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L’oratorio-di-Massimiliano-smeriglio

Come fai a spiegare l’odore dell’oratorio, la terra dura, i pali di legno con gli spigoli, la rete bucata, la raccolta della carta, gli spogliatoi senza docce, il gioco del sasso, l’ottovolante, la coppa disciplina, le magliette per i primi classificati, i calzoncini ai secondi, i calzini ai terzi, gli atomi, i purcini con la erre.
Come fai a spiegare padre Guido se non parti dai luoghi, dalla sua fisicita’ dal piede 44 magnum, dalle sberle, dalla sua cultura, dalle sue urla, “vai fuori dall’oratorio”, “alt fine primo tempo”. Come fai a spiegare quel fazzoletto di paradiso impolverato messo a confine tra Garbatella e Tormarancio. Non lo spieghi, non bastano le parole, i ricordi, le fughe per evitare il vespro. Resta solo una sensazione d infinita tristezza, come le domeniche pomeriggio all’oratorio, quelle si che erano tristi anche allora, appena appena rinfrancate dalla partitella tra pochi disperati superstiti, la radiocronaca in sottofondo e il gelato offerto dal prete. Lui li stava, lui li ha voluto aspettarci. Il corpo inerme nel teatrino, un via vai di facce di popolo segnate dalla vita e il vociare dei pischelli persi anche oggi dietro al pallone cosi’ come lui ha voluto che fosse. Così come è sempre stato.

Massimiliano Smerriglio

 
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Arrivederci-padre-guido

Padre Guido Chiaravalli, il prete decano degli oratoriani di San Filippo Neri alla Garbatella è morto ieri a poco più di un mese del suo ottantasettesimo compleanno.

In quanti ricorderemo Padre Guido? A migliaia, ed ognuno di noi con un ricordo personale senza dubbio. ”Il prete” come lo abbiamo sempre chiamato, il prete per antonomasia era lui e per tutti è stato letteralmente e realmente un padre.

E’ venuto fra noi nel 1957, giovane meneghino purosangue e come lui stesso disse a suo tempo scelse di diventare subito “garbatellese fra i garbatellesi”, in un quartiere che allora, alla fine degli anni ’50 era considerato uno dei quartieri a rischio dove spesso riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena era un problema, dove alcuni nuclei famigliari rasentavano la povertà. Proprio in quegli anni padre Guido si avvicinava ai giovani portando una sorta di Vangelo, non raccontato ma vissuto, proseguendo all’interno dell’oratorio il grande lavoro di Padre Melani, altro indimenticabile sacerdote che ha dedicato la sua vita alla Garbatella.

In una intervista di poco tempo fa ci disse: “Tante volte lo stare a vedere per 5 ore nel pomeriggio giocare a pallone o stare la mattina per 5 ore al mare mi faceva venire il dubbio se era giusto vivere così il mio compito di sacerdote. Poi, e sempre di più con il passare degli anni, in incontri casuali con ex ragazzi ho sempre visto illuminarsi il volto ed esprimere la convinzione che nell’oratorio e nella scuola avevano imparato a vivere.”

Cosa ha fatto per noi il prete? Tante cose, dalle squadre dei “microbi” nel campetto dell’oratorio fino alla “colonia” a Torvajanica, dalle lezioni di catechismo allo spazio per far suonare i “complessini” negli anni ‘60, dai bigliardini rabberciati alle lezioni di vita e di astronomia, fino all’organizzazione dei viaggi a Capo Nord. Ci ha insegnato a viaggiare, a vedere le stelle a guardare il cielo per vedere se la luna è calante o crescente. Troppo ha fatto per stare qui a fare un elenco.

Padre Guido era un sacerdote ed è stato un buon cristiano, un ottimo cristiano, e come uomo un uomo semplice quanto eccezionale. Starlo a raccontare è quasi impossibile come sa benissimo chi lo ha conosciuto. Per raccontarlo in modo degno dovremmo mettere insieme tutti i nostri ricordi, per quanti siano troppi, migliaia, uno per ognuno di noi.

