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Autore: Giorgio Guidoni

Un secolo di Padri Filippini. Tutta la storia nel libro in distribuzione da ottobre

Cento anni di presenza sul territorio. Cento anni in cui i Padri Filippini hanno contribuito alla formazione, allo sviluppo della Garbatella e alla crescita umana e spirituale del quartiere. Tutto ciò emerge con forza nel libro “Padri Filippini. Cento anni di fede, operosità e carità” scritto a più mani, che sarà presentato sabato 5 ottobre alle ore 18.00 presso la Chiesa Parrocchiale San Filippo Neri. Nella prefazione di Padre Rocco Camillò, Preposito della Congregazione dell’Oratorio San Filippo Neri di Roma, c’è tutto il senso di questo lavoro: “… il cuore che parla al cuore è, alla fine, il segreto dell’umanità.

La storia inizia con San Filippo Neri, fiorentino di nascita, romano di adozione. Ordinato sacerdote e 36 anni, ne aveva 60 quando nel 1575 Papa Gregorio XIII promulgò la Bolla che riconosceva la Congregazione dell’Oratorio assegnandole una chiesa fatiscente: Santa Maria in Vallicella. Il tempio fu ricostruito integralmente e rinominato Chiesa Nuova, ancora oggi presente a due passi da Piazza Navona. Proprio nel 1575, durante le celebrazioni del Giubileo, San Filippo Neri promosse il pellegrinaggio lungo quella via, che dalla basilica di San Paolo fuori le mura conduceva alle catacombe di San Sebastiano e ancora oggi porta il nome di via delle Sette Chiese.

Oratorio San Filippo Neri ottobre 1940
Oratorio San Filippo Neri ottobre 1940

Lungo questa strada, in un contesto di piena campagna, nel 1818 Monsignor Nicola Maria Nicolai, un ricco e colto prelato, erigeva per i contadini della sua tenuta una chiesetta intitolata ai Santi Isidoro ed Eurosia, rispettivamente patrono degli agricoltori e protettrice dai fulmini.

Nel 1889 la chiesetta e gli edifici ad essa collegati furono acquistati da padre Generoso Calenzio, Preposito della Congregazione di Roma. Su richiesta di Papa Pio XI, che aveva contribuito con un supporto economico e con l’impegno assiduo di padre Cesare Nanni, proprio 100 anni fa i Padri dell’Oratorio affidarono a questa piccola proprietà la loro azione pastorale. La storia di questo luogo, che ha accolto decine di migliaia di ragazzi della zona, ha virtualmente inizio il giorno di Natale del 1924. A maggio di quell’anno il cavaliere Luigi Santambrogio donò all’Opera Filippina 1.700 mq di terreno con fondo rustico con vaccheria adiacente alla chiesa rurale dei Santi Isidoro ed Eurosia. Padre Luigi Botton, trasferito alla Garbatella proprio in quell’anno, trasformò quei locali in Cappella ove celebrò la messa di mezzanotte.

In quel periodo il quartiere Garbatella si stava sviluppando, la cura delle anime era affidata alla Basilica di San Paolo, nella zona non erano presenti altre parrocchie. Negli anni Trenta del secolo scorso l’azione pastorale del quartiere si intensificò grazie a padre Alfredo Melani e padre Alessandro Daelli. La piccola chiesa, i locali e gli spazi adiacenti erano diventati per tutti la “Chiesoletta”.

Durante la guerra i padri aiutarono la popolazione in tutti i modi possibili. Nei nove mesi in cui Roma fu occupata dai nazisti, molti giovani renitenti alla leva ed ebrei sfuggiti ai rastrellamenti trovarono rifugio clandestino all’interno della struttura tanto che in seguito i sacerdoti ricevettero il titolo di Giusti tra le Nazioni. Nel 1940 la Congregazione deliberò l’inizio dell’attività di una scuola media. Vennero adattati i locali adiacenti la Chiesoletta e il 6 novembre 1944 ebbero inizio le lezioni. Nel 1948 fu edificato l’edificio come lo vediamo oggi: la scuola media fu intitolata al venerabile Cardinale Cesare Baronio. In quel periodo svolgevano la loro opera, oltre a quelli dei sacerdoti già nominati, padre Giuseppe De Libero, padre Armando Raglioni, padre Antonio Bordonali, padre Gaetano Angilella.

19 febbraio 1967 Paolo V I in visita alla chiesa San Filippo Neri
19 febbraio 1967 Paolo V I in visita alla chiesa San Filippo Neri

A dicembre del 1952, grazie alla donazione dei coniugi statunitensi Thomas e Irene Bradley, fu istituita la parrocchia con il suo edificio. Su indicazione di Monsignor Montini fu intitolata a “San Filippo Neri in Eurosia”, nome che sintetizzava tutta la storia dell’opera filippina alla Garbatella.
A partire da quella data, negli ultimi 72 anni, la parrocchia è stata centro di formazione e di spiritualità, di attività caritative e culturali. Due Papi la visitarono, Paolo VI nel 1967 e Giovanni Paolo II nel 1986; quest’ultimo sintetizzò con efficacia la missione dell’oratorio: “Un ponte tra la Chiesa e la strada”.

Alla fine degli anni Cinquanta entrò in campo padre Guido Chiaravalli che lasciò un’impronta fondamentale per la scuola e l’Oratorio ricreativo. Milanese di nascita ma, come san Filippo Neri, romano di adozione, incarnò una figura di riferimento per più di 50 anni e per tante generazioni di adolescenti. I ragazzi della zona consideravano l’Oratorio come un luogo dove era dolce approdare. Tra quelle mura c’era la rappresentazione della vita di un’intera borgata. C’era la povertà di tanti, depredati nel secondo dopoguerra del pane e di un lavoro dignitoso, la rinascita lenta del ceto medio, la contestazione giovanile, l’amore per il calcio, la Roma, la Lazio, Agostino Di Bartolomei, i ricordi del cinema di Totò, Alberto Sordi e Maurizio Arena.

Nelle stagioni più disperate l’Oratorio della Chiesoletta era una vera e propria casa rifugio per chi non aveva né ricovero né casa.
Il 22 aprile 2014 morì Padre Guido, da allora tutta la comunità lo ricorda con profondo affetto. Lui che sapeva guardare il mondo con gli occhi di un bambino e la mente di un uomo. Lui che al vespro invitava i ragazzi ad alzare gli occhi al cielo per cercare il dono divino. Lui che ha lasciato in eredità alla Garbatella un dono inestimabile, il ricordo di una persona vera, di una brava persona, capace di amare il prossimo, praticando il bene con i fatti concreti. La sua eredità è stata raccolta da Padre Matteo-Mathew Pallathukuzhy, originario dell’India, che oggi è il responsabile dell’Oratorio.

(I Padri Filippini.Cento anni di fede, operosità e carità, edito dalla Congregazione dell’Oratorio San Filippo Neri di Roma-Garbatella. Autori: Mario De Laurentiis, Marco Marcelli,Emma Motta, Maria Scapati e Dario Torromeo).
(Si ringraziano Emma Motta e Dario Torromeo per le informazioni fornite).

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Ottobre 2024/numero 65, pag. 5]

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Quell’incisione di Pinelli che ricorda l’Ostessa garbata

“Er pittore de Trastevere”, così era chiamato Bartolomeo Pinelli (1781-1835), con i suoi diecimila disegni e più di quattromila incisioni è probabilmente l’artista più prolifico, che ha tramandato la visione della “Roma de ‘na vorta”. Tra le sue tante opere, ne ha dedicata una che riguarda il nostro territorio. Nel 1830 pubblicò una incisione dal titolo “Costume villanesco osservato in una Vigna fuori la Vesta Ostiense detta San Paolo”.

A quei tempi Roma era circondata da vigne e orti che arrivavano fin sotto le mura della città e si spingevano anche all’interno della cinta muraria. Sia la zona di Testaccio sia tutta l’area che partiva dalla Porta Ostiense in direzione Basilica di San Paolo era aperta campagna, meta di gite turistiche, luogo di villeggiatura anche per un solo giorno. Diverse erano le osterie presenti, spesso all’interno delle vigne, altre volte adiacenti lo stradone Ostiense. Un esempio ce lo fornisce una tela del 1815 del pittore danese Christoffer Wilhelm Eckersberg, riportandoci alla dimensione agreste dell’epoca. Il dipinto ritrae un piccolo edificio nelle vicinanze della Basilica, in cui lo stesso pittore pranzò con la sua famiglia nel novembre del 1814.

Osteria_della_Garbatella
Stato delle Anime all’osteria della Garbatella

Nel quadro è ben visibile sulla destra la rocca di San Paolo, praticamente immutata dopo più di due secoli. L’edificio posto sul bivio con la graziosa loggetta è l’osteria di Martinetti, oggi scomparsa. La coppia sta passeggiando sulla strada lastricata della via Ostiense; il viottolo che si inerpica tra l’osteria e la rocca è il tratto iniziale di via delle Sette Chiese, che conduceva fino alla basilica di San Sebastiano fuori le mura. Il dipinto riesce a rendere il silenzio naturale che si viveva allora, oggi definitivamente perduto. Ma torniamo alla litografia del Pinelli e osserviamo con attenzione questa vigna fuori porta San Paolo, in aperta campagna, dalla quale emergono diversi spunti di interesse. La famiglia del “vignarolo” utilizzava il grande pozzo centrale per le esigenze dell’orto e domestiche. Sullo sfondo a sinistra si notano, appena abbozzate eppure così caratteristiche, le statue dei dodici Apostoli poste sulla sommità della basilica di San Giovanni in Laterano. Poco a destra è raffigurata la porta San Sebastiano e gli archi dell’Acquedotto Felice.

Il Pinelli dava priorità alle esigenze pittoriche e non si preoccupava troppo dell’esatta localizzazione delle opere architettoniche e dei luoghi di Roma. La collocazione dei monumenti sullo sfondo è chiaramente una forzatura stilistica poiché non è possibile vedere la Basilica, la Porta e l’Acquedotto insieme da uno stesso punto di osservazione. Il soggetto principale dei suoi disegni era sempre il popolano (donna, uomo, bambino), il popolo e il suo genio. In questo caso la gustosa scenetta ritrae un momento di riposo di una intera famiglia intenta a spidocchiarsi a catena! La figlia lavora sulla testa della madre che a sua volta controlla quella del marito che intanto gioca con il bambino. Persino il grande poeta Giuseppe Gioachino Belli dedicò un delizioso sonetto sul bisogno e la “bellezza” dello “spulciamento” dal titolo “La Purciarola”.

Una osteria sotto la rupe di San Paolo. C.W. Eckersberg 1815
Una osteria sotto la rupe di San Paolo. C.W. Eckersberg 1815

Spostata di poco a destra ecco la nonna che lavora con il fuso filando a mano. Due secoli fa le condizioni igieniche delle abitazioni popolari erano scadenti, ma quest’opera del Pinelli rivela tuttavia una nobiltà di tratto all’interno di una cornice di dignitosa povertà. E ci fa pensare inoltre, con un po’ di fantasia, a quello che potrebbe essere un quadretto familiare che ritrae la famiglia di Clementina Eusebi, la donna da cui nasce il toponimo Garbatella. Grazie a documenti reperiti presso l’archivio del Monastero San Paolo, conosciamo la composizione di quella famiglia poco prima della data del 1830.

Ci piace immaginare che Carolina Cascapera potrebbe essere la giovane che sta lavorando sulla testa della madre Clementina Eusebi, che opera a sua volta su quella di suo marito Giovanbattista Cascapera, il contadino che aveva in affidamento la vigna Torti con relativa osteria. Il bambino con cui sta giocando il capofamiglia potrebbe essere Paride, mentre la nonna che lavora il filo potrebbe essere Maddalena Garbata mamma di Clementina. È proprio dal cognome di Maddalena che probabilmente nacque il toponimo Garbatella. Madre e figlia vissero la loro vita sempre insieme, tanto che per riconoscerle venivano appellate “Garbata la madre, Garbatella la figlia”. L’osteria all’interno della vigna a quei tempi era chiamata “dei Cascapera”, ma, dopo la morte di Giovanbattista avvenuta nel 1834, fu denominata l’Osteria della Garbatella, come si evince da un estratto dello Stato delle Anime del 1837. La vigna Torti si trovava a ridosso del bivio tra l’attuale via degli Argonauti e via Ostiense ed era un punto di ristoro per i viandanti e pellegrini, che transitavano da e per via delle Sette Chiese. Quella stradina inizierà a chiamarsi vicolo della Garbatella dall’anno 1835.

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Ottobre 2024/numero 65, pag. 4]

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Nuovo episodio di vandalismo al Parco Garbatella Legambiente

Resa inutilizzabile l’area giochi per i bambini

Lastricato di gomma riposizionato per ostruire l’ingresso all’area giochi

Un brutto risveglio

Stamattina sabato 7 settembre la comunità che vive e frequenta il Parco Legambiente Garbatella si è risvegliata con una brutta sorpresa.

Il settore giochi per bambini, un’area all’interno del parco Garbatella attrezzata con scivoli, altalene e giochi per i più piccini, era stato danneggiato e reso insicuro. Il lastricato in gomma, installato a ridosso delle attrezzature per evitare infortuni in caso di cadute accidentali, era stato rimosso nella notte e posizionato in colonna a mo’ di muro per impedire l’ingresso.

Particolare dell’area giochi con il lastricato rimosso

L’intervento dei Vigili Urbani

Allertati dai cittadini, i Vigili Urbani sono prontamente intervenuti  per recintare e inibire l’ingresso nell’area giochi. Contestualmente le forze dell’ordine hanno iniziato un’attività investigativa che speriamo individuerà i responsabili dell’atto insensato. Anche perchè gli autori oltre a rimuovere le pedane si sono presi la briga di riordinarle in colonna per sbarrare l’ingresso all’area. Un gesto, quest’ultimo, illogico, degno dell’attenzione di un investigatore del mistero.

Area giochi messa in sicurezza

Il Parco Garbatella Legambiente

Il Parco Garbatella Legambiente è una realtà unica nel nostro quartiere. Con un progetto visionario partito più di venti anni fa il Circolo Legambiente Garbatella è riuscito a riqualificare un’area di quasi 5 ettari a ridosso della rumorosa via Cristoforo Colombo. L’area, già di proprietà privata ed edificabile, è stata trasformata in un parco multifunzione. All’interno del parco oggi si trovano Orti urbani, un frutteto, un roseto, un giardino Zen. Troviamo inoltre un Bosco intensivo con più di mille alberi, un Sentiero natura per ipovedenti e non vedenti, un’area cani e anche un mercato rionale. Sono altresì presenti attività culturali, ricreative e sportive grazie a un Angolo lettura e musica, un’area bimbi, un campetto di calcio e un campo di basket.

Panoramica Parco Garbatella Legambiente

Atti distruttivi che si ripetono

Purtroppo non è la prima volta che il parco subisce attacchi distruttivi da parte di probabili delinquentelli di bassa lega. Qualche anno fa furono segati i tronchi di 60 tra alberi. Vandalismi spiccioli si sono verificati spesso nelle ore notturne. Al mattino i cittadini hanno ritrovato tavoli rotti, bottiglie spaccate, panchine danneggiate, tutori per arbusti rimossi. Altre volte ci sono state palizzate divelte o la recinzione perimetrale aperta per creare un accesso abusivo lato via Colombo. Non sono inoltre mancati episodi di schiamazzi notturni da parte di giovinastri ubriachi.

