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Tag: cultura

Nonna Garbatella ci ha lasciato

Nonna Garbatella ci ha lasciato

 

E’ stato l’undici novembre appena passato che Marcella Sabbadini, classe 1917, ha salutato tutti, la famiglia, gli amici e tutto il quartiere, per l’ultima volta, lasciando una vita di ricordi in chi l’ha conosciuta. La nonna Garbatella di tante ragazze e ragazzi, ormai  adulti, cui cuciva (era questa la sua specialità) una maschera di carnevale, una gonna di jeans, un orlo o una chiusura lampo e, perché no, anche grandi, grandissime bandiere della Roma, la sua squadra del cuore; aiutava nei compiti gli studenti che rimanevano indietro, faceva regali a tutti senza volere nulla in cambio, perché questo era il modo con cui ha sempre dimostrato la sua bontà di donna generosa, creativa ed operosa, ma anche schietta e determinata, sempre dalla parte dei più deboli e bisognosi, non facendo mai segreto delle sue idee di sinistra che metteva in pratica ogni giorno della sua vita offrendo solidarietà e attenzione per il prossimo.
Tutti la ricordiamo con affetto.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

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Ater: disordine nei servizi Protestano gli inquilini

Ater: disordine nei servizi
Protestano gli inquilini

In attesa che la Regione nomini la nuova dirigenza

di Paola Angelucci
Consigliera, capogruppo SEL del Municipio Roma XI

E’ da mesi che l’ATER, l’azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica, proprietaria di quasi la totalità delle case della Garbatella storica, non ha più una guida. L’ATER è un’azienda regionale il cui presidente e Consiglio d’amministrazione dipendono dalla Regione Lazio che, dall’elezione della Giunta di centro-destra, ancora oggi non ha provveduto a scegliere la nuova dirigenza. Tutte le ATER del Lazio sono state commissariate ed anche quella di Roma ha subito la stessa sorte. Infatti il vecchio presidente Petrucci e relativo CdA non sono più in carica. Al loro posto è stata nominata commissario straordinario la dott.ssa Stefania Graziosi, già dirigente ATER, ovviamente in via provvisoria fino alla nomina del nuovo gruppo dirigente. La dott.ssa Graziosi ha cominciato a trasferire personale dagli uffici centrali a quelli delle zone territoriali per rafforzarne l’operato, ma questi trasferimenti sono stati imposti d’imperio, senza ascoltare gli impiegati, creando malcontento e trasformando, così, un’azione di per sé buona, in una situazione di malessere tra i dipendenti che si ripercuote negativamente sui servizi all’utenza.
Comunque, entro questo mese, e qui il condizionale è d’obbligo, dovrebbe uscire il bando con cui la Presidente della Regione Lazio dovrà scegliere: praticamente una gara in cui i “papabili” presentano i loro requisiti e tra i più titolati per curriculum, competenza e professionalità saranno scelti presidente e relativo CdA. Questa sarebbe, anzi deve essere, la prassi corretta da seguire per le nomine, augurandoci che siano le migliori possibili, all’altezza del loro compito.
In questi mesi di latitanza apicale, gli inquilini ATER hanno ricevuto sempre meno risposte ai loro quesiti, alle loro esigenze e difficoltà. Gli uffici di zona sembrano
diventati bunker inespugnabili ai quali i cittadini non possono più accedere, fatta eccezione per quei pochi appuntamenti elargiti con il contagocce.
In particolare le cittadine ed i cittadini della Garbatella subiscono dalla V Zona, non solo in questo periodo ma ormai da troppo tempo, lungaggini e inadempienze nella risoluzione di problemi burocratici ed amministrativi: volture di contratti ferme da anni, riduzioni dei canoni di locazione per gli aventi diritto non applicate, richieste di manutenzione non soddisfatte, solo per fare gli esempi più frequenti.
Un caso eclatante che sta scoppiando nel quartiere è quello della richiesta, al momento del rinnovo del contratto, di nuovi affitti per cantine e soffitte regolarmente assegnate ai locatari, aumentati del quattrocento per cento: per piccoli spazi di pochi metri quadrati ricavati spesso dai locali dei vecchi cassoni dell’acqua ormai smantellati o in sottoscale umide e spesso inagibili, restaurati e bonificati dagli inquilini stessi a proprie spese, si passa da un costo di quaranta euro circa a duecento euro al mese, perché considerati un lusso! Paradossalmente tanti inquilini pagherebbero così molto di più per la cantina che per la casa.
Ancora una volta ci ritroviamo a indignarci e a denunciare quanto l’ATER sia sempre pronta e solerte a esigere la giusta legalità e correttezza applicando tutte le leggi e leggine dell’ultima ora, senza ascoltare, e senza dare l’altrettanto giusta attenzione, comprensione e rispetto per gli inquilini.
Per quanto riguarda le vendite delle case, dopo una lunga stasi queste riprendono secondo i piani stabiliti in precedenza.

Sportello Politiche abitative /ATER
La Villetta – Via F. Passino, 26
06 5136557 – 339 3959674

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

 

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Il mercato infinito di Via Passino. Forse un altro a Piazza da Verrazzano

Mancano risposte certe da parte dell’Amministrazione centrale

Il mercato infinito di Via Passino. Forse un altro a Piazza da Verrazzano

Facciamo il punto col presidente del Municipio Andrea Catarci

Procede, in modo estremamente complesso, l’opera di recupero del Mercato coperto di Via Passino. L’intervento, nel corso degli anni, è stato modificato più volte, per adeguare le fondamenta alle normative antisismiche. Inevitabilmente si sono esaurite, durante i lavori dell’anno 2008, le originarie risorse economiche disponibili. Dopo una forzata prolungata interruzione, finalmente, all’inizio del mese di luglio, sono ripresi i lavori. I tempi previsti per l’ultimazione sono stati stimati in sei mesi e si dovrebbero concludere nel corrente mese di dicembre.
Per fare il punto della situazione abbiamo incontrato il presidente del Municipio Roma XI, Andrea Catarci: “Abbiamo pazientato, intendo i cittadini e gli operatori in primis e noi come amministratori, per oltre sette anni, è arrivato il momento di tirare le somme. Per avere una visione aderente alla realtà dei fatti e per dare ai lettori una visione d’assieme di quale sia la complessità della situazione, ritengo necessario trattare in modo distinto i lavori e i rapporti con gli operatori”, esordisce il Presidente. “I lavori sembrerebbero procedere a buon ritmo, perlomeno questa è l’idea che se ne ha vedendo il manufatto dall’esterno.
In realtà, un sopralluogo effettuato dai tecnici dei nostri uffici alla fine del mese di settembre ha rilevato delle carenze strutturali legate all’impianto elettrico, agli ascensori e ai magazzini di stoccaggio merci. Carenze nella struttura che sembrerebbero essere confermate anche da voci ufficiose vicine alla ditta che sta effettuando i lavori. Ci aspettiamo, ovviamente, che nel momento in cui il mercato ci sarà riconsegnato, non ci siano problemi di sorta; ci aspettiamo cioè che la riqualificazione sia completa e non a metà, a meno che l’Amministrazione centrale, resasi conto del fatto che non riesce a completare i lavori, non ritenga che sia il caso di affidarli direttamente al Municipio, predisponendo al contempo un adeguato stanziamento tale da permetterci di terminarli.
In mancanza di questa condizione -continua Catarci – non considereremo concluso l’iter dei lavori, con conseguenze ad oggi imprevedibili. C’è da dire che, ad una nostra richiesta scritta nella quale chiedevamo lumi al Dipartimento per ciò che riguarda lo stato di avanzamento dei lavori, non è ancora giunta risposta alcuna”. Catarci prosegue: “Per quanto riguarda i rapporti con gli operatori del mercato, fermo restando la nostra chiarissima intenzione di restituire l’area del Mercato coperto alla sua vocazione commerciale (con gli operatori del mercato siamo stati chiari sin dall’inizio di questo percorso che prevedeva al termine dei lavori il loro reintegro negli spazi di Via Passino), per venire incontro alle richieste di alcuni di loro che, dopo anni di lavoro in Via di Santa Galla, sono spaventati dall’idea di dover stravolgere nuovamente una rete commerciale costruita a fatica, abbiamo concordato di proporre al Dipartimento l’uso dell’area di servizio sita di fronte a Piazza Giovanni da Terrazzano, dopo la sua trasformazione di parte del parcheggio in plateatico. Anche in questo caso c’è da sottolineare, semmai ce ne fosse bisogno, la reticenza nel rispondere da parte della Amministrazione centrale, di assumere cioè una presa di posizione che ci permetta di capire se c’è la volontà, da parte della Giunta Comunale, di voler predisporre uno stanziamento di bilancio tale da coprire le spese di realizzazione di un nuovo mercato. E’ secondo ma il caso di ribadire – prosegue – che questa proposta, legata all’individuazione dell’area di Piazza da Verrazzano, è stata partorita unitariamente dal Municipio XI. Si tratta del riuso di un’area privilegiata, nell’intersezione di un perimetro che sarà da un lato quello di Campidoglio 2 e l’albergo di Fuksas e dell’altro delle nuove urbanizzazioni di Via Palos. Proprio per questo ho in mente un nuovo assetto mercantile, costruito con un’immagine che non potrà più essere quella dei vecchi manufatti per la vendita come quelli impiantati oggi in Via di Santa Galla ma più vicini al nuovo assetto estetico della zona. E’ chiaro che, se sarà costituito questo nuovo mercato e se i suoi tempi di realizzazione non saranno dilatati a dismisura, sarebbe ovvia l’inutilità di un doppio spostamento e sarebbe cura del Municipio fare in modo che l’attuale situazione di Via di Santa Galla sia congelata sino alla realizzazione della nuova struttura, ferme restando le nostre prerogative e le garanzie dovute da parte del Comune”.
Catarci conclude: “Presupponendo quindi che alla fine si avranno due mercati, penso a quello di Via Passino popolato da un nucleo di operatori dedicati alla vendita tradizionale col quale far coesistere una rete di servizi ed una serie di venditori più vicini alle sensibilità del mercato equo solidale. Un’area cioè di vendita variegata che potrà offrire sia prodotti classici che quelli legati alle produzioni ONG ed all’altro mercato”.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

