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Autore: Redazione

Roberto Porcelli nuovo Coordinatore dei Centri anziani del Municipio XI

Roberto Porcelli nuovo Coordinatore dei Centri anziani del Municipio XI

Sostituisce nell’incarico Francesco Giaquinto

Il 9 novembre, presso la Sala Consiliare del Municipio RM XI, alla presenza dell’Assessore alle Politiche sociali Andrea Beccari, dei membri della Commissione Politiche sociali tra i quali il Presidente Umberto Sposato, dei dirigenti municipali e dei presidenti e vice presidenti dei Centri anziani municipali, si sono svolte le elezioni per la carica di coordinatore e vice coordinatore dei Centri del Municipio XI.
I candidati alla carica di coordinatore erano Rosario Mocciaro e Roberto Porcelli mentre Mario Angelaccio …..

Roberto Porcelli nuovo Coordinatore dei Centri anziani del Municipio XI

Sostituisce nell’incarico Francesco Giaquinto

Il 9 novembre, presso la Sala Consiliare del Municipio RM XI, alla presenza dell’Assessore alle Politiche sociali Andrea Beccari, dei membri della Commissione Politiche sociali tra i quali il Presidente Umberto Sposato, dei dirigenti municipali e dei presidenti e vice presidenti dei Centri anziani municipali, si sono svolte le elezioni per la carica di coordinatore e vice coordinatore dei Centri del Municipio XI.
I candidati alla carica di coordinatore erano Rosario Mocciaro e Roberto Porcelli mentre Mario Angelaccio
e Lucia D’Angelo erano candidati a vice coordinatore. Il nuovo regolamento dei Centri anziani di Roma Capitale impone che non ci sia la possibilità di un doppio incarico per cui, se si è presidente di un Centro anziani, non si può essere contemporaneamente coordinatore o vice coordinatore dei medesimi.
Alla presenza dell’Assessore Beccari, che ha portato i saluti del Municipio, si è verificata la presenza dei presidenti e vice presidenti dei Centri anziani municipali, che il regolamento indica espressamente come gli unici a poter esprimere il voto per queste elezioni; è stata quindi istituita la commissione elettorale.
L’Assessore Beccari ha quindi presentato i candidati, i quali sono stati inviatati ad esporre il loro programma.
Dopo d che si è provveduto a consegnare ad ognuno dei votanti le due schede per l’attribuzione dei voti, quella per coordinatore e quella per vice coordinatore. Al termine si è svolto lo spoglio delle schede dal quale è emerso il seguente risultato: Rosario Mocciaro, candidato coordinatore, voti 6; Roberto Porcelli, candidato coordinatore, voti 8; Mario Angelaccio, candidato vice coordinatore voti 3; Lucia D’Angelo, candidata vice coordinatrice, voti 11. Alla luce di questi risultati sono stati eletti coordinatore dei CCSSAA del Municipio RM XI Roberto Porcelli e vice coordinatore Lucia D’Angelo.
Porcelli sostituisce nell’incarico Francesco Giaquinto.(G..P.)


 

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Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Quest’anno, per Natale, vogliamo offrire ai nostri piccoli lettori un breve racconto, tratto da una delle “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci, quelle indirizzate ai suoi due piccoli figli, Delio e Giuliano, con i quali dalla prigione comunicava epistolarmente tramite sua cognata, Tania. Gramsci, nato alla fine dell’800 in un paesino della Sardegna, era stato arrestato nel 1926 benché avrebbe dovuto godere dell’immunità parlamentare essendo stato eletto deputato nel 1924.
Fu condannato definitivamente nel 1928 dal Tribunale speciale fascista per le sue idee, perché, come l’accusa ebbe a dire nella sua requisitoria, “bisogna impedire a questo cervello di pensare per vent’anni”. Il processo si svolse contro 22 comunisti tra i quali Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea costituente della nostra Repubblica. Gramsci fu condannato per attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Non ci fu bisogno che trascorresse un così lungo tempo per neutralizzarne l’azione, perché Gramsci, consumato dal carcere, morì nel 1937. Tra i fondatori e poi segretario del Partito comunista, egli fu politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario: i suoi scritti sono considerati tra i più originali della tradizione filosofica marxista. Non conobbe mai il suo secondo figlio, Giuliano. A lui e al primogenito Delio dedicò dal carcere numerosi brevi apologhi, storielle e favole, nei quali spesso sono protagonisti gli animali, che Gramsci amava molto. Tra questi racconti abbiamo scelto la storia dei suoi due passerotti, raccolti perché caduti dal nido: per un certo periodo gli fecero compagnia nella cella del carcere. (C.B.)

Due passerotti nel carcere amici di Antonio Gramsci

Carissima Tania, ti racconterò la storia dei miei passerotti.
Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (blatta o un millepiedi).
Il primo passerotto era molto più simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa.

Il primo divenne subito padrone della cella. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporare la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo: e per ciò una volta cadde in un recipiente pieno di rifiuti della caffettiera e fu lì lì per affogare. Ciò che mi piaceva di questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso era che la sua relativa familiarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiare danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose.
Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò più, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. E’ morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi morì di colpo.
L’attuale passero, invece, è di una domesticità nauseante; vuole essere imbeccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei pantaloni; se avesse le ali intere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi, oltre al fatto che il mangiare sempre pane molle deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate.
Questa la storia dei miei passerini.
Ti abbraccio teneramente.

Antonio

 

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In Municipio per il libro “Il corpo si fa ponte”

In Municipio per il libro “Il corpo si fa ponte”

Presentazione dell’opera di Elizabeth Koole con la partecipazione dell’Assessore Beccari

Sabato 26 novembre, presso la Sala consiliare del Municipio in Via Benedetto Croce, si è tenuta la presentazione del libro …..

In Municipio per il libro “Il corpo si fa ponte”

Presentazione dell’opera di Elizabeth Koole con la partecipazione dell’Assessore Beccari

Sabato 26 novembre, presso la Sala consiliare del Municipio in Via Benedetto Croce, si è tenuta la presentazione del libro “Il corpo si fa ponte. Educazione al movimento consapevole e creativo”.
Oltre agli autori, Elizabeth Koole e Alessandra Scalisi, sono intervenuti l’Assessore alle Politiche dei Servizi sociali Andrea Beccari e la professoressa Anna Maria Ajello. “Il corpo si
fa ponte” è un libro realizzato da Elizabeth Koole e Alessandra Scalisi con la collaborazione del gruppo “Insegnanti in Movimento”. Il libro espone una profonda esperienza di formazione vissuta da un gruppo di  insegnanti e raccontata direttamente dalle loro diverse voci. È il racconto di come siano riuscite a sperimentare e approfondire i temi dell’essere, della relazione e della creatività attraverso un lavoro sul corpo e il movimento. Il corpo è l’elemento centrale; lo strumento per aumentare la consapevolezza di sé e per migliorare le capacità comunicative di ciascuno; fino a riuscire ad esprimere la propria essenza in relazione con l’altro.
Ne hanno fatto nascere un percorso, lo hanno confrontato e concettualizzato fino ad arrivare a definirlo:
Educazione al Movimento Consapevole e Creativo”. Parole che non ne esauriscono l’esposizione ma invitano a sperimentarlo. Il racconto della loro esperienza testimonia come con quel metodo siano riuscite a modificare e trasformare la relazione e la comunicazione con gli altri.
Nella presentazione dell’evento, l’Assessore Beccari ha ringraziato l’Associazione “Il Tulipano” ed in particolar modo il lavoro che Elizabeth Koole ha realizzato nei Centri anziani del Municipio, tramite il suo metodo di lavoro teso ad accrescere le potenzialità umane, sia
sul piano fisico che psicologico, emozionale e sociale (E.S.).

 

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La verità su Cristian

La verità su Cristian


Nicola Di Gennaro, poeta popolare, noto ai lettori di Cara Garbatella, ha voluto rendere omaggio a Cristian con i suoi versi. Nicola conosceva sin da ragazzo Cristian, vicino di casa all’ Albergo Bianco di Piazza Biffi.

Se né andato, anzi no, l’hanno spedito via, …..

 

La verità su Cristian

Nicola Di Gennaro, poeta popolare, noto ai lettori di Cara Garbatella, ha voluto rendere omaggio a Cristian con i suoi versi. Nicola conosceva sin da ragazzo Cristian, vicino di casa all’ Albergo Bianco di Piazza Biffi.

Se né andato, anzi no, l’hanno spedito via,
come si fa con un semplice foglio di via,
quel caro ragazzo del nostro quartiere
che ricordo ancora con vero piacere
in calzoncini corti, sotto casa mia,
pieno di vita, pieno d’allegria.
Avresti voluto dirci la verità, di quanto ti è successo
non hanno voluto, ed ora quella verità
giace con te, all’ombra di un cipresso.
Quella verità non ce la diranno mai,
ma io, tutti noi, sappiamo che tu la sai
e che un giorno (più lontano che mai)
tu caro Cristian, tu ce la racconterai.
Per ora speriamo che la verità venga fuori,
che la giustizia regni soprattutto,
che a questi infami lutti e dolori
non si aggiunga qualche altro lutto.

Nicola Di Gennaro


 

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Un regalo buono che fa bene

Un regalo buono che fa bene

Anche quest’anno, in occasione delle festività di fine d’anno, le Associazioni Culturali Altrevie e Cara Garbatella, in collaborazione con ULAIA ArteSud onlus, promuovono l’iniziativa di solidarietà …..

 

 

Un regalo buono che fa bene

Anche quest’anno, in occasione delle festività di fine d’anno, le Associazioni Culturali Altrevie e Cara Garbatella, in collaborazione con ULAIA ArteSud onlus, promuovono l’iniziativa di solidarietà UN REGALO BUONO CHE FA BENE che, attraverso la vendita di olio extravergine d’oliva umbro, ha l’obiettivo di raccogliere fondi a sostegno del progetto ‘Music for Study’ per borse di studio da destinare a giovani universitari palestinesi dei Campi profughi di Burj al Scemali, in Libano.
Quest’anno, poi, il regalo buono fa bene due volte, perché l’olio è prodotto sui colli di Assisi e raccolto dall’Associazione ALVEARE (PG) che dà lavoro a persone disagiate che proprio attraverso il lavoro sono aiutate a riacquistare la loro dignità.
L’olio extra-vergine d’oliva è posto in vendita in confezioni regalo da:
>Lattina da lt. 2 a 20 €
>Lattina da lt. 3 a 25 €
>Lattina da lt. 5 a 40 €
Le prenotazioni si raccolgono agli indirizzi e.mail: am.procacci@alice.it – nataliacodispoti@yahoo.it – vidali.orietta@minambiente.it
L’olio potrà essere ritirato, dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 20, presso la sede di Altrevie in Via Caffaro 10, a partire dal 15 dicembre.

Info Anna Maria 3384377510


 

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“Sgarbastile”, progetto culturale per coinvolgere i nostri ragazzi

“Sgarbastile”, progetto culturale per coinvolgere i nostri ragazzi

Intervista a Gabriele Mazzucco, autore e regista teatrale

di Gancarlo Proietti

Gabriele Mazzucco, 28 anni, cresciuto alla Garbatella, scrittore, giornalista, autore e  regista teatrale. Presidente dell’Associazione Culturale degli Arti e fondatore del neo progetto Culturale “Sgarbastile”. Laureato al DAMS di Roma Tre, da sempre  appassionato di arte, in particolar modo, di cinema e teatro.