Cui prodest?

La stupidità danneggia, senza motivo apparente, un bene pubblico di così grande valore. Se ci domandiamo chi può trarre vantaggio da questi atti devastatori non riusciamo a trovare una risposta sensata.

Distruggere un bene pubblico è un po’ come segare il ramo su cui siamo seduti: si fa solo del male alla collettività alla quale tutti apparteniamo.

La comunità dei cittadini e l’associazione Legambiente sono però più solide di queste menti deboli che non sembrano essere in grado di costruire qualcosa di buono ma solo arrecare un danno a qualcosa di prezioso.

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Uccisa alle Cave Ardeatine mentre faceva cicoria

La storia di Rosa Fedele, la 336esima vittima dell’eccidio nazifascista alle Fosse Ardeatine

A distanza di 80 anni rimangono ancora delle ombre sulle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Delle 335 persone trucidate dalla folle ritorsione dei nazifascisti, dopo l’azione partigiana di via Rasella per mano dei Gap, otto corpi rimangono ancora da identificare e anche sulla 336 esima vittima “Fedele Rasa”, probabilmente ferita a morte all’esterno delle cave da parte di un soldato tedesco di guardia nei dintorni, permangono dubbi ed incertezze.

“C’è qualcosa che è ancora ignorato, nel grande eccidio delle Cave Ardeatine – precisa lo scrittore e cronista giudiziario Cesare de Simone nel libro Roma città prigioniera (Ed. Mursia 1994). In realtà, gli uccisi dai tedeschi furono 336, e quel trecentotrentaseiesimo è una donna di 74 anni, si chiamava Fedele Rasa.

Spulciando i registri del pronto soccorso dell’ospedale del Littorio (oggi San Camillo) nel registro degli Ingressi donne dell’anno 1944, al numero 2976 si conferma: «24 marzo, ore 17, Fedele Rasa, 74, fu Andrea, nata a Gaeta (Littoria), abitante al Campo sfollati Villaggio Breda, scompenso cardiaco provocato da ferita d’arma da fuoco deceduta il 25 marzo ore 2, giorni di degenza 1. La donna è rimasta colpita da un colpo di fucile sparato da soldato tedesco mentre faceva erba sul prato di via delle Sette Chiese prospiciente la via Ardeatina» (1)

Il vero nome della donna e la testimonianza

E qui cominciano gli interrogativi. Fedele è un nome inusuale per una donna, Rasa un cognome molto poco diffuso: si chiamava veramente così la malcapitata? Tramite l’anagrafe  abbiamo scoperto che il vero nome della donna è Rosa Fedele, nata a Gaeta l’11 febbraio 1862 (2). Oltre al nome e al cognome, anche l’età riportata risulta sbagliata, al momento del decesso non aveva 74 ma 82 anni.

A sostegno della versione di De Simone c’è anche un testimone diretto. Infatti Adelio Canali, abitante della Garbatella e per decenni segretario della locale sezione della Democrazia Cristiana, in un suo libro di memorie (3) e in una recente intervista ci lascia una credibile dichiarazione:

Il pomeriggio del 24 marzo 1944, mentre mi trovavo con la mia famiglia in zona via delle Sette Chiese, mi ero allontanato per giocare avvicinandomi alle cave ardeatine. Sulla sommità della collinetta vidi una signora anziana, io ero nascosto dietro le fratte, scorsi poco lontano un milite tedesco armato. Impaurito da quella vista mi diedi a gambe levate per tornare dai miei. Mentre correvo udii distintamente un colpo di arma da fuoco. Qualche giorno dopo seppi che quella signora era poi deceduta all’ospedale.

Molto probabilmente la donna vista da Adelio era proprio la nostra Rosa Fedele che si trovava per sua sfortuna in quei paraggi in quel giorno sventurato. È legittimo sollevare un ulteriore interrogativo. Perché una donna di 82 anni che dimorava al Campo Breda (4) sulla Casilina quel giorno si trovava nei pressi delle Fosse Ardeatine, a circa 20 km di distanza dalla sua residenza? Per questa domanda non abbiamo risposte certe. Possiamo solo supporre che Rosa Fedele, viste le disumane condizioni cui erano sottoposti gli sfollati al Campo Breda, fosse fuggita e avesse trovato rifugio nella zona, per esempio presso i frati salesiani che davano ricovero a sfollati e sbandati all’interno delle Catacombe dai San Callisto: questa è però solo una nostra congettura non suffragata da prove concrete.

(Ha collaborato Giuliano Marotta)

Certificato di nascita e atto di morte di Fedele Rosa

Note

  1. Purtroppo non sono più disponibili i registri di ingresso donne al pronto soccorso citati da De Simone, né al San Camillo (ex Littorio) né al San Giovanni (altro ospedale citato da De Simone nel suo racconto), di conseguenza non abbiamo potuto confermare le indicazioni da lui fornite. Visti però i riscontri documentali, la testimonianza diretta, la dovizia di particolari forniti possiamo ritenere il suo racconto veritiero.
  2. Rosa Fedele di Andrea e Antonia Loreta Di Biase. Sposata il 13 agosto1887 con Vincenzo Albano, rimasta vedova il 10 febbraio 1930, abitava in via Indipendenza 461 a Gaeta. Il certificato di morte recuperato all’anagrafe di Roma (foto 1) riporta che Rosa Fedele di razza ariana (sic!) morì nella notte del 25 marzo 1944 alle ore 2 presso l’Ospedale Littorio (attuale San Camillo).
  3. La Terrazza sulla Garbatella di Adelio Canali 2008, edizioni EDUP
  4. La Breda di Torre Gaia, situata al km 14 della via Casilina, era uno stabilimento destinato alla fabbricazione di armi automatiche di medio e grosso calibro, fortemente voluto da Mussolini dopo la vittoriosa campagna militare per la conquista dell’Africa Orientale. Nel 1943 erano stati allestiti nell’area sia un Campo per Sfollati sia un vero e proprio Campo d’Internamento, quest’ultimo creato all’interno della fabbrica d’armi. Qui venivano instradati uomini abili al lavoro e giovani rastrellati a Roma e dintorni. La vigilanza era affidata agli agenti della P.A.I. (Polizia dell’Africa Italiana) e ad alcuni contingenti della Wehrmacht con la supervisione delle terribili SS. Le condizioni di vita dei profughi e degli internati erano terribili. Nel periodo fine 1943 inizi 1944 molti abitanti di Gaeta e delle zone, che si trovavano sulla linea del fronte Gustav, furono sfollati a Roma nel Villaggio Breda.
Cicoriare presso la Basilica di San Paolo (foto di Tripoli Benedetti)

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Giugno 2024/numero 64, pag. 5]

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Il tenore della Garbatella con le star della lirica

Franco Zaniol ha cantato nei più prestigiosi teatri del mondo

Se vedete passeggiare per le strade del nostro quartiere un uomo alto, dai capelli brizzolati, dal portamento autorevole, abbigliato in maniera semplice ed elegante, dai gesti sobri e con la voce chiara e sicura, avete di fronte un tenore d’eccellenza che ha calcato i palcoscenici più prestigiosi del mondo: Franco Zaniol.

La famiglia Zaniol, che in precedenza abitava a Borgo Pio in vicolo delle Palline, approdò nella Città Giardino nei primi anni Venti del secolo scorso e si stabilì al Lotto 3. Il papà di Franco, Alessandro (Sandro per gli amici), classe 1900, nel 1926 aprì il primo negozio di barbiere del quartiere in via Enrico Cravero a pochi passi dal Cinema teatro di piazza B. Romano.

Grande appassionato di canto lirico, nella sua bottega, tra un taglio e una barba, Sandro intonava le arie più famose per la gioia dei presenti. Quando poi il negozio abbassava le serrande, si ritrovava con gli amici, tra cui Gino Luci e Marcello il macellaio, tutti tenori autodidatti del quartiere, a cantare brani lirici, musica napoletana e arie della tradizione romana.

Franco, quarto di cinque figli, nacque nel 1942 e crebbe in un ambiente modesto ma pieno di stimoli artistici, grazie anche alle inclinazioni musicali del padre. Fin da bambino, la grande passione per la musica si accompagnò ad un talento naturale per il canto.

Gli studi e la grande svolta

Iniziò studiando violino con il maestro Enrico Padella (nipote del maestro Massimo Pradella scomparso nel 2021), poi nel 1973 la grande svolta: vinse una borsa di studio al Conservatorio di musica di Santa Cecilia di Roma, grazie al direttore artistico Jacopo Napoli del Teatro dell’Opera di Roma il quale, ascoltandolo durante le prove del coro, era rimasto colpito dalla potenza e dalla brillantezza del suo registro vocale.

Nel 1974 Franco vinse il concorso Rai “Nati per la lirica” e nel 1975 conseguì il diploma di Conservatorio. Come maestro privato ebbe nientemeno che il famosissimo Mario Del Monaco, l’incontro con il quale ricorda con particolare affetto. “Mi trovavo in una profumeria in viale America all’EUR.

Fu lì che riconobbi Mario del Monaco, con cui iniziai a conversare parlando della sua recente rappresentazione della Tosca a Caracalla, alla quale avevo assistito. Andammo a gustare un caffè e diventammo amici. Ci trovavamo spesso a pranzo al ristorante Al Fungo, di cui Mario era azionista, andavamo al cinema, facevamo passeggiate insieme al mare perché lui era amante del silenzio.

Un giorno gli proposi di andare a conoscere mio padre alla Garbatella. Arrivammo sulla sua Bentley marrone in via Cravero, suscitando lo stupore di tutti. Ricordo c’erano tante persone che si avvicinarono incuriosite, il proprietario del negozio di calzature Ugo Latessa, Rascelli che aveva l’osteria di fronte. Mio padre uscì incredulo dalla bottega e fraternizzò subito con Mario. Del Monaco confessò che io avevo una voce molto importante, che mi avrebbe aiutato e consigliato per raggiungere l’eccellenza, impegno che successivamente mantenne.”

Nel 1976 Franco dovette rinunciare ad un concerto al Metropolitan di New York perché fu coinvolto in un grave incidente stradale che gli fece perdere l’uso della parola per oltre un anno ma, confortato dall’amore dei suoi cari, riprese a cantare e continuò la sua straordinaria carriera. Grande appassionato di aerei, ricorda con piacere un altro episodio tra i mille che ha vissuto.

Nel 1996, dopo essersi esibito nella Tosca a Parigi, si imbarcò per Montréal dove aveva in programma altri concerti. Dopo il decollo a bordo del Jumbo Jet chiese di poter accedere alla cabina di comando. Il comandante lo riconobbe, gli consentì di pilotare per qualche minuto, e di realizzare un sogno che coltivava da anni. Lo invitò quindi a intonare un’aria della Tosca, cosa che Franco fece con entusiasmo. Appena conclusa l’esibizione estemporanea partì l’applauso scrosciante dei 480 passeggeri: il comandante aveva aperto il collegamento fonico all’interno della cabina di volo diffondendo la voce del nostro tenore sia all’interno del velivolo sia di altri aerei in quel momento in volo. Poter cantare nel cielo a 10 mila metri di altezza ed essere ascoltato da più di mille persone fu una esperienza incredibile e inattesa.

Partecipò spesso a serate di beneficenza, per finanziare la ricerca sulla leucemia e sulle malattie rare, o per costruire scuole e asili. Franco ha collaborato con i più grandi musicisti del secolo quali Josè Carreras, Angeles Gulìn, Vladimir Spivakov, Elena Mauti Annunziata, Riccardo Muti, Galliano Masini, Flaviano Labò, Giuseppe Di Stefano, Katia Ricciarelli, Luciano Pavarotti. Ha calcato le scene dei teatri italiani più importanti a Roma, Parma, Piacenza, Cremona, Milano, Napoli, Reggio Emilia, Verona e si è esibito nelle grandi città del mondo quali Montreal, Toronto, New York, San Francisco, Londra, Parigi, Buenos Aires, Rio de Janeiro, Sydney, Melbourne, Hong Kong, Tokyo, Singapore.

Pur avendo viaggiato tantissimo è sempre rimasto legato al suo quartiere. “Nessun albergo mi fa risvegliare sereno come quando sono a casa a Garbatella e ascolto il silenzio tra il canto degli uccellini al mattino.” Per il prossimo autunno Franco sta pianificando una prossima tournée in Canada e Australia, ma ha anche un paio di sogni che vorrebbe realizzare: “Mi piacerebbe far nascere nel mio amato quartiere una fondazione musicale, una scuola di canto che possa far innamorare della musica i tanti giovani che incontro per le strade. E vorrei esibirmi nuovamente in un concerto di beneficenza al Palladium: cantare a Garbatella sarebbe per me una soddisfazione immensa.

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Giugno 2024/numero 64, pag. 4]

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Quei treni della felicità

I bambini bisognosi della Garbatella, nel dopoguerra furono ospitati dalle famiglie del Nord Italia

La fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale lasciò  l’Italia sprofondata su un cumulo di macerie e povertà, ma non di disperazione. Un aiuto concreto ai figli delle tantissime famiglie povere del Centro-Sud lo idearono l’Unione Donne Italiane, insieme al Partito Comunista, con un progetto formidabile e visionario noto come “I treni della felicità“.

Grazie alla disponibilità di famiglie generose del Nord, che avrebbero dato accoglienza temporanea a bambini indigenti o in difficoltà economiche.

Il piano, ancora oggi, poco conosciuto, iniziò a gennaio 1946 con l’allestimento di treni speciali che portavano i bambini bisognosi nelle case di quelle famiglie che si erano offerte per dare loro alloggio e sussistenza.

In un batter d’occhio la vita per queste creature cambiò in meglio, per loro scomparvero i problemi di scarsità di cibo, cure, istruzione e beni di prima necessità.

Anche a Garbatella ci furono genitori che scelsero per i propri figli a soluzione dei Treni per la felicità. Su questo numero, dopo la storia di Giulio, Laura e Giovanni Foschi, pubblichiamo, grazie All’Archivio di Stato di Carpi  e la collaborazione di Cinzia Crenca, la foto di un bambino Bonifassi Giuseppe, abitante alla Garbatella via Borgata Tormarancio.

Bonifassi Giuseppe

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Giugno 2024/numero 64, pag. 3]

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“La fiera delle Falsità” presentato a Casetta rossa

 “La fiera delle Falsità” presentato a Casetta rossa

 

L’eccidio delle Fosse Ardeatine, tra memoria e falsità, continua a distanza di ottant’anni ad interrogare storici e cittadini. Su questi temi il 18 aprile è stato presentato a Casetta Rossa  La fiera delle falsità, edizioni Donzelli. Il libro è un dialogo tra Lutz Klinkhammer, Vicedirettore dell’Istituto storico germanico in Italia e Alessandro Portelli, uno dei padri fondatori della storia orale, già professore ordinario di Letteratura angloamericana all’Università degli studi di Roma ed autore de “L’Ordine è già stato eseguito”.

L’incontro introdotto da Maya Vetri, assessora alla cultura del Municipio VIII e coordinato da Annabella Gioia, membro del direttivo IRSIFAR,  ha approfondito molti aspetti della percezione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, cercando di evidenziare le tante mistificazioni che ancora oggi vengono diffuse e di indirizzare sul binario dell’onestà intellettuale il racconto dell’accaduto.