“Il prete” ci ha voluto bene, e ce lo ha dimostrato, senza secondi fini, senza alcun interesse, per fede e per vocazione ma anche per pura e semplice bontà personale perché era fatto così. E noi ragazzi e ragazze, uomini e donne di questo quartiere per anni lo abbiamo ricambiato perché non era possibile fare altrimenti.

Mancherà immensamente a tutta la sua comunità.

Massimo Mongai e Giancarlo Proietti

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addio-Padre-Guido

Vorremmo ricevere il vostro pensiero sulla scomparsa di Padre Guido, chiunque voglia scrivere qualcosa è pregato di farlo tramite il nostro modulo sarà   nostra cura pubblicarlo, naturalmente potrete inviare il vostro pensiero anche in forma anonima.

A pochi giorni dal nostro ultimo articolo (auguri-padre-guido) su P. Guido, oggi pomeriggio è partito per il suo ultimo viaggio.

Da domani mattina 23 aprile dalle ore 9,30 del mattino fino alle ore 10,30 di giovedì sarà possibile dargli un ultimo saluto nel teatrino del suo amato oratorio.

La messa sarà celebrata alle ore 11,30 il giorno 24 aprile nella Parrocchia di San Filippo Neri.

La redazione di Cara Garbatella

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Stop alle macchine nelle aeree pedonali

Stop alle macchine nelle aeree pedonali

Sono stufa di vedere l’area pedonale dei giardinetti alla Chiesoletta occupati abusivamente da un sacco di macchine (ormai una media costante di una decina. In parecchi passano davanti alla chiesa e ai negozi per sbucare prima in piazza s Eurosia, con pericolo per anziani e bambini che vorrebbero scorrazzare liberamente in bicicletta. Capisco che sia difficile trovare parcheggio: ma noi che lo cerchiamo con pazienza anche lontano, cosa siamo, cretini?
Ho già segnalato la cosa ai vigili urbani, con le solite inutili risposte dicircostanza. Inoltre la maleducazione della gente riempie il nostro bel parco di cartacce ovunque; aggiungi le scritte su fontanelle e panchine, le erbacce sui cigli dei marciapiedi… Dovè il Municipio? Se non ci sono i soldi, ce lo facciano sapere ufficialmente, e magari ci organizziamo
Maria Donelli

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Aprile 2014

 

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Tutti i riconoscimenti del Premio Fantasia

Tutti i riconoscimenti del Premio Fantasia

Il Premio Fantasia di Garbatella dell’Associazione culturale “Il Tempo Ritrovato” ha voluto concludere un percorso di ricerca culturale sul territorio iniziato dal 1990, anno in cui è nata l’associazione.
Il premio come ogni anno è dedicato al pittore, maestro Carlo Acciari.
Questi i premiati:

  • Ernesto Nassi, presidente ANPI Roma, settore storico;
  • Cristiano Bartolomei e la sua Brigata Garbatella, settore volontariato;
  • Fabio Corallini in arte Matisse, mimo ed illusionista, settore arte;
  • Renato Di Benedetto, cantautore,settore arte;
  • Rossana Di Lorenzo,settore arte-cinema;
  • FlorianaMariani, settore fotografia;
  • PaolaMarini – MARILAB, settore lavoro;
  • Paolo Moccia, attore e cantante, settore arte;
  • Marco Pizzichillo, papà fantastico, settore famiglia;
  • FabioVona, cantautore.

L’associazione ha promosso, a differenza degli altri anni, un’iniziativa molto intima quasi una “Garbatella segreta” dedicata agli artisti del quartiere a suo avviso poco tenuti in considerazioni
da quella cultura che cade sempre dall’alto. L’intenzione è quella di partecipare alla costruzione della piazza della cultura che va costruendosi tra il Palladium e gli ex bagni pubblici. Il premio è stato finanziato dall’Associazione e senza alcuno sponsor e consiste in una riproduzione di un quadro del Maestro Acciari donato proprio con l’intento di continuare a promuovere l’arte pittorica e non solo sul territorio per i giovani del quartiere, oltre a un quaderno che documenta alcuni momenti di vita del pittore garbatellano nel suo studio ed in altre iniziative dell’Associazione. Abbinato al premio quest’anno è stato allegato il calendario di fotografia e poesia “Garbatella giocando si impara” (foto di Francesco Piastra e poesie di Mirella Arcidiacono), il tutto contenuto dentro la sporta magica di cotone con la riproduzione del volto della Garbatella.Prima del premio, che è stato proclamato come sempre al Teatro in Portico, è stato presentato il libro di ricerca fotografica di Enzo Gori sulla Circonvallazione Ostiense “La nostra via”, edizioni Palombi.
Il Premio è stato inserito per l’ultima volta nei festeggiamenti di Buon Compleanno Garbatella. Dal prossimo anno sarà Garbatella. Europa Festival della fantasia, dedicandosi esclusivamente al mondo dell’infanzia ed ai suoi diritti.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Aprile 2014