Quando hai iniziato a scrivere ?
Mi sembra fin da quando ho memoria ; già in prima elementare raccontavo le storie sui vampiri ai miei compagni durante l’intervallo. Certo, quello che riuscivo a mettere su carta era l’un per cento di quanto immaginavo e poi nei temi non è che prendessi dei gran voti.
E a scrivere per il teatro ?
Il primissimo testo l’ho scritto nel 2009, dal titolo “Chi è di scena?”.

“Sgarbastile”, progetto culturale per coinvolgere i nostri ragazzi

Intervista a Gabriele Mazzucco, autore e regista teatrale

di Gancarlo Proietti

Gabriele Mazzucco, 28 anni, cresciuto alla Garbatella, scrittore, giornalista, autore e  regista teatrale. Presidente dell’Associazione Culturale degli Arti e fondatore del neo progetto Culturale “Sgarbastile”. Laureato al DAMS di Roma Tre, da sempre  appassionato di arte, in particolar modo, di cinema e teatro.

Quando hai iniziato a scrivere ?
Mi sembra fin da quando ho memoria ; già in prima elementare raccontavo le storie sui vampiri ai miei compagni durante l’intervallo. Certo, quello che riuscivo a mettere su carta era l’un per cento di quanto immaginavo e poi nei temi non è che prendessi dei gran voti.
E a scrivere per il teatro ?
Il primissimo testo l’ho scritto nel 2009, dal titolo “Chi è di scena?”. Precedentemente il mio rapporto con la penna era migliorato, tanto che nei temi ho trovato l’unico appiglio a cui attaccarmi per diplomarmi al Liceo Scientifico prima e la motivazione giusta per laurearmi poi.
[Al centro in basso Gabriele Mazzucco insieme ad alcuni componenti della compagnia teatrale Arti Grafiche]
Qual è il tuo rapporto con la Garbatella ?
Qui sono vissuti i miei bisnonni, qui sono nati i miei nonni paterni e mio padre, ai quali devo la mia passione per l’arte; a mio nonno, in particolare, che da ragazzino mi portava in giro tra mostre e chiese romane, ogni volta che per ragioni diverse non mi trovavo a scuola. Io, invece, ci vivo da quando ho cinque anni ed è proprio qui che voglio restare. E’ sempre stato un vanto per me essere un “Garbatellaro”, anche quando non si faceva certo a gara per poter dire di essere della Garbatella, come invece succede oggi, anzi …
Hai qualche progetto che riguarda il nostro quartiere?
Intanto i miei spettacoli teatrali, “Chi è di scena?”, “La storia di mezzo”, gli “Sketch Anarchici”, “Di Robert Allen Zimmerman (e di Bob Dylan)”, sono passati tutti nei vari teatri della Garbatella; perché per me è importante “giocare in casa” quando devo testare uno spettacolo e così, penso, sarà anche in futuro.
Poi ho intenzione di scrivere qualcosa che racconti il passaggio della
Garbatella da borgata a quartiere alla moda. Un libro probabilmente … con quelle sfumature che può avere solo chi il quartiere l’ha vissuto quotidianamente.
In più sto provando a far nascere un progetto artistico che vedrà coinvolti tutti i ragazzi cresciuti nel nostro quartiere, uniti dall’amore e dall’interesse per le varie forme artistiche … dal nome”Sgarbastile”.
Sgarbastile ?
Un nuovo stile, “sgarbato”, originato dalla “garbata” Garbatella. Al momento ci stiamo aggregando per influenzarci reciprocamente tra di noi, ma siamo ancora in fase embrionale; comunque credo (e spero) non ci voglia ancora molto per dare alla luce del nuovo materiale da sottoporre alla gente.

 

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Il Piano sociale del Municipio XI 2011-2015

Il Piano sociale del Municipio XI 2011-2015

Si è discusso con i cittadini il nuovo assetto del welfare municipale. Intervista all’Assessore Andrea Beccari.

Per capire quali sono le nuove tendenze del welfare prossimo venturo, alla luce della drammatica situazione di bilancio di Roma Capitale, il Municipio Roma XI sceglie ancora una volta la strada della partecipazione popolare. Si sono svolte durante il mese di maggio le sessioni per il …..

Il Piano sociale del Municipio XI 2011-2015

Si è discusso con i cittadini il nuovo assetto del welfare municipale. Intervista all’Assessore Andrea Beccari.

Per capire quali sono le nuove tendenze del welfare prossimo venturo, alla luce della drammatica situazione di bilancio di Roma Capitale, il Municipio Roma XI sceglie ancora una volta la strada della partecipazione popolare. Si sono svolte durante il mese di maggio le sessioni per il rinnovo del Piano Regolatore Sociale, lo strumento programmatico delle politiche sociali, utilizzato dai municipi e dal Comune di Roma per aprire a tutti gli attori del territorio la costruzione del welfare per i prossimi anni.
I punti qualificanti del progetto municipale si sono sviluppati partendo dalla capacità che l’Assessorato alle Politiche sociali ha avuto di aver attivato durante gli anni una vasta rete di servizi e di connessioni con la società civile del territorio. In prima linea le politiche dei Servizi Sociali: la progettazione ed erogazione dei servizi domiciliari, di quelli di gruppo, delle semiresidenze e residenze per anziani, per i diversamente abili, per i minori e per gli adulti in difficoltà.
In questi giorni è stato redatto dall’ufficio Servizi sociali e dalla segreteria dell’Assessorato, il testo del Piano sociale municipale, che è stato consegnato per l’approvazione al Dipartimento alle Politiche sociali e che confluirà assieme a quelli degli altri Municipi nel Piano regolatore di Roma Capitale. A margine della conferenza di presentazione del testo, abbiamo incontrato l’Assessore alle Politiche sociali del Municipio XI, Andrea Beccari, cui abbiamo posto alcune domande. Assessore Beccari, in quale ottica si inquadra il nuovo Piano regolatore sociale municipale?
“La costruzione e realizzazione del Piano 2011-2015 ha offerto al Municipio l’occasione per ampliare, consolidare e rivedere i processi di consultazione e concertazione avviati negli anni precedenti a supporto delle scelte strategiche nel settore dei servizi sociali da offrire al cittadino e del welfare sociale. Un percorso aperto e condiviso, basato su una relazione di giusto equilibrio tra decisori politici e decisori amministrativi, tra livelli istituzionali e organizzazioni del consesso civile”. Qual è il peso politico del Piano? “Il contesto in cui si colloca la nuova programmazione del Piano regolatore sociale ad oggi può definirsi un contesto piuttosto complicato in quanto, come sappiamo, si stanno mano mano eliminando tutti i finanziamenti dedicati al Welfare.
Nonostante ciò sarebbe opportuno restare uniti e ripartire insieme per tentare di dare una controrisposta a tale situazione al fine di costruire qualcosa di nuovo e più vicino alle singole persone. Anche se il Piano non è ancora supportato da un documento di indirizzo delle Amministrazioni Centrali, dai contributi dei tavoli si cercherà di realizzare qualcosa di concreto a livello locale e sarà comunque un momento di vero arricchimento. Un esempio che potremmo portare è per l’appunto l’utilizzo di una Radio Web strumento tramite il quale ognuno è libero di far conoscere agli altri le attività che svolge all’interno del welfare locale in modo capillare. Questa Radio Web potrebbe in tal caso esser vista come uno strumento di partecipazione collettiva”.
Se dovessimo tirare le somme? “Da quanto si evince dai dibattiti e dal documento realizzato, la realtà di ognuno viene percepita come una realtà piena di solitudini. Il cittadino si sente solo e abbandonato sia dal punto di vista lavorativo che sociale. I servizi che già sono in campo possono essere davvero dei punti di accesso sul territorio e possono portare i cittadini ad essere cittadini attivi, che partecipano alla vita pubblica. Pertanto molti cittadini che ad oggi sono piuttosto refrattari alle Amministrazioni pubbliche possono cambiare idea e rendersi partecipanti.
Quindi già il momento dell’informazione deve essere visto come un momento di partecipazione. Credo dunque che riuscire ad attivare queste pratiche possa essere un buon punto di partenza per avvicinare il cittadino informato a partecipare alle iniziative del territorio, mettendo in piedi strumenti concreti per la loro realizzazione” (E.S.).

 

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Va in scena “L’Albergo rosso”

Va in scena “L’Albergo rosso”
Il dramma, ambientato negli anni 30 del secolo scorso, di una famiglia deportata alla Garbatella dalla demolita Spina di Borgo. Da gennaio al teatro La Cometa
di Gianni Rivolta

L’Albergo rosso va in scena a teatro.
Già, è proprio così, il più famoso degli Alberghi suburbani della Garbatella, costruiti tra il 1926 e il ’29 su progetto dall’architetto Innocenzo Sabbatini, è diventato il soggetto di una pièce teatrale che è in cartellone al teatro della Cometa dal 31 gennaio fino al 19 febbraio prossimi.

Va in scena “L’Albergo rosso”
Il dramma, ambientato negli anni 30 del secolo scorso, di una famiglia deportata alla Garbatella dalla demolita Spina di Borgo. Da gennaio al teatro La Cometa
di Gianni Rivolta

L’Albergo rosso va in scena a teatro.
Già, è proprio così, il più famoso degli Alberghi suburbani della Garbatella, costruiti tra il 1926 e il ’29 su progetto dall’architetto Innocenzo Sabbatini, è diventato il soggetto di una pièce teatrale che è in cartellone al teatro della Cometa dal 31 gennaio fino al 19 febbraio prossimi.
“L’Albergo rosso” è la storia di una famiglia di una Roma che non c’è più. Una coppia con figli e giovane nuora a carico, in seguito agli sventramenti della Spina di Borgo, è costretta a trasferirsi coattamente alla Garbatella. Siamo nel 1936, il piccone di Mussolini si abbatte inesorabilmente sulle prime case di Borgo, che verranno tutte demolite nell’arco di due anni.
Il padre (Ninetto Davoli, famoso protagonista di diverse pellicole di Pasolini), un orologiaio con una affermata clientela persino tra monsignori e cardinali in Vaticano, vive il dramma dell’abbandono della casa e della bottega.

 Lo aspetta, in età avanzata, una nuova vita e un futuro denso di incertezze. La sua casa sta per essere demolita per fare spazio alla grandiosità di Via della Conciliazione.
Bisogna andarsene. Caricare mobili e masserizie su un camion, paga tutto il Governatorato.
Stipati i propri mobili nei magazzini, tra le misere camere dell’Albergo del popolo, senza lavoro, la famiglia sopporterà l’umiliazione della chiusura della stanza per morosità da parte del direttore fascista. Non sono bastate le promesse e le intercessioni di un viscido milite fascista, vagamente interessato alla giovane figlia. Saranno costretti a scendere ai seminterrati nelle stanze senza luce e senza finestre esterne.
Nell’inferno delle “camere oscure” vive già una moltitudine proletaria di diseredati, ma tra loro come in una favola c’è anche “Mao miao” (personaggio realmente esistito), così era chiamato dagli “albergaroli” un principe turco in esilio, perennemente vestito di bianco e con un discreto portafoglio.
Il giovane figlio dell’orologiaio lo deruba nottetempo e con i soldi pagherà i debiti, consentendo ai familiari di risalire ai piani superiori.
La regia è di Federico Vigorito, il testo di Pierpaolo Palladino, scrittore teatrale romano, che nel 2004 con questa opera vinse il premio Riccione. Palladino non è nuovo alla Garbatella. In diverse occasioni, infatti, collaborò alla stesura di testi messi in scena al teatro Palladium.
E’ da lì che nacque in lui la passione e il legame con il vecchio quartiere Iacp.
Per metà gennaio è previsto nel quartiere l’organizzazione di un convegno con la partecipazione di urbanisti e storici.
In tale occasione, oltre all’allestimento di una mostra fotografica con immagini d’epoca, verrà anche proiettato il documentario realizzato da Teleroma 56 con interviste agli attori e agli anziani “albergaroli”, testimoni di quella esperienza ancora viva nei ricordi degli abitanti.