Memoria Collettiva

Il testo affronta il tema della distorsione della memoria collettiva sulla più grande strage patita dalla città di Roma il 24 marzo 1944. Una questione che è ancora in bilico tra la consapevolezza che la Resistenza fu un’opposizione inevitabile per liberare l’Italia dall’odiosa occupazione nazifascista e revisionismo storico da parte di coloro che non hanno fatto i conti con il passato e che tentano ancora oggi di mettere in discussione il valore fondante della lotta di liberazione. Tutti gli aspetti che hanno portato, a 80 anni dall’evento, a questa falsa percezione di ciò che avvenne, sono trattati nei capitoli del libro.

Bombardamenti “amici”

Uno dei temi toccati durante l’evento è stato quello dei bombardamenti “amici” da parte delle truppe alleate, che fu oggetto di una percezione erronea sia da parte di chi sganciava le bombe non conoscendo la situazione di Roma “Città Aperta”, sia da parte dei cittadini della Capitale che subivano il fuoco di chi doveva liberarli dall’occupante nazista.

Le forme della violenza

Altro tema trattato è stato quello delle forme della violenza usate. Una “violenza calda” fu quella perpetrata dalle milizie che si trovavano sul territorio, che in un primo momento volevano fucilare tutti i civili rastrellati nei paraggi di via Rasella. Una “violenza fredda”, decisa dagli apparati politici per instillare nell’opinione pubblica false credenze.

Memoria e Storia

La discussione si è poi orientata sul rapporto tra memoria, tipicamente il modo in cui le singole persone ricordano e interpretano gli eventi, e storia, che sinteticamente è un racconto degli eventi trascorsi basato su evidenze documentali.

Menzogne e propaganda

Successivamente si è parlato della menzogna propagandata a più riprese secondo la quale i partigiani sarebbero stati a conoscenza del fatto che alla loro azione sarebbe seguita una feroce rappresaglia,
accompagnata dall’ulteriore falso storico che i nazisti avrebbero affisso manifesti chiedendo ai partigiani responsabili dell’attentato di costituirsi.

Conclusioni

In conclusione, la mistificazione operata da membri del governo in carica in relazione ai componenti del battaglione Bozen (obiettivo dell’attentato di via Rasella) e le accuse mosse ai partigiani, propongono una narrazione finalizzata alla costruzione di una memoria collettiva basata su un falso storico.

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Quella croce di Plautilla a testimoniare il martirio di San Paolo

Di Giorgio Guidoni

La colonna era situata nei pressi della chiesa di San Salvatore sulla via Ostiense

C’è una mappa di Roma del 1469 che, oltre a raffigurare i più importanti monumenti all’interno delle Mura Aureliane, riporta, unica nel suo genere, particolari inediti della zona dell’Agro Ostiense. È una mappa di Pietro del Massaio, pittore, cartografo e miniatore, vissuto tra il 1420 e il 1480. Questa carta, il cui originale si trova presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, era stata già utilizzata per un nostro precedente articolo sulla Moletta e sul fiume Almone e sin da allora un elemento aveva stuzzicato la nostra curiosità. Ci riferiamo all’illustrazione di una colonna sulla cui sommità è posta una croce, dislocata tra la Piramide Cestia e la Moletta, poco distante dal ponticello di via Ostiense che permetteva di oltrepassare il fiume Almone (foto 1). Poiché il cartografo si era preso la briga di riportarla accanto a monumenti di notevole importanza giunti fino ai nostri giorni, la stele doveva avere una sua importanza precipua. Che cosa commemorava questa colonna? Dove si trova ora? In questo breve articolo cercheremo di far luce su questi aspetti ancora sconosciuti. Per iniziare la ricerca ci viene in aiuto la didascalia riportata da Del Massaio accanto alla colonna, che recita: “AB HAC CRUCE S. PAULO PURA DEFUNCTU MULIER REDDIDIT”. La frase, liberamente tradotta, significa: “Presso questa croce, dopo la morte di San Paolo, una pia donna restituì”. L’espressione si riferisce a un miracolo testimoniato da Plautilla, una giovane vedova vissuta nel I secolo D.C., convertitasi al Cristianesimo dopo aver assistito alle prediche degli Apostoli e successivamente battezzata da San Pietro. Plautilla incontrò San Paolo mentre veniva condotto al martirio. Il Santo chiese alla donna un velo per bendarsi gli occhi al momento dell’esecuzione, promettendole di restituirglielo. La colonna testimoniava il luogo in cui San Paolo, dopo esser stato decapitato, restituì miracolosamente il velo a Plautilla. L’erudito Michelangelo Lualdi descrive questo episodio nel suo testo del 1650 “L’origine della Christiana Religione nell’Occidente”, aggiungendo il particolare dell’ubicazione della casa della donna: si trovava in via Ostiense, nel luogo in cui fu successivamente costruita la chiesa di San Salvatore della Porta. Di questa piccola chiesa troviamo un’importante testimonianza in un dipinto di Achille Pinelli, figlio del più noto Bartolomeo, che la immortalò in un suo acquerello del 1834 (foto 2). In questo realistico dipinto, ricco di particolari, non vi è tuttavia traccia della colonna, forse intenzionalmente lasciata fuori dal campo visivo. In un’altra incisione del 1747 dell’architetto Giuseppe Vasi è invece chiaramente visibile, in prossimità della Piramide e della Porta Ostiense, una porzione della chiesa e la colonna segnalata originariamente da Del Massaio (foto 3). Anche nella famosa mappa di Roma di Giovan Battista Nolli del 1748 sono raffigurate la chiesa e in sua prossimità la colonna con croce (particolare-foto 4). Non si conosce con precisione quando la colonna sia stata eretta, mentre della piccola chiesa si hanno tracce a partire dal 1300, anno in cui è citata nel codice di Torino tra quelle abbandonate. Nei libri delle Indulgenze del secolo successivo la Ecclesia S. Salvatoris extra portam è citata tra gli oratori visitabili dai pellegrini (1). Sia la chiesa sia la colonna con croce sfortunatamente non arriveranno ai nostri giorni. Durante il periodo della Repubblica Romana, più precisamente nei giorni dell’assedio e riconquista di Roma da parte dell’esercito francese a inizio luglio 1849, entrambe furono abbattute e mai più ricostruite. Da allora si è persa traccia di questi monumenti storici ed oggi, nella trafficata via Ostiense, non rimane alcun ricordo di questo leggendario evento miracoloso.

Nota 1- Bullettino di archeologia cristiana, Giovan Battista De Rossi, n.2 marzo-aprile1866, pag 34.

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La Garbatella a The Voice Senior

di Giorgio GUIDONI

L’esibizione di Marcello Malù alla nota trasmissione di Rai Uno in prima serata

La recente puntata di The Voice Senior, andata in onda l’8 marzo scorso su Rai Uno, ci ha riservato due belle sorprese. La prima, l’interpretazione magistrale del brano Just a gigolò da parte di Marcello Malu a 80 anni compiuti; la seconda quando lui stesso in televisione ha svelato di essere nato a Garbatella. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato.

Marcello raccontaci di te, delle tue origini, delle tue passioni.

Sono nato alla Garbatella il 10 aprile 1943, e qui sono sempre rimasto a vivere: ancora oggi abito nella stessa casa al lotto 15. Sin da ragazzino la musica e il canto mi appassionavano, sono cresciuto ascoltando i grandi interpreti del tempo come Frank Sinatra e Ray Charles, imitando sia il loro modo di cantare sia le loro movenze. Ho studiato musica da autodidatta, la prima opportunità mi si è presentata nel 1960 quando mi proposero un contratto musicale con il complesso “I soliti ignoti”. Dovevo sostituire il cantante che aveva lasciato il gruppo perché aveva velleità teatrali: accettai di buon grado e iniziai con entusiasmo. Successivamente, seppi che quel cantante che amava fare l’attore era nientemeno che il grande Gigi Proietti! Nel 1968 a Torvajanica partecipai a un concorso di voci nuove organizzato e condotto da Pippo Baudo: mi classificai primo, il secondo posto se lo aggiudicò Claudio Baglioni. Ricordo ancora i complimenti di Claudio che mi disse: “Chissà se un giorno diventerò bravo come te a cantare!”

La musica è stata la tua attività principale o hai esercitato altre professioni?

Dal 1975 al 2002 sono stato insegnante di sostegno presso la scuola elementare Principe di Piemonte sulla rupe di San Paolo, davanti alla Basilica. Grazie alla musica portavo allegria e leggerezza a tanti bambini che ne avevano bisogno e che mi insegnavano quotidianamente la gioia di vivere dall’alto dei loro handicap. Contemporaneamente, avevo messo su una piccola orchestra con cui ci esibivamo in varie manifestazioni ed eventi.

Raccontaci delle tue esperienze televisive.

Dagli anni Duemila ho iniziato a comparire in diversi programmi televisivi. Nel 2000 ho partecipato a Momenti di Gloria condotta da Mike Bongiorno, imitando Ray Charles e classificandomi secondo su ben quattrocento concorrenti. In una delle puntate del 2004 de La Corrida, condotta da Jerry Scotti, ho vinto imitando Frank Sinatra nella celebre “New York New York”. L’anno dopo, nella trasmissione Sei un mito, ho vestito i panni di Franco Califano cantando il suo successo Il sognatore. Nel 2006 fui invitato al Maurizio Costanzo Show in cui incontrai Claudio Baglioni, ricordando l’episodio di Torvajanica del 1968: abbiamo quindi duettato sulle note di “Yesterday” con il pubblico, che apprezzò moltissimo. Tutte queste mie esperienze sono testimoniate da video presenti su YouTube e sulla mia pagina Facebook.

Regalaci un ricordo di gioventù legato alla Garbatella.

Ricordo che il mio barbiere di fiducia era Mario, detto “Scarpavecchia”, che aveva un piccolo negozio in vicolo della Garbatella. Era un valente chitarrista, scherzava sempre su tutto, mi stimava come cantante e io  lui come musicista. Mario nel suo gruppo suonava la chitarra, ai mandolini c’erano Lorenzo, detto il Palletta, e Bruno, alla voce un altro valente cantante, Maurizio, che lavorava alle pompe funebri. Tra di loro scherzavano dicendo che loro avevano l’hobby della musica, mentre Maurizio aveva l’hobby-torio! Il loro repertorio si basava su canzoni della tradizione romana, si esibivano nei ristoranti tipici, ma la loro specialità erano le serenate. Abbiamo collaborato diverse volte e ricordo quell’aria scanzonata e leggera a suonare e cantare di sera sotto le finestre della promessa sposa solo con strumenti acustici e la bellezza armoniosa della voce. Il tempo si fermava, i vicini si affacciavano incuriositi e silenziosi, a gustare quei momenti irripetibili di leggera felicità: la musica e la passione ci univano, noi e tutto il pubblico affacciato sulla primavera romana. La musica è rimasta una fonte di gioia per me, che mi ha accompagnato per tutta la vita.

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Abbassa le serrande per sempre il Piccolo Bazar

di Giorgio Guidoni

Dopo più di cinquant’anni di attività chiude il negozio di Riad a via Ignazio Persico

Riad
Riad

C’è un piccolo negozio, unico nel suo genere, che per tanti anni ha regalato atmosfere magiche agli abitanti della Garbatella. Rimarrà aperto ancora qualche settimana poi, dopo 54 anni di attività, chiuderà i battenti. È l’inimitabile “Il Piccolo Bazar” di via Ignazio Persico, ideato e gestito per questo lungo periodo dal signor Riad insieme alla moglie Costanza. Alla veneranda età di 88 anni, incitato anche dai suoi tre figli, Riad ha deciso di chiudere l’attività e dedicarsi al meritato riposo. Originario della Siria, appassionato di cinema e televisione, arrivò in Italia nei primi anni sessanta. Frequentò l’Istituto Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà e partecipò a un corso presso la Rai sulle tecniche di ripresa televisiva. Nel suo curriculum risulta anche una collaborazione con il famoso regista e sceneggiatore Anton Giulio Majano. A Roma intanto incontrò Costanza, di origini abruzzesi, che diventerà la donna con cui condividerà tutta la sua vita. Non riuscendo a trovare una occupazione stabile decise, insieme a lei, di puntare su una propria attività commerciale. Sul finire degli anni Sessanta si trasferirono nel nostro quartiere e aprirono un negozio crocevia tra giocattoli, articoli da regalo e oggettistica, il tutto condito da un’atmosfera orientale evocata in primis dall’originale insegna.

Riad con la barba, accanto all’attrice Jane Mansfield
Riad con la barba, accanto all’attrice Jane Mansfield

Agli inizi Riad e Costanza meditavano sulla bontà della loro scelta, poiché le vendite non decollavano come sperato. Successivamente decisero di ampliare l’offerta commerciale con articoli dal sapore misterioso ed esotico e al contempo di allestire la vetrina del negozio con scelte originali e fantasiose, divenute in seguito motivo di interesse e curiosità per la collettività. Fu così che gli affari presero la giusta piega e Il Piccolo Bazar divenne un punto di riferimento per il quartiere. Non mancarono piccole disavventure, come quella volta che avevano allestito la vetrina con uno scaffale colmo di articoli e preziose bambole di ceramica di Capodimonte. In quegli anni a Garbatella transitava la linea 11 del tram. Tanti abitanti ricorderanno muri e pareti vibrare al passaggio del pesante veicolo, evento che dava l’impressione di assistere a un piccolo terremoto. Il tram transitava anche a via Persico, proprio di fronte alle vetrine del negozio. Un bel giorno, all’ennesimo passaggio, lo scaffale tremò così a lungo che gran parte della preziosa merce esposta cadde in terra e si frantumò. Grande fu il dispiacere e la delusione per Riad e Costanza che, però, si rimboccarono le maniche e continuarono nella loro avventura. L’allestimento delle vetrine divenne un punto di forza del negozio, complice anche la dismissione della linea del tram 11 a favore del più silenzioso e meno possente autobus. Gli anni Settanta videro arricchire la loro vita con l’arrivo di tre figli. Muna nacque proprio nel 1970, si laureerà in Belle Arti con 110 e lode e bacio accademico: oggi lavora come scenografa alla Rai.

Piccolo bazar
Piccolo bazar

Sausan la secondogenita arrivò nel 1973, conseguirà una laurea in Giurisprudenza; attualmente opera come avvocato negli studi di Cinecittà. Omar, l’ultimo dei tre che venne al mondo nel 1975, intraprese quella carriera che era stata il sogno di papà Riad: oggi è uno stimato cameraman freelance, che vanta tra le sue collaborazioni l’aver lavorato nello staff di Roberto Giacobbo (tra l’altro sono nati lo stesso giorno, ndr). Come da tradizione anche quest’anno, con l’avvicinarsi del Natale, Il Piccolo Bazar ha allestito la sua vetrina con un presepe. Per grandi e piccini ci sarà un’altra ultima occasione per fermarsi di fronte al negozio, ammirare Re Magi e Bambinello, fantasticare su doni magici provenienti dall’Oriente Misterioso, porgere un saluto a Riad. Anche noi di Cara Garbatella lo ringraziamo per aver portato nel quartiere la sua atmosfera accogliente colma di colori, profumi, rispetto e delicatezza.

