Skip to main content

Tag: appuntamenti

Un regalo buono che fa bene

Un regalo buono che fa bene

Anche quest’anno, in occasione delle festività natalizie, le Associazioni Culturali Altrevie e Cara Garbatella, in collaborazione con Ulaia ArteSud onlus, promuovono l’iniziativa di solidarietà un regalo buono che fa bene che, attraverso la vendita di olio extra-vergine d’oliva dop della Sabina, ha l’obiettivo di
raccogliere fondi a sostegno del progetto ‘Music for Study’ per borse di studio da destinare a giovani universitari palestinesi dei Campi profughi di Burj al Scemali, in Libano.
Si tratta dei campi in cui risiedono i giovani musicisti della Guirab Band, la band di cornamuse palestinesi che le due Associazioni promotrici aiutarono a venire in Italia per una tournée l’estate del 2009 e che tennero una memorabile esibizione nelle strade della Garbatella e un bellissimo concerto alla Villetta di Via Passino. Alcune immagini sono visibili su youtube cliccando ‘Guirab Band Altrevie’.
Confezione regalo da 2 bottiglie, euro 20
Lattina da lt. 3, euro 25
Lattina da lt.5, euro 40
Le prenotazioni si raccolgono agli indirizzi e.mail:
vidali.orietta@minambiente.it
am.procacci@federlazio.it
nataliacodispoti@yahoo.it

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

“L’albero del paradiso” un vegetale infernale

“L’albero del paradiso” un vegetale infernale

Una pianta infestante anche nei giardini della Garbatella

di Cosmo Barbato

Su Cara Garbatella di novembre ci siamo occupati di quel terribile coleottero, il Punteruolo rosso (Rhynchoforus ferrugineus), che anche qui alla Gasrbatella, come del resto in tutta Italia, sta rapidamente distruggendo le palme, in particolare le palme delle Canarie introdotte da noi a scopo ornamentale. Si prevede che entro il 2015 tutte le palme di Roma saranno state distrutte.Finora non è stato trovato alcun metodo valido di difesa. Ora un altro nemico minaccia i nostri giardini.Ailanto, albero del paradiso
Questa volta non si tratta di un insetto ma di una pianta, uno sfarzosissimo albero che potrebbe apparire ornamentale, ma che per il suo carattere infestante tende ad invadere completamente il terreno circostante diffondendosi a spese delle altre piante. Parliamo dell’Ailanto, ovvero dell’Ailanthus altissima, detto anche “Albero del paradiso” che però si sta rivelando infernale. Originario della Cina, fu introdotto, con scadenti risultati utili, per alimentare con le sue foglie un baco da seta simile a quello del gelso.
Qui da noi, alla Garbatella, queste piante infestanti si vanno diffondendo nei giardini dei Lotti, nelle aiuole spartitraffico, in alcuni parchi, talvolta persino negli interstizi dei muri. Sono ben visibili ad esempio negli spartitraffico lungo la Circonvallazione Ostiense ma anche altrove. L’esemplare più imponente si trova in un’aiuoletta lungo una strada di fianco al mercato coperto, Via Nicolò Odero, a ridosso del muro perimetrale del Lotto 12.
Dove qualche esemplare riesce ad attecchire si può essere certi che ben presto altre piante simili verranno fuori dal terreno circostante, per diffusione dei semi o dai polloni che emergono dall’apparato radicale che si può estendere fino a trenta metri dall’albero. La pianta può raggiungere dimensioni cospicue, fino a 20/25 metri. Si caratterizza per una crescita velocissima, il primo anno di 50/80 centimetri. Cresce in tutti i terreni, ma preferisce quelli profondi e freschi. Le foglie, lussureggianti, mandano un odore sgradevole. Per la sua rapidità di diffusione andrebbe sistematicamente eliminato dai giardini e dai parchi: nei luoghi abitati può diventare una vera calamità.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Una web radio anche sulla Garbatella

Una web radio anche sulla Garbatella

Nel nostro territorio, un gruppo di appassionati ha dato vita a un fenomeno chiamato “web radio”. L’emittente si chiama “Quanta radio”: si occupa di informazione, diritto, denuncia, dibattito culturale, satira e divertimento

Nostra intervista

 

Siamo andati a trovare un gruppo di agguerriti e appassionati giornalisti, artisti e musicisti che, nel territorio del Municipio XI, hanno dato vita ad un fenomeno che viene chiamato “web radio”, cioè una radio che si sente attraverso il computer collegato a internet.
L’innovazione tecnologica, lo sappiamo, sta sconvolgendo, nel bene e nel male, le nostre vite sia nel lavoro che nella vita privata. Ultimamente le  applicazioni si sono moltiplicate, fino a semplificare, soprattutto per i più “smanettoni” di noi, alcune macchine o procedure che ogni giorno vengono sostituite dal computer, perché è “lui” che ormai gestisce tutto.
E’ il caso della nuova stagione che sta vivendo la radiofonia. Infatti con i nuovi sistemi è possibile gestire
una stazione radio con un personal computer e la linea adsl.
Abbiamo rivolto alcune domande al direttore di Quanta Radio, il presidente dell’Associazione Culturale Jaisha, Antonio Persia, e al vice-direttore, Fabio D’Orazi.

D: Come nasce la vostra esperienza?
R: L’idea di Quanta Radio nasce intorno al febbraio del 2009, ma inizia le trasmissioni il 22 marzo 2010. E’ diretta espressione dell’Associazione Culturale Jaisha di Roma ed è una radio generalista di tipo comunitario. E’ ovvio che chi ha abbracciato questa avventura crede nella comunicazione e nella libera circolazione delle idee, anche in relazione ad un bisogno di resistenza all’informazione pilotata dei media nazionali.

D: Cosa trasmettete?
R: Quanta Radio promuove la musica emergente e tutte le forme d’arte e gli eventi culturali poco conosciuti che non trovano spazio sui media tradizionali.

D: Come vi finanziate?
R: Quanta Radio è auto-finanziata e vive grazie al contributo volontario dei suoi collaboratori, ma è aperta, come statuto associativo, a donazioni e finanziamenti pubblici, ove disponibili.

D: Vi occupate di politica?
R: Quanta Radio partecipa a pieno titolo al dibattito politico, pur non appartenendo ad alcun partito, e si occupa, in attesa di gestire una testata giornalistica, di informazione, diritti, denuncia, dibattito culturale, satira e divertimento, quando questi ultimi contribuiscano alla crescita etica e legalitaria del nostro Paese. Quanta Radio ama quest’Italia disgraziata ma crede fermamente nel dissenso quando la politica devia (purtroppo molto spesso) dal nostro dettato costituzionale. Anzi, lanciamo un appello: chi condividesse i nostri principi e volesse partecipare è sicuramente il benvenuto.

D: Cosa bisogna fare per ascoltarvi?
R: L’operazione è molto semplice: scrivere su Google le parole “quanta radio”, cliccare sull’indirizzo www.quantaradio.it e il gioco è fatto, infatti appena visualizzata la pagina la radio si sente subito. Altrimenti si può cliccare sul lettore preferito, già presente.

D: Trasmettete in diretta?
R: Si, parecchie ore della nostra programmazione sono in diretta. Troverete sul nostro sito www.quantaradio. it il palinsesto completo con le trasmissioni in diretta e quelle in differita.
QUANTA RADIO è un marchio dell’Associazione Culturale “Jaisha” di Roma.
MULTIMEDIA CONTENT PROVIDER
Indirizzo:
Via Francesco Belloni, 46 – 00147 – Roma
Tel: (+39) 065132341 \ (+39) 065132341 \ Fax: (+39) 0699700148
Cell: (+39) 3933914229
Web: www.quantaradio.itn

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il presepe meccanico Pica alla Circonvallazione

Il presepe meccanico Pica alla Circonvallazione

di Antonella Di Grazia

E’ una tradizione tutta italiana quella del presepe, che proviene dalla tradizione etrusca e latina. Per la precisione dal culto dei larii, gli antenati che vegliavano sul buon andamento della famiglia. La loro epifania avveniva tramite una statuetta di terracotta che in occasione della festa del Sol Invictus, celebrata tra il 21 ed il 27 di dicembre, i parenti si scambiavano assieme a dei doni, i sigilla, a memoria dei familiari defunti. In questa occasione il compito dei bambini era quello di lucidare le statuette e disporle, secondo la loro fantasia, in un piccolo recinto nel quale si rappresentava un ambiente bucolico in miniatura. In epoca più vicina alla nostra, è stato San Francesco d’Assisi che nel 1223 ha realizzato a Greccio la prima rappresentazione figurata della Natività.Presepe Meccanico Pica
Nell’accezione cristiana, presepe significa mangiatoia e indica la greppia, nella quale, come è raccontato nel Vangelo di Luca, fu collocato il Bambino Gesù alla sua nascita.
Anche quest’anno, rinverdendo la tradizione, la Parrocchia di Santa Galla sta organizzando l’allestimento del presepe artigianale, che sarà collocato nei locali dell’oratorio, adiacenti al Teatro “In Portico”. Il presepe, è stato realizzato interamente dal mastro artigiano Dante Pica. Per questa opera, il maestro Pica è stato insignito quest’anno del rinomato “Premio Fantasia di Garbatella”, dedicato dall’Associazione Culturale “Il Tempo Ritrovato” proprio al prezioso lavoro di artigianato per il presepe meccanico, che riesce a far rivivere, in modo gioioso, gli antichi e gli attuali mestieri. L’opera, sarà visitabile liberamente secondo il seguente calendario: a partire dall’8 dicembre, tutti i sabati e le domeniche del mese inclusi i giorni di Natale e di Santo Stefano, la mattina tra le ore 11,30 e le 13 e il pomeriggio tra le 15 e le 19.
A partire dal 24 dicembre e fino al 6 gennaio il presepe rimarrà visitabile nei giorni festivi secondo gli orari precedentemente indicati e nei giorni feriali tra le 15 e le 19.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La parrocchia di Santa Galla festeggia i suoi settant’anni

La parrocchia di Santa Galla festeggia i suoi settant’anni

di Antonella Di Grazia

Ricorre in questi giorni il 70° anniversario della fondazione della Parrocchia di Santa Galla. La parrocchia fu fondata nel dicembre del 1940 ed affidata al clero diocesano di Roma. Il complesso edilizio fu progettato dall’architetto Tullio Rossi.
Della vita della Santa abbiamo poche notizie tratte perlopiù dai “Dialoghi” San Gregorio Magno, che ricorda alcuni tratti edificanti della sua vita e da San Fulgenzio di Ruspe che scrisse una “Lettera a Galla”. Visse nella prima metà del VI secolo, sposò un giovane nobile romano ma rimase vedova dopo appena un anno. Si dedicò allora alla preghiera e alla cura dei poveri. Ogni giorno serviva un pranzo per dodici poveri nella sua casa. Un giorno, racconta la tradizione, le apparve una luce divina. Mandò a chiamare il Papa Giovanni I e apparvero allora degli angeli che gli consegnarono un’icona della Madonna col Bambino. Miracolosamente scomparve la peste che seminava strage nella città. …..