 

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Il Municipio Roma XI boccia il Piano regolatore sociale Alemanno

Il Municipio Roma XI boccia il Piano regolatore sociale Alemanno

Molti Municipi, di centro-sinistra e di centro-destra, hanno già espresso parere negativo

di Eraldo Saccinto

E’ un piano che non soddisfa le esigenze delle fasce più deboli della città. Non solo amministrazioni di centro sinistra, anche alcuni Municipi di centro destra hanno dato parere negativo, mentre molte associazioni di settore si sono dette perplesse sia …..

Il Municipio Roma XI boccia il Piano regolatore sociale Alemanno

Molti Municipi, di centro-sinistra e di centro-destra, hanno già espresso parere negativo

di Eraldo Saccinto

E’ un piano che non soddisfa le esigenze delle fasce più deboli della città. Non solo amministrazioni di centro sinistra, anche alcuni Municipi di centro destra hanno dato parere negativo, mentre molte associazioni di settore si sono dette perplesse sia sull’impostazione sia sul contenuto. Sull’onda di questa vera e propria sollevazione, anche il consiglio del Municipio Roma XI ha bocciato il Piano regolatore sociale 2011-2015 proposto dalla Giunta Alemanno.
Il Piano è il documento programmatico che definisce le politiche di welfare di Roma Capitale e dei Municipi nel senso più ampio del termine.

È il più importante strumento di programmazione delle politiche sociali comunali e municipali, comprendendo sia gli interventi rivolti alle persone che alle comunità. Consta di un grosso lavoro di mappatura e conoscenza dei bisogni, della domanda sociale, dei diritti sociali e di standard urbani fondati su processi di ostenibilità sociale, ambientale e territoriale.
Contiene i progetti e i servizi attuati e da attuare nel Municipio con lo scopo di sviluppare un welfare comunitario. In particolare, s’inquadra nel contesto della Legge-quadro 328/2000 che prevede la realizzazione di un sistema integrato di interventi e servizi sociali per una protezione sociale attiva, capace di mettere in campo opportunità, servizi e trasferimenti economici a sostegno delle persone e delle famiglie.
dDa sempre nel nostro Municipio il Piano regolatore sociale è stato frutto di un lungo percorso di coinvolgimento e partecipazione delle realtà sociali e del terzo settore.  Andrea Beccari, Assessore alle Politiche sociali lo ha spiegato in Consiglio, motivando il profondo dissenso col piano presentato dalla Giunta Alemanno: ”Questo piano regolatore sociale cittadino si pone in un rapporto di continuità con lo smantellamento del welfare, con la negazione delle risorse ai territori, con il sostanziale abbandono delle comunità locali al loro destino, perpetrato in questi anni dal dimissionario Governo nazionale. Di fronte a un corpo sociale sempre più colpito dalla crisi, questo piano non ha alcun respiro strategico e non assicura neanche la spesa storica su cui Roma si è assestata. Rinuncia a priori al compito di fornire risposte strutturali alle nuove povertà, alle generazioni precarie, ai tanti a cui e’ negato il diritto all’abitare, a chi necessita di una rete di assistenza inclusiva, come i cittadini con disabilità, gli anziani non autosufficienti e gli adulti in difficoltà. Quella avanzata dalla giunta Alemanno – ha aggiunto Beccari – è una proposta indecente. Il welfare e i servizi alla persona non possono essere ridotti ad un elenco di paroline svuotate di qualsiasi punto di caduta pratico. Serve, al contrario, un disegno generale di sostegno e rafforzamento della cittadinanza e di un’intera comunità. Il Piano inoltre non fa alcun passo avanti sul tema dell’integrazione, limitandosi a dichiarazioni di principio senza alcun intervento effettivo. Appare chiaro – ha aggiunto l’Assessore – che non vi sono gli strumenti necessari per affrontare la situazione di difficoltà dovuta alla crisi che la città sta vivendo, non c’è l’approccio corretto ad un welfare dei diritti in forma di sistema e adeguato alle sfide di una crescente domanda. In questo quadro il Piano di Roma Capitale diviene un documento fotografico della situazione esistente ma privo di proposte e di priorità da adottare, specialmente a fronte della scarsità di risorse economiche che imporrebbero una presa di posizione ben più incisiva che risponda strategicamente alle esigente della popolazione della Capitale”.

 

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La morte di Cristian De Cupis. Troppe domande senza risposte

La morte di Cristian De Cupis. Troppe domande senza risposte

Un dramma che ha scosso l’opinione pubblica. Molte analogie con il caso Cucchi.
Un comitato popolare alla Garbatella per sollecitare le indagini

di Alessandra Magliaro

di Angiolo Marroni
Garante dei detenuti della Regione Lazio

 Cristian De Cupis era un uomo di 37 anni che viveva qui, alla Garbatella. Vedendo la sua foto sui giornali molti di noi lo avranno riconosciuto ed avranno pensato all’ultima volta che lo hanno incrociato nelle strade e nelle piazze di questa zona, che è parte di una grande città, ma è come se fosse ancora un paese, per il forte senso di appartenenza che unisce chi vi abita. …

La morte di Cristian De Cupis. Troppe domande senza risposte

Un dramma che ha scosso l’opinione pubblica. Molte analogie con il caso Cucchi.
Un comitato popolare alla Garbatella per sollecitare le indagini

di Alessandra Magliaro

di Angiolo Marroni
Garante dei detenuti della Regione Lazio

 Cristian De Cupis era un uomo di 37 anni che viveva qui, alla Garbatella. Vedendo la sua foto sui giornali molti di noi lo avranno riconosciuto ed avranno pensato all’ultima volta che lo hanno incrociato nelle strade e nelle piazze di questa zona, che è parte di una grande città, ma è come se fosse ancora un paese, per il forte senso di appartenenza che unisce chi vi abita.

Cristian è morto il 12 novembre in un letto del reparto per detenuti dell’Ospedale “Belcolle” di Viterbo, dopo aver denunciato ai medici di essere stato picchiato dai poliziotti al momento del suo arresto, alla Stazione Termini. E’ morto solo, lontano dai suoi amici e dalla famiglia che ha saputo cos’era accaduto solo quando tutto si era, ormai, compiuto.

La vicenda di Cristian De Cupis è finita sulle prime pagine dei giornali italiani perché è stata ribattezzata “il nuovo caso Cucchi”, perché ha fatto impressione che una famiglia fosse tenuta all’oscuro che un suo figlio stesse morendo e soprattutto perché è inaccettabile che oggi, in uno Stato che si proclama “Patria del diritto”, un uomo affidato alle istituzioni possa morire così, fra reticenze e zone d’ombra.

Cristian aveva avuto problemi con la giustizia, mi piace pensare che avesse deciso di voltare pagina: solo quattro giorni prima di morire era andato in un Centro per l’Impiego per ex detenuti e tossicodipendenti per trovare un lavoro: voleva fare il giardiniere.
La mattina del 9 novembre viene arrestato, dopo una colluttazione, alla Stazione Termini per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale.

Portato al Pronto Soccorso dell’ospedale “Santo Spirito” Cristian, che aveva delle escoriazioni alla fronte, riferisce ai medici di essere stato percosso dagli agenti durante l’arresto. Il giorno dopo viene trasferito nella struttura protetta dell’ospedale “Belcolle” dove viene sottoposto a tutti gli esami, compresa una Tac. Il La famiglia, gli amici, il quartiere chiedono verità La morte di Cristian De Cupis Troppe domande senza risposte Un dramma che ha scosso l’opinione pubblica. Molte analogie con il caso Cucchi.
Un comitato popolare alla Garbatella per sollecitare le indagini Al teatro la Cometa va in scena “L’Albergo Rosso” di Gianni Rivolta A pag 3 giorno seguente, il giudice convalida l’arresto e dispone i domiciliari non appena finito il ricovero. Ma la mattina del 12, Cristian viene trovato morto nel suo letto. Secondo i sanitari che lo avevano in cura, le sue condizioni di salute non erano tali da far immaginare una morte tanto repentina.
Sulla vicenda la Procura di Viterbo ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di omicidio colposo contro ignoti e, a questo proposito, determinanti saranno i risultati dell’autopsia (cui però non ha potuto partecipare il consulente nominato dalla famiglia) il cui primo responso parla di arresto
cardiocircolatorio e della presenza di alcune ecchimosi e di qualche escoriazione, ma di nessuna lesione di organi interni tali da causarne la morte.
E’ chiaro che questo non basta per scrivere la parola “fine”: i sanitari del “Belcolle” mi hanno personalmente riferito che l’uomo stava bene e che le analisi non mostravano alcuna patologia. Come può un ragazzo così morire d’infarto? Io credo che l’indagine abbia il dovere di stabilire da cosa è stato provocato l’infarto e se qualcuno ne sia stato, direttamente o indirettamente, responsabile.

Ma, al di là di come evolverà l’inchiesta – fondamentale anche per fare quella chiarezza che meritano le migliaia di operatori della sicurezza che svolgono con correttezza e abnegazione il proprio lavoro – è inevitabile che questa storia, comunque una brutta storia, lascia in sospeso molti interrogativi, molte cose che purtroppo non tornano.
Innanzitutto la procedura seguita, certamente discutibile: dall’arresto al trasporto in ospedale a Roma, al successivo trasferimento al “Belcolle” Cristian non è mai passato da una struttura carceraria, non è stato registrato con alcuna matricola, né ha avuto autorizzazioni penitenziarie per il trasferimento.
Il provveditorato dell’amministrazione penitenziaria non ha ricevuto nessuna comunicazione dell’arresto e anche questo è un fatto strano perché normalmente è tra i primi ad essere informato. Perché è stato trasferito dall’ospedale “Santo Spirito” in una struttura sanitaria per detenuti se ancora non lo era? Come Ufficio del Garante stiamo cercando di capire come sono andate veramente le cose ma è un fatto che non siamo riusciti ad avere il referto dell’ospedale Santo Spirito e nemmeno quello di Viterbo.
Fino a che tutti questi lati oscuri non saranno chiariti credo sia un dovere di tutti, cittadini ed istituzioni, dare continuità alla richiesta di giustizia per evitare che, come accaduto altre volte, questa vicenda possa cadere nell’oblio. Per tutelare la memoria di Cristian è anche nato il comitato “Verità e Giustizia”, promosso dagli amici, dai familiari, dal parroco della chiesa di Santa Galla e da alcune associazioni del quartiere.
E’ importante che si arrivi alla verità per allontanare la sgradevole sensazione di trovarsi davvero di fronte ad un nuovo caso Cucchi. Al momento non abbiamo elementi per parlare di coincidenza fra le due vicende; quello di Cristian non è un caso Cucchi ma è innegabile che ci somiglia molto, soprattutto per i non detti, per le reticenze per i punti oscuri.
Certamente questa vicenda ha aiutato ad accendere un faro su questi fatti anche nella nostra Regione. Verità e Giustizia sono valori alti e nobili, che nella vita quotidiana consideriamo ormai come acquisiti. Ma spesso, troppo spesso, siamo chiamati a batterci per difenderli.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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Eventi

ogm - orchestra garbatella multietnica

A.A.A.

Musicisti stranieri cercasi
per la OGM, l’
Orchestra della Garbatella Multietnica

 

Sei straniero e suoni uno strumento musicale? Allora vieni a suonare con noi nell’Orchestra della Garbatella Multietnica!