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Lettere


Fa bene un po’ di nostalgia

“Le Armonie della Garbatella” era il nome di un complessino di musicanti che, in cambio magari di un semplice bicchiere di vino (ed allora si trovava ancora buono in qualcuna delle locali osterie), avevano il piacere di andare, dietro richiesta degli interessati, a rallegrare qualche serata tra amici uno dei quali compiva gli anni o a fare la serenata notturna sotto la finestra o il balcone della bella che l’indomani si sarebbe recata in chiesa per sposarsi. Gli strumentisti erano, se ben ricordo, tre: chitarra, mandolino e fisarmonica.
Mio padre, “er sor Lello”, classe 1887, era il mandolinista che faceva “trillare” il suo gran bello strumento, bello ancora oggi (un Hembergher), con una maestria che mi incantava facendomi sognare (nella foto, io bambino, oggi settantaseienne, lo tengo sulle ginocchia).
Uno dei brani che adoravo e mi commuoveva era l’ouverture “Poeta e contadino” del compositore austriaco Franz von Suppè. Dello stesso compositore anche l’ouverture “Cavalleria leggera” era un punto di forza delle “Armonie della Garbatella”, brani a mio avviso stupendi, pieni di poetica melodia, ormai caduti quasi completamente in oblio. Io continuo ad abitare all’Albergo Rosso, quello con l’orologio sulla torre. Sono certo che la nostalgia fa bene. Vi ringrazio per averle dato spazio.

Mario Zacchia

 

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Una targa in ricordo del maestro Acciari

Una targa in ricordo del maestro Acciari

Ad una anno dalla morte del maestro Carlo Acciari è stata chiesta l’intitolazione a suo ricordo della bella scalinata sita in Via Orsucci. In modo particolare, si è spesa per questa iniziativa l’Associazione Culturale “Il tempo ritrovato” che ha proposto, oltre all’intitolazione, l’apposizione di una targa davanti al suo studio, sito al lotto 27 di Via Roberto de Nobili e l’organizzazione di alcune iniziative culturali che ne celebrassero il ricordo. Carlo Acciari, come apprendiamo dalla bella intervista concessa qualche anno fa al nostro giornale, era nato a Roma, a San Giovanni, nel 1926. Trasferitosi alla Garbatella all’età di cinque anni, frequentò l’avviamento professionale nel quartiere Testaccio per poi lavorare come venditore ambulante a Porta Portese. Fin da piccolo nutrì una grande passione per i cavalli passando intere giornate a cavalcare quei maestosi animali. Carlo Acciari
Da quella esperienza, i cavalli passano sulla carta, diventando così uno dei soggetti preferiti delle sue pitture. Alla fine degli anni ’60 iniziò a sostenere l’associazione dei “Cento pittori di Via Margutta”, con la quale presentò le sue opere. Una di queste opere, una grande tela che ritrae la scalinata della famosa fontana Carlotta, simbolo del quartiere, fa bella mostra di sé nella Sala Consiliare del Municipio XI. Già nello scorso mese di giugno la consigliera municipale Paola Angelucci ha presentato una proposta di risoluzione affinchè il seminterrato dove si trovava lo studio del maestro Acciari, fatto oggetto in passato di atti vandalici, venga musealizzato. Proposta votata all’unanimità dal Consiglio Municipale. (E.S.)

ULTIM’ ORA: Il municipio XI, con una Risoluzione dela Commissione Cultura ,ha proposto di realizzare nello studio del Maestro Carlo Acciari un museo in memoria delle opere e della vita artistica del Maestro; “Carlo Acciari è stato, e rimane, una figura fondamentale della cultura della Garbatella e di Roma, la cui fama travalica i confini nazionali” – dichiara la Cons. Paola Angelucci, Presidente della Commissione Cultura del Municipio XI- “Faremo di tutto per rendere concreta la nostra proposta e realizzarla nel nostro quartiere”.Lo studio in questione è un locale di proprietà dell’ATER nel Lotto 27, ma purtroppo, nonostante avesse la porta d’ingresso murata per scongiurare appropriazioni indebite, è stato recentemente occupato abusivamente per la terza volta.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

 

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Celebrati i 10 anni di Hàgape 2000

Celebrati i 10 anni di Hàgape 2000

L’associazione di genitori e ragazzi disabili

di Eraldo Saccinto

L’Associazione Hàgape 2000 compie dieci anni. Costituitasi nel luglio del 2000, è formata da genitori e ragazzi disabili fisici e/o psichici. E’ nata dall’esigenza di offrire a giovani con diverse capacità fisiche e psichiche un punto di incontro per svolgere attività ludiche e creative, per dare a tali soggetti la possibilità di socializzare e continuare la crescita educativa-formativa, in particolar modo al termine del percorso scolastico. Associazione Hagape
L’associazione persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale e tutela dei diritti delle persone disabili ed è un punto di aggregazione anche per le famiglie, spesso isolate per il problema che vivono. I genitori con tale spirito si sono autotassati anche a favore di adozioni a distanza tramite la Comunità di Sant’ Egidio e seguono la formazione professionale di quattro portatori di handicap in Madagascar.
Le attività dell’associazione sono affidate, oltre che al presidente, Giovanni Buttaroni, ad un Comitato di gestione composto da un gruppo di soci genitori che operano a titolo gratuito nelle attività di gestione amministrativa e sovraintendono ai laboratori a loro affidati. I laboratori attualmente accolgono circa 50 ragazzi. Si avvalgono della collaborazione di maestri e operatori volontari ed hanno l’obiettivo di favorire la socializzazione attraverso la creatività, aumentando la capacità di concentrazione dei ragazzi, sviluppandone le potenzialità. Hàgape 2000 è accreditata presso il Municipio Roma XI e dispone di tre sedi operative, in Via Pullino nel “Parco dei Caduti del Mare”, in Via Macinghi Strozzi 51 presso la Media “Moscati”e un’altra in Via Salvatore Di Giacomo 13 presso la Media “Spizzichino”. La sua segreteria è aperta in Via Pullino nei pomeriggi del lunedì, martedì e venerdì dalle ore 16,30 alle ore 19 e nelle mattine del martedì e del giovedì dalle ore 10 alle ore 12; il suo recapito telefonico è 0697842671 ed il suo fax è 06 97842717. A Via Pullino si svolgono nel pomeriggio i laboratori di musica, di “Comicità è Salute” e di danza popolare. Allo scopo di favorire la socializzazione degli utenti, organizza feste di compleanno, gite, visite culturali, soggiorni estivi marini, serate teatrali e partecipazione ad eventi con esibizioni dei partecipanti ai laboratori di musica e di danza, organizza mostre di ceramica e di pittura.
Per la qualità dei suoi progetti si è saputa accreditare come punto di riferimento per la disabilità nel Municipio XI. In occasione dei suoi dieci anni di attività, presso gli spazi del Parco Caduti del Mare, in Via Pullino, ha organizzato sabato 30 ottobre un interessante convegno, “I Disabili durante Noi e dopo di Noi”, a cui hanno partecipato attivamente molti esponenti delle istituzioni e che ha avuto lo scopo di aprire il dibattito col territorio sulle iniziative che l’associazione ha realizzato per la comunità locale e la positiva ricaduta che queste hanno avuto sul benessere delle famiglie e dei ragazzi. Ha concluso il dibattito l’Assessore alle Politiche sociali del Municipio XI, Andrea Beccari, che ha sottolineato la bontà del lavoro che l’associazione ha svolto e che rappresenta un patrimonio di civiltà unico per il nostro territorio.

