Rieti, dove il terreno era costellato di voragini provocate da bombe cadute fuori bersaglio. Fu scelta la più profonda e intorno ad essa furono sospinti i condannati. Seguì un’ esecuzione sommaria, attuata senza dare nemmeno il colpo di grazia, come si costatò dopo la Liberazione, quando i poveri corpi vennero riesumati (in alcuni la bocca piena di terra indicava che erano stati sepolti ancora vivi). Subito dopo l’eccidio, un trattore provvide a colmare la buca e a sigillare la catasta di vittime.

Poi la zona fu interdetta a tutti. Il luogo della strage venne tenuto segreto e verrà scoperto soltanto molti mesi più tardi e dopo lunghe ricerche. Giuseppe Felici era stato condotto al patibolo ancora sanguinante per le ferite riportate in un ennesimo scontro con una pattuglia tedesca. Prima di lasciare il carcere, ormai certo dell’imminente fine, ebbe modo di affidare un messaggio verbale a un altro prigioniero destinato ai lavori forzati al fronte: ti raccomando, porta un bacio a mamma e alla mia ragazza e ricordati di quell’ufficiale repubblichino che ha testimoniato contro di me.
Quel luogo maledetto fu battezzato dalla pietà popolare col nome di Fosse Reatine, forse anche per assonanza con le Fosse Ardeatine di Roma. A Rieti, come a Roma, la strage era avvenuta con l’attiva complicità dei repubblichini di Salò.
Giuseppe Felici era il primo di tre figli di un impiegato postale, Angelo, e di Penolope Del Bufalo. Abitava con la famiglia alla Garbatella in Via Guglielmo Massaia 65 nelle case dell’Istituto Postelegrafonici. Studente d’ingegneria, innamorato della matematica, si industriava a lavorare in casa come radiotecnico contribuendo al ménage familiare. Nell’aprile del `43 arrivò la chiamata alle anni per il servizio di leva. Lo spedirono subito al corso allievi ufficiali piloti dell’aeronautica. Era a casa in licenza straordinaria perché doveva sostenere alcuni esami, quando l’8 settembre fu sorpreso a Roma dall’annuncio dell’armistizio.
Giuseppe non ebbe esitazioni e il 9 settembre era a Porta S.Paolo per contrastare, con le armi in pugno, l’occupazione tedesca insieme ai granatieri, ai lancieri della divisione corazzata “Ariete”, ai dragoni del “Genova cavalleria” e alle migliaia cli popolani e di antifascisti romani. Com’è noto, fu a Porta S.Paolo che ebbe inizio la Resistenza. Negli scontri Felici rimase ferito ma riuscì a sottrarsi alla cattura. Ancora convalescente riprese le armi, aderendo ad una delle reti centrali dei GAP romani (quella guidata da Carlo Salinari. futuro professore di letteratura italiana alla Sapienza), operando audaci azioni di sabotaggio e di guerriglia in varie periferie della capitale. Per le sue spiccate doti organizzative e per il suo coraggio fu inviato a coordinare la resistenza in Sabina, dove numerosi gruppi di patrioti e centinaia di giovani renitenti alla leva fascista avevano scelto la strada della montagna, iniziando ad attaccare convogli e installazioni tedesche nonché postazioni dei collaborazionisti di Salò.
Felici in Sabina giocava in casa: la sua famiglia era originaria di San Valentino di Poggio Mirteto dove possedeva un podere, sempre assiduamente frequentato. Qui, per sottrarsi al rischio dei bombardamenti (Garbatella e l’Ostiense erano stati a più riprese colpiti), erano sfollati la madre e i fratelli Piero e Renato, mentre Angelo, il padre, legato al suo lavoro, faceva il pendolare con Roma.
