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Tag: Un percorso tra proprietari terrieri

Ritorna in edicola Cara Garbatella

L’INFORMAZIONE LOCALE

Da dicembre torneremo in edicola ogni primo giovedì del mese con otto pagine di cronaca locale. Dopo un anno di stop, “Cara Garbatella” si ripresenta nella sua veste originale cartacea, quella che
ha fatto appassionare i numerosi lettori del quartiere e non solo.
Il primo numero verrà festeggiato insieme ai cittadini e ai fondatori storici sabato 15 dicembre alle ore 18,00 presso l’hub culturale Moby Dick in via Edgardo Ferrati 3. Per l’occasione ci sarà anche musica jazz e una mostra fotografica dei vecchi numeri del giornale.
Tante le conferme ma altrettante le novità. Cominciamo con queste ultime. Innanzitutto il giornale uscirà tutto l’anno, tranne la pausa estiva di luglio e agosto, con una nuova veste grafica che
gli editori ritengono essere più moderna e più godibile. Sarà un grosso sforzo, un lavoro che ci vedrà impegnati senza sosta per dare tutte quelle informazioni che non potete trovare sui quotidiani nazionali. A noi, infatti, non interessa fare il controcanto alle notizie che tutti i giorni sentiamo nei telegiornali, nei diversi talk show sul piccolo schermo o sulle pagine dei più noti fogli di informazione. Accenderemo piuttosto i riflettori sulle piccole storie che nascono dietro l’angolo di casa, nella scuola del rione, al centro anziani, nel campo di calcio della parrocchia, ovvero su tutto ciò che contribuisce a fare dei nostri quartieri una vera comunità. Saremo dunque attenti a darvi, ogni mese, le notizie di attualità che riguardano il territorio, ma non mancheremo di raccontare
le vostre storie più belle, quelle di una collettività cittadina in marcia da tantissimi anni per un mondo più giusto e solidale. La seconda novità è che in questa nuova veste editoriale Cara Garbatella sarà ancora più curiosa. Non solo dirigerà le antenne dei suoi redattori sul vecchio quartiere popolare dell’Ater, ma si occuperà anche di cosa succede a Montagnola, Roma 70, Tormarancia, San Paolo e Ostiense, dedicando loro due pagine dell’ancora esigua foliazione. Sarà, inoltre, un giornale più strutturato con una redazione composta da diversi giovani aspiranti giornalisti, che quotidianamente aggiorneranno con servizi in tempo reale anche la versione on line del periodico.

La cronaca la farà da padrona, ma parleremo anche di politica municipale, di cultura e di sport locale con alcune rubriche dedicate. Cosa rimane del passato? Innanzitutto abbiamo voluto lasciare
la storica testata, riconoscibile da tutti gli abitanti della Garbatella, inoltre la tiratura in cinquemila copie al mese e la diffusione gratuita. Infatti il giornale lo potrete trovare presso tutti i nostri inserzionisti e nei luoghi pubblici di transito dei cittadini: la sede del Municipio a via Benedetto Croce, i centri anziani, i centri sportivi e culturali, i bar e i ristoranti. Non rimane che fare un appello ai lettori. Dietro questo giornale non ci sono grandi editori, c’è una piccola associazione composta da volontari, che opera da più di vent’ anni nel quartiere con l’appuntamento annuale del
Jazz festival Garbatella e con un sito web molto visitato. Quindi i veri proprietari del giornale siete voi e gli inserzionisti, che ci credono e investono piccole somme in pubblicità. Continuate a sostenerci. Auguriamo lunga vita a questo foglio, che ci ha accompagnato nei giorni più difficili e in quelli più belli della nostra esistenza degli ultimi vent’anni, una piccola finestra che vogliamo tenere aperta sul mondo che ci circonda.
Un saluto affettuoso e un sentito ringraziamento lo dobbiamo ad Alessandro Bongarzone, che per tanti anni ha firmato il periodico come direttore responsabile.
(g. r.)