La parrocchia di Santa Galla festeggia i suoi settant’anni

di Antonella Di Grazia

Ricorre in questi giorni il 70° anniversario della fondazione della Parrocchia di Santa Galla. La parrocchia fu fondata nel dicembre del 1940 ed affidata al clero diocesano di Roma. Il complesso edilizio fu progettato dall’architetto Tullio Rossi.Parrocchia Santa Galla
Della vita della Santa abbiamo poche notizie tratte perlopiù dai “Dialoghi” San Gregorio Magno, che ricorda alcuni tratti edificanti della sua vita e da San Fulgenzio di Ruspe che scrisse una “Lettera a Galla”. Visse nella prima metà del VI secolo, sposò un giovane nobile romano ma rimase vedova dopo appena un anno. Si dedicò allora alla preghiera e alla cura dei poveri. Ogni giorno serviva un pranzo per dodici poveri nella sua casa. Un giorno, racconta la tradizione, le apparve una luce divina. Mandò a chiamare il Papa Giovanni I e apparvero allora degli angeli che gli consegnarono un’icona della Madonna col Bambino. Miracolosamente scomparve la peste che seminava strage nella città.
Verso la metà del sec. XVII sorse in Roma un ospizio di carità intitolato alla Santa, in cui San Giovanni De Rossi svolse per molti anni il suo apostolato raggruppando quei sacerdoti dediti ad opere di carità tra le classi piú umili. Nel 1935, l’ospizio e la chiesa dedicati a Santa Galla, che ad onor del vero si chiamava Santa Maria in Portico, furono distrutti per far spazio alla costruzione della Via del Mare. La chiesa della Garbatella, costruita come risarcimento di quella distrutta, fu inaugurata il 14 dicembre del 1940. Conserva due impordi Antonella Di Grazia La parrocchia di Santa Galla festeggia i suoi settant’anni tanti opere provenienti dall’antica chiesa. L’altare, composto da un cippo romano a rilievi di età flavia e consacrato per l’antica chiesa di Santa Galla da Gregorio VII nel luglio del 1073 e nella navata di destra una tela, di scuola romana del XVII secolo, raffigurante la Visione di santa Galla. La chiesa di Santa Galla è nota anche per il suo organo, tra i più grandi d’Europa, dotato di cinquemila canne, quattro tastiere e ottanta registri, l’unico meccanico funzionante a Roma.
In questi 70 anni, si è mantenuta viva l’attenzione alle necessità della comunità, data la collocazione nel popolare quartiere della Garbatella, attraverso l’opera di accoglienza e di carità. L’attuale parroco è don Concetto Occhipinti ed il suo impegno quotidiano è nella missione di fede e di carità, coinvolgendo famiglie e giovani del quartiere nelle iniziative e attività della parrocchia, considerata come famiglia di famiglie.
“La mia missione, da quando sono qui – ci dice don Concetto – è quella di portare il Vangelo a tutti, favorendo un clima di dialogo e di accoglienza. Quello che ho verificato è il senso di solidarietà tra le persone, che ha la sua ragione d’essere nella storia del nostro quartiere.Santa Galla è il nostro esempio”, prosegue il Parroco. “Nella parrocchia i nostri gruppi sono molto attivi; i gruppi Caritas sono impegnati a fronteggiare le necessità delle famiglie in difficoltà. Il gruppo dei volontari una volta al mese presta servizio alla mensa per i senza fissa dimora realizzata presso la stazione Ostiense, Vi sono spazi di accoglienza sempre maggiori dove i ragazzi e i giovani possono ritrovarsi, come ad esempio il giardino della parrocchia, dove molti volontari prestano il servizio di sorveglianza per i più piccoli. E’ prevista a breve l’inaugurazione di un campo di calcetto quale spazio aggiuntivo per i ragazzi”.
“Un punto di forza della parrocchia”, conclude don Concetto, “è il dialogo tra il centro parrocchiale e le famiglie attraverso le visite presso di loro da parte di sacerdoti e i Focolari del Vangelo che sono nati presso le famiglie per la riflessione e l’attenzione a chi è nel bisogno.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Un racconto natalizio della scrittrice Maria Jatosti

Un racconto natalizio della scrittrice Maria JatostiMaria Iatosti

 

Anche quest’anno, come per i precedenti Natale, la scrittrice e poeta Maria Jatosti, nostra concittadina per tutti gli anni della sua giovinezza, ha accolto il nostro invito di dedicare ai piccoli lettori di Cara Garbatella un racconto scritto appositamente per loro. Il ricordo del quartiere ha ispirato molti dei suoi scritti, a partire dal primo romanzo, “Il confinato”, dedicato al padre, maestro elementare, spedito al confino per il suo antifascismo.
A breve uscirà un nuovo romanzo, che andrà ad aggiungersi alla sua già ampia produzione: “Tutto d’un fiato”, “Matrioska”, un libro di filastrocche per bambini, testi teatrali e molte raccolte di poesie. Apprezzata traduttrice di opere straniere, è molto impegnata nell’organizzazione di manifestazioni culturali. (C.B.)