Fino al dicembre Giuseppe riuscì ad operare sotto copertura, ma a seguito di una azione che lo costrinse a scoprirsi e nella quale cadde un partigiano, fu ferito un tedesco e un altro fu preso prigioniero, venne sconosciuto. Subito sulla sua testa fu posta una grossa taglia, ma al momento fu il padre a pagare il prezzo più alto: ignaro dell’operazione in corso, fu arrestato, come parente diretto di un supericercato, mentre tornava in corriera da Roma. Deportato in Germania, morirà per gli stenti patiti dopo il suo rientro in Italia alla fine della guerra. A quel punto Felici, braccato da tedeschi e fascisti, fu fatto allontanare dalla zona. Dopo una breve sosta a Roma. si spostò nel circondario di Leonessa, dove operavano numerose bande partigiane (ricordiamo che Leonessa pagò un largo tributo di sangue alla lotta per la libertà: ben cinquantuno suoi figli furono uccisi dai nazifascisti, dei quali ventitré in una sola strage consumata il 7 aprile del 44, due giorni prima dell’eccidio di Rieti).
Ben presto però egli volle tornare alle sue montagne, i Monti Sabini, dove sul Monte Tancia (m. 1282) operava una delle più grosse formazioni dell’Italia centrale, la banda “D’Ercole -Stalin” (D’Ercole dal nome del partigiano ex ufficiale dell’esercito Patrizio D’Ercole; Stalin perché il capo dell’Unione Sovietica rappresentava in quegli anni il simbolo della resistenza al nazifascismo). Ci furono momenti in cui la banda riuscì a raggruppare anche un migliaio di combattenti, impegnando in battaglia grossi reparti tedeschi, sconvolgendone le retrovie e creando nell’area una vasta zona libera. Felici, nella sua attività di combattente, si spostava in tutta la Sabina: per attaccare colonne germaniche, per operare sabotaggi e per colpire i collaborazionisti fascisti non di rado più spietati e voraci degli stessi tedeschi. In uno dì questi spostamenti, dirigendosi verso Rieti attraverso le zone impervie di Leonessa, dove erano in corso aspri combattimenti, giunse con quattro suoi compagni nei pressi di Cantalice. Qui il gruppo fu intercettato da una pattuglia tedesca. Mentre i suoi compagni, trovati disarmati, riuscirono a scampare all’arresto, Felici vistosi perduto estrasse la sua pistola dallo zaino e tentò un conflitto a fuoco ma fu ferito e quindi catturato. Sanguinante fu trasferito al carcere reatino di Santa Scolastica e da qui il 9 aprile fu condotto all’estremo supplizio.
Si chiudeva così la giovane vita di questo figlio della Garbatella, cui verrà concessa la medaglia d’oro alla memoria poco dopo la Liberazione, con decreto del 14 giugno 1947, con questa motivazione:
” Ferito dopo aspro combattimento contro forze preponderanti tedesche nella difesa di Roma del settembre 1943, riprendeva subito le armi nella lotta partigiana contro l’invasore. In plurime azioni di sabotaggio e di guerriglia tra le più audaci si distingueva per le virtù di capo valoroso, sereno valutatore del pericolo, sempre presente ovunque il rischio fosse maggiore. Braccato dai nazifascisti che avevano posto su di lui una forte taglia, resisteva con indomito coraggio alla testa dei suoi compagni infliggendo al nemico in epici combattimenti e azioni gravi perdite. Arrestato da due ufficiali tedeschi, riusciva a fuggire. Subito dopo in un duro combattimento veniva ferito e cadeva prigioniero. Con teutonica ferocia fu fucilato ancora sanguinante per le gloriose ferite. Fioriscono in lui le virtù più nobili del popolo italiano. Roma, 8 settembre 1943 – Rieti, 9 aprile 1944″.
La famiglia Felici non esiste più. Come abbiamo detto, il padre Angelo morì dopo il rientro dai lager tedeschi; la madre, Penelope, affranta dal dolore si spense dopo la morte anche del secondo figlio, Piero; più tardi mori per malattia anche l’ultimo figlio Renato.
A via Guglielmo Massaia non c’è nemmeno una lapide che ricordi il sacrificio di questo nostro eroe. Ci sembrerebbe giusto che il quartiere dove visse gli rendesse almeno questo omaggio, come ha fatto in passato per gli altri suoi martiri, Giuseppe e Francesco Cinelli, Enrico Mancini e Libero De Angelis.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 0 – Settembre 2003

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I film che nel corso degli anni sono stati girati alla Garbatella
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