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Tag: Commercianti

Chiude la Saccheria Sonnino

Dopo 90 anni di ininterrotta attività all’Ostiense

Un altro esercizio storico della zona chiude i battenti. Parliamo della famosa Saccheria Sonnino, punto commerciale di riferimento per tanti anni del quadrante Ostiense e di Roma. Alzi la mano chi non ha acquistato un qualcosa almeno una volta nel famoso magazzino di via del Porto Fluviale: un sacco a pelo, una tenda, un fornelletto o una lampada da campeggio, ma anche casalinghi, tavolini, sedie, piatti e giocattoli. Il bazar, conveniente e colmo di oggetti utili, con alle spalle una storia lunga almeno un paio di secoli, dal primo settembre ha abbassato le saracinesche. Ce lo racconta Mario Sonnino, l’ultimo gestore insieme alla sorella Alberta, dopo aver ereditato l’attività dal fratello Carlo, scomparso tre anni fa. La prima licenza commerciale viene rilasciata dall’allora Stato della Chiesa nientemeno che nel 1856, quando i Sonnino avevano la saccheria in via Bocca Della Verità, nel rione Ripa. Rione che conosciamo molto bene, poiché dà i natali a Clementina Eusebi, la donna chiamata Garbatella, che ci nasce in via San Giovanni Decollato nel 1796. L’attività dei Sonnino, il cui inizio si colloca nel secolo XVIII, è molto fiorente, visto il carattere prettamente agricolo dell’Italia di quei tempi, i suoi sacchi e teli sono rinomati e richiesti per molti anni. Nel 1930 però, cambiato il clima politico, con la furia cieca di abbattere “il pittoresco sudicio tramite sua Maestà il Piccone”con l’obiettivo di costruire strade più ampie, anche i Sonnino sono costretti a scegliere una nuova sede. Ecco allora che il nonno Alberto compra il terreno nella odierna zona di via del Porto Fluviale, su cui poi costruirà il palazzo e il magazzino che vediamo in una foto d’epoca. (fig. 1)

A quei tempi il palazzo era affiancato da una società che produceva pecorino romano.

Arriva poi la guerra con la sua triste scia di distruzioni e dolori. La zona sarà offesa dal bombardamento del marzo 1944, tristemente noto per i danni e le vittime causate nel quadrante Ostiense, nella vicina chiesa di San Benedetto, e alla Garbatella.

Qui di seguito una foto del palazzo scattata subito dopo i danni subiti. Si può notare la mancanza di una parte dell’insegna che riportava la scritta Sonnino, danneggiata e caduta in terra. (figura 2)

Tra il 1943 e il 1944, durante i terribili mesi dell’occupazione di Roma, i fratelli Sonnino, Alberto e Giuseppe, scampano alle deportazioni nazifasciste grazie ai buoni uffici di Frate Ehrhard, il sacerdote di origini tedesche Priore dell’Abbazia delle Tre Fontane, con cui intrattenevano rapporti commerciali, attraverso la società agricola della vastissima Tenuta. Insieme ad altri cittadini ebrei e oppositori di regime erano riusciti a nascondersi nelle celle dell’abbazia mescolandosi agli operai avventizi e ad alcuni graduati dell’esercito italiano eludendo i controlli dei militari tedeschi. Alla fine delle ostilità, per ringraziare il Priore dell’aiuto spassionato ricevuto, le famiglie ebree Sonnino e Di Porto regaleranno all’abbazia una scultura in marmo che rappresenta una Madonna con Bambino, tuttora presente nell’arco di ingresso al Monastero.

Il dopoguerra vede nuovamente i Sonnino rimboccarsi le maniche e ripartire con la loro attività. Gli affari vanno bene, ma, arrivati agli anni sessanta, il mondo inizia a cambiare sempre più velocemente, la società si trasforma da agricola a industriale, la richiesta di sacchi per l’agricoltura inizia a calare, sostituita da materiali di cartone e plastica. Ed ecco che l’azienda, ora passata nelle mani del fratello Carlo, si orienta verso i teloni impermeabili per i camion che vede un certo successo fino alla fine degli anni settanta. L’esigenza di diversificare induce i Sonnino ad ampliare l’offerta su articoli da campeggio, arricchita poi da nuovi prodotti quali tavoli, sedie, piatti, casalinghi, articoli da regalo e giocattoli. Sino ad arrivare ai giorni nostri in cui la velocità di trasformazione è sempre più repentina, i modelli commerciali diventano molto aggressivi, tanti commercianti soffrono la concorrenza della distribuzione on-line. Tre anni fa scompare anche Carlo, l’azienda passa a Mario e Alberta, che la conducono con entusiasmo e passione. Ma arriva la decisione di ritirarsi in pensione, con i figli impegnati in altri percorsi professionali. E allora la sofferta scelta di chiudere l’attività e salutare con affetto gli abitanti del quartiere e la clientela affezionata che per così tanto tempo ha avuto come punto di riferimento la Saccheria Sonnino. (figura 3)

Di Giorgio Guidoni

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Tor Marancia: due murales per il bar di Gigi

L’iniziativa dell’Associazione Parco della Torre anche per sollecitare l’intervento dell’Ater nei quartieri popolari

“Piccoli commercianti, cultura e servizi sociali. Riapriamo i locali. Diamo vita ai quartieri popolari”, questa la frase apparsa su uno striscione a viale Odescalchi 54, affisso su una serranda dell’ex bar di Gigi, storica attività che dopo cinquanta anni di servizio si è dovuta trasferire in una via più movimenta e con affitti privati più ragionevoli.

A fare da cornice a questo striscione due disegni sul muro raffigurano Gigi, (all’anagrafe Luigi Capponi) e due avventori del vecchio bar intenti a dividere una birra. Un’azione promossa dall’Associazione Parco della Torre, unitamente ad alcuni abitanti del quartiere ed in linea con l’iniziativa portata avanti dalla Rete Popolare Tiburtina, che oltre a rendere omaggio a una storica attività di Tor Marancia, pone l’attenzione sulla questione dei locali pubblici Ater e del Comune.

Una delle vie centrali del quartiere che un tempo era animata da attività e circolazione di persone, appare ai nostri oggi desolata e vuota, pur contando, nel solo quadrante Odescalchi/Santa Petronilla, ventinove serrande abbassate di locali pubblici, che potrebbero restituire agli abitanti alcuni servizi utili e ridare vita alla zona.

L’assenza dell’Ater non si palesa solo per i locali chiusi ma anche per mancanza di manutenzione delle palazzine; basta girare per i lotti delle case popolari di Tor Marancia per accorgersi che molte facciate dei palazzi sono scrostate, piene di infiltrazioni d’acqua e abbandonate all’incuria generale. Un esempio è quello che accade a via Valeria Rufina 66, dove da circa tre anni un’impalcatura e una rete delimitano un’area interessata da caduta di lavagna dal cornicione. Il pronto intervento Ater, pur riconoscendo il problema, rimanda la riparazione, creando agli inquilini serie difficoltà. 

Per valorizzare questo immenso patrimonio pubblico, bisogna sollecitare le Istituzioni ad occuparsene, ascoltare le esigenze del territorio ed aprire un dibattito cittadino sulla questione ATER.

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