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Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Dall’Oratorio dei Filippini ricordi del decano padre Guido Chiaravalli

Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Signor direttore, ho letto con vivo interesse la dotta  disquisizione del signor Recchi sulla “mazzafionda”, pubblicata nel numero di giugno di Cara Garbatella. Mi ha fatto rivivere quella stagione di quaranta anni fa quando, al termine della scuola, qualche piccolo gruppo andava a “pesca” (di ranocchie) nella marrana di Grottaperfetta, dove ora vi sono le vie di Tiberio, Giustiniano, Costantino imperatori, oppure a caccia di uccellini.
Andavano in due o tre con la fionda infilata nei calzoni posteriormente per evitare incontri non graditi (guardie ecc.).
Un buon luogo di caccia era la rupe di San Paolo sul versante di Via Giovannipoli. Ho notato il silenzio del signor Recchi sull’alternativo bersaglio in caso di insuccesso venatorio. E’ bene che un’idea del genere non si diffondi.Oratorio San Filippo Neri - Chiesoletta
Nell’impeccabile descrizione del signor Recchi si parla del bosso e del frassino, ma alla Garbatella non vi è reperibilità di tali piante. E’ opportuno invece portare attenzione sui ligustri presenti nei Lotti. La forcella si divarica simmetricamente ed è un buon legno. Sarebbe bene che qualche “tecnico” (di età almeno sessantenne) descrivesse i giochi del “picchio” e della “nizza”. Occorre rivolgersi ai nonni perché vi è alle spalle un salto generazionale. Giochi intelligenti, come le biglie, scomparsi, purtroppo sostituiti, come il gioco nelle piazze, dall’abuso dei mezzi virtuali che rubano la bella socialità di allora.
Un gioco invece ormai impossibile col traffico attuale era quello dei “carrettini” o “pattini”. Iniziava anche esso con le vacanze. Dopo una “passata” dai meccanici per rimediare due cuscinetti piccoli e uno grande, all’Oratorio che forniva gli attrezzi sembrava di essere a Maranello in una catena di montaggio. Il problema maggiore era trovare il legno adatto. Una pista di prova la offriva Via Lorenzo da Brindisi ma il meglio era Via Massaia con lo scarso traffico di allora. Una volta in Via Tosi traslocavano ed avevano smontato dei mobili riservandosi di prenderli successivamente. Sparirono alcuni pezzi. Il proprietario preoccupato della cosa venne all’Oratorio a cercarli, ma non li trovò. Era veramente inquieto. Ne parlai agli agenti del CIO (Centro investigativo Oratorio) specializzato nel recupero palloni, scarpe ed anche qualche strumento musicale. Lui aveva promesso una buona ricompensa.
“Radio scarpa” entrò in azione e si venne a sapere che li avevano presi alcuni ragazzi di Via Giovannipoli per fare una capanna sulla rupe. La mancia venne pagata.
Era il mondo dei ragazzetti (e ragazzette) di allora. Non si finirebbe di raccontarlo. Un mondo che è bello non si perda. Fine anni cinquanta. Era stato donato per la Colonia un canotto gonfiabile Pirelli. Era uno dei primi e lo avevano mandato da Milano. A turno a Torvaianica lo pagaiavano: una cosa ambita. La sera, al rientro, lo si lavava con cura e lo si appendeva ad asciugare. Una mattina era scomparso. Costernazione. Assemblea. La traccia: l’ha preso certamente un ragazzo del quartiere.
Passare la voce. Arriva una ragazzina: questa mattina due del mio Lotto sono andati al mare col trenino per il Lido con un canotto.. Piano di recupero: a turno due controlleranno i trenini in arrivo. Non accade nulla. Aspettare. La sera mentre il sottoscritto era a cena una scampanellata. I due compari erano stati pedinati sino alla Garbatella ed in un cortile erano assediati da una massa vociante. Se la squagliarono infuriati e la mattina dopo il canotto rientrò in servizio.
Padre Guido Chiaravalli

Ringraziamo padre Guido per la preziosa testimonianza che ha voluto affidare a Cara Garbatella. Cogliamo l’occasione per augurare un buon tornato a padre Guido, era stato indisposto per un periodo di tempo.

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Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Il Punteruolo rosso, originario dall’Asia meridionale, ha colpito anche qui da noi, alla Garbatella. L’insetto, ovvero il vorace Rhynchoforus ferrugineus, è un coleottero curculionide nemico soprattutto delle palme, che divora in ogni sua parte fino ad ucciderle. Nel quartiere la palma più vistosamente colpita e uccisa è il magnifico esemplare che svettava al fianco della scalinata del Pincetto, a Piazza Benedetto Brin.
Ora è ridotta a un tronco nudo e calvo, avendo perduto completamente la sua bella e folta chioma. Alla Garbatella non sono molte le palme che ornano il verde dei giardini. Le più belle e le più numerose si possono ammirare nell’ampio parco che si trova alle spalle della Scuola dei bimbi, la Scoletta di Piazza Nicola Longobardi. Altre si trovano nel parco che circonda lo storico Casale Santambrogio, sulla collina più alta della Garbatella, alle spalle dell’Università San Pio V. Sono già attaccate dal famelico coleottero gli esemplari del Parco di Commodilla. punteruolo rosso
Così come quella che orna il piccolo giardino adiacente alla chiesoletta di sant’Eurosia. Altre piante sono sparse qua e là nei Lotti. Sono tutte palme delle canarie (Phoenix canariensis), una pianta d’alto fusto che ha avuto larga diffusione in Italia a scopo ornamentale a partire dal 1800. Ma il terribile punteruolo rosso colpisce tutte la specie di palme e talvolta anche altre piante. Si tratta di un insetto, lungo tra 19 e 45 millimetri, munito di una specie di proboscide detta rostro con la quale perfora e divora il tessuto della pianta fino ad ucciderla. Le femmine adulte a un certo punto sfarfallano e depositano circa 300 uova che hanno uno sviluppo che, in varie fasi, dura circa 82 giorni.
Quando la pianta non offre più materia di cui cibarsi perché rinsecchita l’insetto vola via a cercare altre vittime, con un raggio d’azione di circa un chilometro.
Il punteruolo rosso è stato esportato dall’Asia sud-orientale e dalla Melanesia all’interno di palme di cui non si conosceva o era stata taciuta l’infestazione, introdotte a scopo ornamentale. Ha avuto una diffusione rapidissima: nel 1980 si è manifestato negli Emirati arabi, nel 1992 aveva raggiunto l’Egitto, nel 1994 la Spagna, nel 2005 è arrivato in Italia (la prima segnalazione è di un vivaista di Pistoia che aveva importato palme a scopo ornamentale dall’Egitto). Per dare un’idea della velocità di diffusione del micidiale insetto, i botanici hanno calcolato che le palme esistenti a Roma potrebbero essere tutte attaccate e uccise entro il 2015. Purtroppo finora i metodi di disinfestazione sperimentati si sono dimostrati molto costosi e scarsamente efficienti: le speranze sono ora riposte nella lotta biologica cui si sta dedicando la ricerca. (C.B.)

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Dal Municipio

Dal Municipio

Raccolta dei rifiuti ingombranti a giorni prestabiliti nel Municipio

L’Ama ha avviato un servizio di raccolta gratuita di rifiuti ingombranti riservato alle utenze domestiche. Un servizio ancor più vicino ai cittadini per contrastare il cattivo costume dell’abbandono indiscriminato di suppellettili, elettrodomestici e arredamenti. Il servizio nel Municipio Roma XI sarà attivo ogni 1° e 3° venerdì del mese. Di seguito, i punti di raccolta e gli orari:

  • Via delle Sette Chiese – angolo Via di Santa Petronilla 12.30 – 13.45
  • Piazzale del Caravaggio – area parcheggio 14.00 – 15.30
  • Piazza Federico Marcello Lante, 21 16.00 – 17.30
  • Piazzale Caduti Della Montagnola – fronte chiesa 18.00 – 19.30
  • Piazza Giovanni da Lucca – fronte civico 1 12.30 – 13.45
  • Piazza Bartolomeo Romano, 4 14.00 – 15.30
  • Piazza Oderico da Pordenone – angolo Via G. Genocchi 16.00 – 17.30
  • Piazza del Gazometro 18.00 – 19.30 – fronte Via del Commercio
  • Viale Giustiniano Imperatore – angolo via Tito 12.30 – 13.45
  • Largo Leonardo da Vinci, 18 14.00 – 15.30
  • Largo Valerio Bacigalupo – interno parcheggio 16.00 – 17.30
  • Via Simone Martini 18.00 – 19.30

Il Registro municipale dei Testamenti biologici

Bastano tre copie del modulo testamentario, una copia del modulo per la dichiarazione sostitutiva di atto notorio, scaricabili dal sito del Municipio XI e recarsi, assieme ad un fiduciario e con una marca da € 0,26, presso l’Ufficio demografico di Via degli Armatori 13 per poter esercitare la propria volontà riguardo al Testamento biologico. Possono chiedere l’iscrizione al Registro tutti i cittadini italiani e dell’Unione Europea, residenti nel territorio del Comune di Roma, che abbiano compiuto 18 anni. Per l’appuntamento contattare l’Ufficio relazioni con il Pubblico, recandosi di persona in via Benedetto Croce 50, oppure chiamando lo 06.696.11.333.

Per il diritto di voto di stranieri e cittadini non residenti

Possono esercitare i diritti connessi all’iniziativa popolare e ai referendum consultivi comunali i cittadini non residenti a Roma che lavorano in questo Comune, gli studenti non residenti a Roma che studiano presso scuole e università romane, gli stranieri maggiorenni, residenti o domiciliati a Roma. Per esercitare il diritto di voto i cittadini suddetti debbono registrarsi, entro il 31 dicembre 2010, presso gli Uffici relazioni con il pubblico nei Municipi. Info: URP Municipio Roma XI – via Benedetto Croce 50 – 06.696.11.333 – orari dal lunedì al venerdì 8.30\12.30, martedì e giovedì anche 14.30\16.30.