 

Dopo il suo primo concerto a giugno 2012, la OGM sta continuando ad arricchire il suo repertorio, rivisitando in chiave etnica le canzoni popolari romane ed è entrata a far parte del coordinamento nazionale delle bande e orchestre multietniche italiane.

ogm - orchestra multietnica garbatellaContatti
Telefono: 3494277098 (Riccardo)
Email: orchestragarbatellamultietnica@gmail.com

Su Facebook: Orchestra Garbatella Multietnica
articolo pubblicato su cara Garbatella il 10 luglio 2012


tombola-di-solidarietàSabato 22dicembre alle ore 20,00

TOMBOLA DI SOLIDARIETA’

Tradizionale tombola di solidarietà a sostegno della campagna
‘UN REGALO BUONO CHE FA BENE’.
Ore 20,00 – Via Pullino 97 (Metro B Garbatella).
Se volete saperne di più, visitate youtube e cliccate ‘tombola
di solidarietà altrevie’.


la-villetta-cinelliGiovedì 13 Dicembre 2012 alle ore 17.30
SEL LA VILLETTA – Via Passino, 26 Roma

IL FORUM SUL LAVORO, I DIRITTI E L’OCCUPAZIONE GIOVANILE
in collaborazione con SEL La Villetta, Polisportiva “G. Castello
organizza un incontro pubblico su

“IL MERCATO DEL LAVORO NELLA PROVINCIA DI ROMA”

scarica il programma in pdf

 

 


lectio-fabio-cavalli

Domenica 9 dicembre 2012 alle ore 11.00
Lectio Magistralis … con aperitivo

Quando il teatro entra in carcere
QUESTA CELLA E’ UNA PRIGIONE

Lectio di Fabio Cavalli

“Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è una prigione” è la frase emblematica che l’attore-detenuto che interpreta Cassio in “Cesare deve morire” pronuncia alla fine del film e che racchiude l’esperienza teatrale di Fabio Cavalli nel suo lavoro nel carcere di Rebibbia. Il teatro trasforma le cose, i contesti, le persone.

Quando la straordinaria parola dei poeti irrompe dietro le sbarre, determina una rivoluzione.
Al termine dell’incontro, il pubblico potrà piacevolmente continuare ad intrattenersi con l’illustre ospite, sorseggiando un aperitivo offerto dall’Associazione Culturale Altrevie.

L’appuntamento, ad ingresso libero, è per domenica 9 dicembre alle ore 11.00, presso il Centro Socio-Culturale Garbatella, in Via Caffaro 10.

Fabio Cavalli, regista teatrale genovese, da tempo opera nel carcere romano di Rebibbia. Dal suo lavoro i fratelli Taviani hanno tratto il film “Cesare deve morire” Orso d’Oro a Berlino e candidato all’Oscar.

per info altrvie.it


messico-e-fragoleVenerdì 7 dicembre 2012Messico e fragole

Al Teatro Palladium, il giorno 7 dicembre ore 20,45, appuntamento con la tredicesima edizione dello Spettacolo di Natale degli Ufficiali Giudiziari della Corte d’Appello di Roma (nostri colleghi del Ministero): una divertente commedia contro la distrofia di Duchenne e Becker.
Quest’anno l’iniziativa è volta a finanziare una borsa di Dottorato in Fisiopatologia dello scompenso, presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
La commedia musicale “Messico e Fragole”, scritta da Gianni Buontempi, Michele Livrizzi e Luca Buccella sulle musiche di Marco Silvi, è interpretata dalla Compagnia teatrale “La Favola di Ernesto – Parent Project Team”. La storia, contrariamente a quanto farebbe pensare il titolo, è ambientata nella casa borghese di un quartiere romano dove, dopo dieci anni trascorsi in Messico, tornerà il dott. Felice Bonomo, medico volontario dell’associazione “Duchenne in the world”.
Durante l’evento si svolgerà la consegna del “Premio Claudio Bimbo” che, da sei anni, viene assegnato a una persona che si è contraddistinta nell’impegno contro la patologia.
L’appuntamento è al Teatro Palladium, in Piazza Bartolomeo Romano, 8 a Roma (Zona Garbatella), il 7 alle ore 20,45 .
Per ricevere informazioni e prenotare i biglietti gratuiti telefonare al numero 328 23 80 574 (Roberto) o scrivere a: r.martinelli@fastwebnet.it
scarica la brochure in pdf


alta-GarbatellaMostra  AltaGarbatella Mercoledì 5 dicembre alle ore 16.30

la mostra AltaGarbatella si inaugura  in occasione della presentazione del calendario del municipio per l’anno 2013 presso la Sala Consiliare dell’XI municipio di Roma via Benedetto Croce, 50. Gli orari per visitarla sono quelli degli uffici del municipio, fino al 19 dicembre.

Dal 22 dicembre 2012 al 12 gennaio 2013 prosegue presso la storica Enoteca Giansanti,
via Ostiense, 34. Info 065746768 – 065755038
www.giansantidistribuzione.it
Il venerdi ed il sabato l’enoteca è
aperta fino a tardi con degustazioni e musica dal vivo.

per info


Venerdì 23 novembre 2012 Venerdì 23 novembre 2012 SCOOP JAZZ BAND SCOOP JAZZ BAND

Associazioni Cara Garbatella e Altrevie

ore 21.00 – Via Caffaro, 10
Grande swing nell’interpretazione dei columnist della comunicazione romana.
In collaborazione con Cara Garbatella. > Scarica il pdf


 

 

dalla Villetta ai GazometriGiovedì 8 novembre alle ore 16,30

presentazione del libro dalla VILLETTA ai GAZOMETRI

di Gianni Rivolta – Iacobelli editore

Teatro Ambra piazza Giovanni da Triora, 15 (Garbatella)

intervengono insieme all’autore

Cosmo Barbato, Andrea Catarci, Enzo Foschi, Massimiliano Smeriglio

coordina Carlo Picozza

ingresso libero 


 

L’Associazione Culturale Eventi Romani

organizza ogni 3a domenica del mese un

MERCATINO a Piazza Damiano Sauli

Artigianato, Bigiotteria, Collezionismo, Modernariato, Vintage,
Esposizione Mobili, Prodotti Tipici Regionali.

 I nostri appuntamenti sono: 21 ottobre, 18 novembre, 8 dicembre, 16 dicembre 2012

info e prenotazioni: C 328 1858774 Marco


ROMA UNO TV – Giovedì 21 giugno 21.00

FORO ROMANO con Andrea Bozzi
Ospite della trasmissione Giancarlo Proietti esperienze nel quartiere e
Cara Garbatella

 

 

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Redazione

Periodico di Informazione e Cultura Territoriale a cura
dell’Associazione culturale Cara Garbatella
Iscritto al Tribunale di Roma n° 137 dell’8 aprile 2004

Direttore responsabile: Alessandro Bongarzone
Direttore editoriale: Giancarlo Proietti

Coordinatrice: Francesca Vitalini

Redazione:
Ottavio Ono
Marcello DeloguAntonella Di GraziaEraldo SaccintoLorena Guidaldi

Distribuzione curata da Guido Barbato
Grafica e foto Giancarlo ProiettiMassimo De Carolis
Coordinatore informatico Remo Terenzi

Collaboratore organizzativo Tiziana Petrini
Collaboratori Cosmo BarbatoGianni Rivolta

Grafica Web Design e Webmastering Vincenzo Lioi


via Francesco Passino, 26

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Percorsi di Garbatella: itinerari turistici del quartiere

percorsi alla garbatella
a cura di Associazione Bristol scritti di Gianluca Peciola foto di Patrizia Managò Editore: Associazione Bristol Pubblicazione: 2010 [Roma: Tipografia 5M]

In occasione del 90° compleanno del quartiere di Garbatella, l’associazione di promozione sociale Bristol, con il sostegno della Provincia di Roma e il patrocinio del Municipio XI, il giorno 16 febbraio 2010 alle ore 17 al Teatro 15, piazza da Triora 15, presenta ”Percorsi di Garbatella – itinerari turistici del quartiere”.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il collettivo Casetta Rossa, l’associazione Progetto Laboratorio e l’associazione Il Tempo Ritrovato.

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P.UN.FO.

PUNFO

Autore Massimo Mongai (Roma, 3 novembre 1950 – Roma, 1º novembre 2016)

Nel 2075 viene inventato il “circuito Carosi-Jurgens”, un piccolo chip radiotrasmittente che, inserito sottopelle, permette ai ricchi di essere rintracciati in caso di rapimento. Successivamente questo circuito viene modificato da trasmittente in ricevente: con esso è possibile dare una leggera scossa elettrica al suo portatore, che, amplificata, provoca un vero e proprio dolore fisico. Dapprima utilizzato solo nei criminali comuni e pregiudicati per tenerli sotto controllo, la sua applicazione viene poi estesa ai sospetti, agli eversivi, ai ribelli, insomma praticamente a tutti.

È diventato “Il Circuito”. Dopo circa 3000 anni il Circuito è diffuso in gran parte dello spazio conosciuto ed ha creato un vero e proprio Impero, dittatoriale come mai nessuno prima nella storia dell’umanità, nel quale gli esseri umani si dividono in Umani Standard, quelli senza il Circuito addosso e quelli Fuori Standard, che invece ce l’hanno, e devono obbedire sempre.

Ma come spesso accade, su un lontano pianeta “Fuori dal Circuito”, si è sviluppata una civiltà speciale. Nessuno porta il Circuito e nessuno è obbligato a vivere su quel pianeta che è chiamato il “Pianeta della Menzogna”. Il nome deriva dal fatto che su quel pianeta, se richiesto dalla legge, nessuno può mentire (solo che da fuori nessuno ci crede): nel senso che esiste una macchina della verità, ultra economica e semplice, diffusa ovunque per cui se dici una bugia, la macchina se ne accorge. I processi per un omicidio diventano molto ma molto più semplici. Ma anche altri aspetti della vita quotidiana cambiano radicalmente: è impossibile truffare, tradire, abusare degli altri; o meglio è possibile farlo, ma è pressoché sicuro che si sarà scoperti a breve. Il Circuito ed il Pianeta della Menzogna, come era inevitabile vengono a contatto. E solo uno dei due potrà sopravvivere.

Per scaricare i libri online di Massimo Mongai

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CTO: l’ospedale che non c’è

L’effetto perverso del decreto Polverini sul nosocomio della Garbatella

CTO: l’ospedale che non c’è

Il pronto soccorso solo per patologie osteo-traumatiche. Un avvenire incerto fa temere il peggio. Si allarga la protesta del quartiere, privato di un presidio sanitario essenziale

di Massimo Marletti
Coordinamento CGIL della ASL Roma C

Domenica 30 gennaio di quest’anno.
Via Cristoforo Colombo ore 18. Una persona che svolge la propria attività all’interno del CTO  viene investita a 200 metri dall’ospedale. Arriva l’ambulanza, …..

L’effetto perverso del decreto Polverini sul nosocomio della Garbatella

CTO: l’ospedale che non c’è

Il pronto soccorso solo per patologie osteo-traumatiche. Un avvenire incerto fa temere il peggio. Si allarga la protesta del quartiere, privato di un presidio sanitario essenziale

di Massimo Marletti
Coordinamento CGIL della ASL Roma C

Domenica 30 gennaio di quest’anno.
Via Cristoforo Colombo ore 18. Una persona che svolge la propria attività all’interno del CTO  viene investita a 200 metri dall’ospedale. Arriva l’ambulanza,l’infortunato è trasportato al Sant’ Eugenio, dove vengono prestate le cure del caso, per riportarlo di nuovo qui alla Garbatella intorno alle 23 dove, a distanza di diverse settimane, è ancora ricoverato.
Sembra un gioco. In realtà è l’effetto perverso del decreto Polverini sul nostro ospedale. Cercando di essere chiari, affinché si capisca quello che sta succedendo da due mesi a questa parte nel nostro nosocomio, al CTO esiste un pronto soccorso, ma è solo ortopedico e vale solo per pazienti con determinate e conclamate patologie di tipo osteotraumatiche.