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SOS parco Tintoretto: In pericolo l’area verde minacciata dal cemento

TRA VIA BALDOVINETTI E GROTTE D’ARCACCIO
di Massimiliano GIOVANNOLI

L’area verde tra via Baldovinetti e via Grotte d’Arcaccio sembra destinata a scomparire sotto un mare di cemento e asfalto. Un accordo di programma ratificato nel maggio di quattro anni fa ed un’apposita convenzione urbanistica stipulata nel dicembre del 2017 tra la Regione Lazio e il Comune di Roma, prevedono la costruzione di un centro commerciale, di un palazzo di quattordici piani, di un asilo e della strada di collegamento tra Vigna Murata e via del Tintoretto. Previste anche tre rotatorie: due su Vigna Murata e la terza su via del Tintoretto, vicino all’orto urbano Ortolino. Non solo, ma la realizzazione della strada a quattro corsie con spartitraffico porterebbe al taglio di circa 250 alberature,  eliminando l’area verde conosciuta come Parco del Tintoretto.
I cittadini della zona non mancano di sottolineare anche la pericolosità di quest’arteria, soprattutto per gli studenti dei vicini plessi scolastici. È l’Associazione Ottavo Colle a ricordare che questo – “non è un quartiere di transito. Qui le persone vengono a lavorare, quindi le auto arrivano e si fermano. Ora – aggiungono – corriamo il rischio che venga convogliato nel nostro quartiere un  traffico che non sarebbe mai arrivato e con esso anche tanto rumore e smog” . Intanto il Campidoglio prende tempo mentre per Il Municipio VIII – ha spiegato il minisindaco Amedeo Ciaccheri – “si tocca un’area di verde pubblico che va tutelato perchè è uno dei pochi spazi disponibili per residenti e studenti della zona“.

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Garbatella: nascita di un quartiere nelle fonti storico – archivistiche

Un percorso tra proprietari terrieri, vita comune e storia locale

“Fo rispettosa domanda alla S.V. voglia accordarmi un tavolino per vendere limoni e bibite in via Ostiense prossimità via della Garbatella fuori Porta San Paolo.
Tanto vorrò sperare alla sua grande umanità di volermi dare questo permesso che per me è unico mezzo di alimentazione per la mia famiglia” così scrive Belloggi Filomena nel 1915 al Comune di Roma, chiedendo l’autorizzazione alla vendita su strada.

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Nel nostro territorio costruite solo case non destinate ad abitazioni popolari

Nel nostro territorio costruite solo case non destinate ad abitazioni popolari
Il mattone alimenta ancora falsi miti e leggende: un recente utile studio della CGIL

di Eraldo Saccinto

Un recente studio redatto della CGIL ci racconta l’epopea della casa, un lavoro utilissimo per la semplice ragione che il mattone alimenta miti e leggende, fra le quali la convinzione, assai diffusa, che l’investimento immobiliare valga a qualsiasi livello, anche come impegno istituzionale.

Nel nostro territorio costruite solo case non destinate ad abitazioni popolari
Il mattone alimenta ancora falsi miti e leggende: un recente utile studio della CGIL

di Eraldo Saccinto

Un recente studio redatto della CGIL ci racconta l’epopea della casa, un lavoro utilissimo per la semplice ragione che il mattone alimenta miti e leggende, fra le quali la convinzione, assai diffusa, che l’investimento immobiliare valga a qualsiasi livello, anche come impegno istituzionale.

E’ perciò vieppiù meritorio questo lavoro che riesce a produrre un elaborato nel quale si evidenziano i percorsi di ricerca e riflessione sul valore del diritto alla casa, sia nella nostra storia che nella nostra cultura, sul significato della sua funzione sociale e sul valore aggiunto che il corretto uso di questo strumento procura alla comunità. Un diritto che nei fatti viene impropriamente rovesciato e affrontato primariamente come difesa della proprietà, grande o piccola che sia, come si evince anche dall’ultima delibera di Roma Capitale che, pur di difendere questo stato di fatto, propone, si potrebbe dire come al solito, una soluzione emergenziale ma non strutturale, ricadendo nell’incapacità, mostrata soprattutto dai governi delle grandi città, e quello attuale di Roma non se ne discosta affatto, di imbastire una seria “politica della casa”.