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Dal Municipio

Dal Municipio

Forse va a Via Pigafetta la Asl di Piazza Pecile

Una commissione congiunta tra la ASL RMC, il Presidente del Municipio XI Andrea Catarci e il Consigliere delegato alla sanità municipale Antonio Bertolini ha esaminato la pesante situazione venutasi a creare con la parziale inagibilità dell’edificio che ospita l’ambulatorio di Piazza Pecile, al fine di individuare rapidamente soluzioni alternative. Un comunicato del Municipio dice che di alternative ne sono state individuate due: la prima, la più rispondente a dare risposte efficaci specie alla popolazione più anziana della Garbatella e dell’ Ostiense, consiste nello spostare gli uffici e i servizi all’interno di un edificio disponibile in Via Pigafetta, vicino a Piazza Pecile; la seconda, utilizzando i nuovi locali presso l’IPAB del San Michele a Piazza Tosti o presso la nuova sede direzionale ASL RMC di via Primo Carnera per la parte amministrativa, collocando gli ambulatori presso il CTO, insieme agli ambulatori ospedalieri utilizzando finalmente le strutture 12 ore al giorno. “Si auspica che la ASL RMC trovi rapidamente soluzioni strutturali, vista la già debole situazione dei servizi sanitari territoriali esistente ancora prima della inagibilità di Piazza Pecile. Il sistema è infatti insufficiente a dare risposte ad una domanda sanitaria crescente, che è ulteriormente minata da quei tagli dei posti letto del CTO a cui ci siamo e continueremo fortemente ad opporci” – conclude il comunicato di Catarci e Bertolini.

Trasferiti Igiene mentale e Assistenza domiciliare
Nuova sede per due vitali servizi sanitari nel distretto XI della ASL RMC. Il CIM (Centro di igiene mentale) e il CAD (Centro assistenza domiciliare ) sono stati trasferiti in locali più idonei al pubblico, presso l’Istituto San Michele, entrando da Via Casal De Merode 8, “palazzina Liuzzi”, secondo piano. Il Municipio XI ha perseguito con tenacia questi trasferimenti trovando risposte, insieme alla Direzione della ASL RMC, a problematiche logistiche più volte rappresentate nelle Consulte municipali. Il Centro di igiene mentale è la struttura destinata alla profilassi e cura delle malattie mentali; mentre il Centro per l’assistenza domiciliare ha il compito di definire il piano d’intervento assistenziale nel quale le prestazioni sanitarie sono garantite dalla ASL e quelle assistenziali dai Servizi sociali municipali. “I locali preesistenti erano in pessime condizioni di manutenzione e non erano qualificati all’accoglienza dell’utenza né decorosi per il lavoro del personale. Ora si
disporrà di ampi e nuovi locali”, dichiara l’Assessore alle politiche sociali del Muncipio, Andrea Beccari. Inoltre, nel continuare ad assicurare al CTO servizi utili per la popolazione, al fine di mantenerlo attivo con il suo Pronto Soccorso, al 5° piano si è trasferita tutta la Reumatologia ed una parte della Endocrinologia del Sant’ Eugenio.

XI: Punto unico di accesso ai servizi socio-sanitari
Il Segretariato Socio-sanitario del Municipio si è trasformato in PUA, Punto Unico di Accesso. Presso la nuova istituzione saranno a disposizione dei cittadini, insieme agli assistenti sociali del Municipio, anche infermieri della ASL RMC. Il servizio nasce da un protocollo di intesa tra Municipio e ASL RMC – Distretto XI, coerentemente con gli indirizzi nazionali e regionali, con lo scopo di garantire un servizio socio-sanitario sempre più efficace e vicino ai bisogni dei cittadini.
Il Punto Unico è istituito presso la sede di Via Benedetto Croce 50 alla Montagnola. Esso nasce con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per la presa in carico dei bisogni sociali e sanitari della cittadinanza, per facilitare l’accesso ai servizi sociali e sanitari del territorio, per semplificare i percorsi necessari all’attivazione degli interventi e delle prestazioni, per accogliere, ascoltare, informare e orientare il cittadino, supportandolo nell’utilizzo appropriato dei servizi esistenti ed infine per effettuare una prima valutazione integrata dei suoi bisogni socio-sanitari. Al PUA il cittadino può rivolgersi per essere aiutato ad orientarsi nella rete dei servizi, pubblici e privati, disponibili sul territorio, che meglio possono rispondere al suo bisogno, per avere informazioni sui servizi sociali e sanitari esistenti, sui giorni e gli orari di apertura al pubblico, sugli interventi erogati e sulle modalità di accesso alle singole prestazioni e per reperire la modulistica necessaria per accedere alle prestazioni sociali e sanitarie. “Finalmente, anziché vedersi ‘rimbalzati’ da un servizio all’altro, i cittadini del Municipio XI potranno avvalersi di un unico punto di accoglienza per essere ascoltati, ricevere informazioni sulle prestazioni e avviare la presa in carico integrata sul versante sociale e sanitario”, dichiara Andrea Catarci, Presidente del Municipio. “Vorremmo sottolineare – aggiunge Andrea Beccari, Assessore alle Politiche sociali del Municipio – l’ottima collaborazione tra Regione Lazio, con l’azienda sanitaria RMC, e Municipio XI, nella comune preoccupazione di garantire un servizio sociosanitario sempre più efficace e vicino ai bisogni dei cittadini. Va evidenziata, infine, l’intelligenza e la professionalità che gli operatori dei servizi sanitari e sociali del Municipio hanno dimostrato nel percorso di conoscenza e integrazione propedeutico alla istituzione del PUA”. Il PUA è aperto il martedì dalle 9.00 alle 12.00 ed il giovedì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00.

Riaperto il parcheggio della Metro Garbatella
Il 13 gennaio scorso è stato finalmente riaperto il parcheggio accanto alla stazione Metro di Via Pullino. Sull’argomento dal Municipio è stato emesso un polemico comunicato firmato dal Presidente Catarci e dall’Assessore ai Lavori pubblici Attanasio nel quale si critica “il disinteresse reiterato dell’Assessore alla Mobilità del Comune, Sergio Marchi”, sottolineando che quel parcheggio è rimasto chiuso per oltre un anno e mezzo per consentire la realizzazione di un Progetto del Piano Urbano Parcheggi (PUP). “Finalmente – conclude il comunicato – si conclude una vicenda che ha creato più di un danno ai residenti e ai tanti cittadini che si servono della Metro. La tenacia del Municipio ha permesso di ridurre i tempi e di restituire alla cittadinanza l’indispensabile parcheggio”.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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Due “Raffaello” molto simili: uno scambio di immagini

Due “Raffaello” molto simili: uno scambio di immagini

Nello scorso numero di dicembre 2009, nell’illustrare il servizio di Cosmo Barbato dedicato a Filippo Sergardi, il nobile senese committente nel 1500 della villa di campagna trasformata nel 1927 nella Scuola dei bimbi (la “Scoletta”) di Piazza Nicola Longobardi, abbiamo pubblicato l’immagine di un quadro di Raffaello rappresentante la Vergine con il Bambino e San Giovannino.
La pubblicazione illustrava la notizia che il Sergardi ai suoi tempi aveva acquistato da Raffaello una tavola rappresentante un soggetto analogo, appunto la Vergine con il Bambino e San Giovannino, detta anche “La bella giardiniera”, che aveva poi rivenduto a Francesco I di Francia, quadro che oggi è esposto al Louvre.
Dobbiamo una doverosa correzione. Il quadro pubblicato in dicembre, che qui vediamo riprodotto a sinistra, non è “La bella giardiniera”, pur se gli somiglia molto, ma “La madonna del cardellino”, esposto agli Uffizi di Firenze; mentre “La bella giardiniera” è quello che qui pubblichiamo a destra e che, venduto dal Sergardi a Francesco I di Francia, è esposto oggi nel famoso museo parigino!