Giovannino e il sogno di Natale

– Sveglia, Giovannino. È tardi.  Lei era già pronta per andare al lavoro e quel figliolo lì non voleva saperne di alzarsi dal letto. E poi, lavarsi, vestirsi, fare colazione, aiutarla a mettere un po’ di ordine nella stanza… Aveva voglia a predicare lei: Diglielo anche tu a tuo figlio di imparare a essere più ordinato, guarda che disastro…
– Giovannino, Giovannino, fai il bravo, aiuta la mamma, – mugugnava il padre senza alzare gli occhi dal piatto, con quella voce stanca e un po’ arrochita dalla bronchite cronica.
– Allora che cos’hai stamattina? Non starai mica male? Fammi sentire.
Al contatto gelido della mano Giovannino ebbe un brivido.Maria Iatosti
– Macché, macché, sei fresco come una rosa. La tua malattia è la pigrizia. Su, sbrigati. C’è il latte caldo sul tavolo. Io devo andare. Giovannino trasse un profondo respiro. Che aveva la mamma da agitarsi tanto, da muovere il freddo attorno a sé? pensò vagamente. Per lui era notte e si stava così bene al calduccio, con le ginocchia fino al mento, la testa sepolta sotto il piumone nuovo nuovo che odorava ancora di negozio. Farfugliò qualcosa, si girò sull’altro fianco e ripiombò nell’ovatta nera del sonno. Lassù, nel grande spazio c’era il suo sogno, oscillava come un aquilone al vento di primavera. Giovannino doveva solo tendere la mano, riprendere il filo, avvolgerne il capo al dito, una due volte perché non gli sfuggisse, non si perdesse fra le nuvole.
Ecco, ce l’aveva, ben saldo. Giovannino esitò un attimo ascoltando il silenzio, poi si mise a correre. La strada era lunga lunga: non si vedeva la fine, ma lui sapeva che al fondo c’erano qualcuno ad aspettarlo. Non sapeva chi. Lo chiamavano, lo incitavano, Giovannino Giovannino, ma la strada si allungava davanti ai suoi piedi leggeri e lui correva. Doveva raggiungere quelle voci, trovare la radura, il grande prato verde con il grande albero al centro fitto di foglie da dove si levava il canto stridulo e acuto di mille uccelli colorati venuti da tanto lontano. Indicandogli la cima alta e buia il suo babbo gli aveva spiegato un giorno che quella specie estranea aveva fatto un viaggio lunghissimo e estenuante affrontando fatica e pericoli d’ogni sorta per arrivare fino alla loro città e annidarsi negli alberi più alti della villa. Molti non ce l’avevano fatta: o erano tornati indietro o erano morti per via. I superstiti se ne stavano tutti ammucchiati insieme e quando vedevano che in giro c’erano più bambini e più vecchi e tante mamme coi bebè, per farsi sentire cominciavano a gracchiare e sbattere le ali contro i rami, da creare un gran concerto insieme al fruscio delle foglie. Quel canto per Giovannino aveva odore di zucchero filato, aveva il ritmo dei racconti del babbo e il calore della sua mano. Il babbo di Giovannino aveva le mani morbide e lisce, senza bisogno della crema che la mamma si metteva qualche volta dopo aver lavato i piatti. Perché il babbo, prima di essere licenziato, aveva sempre fatto un lavoro di quelli dove stai seduto e non ti vengono i calli e non ti sporchi, non come lo zio Francesco che quando staccava e veniva dritto dritto a trovarli e lo prendeva in braccio, puzzava di sudore e di unto.
Giovannino stringeva il filo del suo sogno e correva. Volava. Gli piaceva pensare di avere le ali ai piedi come certe figure che erano sul libro di storie mitologiche che il babbo gli leggeva prima di dormire. Spingeva lo sguardo, ma i suoi occhi non vedevano la fine della corsa. Gli altri, giù nella valle, continuavano a intonare il suo nome: Giovannino! Giovannino! come una canzone. L’eco di quei richiami gli turbinava nelle orecchie insieme al sibilo leggero del vento. Corri, corri, Giovannino, corri, cantava l’eco. E lui correva senza peso, senza affanno. Non importava quando, ma sarebbe arrivato, lo sapeva. Non c’era Fretta. Nel sogno non c’è il Tempo: Tardi. Presto. Domani. Sabato. Lunedì. Presente. Passato. Futuro. Sempre. Mai… Parole, suoni
forse esistenti in qualche luogo, qualche dimensione, e forse no.
Giovannino non poteva spiegarsi di dove venisse quella sottile sensazione, come di qualcosa o qualcuno che gli vellicasse i ricordi in cerca di un’immagine, un concetto distinto come una figura geometrica: un triangolo, un cerchio, un trapezio. Trapezio… Una figura luccicante di lustrini che si lancia nello spazio con le mani tese a incontrare nel vuoto altre mani, una piroetta, un salto, il cuore in gola, il respiro trattenuto, poi il boato della folla, il rombo dei piedi battuti sul legno della gradinata.
Giovannino che vola con le ali alle caviglie, ed ecco, nella testa affiorare un ricordo: le dita appiccicose di gelato, il duro della panca sotto il sedere, la calca che stringe, che urla, che ride, le capriole dei clown, le luci, la musica, l’odore di segatura e di letame… e poi subito un altro: l’albero illuminato coi regali attorno da scartare, la letterina sotto il tovagliolo.
La lunga notte dell’attesa… Giovannino! Giovannino! E a un tratto eccolo il grande prato. Grande e smagliante di colori. Fiori, pensa Giovannino con gli occhi immensi di stupore. Di questa stagione.
Con la pioggia e la neve e la tramontana e il terremoto… Non fiori, Giovannino, guarda, guarda. Bambini sono, bambini come te. È un vecchio che ha parlato. Accovacciato sotto il grande albero dei pappagalli venuti da lontano tiene sulle ginocchia uno strumento e lo fa andare girando una manovella. Il suono è stridulo, gracchiante, si confonde con quello degli uccelli nascosti nel fogliame. I bambini circondano Giovannino, festosi e colorati come una ghirlanda: neri gialli rossi azzurri verdi. Lo prendono per mano e girano girano attorno all’albero, attorno al vecchio che suona con la testa china sullo strumento, senza volto.
Giovannino ha perduto l’aquilone: s’è impigliato lassù tra i rami e poi, con uno strappo, è volato più in alto. Sembra una nuvola che si sfiocca e si  allunga all’orizzonte. Giovannino è felice. Gira gira girotondo…
– Giovannino! Giovannino! Ancora a letto! Alzati pigrone. Guarda che anche se sei in vacanza, abbiamo tante cose da fare. Il tempo vola. Natale è vicino.
– Natale?
Natale, Natale. Vieni, aiutami, dobbiamo addobbare l’albero.
– L’albero?
– Dai Giovannino, dove hai la mente? Svegliati! Lo sai che in piazza è arrivato il Circo? Dicono che quest’anno sarà un po’ più piccolo, un po’ più povero. Mah!… Su, vestiti, andiamo a vedere.
– Il circo…
– Certo, come tutti i Natali. Di che ti meravigli? Muoviti, Giovannino… Sbrigati.
– Volo, mamma.
– Eh, Giovannino, Giovannino. Sempre con la testa fra le nuvole.Chissà a cosa pensavi.
– Sognavo, mamma, sognavo.
Natale 2010.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Orlando Lombardi quindici anni dopo

 

 

Orlando Lombardi quindici anni dopoOrlando Lombardi con Enrico Berlinguer alla Villetta

Quindici anni fa la Garbatella popolare perdeva un figlio benemerito, l’ex partigiano Orlando Lombardi. Aveva 70 anni. Originario di una famiglia operaia, fin da giovanissimo era stato lui stesso operaio all’Ottica Meccanica. L’8 settembre del ’43, all’annuncio dell’armistizio, insieme al fratello maggiore Giuseppe, scelse la strada della clandestinità. Aveva poco più che 18 anni. Svolse la sua attività nei Gap romani e nelle Marche. Alla vigilia della liberazione di Roma, occupò con altri partigiani l’ex casa del fascio di Via Passino, la Villetta, che divenne da quel giorno la sede dei comunisti del quartiere. L’impegno sociale e politico di Lombardi non venne mai meno. Licenziato dal lavoro per rappresaglia, fece parte della vigilanza del Pci e successivamente fu assunto come operaio presso la Camera dei deputati. Dirigente per moltissimi anni della sezione del Pci della Garbatella, non rivestì mai cariche istituzionali.
Nel quartiere  era particolarmente amato per le lotte sociali e civili che aveva condotto. Nel 1991, al momento dello scioglimento del Pci, non volle confluire nel Pds, ma scelse Rifondazione comunista, allora diretta da Garavini. La Villetta, oggi sede di due circoli di Sinistra Ecologia e Libertà, fu spartita tra il Pds al piano terra e al primo piano Rifondazione, la cui sezione dopo la morte di Orlando fu dedicata al suo nome. I funerali di Lombardi furono celebrati unitariamente alla Villetta, la casa del popolo che per tanti anni era stata la sede della sua instancabile attività. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La protesta degli studenti del Socrate Anche nel nostro quartiere in agitazione contro il Decreto Gelmini

 

La protesta degli studenti del Socrate

Anche nel nostro quartiere in agitazione contro il Decreto Gelmini

Il 25 novembre studenti e studentesse del Liceo classico Socrate hanno occupato l’istituto, nell’ambito della protesta contro il disegno di legge Gelmini che ha coinvolto la stragrande maggioranza delle scuole romane e italiane. In un comunicato gli studenti dichiarano di rifiutare le politiche governative rivolte a Scuola, Lavoro e Cultura.
“Siamo per la scuola pubblica accessibile a tutti – si legge nel comunicato – dove non siano solo i più ricchi e i raccomandati ad andare avanti e dove si dia libero spazio alle nostre iniziative”. Si sottolinea inoltre come il precariato diminuisca la tutela del lavoratore. “La disoccupazione giovanile è al 27% e lo studente, uscito dalla scuola superiore, non ha possibilità di lavoro davanti a sé”.
E’ nostro obbiettivo – si conclude – sensibilizzare gli studenti e l’intero quartiere perché si acuisca una maggiore coscienza della situazione attuale.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Un attacco ai consultori Reagiscono le donne

Un attacco ai consultori
Reagiscono le donne

Contro la proposta di Legge regionale dell’on.Tarzia

di Luciana Abate

Giovedì 25 ottobre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il piazzale di fianco alla sede della Regione Lazio era affollato di donne giovani, meno giovani e non più giovani, che, con vistosi ciuffi di prezzemolo su petti, giacconi, cappotti e cartelli, lanciavano un duro NO alla proposta Tarzia sui consultori familiari, percepita come vera e propria violenza istituzionale contro le donne.
Le più arrabbiate erano quelle come Elisabetta, Loreta, Wanda, Gabriella, Leandra ed altre donne della Garbatella, che si erano barricate nella sala consiliare della Circoscrizione, trascorrendovi notti insonni per ottenere la prima sede di un consultorio territoriale, dopo la legge istitutiva n. 405 del 19’75 e quella regionale n.15 del ’76.
L’on. Olimpia Tarzia, già nel 2005, aveva provato a proporre un “rilancio del ruolo dei consultori familiari” alla luce dei cambiamenti presenti nella società, ma le donne si erano coralmente sollevate con un sonoro “giù le mani dai consultori” che deve aver creato qualche turbamento allo Storace di allora, pronto a ricandidarsi per la presidenza alla Regione Lazio. Così non se ne fece nulla.
Fu il centrosinistra a vincere le elezioni di allora, con Marrazzo, e a perderle di recente come ben si sa.
Inesorabile, con il rientro alla Regione del centrodestra, arriva la nuova “Proposta di legge regionale sui consultori” n. 21 del 26 maggio 2010, con prima firmataria Olimpia Tarzia, seconda firmataria Isabella Rauti, cui seguono altre 37 firme: l’oggetto è “Riforma e riqualificazione dei consultori familiari.”
La Consulta dei Consultori familiari di Roma si riunisce ed elabora un’attenta analisi della proposta Tarzia rilevandone aspetti positivi, pochi e sempre con riserva, e punti di criticità, numerosissimi. Per esempio, vi si riconosce la famiglia come soggetto politico, ma solo “la famiglia naturale fondata sul matrimonio” escludendo tutte le altre forme di famiglie che sono ormai realtà consolidata, o che aspirano ad esserlo. La Consulta stessa, dopo le assemblee pubbliche che si sono svolte in molti luoghi della città , dà vita a un’ Assemblea permanente delle donne contro la proposta Tarzia, presso la Casa Internazionale delle Donne.
Viene lanciato un appello ed una raccolta di firme per chiedere il ritiro della proposta Tarzia e per un impegno della Giunta e del Consiglio regionale ad adoperarsi per il rafforzamento degli attuali consultori e per la piena attuazione della legge in vigore.
Donne singole e gruppi di donne del variegato mondo dell’ associazionismo aderiscono all’iniziativa e si sollevano contro la proposta Tarzia che determina la cancellazione di “un patrimonio pubblico frutto di lotte e di conquiste sociali e civili delle donne”, negandone l’autodeterminazione e la responsabilità personale; che sposta ingenti risorse economiche a favore di soggetti privati che si propongono obiettivi diversi da quelli di una struttura pubblica che si rivolge a tutte/i nel rispetto delle sensibilità singole.
In concreto si chiede che i Consultori possano continuare ad essere un punto di riferimento per le donne italiane e per le nuove cittadine provenienti dai mondi delle migrazioni: per le loro famiglie; per il sostegno alla genitorialità; per consulenze psicologiche con sostegno psicoterapeutico individuale e di coppia , ma anche rivolto alla fascia adolescenziale.
Che possano avere risorse adeguate per poterlo fare bene: risorse economiche, di personale formato, di strutture predisposte ad accogliere (1 consultorio ogni 20.000 abitanti). Che si confermi il carattere di struttura pubblica dei consultori e del loro personale, ed il carattere di laicità a garanzia del rispetto delle diversità culturali e delle diverse sensibilità. Che non venga abrogata la Legge regionale 15 del ”76.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