Ci si trincera dietro le norme di salvaguardia di coloro che sono in graduatoria per la concessione di un alloggio popolare, senza rendersi conto che nella stragrande maggioranza dei casi queste liste sono composte da quelli che occupano, i quali, stanchi di un’attesa decennale e costretti magari a fare i conti con proprietari senza scrupoli, non possono fare a meno di ricorrere a questo estremo espediente. Il rimedio sembrerebbe quello di aumentare il numero degli alloggi disponibili ma finora c’è stata scarsa disponibilità da parte dell’Amministrazione comunale ad affrontare con la dovuta serietà le richieste di indicare le disponibilità alloggiative, segnalando caserme, stabili sottratti alla criminalità e alloggi sfitti, neppure alla luce delle risorse stanziate dalla Regione Lazio.

Dimostrando così la mancanza di una reale volontà di applicare soluzioni definitive, nonostante il roboante annuncio della Sindaca di aver scovato migliaia di appartamenti da poter riutilizzare per dare una prima risposta alla fame di case che affligge Roma e che a ben guardare, si dimostra essere solo uno specchietto per le allodole: la riproposizione della lista già stilata a suo tempo dal Commissario prefettizio Tronca.

Per il nostro Municipio i dati che espone la CGIL non si scostano troppo da quelli del Comune, benché, nei Piani Regolatori, la predominante per il nostro territorio sia sempre stata quella di una vocazione ad edilizia residenziale pubblica. Durante gli anni del boom economico, l’ATER ex-IACP l’ha fatta da padrone, costruendo a più non posso, per soddisfare le richieste di case da destinare agli operari e agli impiegati del polo manifatturiero Ostiense, dopodiché però non si è fatto altro, per cui le giuste risposte che furono allora date alle esigenze di una classe lavoratrice bisognosa di affitti calmierati, se da una parte hanno stabilizzato la situazione dall’altra hanno saturato il mercato affittuario a basso costo. Allo stato attuale, infatti, aldilà del riuso delle rare abitazioni che potrebbero essere immesse sul mercato a causa di azioni legali, l’unica via praticabile è quella privata, i cui prezzi però sono proibitivi. La CGIL ci fa notare che si è molto costruito sul nostro territorio negli ultimi quarant’anni. E’ stata edificata l’area di Roma ’70, e tutta la fascia che investe Via di Grotta Perfetta, la zona a valle della Montagnola con direttrice verso Via Ballarin, l’area di via del Tintoretto, è stato costruito (e abbandonato) un albergo a Via Galba, un maxiedificio a Piazza dei Navigatori, la zona di Via del
Caravaggio, alcune costruzioni tra Via Palos e Via Capitan Bavastro, sta per essere consegnata l’area ex I-60 con tutte le perplessità ancora in essere che ne hanno contraddistinto la costruzione.

Non uno di questi edifici è però stato destinato ad edilizia residenziale pubblica, sono stati tutti indistintamente destinati a finalità di carattere privato se non speculativo, non un solo mattone destinato a chi è meno abbiente o per quelli che, pur dotati di un reddito fisso da lavoro dipendente, non possono reperire un’abitazione ai prezzi di mercato.

“E’ doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione”, è ripetuto in diverse sentenze della Consulta ma, come conclude il documento del Sindacato, per avere una casa pubblica, a Roma, si è da anni alla guerra.

 Copyright  tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 13 – dicembre 2017

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STREET ART: L’ARTE DELL’INDIFFERENZA