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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“Quelle foto sbagliate”

“Quelle foto sbagliate”

Oltre che dal “Messaggero” e da “La Tribuna” del 19 febbraio 1920, l’avvenimento della fondazione della “Borgata Giardino Concordia” sui Colli di San Paolo in località Garbatella fu riportato da “Il Popolo romano”, da “Il Piccolo Giornale d’Italia” e con un ampio servizio corredato da fotografie dalla “Illustrazione Italiana” del 7 marzo 1920 e dalla rivista di Paolo Orlando “Roma Marittima” del 29 febbraio. Una delle due foto erroneamente attribuite alla fondazione della Garbatella . In realtà si tratta di altra cerimonia avvenuta nello stesso 1920
Le uniche immagini del giorno della fondazione sono dunque quelle riportate da queste pubblicazioni dell’epoca e quelle conservate, per testimoniare la presenza del Re, dall’archivio fotografico dell’Istituto Luce.
Purtroppo in precedenti lavori editoriali, in articoli di quotidiani e pagine web sono state abbinate alla fondazione della Garbatella due belle immagini che rappresentano il Re Vittorio Emanuele III, in compagnia di vari notabili, su un palco mentre si cala una prima pietra. Ma queste foto non hanno nulla a che vedere con l’avvenimento del 18 febbraio in località Garbatella. Probabilmente chi le ha trovate è stato tratto in inganno dall’anno, il 1920, dal Re e dalla cerimonia.
Gli ingredienti essenziali c’erano tutti. Ma ciò non basta. Infatti le due foto in questione si riferiscono ad altri episodi simili. Una rappresenta la posa della prima pietra per le case degli impiegati del Ministero dell’Interno tra Via San Quintino e Via Statilia l’11 luglio 1920, l’altra l’inaugurazione delle case degli impiegati dello Stato a Villa Lancellotti su Via Salaria il mese dopo e precisamente l’8 agosto (in entrambe le foto le persone ritratte indossano abiti estivi).
Tutto ciò è verificabile dalla consultazione dell’archivio dell’Istituto Luce (Fondo Pastorel) e dall’incrocio con gli articoli pubblicati sul “Messaggero” dell’epoca (1).
Inoltre nelle foto “sbagliate”,ad ulteriore prova della loro non autenticità, non compaiono accanto al Re i personaggi che lo accompagnavano quel 18 febbraio 1920, in primo luogo Paolo Orlando, presidente dell’Ente per lo sviluppo marittimo e industriale di Roma, e il presidente dell’Istituto Case Popolari di Roma, il commendator Magaldi. (G.R.)

(1) Vedi pag. 4 del “Messaggero” dell’ 11 luglio 1920: ” Oggi alle 15 con l’intervento del Re avrà luogo la posa della prima pietra delle costruzioni edilizie della Cooperativa fra impiegati al Ministero degli Interni nel cantiere posto tra Via San Quintino e Via Statilia”. Le foto che testimonia l’avvenimento sono i codici FP02FP00000126-130 dell’archivio Istituto Luce Fondo Pastorel. E ancora. “Messaggero” dell’8 agosto 1920: articolo dal titolo “Le case degli impiegati a Villa Lancellotti, la posa della prima pietra”. “Ieri alle ore 11, nella già Villa Lancellotti sulla Via Salaria, a duecento metri dal Viale della Regina, Re Vittorio Emanuele posava la prima pietra delle case della Cooperativa degli impiegati dello Stato”.
La foto interessata è il codice FP02FP00000145 del Fondo Pastorel.

 

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Uno sfregio alla fontana di Carlotta

Uno sfregio alla fontana di Carlotta

E’ stata trafugata da ignoti vandali la palina posta vicino alla fontana di Carlotta in Piazza Ricoldo da Montecroce, illustrante la storia di quell’angolo caratteristico del nostro quartiere. L’atto vandalico si associa ad azioni simili con cui scritte senza senso hanno deturpato tutte le altre paline turistiche che erano state poste in vari angoli del quartiere, rendendole illeggibili.
Si è fatto interprete dello sdegno generale l’Associazione “Il tempo ritrovato” che ricorda come quell’angolo della Garbatella abbia subìto altri oltraggi in un recente
passato: la bruciatura delle panchine, l’imbrattamento di un eucaliptus e dello stesso volto della storica fontana.L’Associazione denuncia l’irresponsabile azione di chi non ama il quartiere, rivolgendosi al Sindaco, al Presidente del Municipio, all’Assessore alla cultura e ai Carabinieri, per la salvaguardia dei beni culturali.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

 

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Barba capelli e musica nel salone degli Zaniol

Barba capelli e musica nel salone degli Zaniol

Dal 1930 prima il padre e poi il figlio parrucchieri alla Garbatella

Non è usuale che, nell’attesa del tuo turno dal parrucchiere e poi nel tempo che occorre per il taglio dei capelli, capiti di essere accompagnato dalle note del “Faust” di Gounod o da quelle di altro celebre melodramma.
E’ quel che accade normalmente nella bottega di Mario Zaniol, parrucchiere storico della Garbatella, 73 anni, figlio e continuatore dell’arte del padre Sandro, dal quale ha ereditato la bottega e anche la passione per la musica, particolarmente quella lirica, della quale possiede una vera discoteca, sempre nel salone di Via Enrico Cravero 5, di fianco all’ingresso del teatro Palladium.

“Sotto le forbici e i rasoi di mio padre sono passati migliaia di abitanti della Garbatella, qui nella bottega che egli aprì nel 1930 e dove io dall’età di otto anni cominciai ad imparare il mestiere”.
In quello stesso anno veniva solennemente inaugurato l’attiguo cinema-teatro Garbatella, oggi teatro Palladium.
La famiglia proveniva da Borgo Pio, Vicolo delle Palline, che in quegli anni veniva demolito, come
molte altre zone del centro storico. Si stabilì al Lotto 3 di Via delle Sette Chiese. In seguito, oltre al salone di Via Cravero, fu aperta anche una bottega da parrucchiere per signora: lo gestiva la mamma di Mario, la signora Lina.
Mario, dal punto di osservazione della bottega, è una miniera di ricordi.
Cita tanti nomi di cantanti che la praticavano: Mario Del Monaco, Galliano Masini, Labò e altri, tutti artisti lirici amici del padre. Ma anche attori. Tra questi, Maurizio Arena, il “fidanzato d’Italia”, veniva spesso: si faceva fare un taglio alla “ghigo”.

Altri tagli in voga erano quelli all’Umberto (capelli a spazzola come li portava il figlio del re) o alla tedesca. A un certo punto la bottega istituì un abbonamento promozionale: 3 lire al mese, comprendente una rasatura quotidiana, un taglio di capelli mensile e ogni tre giorni la pulitura del collo. Ebbe successo, soprattutto tra la clientela più raffinata.
Ma nella bottega soprattutto si coltivava la musica. Il padre Sandro, oltre che parrucchiere, era un buon tenore.
Con la romanza “Amor ti vieta” dalla Fedora fece un’audizione all’Eiar (la Rai di allora) e poi per sette anni cantò insieme ad artisti del calibro di Galliano Masini e Aureliano Pertile.
Ma la stessa bottega era un auditorium dove si incontravano artisti e amici e dove non si perdeva occasione per esibirsi in qualche aria d’opera o in qualche canzone napoletana. A quei tempi poi era in uso portare serenate alle ragazze: l’innamorato si rivolgeva agli Zaniol, i quali non si facevano troppo pregare.
Sicché non era raro che una voce tenorile risuonasse nel silenzio della notte all’interno dei lotti, ascoltata in genere con rispetto, con emozione della destinataria, con invidia delle sue amiche.
Altri tempi! Era comunque un’occasione per esibirsi, come pure quando venivano invitati ad accompagnare qualche matrimonio con l’Ave Maria o altre romanze. Cantava però solo il padre, perché il figlio, Mario, suo continuatore nella bottega, pur avendo una voce bella e apprezzata dagli intenditori, non è stato mai capace di esibirsi: “Quando devo cantare di fronte a un pubblico – dice – mi prende un blocco che mi toglie il fiato”.
Mentre sfoltisce la chioma di un anziano cliente, Mario racconta di una sua recente visita alla mostra su Pavarotti, in atto a Roma: “Che emozione – dice – di fronte ai suoi cimeli. I costumi di scena, gli attestati, le ‘chiavi della città’ che gli sono state conferite.
Pavarotti è stato l’ultimo grande tenore che abbiamo avuto”.
Interloquisce il cliente: “E di Bocelli che cosa pensa?”. La risposta dell’esperto: “Beh, lasciamo perdere…”.
Mario, come faceva il padre suo maestro, quando ha un cliente seduto sulla poltrona opera da perfezionista. Non usa mai la macchinetta, lavora tutto a punta di forbice. Impiega un po’ più di tempo, ma il taglio risulta molto più accurato.
Naturalmente è orgoglioso di questa sua professionalità, non meno del suo amore da melomane per il bel canto, di cui parla con vera conoscenza. Ha fatto della bottega un circolo culturale, solo con qualche non esasperata digressione per il calcio. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 5 -Dicembre 2008

 

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Aiuole abbandonate a Via delle Sette Chiese

Aiuole abbandonate a Via delle Sette Chiese

A nostro avviso, un errore di progettazione.
Non si è tenuto conto della difficoltà di garantire una normale manutenzione.

Era prevedibile. Noi lo avevamo previsto, lo scrivemmo, e puntualmente si è verificato. Ma non ci voleva molto a prevederlo, era alla portata di tutti, meno che a quella degli architetti che progettarono nel 2003 il restauro dell’antica Via delle Sette Chiese che aveva bisogno sì di essere rivalutata con interventi straordinari, ma non con invenzioni che non seguano criteri di praticità. Così, tanto per fare una cosa eccentrica.