La popolazione che arriva con mezzi propri può tranquillamente usufruire di questo servizio.Tutto ciò che è complesso (vedi incidenti stradali ove esistono serie possibilità di lesioni interne). E questo per effetto del decreto commissariale 80-Polverini ed a seguito di una comunicazione della ASL Roma C inviata all’ares 118, nella quale si preannunciava per il 10 gennaio 2011 la chiusura del pronto soccorso medico-chirurgico dell’ospedale.

Ad onore del vero, ad oggi esiste una sorta di guardia medica, che assicura assistenza anche a tutti quei cittadini che, con propri mezzi, si recassero nell’ospedale della Garbatella per patologie diverse dall’ortopedia. Per queste situazioni, in caso di complicanze e ricovero,  essendo formalmente chiuso il reparto di osservazione breve causa i tagli di posti letto, si provvederebbe ad un trasferimento presso altra struttura.
Siamo in mezzo al guado, quindi.
Non ci e’ dato di capire quanto questa situazione durerà o se magari così sarà per sempre. Capita in tal modo, anche per una disgraziata campagna di disinformazione, che per tutto il mese di febbraio si viaggi su 70 prestazioni di pronto soccorso al giorno con una flessione pari al
23% rispetto al 2010. Ed è evidente che quel 23% in meno viene scaricato su altri ospedali come il San Camillo, il Sant’ Eugenio e il San Giovanni ( che fine ha fatto il promesso pronto soccorso del campus biomedico di Trigoria?) con grosse difficoltà per queste strutture e gravi disagi per la popolazione.
Che ci sia un calo complessivo delle prestazioni, dalla radiodiagnostica (voci sempre più insistenti parlano di abolizione del medico radiologo di notte, di una chiusura tre giorni alla settimana delle attività di tac e risonanza magnetica: e poi qualcuno parla di riduzione delle liste di attesa aprendo il sabato e la domenica! ), a una diminuzione dei ricoveri e delle sedute operatorie, in un quadro complessivo che ci regala un ospedale aperto a pieno regime nei primi giorni della settimana, in determinati orari e specialmente la mattina, ma che si ammoscia nelle ore pomeridiane fino a svuotarsi malinconicamente tra il venerdì e la domenica ( il sabato tutto chiuso, compreso gli ambulatori ortopedici, alla faccia del rilancio).

Siamo ormai nel porto delle nebbie.
Tutto è fermo, come se si aspettasse qualcosa di nuovo, se mai qualcosa di nuovo verrà, senza che nulla o quasi si muova. E così, forse rimane l’unità spinale e con essa qualche posto di neurotraumatologia. Ma allora che fine sarà per la terapia intensiva neurochirurgica, così importante per i decorsi post operatori di quel tipo di paziente e che il decreto Polverini alloca tutta al Sant’Eugenio?
Rimane fermo l’eliporto, mentre l’angiografo in funzione da un anno è tenuto aperto solo grazie alla buona volontà di medici, tecnici, ma specialmente infermieri del CTO e del Sant’Eugenio e già qualcuno parla di smontarlo e trasferirlo altrove.
Ed ancora sempre ferma,malgrado le nostre denunce, la sezione di radiodiagnostica nel poliambulatorio al piano terra, con mammografo, ortopantomografo ( lo strumento che fa le ortopanoramiche), e ribaltabile mai utilizzati, mentre le file di attesa si allungano e il privato si ingrassa.
Via subito la osservazione breve ovvero la medicina, ma forse no, per lo meno non subito , in considerazione del fatto che non esiste alternativa territoriale a questa manciata di posti letto a fronte di una popolazione che si invecchia sempre di più e che si ammala anche per cose che poco hanno a che fare con l’orto-traumatologia.
Si parla di un’attivazione per il Municipio 11 di una sorta di primo soccorso-guardia medica per soddisfare le esigenze del territorio, specialmente per quelle specialità legate alla medicina generale, ma anche qui siamo al parlare.
Sicuramente si avvierà una sorta di collaborazione con l’INAIL ( un ritorno al passato? ), che, stranezze della vita, è vissuta dal personale tutto come una sorta di liberazione e che assicurerà un rilancio di tipo ortopedico all’ospedale, anche se ancora tutto rimane sulla carta.
I tavoli con il sindacato e con le istituzioni sono la sommatoria di tante belle intenzioni, che allo stato dei fatti tali rimangono. E questo quando ormai è già passato un anno dall’insediamento della Giunta Polverini che per ora ci ha regalato solo promesse e molti disagi.
Aspettando profeticamente qualcosa di meglio che verrà, la realtà per noi oggi è molto più cruda: il CTO, malgrado i proclami, sta lentamente morendo. C’è chi lo voleva come il Rizzoli di Bologna, chi come un modernissimo trauma-center (un po’ come… la sora camilla dove tutti la vogliono ma nessuno se la piglia), chi come la governatrice Polverini in piena campagna elettorale ne prometteva un pronto rilancio, che tutti noi, operatori e cittadini, stiamo ancora aspettando.
Rimane una fotografia impietosa.
Un ospedale che inesorabilmente, per responsabilità di tutti i governi regionali che si sono succeduti in questi ultimi 10 anni, sta morendo e che si tiene su grazie alla buona volontà dei tanti medici, tecnici, infermier,ausiliari, operai ed impiegati che ci lavorano con passione e sacrificio.
E’ proprio il caso di rispolverare il vecchio slogan: resistere, resistere, resistere ……. Ma fino a quando?

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Aprile 2011

 

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La Garbatella il moderno attraverso Roma

Il moderno attraverso Roma: La Garbatella – Guida all’architettura moderna
Osservatorio sul moderno a Roma | Roma 2011, Palombi Editori | 151 pagine | Data di pubblicazione: 2011 | ISBN-10: 8860600200 | ISBN-13: 978-8860600202

di Antonella Bonavita, Piero Fumo, Maria Paola Pagliari

La Guida a cura di Antonella Bonavita, Piero Fumo e Maria Paola Pagliari,
dell’Osservatorio sul moderno a Roma con il coordinamento scientifico di Gaia Remiddi e stampata dagli editori Palombi, pubblica i materiali delle ricerche in atto da alcuni anni, in collaborazione con l’XI Municipio, sulle case e sugli edifici della Garbatella.

Una serie di sette percorsi attraverso i lotti, le case e i giardini, che raccontano le
architetture.

Una parte di Roma interessante per l’architettura del secolo scorso la cui conoscenza è assolutamente necessaria per la nostra cultura e che pone il patrimonio dell’architettura moderna romana all’altezza delle testimonianze più importanti in ambito europeo.

La Garbatella si porta il pesante fardello di essere il quartiere moderno di Roma. Certo, bisogna guardare oltre l’aspetto primo (pittoresco), quello che si mostra con forza anche ai più distratti, e oltre quell’aspetto apparente si può vedere la ricerca sul moderno, confrontabile e all’altezza di quella di altre città. Dove bisogna guardare? Al modello urbano della città giardino delle case piccole e basse e insieme alle eccezioni:
le case di Nicolosi, gli alberghi di Sabbatini, le tipologie miste (alloggi e bagni pubblici, alloggi e cinema-teatro, …) stanno a dimostrare quanto il tema (moderno!) della casa popolare sia stato assunto come compito “alto” della
ricerca e della sperimentazione sulla casa e sull’architettura. C’è da parlare allora (da studiare, capire, verificare) anche del cammino che questa architettura moderna ha percorso e come è arrivata fino a noi.

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Garbatella combat zone

Garbatella combat zone

di Massimiliano Smeriglio

Valerio Natali è un giovane di borgata, non di una qualunque borgata di Roma, ma della Garbatella, un quartiere storico e atipico che, dal fascismo in poi, ha avuto un peso importante nella storia recente della Capitale d’Italia. Valerio ha un nonno importante, che fu un uomo di riferimento della resistenza antifascista romana, ancora amato e rispettato, riconosciuto nella sua importanza anche dai giovani. Ed ha avuto, Valerio, i genitori cresciuti tra le contestazioni giovanili, gli scontri di piazza e le contrapposizioni ideologiche degenerate nella violenza terroristica degli anni ’70. Ma un ragazzo nato nel 1974 conosce quelle storie solo “di striscio”, ne ha sentito parlare e, oggi, ne vive il ricordo indiretto deviato da una serie di mistificazioni e fraintendimenti. Valerio vive ed è parte di una Roma violenta e borderline, si guadagna da vivere facendo poche mirate rapine in banca, con pochi, anch’essi mirati, complici. A guidare la sua vita sono delle certezze chiare, semplici, benché poche, rette come linee parallele che non concedono deviazioni e curve: “solo di fronte a quella specie di monumento a Pasolini non riusciva ad essere netto, chiaro con sé stesso. Pasolini era un mito, lo scrittore più letto e amato da tutta la famiglia. Geniale il pensiero, trenta anni prima di veline vip escort e smignottamenti vari, per cui non era il sottoproletariato a muoversi verso l’imborghesimento, ma la borghesia che si andava incoattendo in un’orgia barbarica di costumi e vissuti”. Un ispettore di polizia corrotto, però, trova un metodo semplice per incastrarlo e mandarlo in galera e a Valerio non resta che aspettare di scontare la pena per poter giungere a smascherare quel poliziotto corrotto ed i traffici di quartiere in cui era coinvolto. Ma l’uscita dal carcere ed il reinserimento, non sono cosa da poco. Valerio insegue traiettorie internazionali del crimine, fino a Dubai e ritorno, si vendica del poliziotto corrotto, è costretto alla fuga da Roma e, giunto in Messico, prova a ricostruire un suo vecchio progetto di vita: riaprire il vecchio bar “Garbatella combat zone” sulla spiaggia di Mazunte, in Messico. Lontano da Roma, irrimediabilmente, le ombre del passato tornano a chiedere il conto di una vita violenta…
Il racconto di Smeriglio potrebbe anche essere una buona intuizione narrativa se non ci fossero una serie di limiti che collocano il presunto romanzo in un’area di scrittura che si fatica a definire letteratura. Per prima cosa il personaggio principale: questo eroe negativo di borgata (sulla brutta falsariga dei personaggi secondari di De Cataldo) vive staccato dal resto del sottofondo cittadino in cui, pure, l’autore lo vorrebbe invece incastonare. Le sue idee, la sua vita, le sue scelte, le sue riflessioni, la sua identità, la sua violenza, la sua solitudine: non vi è nulla di corale o di collettivo che faccia immaginare al lettore Valerio come un giovane della Garbatella, ma piuttosto come qualcosa di compiuto in sé che nulla ha a che vedere con il quartiere in cui pure abita e di cui dovrebbe essere frutto. Tutti gli altri, amici, amori, nemici ed abitanti del quartiere gli si muovono intorno quasi senza contatto autentico, lasciandolo emergere dalle pagine del racconto in maniera fin troppo solitaria ed isolata. Un uomo solo, senza rete di connessioni con il resto del mondo, che smuove traffici dal Messico agli Emirati Arabi per ricondurli, da solo, alla Garbatella! E poi, a non convincere c’è la questione della lingua: la lingua dei personaggi – un romanesco che diventa caricatura senza mai riuscire a sembrare autentico nei passaggi dialogici, quando i ragazzi si salutano dicendo “Bella” invece che “ciao” – ma, soprattutto, la lingua del narratore fastidiosamente incline a recuperare lessico e sintassi di un giovanilistico dialetto e dello slang di Roma, inserendo nel tessuto linguistico del romanzo termini come “incoattendo”, “smignottare”, che stonano con la pulizia e correttezza del resto del racconto, in virtù di un mal riuscito tentativo di ammodernare la lingua della letteratura (?) secondo schemi e pretese e convinzioni superate ormai da qualche decennio. Insomma, un’operazione posticcia e mal riuscita, altro che quel mito – quello, sì, davvero tale – di Pasolini che era riuscito, fuori dalle ipertrofie della letteratura tradizionale, a mettere in bocca a personaggi “veri” una lingua (dialetto o slang) “autentica”!