 

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Quelle scorribande nella Garbatella sotterranea

Una rete di cunicoli e catacombe da Villa 9 Maggio alla rupe di San Paolo

di Giorgio Guidoni

1. il primo graffito della lingua volgare NON DICERE
1. il primo graffito della lingua volgare NON DICERE

Per capire meglio il valore storico di un luogo bisogna andare oltre la superficie. È quello che faremo scavando tra impronte di antiche catacombe e testimonianze di grotte e cunicoli di una suggestiva e misteriosa Garbatella sotterranea. “NON DICERE ILLE SECRITA A BBOCE” è l’iscrizione presente nelle catacombe di Commodilla, accanto all’affresco dei martiri Felice e Adautto, il primo graffito che testimonia la nascita della lingua volgare. Risalente al IX secolo d.C., è un’esortazione a “non pronunciare le parole (segrete) a voce (alta)”, per non rischiare la vita. Si riferisce probabilmente al destino di Adautto, un giovanetto che dichiarò la sua fede cristiana durante il martirio di Felice, e per questo fu anch’egli decapitato.
Nessuno dei presenti conosceva il suo nome, perciò fu appellato martire “aggiunto”, dal latino “adiuctus”. E quella seconda B di BBOCE, aggiunta probabilmente in un momento successivo, fa pensare a un primo vagito di pronuncia romanesca.
Nascoste sotto la via delle Sette Chiese in corrispondenza dell’incrocio con via della Garbatella, le Catacombe di Commodilla, nate riutilizzando a scopo funerario alcune gallerie di una preesistente cava arenaria, sono un affascinante labirinto di antichi cimiteri cristiani risalenti al periodo tra il II e il V secolo dopo Cristo.
Ristrutturate e riaperte al pubblico recentemente e visitabili solo su prenotazione, rivelano al loro interno affreschi pregevoli e uno spazio noto con il nome di “Basilichetta”, dedicato al culto dei martiri Felice, Adautto, Merita e Nemesio. La pianta mostra chiaramente che le Catacombe di Commodilla si ramificano anche sotto le abitazioni del Lotto 2, facendo intuire che buona parte di questa area nasconde nel sottosuolo una storia antica di quasi duemila anni. Non ci sono evidenze archeologiche di comunicazione con le altre catacombe in prossimità, da quella di Timoteo sotto la Rocca di San Paolo, a quella di Tecla in via Silvio d’Amico, a quelle più importanti di via delle Sette Chiese (Domitilla, San Calisto, San Sebastiano).

2 Pianta Catacombe Commodilla - in alto a sin ramificazione sotto Lotto 2
2 Pianta Catacombe Commodilla – in alto a sin ramificazione sotto Lotto 2

Resta viva, tuttavia, l’ipotesi di una rete viaria sotterranea che permetteva in tempi remoti collegamenti veloci, nascosti e sicuri tra punti strategici della zona. Facciamo ora un salto temporale e atterriamo a metà XX secolo. La guerra appena terminata ha lasciato dietro di sé macerie e ferite ancora visibili. C’è però tanta voglia di voltare pagina, lasciarsi in fretta il recente passato alle spalle, ricostruire una nuova vita. La testimonianza che segue è fornita da Roberto Pomanti, classe 1935, al tempo un ragazzino del lotto 14.
Con i suoi coetanei, cresciuti tra i soprusi degli occupanti nazifascisti e i bombardamenti degli Alleati, nel primo Dopoguerra il ragazzo trascorreva il tempo per strada sfidando la vita, cercando cibo e “scansando la paura”. Ogni giorno era una conquista, ogni giorno un’avventura, una scoperta. “Il nostro ritrovo era la piazza della scuola (piazza Damiano Sauli, ndr), da lì partivano le spedizioni, sassaiole tra i lotti, uno monta la luna, becca-e-tirace (meglio noto come il gioco della Nizza). Gioco vietatissimo che spesso terminava dopo aver frantumato il vetro di una finestra. Una volta costruimmo un pallone con vecchi pedalini, calze di nylon, stracci consumati e andammo a provarlo al pratone accanto alla Villa IX Maggio (1). Correvamo dietro al pallone quando il terreno divenne soffice sino a sprofondare e formò una grossa buca del diametro di un paio di metri. Incuriositi dallo strano evento ci avvicinammo per vedere meglio e, con grande sorpresa, scorgemmo all’interno della buca una specie di corridoio. Chissà dove conduceva? Magrolini, senza pensarci due volte, cinque o sei di noi si calarono all’interno, che era buio pesto, umido e silenzioso. Non si vedeva granché ma, scostando la terra rossa, ci sembrò di scorgere un tunnel ben scavato (2). Fatti pochi passi, a causa della totale oscurità, ritornammo indietro.
La scoperta aveva solleticato la nostra sete di avventura, così decidemmo di tornare il giorno seguente armati di torce rudimentali. Per prima cosa ci procurammo dei bastoni. Poi, in uno dei tanti negozi di biciclette presenti all’epoca, recuperammo dei vecchi copertoni ormai inutilizzabili e li fissammo sulla sommità dei bastoni: le fiaccole erano pronte. Bastava solo accenderle. Tornammo sul pratone, ci calammo nuovamente giù e appiccammo il fuoco ai copertoni. Facevano un po’ di fumo, puzzavano di gomma bruciata, ma illuminavano sufficientemente il cammino. Cercavamo di camminare velocemente per lasciarci l’odoraccio e il fumo alle spalle. Incoscienti del pericolo procedevamo spediti ed eccitati, pronti a tutto. Continuammo a seguire il percorso a passo sostenuto.

3-A-sinistra-Roberto-Pomanti-in-via-Massaia
3-A-sinistra-Roberto-Pomanti-in-via-Massaia

Dopo circa una quindicina di minuti interminabili, in fondo intravvedemmo una luce. Eravamo arrivati quasi alla fine del camminamento. Allungammo il passo, l’uscita era ormai vicina e, con essa, avremmo ritrovato la luce, l’aria e la libertà. Finalmente fummo fuori: eravamo arrivati alla grande grotta della rocca di San Paolo, a pochi passi dalla Basilica (3). Uscì dalle nostre gole un grido liberatorio e ci stringemmo insieme in un abbraccio per l’impresa compiuta. Gettammo tra le frasche le torce ormai consumate, ritornammo a casa a piedi su per la via delle Sette Chiese. Passammo davanti al “varecchinaro”, poi sotto il ponticello di legno che oggi non c’è più, poi di gran corsa fino a piazza Sauli. Chi arrivava ultimo pagava da bere per tutti “dar nasone”. Di questa avventura conservo ancora un ricordo vivissimo.
E di Garbatella porto nel cuore il ricordo dell’aria profumata e il colore bianco come la neve delle fioriture dei biancospini e degli oleandri.” Qui termina il racconto del vivace lucidissimo Roberto, che non dimostra affatto gli 88 anni compiuti. Ci proponiamo di proseguire la nostra ricerca di ulteriori testimonianze sull’esistenza di grotte e cunicoli nel sottosuolo di Garbatella. Se, pertanto, tra i nostri lettori più anziani riaffiorassero ricordi simili saremo ben lieti di approfondire il tema insieme.

Note

  1.  Il complesso di Villa IX Maggio si trova sopra una collinetta alla fine dell’attuale via Carlo Spinola. Fu edificata da Angiolo Mazzoni nel 1935-37 su incarico del Senatore Roberto De Vito, allora Presidente dell’Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafici  e chiamata così per ricordare la data di fondazione dell’Impero di Etiopia. Fino al 1977 fu sede del Convitto femminile Vittorio Locchi, oggi è un bene di pregio sottoposto a vincolo monumentale.
  2.  In un nostro precedente articolo sui simboli di guerra avevamo segnalato l’esistenza di ben due rifugi costruiti proprio intorno alla Villa IX Maggio. Una Galleria Antiaerea Pubblica più strutturata, lunga più di 300 metri, era presente alle pendici della collinetta a ridosso della villa. Ricavata da ambienti utilizzati in passato per scavi, accessibile attraverso un portale in muratura con un piccolo arco, doveva servire principalmente da ricovero per gli abitanti degli Alberghi suburbani situati nelle vicinanze. A 50 metri di distanza da questo rifugio ce n’era un secondo privato, di pertinenza della famiglia del Senatore Roberto De Vito, sottosegretario al Ministero delle Poste durante il ventennio.
  3.  Sotto la rocca di San Paolo c’erano altre tre grotte adibite a rifugio antiaereo. In una di queste viveva Ermenegildo Lombardi, la cui storia è raccontata in un precedente articolo di Cara Garbatella.
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Quel ponticello di legno su via delle Sette Chiese

di Giorgio Guidoni

Comparazione 1930 – 2023 - lotto 4, ponticello e, sullo sfondo, lotto 6
Comparazione 1930 – 2023 – lotto 4, ponticello e, sullo sfondo, lotto 6

La storia

C’era una volta un piccolo ponte di legno. Era stato costruito nel 1923, subito dopo la realizzazione delle cosiddette “Case rapide” – i lotti 6 e 7 di via Sant’ Adautto – per collegarli con la piazza principale della Borgata Concordia Garbatella intitolata a Benedetto Brin, attraverso il lotto 4, uno di quelli abbattuti alla fine degli anni Cinquanta. Più che un ponte era una passerella pedonale transitabile solo a piedi, costruita sopra via delle Sette Chiese, l’antica via dei pellegrini. Era la continuazione di via Santa Emerita, nota anche come Merita, la vergine romana martirizzata durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano (253-260 d.c.), venerata nel vicino cimitero paleocristiano di Commodilla.

Il ponticello accompagnò la vita degli abitanti per diversi decenni e superò indenne anche le insidie della seconda guerra mondiale. Durante l’occupazione dei tedeschi, le memorie di Libero Natalini, uomo di punta della Resistenza locale, raccontano che “Lella” Chiatti, l’infermiera che abitava in via di Santa Emerita in una casa con loggetta a ridosso e con vista proprio sul ponte, riuscì ad avvisare Libero di allontanarsi immediatamente. Lo fece proprio da quel benedetto ponticello, sbracciandosi alla vista del partigiano che si avvicinava. Qualche ora prima gli sgherri della banda Koch, dopo la cantata sotto tortura di un arrestato, erano stati a cercarlo a casa, avevano interrogato e minacciato la portiera del lotto 4, dove abitava. Libero Natalini rientrava dalla riunione della sera prima del gruppo operativo della settima zona dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica – un’organizzazione dell’epoca combattente contro i nazifascisti), a casa della suocera di Gastone Mazzoni, detto “Er Cipolla”. Aveva dormito fuori casa proprio perché era stato avvisato di movimenti di tedeschi alla Garbatella da Alberto Polimanti, un patriota della Garbatella. Un altro ricercato dai tedeschi era Reval Romani, il facchino dei mercati generali, amico di Libero che abitava in quei lotti su via delle Sette Chiese.

Il dopoguerra

Nel dopoguerra il ponticello continuò ad esistere fino al 1959-1960, quando l’Istituto Autonomo per le Case Popolari si accordò con il Banco di Santo Spirito per vendere nuove villette di lusso agli impiegati dell’Istituto di Credito, abitazioni che sarebbero sorte nelle aree in cui erano edificati i pittoreschi lotti 1,2 e 4. I proventi di tale speculazione, circa 9 miliardi di lire dell’epoca, sarebbero stati utilizzati dallo IACP per costruire nuove abitazioni in zona Pietralata. La realizzazione del progetto ebbe inizio con gli sfratti dei residenti. Gli abitanti dei lotti furono invitati, anche con minacce e intimidazioni anonime, a lasciare i loro alloggi per trasferirsi in altre zone della città. Lo IACP cominciò a murare le finestre delle villette e poi a demolirle, così il ponticello perse il suo ruolo di collegamento e cadde in disuso. Gli abitanti di zona e le forze di sinistra, però, protestarono vivacemente, tanto che la notizia arrivò al Principe Torlonia, erede di quella famiglia che era stata espropriata dei propri terreni dall’Ente Marittimo e Industriale di Paolo Orlando, per edificare abitazioni ad uso edilizia popolare, destinate agli operai della nascente zona industriale. Il Principe fece ricorso ed ebbe la meglio, cosicché lo IACP dovette bloccare il progetto.

La famiglia Natalini sul ponticello di legno, sullo sfondo edificio ex lotto 4
La famiglia Natalini sul ponticello di legno, sullo sfondo edificio ex lotto 4

Anni sessanta

Nei primi anni Sessanta il ponticello ormai inutilizzato, coperto dai rovi e divenuto pericolante in assenza di manutenzione, fu abbattuto. Fu solo nel 1994 che la superficie dei lotti demoliti fu destinata a giardini, con la realizzazione di un parco pubblico e di una pista di pattinaggio. Oggi l’area è sede di importanti eventi culturali all’aperto, soprattutto durante il periodo estivo. Agli inizi del 2000, quando Walter Veltroni era sindaco di Roma, si parlò della ricostruzione del vecchio ponticello. Il Sindaco ed altri membri della giunta capitolina effettuarono un sopralluogo per valutare, insieme ai residenti, la fattibilità dell’intervento. Furono proprio gli abitanti della zona a non essere d’accordo, per evitare un transito indesiderato all’interno di quest’area amena, come sospesa su una nuvola, lontana dai rumori del traffico. Oggi di quel ponticello non rimangono che i ricordi degli abitanti più anziani e qualche reperto fotografico. Nel 1990 via di Santa Emerita venne ufficialmente eliminata dalla toponomastica di Roma perché non più utilizzata. La targa con il nome della strada è tuttavia rimasta ed è visibile ancora oggi nello stesso luogo in cui era stata posta quasi un secolo fa, all’angolo con via Sant’ Adautto.

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Una passeggiata attraverso i secoli

QUELLO CHE RIMANE DI UN TEMPO PERDUTO TRA VIGNETI, CASOLARI E ANTICHE STRADE

di Giorgio GUIDONI

Figura 1-Il casolare visibile dalla Colombo

È possibile viaggiare nel tempo? Scienziati, matematici e fisici dibattono la questione da più di un secolo cercando di mettere in pratica le teorie che lo affermano. Noi invece abbiamo scoperto che per farlo non c’è bisogno di una macchina appositamente progettata: possiamo viaggiare nel tempo semplicemente grazie alle nostre gambe! Seguiteci in questa incredibile avventura.

Una passeggiata per le stradine di Garbatella è garanzia di un’esperienza suggestiva che ci tocca intimamente, coi suoi colori, profumi, tagli di luce e scorci architettonici originali, affascinanti e un po’ misteriosi.

E se possiamo immaginare che una volta qui era tutta aperta campagna con ampie coltivazioni di vitigni, viene da chiederci: cosa è rimasto di quel mondo perduto? È rimasta qualche evidenza precedente la costruzione del quartiere?

L’insediamento urbano originario, iniziato discretamente con la costruzione dei primi lotti cento anni fa, è poi esploso in maniera sconsiderata nel dopoguerra, stravolgendo completamente i connotati dell’area.

Eppure, a saper osservare, c’è un fazzoletto di terra che è rimasto praticamente immutato da almeno due secoli. E la cosa più incredibile è che si trova sotto i nostri occhi, a un passo dalla trafficatissima via Cristoforo Colombo.