Ci riferiamo alle due tratte dell’antica strada, una compresa tra via Guglielmotti e Largo delle Sette Chiese e l’altra tra lo stesso Largo e Piazza Sant’Eurosia. Nella prima, la via è affiancata da spazi sterrati che dovrebbero essere ampie aiuole contenenti cespugli di media altezza, presumiamo di essenze fiorite. Prive di manutenzione, quelle aiuole, fangose o aride a seconda della stagione, espongono cespugli spinosi, disordinati, inselvatichiti. Nella seconda tratta, quelle aiuolette strette e lunghe che limitano i marciapiedi (tra l’altro intralciando il passo ai pedoni), destinate a contenere cespuglietti di rose, sempre per mancanza di manutenzione sono diventate ricettacolo di rifiuti, nel migliore dei casi inutili strisce di terreno deserto.

Ma non lo sanno gli architetti, anche quelli cosiddetti d’avanguardia, che oggi il problema delle manutenzioni è il più difficile da risolvere? Perché si intestardiscono a progettare soluzioni urbanistiche complicate, forse anche belle in teoria ma nella pratica ingestibili? Quando inventano soluzioni felici, come quella del parco di San Filippo Neri, siamo ben lieti di dargliene atto e di complimentarci con loro. Ma per le due tratte citate di Via delle Sette Chiese il voto è decisamente negativo. Andrebbero riconsiderate. (C.B.)

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

 

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“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

E’ il quarto romanzo della scrittrice e poetessa, originaria della Garbatella

Presentato nell’aprile scorso alla Fiera del libro dell’Auditorium Parco della musica, è uscito il quarto romanzo di Maria Jatosti, nostra ex concittadina della Garbatella: “Per amore e per odio” (Manni Editore, pagg.267, €17). Presentatori sono stati Gianni Borgna, per lunghi anni assessore alla cultura di Roma e musicologo, e il poeta Mario Lunetta, peraltro nato e cresciuto nel nostro quartiere. Come gli altri romanzi della scrittrice (particolarmente “Il confinato” 1961, e “Tutto d’un fiato” 1977), anche quest’opera ha un esplicito carattere autobiografico e abbraccia praticamente tutta la sua densa e talvolta travagliata esistenza, che è rivisitata senza veli attraverso tanti flash che non hanno necessariamente una conseguenza temporale, senza però che il racconto perda il suo carattere unitario.
La partenza e l’arrivo, come è detto nella Premessa di Pino Corrias, coincidono con Roma, dove già da tempo la scrittrice è tornata attraverso molte stazioni. “In mezzo ci sono l’impazienza, la rivolta, la politica, le nebbie di vita agra milanese”, ci sono le indelebili radici della Garbatella, c’è la passione del soggiorno milanese col suo compagno, il compianto scrittore Luciano Bianciardi, c’è Parigi col fascino che su di lei esercita il fratello Virgilio pittore, ci sono tanti altri luoghi dove si intrecciano sogni, speranze, delusioni, rabbia, malinconia, sdegno civile, declino verso la vecchiaia, paura e attesa della morte. Con una scrittura asciutta, essenziale, rievoca la sua vita intrecciandola con i grandi avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi settant’anni, intensamente goduti e sofferti.
Maria oltre che scrittrice è poeta, è appassionata curatrice di eventi culturali, è una militante della Sinistra storica e del Sindacato Nazionale Scrittori. E’ nota ai nostri lettori anche per aver dedicato ai più piccoli di “Cara Garbatella” tre racconti in occasione del Natale degli ultimi anni. Instancabile, annuncia di lavorare a un nuovo romanzo.(C.B.)

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Per Natale una storia vera per i nostri piccoli lettori

Quest’anno, per Natale, vogliamo offrire ai nostri piccoli lettori un breve racconto, tratto da una delle “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci, quelle indirizzate ai suoi due piccoli figli, Delio e Giuliano, con i quali dalla prigione comunicava epistolarmente tramite sua cognata, Tania. Gramsci, nato alla fine dell’800 in un paesino della Sardegna, era stato arrestato nel 1926 benché avrebbe dovuto godere dell’immunità parlamentare essendo stato eletto deputato nel 1924.
Fu condannato definitivamente nel 1928 dal Tribunale speciale fascista per le sue idee, perché, come l’accusa ebbe a dire nella sua requisitoria, “bisogna impedire a questo cervello di pensare per vent’anni”. Il processo si svolse contro 22 comunisti tra i quali Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea costituente della nostra Repubblica. Gramsci fu condannato per attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Non ci fu bisogno che trascorresse un così lungo tempo per neutralizzarne l’azione, perché Gramsci, consumato dal carcere, morì nel 1937. Tra i fondatori e poi segretario del Partito comunista, egli fu politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario: i suoi scritti sono considerati tra i più originali della tradizione filosofica marxista. Non conobbe mai il suo secondo figlio, Giuliano. A lui e al primogenito Delio dedicò dal carcere numerosi brevi apologhi, storielle e favole, nei quali spesso sono protagonisti gli animali, che Gramsci amava molto. Tra questi racconti abbiamo scelto la storia dei suoi due passerotti, raccolti perché caduti dal nido: per un certo periodo gli fecero compagnia nella cella del carcere. (C.B.)

Due passerotti nel carcere amici di Antonio Gramsci

Carissima Tania, ti racconterò la storia dei miei passerotti.
Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (blatta o un millepiedi).
Il primo passerotto era molto più simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa.

Il primo divenne subito padrone della cella. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporare la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo: e per ciò una volta cadde in un recipiente pieno di rifiuti della caffettiera e fu lì lì per affogare. Ciò che mi piaceva di questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso era che la sua relativa familiarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiare danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose.
Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò più, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. E’ morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi morì di colpo.
L’attuale passero, invece, è di una domesticità nauseante; vuole essere imbeccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei pantaloni; se avesse le ali intere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi, oltre al fatto che il mangiare sempre pane molle deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate.
Questa la storia dei miei passerini.
Ti abbraccio teneramente.

Antonio

 

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Scampata dalla shoah

Enrica Zarfati, 86 anni, numero di matricola A8506 del campo di Auschwitz

Scampata dalla shoah

Abitante storica della Garbatella, qui è tornata dopo il calvario del lager. Alla vigilia della liberazione di Roma fu presa per una delazione perché ebrea. Aveva 19  anni. Per 60 anni ha lavorato presso il nostro mercato rionale. “I tedeschi e i fascisti quanto erano cattivi!”

di Carolina Zincone

Io e Giancarlo eravamo un po’ emozionati. Lui la signora Enrica Zarfati – sopravvissuta ad Auschwitz ed abitante storica della Garbatella – l’aveva già incontrata e ci teneva a rivederla; io ne avevo sentito parlare e mi domandavo se sarei stata in grado di sollecitare un racconto di cui far tesoro senza riaprire vecchie ferite.
Le ferite sono interessanti, inutile nascondercelo. Ancor più interessanti se ci parlano di una storia terribile che vogliamo ascoltare perché fa paura, perché sembra impossibile, perché non vogliamo che si ripeta e perché in questo modo possiamo dire a chi è stato ferito quanto ci addolora che sia andata così. La scommessa, allora, consiste nel mostrarci curiosi, sì, ma anche rispettosi e, per questo, sinceramente vicini. Enrica Zarfati
Ogni persona, a modo suo, contribuisce a fare la Storia. C’è però qualcuno che la Storia l’ha subita più di altri e la cui memoria ci è particolarmente preziosa, al punto di volerla far nostra. La memoria di un singolo si trasforma così in memoria collettiva, in memoria di un popolo. E’ questo il caso di Enrica Zarfati e dei suoi ricordi che – lo si vede da subito – la signora non vede l’ora di condividere con noi.

 