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“La nostra via”, cioè la Circonvallazione

“La nostra via”, cioè la Circonvallazionela-nostra-via

“La nostra via” è il titolo di un libro fotografico di Enzo Gori, il pasticcere della Circonvallazione Ostiense che, oltre a produrre notoriamente degli ottimi dolci, cura da anni una eccezionale raccolta di immagini di come eravamo e di come siamo, particolarmente mirata allo sviluppo della sua strada, la Circonvallazione, la grande arteria moderna sotto la quale scorre intubato il fiume Almone, un affluente del Tevere. Il libro, edito da Palombi Editori, ha come sottotitolo “Storia della Circonvallazione Ostiense: dalla Valle dell’Almone a Campidoglio Due”. Contiene soltanto una minima parte del materiale fotografico raccolto da Gori.
Particolarmente interessanti sono le aerofotografie scattate nel tempo, che mostrano il graduale sviluppo della Circonvallazione, ma anche i particolari  degli edifici in costruzione, nonché le numerose foto di ambiente. Il libro si conclude con l’immagine fantastica del Ponte cavalcaferrovia Settimia Spizzichino, di Eataly e di Campidoglio Due e con un omaggio a molti dei colleghi commercianti di Gori che esercitano sulla Circonvallazione, dei quali sono riportate le foto scattate nei loro negozi. (C.B.)

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Il concorso “Noi e Dante”dell’Istituto statale Caravaggio Due dei premiati sono ragazzi della Garbatella

Il concorso “Noi e Dante”dell’Istituto statale Caravaggio

Due dei premiati sono ragazzi della Garbatella

“Noi e Dante”, cioè Dante rivissuto con gli occhi di un giovane di oggi: questo è stato il tema del concorso che gli studenti dell’Istituto superiore statale Caravaggio, a Tormarancia, si sono trovati ad affrontare. Concorso che si è concluso a fine anno scolastico con l’assegnazione ai primi classificati di tre borse di studio. I vincitori sono tre ragazzi, due della Garbatella e uno di Tormarancia: prima, Irene Jodice (Garbatella); secondo, Andrea Lo Giudice (Tormarancia); terza, Ilaria Proietti Mercuri (Garbatella). Le motivazioni: Jodice, “per aver colto lo spirito della Commedia di Dante come grande allegoria del peccato e della salvezza ed averla elaborata nella modernità”; Lo Giudice, “per le capacità immaginifiche e la familiarità con le avanguardie artistiche, unite all’abile fusione tra discipline scientifiche, umanistiche e pratiche”; Ilaria Proietti, “per l’uso spregiudicato del vernacolo che l’autrice fa aderire perfettamente alla metrica dantesca e alla attualità”.

A noi è piaciuto particolarmente il lavoro di Ilaria, che ci è sembrato adatto alle pagine di “Cara Garbatella”. Aggiungiamo quindi un nostro premio, la pubblicazione.