Figura 2-La foto ci mostra i due casolari dall’alto attualmente

Nel punto in cui convergono la Circonvallazione Ostiense e la Colombo, un tratto di strada che, molti di noi abitanti al Municipio VIII, attraversiamo quotidianamente, si apre uno scorcio di campagna romana, che regala sensazioni sconosciute. Questo rettangolo di vegetazione selvaggia si può percorrere solamente a piedi o in bicicletta. Una stradina bianca sterrata collega la grande arteria con la via Appia Antica. Basta una manciata di minuti per lasciarsi alle spalle i rumori e lo stress del traffico cittadino e tuffarsi in un’oasi di respiri naturali.

Figura 4-Garbatella nel 1934, aero-foto mosaico

Dalla Colombo, guardando verso est, si può notare una costruzione immersa nel verde che si staglia sopra la vegetazione. (figura 1)

Sembra di essere in aperta campagna e invece alle nostre spalle ci sono le dieci corsie della strada più lunga e più trafficata di Roma. Ma dimentichiamoci dell’asfalto e dei palazzoni e imbocchiamo la stradina bianca. Ecco che subito il silenzio ci avvolge, ci troviamo immersi in un’altra dimensione, ascoltiamo il vento sussurrare tra le fronde degli alberi, gli fa coro il gorgoglio del Sacro Fiume Almone.

La proiezione attuale ci mostra dall’alto due casolari: quello cerchiato con la lettera “a” è quello della precedente figura 1; l’altro con la lettera “b” è una costruzione oblunga, che risulta ancora oggi abitata da privati. Ora chiudiamo gli occhi e immaginiamo di portare il calendario indietro di 50 anni.

La figura 3 è una foto ripresa dall’alto risalente al 1970 dove si può notare come la Garbatella sia stata completamente stravolta dal suo progetto iniziale, circondata come è da palazzine e abitazioni che si snodano tra la Colombo e la Circonvallazione Ostiense. In alto a destra ci sono sempre i due casolari cerchiati, gli unici che resistono all’urbanizzazione smodata.

Figura 5-Mappa Catastale Gregoriana del 1818

Altro balzo indietro nel tempo: la figura 4 è un’immagine aerea risalente al 1934 dove si vede chiaramente la vera essenza della Garbatella, i suoi lotti originari, gli alberghi, la nuovissima scuola elementare Michele Bianchi, che poi cambierà nome in Cesare Battisti. In alto a destra, sempre cerchiati di bianco, le due costruzioni immerse nel verde, con a nord il fiume Almone in bella evidenza. Della Cristoforo Colombo e Circonvallazione Ostiense non ci sono ancora tracce.

Arriviamo quindi a due secoli fa. In figura 5 è raffigurato un particolare della mappa catastale Gregoriana del 1818 in cui sono ben visibili i due casali già da allora presenti nella zona. Quello a forma di “elle” (riportato nella precedente figura 1) cerchiato con una A è accatastato come “casa ad uso stalla di proprietà dei fratelli Pietro e Salvatore Grandoni”, mentre quello oblungo cerchiato con B è accatastato come “casa ad uso del tinello”. Intorno si notano diversi terreni coltivati a vigna, canneti, un prato che collega le due costruzioni. A  destra un ampio appezzamento ad uso orto; in alto il sacro fiume Almone che scorre sinusoidale a nord del terreno.

Sulla destra in alto la mola che poi diventerà la Cartiera Latina (chiusa nel 1985 e ancora oggi visitabile). In basso, antistante la chiesa del Domine Quo Vadis che non è visibile sulla mappa, c’è la tomba di Priscilla (oggi c’è una trattoria tipica che porta il suo nome). Il tratto di strada a destra è la via Appia Antica, che si biforca in basso  per dare inizio a via Ardeatina.

Questa piccola area, attualmente collocata tra la Colombo e l’Appia Antica, è praticamente rimasta immutata negli ultimi duecento anni.

Figura 3–Garbatella foto dall’aereo, 1970Una camminata a un passo dai rumori e dalla confusione ci ha regalato un viaggio a ritroso nel tempo. Ora sta a voi decidere quando riaprire gli occhi per ritornare nel caotico 2023.

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Intervista ad Antonio Rezza e Flavia Mastrella protagonisti al Palladium con “7-14-21-28”

Antonio Rezza e Flavia Mastrella, due artisti inimitabili, premiati con il Leone d’oro alla carriera alla biennale di Venezia 2018, tornano a Garbatella con “7-14-21-28”, uno spettacolo originale che nasce dall’idea di un ideogramma che si fa materia. Due sole date, 11 e 12 marzo 2023

Antonio Rezza – foto Giulio Mazzi

Intervista ad Antonio Rezza

Io vivo ad Anzio e sono una delle vittime illustri della provincia terminale italiana, che poi è provincia in tutto il mondo. Senza enfatizzarne i mali, ho conoscenza maggiore della realtà di questo paese, dove involontariamente sono nato.

Per me il confine è una restrizione del pensiero, uno nasce dove non ha deciso, e non dovrebbe conservare un’idea di patria, di confine, di famiglia, ideali cari tradizionalmente alla destra, ma concetti non scardinati dall’altra destra, quella camuffata da finta sinistra, che si millanta progressista senza esserlo. Guardo a Roma come a una città per una possibile salvezza, anche se non ho mai voluto abitarci perché, sebbene non abbia cinema e teatri, la provincia ha di positivo che ti corrompe meno.

Mi piacerebbe però avere una casa a Garbatella, che ha una dimensione più verace, una piccola città a misura più raccolta. Ne ammiro le parti più antiche, la Garbatella storica: è così che si dovrebbero realizzare case e quartieri.

Vivevo a Nettuno ma non nomino più questa città dove ci hanno cacciati poco dopo aver ricevuto il Leone d’oro e ora dico che abito ad Anzio. Qui la presenza del mare ci basta e sopperisce all’assenza di altre attività culturali che troviamo in città.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

Non saprei dire, se hai la fortuna di avere un’ossessione lavori in base a quella. Io coltivo l’ignoranza come pratica ascetica e non conosco tanto di ciò che dovrei conoscere, forse è stata una predestinazione. Il mio sogno era diventare pilota di Formula Uno.

Il giorno dopo il diploma liceale telefonai all’autodromo di Vallelunga per sapere il costo del corso di pilotaggio; mi risposero un milione e mezzo di lire, soldi che a quei tempi non potevo spendere. Ripiegai quindi sulla carriera di attore, pensando ingenuamente che con i proventi avrei potuto pagarmi le corse.

Avevo 18 anni, allora non sapevo che con il teatro non puoi finanziare certi sogni. Paul Newman e Steve McQueen, i miei riferimenti dell’epoca che coltivavano la stessa passione per le auto veloci e le corse, potevano permettersela con i guadagni del cinema, non con il teatro. Quel sogno quindi andò in malora.

E ora vivi un’altra realtà?

Sì, insieme a Flavia. Lei inventa gli habitat, spazi teatrali abitativi su cui poi lavoro, anche per un paio d’anni, alla ricerca della forma. Io non recito, chi recita lo fa apposta, lo fa per finta, mentre uno è come è. Noi siamo ribelli dentro, contro ogni forma di istituzione gerarchica. Abbiamo una nostra macchina comunicativa indipendente basata sui social per pubblicizzare i nostri spettacoli, non vogliamo denaro dallo Stato per convincimento ideologico e politico.

Non c’è ruffianeria o interesse nei confronti degli spettatori. Possiamo essere così spavaldi proprio per il rapporto strettissimo che abbiamo con chi ci viene a vedere, che non finiremo mai di ringraziare. Il rispetto nei loro confronti si manifesta nell’assoluta indipendenza in ciò che facciamo. E non lo chiamiamo “il pubblico” perché questa è una parola semi offensiva: nessuno è pubblico, ognuno è privato di se stesso.

Sei più te stesso quando sei sul palcoscenico oppure nella vita di tutti i giorni?

Mi piacerebbe essere sempre come quando sono sul palcoscenico, però non è possibile vivere tutta la vita così, sia per lo sforzo fisico sia per l’allucinazione. Nessuno di noi può essere sempre ciò che rappresenta, che è parte di quello che si è. Allo stesso tempo deve essere esteticamente diverso, altrimenti non si crea il miracolo di qualcosa di irripetibile. È proprio quello il gioco performativo.

Non c’è bisogno di mettersi a patteggiare con un personaggio, perché non esiste un personaggio da servire. Ognuno dovrebbe vivere almeno un giorno della propria vita come lo viviamo noi. Chi non lo fa non saprà mai ciò che si perde.

Vivere così è difficile, ogni volta devi conquistare lo spazio che vuoi.

Puoi raccontare un episodio della tua carriera?

Venni invitato al Maurizio Costanzo Show. Ero giovane, avevo trent’anni e già rilasciavo interviste in cui manifestavo l’assoluta assenza di allineamento con la mentalità corrente.  Arrivato in teatro scoprii che sul palcoscenico non c’era la sedia per me. Mi spiegarono allora che dovevo entrare in scena, fare il pezzo e poi uscire. Lì per lì ci rimasi male. Poi però entrai e, dopo l’esibizione, Costanzo mi intervistò per ben 10 minuti, io in piedi e lui seduto, regalandomi grande visibilità. Apprezzai molto e mi dissi che alla fine era andata meglio così. La seconda volta che mi invitarono trovai la sedia sul palcoscenico, ma io declinai l’offerta dicendo, “no grazie, resto in piedi, farò come la volta scorsa, mi chiamate, entro, faccio il mio pezzo e poi esco”. Gli organizzatori non la presero bene, non riuscivano inoltre a capire come potevo rinunciare a due ore di visibilità statica. Inoltre avrebbero dovuto trovare un ospite seduto aggiunto! Costanzo non si espresse mai su questo fatto, però probabilmente nemmeno lui gradì questa mia scelta.

Oggi però, appena scomparso, vorrei ricordarlo non solo per il suo smisurato talento, ma anche per la sua responsabilità per i contenuti dei programmi televisivi attuali. Costanzo è stato un antesignano dell’estetica infausta. È stato lui che ha sdoganato l’idea che uno vale per quello che è, non per quello che fa. E così, anche chi non ha talento può diventare un personaggio televisivo famoso. A mio avviso la fama non serve a niente, una persona deve valere ed essere apprezzata per la sua opera, per quello che fa.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Leggo molto poco perché cerco di non inquinare la mia ignoranza. Ora sto leggendo Robert Walser del quale non capisco quasi niente, e lo apprezzo molto, perché se capisco mi sento un imbecille che scende a patti con chi ha scritto una cosa bella. Mi piacciono anche Emil Cioran, un irriducibile, e il drammaturgo Thomas Bernhard. Non a caso tutti gli scrittori che preferisco non riconoscono l’Istituzione.

Sei di ispirazione anarchica?

Non sono anarchico: semplicemente non nutro interesse verso i fenomeni di corruzione del pensiero. Ciò non toglie che, entrando in un discorso più politico, Alfredo Cospito andrebbe tirato fuori subito dal regime carcerario duro. Si sta facendo morire una persona solo perché rivendica il diritto di essere trattata meno duramente. Lo Stato risulta più accondiscendente con uno stupratore che non con un dissidente politico che merita la vita, così come il potere merita sempre di essere in pericolo.

Quando mai il potere si è interessato a chi subisce il potere? È giusto che il potere sia instabile, bisogna accettare chi manifesta dissenso.

Flavia Mastrella – foto Annalisa Gonnella

Intervista a Flavia Mastrella

Con la Garbatella vivo un legame estetico. È uno dei quartieri più belli di Roma, un esempio di realtà abitativa che gli architetti non hanno poi più seguito. Vivere in un ambiente armonioso rende migliori le persone che vi abitano: hanno un rapporto sano con la realtà che le circonda e diventano anche più creative.

Cerco di mettere in pratica questo gusto estetico negli habitat che creo, dove poi Antonio si esibisce. Quello di “7-14-21-28” è un ideogramma fatto materia, un lavoro che a livello estetico e formale parla dell’abbandono dell’infanzia. Credo molto in questo rapporto tra l’uomo e il suo spazio, con Antonio lavoriamo in questo senso: io compongo gli spazi e lui li vive, cosa molto rara per il teatro. Il nostro somiglia più a un rituale selvaggio che a uno spettacolo teatrale classico.

Come nascono i tuoi habitat?

Mi occupo di linguaggio estetico, comunico attraverso l’immagine, mentre Antonio usa le parole e i suoni per comunicare cose più materiali, più umane. Sono due metodi di comunicazione diversi e complementari con cui otteniamo un risultato dirompente, sia attraverso il visivo che attraverso la mente.

In pratica dove prendi i tuoi spunti creativi?

Faccio ricerche nel campo dell’arte figurativa che durano molto, anche anni. Nel caso di “7-14-21-28” ho studiato l’essenza estetica e comunicativa dell’ideogramma. Per altri spettacoli, per esempio per Fratto-X (già presentato al Palladium nel 2019, ndr), ho fotografato per anni le luci delle autostrade. Ogni lavoro richiede una ricerca figurativa. La mia preparazione è di tipo artistico, ho un amore particolare per lo spazio, per la manipolazione degli oggetti usati, non faccio altro che questo nella mia vita, una vita buttata via (ride).

Quali sono gli autori che ti ispirano?

Principalmente scultori quali Carlo Fontana, Alberto Burri, Robert Morris, il movimento Fluxus, lo scrittore e filosofo francese Guy Debord. mi interesso anche di fotografia. Mi sono nutrita di arte diversa dal teatro, di cui non conosco nulla.

Come hai incontrato Antonio?

Abitiamo nella stessa provincia, io ad Anzio, lui a Nettuno. Andai a vederlo, lui mi chiese una collaborazione, da allora non ci siamo più divisi. Siamo prima di tutto una coppia artistica: sul palco c’è Antonio in veste di attore ma anche io, con i miei habitat, comunico e mi esprimo.

Una lettura che consigli?

Alfred Kubin, un incisore, pittore e scrittore austriaco dei primi del Novecento, un grande rappresentante del Simbolismo e dell’Espressionismo che è praticamente sconosciuto. Nel suo strepitoso libro “L’altra parte” racconta di una estetica della guerra, una storia fantastica molto attinente al presente momento storico. Un racconto leggero, non drammatico, un testo fondamentale che tutti dovrebbero leggere, un autore a cui avvicinarsi.

Vorrei concludere segnalando tra i protagonisti di “7-14-21-28” la presenza di Ivan Bellavista, uno dei nostri interpreti fondamentali, incontrato quando aveva 22 anni, diventato oggi attore di grande talento.

 

Al momento della stesura di questo articolo lo spettacolo dell’11 marzo è tutto esaurito.

Di seguito i link per la replica straordinaria del 12 marzo alle ore 18.00

https://www.boxol.it/TeatroPalladium/it/advertise/7-14-21-28-rezza-mastrella/440977

https://www.rezzamastrella.com/2023/03/01/7-14-21-28-a-roma-replica-straordinaria-12-marzo/

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La Garbatella di Giovanna Ralli

Intervista alla famosa attrice italiana che ha abitato da bambina nei lotti Iacp

Di Giorgio Guidoni

Vincitrice di due David di Donatello e due Nastro d’Argento, Giovanna Ralli ha recitato con Vittorio Gassman, Aldo Fabrizi, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Totò e Renato Pozzetto ed è stata diretta dai più grandi registi del cinema italiano, fra cui Mario Monicelli, Ettore Scola, Roberto Rossellini, Carlo Lizzani e Vittorio De Sica.