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Finestre sulla Garbatella

di Laura Monaco

Il libro si propone come omaggio a uno dei quartieri più belli della Capitale.
Lo scritto da uno sguardo complessivo sulla situazione politica, economica, sociale e artistica che sta alla base della formazione del quartiere.

Inizia con l’inquadramento del dibattito politico seguito alla nomina di Roma Capitale e alla sua sistemazione urbanistica.

Prosegue con il dibattito architettonico tra razionalismo e regionalismo.
Dopo la pianificazione urbanistica si analizza l’opera dell’Istituto Case Popolari e si guarda nello specifico alla progettazione del quartiere con le sue scelte ideologiche e architettoniche.

Si passa quindi all’analisi dei diversi lotti fino alla costruzione degli Alberghi suburbani con analisi specifica dell’Albergo Rosso.

Note particolari sono inserite in merito allo stile barocchetto, scelto come stile base per la Garbatella e per la nuova Roma, e di uno degli architetti operanti nell’Istituto Case Popolari e nel quartiere, Innocenzo Sabbatini artefice degli edifici su generis degli Alberghi Suburbani, dei Bagni pubblici e del Cinema-Teatro-Palladium. Si chiude il quadro con la “fortuna critica” che il quartiere ha avuto negli anni.

finestre sulla garbatella
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50 minuti. Fattaccio

50 minuti fattaccio
Editore Agenzia Il Segnalibro | Data di pubblicazione 1 Gennaio 2012 | Lingua Italiano | Formato EbookPagine 64 | ISBN-10 8889932244 | ISBN-13 9788889932247

Autore Massimo Mongai (Roma, 3 novembre 1950 – Roma, 1º novembre 2016)

Una Panda con due uomini a bordo. Un monologo sconnesso sulla notte appena trascorsa. Una notte tragico-farsesca conclusa miseramente con una serie di sciagure a catena, compresa la morte di un uomo.

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Scampata dalla shoah

Enrica Zarfati, 86 anni, numero di matricola A8506 del campo di Auschwitz

Scampata dalla shoah

Abitante storica della Garbatella, qui è tornata dopo il calvario del lager. Alla vigilia della liberazione di Roma fu presa per una delazione perché ebrea. Aveva 19  anni. Per 60 anni ha lavorato presso il nostro mercato rionale. “I tedeschi e i fascisti quanto erano cattivi!”

di Carolina Zincone

Io e Giancarlo eravamo un po’ emozionati. Lui la signora Enrica Zarfati – sopravvissuta ad Auschwitz ed abitante storica della Garbatella – l’aveva già incontrata e ci teneva a rivederla; io ne avevo sentito parlare e mi domandavo se sarei stata in grado di sollecitare un racconto di cui far tesoro senza riaprire vecchie ferite.
Le ferite sono interessanti, inutile nascondercelo. Ancor più interessanti se ci parlano di una storia terribile che vogliamo ascoltare perché fa paura, perché sembra impossibile, perché non vogliamo che si ripeta e perché in questo modo possiamo dire a chi è stato ferito quanto ci addolora che sia andata così. La scommessa, allora, consiste nel mostrarci curiosi, sì, ma anche rispettosi e, per questo, sinceramente vicini. Enrica Zarfati
Ogni persona, a modo suo, contribuisce a fare la Storia. C’è però qualcuno che la Storia l’ha subita più di altri e la cui memoria ci è particolarmente preziosa, al punto di volerla far nostra. La memoria di un singolo si trasforma così in memoria collettiva, in memoria di un popolo. E’ questo il caso di Enrica Zarfati e dei suoi ricordi che – lo si vede da subito – la signora non vede l’ora di condividere con noi.

 

Enrica ci aspettava a casa, in compagnia della sua cara e affezionata badante di origini ucraine. Una bella coppia, sembrerebbe, l’una fiera dell’altra. Tra di loro si chiamano Enrica e Irina ed entrambe hanno ricevuto – rispettivamente nel 2004 e nel 2005 – il “Premio Fantasia” della Garbatella, strumento di tutela della cultura popolare del quartiere, assegnato ogni anno a persone garbate e belle. Mentre chiacchieriamo, Irina interviene con conferme e precisazioni. I racconti di Enrica deve averli sentiti tante volte, sa che è diventata un personaggio quasi famoso, ricorda le interviste, i libri, i documentari fatti sulla base delle sue storie. E poi tutti i giorni, in salotto, si imbatte nella foto dell’ex sindaco Veltroni sorpreso in compagnia della signora Zarfati.
Ma anche Irina ha una storia. “Lei pure ha sofferto”, dice Enrica con complicità: “Quando scappavi, eh?”. Ci piacerebbe chiedere perché e dove scappasse Irina, ma la nostra visita al lotto 31, dove la Zarfati viveva e vive tuttora, suggerisce altre strade, che la nostra ospite ha quasi fretta di ripercorrere con noi: “Son passati tanti anni ma ricordo tutto come fosse il primo giorno!”. Ci dice che la cognata sta scrivendo un romanzo sulla sua storia “ma io non ho il coraggio di raccontare tutto”. In realtà il coraggio ce l’ha, eccome.
Non faccio in tempo a cambiare argomento per formulare una domanda che ci avvicini un po’ a quel 1944 di dolore, che Enrica aggiunge: “Il 16 ottobre ci fu il rastrellamento grande, al ghetto. Io no, io fui presa 7 mesi dopo. Ci hanno portato ad Auschwitz, che squallore!”. E così ci ricorda il motivo della nostra visita: Enrica Zarfati, abitante della Garbatella dall’età di anni 3, il 9 maggio del 1944, all’età di anni 21, fu presa e deportata ad Auschwitz, nella Polonia occupata, perché ebrea. “Che squallore!”, ripete, ed è curioso come sia il senso di squallore a riaffiorare per primo, più forte di tutti gli altri.Enrica Zarfati
Subito dopo, però, arriva l’impotenza, la sensazione di essere stata gabbata dal destino, la frustrazione di non essersela cavata solo per poco: “La mia è stata l’ultima partenza, vi rendete conto? Per un pelo m’hanno presa! Quando hanno liberato Roma, il 4 giugno, io ero ancora in viaggio per il Nord. Siamo stati 40 giorni fermi a Modena e lì è arrivata la notizia della liberazione, da mangiarsi le mani!!”.
Più che in viaggio, Enrica Zarfati era in tappa forzata: si trovava nel Campo poliziesco e di transito situato in località Fossoli, a circa sei chilometri da Carpi, da cui nel corso del 1944 transitarono 5.000 prigionieri politici e “razziali” che avevano come destinazione finale i campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald e Flossenburg. In sette mesi di attività del campo partirono 8 convogli ferroviari, 5 dei quali destinati ad Auschwitz. In uno dei convogli per Auschwitz avrebbe viaggiato Enrica Zarfati.
Dal 16 ottobre del 1943 la sua vita era cambiata, viveva nascosta, insieme al resto della famiglia: Enrica, che era la più grande, aveva tre sorelle e tre fratelli. A casa non ci si poteva più stare, così dapprima si erano sistemati insieme ai Pavoncello in una “grotta” della Circonvallazione  Ostiense, poi, con l’aiuto di altri vicini, si erano trasferiti in una fontana del lotto dove c’era una stanzetta segreta che le due famiglie avevano organizzato come un appartamento.
Ci vivevano stretti stretti in 16 – “a papà lo mozzicò pure un topo”, ricorda Enrica che di suo padre ha un ricordo davvero tenero e quasi protettivo – ma in questo modo tutte le volte che le guardie mandate dagli inquilini spioni erano andate a cercarli alla fontana non li avevano trovati.
Il 9 maggio, però, Enrica era sbucata dalla tana al momento sbagliato, per andare a recuperare una pagnotta tedesca comprata la sera avanti: “Chissà che sembrava questa pagnotta a quei tempi e con quella fame!
E’ così che m’hanno presa, dopo 7 mesi che scappavamo! Erano le 6 di mattina e noi lì ad implorare in ginocchio il maresciallo della pubblica sicurezza, a baciargli i piedi, a umiliarci: lasciateci, non c’ha visto nessuno!”. Lui, però, che non avrà avuto neanche 20 anni, evidentemente sapeva di essere stato visto, forse perché doveva essere tenuto d’occhio da chi l’aveva mandato lì. Per questo, mentre aspettava il comandante, era stato inesorabile: “Ormai non posso più lasciarvi”. Enrica racconta e commenta, commenta e racconta: “Boni so’ stati, eh?” “So’ stati angioletti! Quanto erano cattivi i fascisti, mamma mia! Je dispiace a lei che erano cattivi i fascisti?”.
E ancora, incredibilmente: “A me è dispiaciuto che dopo hanno perso il posto, ma dopo quello che era successo, come perdonarli?”. Enrica Zarfati
Alla domanda se nel quartiere qualcuno avesse cercato di proteggerli, la signora Enrica risponde istintivamente con un “Macché!!!!”, ma poi si corregge: “Chi sì e chi no”. Giancarlo ci rammenta che per aver nascosto gli ebrei sotto la chiesoletta don Alfredo Melani è stato riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”, termine utilizzato per indicare i nonebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita, per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista.
Enrica lo sa, ricorda che in quel periodo i suoi fratelli passavano dal rifugio al Bar Lunik (quello della “nanetta”), dove il proprietario, Socrate, li proteggeva dando loro da mangiare. “Ma 7 mesi sono lunghi!”, aggiunge Enrica, quasi a dire che prima o poi qualcosa a qualcuno doveva succedere. E successe a lei.
Non si fermavano nemmeno di fronte ai bambini “i fascistacci che facevano la spia a rotta di collo”. Che poi magari non erano neanche fascisti, ma 5000 lire per ogni ebreo denunciato facevano gola a tutti e 16 in un colpo solo sarebbero stati un bel bottino. Quel giorno che “c’hanno preso come bestie a me e a una signora qua davanti, una di quei Pavoncello, porella, che aveva 50 e passa anni…A quella l’hanno bruciata subito, a quelli deboli, che stavano un po’giù, li facevano fuori presto … vedevi quelle fiamme, sentivi quella puzza…che si doveva vedere, nella civiltà!”.
Restiamo a bocca aperta: la Zarfati ci parla di gente “bruciata” (usa molto questa espressione che fa davvero spavento), dà per scontato che sappiamo perfettamente di cosa stia parlando e butta lì un commento sulla nostra civiltà.
Ricorda che all’epoca era una bambina, una bambina di 22 anni ebrea per caso: “eravamo ebrei perché c’avevano fatto così, ma sennò … non eravamo proprio attaccati alla religione… Eravamo ebrei per modo di dire, non frequentavamo spesso la sinagoga. Sia papà che mamma erano ebrei, ma lasciavano correre.”
Prima di trasferirsi alla Garbatella la famiglia viveva a Monte Savello, al ghetto, “ma Mussolini voleva liberare il Portico d’Ottavia – ricorda Enrica – e avevano fatto ‘sta zona. Non c’era niente qui, sa?
Ci abbiamo  trovato i contadini che coltivavano la terra sotto casa”. Non c’era una comunità ebraica ma c’era qualche ebreo nei paraggi. Il papà era commesso ai magazzini, poi il magazzino è fallito ed è rimasto senza lavoro: “Eh…era una tristezza, porello, si dava da fare per qualsiasi cosa ma era piccoletto…invece lei è alto! – dice la signora rivolgendosi a Giancarlo.
Era buono papà”. E poi ammette, con l’ironia che ormai sappiamo riconoscere: “Purtroppo abbiamo fatto proprio una gran bella vita …. che momenti che abbiamo passato! La fame. E adesso che potevamo stare bene sono tutti morti, ha capito?”. Adesso. Adesso sono trascorsi tanti anni, Enrica ne ha 86. Cos’è successo nel frattempo? Cos’è che rimpiange di più?
Rimpiange il fatto di aver avuto un’infanzia amara, soprattutto per i genitori. Rimpiange il fatto di aver dovuto smettere di studiare per lavorare e dare una mano a casa. Era stata una delle prime ad entrare nella scuola Michele Bianchi (ora Cesare Battisti) quando l’avevano aperta e ricorda con una punta d’orgoglio che al primo avviamento – l’avviamento al lavoro era la scuola media dove si forgiavano le nuove leve del lavoro nazionale – era la più brava. Ma quando hanno formato la scuola ebraica tutti i fratelli avevano preso ad andare lì, in tram, perché il pasto era garantito. Dopodiché aveva dovuto abbandonare gli studi del tutto. Quando aveva accampato la scusa che non poteva più frequentare la scuola perché non aveva le scarpe per arrivarci, le maestre avevano insistito perché lei restasse e le avevano portato a casa scarpe e calzini.
Ma ormai la decisione era presa. Non aveva ancora 11 anni quando si mise a lavorare a macchina da una signora lì vicino: “Me dava ‘na cretinata”. Però è stata sia “piccola italiana” che “giovane italiana” e oggi sorride un po’ vergognosa confessando che per quei ruoli si sentiva un po’ “piccoletta” di statura (anche se aveva una sorella ancora più piccina).
Riferendosi al fascismo e a quei costumi, ci dice che “là tutti dovevano essere di quell’idea, compresi gli ebrei. Ma era una cosa civile, normale, come adesso”. I guai li causa Hitler, quando obbliga Mussolini (a questo punto “maledetto”) a fare  quello che ha fatto. Ma ecco che la signora Enrica si interrompe di nuovo e chiede a Giancarlo: “Gli voleva bene lei a Mussolini?”. “No, perché – continua – da principio era bravo, faceva tutte le cose per bene, ma quando ha cominciato a conoscere i tedeschi…s’è guastato, s’è venduto!
E allora “peggio per lui”, sentenzia Enrica, “ha fatto una brutta fine: prima l’hanno ammazzato, poi l’hanno messo a testa in giù, e pure Claretta, eh? L’amica insomma…ce n’aveva di donne, eh?”. Dette così, le cose tremende e tristemente note su cui Enrica divaga sembrano confidenze vicine al pettegolezzo.
Diverso il ricordo del bombardamento del 7 marzo 44. L’infanzia era finita, le leggi razziali in pieno vigore e il nemico alle porte. Quale nemico?
Più di un nemico. “Quel giorno”, ricorda Enrica, “io pigliai per mano mio fratello che aveva 6 anni e mia sorella che ne aveva 8 e andammo a vedere l’Albergo Bianco, la gente che era morta…invece di prendere la Stazione Ostiense gli americani avevano preso l’Albergo”. Fuoco amico, c’era anche allora. Bombardamenti chirurgici riusciti male. Non come le mitragliate dei tedeschi, che invece erano ben mirate e colpivano anche i bambini.
Lei, ancora ragazzina, il 9 maggio era finita a Regina Coeli, dove rimase una settimana finchè non “ci impacchettarono per spedirci tutti nel campo di concentramento”. A Fossoli, a quanto pare, si stava meglio che ad Auschwitz. Enrica ricorda che siccome avevano preso anche “un sacco di ricconi ebrei”, lei si era potuta industriare e, “lavando i panni dei signoroni” rimediava sempre qualcosa da mangiare. Questo nei 45 giorni in cui restò lì in attesa che si formasse un convoglio di 800 persone.
Dopodiché quel viaggio allucinante di “9/12 giorni…come bestie nei vagoni del treno, che ci facevamo tutto addosso ed eravamo pieni di insetti nei capelli”. Per non parlare dell’arrivo ad Auschwitz: “Un dramma”. Fu allora che, in fila per 5, i vecchi cominciarono ad essere divisi dai giovani, le mogli dai mariti, i figli dai genitori, Enrica dalla signora Pavoncello, che teneva a braccetto, come facevano le altre ragazze con le loro mamme. Non l’avrebbe più rivista, come non avrebbero più visto i loro cari molti di coloro che all’inizio chiedevano ancora disperatamente dove fossero finiti.