Ner mezzo der cammin della mia vita
me ritrovai ‘sto libro fra le dita,
sicuro m’avrebbe demolita!
Più de mille pagine de rime,
solo a guardà er titolo m’opprime!
Ma ‘n curiosita chiaramente
‘n cominciai a legge’ attentamente…
‘Sto Dante nell’inferno se trovava,
creato da Lucifero
che pe’ poco nun se spaccava!
Anfatti, da n’accesa discussione,
nostro signore l’ha scaraventato ner burone.
Intanto l’Alighieri tormentato
scrisse dell’inferno come si nce fossi mai stato.
Qua, artro che bestemmiatori, violenti e ruffiani,
c’avemo Berlusconi, Grillo e Bersani!
Nell’ottavo cerchio i ladri
staveno legati da serpenti,
oggi spaparanzati ‘n parlamento tutti contenti.
Il nostro poeta, dopo aver attraversato
le viscere dell’emisfero australe,
fa ‘n sarto ar Purgatorio
pena purificazione totale.
Fa ‘n saluto a Giotto e a Corso Donati,
becca poi papa Adriano ‘n mezzo agli avari.
“Resistetti ar pontificato pe’ poco più de ‘n mese!”
esclamò Adriano il Ligurese,
“Aaah! Allora è ‘n vizio de voi Papi,
ma che so’ tutti ‘sti abdicati?!”
Ma adesso miei signori ariva ‘r bello,
anfatti ‘n avorta giunti ‘n Paradiso
Dante pare tornato quasi ‘n pischello,
vede Beatrice e je se illuminano l’occhi,
ma nun s’azzitta e parla parla
mica ce prova a baciarla!
Intanto che la guardava er core je tremava,
dentro ar petto c’aveva n ‘macello
che manco ar derby Roma-Lazio
ce starebbe quer bordello.
Lei imbarazzata che pensava:
“Ma che c’avrai tanto da guardà?
Le donne mica staranno solo nell’aldilà!
Anzi, sulla terra so pure più belle,
rifatte, e piene de botulino,
c’hanno più canotti loro de n’bagnino!”.
Ora mio caro Dante te lo devo proprio da di’,
per carità, come poeta sei la perfezione,
ma pure in amore
fattela venì quarche illuminazione!

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Disquisizione sul “sesso” della torre medioevale dirimpettaia della Garbatella Tormarancia o Tormarancio?

Disquisizione sul “sesso” della torre medioevale dirimpettaia della Garbatella
Tormarancia o Tormarancio?