Anche Giovanna Ralli, attrice tra le più prestigiose di sempre, ha nei suoi ricordi di infanzia la Garbatella.Lo ha rivelato pubblicamente lo scorso dicembre al teatro Palladium durante la celebrazione del centenario della nascita dello scrittore Luciano Bianciardi. Ci ha rilasciato al telefono un’intervista esclusiva per la nostra testata.

Che cosa la lega a Garbatella?

Papà ci abitava, con tutta la famiglia, in via Enrico Cravero, vicino alla piazza Bartolomeo Romano. Abitavano in quelle casette basse, villini a due o tre piani.

Probabilmente parliamo del lotto 12?

Può darsi, sa adesso non posso ricordarmi se era il 12, il 13 o quale altro…sorride ( sì anche attraverso il telefono arriva l’immagine del suo inconfondibile sorriso)

Giovanna Ralli sul set del film “La vita agra”Giovanna Ralli sul set del film “La vita agra”

Però lei è testaccina?

Papà Claudio è della Garbatella, dopo il matrimonio con mamma si erano trasferiti a Testaccio dove sono nata (il 2 gennaio 1935, ndr) e dove ho vissuto fino all’età di 10 anni. La sorella di papà invece è rimasta ai lotti anche successivamente. Conservo un legame molto profondo con la Garbatella grazie ai ricordi della mia infanzia. Ci tornavo a trovare nonna Ginevra, la domenica andavamo a mangiare da lei. Il sabato preparava il bollito, il giorno dopo con l’avanzo cucinava delle polpette al pomodoro buonissime, i picchiapò. Era una grande famiglia, con papà erano otto figli e tutte le domeniche ci riunivamo per mangiare insieme, era una festa che si ripeteva settimanalmente a dispetto del periodo bellico. Alla fine della guerra ci siamo spostati di casa in zona Piazza Fiume, vicino al forno in cui papà lavorava, che era in via Alessandria. Da allora andavamo più di rado a trovare i parenti di mio padre. L’ho amata molto la Garbatella perché porta con sé i ricordi della mia infanzia, cose belle e purtroppo cose anche dolorose legate alla guerra. L’ho vissuta tutta, ricordo il periodo del fascismo, ricordo bene tutto, tutto, tutto; papà perse due fratelli in guerra sul fiume Don durante la campagna di Russia. A nove anni ero diventata una bambina matura.

Era un destino comune per quel periodo storico

Maria Jatosti

Vivere la guerra per una bambina piccola e per come l’ho vissuta io, non permette di restare bambina, diventi adulta per forza. Per me sono dei ricordi insieme dolorosi ma anche molto belli. Due luoghi dove quando posso vado sono Testaccio e Garbatella, sono i quartieri che mi riportano al periodo della mia infanzia.

Un’infanzia semplice e felice fatta di piccole grandi cose

Sì, per esempio mia madre mi fece nascere in casa e anche mio fratello è nato a Testaccio nel 1942. Mi ricorderò sempre quel giorno. Ero a scuola, erano i primi di giugno, tornai a casa e dopo tre femmine, per la gioia di tutta la famiglia, arrivò il maschio. C’era mia madre a letto con una camicia da notte di seta azzurra, me lo ricordo come se fosse ieri, c’era l’ostetrica che aveva assistito al parto e c’era questo bambino stupendo, perché era bellissimo. Poi ho dei ricordi vividi di via Aldo Manuzio, dove sotto casa nostra c’era una trattoria. La sera scendevamo giù e mangiavamo in questo locale dove apparecchiavano con la tovaglia di carta bianca, ma i cibi li portavamo noi, lì servivano solo le bevande. Mamma portava la “tiella” (testuale, da vera romana) con i pomodori al riso, le fettine panate e altre cose tutte cucinate in casa da lei. Era così la vita, c’era la gioia semplice di stare insieme, la strada non era affatto trafficata, allora macchine praticamente non c’erano, stiamo parlando degli anni 1942-1943, ero piccola ma lo ricorderò sempre.

Giovanna Ralli e il suo rapporto con Maria Jatosti: come vi siete conosciute?

Il rapporto è nato perché sono stata protagonista del film La vita agra, (proiettato durante la serata del 14 dicembre al Palladium, all’interno dell’evento celebrativo per il centenario della nascita di Luciano Bianciardi, compagno di Maria Jatosti, ndr), tratto dal romanzo omonimo dello scrittore Luciano Bianciardi. Il film è la storia biografica dello scrittore, interpretato da Ugo Tognazzi e dalla sua compagna Maria Jatosti, interpretata da me. Poco prima delle riprese si era sparsa la voce che la parte di Anna del film sarebbe stata interpretata dalla stessa Maria Jatosti. Inviati deIl Giorno si precipitarono a casa di Maria per fotografarla e fecero uscire un articolo sul quotidiano milanese con tanto di foto (vedi foto 2). Notizia che si rivelò totalmente infondata, le bufale girano da sempre. Con Maria ci siamo conosciute durante le riprese e da allora ci siamo frequentate. Maria e Luciano seguirono le riprese del film, più volte vennero sul set, da allora è nato un bel rapporto. E molto bello è anche il film.

Ci sono altri suoi film che toccano la Garbatella?

Sì, c’è n’è un altro con una scena girata in piazza Damiano Sauli, anche se non sono presente in quella scena. Si tratta di “C’eravamo tanto amati” per cui ho ricevuto il premio come miglior attrice non protagonista. Un capolavoro di Ettore Scola con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli e Aldo Fabrizi.

Qual è il suo primo ricordo di uno spettacolo?

Ricordo che papà era amico di Giovanni Amati che era proprietario di un teatro a Testaccio, il Vittoria dove per la prima volta vidi da piccolina un avanspettacolo.

Sua mamma invece di quale zona di Roma era?

La famiglia di mia madre risiedeva in via dei Pettinari, dove ha abitato Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, insomma siamo dei romani.

Anche Alberto Sordi ha un passato alla Garbatella. Cosa le riporta alla mente il grande Albertone?

Con Alberto Sordi eravamo amici, un partner inimitabile, una persona molto generosa, grande professionista e grandi risate. Quando lo invitavo a pranzo non voleva né funghi né pesce: i funghi per la paura che fossero velenosi, il pesce perché non era sicuro che fosse fresco (!).

Un ricordo particolare e poco noto della sua infanzia?

 La mia prima comunione. Eravamo nel 1942 e mia madre doveva procurarmi delle scarpe bianche. Capirai, a quei tempi non era facile trovarle, non c’erano proprio, bisognava inventarsi qualcosa. Allora mamma prese due scarpe scompagnate, erano due sinistre, le fece verniciare di bianco e il completo era pronto! Per cui nelle foto si vedono questi due piedi sinistri, ma andò tutto bene: il vestito era bianco, le scarpe pure, erano scarpe di pezza, calzavano bene, il piede andava largo per cui a fine giornata i piedi non facevano male (ride di gusto). Testaccio e Garbatella sono per me luoghi molto vicini nel tempo e nello spazio, evocano dolci ricordi che porto sempre nel mio cuore.

 

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Quella “S” agli archi di piazza Sauli segnalava un serbatoio in tempo di guerra

Di Giorgio Guidoni

Si può cancellare una scritta, non si deve cancellare la memoria. È quello che è accaduto alla lettera “S” maiuscola iscritta in un cerchio nero sulle colonne degli archi in piazza Damiano Sauli, rimossa accidentalmente un anno fa durante i lavori di ristrutturazione dei portici in cortina.

Non conoscevamo con certezza il significato di quella lettera: poteva indicare sia un serbatoio di acqua nelle vicinanze da usare in casi di emergenza, sia un deposito di sabbia da utilizzare nei rifugi antiaerei, come specificato nelle norme UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) del periodo bellico.

Oggi però, grazie a una preziosa testimonianza diretta, possiamo stabilirne il significato con certezza. Ce lo chiarisce Andrea Cristiano, che da bambino abitava nei paraggi e trascorreva lunghe ore a giocare in piazza con gli altri amichetti.

“Avevamo notato più volta l’arrivo di una pattuglia di Vigili del Fuoco che armeggiava nella zona antistante l’odierna fontanella. All’inizio la cosa non aveva stuzzicato il nostro interesse, poi però, incuriositi da questi uomini in divisa, un giorno ci fiondammo intorno a loro per cercare di capire che cosa facessero. Riuscendo a gettare lo sguardo oltre il cordone umano dei Vigili notammo che uno di loro si stava calando all’interno di una botola tramite una scala metallica.

Vista la nostra curiosità ci spiegarono che, proprio sotto la piazza dove da sempre giocavamo, c’era una grande cisterna per la raccolta dell’acqua usata come rifornimento per le autobotti. Con grande cautela ci fecero avvicinare così da poter scorgere, sulla superficie dell’acqua sottostante, il riflesso del cielo sopra di noi. Poi indicarono la grande “S” nera dipinta sul muro tra gli archi e ci spiegarono che era il simbolo per segnalare nelle vicinanze la presenza di un serbatoio. Quella “S” si poteva trovare anche in altre zone di Roma, e, in qualche caso, c’era vicino anche una lettera “I” per segnalare l’esistenza di idranti in prossimità. Tutti simboli che erano stati di utilizzati durante la guerra. La piazza fu poi completamente ristrutturata e l’originale terriccio venne ricoperto da una pavimentazione più moderna: i lavori iniziarono nel 1995 e furono eseguiti nell’ambito del progetto Centopiazze, voluto dall’allora sindaco Francesco Rutelli. La nuova pavimentazione in marmo copri definitivamente quella botola condannando all’oblio una parte di storia di Garbatella.

La cancellazione della “S” dal muro è stata oggetto di interesse anche da parte del Municipio VIII. Proprio a seguito di un nostro articolo che ne segnalava la rimozione, è stata approvata una mozione per ripristinarla e tenere così in vita la memoria di quel triste periodo storico di guerra che purtroppo l’umanità continua a vivere, immemore degli orrori del passato.

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Una discarica a via S. Adautto

Di Giorgio Guidoni

Da più di un anno la piazzola in fondo a via di Sant’Adautto, la stradina che porta ai lotti 6 e 7 da via delle Sette Chiese, è diventata una sgradevole discarica abusiva. Uno dei luoghi più pittoreschi e più nascosti di Garbatella versa in uno stato di deprimente abbandono. Il motivo? Per eseguire dei lavori di ristrutturazione di una palazzina adiacente, l’azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater) decide di rimuovere le barriere metalliche e usare la piazzola come punto di appoggio per i lavori. Nello slargo viene installato anche un bagno chimico, che è ancora presente. Successivamente la stessa area viene utilizzata come luogo temporaneo per materiali di risulta a cui però si sono aggiunti nel tempo altri rifiuti speciali abbandonati.

A nulla sono valsi i vari solleciti spediti dagli abitanti all’indirizzo dell’Ater: dopo la sospensione dei lavori più di un anno fa, nessuno è intervenuto per riportare la piazzola nelle condizioni originali. I cittadini si sono rivolti anche all’Ama, la società di proprietà di Roma Capitale che si occupa del servizio di nettezza urbana, che però non sembra in grado di intervenire poiché si tratterebbe di smaltire  rifiuti speciali di varia natura. Riusciranno i nostri eroi a trovare una soluzione e ripulire uno degli angoli più belli di Garbatella?

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Addio Pierina

Di Giorgio Guidoni

Pierina Solaini ci ha lasciati. Al mattino del 21 novembre 2022 se ne è andata anche lei. Decana della Garbatella, lo scorso anno avevamo pubblicato una sua intervista ricca di memorie del tempo di guerra, raccontando il terribile periodo di Roma Città Aperta. Eravamo rimasti in contatto e recentemente aveva scritto un messaggio per farci partecipi del compimento dei suoi favolosi 94 anni. DI lei, persona amabilissima ed entusiasta della vita, ricordiamo gli occhi che le si illuminavano quando raccontava la sua gioventù, lontana nel tempo e nello spazio eppure vicina al cuore e alla memoria. Arrivederci Pierina, la Garbatella la troverai anche lassù, vicino a quella stella.

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Sui banchi di scuola con Alberto Sordi e Maurizio Arena

TANTI RICORDI NELLE FOTOGRAFIE DI GRUPPO E TRA LE PAGINE DI QUEI REGISTRI INGIALLITI

di Giorgio Guidoni

A Garbatella c’è un edificio imponente e marziale in contrasto con il rinomato equilibrio armonioso delle sue casette, dei suoi lotti con le corti interne, delle sue stradine. È lo stabile della scuola elementare di piazza Damiano Sauli. La costruzione, ultimata nel 1930, fu originariamente intestata a Michele Bianchi, quadrumviro della marcia su Roma e fu visitata dal Duce Benito Mussolini il 6 gennaio del 1931. Oggi è intitolata al patriota irredentista Cesare Battisti, che diede la sua vita per l’annessione del Trentino all’Italia durante la Prima Guerra Mondiale.

1930 registro della quinta B, tra gli alunni Alberto Sordi

Nel 1943, in tempo di guerra, la scuola fu requisita per circa un anno dalla 21° Divisione Granatieri e sul terrazzo fu installata una postazione per la difesa antiaerea. Per un lungo periodo, fino al primo dopoguerra, ospitò gli sfollati che provenivano dai paesi del Lazio bombardati.
Osservando con attenzione il doppio complesso, le sue linee squadrate, la sua imponenza, la torretta centrale di ferro che si staglia nel blu del cielo, il grande cancello all’entrata, si percepisce un timore reverenziale, una sorta di messaggio implicito: varcare i suoi confini significava iniziare il percorso verso la vita adulta. E quel cancello è stato attraversato negli anni da una moltitudine di bambini.

Siamo andati a curiosare nell’archivio e uno dei primi registri trovati risale all’anno scolastico 1930-31, classe quinta sezione B. L’insegnante, Tullio Raffaele, aveva tra i suoi 33 alunni un tale Sordi Alberto, nato a Roma il 15 maggio 1920 (anche se in realtà era nato il 15 giugno, ndr), figlio di Pietro e Maria Mighetti, abitante al lotto 38 in via Rubino. Era proprio lui, l’Albertone nazionale, indimenticabile icona del cinema, che abitò a Garbatella dal 1930 al 1940.

Nella seconda A maschile del 1940-41, composta da ben 40 alunni, troviamo altre due presenze di rilievo. La prima è Maurizio Di Lorenzo, nato il 26 dicembre 1933, famoso attore noto come Maurizio Arena. Negli anni cinquanta interpretò la trilogia di Dino Risi “Poveri ma belli”, “Belle ma povere” e “Poveri milionari” che lo portò al successo dal grande pubblico, incarnando il tipico romano, bello, giovane, gagliardo e indolente “nato stanco che vive per riposare”. Suo compagno di classe era Adelio Canali (che ringraziamo per averci concesso la fotografia tratta dal suo libro La Terrazza sulla Garbatella), autore e scrittore di vari volumi su vicende storiche e ricordi personali riguardanti il nostro quartiere.