Enrica Zarfati

Come gli altri – tutto come gli altri – Enrica fu rapata a zero, svestita e rivestita da carcerata. E poi le venne fatto il tatuaggio: “Ecco, questo era il numero mio, A-8506. Ci chiamavano per numero, in tedesco, e se non ce l’imparavamo erano botte, botte e ancora botte”. Anche gli altri ricordi assomigliano a tutti gli altri ricordi degli ebrei sopravvissuti ai campi: la marescialla tedesca che gliene diede tante, “ma tante tante”, perché aveva rubato due bucce di patate per sfamarsi: “Avevamo sempre la cazzarola legata a un fianco, ma ci spettava una zuppa al giorno che certo non bastava”. Quei lavori forzati, “lì a picconare e tagliare rametti, che neanche loro sapevano quello che ci facevano fare”; la paura di morire da un momento all’altro, “come quella volta che in venti fummo portate davanti al crematorio per poi scoprire che dovevamo solo caricare dei secchi d’acqua per i vagoni tedeschi che evacuavano”; le kapò, “le più cattive – prigioniere polacche che per darsi delle arie si comportavano peggio dei tedeschi ma poi tanto al crematorio c’andavano pure loro: fu una di loro che rispose a una bambina in cerca della mamma indicando le fiamme alte del crematorio”.
In queste condizioni, di fronte a tanto orrore, non c’era modo di pensare a chi era lontano, a chi era rimasto a casa, alla Garbatella: “Lì non pensavo ai miei, non ricordavo più niente, pensavo solo a trovare le bucce di patata nell’immondizia per mangiarmele”. Amori poi, nessuno. “Che scherziamo? Ognuno pensava per sé, si stava sempre tra la vita e la morte perché tutti i giorni si faceva una selezione. Facevano l’appello, passava il tedesco o la tedesca e faceva: “Quello quello quello, via via via!”. Seguivano urla e disperazione.
Impossibile nutrire sentimenti che andassero oltre l’istinto di sopravvivenza. Immaginiamo allora cosa significò, per chi era ancora vivo, l’evacuazione del campo avvenuta in concomitanza con l’avanzata dell’Armata Rossa: “Notizie non ne arrivavano, non sapevamo niente, niente, niente”. Ovviamente, non capivano cosa stesse succedendo e quale destino li attendesse. Nel novembre 1944 Himmler, ideatore della “soluzione finale” per gli ebrei, aveva già dato ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e di demolire sia le camere a gas che i forni crematori, allo scopo di nascondere le prove del genocidio. A quell’epoca ad Auschwitz erano stati uccisi oltre 1 milione di esseri umani. Con la marcia della morte del gennaio 1945, che vide partire da Auschwitz circa 80.000 sopravvissuti, il campo si svuotò definitivamente e i prigionieri furono trasferiti in territorio tedesco.
Enrica sopportò anche la durissima marcia durante la quale morirono in molti e finì nel campo di Ravensbrück, che “pareva un fiore vicino ad Auschwitz”. Ma la liberazione non arrivava e, di fatto, non arrivò nemmeno con i russi, alla fine d’aprile: “Quando i russi ci hanno “liberato” siamo rimasti 4 mesi là perché non ci rimpatriavano. Mi chiedete che effetto ci fecero? Erano severi, sa? All’inizio ci fecero lavorare sodo pure loro, eh? Poi si addolcirono”.
E poi, finalmente, giunse il momento del ritorno a casa. Enrica ricorda che a Roma ormai c’erano gli Alleati: “I ragazzi che c’hanno portato, a me e all’amica mia Costanza, che è morta, porella, 5 anni fa, erano soldati prigionieri pure loro. Ci hanno lasciato con un carro bestiame a Ostiense. Sembravamo due sceme, non sapevamo bene dove andare, chiedevamo notizie di questo e di quello, di chi era stato preso e di chi era tornato. Dopodiché siamo andate al ghetto perché lei viveva lì. Io non ce la facevo più a muovermi, volevo morire là. Lei mi ha trascinato via, era piena di vitalità. Dico la verità: m’ha salvato lei, sennò io restavo là. Eravamo come sorelle”.
Nessuno sperava più di rivederla, Enrica: “La cosa più triste, al ritorno, è stata non trovare più papà. Dal dispiacere si era ammalato di quel malaccio e 9 mesi prima che tornassi era morto. A quanto pare, le sue ultime parole sono state: ‘Ho salvato Enrica, ho salvato Enrica, ho salvato Enrica!’. E forse mi ha salvato davvero, visto che quel giorno sono stata trasferita. Era giovane e non l’ho più trovato, i pianti… E’ stata una cosa triste sa? Io non la posso dimenticare”. Che tenerezza questa complicità, questa simpatia che Enrica cerca e riesce facilmente a stabilire con noi.
Quando è tornata, la mamma non c’era perché le avevano detto che era tornata la figlia ed era andata in sinagoga a cercarla: “Non ricordo come e dove l’ho incontrata, va bene?”.
Che strano, un pizzico di senso di colpa, il desiderio di ricordare un momento bellissimo e il dispiacere di non riuscirci.
La signora Zarfati da quel giorno non si è più mossa dalla Garbatella: “A me mi piace Garbatella. Gli sfollati si erano impadroniti di molte case, mio fratello ne aveva dovuti cacciare tanti per difendere la nostra”. Una volta rientrata, si era subito rimessa a lavorare: “Proprio il giorno appresso che sono tornata dal campo”. Lavorava a casa con la macchina da cucire, faceva i pantaloni, insieme alle sorelle. Ricominciava a vivere. Pagavano poco, però, e così la mamma fece domanda per la licenza al mercato. Le donne di casa si ritrovarono tutte là, mentre “i maschi facevano un altro mestiere”.
“Stavamo bene”, ricorda Enrica, “ma poi ho cominciato a perderli i fratelli…”. Torna il rimpianto, la consapevolezza di aver lasciato ad Auschwitz un pezzo di vita impossibile da recuperare in seguito. Perché la vita va avanti, ma si comincia anche a morire. Muoiono amici, parenti, fratelli che Enrica ha la netta sensazione di non essersi goduta abbastanza e da cui era stata lontana quando era via, in quell’anno e mezzo lungo un secolo.
Enrica ha ricordi appiattiti: la situazione di adesso che è rimasta sola con il fratello più giovane si sovrappone a quella del lager. Invece, nel frattempo, Enrica è diventata un personaggio al mercato, dove ha lavorato per 60 anni vendendo di tutto: all’inizio filo a metraggio, poi qualche cosetta, maglie, calzoni, chiusure lampo, “finché non è diventato un bel negozietto…18 anni all’aperto e poi al coperto, poi c’hanno buttato fuori un’altra volta e poi…chi ci lavora adesso al mercato sta ancora allo scoperto”. Ha smesso di lavorare quando ha compiuto 80 anni, però “avrei lavorato ancora se non mi fossi rotta prima una gamba e poi l’altra, sempre cascando…Tutti conoscevo, m’hanno fregato tanti milioni.
Segnavano e poi non pagavano, dopo aver preso la mejo robba!”. Ma non c’è niente da fare, i suoi ricordi più forti, quelli che non la fanno dormire di notte e la fanno crollare di sonno la mattina, sono quelli di Auschwitz: “Dimenticare non posso”. Anche per questo collabora con l’associazione il Tempo Ritrovato ed è felice quando il coro di Fatagarbatella le canta serenate.
Per tener viva la memoria, anche se questo non l’aiuta a perdonare: “Non potrò mai perdonare i tedeschi, mai, mai, mai! Troppo cattivi sono. Non solo con noi ma con tutti. Lei li perdonerebbe, lei?”. Difficile rispondere a questa domanda e difficile rispondere all’ultima che fa, prima di salutarci: “Racconterà tutto bene?”