In ricordo di Piero Bruno

Piero Bruno

In ricordo di Piero Bruno

Il 23 novembre scorso ricorreva il 35° anniversario della morte dello studente dell’Armellini Piero Bruno, militante di Lotta Continua, ucciso dalle forze dell’ordine durante una manifestazione a sostegno della lotta del popolo angolano. Aveva 18 anni. Per ricordare quella uccisione, rimasta impunita, una corona è stata deposta in Via Passino presso la lapide a lui dedicata.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Celebrati i 10 anni di Hàgape 2000

Celebrati i 10 anni di Hàgape 2000

L’associazione di genitori e ragazzi disabili

di Eraldo Saccinto

L’Associazione Hàgape 2000 compie dieci anni. Costituitasi nel luglio del 2000, è formata da genitori e ragazzi disabili fisici e/o psichici. E’ nata dall’esigenza di offrire a giovani con diverse capacità fisiche e psichiche un punto di incontro per svolgere attività ludiche e creative, per dare a tali soggetti la possibilità di socializzare e continuare la crescita educativa-formativa, in particolar modo al termine del percorso scolastico. Associazione Hagape
L’associazione persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale e tutela dei diritti delle persone disabili ed è un punto di aggregazione anche per le famiglie, spesso isolate per il problema che vivono. I genitori con tale spirito si sono autotassati anche a favore di adozioni a distanza tramite la Comunità di Sant’ Egidio e seguono la formazione professionale di quattro portatori di handicap in Madagascar.
Le attività dell’associazione sono affidate, oltre che al presidente, Giovanni Buttaroni, ad un Comitato di gestione composto da un gruppo di soci genitori che operano a titolo gratuito nelle attività di gestione amministrativa e sovraintendono ai laboratori a loro affidati. I laboratori attualmente accolgono circa 50 ragazzi. Si avvalgono della collaborazione di maestri e operatori volontari ed hanno l’obiettivo di favorire la socializzazione attraverso la creatività, aumentando la capacità di concentrazione dei ragazzi, sviluppandone le potenzialità. Hàgape 2000 è accreditata presso il Municipio Roma XI e dispone di tre sedi operative, in Via Pullino nel “Parco dei Caduti del Mare”, in Via Macinghi Strozzi 51 presso la Media “Moscati”e un’altra in Via Salvatore Di Giacomo 13 presso la Media “Spizzichino”. La sua segreteria è aperta in Via Pullino nei pomeriggi del lunedì, martedì e venerdì dalle ore 16,30 alle ore 19 e nelle mattine del martedì e del giovedì dalle ore 10 alle ore 12; il suo recapito telefonico è 0697842671 ed il suo fax è 06 97842717. A Via Pullino si svolgono nel pomeriggio i laboratori di musica, di “Comicità è Salute” e di danza popolare. Allo scopo di favorire la socializzazione degli utenti, organizza feste di compleanno, gite, visite culturali, soggiorni estivi marini, serate teatrali e partecipazione ad eventi con esibizioni dei partecipanti ai laboratori di musica e di danza, organizza mostre di ceramica e di pittura.
Per la qualità dei suoi progetti si è saputa accreditare come punto di riferimento per la disabilità nel Municipio XI. In occasione dei suoi dieci anni di attività, presso gli spazi del Parco Caduti del Mare, in Via Pullino, ha organizzato sabato 30 ottobre un interessante convegno, “I Disabili durante Noi e dopo di Noi”, a cui hanno partecipato attivamente molti esponenti delle istituzioni e che ha avuto lo scopo di aprire il dibattito col territorio sulle iniziative che l’associazione ha realizzato per la comunità locale e la positiva ricaduta che queste hanno avuto sul benessere delle famiglie e dei ragazzi. Ha concluso il dibattito l’Assessore alle Politiche sociali del Municipio XI, Andrea Beccari, che ha sottolineato la bontà del lavoro che l’associazione ha svolto e che rappresenta un patrimonio di civiltà unico per il nostro territorio.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Dall’Oratorio dei Filippini ricordi del decano padre Guido Chiaravalli

Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Signor direttore, ho letto con vivo interesse la dotta  disquisizione del signor Recchi sulla “mazzafionda”, pubblicata nel numero di giugno di Cara Garbatella. Mi ha fatto rivivere quella stagione di quaranta anni fa quando, al termine della scuola, qualche piccolo gruppo andava a “pesca” (di ranocchie) nella marrana di Grottaperfetta, dove ora vi sono le vie di Tiberio, Giustiniano, Costantino imperatori, oppure a caccia di uccellini.
Andavano in due o tre con la fionda infilata nei calzoni posteriormente per evitare incontri non graditi (guardie ecc.).
Un buon luogo di caccia era la rupe di San Paolo sul versante di Via Giovannipoli. Ho notato il silenzio del signor Recchi sull’alternativo bersaglio in caso di insuccesso venatorio. E’ bene che un’idea del genere non si diffondi.Oratorio San Filippo Neri - Chiesoletta
Nell’impeccabile descrizione del signor Recchi si parla del bosso e del frassino, ma alla Garbatella non vi è reperibilità di tali piante. E’ opportuno invece portare attenzione sui ligustri presenti nei Lotti. La forcella si divarica simmetricamente ed è un buon legno. Sarebbe bene che qualche “tecnico” (di età almeno sessantenne) descrivesse i giochi del “picchio” e della “nizza”. Occorre rivolgersi ai nonni perché vi è alle spalle un salto generazionale. Giochi intelligenti, come le biglie, scomparsi, purtroppo sostituiti, come il gioco nelle piazze, dall’abuso dei mezzi virtuali che rubano la bella socialità di allora.
Un gioco invece ormai impossibile col traffico attuale era quello dei “carrettini” o “pattini”. Iniziava anche esso con le vacanze. Dopo una “passata” dai meccanici per rimediare due cuscinetti piccoli e uno grande, all’Oratorio che forniva gli attrezzi sembrava di essere a Maranello in una catena di montaggio. Il problema maggiore era trovare il legno adatto. Una pista di prova la offriva Via Lorenzo da Brindisi ma il meglio era Via Massaia con lo scarso traffico di allora. Una volta in Via Tosi traslocavano ed avevano smontato dei mobili riservandosi di prenderli successivamente. Sparirono alcuni pezzi. Il proprietario preoccupato della cosa venne all’Oratorio a cercarli, ma non li trovò. Era veramente inquieto. Ne parlai agli agenti del CIO (Centro investigativo Oratorio) specializzato nel recupero palloni, scarpe ed anche qualche strumento musicale. Lui aveva promesso una buona ricompensa.
“Radio scarpa” entrò in azione e si venne a sapere che li avevano presi alcuni ragazzi di Via Giovannipoli per fare una capanna sulla rupe. La mancia venne pagata.
Era il mondo dei ragazzetti (e ragazzette) di allora. Non si finirebbe di raccontarlo. Un mondo che è bello non si perda. Fine anni cinquanta. Era stato donato per la Colonia un canotto gonfiabile Pirelli. Era uno dei primi e lo avevano mandato da Milano. A turno a Torvaianica lo pagaiavano: una cosa ambita. La sera, al rientro, lo si lavava con cura e lo si appendeva ad asciugare. Una mattina era scomparso. Costernazione. Assemblea. La traccia: l’ha preso certamente un ragazzo del quartiere.
Passare la voce. Arriva una ragazzina: questa mattina due del mio Lotto sono andati al mare col trenino per il Lido con un canotto.. Piano di recupero: a turno due controlleranno i trenini in arrivo. Non accade nulla. Aspettare. La sera mentre il sottoscritto era a cena una scampanellata. I due compari erano stati pedinati sino alla Garbatella ed in un cortile erano assediati da una massa vociante. Se la squagliarono infuriati e la mattina dopo il canotto rientrò in servizio.
Padre Guido Chiaravalli