Dopo la tremenda parentesi della guerra, l’Italia disfatta si ritrovò a ricominciare da capo, a ricostruire un paese distrutto e a riprendere un nuovo percorso educativo basato su criteri di libertà, uguaglianza e democrazia. È significativo il registro della classe prima G maschile del 1945-46 in cui dei ben 47 bambini iscritti, frequentarono solo in 17, quelli ritratti in foto.
L’immagine di questi bambini rende benissimo l’idea della situazione nel Paese in quel difficile momento storico. Solo in tre hanno grembiule e fiocco, gli altri sono vestiti con quello che potevano. Chi a maniche corte, chi con un giaccone militare, chi con un maglione, qualcuno addirittura con sandali invece di scarpe chiuse. In questa classe era presente anche un decano, memoria storica di Garbatella, Emilio Marè (il primo in alto a destra nella foto) classe 1936. Della classe lui ricorda i suoi due amici del cuore, Bruno Viti e Amleto Novelli (che abitava in via Vettor Fausto), purtroppo entrambi deceduti. I suoi ricordi sono un po’ annebbiati ma qualcosa ancora affiora dai recessi della memoria: Marcello Crocetti, seduto al centro, il cui padre aveva un banco di frutta al mercato di Piazza dei Navigatori; i fratelli Binetti Pasquale e Giovanni, a destra e sinistra della maestra, che abitavano al lotto 27; Romano Sabatini, il primo seduto a destra, figlio di un portiere delle case popolari, abitava in piazza Sauli; Fulvio Bertolelli, il secondo seduto da destra con il grembiule, detto “er Patataro” perché il padre vendeva patate al mercato di via Passino, che abitava al lotto 12.
E arriviamo al registro degli esami di licenza elementare della quinta C, anno 1948-49. In questa classe composta da 28 alunne, la cui maestra era Lidia Gattuso, notiamo la presenza dell’attrice Rossana Di Lorenzo, sorella di Maurizio Arena, recentemente scomparsa. Nell’immagine la Di Lorenzo è la ragazzina in piedi a sinistra. La foto ci è stata gentilmente messa a disposizione dal nostro amico Nino, figlio di Maria Pizzuto, compagna di classe di Rossana: Maria è la seconda da destra nella fila in piedi.

Terminiamo con questa bella foto di una classe quinta femminile di cui però abbiamo notizie vaghe: classe quinta sezione A, dal 1938 al 1940, aula musica. Sarebbe bello se qualcuna di queste bambine si riconoscesse e contattasse la redazione per raccontarci la sua storia.

Sui banchi di scuola con Alberto Sordi e Maurizio Arena

TANTI RICORDI NELLE FOTOGRAFIE DI GRUPPO E TRA LE PAGINE DI QUEI REGISTRI INGIALLITI

1941 la seconda A della scuola Michele Bianchi (oggi Cesare Battisti). Adelio Canali è seduto a terra, al centro, mentre Maurizio Arena è il secondo in piedi da sinistra

1945 la prima G, il primo in alto a destra è Emilio Marè
1948 la quinta C, la prima in piedi a sinistra Rossana Di Lorenzo. La foto è stata gentilmente concessa da Nino figlio di Maria Pizzuto, che è la seconda a destra della fila in piedi. La foto è stata gentilmente concessa da Nino figlio di Maria Pizzuto, che è la seconda a destra della fila in piedi
La classe quinta sezione A (1938 – 1940)
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La storia di Silvio Tavoloni. Finì in galera per le offese al Duce

Era andato nella sede del gruppo rionale fascista, alla Villetta di via Passino, per chiedere un sussidio

di Giorgio Guidoni

Era sufficiente una parolaccia. Una caricatura, una rima a doppio senso, una pernacchia. Durante il ventennio della dittatura bastava pronunciare un epiteto sopra le righe nei confronti del Duce del fascismo per ritrovarsi in guai seri e trascorrere qualche mese in gattabuia. Nel 1925 Mussolini aveva introdotto il reato di “Offesa al Duce”, che puniva chiunque avesse offeso il capo del Governo con la reclusione da sei a trenta mesi e con una multa salatissima. Nel 1930 la detenzione passò da uno a cinque anni e nel 1941 il reato fu inserito nel Codice Militare di pace che prevedeva la pena della carcerazione da tre a dodici anni. Anche a Garbatella ci fu chi, per una parola di troppo, incappò in una disavventura di questo tipo.

Silvio Tavoloni e la moglie Ines Catenacci

Nel 1942 l’Italia era in guerra da due anni e l’inverno era particolarmente rigido. Silvio Tavoloni, classe 1890, abitava in via Luigi Fincati 13, al lotto 8, con la moglie Ines e la figlia Luciana, mentre l’altro figlio Renato era stato richiamato alle armi. Reduce e invalido della Grande Guerra, lavorava per le Ferrovie italiane come pulitore di vagoni letto, impiego che assicurava alla famiglia una condizione economica dignitosa. A luglio di quell’anno, tuttavia, subì un grave incidente che lo rese inabile al lavoro: un investimento tramviario gli aveva causato l’amputazione di nove dita dei piedi e la conseguente perdita dell’impiego e dello stipendio.

Quale invalido di guerra percepiva una piccola pensione ed era in attesa di un indennizzo da parte dell’Atag (Azienda Tramvie del Governatorato dell’epoca) per l’incidente subito. In quel momento particolarmente critico le entrate non erano più sufficienti per vivere dignitosamente e Silvio, che inoltre non era ancora guarito dalle lesioni riportate nell’incidente, era alla ricerca di un aiuto economico. A novembre del 1942 un conoscente gli aveva ventilato la possibilità di ottenere un sussidio: “Vai domani alla casa dal Fascio (la casa colonica in via Passino meglio nota come “La Villetta”, ndr), ci sarà il Fiduciario (1) che ascolterà le tue richieste e forse ti potrà aiutare.” Intorno alle 20.00 dell’11 novembre, pieno di speranza, Silvio si recò all’appuntamento per scoprire però che il Fiduciario non era presente: “Prova a ripassare domani alla stessa ora” gli era stato riferito sul posto.

Scheda di ingresso a Regina Coeli

Uscendo dalla Villetta per tornare a casa udì vari gerarchi fascisti inneggiare al Duce e lui, forse infastidito dal mancato incontro, si lasciò scappare qualche parola di troppo. Questo era ciò che raccontò alla moglie Ines e a Luciana. Il giorno dopo gli eventi precipitarono. A seguito di una solerte denuncia sporta da due donne fasciste, la Vice Segretaria Rionale Lucrezia Sardella e la Visitatrice (2) Maria Borganzoni, Silvio Tavoloni  fu arrestato e condotto alla caserma Mussolini (3).

Il verbale di denuncia (che riporta anche il timbro in colore rosso “VISTO DAL DUCE”) afferma “… l’individuo in oggetto, nell’uscire dalla sede del Gruppo stesso, dove si era recato per chiedere un sussidio, veniva udito pronunziare le seguenti frasi in risposta alle invocazioni “Duce, Duce” dei gerarchi: «Li mortacci sui, ci fa morire di fame, che lo potessero ammazzare, sto paraculo.» Silvio Tavoloni ammetterà di essersi recato nei locali del Gruppo Rionale, ma negherà di aver pronunciato le offese al Duce. Dopo un primo periodo di permanenza alla caserma Mussolini fu trasferito a Regina Coeli il 2 febbraio 1943 in attesa di processo. La moglie Ines ne chiese varie volte la scarcerazione per motivi di salute, senza successo. Fortunatamente il Tribunale Speciale non diede l’autorizzazione al processo e decretò la scarcerazione di Silvio il 4 aprile 1943.Al suo ritorno a casa egli non dimenticò la disavventura, che negli anni successivi continuò a raccontare con dovizia di particolari a familiari e amici.

Scheda di uscita da Regina Coeli

Grazie a due suoi nipoti, Luciano e Daniele detto Sandro, siamo venuti a conoscenza di questa storia, che abbiamo avuto la possibilità di ricostruire nei particolari.

  1. La struttura organizzativa del Partito Nazionale Fascista-PNF era basata sulle federazioni provinciali, le quali coordinavano e dirigevano il lavoro dei gruppi rionali o sezioni. Il Gruppo rionale aveva giurisdizione su un quartiere cittadino o su un comune o gruppi di piccoli comuni. Il Fiduciario rionale era il “gerarca” – com’era comunemente chiamato durante il fascismo – che dirigeva l’attività del Gruppo. I gruppi rionali disponevano di sedi autonome. Molte erano ex Case del popolo requisite alle organizzazioni di sinistra dopo l’avvento del Regime. A Garbatella la sede del Gruppo rionale si trovava alla Villetta in via Passino, 26
  2. «Le Visitatrici sono donne fasciste di particolare attitudine, che in ciascun settore, e nucleo del Fascio di combattimento a cui appartengono, visitano le famiglie bisognose a scopo di assistenza morale e materiale, con speciale cura per ciò che riguarda la maternità ed infanzia, riferendo periodicamente alla Segretaria del Fascio dalla quale dipendono.» (fonte: Partito nazionale fascista. Fascista. Il primo libro del fascista. Anno XVI dell’E.F. 1937-1938)
    Le Visitatrici erano donne che possedevano un’accurata conoscenza delle singole situazioni di disagio sociale delle famiglie. A loro spettava una mansione fondamentale,quella di raccogliere informazioni economiche e morali sui richiedenti assistenza.
  3. La caserma Mussolini si trovava a Roma in via Baiamonti 6. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale prenderà il nome di Caserma Montezemolo per diventare sede del Comando della Seconda Regione Aerea dell’Aeronautica Militare. Oggi è la sede della Corte dei Conti.
Denuncia con il visto del duce
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I ricordi di Mauro Sarzi e del padre Otello, burattinai del Partito comunista italiano

di Giorgio Guidoni

“Torno dopo 60 anni dove il nostro teatrino andò a fuoco”

Federico Fellini con Otello Sarzi

“Mi sono venuti i brividi quando ho rimesso piede alla Garbatella. Sono passati più di 60 anni da quella tragica sera del 6 giugno 1958, quando incendiarono il tendone dove mio padre teneva gli spettacoli coi burattini. Io avevo appena 11 anni, mi tirarono fuori semi svenuto e mi portarono al bar Girasole in via Rosa Raimondi Garibaldi, dove mi prestarono i primi soccorsi”. Il ricordo, ancora trepidante, è quello di Mauro Sarzi, classe 1947, ultimo discendente di una famiglia che, sin dalla seconda metà dell’800, ha fatto di quell’arte una missione di vita.” Non ho più avuto notizie della persona che mi salvò- aggiunge emozionato Mauro- ricordo solo che all’epoca lavorava al bar Il Delfino a largo Argentina. Sarebbe una cosa meravigliosa poterlo incontrare per ringraziarlo nuovamente”.

Il piccolo Mario Sarzi con Cesare Zavattini e Mario Riva alla trasmissione televisiva “Il Musichiere”

Quella sera Otello, suo padre, alla guida della Balilla era andato fuori Roma per impegni artistici. Aveva lasciato il piccolo Mauro all’interno della tenda-teatro in via Rosa Raimondi Garibaldi, su un prato nei pressi della Cristoforo Colombo, dove ora insiste il palazzone della Regione Lazio. Mauro stava leggendo un libro a lume di candela, quando si accorse che qualcosa non andava per il verso giusto. Guardando in alto vide un forte bagliore che non poteva provenire dal cero. Erano le fiamme dell’incendio che aveva completamente avvolto la struttura. Spaventatissimo il ragazzo ebbe la forza di gridare a perdifiato. Fortunatamente per lui, nei paraggi si trovava a passare un abitante della zona che, richiamato dalle grida di aiuto, riuscì ad estrarlo e a salvargli la vita.  Tutto il resto andò in fumo, compreso i 600 burattini coi quali i Sarzi si guadagnavano da vivere. Con quelle marionette, create dalla loro fantasia e dalle loro mani, avevano fatto sognare generazioni di bambini delle nebbiose cascine lombarde ed emiliane. Era tutto finito e chissà quanto ci sarebbe voluto per ripartire.

La notizia ebbe ampio risalto sulla stampa dell’epoca e ci fu una diffusa gara di solidarietà per risarcire la famiglia dell’enorme perdita.

Il papà di Mauro, Otello, fu sempre convinto della natura dolosa dell’incendio a causa della sua appartenenza politica, benché non ci furono mai prove documentate. La sua Balilla, infatti, era stata spesso utilizzata dalla locale sezione del Partito comunista per la propaganda elettorale in occasione delle politiche del 1958, che seguirono quelle della legge truffa del 1953.

Copia del Messaggero Zavattini al Musichiere

Anche Cesare Zavattini, scrittore e sceneggiatore di alcuni capolavori del cinema italiano come Sciuscià, Ladri di biciclette e Umberto D del regista Vittorio De Sica, raccolse l’appello di solidarietà e lo portò, appena dieci giorni dopo l’accaduto, alla popolarissima trasmissione “Il Musichiere”, condotta da Mario Riva. Andò in tv proprio con Mauro che aveva con sé l’unico burattino salvato dalle fiamme. Alla fine dello spettacolo il noto conduttore gli consegnò la somma di 320 mila lire raccolte per aiutarli a ricominciare la loro attività artistica.

I Sarzi non erano semplici burattinai si erano distinti per l’impegno antifascista negli anni bui del ventennio, della guerra e poi avevano partecipato attivamente alla Resistenza. Otello e sua sorella Lucia erano già stati arrestati nel dicembre 1939 e ammoniti per attività sovversiva. Il 26 agosto 1940 fu condannato a tre anni di confino, due dei quali furono scontati a Sant’Agata di Esaro, un paesino calabro sospeso su una rupe dell’alta valle omonima, in un groviglio di montagne coperte da boschi nella provincia di Cosenza.

Durante il periodo della Resistenza collaborarono a più riprese con i fratelli Cervi sfruttando la loro comitiva teatrale viaggiante come base di lotta per incontri clandestini. Alla fine della guerra la loro compagnia di burattini divenne quella ufficiale del Partito Comunista Italiano. Viaggiavano in lungo e in largo su una vecchia Balilla tra i paesini della pianura padana tra l’Emilia Romagna e la Lombardia, proponendo il loro Teatro Popolare giocoso e fuori dal comune, portando tra la gente una ventata di buonumore. E quanto ce n’era bisogno per cancellare i lutti che l’occupazione nazifascista  si era portata dietro!

Finalmente nel 1953, a Chiusi, Otello fondò un teatro stabile. E nel 1957 spostò a Roma la sua opera creativa e innovativa con il “Teatro sperimentale di burattini e marionette” portando in scena testi di Bertolt Brecht, Garcia Lorca e Fernando Arrabal. Il trasferimento nella Capitale era stato favorito dall’interessamento di alcuni dirigenti del Pci di allora, come Giorgio Amendola e Giovanni Berlinguer, che misero a disposizione dei Sarzi alcuni locali della sezione Salario.Nel 1958 si stabilirono definitivamente alla Garbatella in via Rosa Raimondi Garibaldi nella zona delle case Incis. Padre e figlio, con la scritta Sarzi ben visibile sulle fiancate della Balilla, scorrazzava tra le strade del quartiere popolare, facendo spettacoli viaggianti e rendendo felici pipinare di monelli cresciuti nei cortili dei lotti Iacp.

Suo padre Otello, scomparso nel 2001, che aveva lavorato con Federico Fellini e Gianni Rodari dello, amava ripetere: “È più importante uno spettacolo, in cui la gente parla, che un comizio, dove la gente ascolta. Ecco perché amo il teatro dei burattini.”