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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Chiude l’Asl di Piazza Pecile?

Nostra intervista all’assessore municipale Andrea Beccari

Chiude l’Asl di Piazza Pecile?

L’edificio evidenzia segni di dissesto. Già dirottati alcuni servizi. L’ultima parola agli ingegneri. Ora si cerca in zona un’altra sede.

E’ vivo l’allarme tra la gente del quartiere per il ridimensionamento e forse per la possibile totale chiusura del poliambulatorio della ASL di Piazza Pecile. Preoccupazione che si aggiunge a quelle per le prospettive di riduzione di alcuni i servizi dell’Ospedale CTO, …..

Nostra intervista all’assessore municipale Andrea Beccari

Chiude l’Asl di Piazza Pecile?

L‘edificio evidenzia segni di dissesto. Già dirottati alcuni servizi. L’ultima parola agli ingegneri. Ora si cerca in zona un’altra sede.

E’ vivo l’allarme tra la gente del quartiere per il ridimensionamento e forse per la possibile totale chiusura del poliambulatorio della ASL di Piazza Pecile. Preoccupazione che si aggiunge a quelle per le prospettive di riduzione di alcuni i servizi dell’Ospedale CTO, cui verrebbe sottratto addirittura anche il pronto soccorso. Tale reale minaccia di carenze dell’assistenza sanitaria nel quartiere sta mobilitando innanzitutto il Municipio e anche le associazioni tra cittadini. Per conoscere la reale portata del pericolo, abbiamo chiesto all’assessore municipale Andrea Beccari come si è giunti a tale situazione e che cosa intende fare il Municipio in difesa della salute dei cittadini. (C.B.)

Che cosa ha determinato la chiusura di alcuni servizi del poliambulatorio di Piazza Pecile?
All’inizio dell’agosto scorso i Vigili del fuoco hanno costatato la presenza di alcuni cedimenti dello stabile di proprietà Enasarco di Piazza Pecile che ospita il Presidio distrettuale sanitario. L’inagibilità di una parte dei locali comportò una prima limitazione dei servizi. Da allora si è verificata un’accelerazione drammatica.
Nuovi segni di aggravamento hanno richiesto un ulteriore sopralluogo a ottobre, dal quale sono scaturite altre limitazioni dell’uso dello stabile da parte di operatori e utenti. A tutt’oggi non è dato capire se sia necessario uno sgombero parziale o totale dei servizi. La cittadinanza è ancora
sospesa, in attesa del responso degli ingegneri della Direzione regionale della Protezione civile.

Come si è mosso il Municipio?
Il Municipio ha puntato i piedi su due nodi:

  1. Certezza e rapidità per la cittadinanza sulla prospettiva e la nuovamappatura dei servizi (precisamenteciò che è mancato);
  2. Qualora emergesseun parere tecnico negativosulla stabilità dell’immobile, il presidio deve restare in un’area limitrofaall’attuale (un’ipotesi di cui si parla -poiché nel frattempo la ASL ha procedutoa una ricognizione per rinvenirenuovi spazi – consisterebbe inun’offerta a Via Pigafetta).

Che cosa comporta questa attesa per l’utenza?
La situazione è la seguente. Il Presidio sanitario di Piazza Pecile, che ha costituito soprattutto per la popolazione anziana un riferimento locale importantissimo, nella confusione e nel disorientamento generale è come se andasse pezzo per pezzo decomponendosi.
Oculistica, Radiologia, Centro prelievi già sono stati trasferiti al CTO, che rischia tra l’altro di snaturarsi ulteriormente in quanto ospedale. Odontoiatria è stata trasferita e come incapsulata per forza nel Poliambulatorio di Via Malfante, dietro Piazza dei Navigatori.
Le altre specialità sono ancora insediate in parte dello stabile e funzionanti, ma solo fino all’esaurimento degli appuntamenti già fissati.
L’Ufficio prenotazioni è chiuso. Per poter prenotare nuove visite specialistiche il cittadino viene rimbalzato al CTO, e dal CTO ad ulteriori ambulatori specialistici.

Una situazione veramente grave, foriera di ulteriori sacrifici per i cittadini.
Sì. Aggiungo che uno degli effetti più perniciosi di questo smottamento complessivo (che ha generato da parte della Direzione della ASL una spasmodica vampiresca caccia presso altri servizi) è stato il tentativo di accorpare in un unico mezzo piano di 14 stanze il CAD e il Centro di salute
mentale: come noto, dopo una battaglia durissima, il Municipio era riuscito ad ottenere, per servizi così delicati (soprattutto il CSM) l’uso del secondo piano della palazzina Liuzzi, ex IKT di Lady Asl, presso l’IPAB di San Michele, in locali finalmente dignitosi e confortevoli (forse troppo per il palato ospedalocentrico del Direttore sanitario della ASL!).
Questa operazione sembra rientrata.

Quale amara riflessione a questo punto?
In questi anni il Municipio ha posto a più riprese alla ASL non solo la questione di una maggior cura e di un riassetto più armonico dei servizi sanitari esistenti, ma anche quella (figuriamoci!) di una loro espansione operativa, di una articolazione più capillare e vicina ai cittadini, a maggior ragione in un quadro di compensazione connesso alla contrazione della rete ospedaliera, contrazione imposta dal Governo e dalla raccapricciante eredità della Giunta Storace.

Che cosa auspica il Municipio?
Come vede il futuro sviluppo dell’assistenza sul territorio?
Per noi il Distretto sanitario non doveva essere più un aggregato povero di servizi e privo di identità; doveva al contrario proporsi come punto di sutura della continuità assistenziale, dall’ospedale al domicilio, che, integrandosi con la pianificazione sociale municipale, rendesse tangibile il diritto alla salute. Insomma un insieme ben organizzato e vivo, pulsante nell’immaginario collettivo.
Noi dobbiamo denunciare una colpevole miopia. Si potrebbe affermare che ciò che sta accadendo a Piazza Pecile fosse nell’aria (non erano un mistero le condizioni di inadeguatezza dell’immobile; già almeno dal 1999, a seguito di segnalazioni di operatori, erano state fatte verifiche sulla stabilità dell’edificio, che certo non avevano evidenziato situazioni di pericolo, ma neanche avevano sortito progetti di ammodernamento).
Ma il punto non è tanto questo. In questi anni i reiterati appelli del Municipio ad avanzare un progetto strategico di sanità pubblica territoriale non hanno neppure lontanamente sfiorato la gestione manageriale della ASL. Se ciò fosse accaduto, è molto probabile che, anche a parità di costi, si sarebbe già da lungo tempo approfondita l’analisi delle condizioni dell’immobile di Piazza Pecile e si sarebbero messe in campo le alternative in un quadro organico e innovativo.
Spiace dirlo, ma è così.

Poliambulatorio Piazza Pecile, 20
Telefono 0651005025
Visite specialistiche (specialità presenti): Allergologia, Cardiologia, Chirurgia, Dermatologia, Endocrinologia, Gastroenterologia, Ginecologia, Neurologia, Oculistica, Odontoiatria, Ortopedia, Otoiatria, Radiologia, Analisi cliniche.

CUP orario sportello: dal lunedì al venerdì 8/12,30 – 14,30/16,30 – sabato 8/12,30
Cassa ticket: dal lunedì al venerdì 8/12,30 – 14,30/16,30 – sabato 8/12,30

Poliambulatorio Via Malfante , 35
Telefono 065110494
Visite specialistiche (specialità presenti).
Cardiologia, Dermatologia, Gastroenterologia, Ginecologia, Oculistica, Odontoiatria, Ortodonzia, Ortopedia, Otoiatria, Urologia.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 6 – Dicembre 2009

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Ras Tafari Diredawa e il fiore reciso

di Massimo Mongai,Roma, 3 novembre 1950 – Roma, 1º novembre 2016

Una bellissima hostess delle linee aeree etiopi viene trovata morta nel suo appartamento, vicino a lei un diario scritto in una lingua incomprensibile. Una situazione difficile per il maresciallo Cafuni che decide di rivolgersi al suo ormai amico Ras Tafari Diredawa.

Tafari era un barbone alcolizzato, tormentato da un oscuro e doloroso passato a cui la sua mente aveva deciso di soccombere. Etiope e clandestino, istruito e poliglotta, con acume e determinazione aveva scoperto e consegnato alla giustizia l’assassino di una volontaria della Caritas… Eurosia, l’unica persona che credeva in lui. In quell’occasione aveva conosciuto il maresciallo della benemerita, uomo deciso e risoluto, integerrimo e privo di pregiudizi, che andando oltre l’apparenza degli stracci da barbone era riuscito a trovare il vero Ras Tafari.

In questa nuova indagine i due saranno costretti a misurarsi con uomini di potere e tragici ricordi di un passato dimenticato, che inesorabili riaffiorano attraverso le pagine di un diario.

Questi sono alcuni degli avvenimenti di Ras Tafari Diredawa e il fiore reciso di Massimo Mongai, edito dalla Robin edizioni nella splendida collana I Luoghi del delitto.

ras tafari
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Terrazza sulla Garbatella … ricordi

“La terrazza sulla Garbatella” è una sorta di diario, corredato da documenti d’epoca, che ripercorre gli anni dalla prima infanzia alla giovinezza dell’autore, tra gli eventi drammatici determinati dal secondo conflitto mondiale e quelli spensierati vissuti fra la gente del quartiere. Un racconto semplice che contribuirà a risvegliare i ricordi di quanti hanno vissuto quegli anni e, forse, a spingere alla riflessione i più giovani.

Ricorda in proposito la venuta di Gandhi nel quartiere, il rastrellamento delle Fosse Ardeatine e poi i giochi di strada, lo sport, le amicizie, in un tutt’uno completamente legato dal quotidiano di un bambino come tanti.

E’ stata poi la volta del senatore Andreotti, amico di vecchia data di Adelio Canali,  il quale ha rimarcato la differenza di questo libro rispetto ai tanti che escono su Roma:
chi lo legge prova grandi sensazioni, i vecchi rivivono, i giovani imparano la storia della nostra città oltre che della Garbatella e si è augurato, oltre che il successo per questo lavoro, di continuare a vedere cose belle e interessanti da quella “terrazza”.

da Cara
Garbatella marzo 2009 di Cosmo Barbato

Adelio Canali | ISBN 8897401058, 9788897401056
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I film che nel corso degli anni sono stati girati alla Garbatella
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