Ringraziamo padre Guido per la preziosa testimonianza che ha voluto affidare a Cara Garbatella. Cogliamo l’occasione per augurare un buon tornato a padre Guido, era stato indisposto per un periodo di tempo.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Il Punteruolo rosso, originario dall’Asia meridionale, ha colpito anche qui da noi, alla Garbatella. L’insetto, ovvero il vorace Rhynchoforus ferrugineus, è un coleottero curculionide nemico soprattutto delle palme, che divora in ogni sua parte fino ad ucciderle. Nel quartiere la palma più vistosamente colpita e uccisa è il magnifico esemplare che svettava al fianco della scalinata del Pincetto, a Piazza Benedetto Brin.
Ora è ridotta a un tronco nudo e calvo, avendo perduto completamente la sua bella e folta chioma. Alla Garbatella non sono molte le palme che ornano il verde dei giardini. Le più belle e le più numerose si possono ammirare nell’ampio parco che si trova alle spalle della Scuola dei bimbi, la Scoletta di Piazza Nicola Longobardi. Altre si trovano nel parco che circonda lo storico Casale Santambrogio, sulla collina più alta della Garbatella, alle spalle dell’Università San Pio V. Sono già attaccate dal famelico coleottero gli esemplari del Parco di Commodilla. punteruolo rosso
Così come quella che orna il piccolo giardino adiacente alla chiesoletta di sant’Eurosia. Altre piante sono sparse qua e là nei Lotti. Sono tutte palme delle canarie (Phoenix canariensis), una pianta d’alto fusto che ha avuto larga diffusione in Italia a scopo ornamentale a partire dal 1800. Ma il terribile punteruolo rosso colpisce tutte la specie di palme e talvolta anche altre piante. Si tratta di un insetto, lungo tra 19 e 45 millimetri, munito di una specie di proboscide detta rostro con la quale perfora e divora il tessuto della pianta fino ad ucciderla. Le femmine adulte a un certo punto sfarfallano e depositano circa 300 uova che hanno uno sviluppo che, in varie fasi, dura circa 82 giorni.
Quando la pianta non offre più materia di cui cibarsi perché rinsecchita l’insetto vola via a cercare altre vittime, con un raggio d’azione di circa un chilometro.
Il punteruolo rosso è stato esportato dall’Asia sud-orientale e dalla Melanesia all’interno di palme di cui non si conosceva o era stata taciuta l’infestazione, introdotte a scopo ornamentale. Ha avuto una diffusione rapidissima: nel 1980 si è manifestato negli Emirati arabi, nel 1992 aveva raggiunto l’Egitto, nel 1994 la Spagna, nel 2005 è arrivato in Italia (la prima segnalazione è di un vivaista di Pistoia che aveva importato palme a scopo ornamentale dall’Egitto). Per dare un’idea della velocità di diffusione del micidiale insetto, i botanici hanno calcolato che le palme esistenti a Roma potrebbero essere tutte attaccate e uccise entro il 2015. Purtroppo finora i metodi di disinfestazione sperimentati si sono dimostrati molto costosi e scarsamente efficienti: le speranze sono ora riposte nella lotta biologica cui si sta dedicando la ricerca. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Dedicato a Carlo Acciari il nono Premio Fantasia

Dedicato a Carlo Acciari il nono Premio FantasiaCarlo Acciari

Sarà dedicato alla memoria del pittore Carlo Acciari, recentemente scomparso, la nona edizione del tradizionale Premio Fantasia, organizzato dall’Associazione “Il tempo ritrovato”, che si concluderà il prossimo 15 febbraio con una cerimonia nel Teatro “In portico” alla Circonvallazione Ostiense. La morte dell’artista, molto noto nel quartiere, aveva provocato una vasta generale emozione. Dalla Associazione è stata avanzata la proposta di intitolare a Carlo Acciari la scalinata che sovrasta la fontana di Carlotta (già dedicata al missionario del XVII secolo Angelo Orsucci) da lui tante volte dipinta, come nel bel quadro che fa da sfondo alla sala consiliare del nostro Municipio. Una proposta questa alla quale aderisce volentieri Cara Garbatella.
Quest’anno il Premio Fantasia è particolarmente dedicato al mondo dell’infanzia e all’adolescenza. I vincitori: Federica Crocetti, studentessa, autrice di un video sulla Garbatella; Laura Monaco, autrice del libro “Finestre sulla Garbatella”; Maurizio Francisci, professore di sostegno alla “Alessandro Severi”; Marina Tiberi, della elementare “Alonzi”; Pierangela Di Bella, Michela Vitulano e Clelia Porchetti, maestre della “Malaspina”; Cristina Mussa, dirigente scolastica; Ivana Emiliani, maestra di “La Coccinella”; Claudia Della Valle, coordinatrice della “Scoletta”; La compagnia degli attori “I Masnadieri”; Barbara Tupini, presidente dell’Assoc.Sportello Famiglia; Dante Pica, novantenne artigiano inventore di un presepe meccanico; Domenico Sacco, poeta e scrittore; Marco Olivieri, dirigente delle elementari “Battisti” e “Alonzi”; Maria Rita Parsi, psicoterapeuta dell’infanzia; L’antico Bar dei romanisti di Via Fincati; Anna Maria Felici Paoloni, catechista di Santa Galla.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Una medaglia d’oro alla polisportiva Yubikai

Una medaglia d’oro alla polisportiva Yubikai

Intervista a Massimo Lucidi, maestro di arti marziali e gestore della palestra Yubikai

di Ottavio Ono

La storica palestra di arti marziali della Garbatella, che vanta una presenza ultra trentennale nel nostro quartiere, gestita già da molti anni da Massimo Lucidi, ha ospitato Pino Maddaloni campione olimpico di Judo alle olimpiadi di Sydney del 2006. E’ un caso?
Pino è uno dei nostri ragazzi, un atleta che ha avuto e ci ha dato l’opportunità di crescere sotto l’aspetto sportivo agonistico ad alti livelli. Noi abbiamo offerto il nostro supporto nel periodo in cui lui si preparava per le Olimpiadi, dove ha conquistato la medaglia d’oro. Oggi Pino allena un gruppo di giovani agonisti ed in questo clima di scambio è stata inserita anche un’altra società, l’ Akiyama di Settimo Torinese. Con Pierangelo Tognolo e Pino Maddaloni ci siamo incontrati sulla stessa traiettoria educativa, quella di coltivare la crescita e la formazione educativa dei giovani, attraverso lo sport, che è forza ed energia. Abbiamo sempre cercato di migliorare la nostra condizione atletica e anche quella degli altri.Pino Maddaloni
Magari un/a ragazzo/a viene qui e sogna di diventare una velina o di apparire in televisione. Cosa diresti?
Direi che ognuno di noi ha un sogno nel cassetto, vuole diventare velina o vuole diventare un personaggio di “Amici”. Bene, non lo bocciamo, ma c’è da lavorare. Ed è fondamentale ricordare che campioni si nasce, forti atleti si diventa: un percorso è sempre legato all’impegno, alla costanza. C’è chi nasce geneticamente fortunato e chi invece si deve costruire, chiaramente essendo molto umili e lavorando tanto. Senza questa consapevolezza penso che non ci siano cose che si possano raggiungere, in tutti i campi, dal lavoro allo sport.
Leggo su “Visto” di novembre che hai rilasciato un intervista molto bella, diverse pagine, molte fotografie a colori, dal titolo “Alla Garbatella sono più famoso dei Cesaroni”. Ce la puoi riassumere?
Un settimanale nazionale si è occupato di noi e la giornalista Mirella Dosi ha catturato gli elementi più legati allo sport, all’agonismo e alle attività giovani, ma ha anche verificato che questa è una polisportiva multietnica e colorata, ragazzi iraniani, etiopi, cubani, thailandesi, cine, dove si costruisce anche integrazione-Garbatella non è solo i Cesaroni, è un quartiere importante con una grossa storia, noi ne siamo una piccola parte. Iniziando da mio padre, mio fratello e ora da me ci siamo mossi con intenti unici e molto semplici: creare una sorta di isola felice dove anche i sogni servono a mettere i piedi per terra, per assaporare la vera realtà della vita fatta di fatica, di impegno.
Che cosa insegna il Tatami e che cosa lascia, a parte il frastuono dei colpi?
Il Tatami è una piattaforma particolare. Entri in un altro universo, in un’altra atmosfera; le regole danno un forte tono alla concentrazione necessaria a sostenere sensazioni forti violente faticose e con una grossa soddisfazione ti accorgi che hai passato un’ora ad imparare e ad affrontare cose nuove, insieme agli altri.
Diresti ai bambini di frequentare questo mondo e soprattutto il tuo che mi sembra di capire sia un mondo un po’ a parte…?
I bambini devono essere interessati con la curiosità dei bambini e devono partecipare a questo gioco, che è il Judo che è il Karaté, con un sistema divertente. Quindi noi facciamo giocare i nostri bambini con l’idea di farli crescere da atleti, ma rispettando sempre quello che il bambino ama più di tutto, il divertimento, il
gioco. Giocare per imparare, combattendo. Questo sicuramente funziona, tant’è che i bambini qui alla YubiKai sono tanti.
I tuoi progetti e il tuo futuro? Siamo un gruppo di persone che si impegnano e quando serve una mano ci siamo. E anche se una giornata sia di 24 ore, noi cerchiamo di farla diventare di 25, se serve. Lavoriamo con tanta umiltà e forza: lo staff di Yubikai è così e anche i politici sanno che cosa rappresentiamo, per questo ci sono stati molto vicini. Forse è il momento di fare un piccolo sforzo, per aiutarci a realizzare il nostro sogno, dare uno spazio a tutti moltiplicato per cinque.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Riapre “Il Tucano” il pub della birra

Riapre “Il Tucano” il pub della birra

di Guido Barbato

Siamo felici di annunciare che ha riaperto la birreria forse più antica del nostro quartiere. E’ un luogo per il quale hanno transitato generazioni di adolescenti.
Per tutti gli anni ’80 e ’90 è stato un punto di aggregazione importante per quei giovani che amavano la birra e l’atmosfera rilassata e informale tipica dei pub. Negli anni si era trasformata in sala da tè e poi circa tre anni fa aveva chiuso.
Ad ottobre 2009 tre ragazzi hanno deciso di riaprirla riportandola al vecchio stile: tipica birreria per il dopocena, ma con la possibilità anche di mangiare taglieri di affettati e formaggi, panini e dolci. I coniugi Francesca e Adriano, insieme all’amica di sempre Vanessa, hanno deciso di tornare alle origini. Avendo vissuto in Costarica hanno trovato appropriato anche mantenere il nome originale, loro che, innamorati del Sud America, hanno a lungo vissuto a contatto con i tucani veri. Adriano, che di mestiere fa il ristrutturatore, ha in prima persona rinnovato il locale, privilegiando colori ed elementi di arredo ispirati alla natura latino-americana. Oggi offrono birre alla spina chiara, rossa e doppio malto, un vasto assortimento di birre in bottiglia, comprese alcune italiane artigianali, vini, superalcolici e cocktail in particolare. Francesca infatti è specializzata nel settore, avendo lavorato per anni nei locali estivi sulle spiagge romane. In estate, sempre in omaggio al Sud America, progettano di servire anche frullati di frutta esotica. Non mancano comunque, nel rispetto della clientela degli ultimi anni, anche tè, tisane e cioccolate calde. Trasmettono musica su un grande televisore e offrono un ampio assortimento di giochi da tavolo.
Prossimamente offriranno con regolarità anche musica dal vivo. Il pub si trova in via Roberto DeNobili 3b, subito dopo piazza Giovanni da Triora e l’ormai  eleberrimo
Roma club noto a tutti come “bar dei Cesaroni”. E’ aperto dal martedì al sabato dalle 17,30 all’una di notte.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