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Targa ricordo per Marco Nardelli il pediatra della Garbatella

 

 

Grande commozione ieri pomeriggio, in viale Guglielmo Massaia 39 dove aveva il suo studio medico, alla cerimonia per la posa della targa in ricordo del pediatra Dott. Marco Nardelli, scomparso prematuramente lo scorso 5 aprile. Erano presenti la moglie Teresa Petruzzi, visibilmente emozionata, il presidente del Municipio VIII Amedeo Ciaccheri, il dottor Antonio Bertolini, ex medico di famiglia al servizio del popolo della Garbatella per 40 anni andato in pensione nel 2021, che lo hanno ricordato con amore.

“Per Marco non era un semplice lavoro, era una passione. Lui ha sempre amato tutti i suoi pazienti e li ha ascoltati, ha avuto sempre il massimo rispetto sia dei bambini sia dei genitori, riuscendo in ogni situazione a trovare il modo di andare avanti insieme con loro.” Teresa gli ha reso omaggio con queste semplici toccanti parole.

Hanno voluto presenziare anche tante colleghe e colleghi di Marco, amici, genitori, bambini ormai cresciuti, quanti lo hanno conosciuto e lo ricordano con dolore, tenerezza, affetto e rispetto. Un sentimento condiviso per una persona speciale che ha operato con tenacia e umiltà e che oggi sarebbe forse sorpreso di un riconoscimento così appassionato.

La targa recita “Bambini e bambine io cammino insieme a voi”.

Continueremo a camminare tutti insieme e a portarlo per sempre con noi nei nostri pensieri e nei nostri cuori.

Grazie carissimo Marco.

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Bilancio Partecipativo disatteso a Montagnola

Bilancio Partecipativo

Bilancio Partecipativo, che cosa è? È uno strumento usato per promuovere la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche locali, in particolare al bilancio preventivo dell’ente, cioè alla previsione di spesa e agli investimenti pianificati dalla pubblica amministrazione. L’obiettivo è quello di realizzare una gestione amministrativa di qualità della cosa pubblica, che sia il più possibile vicina alle reali esigenze e istanze dei cittadini.

La proposta dei Comitati del 2018

Nel 2018 il Comitato Parchi Colombo in collaborazione con il CDQ Montagnola presentarono un progetto di riqualificazione del parco di via Badia di Cava che includeva lo spazio verde fino a via di Grotta Perfetta, area che versava da anni in uno stato di abbandono e degrado. Il progetto fu proposto nell’ambito del Bilancio Partecipativo per la riqualificazione urbana del territorio, con hashtag #ROMADECIDE, in cui l’Amministrazione Capitolina decideva insieme ai cittadini come impiegare circa 17 milioni di euro.

Il dettaglio del progetto

Nel dettaglio il progetto prevedeva:

  • La recinzione dell’intera area del parco
  • La realizzazione di un percorso salute per tutta l’area del parco con attrezzi ginnici
  • Il ripristino del sistema di irrigazione
  • Una barriera verde lato via Colombo per limitare l’impatto acustico ed ambientale
  • Un piccolo rialzo di terra per deviare le onde sonore verso l’alto
  • La creazione di un’area cani dotata di fontanella
  • La sistemazione delle panchine
  • La sostituzione di cestini per rifiuti con altri dotati di copertura
  • L’installazione di cartelli multilingue che invitassero i fruitori ad avere cura del parco
  • La sistemazione di rampe di accesso per i disabili
  • La realizzazione di cancelli con area parco giochi bimbi (Parco Falcone e Borsellino)

Come è andata a finire?

Il progetto presentato risultò il più votato in assoluto.

In barba a tutti i buoni propositi l’ente pubblico oggi intraprende soluzioni diverse.

Purtroppo a breve inizieranno dei lavori che interesseranno la sola recinzione di un terzo dell’intera area, recintando addirittura un abuso (ex bocciofila) realizzata su verde pubblico che doveva essere abbattuto 11 anni fa!

Sembra incredibile, ma è tutto vero e consultabile sui link che abbiamo riportato, che rimandano al sito del Comune di Roma.

Rabbia e delusione dei Comitati

Le parti interessate chiederanno spiegazioni agli enti pubblici competenti sia sulle ragioni della mancata esecuzione della determina di abbattimento sia perché si spenda denaro pubblico per recintare un manufatto abusivo: siamo curiosi di sapere quali saranno le risposte.

Intanto è assodato che questo intervento minimale non risolverà i problemi di degrado. Non completare la recinzione dell’intera area produrrà un inevitabile peggioramento delle condizioni dell’area adiacente che rimarrà lasciata a se stessa.

Il Comitato Parchi Colombo e il CDQ Montagnola fanno sapere che, dopo aver cercato invano un dialogo con le istituzioni per 4 anni, oggi vedono la realizzazione di un progetto, dal quale prendono fermamente le distanze, totalmente diverso da quello proposto e votato dalla maggioranza dei cittadini.

Un mondo migliore è ancora possibile?

Ci si augura sia ancora possibile un dialogo col Sindaco Roberto Gualtieri, col Presidente del Municipio VIII Amedeo Ciaccheri, con gli assessori Sabrina Alfonsi e Michele Centorrino per trovare una soluzione ad un problema ampiamente denunciato.

Si spera inoltre che la partecipazione attiva e propositiva dei cittadini non venga ignorata o umiliata con la realizzazione di interventi inutili che non indirizzano le esigenze e addirittura arrivano a consolidare opere abusive.

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Chiude il forno dei Maurizi, una generazione di panettieri

Ormai un ricordo quell’aroma di pane fragrante sprigionato nel cortile del lotto 8

Di Giorgio Guidoni

C’era un luogo a Garbatella che aveva il potere di sprigionare nell’aria un intenso profumo di pane appena sfornato. Fragranza che conquistava tutta la piazza, aroma inconfondibile che entrava persino nel cortile del Lotto 8 e faceva pregustare ai ragazzini pizza bianca, pizza rossa, rosette e cirioline.

Quel posto ora è un vivido ricordo per i tanti che lo hanno conosciuto e amato. È il forno Maurizi, una eccellenza arcinota nel quartiere che dallo scorso aprile ha cessato l’attività. Appena divulgata la notizia della chiusura, i social sono stati sommersi da una valanga di messaggi di affetto e ringraziamento da parte della sua affezionata clientela.

Tutto nasce dal capostipite Domenico Maurizi, nato nel 1900, secondo di nove fratelli, rimasto senza padre in tenera età. Con la mamma Anna, abitava a San Giorgio al Velabro, prima del trasferimento al lotto 27 avvenuto a fine anni venti del secolo scorso.

Domenico ha uno spiccato senso imprenditoriale, inizia ad aprire un forno in via Ostiense, di fronte alla ex scuola elementare Niccolò Tommaseo, vicino all’attuale farmacia. È un grande lavoratore e giornalmente produce una notevole quantità di pane.

Ha anche un forte senso di generosità, di giustizia e di solidarietà. Durante gli anni della guerra aiuta diverse famiglie bisognose, compresi molti nuclei di religione ebraica, donando loro pane prodotto di nascosto.

La panificazione in tempo di guerra era controllata capillarmente, era un grave reato produrre pane segretamente. Poiché nei controlli degli agenti fascisti non c’erano riscontri coerenti tra quantitativi di farina in entrata e in uscita Domenico fu anche sospettato di vendere pane a borsa nera, accusa fortunatamente caduta nel vuoto. Inoltre nei suoi vari esercizi commerciali aveva ricavato diversi nascondigli per dare riparo a famiglie ebree ricercate. Anche nella sua casa di via Roberto De Nobili aveva creato una stanza con ingresso segreto che fungeva da nascondiglio. L’ingresso alla stanza era coperto da un armadio che ne celava la vista. I soggiorni dei clandestini non potevano durare molto tempo per via di sospetti e delazioni. Più volte in casa sua ci furono perquisizioni dei fascisti che però fortunatamente non scoprirono mai nulla.

Per queste sue iniziative e per le tante vite salvate la comunità ebraica di Roma riconoscerà a Domenico un attestato, che sarebbe stato felicissimo ricevere con le proprie mani. Purtroppo arriverà solo dopo il 1977, anno della sua scomparsa.

Alla liberazione di Roma del 4 giugno 1944 si rendono disponibili a Garbatella diverse strutture sino allora occupate dai fascisti ormai dileguatisi. Per la sua attività di panificatore Domenico avrebbe desiderato la Villetta, luogo però occupato subito dai partigiani. Allora accettò di insediarsi nei locali in largo Giovanni Ansaldo, in cui nel ventennio si trovava una palestra del Partito nazionale fascista.

L’attività apre l’8 agosto 1944 e da allora non fa che crescere. Negli anni del boom economico arriva a produrre 6 quintali di pane al giorno, una quantità considerevole che serviva ad approvvigionare enti quali il Centro Traumatologico Ortopedico, la città militare della Cecchignola, il Centro Paraplegico di Ostia. Inoltre Domenico apre vari negozi a Roma e ne fa dono ai suoi cinque figli, Mario, Italo, Nello, Alfredo, Sergio, garantendo loro un futuro sereno.

A fine anni ’50 il forno passa ad Italo, secondogenito, che porta avanti la tradizione di famiglia con generosità e oculatezza. I suoi figli, Mauro, Miriam e Anna, avuti dalla consorte Ersilia Giordani, si vedevano spesso gironzolare allegri nel negozio, tra cioccolate e scatole di biscotti.

Erano gli anni del boom economico, disoccupazione e povertà andavano via via scomparendo. Anche se per molte persone c’erano ancora tante difficoltà, si respirava un’aria di allegria e spensieratezza, generata dall’apprezzare i pochi beni materiali posseduti e godere delle piccole grandi cose che può offrirti la vita. Come il rito domenicale del pranzo in famiglia. Per ottenere una cottura sopraffina le mamme del quartiere usavano cucinare le loro prelibatezze al forno Maurizi. Lasagne, pasticcio di maccheroni, melanzane alla parmigiana, portate nelle loro teglie a cuocere, ritornavano a casa pronte per essere gustate con amici e parenti in un convivio indimenticabile.

 

Ce lo racconta Mauro, il primogenito di Italo, che, da ragazzino era addetto al compito di verifica cottura dei piatti. Un duro lavoro che qualcuno doveva pur fare e lui si applicava con grandi risultati.

Ai ragazzini del lotto 8 Italo regalava a più riprese calde rosette appena sfornate. Alla scala E c’era un ingresso segreto che ti permetteva di entrare direttamente nel retro del negozio. Entrare in quel tempio era un piacere per i sensi: la vista per i tanti prodotti colorati sugli scaffali, l’odorato per il profumo della cottura, il tatto per la consistenza scrocchiarella dal pane, il gusto per la bontà dei prodotti venduti e l’udito perché quando uscivi fischiettavi e cantavi tutto contento con gli altri amichetti. E poi le cirioline con dentro la tavoletta di surrogato di cioccolato, quello che aveva sul retro l’immagine del Barone di Munchausen, un sapore inconfondibile, al modico prezzo di 10 lire!

La generosità è sempre stata un carattere distintivo dei Maurizi. Tante persone in difficoltà economiche venivano a chiedere il pane che veniva loro donato discretamente.

Attilio e Domenico Maurizi in una foto del 1960
Miriam Maurizi
Italo Maurizi
Maestranze per la costruzione del lotto 15 in via G. Ansaldo nel 1922

Nel 1968 Italo lascia l’attività al primogenito Mario che continua a curare la panificazione con attenzione e qualità servendo negli anni un grande numero di clienti, sia pubblici sia al dettaglio. Nell’anno 2000 arriviamo alla terza generazione dei Maurizi. Loredana, figlia di Italo, prende in carico l’attività portando nuove idee e una rinnovata energia. Negli oltre 20 anni di gestione opera diversi cambiamenti strutturali, ingrandisce i locali interni accorpando le ex cantine del palazzo e dà un nuovo impulso all’attività facendola viaggiare al passo con i tempi. Tutto secondo i crismi tradizionali di qualità, sviluppo e generosità. In piena fase di emergenza Covid istituisce la busta sospesa: a fine giornata il pane e la pizza invenduti sono messi a disposizione di chi ne ha bisogno, incartati in varie buste disponibili fuori dal negozio.

Tutte le storie, anche le più belle, hanno una fine. Le nuove generazioni hanno scelto strade professionali diverse, qualche problema di salute in famiglia, il mercato che cambia, la gestione del personale onerosa, Loredana decide di fermarsi. Da un paio di mesi il forno Maurizi è un ricordo fragrante, associato a momenti semplici e indimenticabili della vita di tutto il quartiere.

Curiosando tra i ricordi di famiglia Miriam ci ha fatto pervenire un documento di grande importanza. L’immagine, scattata nel 1922 da una rurale e irriconoscibile via Ansaldo, un gruppo di operai addetti alla costruzione del lotto 15. Tra di loro, con un segno sopra il cappello, c’è Attilio Giordani, padre di Ersilia, moglie di Italo. Una foto eccezionale che evidenzia un legame profondissimo tra la famiglia Giordani/Maurizi e la Garbatella, unione che dura da un secolo esatto.

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“Tre tre, giù giù”. Così si giocava al lotto 9

Nino

“ARIEEEEEECHIME” è il grido di battaglia. Quando lo senti rimbombare al lotto 9 sai che un guerriero sta correndo a perdifiato per saltare più in là possibile e conquistare il territorio nemico nelle sue zone più fragili. Il giuoco del “TRE TRE GIÙ GIÙ” è tanto semplice quanto crudele. Due squadre, una che attacca e l’altra che difende. La disposizione di chi difende è in fila indiana, serrati uno all’altro, stile mischia di rugby. Chi attacca prende la rincorsa e cerca di saltare più avanti possibile sulle schiene passive della fila in difesa. La squadra ideale del “tre tre giù giù” è formata da elementi agili e scattanti, delegati a saltare per primi, e da elementi grossi e pesanti, ultimi a saltare con lo scopo di far “sbracare” gli avversari. L’arbitro o “cuscino” si siede sul muretto e oltre a verificare che siano rispettate le regole del giuoco è anche, di fatto, un addetto alla sicurezza evitando che il primo della fila si sfracelli sul muretto. Dopo l’”ariecchime” c’è il salto e dopo il salto, comodamente adagiato sulle schiene altrui, l’attaccante non ha fretta, anzi, il suo scopo è essere più lento e compassato del bradipo più pigro della foresta amazzonica ed attendere con la pazienza più infinita la resa del tizio sottostante. L’ultimo, il più grosso, il più pesante, colui che si nutre solo di pasta, pane e dolci, con tuta elasticizzata perché la sua vita è fuori taglia, scandisce a voce alta e con esagerata lentezza la seguente formula: TRE TRE GIÙGIÙ –  TRE TRE GIÙGIÙ –  TRE TRE GIÙGIÙ – GIÙGIÙGIÙ!

Se la fila in difesa si “sbraca”, cioè non regge il peso degli attaccanti, rimane sotto per un altro turno. Se viceversa resiste, passa all’attacco e si ricomincia. Fino allo sfinimento delle forze o alla resa di qualcuno, che preferisce una tranquilla bandiera bianca ad una gloriosa schiena rotta.

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