di Cosmo Barbato

tormaranciaCominciamo col demolire una credenza consolidata. La Tormarancia attuale non è quella “originale”, nel senso che è esistita un’altra Tormarancia, situata non tanto vicino alla nostra ma nella stessa tenuta, crollata o distrutta non sappiamo quando, forse nel XIV secolo, della quale però si sono ritrovate poderose tracce di fondazione all’interno del Parco di Tormarancia.
Il nome di Tormarancia si trasferì nel tempo all’attuale torre, la più importante tra quelle superstiti del circondario. Da quell’imprecisato momento in poi la nostra torre, indicata nella cartografia antica come Tor delle vigne, cominciò a chiamarsi Tormarancia: raccolse cioè il nome della distrutta consorella maggiore.tormarancia-anni-quaranta
Da questo punto in poi, quando parliamo di Tormarancia, ci riferiamo alla torre che svetta sulla collinetta che si affianca al bel Viale di Tormarancia. “Maschio o femmina”?
Si può disquisire del “sesso” di una torre? La toponomastica moderna si è già pronunciata: “femmina”, stando al nome del Viale.
La cartografia antica chiama la nostra torre, almeno fino al 1453, Tor delle vigne, pare per via della fertilità del territorio: vi sgorgano infatti tre sorgenti ed è attraversata dal Fosso di Tor Carbone, oggi in parte ricoperto (per anni le sue frequenti esondazioni allagavano Shangai, la misera borgata oggi scomparsa, che si era andata formando nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso).
In una carta del 1480 appare per la prima volta il nome di Tormarancia riferito alla Tor delle vigne e da quel momento in poi sempre così, “Tormarancia” e mai “Tormarancio” (fatta eccezione per un modo di dire popolaresco degli anni 30/40 del secolo scorso dei vecchi abitanti di Shangai: “Tor marancio” o addirittura “Tor m’arrangio”, con riferimento alla vita precaria che si conduceva nella borgata). Tormarancia è anche il toponimo che riporta il massimo studioso della Campagna romana, Giuseppe Tomassetti (1910/1926).
Dello stesso avviso è anche un altro ricercatore, Giovanni M. De Rossi, nel suo “Torri medioevali della campagna romana”(1981). “Lo stradario di Roma” di Benedetto Blasi (1922) cita Tormarancia. Lo stesso fa Sergio Delli nel suo monumentale “Le strade di Roma” (1989). Viene definita Tenuta di Tormarancia la porzione di territorio aggregato di recente al Parco dell’Appia Antica. E Tormarancia si chiamava la tenuta di 232 ettari alla quale, tanto la prima torre quanto la nostra, facevano la guardia. Ma perché quel “marancia”?
mappa-tormaranciaUna prima osservazione: “marancia”, come aggettivo del sostantivo femminile “torre”, non poteva che essere femminile anch’esso.
Si è appurato che in antico, cioè nel III secolo dopo Cristo, proprietaria del fondo fosse la famiglia senatoria dei Numisi, che ha lasciato nel territorio non poche importanti testimonianze archeologiche, oggi quasi tutte esposte ai Musei Vaticani. Si è immaginato che quella grande proprietà sia pervenuta successivamente a un ricco liberto di nome Amaranthus. Sicché dal suo nome la tenuta si chiamò inizialmente “praedium Amaranthianum”, cioè “Fondo di Amaranto”. Quando, nel 1200, fu eretta la prima torre così come anche la nostra (probabilmente dai potenti Conti di Tuscolo), nel tempo l’aggettivo “Amaranthianum” riferito al fondo si trasferì alla torre, passando ovviamente al femminile.
Le torri avevano una funzione giurisdizionale, cioè ribadivano il possesso su una proprietà (come mettere il cappello su una sedia). Ma avevano anche una funzione semaforica: nella
campagna romana, dopo l’incursione saracena giunta dal mare del IX secolo che colpì le basiliche di San Pietro e di San Paolo, poste fuori delle mura, si andò creando un sistema di torri di segnalazione con fuochi (di notte) e con fumi (di giorno) per allertare la città nel caso di un nuovo sbarco o di una delle frequenti scorrerie arabe lungo la costa. La nostra torre ha base quadrata di 6 metri per lato. E’ posta in cima a una collina a 800 metri dalla Via Ardeatina e a poco di più dall’Ostiense.
Alta 15 metri, poteva essere in grado di segnalare con le numerose altre torri dislocate lungo l’Ardeatina e l’Appia Antica. L’ipotesi della derivazione dal nome della tenuta (e quindi della torre) da quello del liberto Amaranthus è tutt’altro che provata, però finora sembra la più plausibile.
Scartata un’altra che farebbe riferimento al colore rossiccio (con qualche forzatura, amaranto) dei blocchetti di tufo con i quali è costruita la torre, come quasi tutti gli edifici medioevali coevi di Roma e della Campagna romana.
Lunga è la storia della nostra torre.
Nel tempo fu dei Bottoni, dei Leni, dei Tebaldi. Nel 1470 un Tebaldi vendette parte della tenuta all’ospedale di Santa Santorun (l’attuale San Giovanni) e 18 anni dopo un Leni vendette allo stesso ospedale un’altra parte della tenuta. In precedenza, sotto il papa Nicolò V (1447/1455), la torre dovette subire un restauro, a giudicare da una piccola lapide oggi scomparsa recante il monogramma del pontefice: PPNV, cioè Papa Nicolò V. I romani, interpretando sarcasticamente quella sigla, peraltro riportata in tutte le opere edificate o restaurate in quegli anni, la lessero come “Poco Pane Niente Vino”, alludendo al fiscalismo di quel pontefice.
Agli inizi dell’800 poi la grande proprietà fu acquistata da una facoltosa nobildonna, Marianna di Savoia contessa di Chablais, figlia di Vittorio Amedeo III re di Sardegna, che la utilizzò proficuamente come cava di pozzolana, come fertile tenuta agricola e, non ultimo, come campo di importanti scavi archeologici.
In conclusione, torniamo al “sesso” della nostra torre. Che sia esistito o no quel liberto Amaranthus, che avrebbe trasmesso il suo nome alla tenuta e alla torre, certo è che quel “marancia” è la contrazione dell’aggettivo “amaranziana” relativo al sostantivo “torre”: femminile il sostantivo, necessariamente femminile l’aggettivo.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Aprile 2013

 

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