“Quelle foto sbagliate”

“Quelle foto sbagliate”

Oltre che dal “Messaggero” e da “La Tribuna” del 19 febbraio 1920, l’avvenimento della fondazione della “Borgata Giardino Concordia” sui Colli di San Paolo in località Garbatella fu riportato da “Il Popolo romano”, da “Il Piccolo Giornale d’Italia” e con un ampio servizio corredato da fotografie dalla “Illustrazione Italiana” del 7 marzo 1920 e dalla rivista di Paolo Orlando “Roma Marittima” del 29 febbraio. Una delle due foto erroneamente attribuite alla fondazione della Garbatella . In realtà si tratta di altra cerimonia avvenuta nello stesso 1920
Le uniche immagini del giorno della fondazione sono dunque quelle riportate da queste pubblicazioni dell’epoca e quelle conservate, per testimoniare la presenza del Re, dall’archivio fotografico dell’Istituto Luce.
Purtroppo in precedenti lavori editoriali, in articoli di quotidiani e pagine web sono state abbinate alla fondazione della Garbatella due belle immagini che rappresentano il Re Vittorio Emanuele III, in compagnia di vari notabili, su un palco mentre si cala una prima pietra. Ma queste foto non hanno nulla a che vedere con l’avvenimento del 18 febbraio in località Garbatella. Probabilmente chi le ha trovate è stato tratto in inganno dall’anno, il 1920, dal Re e dalla cerimonia.
Gli ingredienti essenziali c’erano tutti. Ma ciò non basta. Infatti le due foto in questione si riferiscono ad altri episodi simili. Una rappresenta la posa della prima pietra per le case degli impiegati del Ministero dell’Interno tra Via San Quintino e Via Statilia l’11 luglio 1920, l’altra l’inaugurazione delle case degli impiegati dello Stato a Villa Lancellotti su Via Salaria il mese dopo e precisamente l’8 agosto (in entrambe le foto le persone ritratte indossano abiti estivi).
Tutto ciò è verificabile dalla consultazione dell’archivio dell’Istituto Luce (Fondo Pastorel) e dall’incrocio con gli articoli pubblicati sul “Messaggero” dell’epoca (1).
Inoltre nelle foto “sbagliate”,ad ulteriore prova della loro non autenticità, non compaiono accanto al Re i personaggi che lo accompagnavano quel 18 febbraio 1920, in primo luogo Paolo Orlando, presidente dell’Ente per lo sviluppo marittimo e industriale di Roma, e il presidente dell’Istituto Case Popolari di Roma, il commendator Magaldi. (G.R.)

(1) Vedi pag. 4 del “Messaggero” dell’ 11 luglio 1920: ” Oggi alle 15 con l’intervento del Re avrà luogo la posa della prima pietra delle costruzioni edilizie della Cooperativa fra impiegati al Ministero degli Interni nel cantiere posto tra Via San Quintino e Via Statilia”. Le foto che testimonia l’avvenimento sono i codici FP02FP00000126-130 dell’archivio Istituto Luce Fondo Pastorel. E ancora. “Messaggero” dell’8 agosto 1920: articolo dal titolo “Le case degli impiegati a Villa Lancellotti, la posa della prima pietra”. “Ieri alle ore 11, nella già Villa Lancellotti sulla Via Salaria, a duecento metri dal Viale della Regina, Re Vittorio Emanuele posava la prima pietra delle case della Cooperativa degli impiegati dello Stato”.
La foto interessata è il codice FP02FP00000145 del Fondo Pastorel.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Uno sfregio alla fontana di Carlotta

Uno sfregio alla fontana di Carlotta

E’ stata trafugata da ignoti vandali la palina posta vicino alla fontana di Carlotta in Piazza Ricoldo da Montecroce, illustrante la storia di quell’angolo caratteristico del nostro quartiere. L’atto vandalico si associa ad azioni simili con cui scritte senza senso hanno deturpato tutte le altre paline turistiche che erano state poste in vari angoli del quartiere, rendendole illeggibili.
Si è fatto interprete dello sdegno generale l’Associazione “Il tempo ritrovato” che ricorda come quell’angolo della Garbatella abbia subìto altri oltraggi in un recente
passato: la bruciatura delle panchine, l’imbrattamento di un eucaliptus e dello stesso volto della storica fontana.L’Associazione denuncia l’irresponsabile azione di chi non ama il quartiere, rivolgendosi al Sindaco, al Presidente del Municipio, all’Assessore alla cultura e ai Carabinieri, per la salvaguardia dei beni culturali.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Quest’anno, per Natale, vogliamo offrire ai nostri piccoli lettori un breve racconto, tratto da una delle “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci, quelle indirizzate ai suoi due piccoli figli, Delio e Giuliano, con i quali dalla prigione comunicava epistolarmente tramite sua cognata, Tania. Gramsci, nato alla fine dell’800 in un paesino della Sardegna, era stato arrestato nel 1926 benché avrebbe dovuto godere dell’immunità parlamentare essendo stato eletto deputato nel 1924.
Fu condannato definitivamente nel 1928 dal Tribunale speciale fascista per le sue idee, perché, come l’accusa ebbe a dire nella sua requisitoria, “bisogna impedire a questo cervello di pensare per vent’anni”. Il processo si svolse contro 22 comunisti tra i quali Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea costituente della nostra Repubblica. Gramsci fu condannato per attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Non ci fu bisogno che trascorresse un così lungo tempo per neutralizzarne l’azione, perché Gramsci, consumato dal carcere, morì nel 1937. Tra i fondatori e poi segretario del Partito comunista, egli fu politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario: i suoi scritti sono considerati tra i più originali della tradizione filosofica marxista. Non conobbe mai il suo secondo figlio, Giuliano. A lui e al primogenito Delio dedicò dal carcere numerosi brevi apologhi, storielle e favole, nei quali spesso sono protagonisti gli animali, che Gramsci amava molto. Tra questi racconti abbiamo scelto la storia dei suoi due passerotti, raccolti perché caduti dal nido: per un certo periodo gli fecero compagnia nella cella del carcere. (C.B.)

Due passerotti nel carcere amici di Antonio Gramsci

Carissima Tania, ti racconterò la storia dei miei passerotti.
Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (blatta o un millepiedi).
Il primo passerotto era molto più simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa.

Il primo divenne subito padrone della cella. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporare la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo: e per ciò una volta cadde in un recipiente pieno di rifiuti della caffettiera e fu lì lì per affogare. Ciò che mi piaceva di questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso era che la sua relativa familiarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiare danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose.
Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò più, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. E’ morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi morì di colpo.
L’attuale passero, invece, è di una domesticità nauseante; vuole essere imbeccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei pantaloni; se avesse le ali intere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi, oltre al fatto che il mangiare sempre pane molle deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate.
Questa la storia dei miei passerini.
Ti abbraccio teneramente.

Antonio

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Scampata dalla shoah

Enrica Zarfati, 86 anni, numero di matricola A8506 del campo di Auschwitz

Scampata dalla shoah

Abitante storica della Garbatella, qui è tornata dopo il calvario del lager. Alla vigilia della liberazione di Roma fu presa per una delazione perché ebrea. Aveva 19  anni. Per 60 anni ha lavorato presso il nostro mercato rionale. “I tedeschi e i fascisti quanto erano cattivi!”

di Carolina Zincone

Io e Giancarlo eravamo un po’ emozionati. Lui la signora Enrica Zarfati – sopravvissuta ad Auschwitz ed abitante storica della Garbatella – l’aveva già incontrata e ci teneva a rivederla; io ne avevo sentito parlare e mi domandavo se sarei stata in grado di sollecitare un racconto di cui far tesoro senza riaprire vecchie ferite.
Le ferite sono interessanti, inutile nascondercelo. Ancor più interessanti se ci parlano di una storia terribile che vogliamo ascoltare perché fa paura, perché sembra impossibile, perché non vogliamo che si ripeta e perché in questo modo possiamo dire a chi è stato ferito quanto ci addolora che sia andata così. La scommessa, allora, consiste nel mostrarci curiosi, sì, ma anche rispettosi e, per questo, sinceramente vicini. Enrica Zarfati
Ogni persona, a modo suo, contribuisce a fare la Storia. C’è però qualcuno che la Storia l’ha subita più di altri e la cui memoria ci è particolarmente preziosa, al punto di volerla far nostra. La memoria di un singolo si trasforma così in memoria collettiva, in memoria di un popolo. E’ questo il caso di Enrica Zarfati e dei suoi ricordi che – lo si vede da subito – la signora non vede l’ora di condividere con noi.