Enrica ci aspettava a casa, in compagnia della sua cara e affezionata badante di origini ucraine. Una bella coppia, sembrerebbe, l’una fiera dell’altra. Tra di loro si chiamano Enrica e Irina ed entrambe hanno ricevuto – rispettivamente nel 2004 e nel 2005 – il “Premio Fantasia” della Garbatella, strumento di tutela della cultura popolare del quartiere, assegnato ogni anno a persone garbate e belle. Mentre chiacchieriamo, Irina interviene con conferme e precisazioni. I racconti di Enrica deve averli sentiti tante volte, sa che è diventata un personaggio quasi famoso, ricorda le interviste, i libri, i documentari fatti sulla base delle sue storie. E poi tutti i giorni, in salotto, si imbatte nella foto dell’ex sindaco Veltroni sorpreso in compagnia della signora Zarfati.
Ma anche Irina ha una storia. “Lei pure ha sofferto”, dice Enrica con complicità: “Quando scappavi, eh?”. Ci piacerebbe chiedere perché e dove scappasse Irina, ma la nostra visita al lotto 31, dove la Zarfati viveva e vive tuttora, suggerisce altre strade, che la nostra ospite ha quasi fretta di ripercorrere con noi: “Son passati tanti anni ma ricordo tutto come fosse il primo giorno!”. Ci dice che la cognata sta scrivendo un romanzo sulla sua storia “ma io non ho il coraggio di raccontare tutto”. In realtà il coraggio ce l’ha, eccome.
Non faccio in tempo a cambiare argomento per formulare una domanda che ci avvicini un po’ a quel 1944 di dolore, che Enrica aggiunge: “Il 16 ottobre ci fu il rastrellamento grande, al ghetto. Io no, io fui presa 7 mesi dopo. Ci hanno portato ad Auschwitz, che squallore!”. E così ci ricorda il motivo della nostra visita: Enrica Zarfati, abitante della Garbatella dall’età di anni 3, il 9 maggio del 1944, all’età di anni 21, fu presa e deportata ad Auschwitz, nella Polonia occupata, perché ebrea. “Che squallore!”, ripete, ed è curioso come sia il senso di squallore a riaffiorare per primo, più forte di tutti gli altri.Enrica Zarfati
Subito dopo, però, arriva l’impotenza, la sensazione di essere stata gabbata dal destino, la frustrazione di non essersela cavata solo per poco: “La mia è stata l’ultima partenza, vi rendete conto? Per un pelo m’hanno presa! Quando hanno liberato Roma, il 4 giugno, io ero ancora in viaggio per il Nord. Siamo stati 40 giorni fermi a Modena e lì è arrivata la notizia della liberazione, da mangiarsi le mani!!”.
Più che in viaggio, Enrica Zarfati era in tappa forzata: si trovava nel Campo poliziesco e di transito situato in località Fossoli, a circa sei chilometri da Carpi, da cui nel corso del 1944 transitarono 5.000 prigionieri politici e “razziali” che avevano come destinazione finale i campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald e Flossenburg. In sette mesi di attività del campo partirono 8 convogli ferroviari, 5 dei quali destinati ad Auschwitz. In uno dei convogli per Auschwitz avrebbe viaggiato Enrica Zarfati.
Dal 16 ottobre del 1943 la sua vita era cambiata, viveva nascosta, insieme al resto della famiglia: Enrica, che era la più grande, aveva tre sorelle e tre fratelli. A casa non ci si poteva più stare, così dapprima si erano sistemati insieme ai Pavoncello in una “grotta” della Circonvallazione  Ostiense, poi, con l’aiuto di altri vicini, si erano trasferiti in una fontana del lotto dove c’era una stanzetta segreta che le due famiglie avevano organizzato come un appartamento.
Ci vivevano stretti stretti in 16 – “a papà lo mozzicò pure un topo”, ricorda Enrica che di suo padre ha un ricordo davvero tenero e quasi protettivo – ma in questo modo tutte le volte che le guardie mandate dagli inquilini spioni erano andate a cercarli alla fontana non li avevano trovati.
Il 9 maggio, però, Enrica era sbucata dalla tana al momento sbagliato, per andare a recuperare una pagnotta tedesca comprata la sera avanti: “Chissà che sembrava questa pagnotta a quei tempi e con quella fame!
E’ così che m’hanno presa, dopo 7 mesi che scappavamo! Erano le 6 di mattina e noi lì ad implorare in ginocchio il maresciallo della pubblica sicurezza, a baciargli i piedi, a umiliarci: lasciateci, non c’ha visto nessuno!”. Lui, però, che non avrà avuto neanche 20 anni, evidentemente sapeva di essere stato visto, forse perché doveva essere tenuto d’occhio da chi l’aveva mandato lì. Per questo, mentre aspettava il comandante, era stato inesorabile: “Ormai non posso più lasciarvi”. Enrica racconta e commenta, commenta e racconta: “Boni so’ stati, eh?” “So’ stati angioletti! Quanto erano cattivi i fascisti, mamma mia! Je dispiace a lei che erano cattivi i fascisti?”.
E ancora, incredibilmente: “A me è dispiaciuto che dopo hanno perso il posto, ma dopo quello che era successo, come perdonarli?”. Enrica Zarfati
Alla domanda se nel quartiere qualcuno avesse cercato di proteggerli, la signora Enrica risponde istintivamente con un “Macché!!!!”, ma poi si corregge: “Chi sì e chi no”. Giancarlo ci rammenta che per aver nascosto gli ebrei sotto la chiesoletta don Alfredo Melani è stato riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”, termine utilizzato per indicare i nonebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita, per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista.
Enrica lo sa, ricorda che in quel periodo i suoi fratelli passavano dal rifugio al Bar Lunik (quello della “nanetta”), dove il proprietario, Socrate, li proteggeva dando loro da mangiare. “Ma 7 mesi sono lunghi!”, aggiunge Enrica, quasi a dire che prima o poi qualcosa a qualcuno doveva succedere. E successe a lei.
Non si fermavano nemmeno di fronte ai bambini “i fascistacci che facevano la spia a rotta di collo”. Che poi magari non erano neanche fascisti, ma 5000 lire per ogni ebreo denunciato facevano gola a tutti e 16 in un colpo solo sarebbero stati un bel bottino. Quel giorno che “c’hanno preso come bestie a me e a una signora qua davanti, una di quei Pavoncello, porella, che aveva 50 e passa anni…A quella l’hanno bruciata subito, a quelli deboli, che stavano un po’giù, li facevano fuori presto … vedevi quelle fiamme, sentivi quella puzza…che si doveva vedere, nella civiltà!”.
Restiamo a bocca aperta: la Zarfati ci parla di gente “bruciata” (usa molto questa espressione che fa davvero spavento), dà per scontato che sappiamo perfettamente di cosa stia parlando e butta lì un commento sulla nostra civiltà.
Ricorda che all’epoca era una bambina, una bambina di 22 anni ebrea per caso: “eravamo ebrei perché c’avevano fatto così, ma sennò … non eravamo proprio attaccati alla religione… Eravamo ebrei per modo di dire, non frequentavamo spesso la sinagoga. Sia papà che mamma erano ebrei, ma lasciavano correre.”
Prima di trasferirsi alla Garbatella la famiglia viveva a Monte Savello, al ghetto, “ma Mussolini voleva liberare il Portico d’Ottavia – ricorda Enrica – e avevano fatto ‘sta zona. Non c’era niente qui, sa?
Ci abbiamo  trovato i contadini che coltivavano la terra sotto casa”. Non c’era una comunità ebraica ma c’era qualche ebreo nei paraggi. Il papà era commesso ai magazzini, poi il magazzino è fallito ed è rimasto senza lavoro: “Eh…era una tristezza, porello, si dava da fare per qualsiasi cosa ma era piccoletto…invece lei è alto! – dice la signora rivolgendosi a Giancarlo.
Era buono papà”. E poi ammette, con l’ironia che ormai sappiamo riconoscere: “Purtroppo abbiamo fatto proprio una gran bella vita …. che momenti che abbiamo passato! La fame. E adesso che potevamo stare bene sono tutti morti, ha capito?”. Adesso. Adesso sono trascorsi tanti anni, Enrica ne ha 86. Cos’è successo nel frattempo? Cos’è che rimpiange di più?
Rimpiange il fatto di aver avuto un’infanzia amara, soprattutto per i genitori. Rimpiange il fatto di aver dovuto smettere di studiare per lavorare e dare una mano a casa. Era stata una delle prime ad entrare nella scuola Michele Bianchi (ora Cesare Battisti) quando l’avevano aperta e ricorda con una punta d’orgoglio che al primo avviamento – l’avviamento al lavoro era la scuola media dove si forgiavano le nuove leve del lavoro nazionale – era la più brava. Ma quando hanno formato la scuola ebraica tutti i fratelli avevano preso ad andare lì, in tram, perché il pasto era garantito. Dopodiché aveva dovuto abbandonare gli studi del tutto. Quando aveva accampato la scusa che non poteva più frequentare la scuola perché non aveva le scarpe per arrivarci, le maestre avevano insistito perché lei restasse e le avevano portato a casa scarpe e calzini.
Ma ormai la decisione era presa. Non aveva ancora 11 anni quando si mise a lavorare a macchina da una signora lì vicino: “Me dava ‘na cretinata”. Però è stata sia “piccola italiana” che “giovane italiana” e oggi sorride un po’ vergognosa confessando che per quei ruoli si sentiva un po’ “piccoletta” di statura (anche se aveva una sorella ancora più piccina).
Riferendosi al fascismo e a quei costumi, ci dice che “là tutti dovevano essere di quell’idea, compresi gli ebrei. Ma era una cosa civile, normale, come adesso”. I guai li causa Hitler, quando obbliga Mussolini (a questo punto “maledetto”) a fare  quello che ha fatto. Ma ecco che la signora Enrica si interrompe di nuovo e chiede a Giancarlo: “Gli voleva bene lei a Mussolini?”. “No, perché – continua – da principio era bravo, faceva tutte le cose per bene, ma quando ha cominciato a conoscere i tedeschi…s’è guastato, s’è venduto!
E allora “peggio per lui”, sentenzia Enrica, “ha fatto una brutta fine: prima l’hanno ammazzato, poi l’hanno messo a testa in giù, e pure Claretta, eh? L’amica insomma…ce n’aveva di donne, eh?”. Dette così, le cose tremende e tristemente note su cui Enrica divaga sembrano confidenze vicine al pettegolezzo.
Diverso il ricordo del bombardamento del 7 marzo 44. L’infanzia era finita, le leggi razziali in pieno vigore e il nemico alle porte. Quale nemico?
Più di un nemico. “Quel giorno”, ricorda Enrica, “io pigliai per mano mio fratello che aveva 6 anni e mia sorella che ne aveva 8 e andammo a vedere l’Albergo Bianco, la gente che era morta…invece di prendere la Stazione Ostiense gli americani avevano preso l’Albergo”. Fuoco amico, c’era anche allora. Bombardamenti chirurgici riusciti male. Non come le mitragliate dei tedeschi, che invece erano ben mirate e colpivano anche i bambini.
Lei, ancora ragazzina, il 9 maggio era finita a Regina Coeli, dove rimase una settimana finchè non “ci impacchettarono per spedirci tutti nel campo di concentramento”. A Fossoli, a quanto pare, si stava meglio che ad Auschwitz. Enrica ricorda che siccome avevano preso anche “un sacco di ricconi ebrei”, lei si era potuta industriare e, “lavando i panni dei signoroni” rimediava sempre qualcosa da mangiare. Questo nei 45 giorni in cui restò lì in attesa che si formasse un convoglio di 800 persone.
Dopodiché quel viaggio allucinante di “9/12 giorni…come bestie nei vagoni del treno, che ci facevamo tutto addosso ed eravamo pieni di insetti nei capelli”. Per non parlare dell’arrivo ad Auschwitz: “Un dramma”. Fu allora che, in fila per 5, i vecchi cominciarono ad essere divisi dai giovani, le mogli dai mariti, i figli dai genitori, Enrica dalla signora Pavoncello, che teneva a braccetto, come facevano le altre ragazze con le loro mamme. Non l’avrebbe più rivista, come non avrebbero più visto i loro cari molti di coloro che all’inizio chiedevano ancora disperatamente dove fossero finiti.