 

Enrica ci aspettava a casa, in compagnia della sua cara e affezionata badante di origini ucraine. Una bella coppia, sembrerebbe, l’una fiera dell’altra. Tra di loro si chiamano Enrica e Irina ed entrambe hanno ricevuto – rispettivamente nel 2004 e nel 2005 – il “Premio Fantasia” della Garbatella, strumento di tutela della cultura popolare del quartiere, assegnato ogni anno a persone garbate e belle. Mentre chiacchieriamo, Irina interviene con conferme e precisazioni. I racconti di Enrica deve averli sentiti tante volte, sa che è diventata un personaggio quasi famoso, ricorda le interviste, i libri, i documentari fatti sulla base delle sue storie. E poi tutti i giorni, in salotto, si imbatte nella foto dell’ex sindaco Veltroni sorpreso in compagnia della signora Zarfati.
Ma anche Irina ha una storia. “Lei pure ha sofferto”, dice Enrica con complicità: “Quando scappavi, eh?”. Ci piacerebbe chiedere perché e dove scappasse Irina, ma la nostra visita al lotto 31, dove la Zarfati viveva e vive tuttora, suggerisce altre strade, che la nostra ospite ha quasi fretta di ripercorrere con noi: “Son passati tanti anni ma ricordo tutto come fosse il primo giorno!”. Ci dice che la cognata sta scrivendo un romanzo sulla sua storia “ma io non ho il coraggio di raccontare tutto”. In realtà il coraggio ce l’ha, eccome.
Non faccio in tempo a cambiare argomento per formulare una domanda che ci avvicini un po’ a quel 1944 di dolore, che Enrica aggiunge: “Il 16 ottobre ci fu il rastrellamento grande, al ghetto. Io no, io fui presa 7 mesi dopo. Ci hanno portato ad Auschwitz, che squallore!”. E così ci ricorda il motivo della nostra visita: Enrica Zarfati, abitante della Garbatella dall’età di anni 3, il 9 maggio del 1944, all’età di anni 21, fu presa e deportata ad Auschwitz, nella Polonia occupata, perché ebrea. “Che squallore!”, ripete, ed è curioso come sia il senso di squallore a riaffiorare per primo, più forte di tutti gli altri.Enrica Zarfati
Subito dopo, però, arriva l’impotenza, la sensazione di essere stata gabbata dal destino, la frustrazione di non essersela cavata solo per poco: “La mia è stata l’ultima partenza, vi rendete conto? Per un pelo m’hanno presa! Quando hanno liberato Roma, il 4 giugno, io ero ancora in viaggio per il Nord. Siamo stati 40 giorni fermi a Modena e lì è arrivata la notizia della liberazione, da mangiarsi le mani!!”.
Più che in viaggio, Enrica Zarfati era in tappa forzata: si trovava nel Campo poliziesco e di transito situato in località Fossoli, a circa sei chilometri da Carpi, da cui nel corso del 1944 transitarono 5.000 prigionieri politici e “razziali” che avevano come destinazione finale i campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald e Flossenburg. In sette mesi di attività del campo partirono 8 convogli ferroviari, 5 dei quali destinati ad Auschwitz. In uno dei convogli per Auschwitz avrebbe viaggiato Enrica Zarfati.
Dal 16 ottobre del 1943 la sua vita era cambiata, viveva nascosta, insieme al resto della famiglia: Enrica, che era la più grande, aveva tre sorelle e tre fratelli. A casa non ci si poteva più stare, così dapprima si erano sistemati insieme ai Pavoncello in una “grotta” della Circonvallazione  Ostiense, poi, con l’aiuto di altri vicini, si erano trasferiti in una fontana del lotto dove c’era una stanzetta segreta che le due famiglie avevano organizzato come un appartamento.
Ci vivevano stretti stretti in 16 – “a papà lo mozzicò pure un topo”, ricorda Enrica che di suo padre ha un ricordo davvero tenero e quasi protettivo – ma in questo modo tutte le volte che le guardie mandate dagli inquilini spioni erano andate a cercarli alla fontana non li avevano trovati.
Il 9 maggio, però, Enrica era sbucata dalla tana al momento sbagliato, per andare a recuperare una pagnotta tedesca comprata la sera avanti: “Chissà che sembrava questa pagnotta a quei tempi e con quella fame!
E’ così che m’hanno presa, dopo 7 mesi che scappavamo! Erano le 6 di mattina e noi lì ad implorare in ginocchio il maresciallo della pubblica sicurezza, a baciargli i piedi, a umiliarci: lasciateci, non c’ha visto nessuno!”. Lui, però, che non avrà avuto neanche 20 anni, evidentemente sapeva di essere stato visto, forse perché doveva essere tenuto d’occhio da chi l’aveva mandato lì. Per questo, mentre aspettava il comandante, era stato inesorabile: “Ormai non posso più lasciarvi”. Enrica racconta e commenta, commenta e racconta: “Boni so’ stati, eh?” “So’ stati angioletti! Quanto erano cattivi i fascisti, mamma mia! Je dispiace a lei che erano cattivi i fascisti?”.
E ancora, incredibilmente: “A me è dispiaciuto che dopo hanno perso il posto, ma dopo quello che era successo, come perdonarli?”. Enrica Zarfati
Alla domanda se nel quartiere qualcuno avesse cercato di proteggerli, la signora Enrica risponde istintivamente con un “Macché!!!!”, ma poi si corregge: “Chi sì e chi no”. Giancarlo ci rammenta che per aver nascosto gli ebrei sotto la chiesoletta don Alfredo Melani è stato riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”, termine utilizzato per indicare i nonebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita, per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista.
Enrica lo sa, ricorda che in quel periodo i suoi fratelli passavano dal rifugio al Bar Lunik (quello della “nanetta”), dove il proprietario, Socrate, li proteggeva dando loro da mangiare. “Ma 7 mesi sono lunghi!”, aggiunge Enrica, quasi a dire che prima o poi qualcosa a qualcuno doveva succedere. E successe a lei.
Non si fermavano nemmeno di fronte ai bambini “i fascistacci che facevano la spia a rotta di collo”. Che poi magari non erano neanche fascisti, ma 5000 lire per ogni ebreo denunciato facevano gola a tutti e 16 in un colpo solo sarebbero stati un bel bottino. Quel giorno che “c’hanno preso come bestie a me e a una signora qua davanti, una di quei Pavoncello, porella, che aveva 50 e passa anni…A quella l’hanno bruciata subito, a quelli deboli, che stavano un po’giù, li facevano fuori presto … vedevi quelle fiamme, sentivi quella puzza…che si doveva vedere, nella civiltà!”.
Restiamo a bocca aperta: la Zarfati ci parla di gente “bruciata” (usa molto questa espressione che fa davvero spavento), dà per scontato che sappiamo perfettamente di cosa stia parlando e butta lì un commento sulla nostra civiltà.
Ricorda che all’epoca era una bambina, una bambina di 22 anni ebrea per caso: “eravamo ebrei perché c’avevano fatto così, ma sennò … non eravamo proprio attaccati alla religione… Eravamo ebrei per modo di dire, non frequentavamo spesso la sinagoga. Sia papà che mamma erano ebrei, ma lasciavano correre.”
Prima di trasferirsi alla Garbatella la famiglia viveva a Monte Savello, al ghetto, “ma Mussolini voleva liberare il Portico d’Ottavia – ricorda Enrica – e avevano fatto ‘sta zona. Non c’era niente qui, sa?
Ci abbiamo  trovato i contadini che coltivavano la terra sotto casa”. Non c’era una comunità ebraica ma c’era qualche ebreo nei paraggi. Il papà era commesso ai magazzini, poi il magazzino è fallito ed è rimasto senza lavoro: “Eh…era una tristezza, porello, si dava da fare per qualsiasi cosa ma era piccoletto…invece lei è alto! – dice la signora rivolgendosi a Giancarlo.
Era buono papà”. E poi ammette, con l’ironia che ormai sappiamo riconoscere: “Purtroppo abbiamo fatto proprio una gran bella vita …. che momenti che abbiamo passato! La fame. E adesso che potevamo stare bene sono tutti morti, ha capito?”. Adesso. Adesso sono trascorsi tanti anni, Enrica ne ha 86. Cos’è successo nel frattempo? Cos’è che rimpiange di più?
Rimpiange il fatto di aver avuto un’infanzia amara, soprattutto per i genitori. Rimpiange il fatto di aver dovuto smettere di studiare per lavorare e dare una mano a casa. Era stata una delle prime ad entrare nella scuola Michele Bianchi (ora Cesare Battisti) quando l’avevano aperta e ricorda con una punta d’orgoglio che al primo avviamento – l’avviamento al lavoro era la scuola media dove si forgiavano le nuove leve del lavoro nazionale – era la più brava. Ma quando hanno formato la scuola ebraica tutti i fratelli avevano preso ad andare lì, in tram, perché il pasto era garantito. Dopodiché aveva dovuto abbandonare gli studi del tutto. Quando aveva accampato la scusa che non poteva più frequentare la scuola perché non aveva le scarpe per arrivarci, le maestre avevano insistito perché lei restasse e le avevano portato a casa scarpe e calzini.
Ma ormai la decisione era presa. Non aveva ancora 11 anni quando si mise a lavorare a macchina da una signora lì vicino: “Me dava ‘na cretinata”. Però è stata sia “piccola italiana” che “giovane italiana” e oggi sorride un po’ vergognosa confessando che per quei ruoli si sentiva un po’ “piccoletta” di statura (anche se aveva una sorella ancora più piccina).
Riferendosi al fascismo e a quei costumi, ci dice che “là tutti dovevano essere di quell’idea, compresi gli ebrei. Ma era una cosa civile, normale, come adesso”. I guai li causa Hitler, quando obbliga Mussolini (a questo punto “maledetto”) a fare  quello che ha fatto. Ma ecco che la signora Enrica si interrompe di nuovo e chiede a Giancarlo: “Gli voleva bene lei a Mussolini?”. “No, perché – continua – da principio era bravo, faceva tutte le cose per bene, ma quando ha cominciato a conoscere i tedeschi…s’è guastato, s’è venduto!
E allora “peggio per lui”, sentenzia Enrica, “ha fatto una brutta fine: prima l’hanno ammazzato, poi l’hanno messo a testa in giù, e pure Claretta, eh? L’amica insomma…ce n’aveva di donne, eh?”. Dette così, le cose tremende e tristemente note su cui Enrica divaga sembrano confidenze vicine al pettegolezzo.
Diverso il ricordo del bombardamento del 7 marzo 44. L’infanzia era finita, le leggi razziali in pieno vigore e il nemico alle porte. Quale nemico?
Più di un nemico. “Quel giorno”, ricorda Enrica, “io pigliai per mano mio fratello che aveva 6 anni e mia sorella che ne aveva 8 e andammo a vedere l’Albergo Bianco, la gente che era morta…invece di prendere la Stazione Ostiense gli americani avevano preso l’Albergo”. Fuoco amico, c’era anche allora. Bombardamenti chirurgici riusciti male. Non come le mitragliate dei tedeschi, che invece erano ben mirate e colpivano anche i bambini.
Lei, ancora ragazzina, il 9 maggio era finita a Regina Coeli, dove rimase una settimana finchè non “ci impacchettarono per spedirci tutti nel campo di concentramento”. A Fossoli, a quanto pare, si stava meglio che ad Auschwitz. Enrica ricorda che siccome avevano preso anche “un sacco di ricconi ebrei”, lei si era potuta industriare e, “lavando i panni dei signoroni” rimediava sempre qualcosa da mangiare. Questo nei 45 giorni in cui restò lì in attesa che si formasse un convoglio di 800 persone.
Dopodiché quel viaggio allucinante di “9/12 giorni…come bestie nei vagoni del treno, che ci facevamo tutto addosso ed eravamo pieni di insetti nei capelli”. Per non parlare dell’arrivo ad Auschwitz: “Un dramma”. Fu allora che, in fila per 5, i vecchi cominciarono ad essere divisi dai giovani, le mogli dai mariti, i figli dai genitori, Enrica dalla signora Pavoncello, che teneva a braccetto, come facevano le altre ragazze con le loro mamme. Non l’avrebbe più rivista, come non avrebbero più visto i loro cari molti di coloro che all’inizio chiedevano ancora disperatamente dove fossero finiti.

Enrica Zarfati

Come gli altri – tutto come gli altri – Enrica fu rapata a zero, svestita e rivestita da carcerata. E poi le venne fatto il tatuaggio: “Ecco, questo era il numero mio, A-8506. Ci chiamavano per numero, in tedesco, e se non ce l’imparavamo erano botte, botte e ancora botte”. Anche gli altri ricordi assomigliano a tutti gli altri ricordi degli ebrei sopravvissuti ai campi: la marescialla tedesca che gliene diede tante, “ma tante tante”, perché aveva rubato due bucce di patate per sfamarsi: “Avevamo sempre la cazzarola legata a un fianco, ma ci spettava una zuppa al giorno che certo non bastava”. Quei lavori forzati, “lì a picconare e tagliare rametti, che neanche loro sapevano quello che ci facevano fare”; la paura di morire da un momento all’altro, “come quella volta che in venti fummo portate davanti al crematorio per poi scoprire che dovevamo solo caricare dei secchi d’acqua per i vagoni tedeschi che evacuavano”; le kapò, “le più cattive – prigioniere polacche che per darsi delle arie si comportavano peggio dei tedeschi ma poi tanto al crematorio c’andavano pure loro: fu una di loro che rispose a una bambina in cerca della mamma indicando le fiamme alte del crematorio”.
In queste condizioni, di fronte a tanto orrore, non c’era modo di pensare a chi era lontano, a chi era rimasto a casa, alla Garbatella: “Lì non pensavo ai miei, non ricordavo più niente, pensavo solo a trovare le bucce di patata nell’immondizia per mangiarmele”. Amori poi, nessuno. “Che scherziamo? Ognuno pensava per sé, si stava sempre tra la vita e la morte perché tutti i giorni si faceva una selezione. Facevano l’appello, passava il tedesco o la tedesca e faceva: “Quello quello quello, via via via!”. Seguivano urla e disperazione.
Impossibile nutrire sentimenti che andassero oltre l’istinto di sopravvivenza. Immaginiamo allora cosa significò, per chi era ancora vivo, l’evacuazione del campo avvenuta in concomitanza con l’avanzata dell’Armata Rossa: “Notizie non ne arrivavano, non sapevamo niente, niente, niente”. Ovviamente, non capivano cosa stesse succedendo e quale destino li attendesse. Nel novembre 1944 Himmler, ideatore della “soluzione finale” per gli ebrei, aveva già dato ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e di demolire sia le camere a gas che i forni crematori, allo scopo di nascondere le prove del genocidio. A quell’epoca ad Auschwitz erano stati uccisi oltre 1 milione di esseri umani. Con la marcia della morte del gennaio 1945, che vide partire da Auschwitz circa 80.000 sopravvissuti, il campo si svuotò definitivamente e i prigionieri furono trasferiti in territorio tedesco.
Enrica sopportò anche la durissima marcia durante la quale morirono in molti e finì nel campo di Ravensbrück, che “pareva un fiore vicino ad Auschwitz”. Ma la liberazione non arrivava e, di fatto, non arrivò nemmeno con i russi, alla fine d’aprile: “Quando i russi ci hanno “liberato” siamo rimasti 4 mesi là perché non ci rimpatriavano. Mi chiedete che effetto ci fecero? Erano severi, sa? All’inizio ci fecero lavorare sodo pure loro, eh? Poi si addolcirono”.
E poi, finalmente, giunse il momento del ritorno a casa. Enrica ricorda che a Roma ormai c’erano gli Alleati: “I ragazzi che c’hanno portato, a me e all’amica mia Costanza, che è morta, porella, 5 anni fa, erano soldati prigionieri pure loro. Ci hanno lasciato con un carro bestiame a Ostiense. Sembravamo due sceme, non sapevamo bene dove andare, chiedevamo notizie di questo e di quello, di chi era stato preso e di chi era tornato. Dopodiché siamo andate al ghetto perché lei viveva lì. Io non ce la facevo più a muovermi, volevo morire là. Lei mi ha trascinato via, era piena di vitalità. Dico la verità: m’ha salvato lei, sennò io restavo là. Eravamo come sorelle”.
Nessuno sperava più di rivederla, Enrica: “La cosa più triste, al ritorno, è stata non trovare più papà. Dal dispiacere si era ammalato di quel malaccio e 9 mesi prima che tornassi era morto. A quanto pare, le sue ultime parole sono state: ‘Ho salvato Enrica, ho salvato Enrica, ho salvato Enrica!’. E forse mi ha salvato davvero, visto che quel giorno sono stata trasferita. Era giovane e non l’ho più trovato, i pianti… E’ stata una cosa triste sa? Io non la posso dimenticare”. Che tenerezza questa complicità, questa simpatia che Enrica cerca e riesce facilmente a stabilire con noi.
Quando è tornata, la mamma non c’era perché le avevano detto che era tornata la figlia ed era andata in sinagoga a cercarla: “Non ricordo come e dove l’ho incontrata, va bene?”.
Che strano, un pizzico di senso di colpa, il desiderio di ricordare un momento bellissimo e il dispiacere di non riuscirci.
La signora Zarfati da quel giorno non si è più mossa dalla Garbatella: “A me mi piace Garbatella. Gli sfollati si erano impadroniti di molte case, mio fratello ne aveva dovuti cacciare tanti per difendere la nostra”. Una volta rientrata, si era subito rimessa a lavorare: “Proprio il giorno appresso che sono tornata dal campo”. Lavorava a casa con la macchina da cucire, faceva i pantaloni, insieme alle sorelle. Ricominciava a vivere. Pagavano poco, però, e così la mamma fece domanda per la licenza al mercato. Le donne di casa si ritrovarono tutte là, mentre “i maschi facevano un altro mestiere”.
“Stavamo bene”, ricorda Enrica, “ma poi ho cominciato a perderli i fratelli…”. Torna il rimpianto, la consapevolezza di aver lasciato ad Auschwitz un pezzo di vita impossibile da recuperare in seguito. Perché la vita va avanti, ma si comincia anche a morire. Muoiono amici, parenti, fratelli che Enrica ha la netta sensazione di non essersi goduta abbastanza e da cui era stata lontana quando era via, in quell’anno e mezzo lungo un secolo.
Enrica ha ricordi appiattiti: la situazione di adesso che è rimasta sola con il fratello più giovane si sovrappone a quella del lager. Invece, nel frattempo, Enrica è diventata un personaggio al mercato, dove ha lavorato per 60 anni vendendo di tutto: all’inizio filo a metraggio, poi qualche cosetta, maglie, calzoni, chiusure lampo, “finché non è diventato un bel negozietto…18 anni all’aperto e poi al coperto, poi c’hanno buttato fuori un’altra volta e poi…chi ci lavora adesso al mercato sta ancora allo scoperto”. Ha smesso di lavorare quando ha compiuto 80 anni, però “avrei lavorato ancora se non mi fossi rotta prima una gamba e poi l’altra, sempre cascando…Tutti conoscevo, m’hanno fregato tanti milioni.
Segnavano e poi non pagavano, dopo aver preso la mejo robba!”. Ma non c’è niente da fare, i suoi ricordi più forti, quelli che non la fanno dormire di notte e la fanno crollare di sonno la mattina, sono quelli di Auschwitz: “Dimenticare non posso”. Anche per questo collabora con l’associazione il Tempo Ritrovato ed è felice quando il coro di Fatagarbatella le canta serenate.
Per tener viva la memoria, anche se questo non l’aiuta a perdonare: “Non potrò mai perdonare i tedeschi, mai, mai, mai! Troppo cattivi sono. Non solo con noi ma con tutti. Lei li perdonerebbe, lei?”. Difficile rispondere a questa domanda e difficile rispondere all’ultima che fa, prima di salutarci: “Racconterà tutto bene?”

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Visita la nostra galleria fotografica sulla Garbatella
Jazz | Foto Antiche | Foto Moderne


I film che nel corso degli anni sono stati girati alla Garbatella
ACCEDI