Enrica Zarfati

Come gli altri – tutto come gli altri – Enrica fu rapata a zero, svestita e rivestita da carcerata. E poi le venne fatto il tatuaggio: “Ecco, questo era il numero mio, A-8506. Ci chiamavano per numero, in tedesco, e se non ce l’imparavamo erano botte, botte e ancora botte”. Anche gli altri ricordi assomigliano a tutti gli altri ricordi degli ebrei sopravvissuti ai campi: la marescialla tedesca che gliene diede tante, “ma tante tante”, perché aveva rubato due bucce di patate per sfamarsi: “Avevamo sempre la cazzarola legata a un fianco, ma ci spettava una zuppa al giorno che certo non bastava”. Quei lavori forzati, “lì a picconare e tagliare rametti, che neanche loro sapevano quello che ci facevano fare”; la paura di morire da un momento all’altro, “come quella volta che in venti fummo portate davanti al crematorio per poi scoprire che dovevamo solo caricare dei secchi d’acqua per i vagoni tedeschi che evacuavano”; le kapò, “le più cattive – prigioniere polacche che per darsi delle arie si comportavano peggio dei tedeschi ma poi tanto al crematorio c’andavano pure loro: fu una di loro che rispose a una bambina in cerca della mamma indicando le fiamme alte del crematorio”.
In queste condizioni, di fronte a tanto orrore, non c’era modo di pensare a chi era lontano, a chi era rimasto a casa, alla Garbatella: “Lì non pensavo ai miei, non ricordavo più niente, pensavo solo a trovare le bucce di patata nell’immondizia per mangiarmele”. Amori poi, nessuno. “Che scherziamo? Ognuno pensava per sé, si stava sempre tra la vita e la morte perché tutti i giorni si faceva una selezione. Facevano l’appello, passava il tedesco o la tedesca e faceva: “Quello quello quello, via via via!”. Seguivano urla e disperazione.
Impossibile nutrire sentimenti che andassero oltre l’istinto di sopravvivenza. Immaginiamo allora cosa significò, per chi era ancora vivo, l’evacuazione del campo avvenuta in concomitanza con l’avanzata dell’Armata Rossa: “Notizie non ne arrivavano, non sapevamo niente, niente, niente”. Ovviamente, non capivano cosa stesse succedendo e quale destino li attendesse. Nel novembre 1944 Himmler, ideatore della “soluzione finale” per gli ebrei, aveva già dato ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e di demolire sia le camere a gas che i forni crematori, allo scopo di nascondere le prove del genocidio. A quell’epoca ad Auschwitz erano stati uccisi oltre 1 milione di esseri umani. Con la marcia della morte del gennaio 1945, che vide partire da Auschwitz circa 80.000 sopravvissuti, il campo si svuotò definitivamente e i prigionieri furono trasferiti in territorio tedesco.
Enrica sopportò anche la durissima marcia durante la quale morirono in molti e finì nel campo di Ravensbrück, che “pareva un fiore vicino ad Auschwitz”. Ma la liberazione non arrivava e, di fatto, non arrivò nemmeno con i russi, alla fine d’aprile: “Quando i russi ci hanno “liberato” siamo rimasti 4 mesi là perché non ci rimpatriavano. Mi chiedete che effetto ci fecero? Erano severi, sa? All’inizio ci fecero lavorare sodo pure loro, eh? Poi si addolcirono”.
E poi, finalmente, giunse il momento del ritorno a casa. Enrica ricorda che a Roma ormai c’erano gli Alleati: “I ragazzi che c’hanno portato, a me e all’amica mia Costanza, che è morta, porella, 5 anni fa, erano soldati prigionieri pure loro. Ci hanno lasciato con un carro bestiame a Ostiense. Sembravamo due sceme, non sapevamo bene dove andare, chiedevamo notizie di questo e di quello, di chi era stato preso e di chi era tornato. Dopodiché siamo andate al ghetto perché lei viveva lì. Io non ce la facevo più a muovermi, volevo morire là. Lei mi ha trascinato via, era piena di vitalità. Dico la verità: m’ha salvato lei, sennò io restavo là. Eravamo come sorelle”.
Nessuno sperava più di rivederla, Enrica: “La cosa più triste, al ritorno, è stata non trovare più papà. Dal dispiacere si era ammalato di quel malaccio e 9 mesi prima che tornassi era morto. A quanto pare, le sue ultime parole sono state: ‘Ho salvato Enrica, ho salvato Enrica, ho salvato Enrica!’. E forse mi ha salvato davvero, visto che quel giorno sono stata trasferita. Era giovane e non l’ho più trovato, i pianti… E’ stata una cosa triste sa? Io non la posso dimenticare”. Che tenerezza questa complicità, questa simpatia che Enrica cerca e riesce facilmente a stabilire con noi.
Quando è tornata, la mamma non c’era perché le avevano detto che era tornata la figlia ed era andata in sinagoga a cercarla: “Non ricordo come e dove l’ho incontrata, va bene?”.
Che strano, un pizzico di senso di colpa, il desiderio di ricordare un momento bellissimo e il dispiacere di non riuscirci.
La signora Zarfati da quel giorno non si è più mossa dalla Garbatella: “A me mi piace Garbatella. Gli sfollati si erano impadroniti di molte case, mio fratello ne aveva dovuti cacciare tanti per difendere la nostra”. Una volta rientrata, si era subito rimessa a lavorare: “Proprio il giorno appresso che sono tornata dal campo”. Lavorava a casa con la macchina da cucire, faceva i pantaloni, insieme alle sorelle. Ricominciava a vivere. Pagavano poco, però, e così la mamma fece domanda per la licenza al mercato. Le donne di casa si ritrovarono tutte là, mentre “i maschi facevano un altro mestiere”.
“Stavamo bene”, ricorda Enrica, “ma poi ho cominciato a perderli i fratelli…”. Torna il rimpianto, la consapevolezza di aver lasciato ad Auschwitz un pezzo di vita impossibile da recuperare in seguito. Perché la vita va avanti, ma si comincia anche a morire. Muoiono amici, parenti, fratelli che Enrica ha la netta sensazione di non essersi goduta abbastanza e da cui era stata lontana quando era via, in quell’anno e mezzo lungo un secolo.
Enrica ha ricordi appiattiti: la situazione di adesso che è rimasta sola con il fratello più giovane si sovrappone a quella del lager. Invece, nel frattempo, Enrica è diventata un personaggio al mercato, dove ha lavorato per 60 anni vendendo di tutto: all’inizio filo a metraggio, poi qualche cosetta, maglie, calzoni, chiusure lampo, “finché non è diventato un bel negozietto…18 anni all’aperto e poi al coperto, poi c’hanno buttato fuori un’altra volta e poi…chi ci lavora adesso al mercato sta ancora allo scoperto”. Ha smesso di lavorare quando ha compiuto 80 anni, però “avrei lavorato ancora se non mi fossi rotta prima una gamba e poi l’altra, sempre cascando…Tutti conoscevo, m’hanno fregato tanti milioni.
Segnavano e poi non pagavano, dopo aver preso la mejo robba!”. Ma non c’è niente da fare, i suoi ricordi più forti, quelli che non la fanno dormire di notte e la fanno crollare di sonno la mattina, sono quelli di Auschwitz: “Dimenticare non posso”. Anche per questo collabora con l’associazione il Tempo Ritrovato ed è felice quando il coro di Fatagarbatella le canta serenate.
Per tener viva la memoria, anche se questo non l’aiuta a perdonare: “Non potrò mai perdonare i tedeschi, mai, mai, mai! Troppo cattivi sono. Non solo con noi ma con tutti. Lei li perdonerebbe, lei?”. Difficile rispondere a questa domanda e difficile rispondere all’ultima che fa, prima di salutarci: “Racconterà tutto bene?”

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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