STREET ART: L’ARTE DELL’INDIFFERENZA

Tutti la vedono. Tutti la calpestano. Tutti la criticano. Tutti la disprezzano.
Ma qualcuno si è mai chiesto cos’è veramente la street art?
Quotidianamente ci troviamo a tu per tu con muri ed edifici decorati con dei murales, ma nella fretta degli impegni cittadini e nella poca considerazione di essi si fa finta di niente, li si ignora e si va avanti per la propria strada.
Ogni muro, ogni palazzo, ogni vagone di un treno nasconde tra i propri colori una storia, un messaggio che il writer vuole comunicare al mondo intero, ponendo come soggetti disagi sociali, catastrofi ambientali, idoli e star del popolo. Ma solo chi si sofferma solamente un attimo ad osservare, badate bene, non guardare, queste opere, può capire quanto sia potente questo mezzo di comunicazione e propaganda.
Ne sono la testimonianza diverse classi del liceo J.F. Kennedy di Roma Monteverde Vecchio, che insieme all’associazione culturale Rovescio hanno dato vita e hanno creduto in un progetto alla scoperta delle forme d’arte alternative e poco convenzionali nei quartieri Garbatella, Ostiense e Testaccio. Tutti i ragazzi hanno partecipato affascinati e estasiati dall’imponenza delle macro-opere, riuscendo anche a comprendere il vero significato di ogni murales, che non viene realizzato a caso, solo “per imbrattare i muri delle città”, ma che porta nei suoi colori e nelle sue sfumature un pezzo di cuore dell’artista e un ideale di un intero popolo, che sia giusto o sbagliato non importa, perché le idee e le opinioni devono essere espresse liberamente, sui vagoni della metropolitana o sui banchi di scuola non ha differenza.
Magari tra qualche decennio questi murales saranno stati consumati dal sole, dalla pioggia, dalle lacrime e dal sudore, i writers saranno morti, i muri abbattuti, e allora saremo di nuovo qui per raccontarci un’altra incredibile storia.

Marco Impiglia
IIIe Liceo J. F. Kennedy – Roma

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 13 – Luglio 2017

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Sull’Appia, nel punto in cui confluisce la Via delle Sette Chiese La catacomba di S. Sebastiano fu sepoltura di Pietro e Paolo? Anno 258, durante la persecuzione di Valeriano: perché, in un luogo pubblico particolarmente esposto, ai cristiani fu consentit

Sull’Appia, nel punto in cui confluisce la Via delle Sette Chiese

La catacomba di S. Sebastiano fu sepoltura di Pietro e Paolo?

Anno 258, durante la persecuzione di Valeriano: perché, in un luogo pubblico particolarmente esposto, ai cristiani fu consentito di venerare la memoria dei principi degli apostoli? Feste pagane e feste cristiane. Il significato della data del 29 giugno per la festa dei fondatori della chiesa

di Cosmo Barbato

L’Appia Antica, nel punto in cui riceve l’apporto di Via delle Sette Chiese (asse portante, questo, intorno al quale si è sviluppata dal 1920 la nostra Garbatella), custodisce, tra i tanti altri monumenti, un importante luogo storico, che rappresenta al tempo stesso un enigma non risolto. Ci riferiamo alla catacomba e alla sovrastante basilica di San Sebastiano, uno dei luoghi più venerati a Roma dai cristiani delle origini.
Cominciamo col dire che l’attuale chiesa, opera seicentesca dell’architetto Flaminio Ponzio, occupa solo una navata di una più antica grande basilica cimiteriale paleocristiana, risalente all’epoca in cui la nuova religione conquistava diritto di legalità. basilica-costantiniana
La qual cosa accadeva con l’editto di Costantino del 313, dopo che l’imperatore ebbe sconfitto l’anno precedente l’ex collega e avversario Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio. La grande basilica paleocristiana, dedicata agli Apostoli Pietro e Paolo (era detta appunto Basilica Apostolorum), fu uno dei numerosi luoghi di culto sorti a Roma all’epoca di Costantino, primi fra tutti le basiliche di San Pietro in Vaticano e di San Giovanni in Laterano. Ma è stata affacciata anche l’ipotesi che la sua costruzione fosse stata iniziata già sotto lo stesso Massenzio, di cui si conosceva la tolleranza verso i cristiani.
Costantino o Massenzio, siamo nel IV secolo: che cosa giustificava il desiderio dei fedeli di costruire una grande solenne basilica sull’Appia, in un luogo tradizionalmente deputato ad accogliere sepolture? E’ evidente che il tempio, pur avendo un carattere precipuamente funerario, segnalava un luogo particolarmente venerato.
Doveva trattarsi di qualche episodio strettamente legato alla tradizione del martirio a Roma dei prìncipi degli Apostoli, Pietro e Paolo, ritenuti fondatori della Chiesa.
Facciamo un passo indietro di qualche secolo. Pietro e Paolo sarebbero stati martirizzati a Roma il 29 giugno del 64 sotto l’impero di Nerone, il primo crocifisso nel Circo di Caligola in Vaticano e l’altro decapitato sulla Laurentina, con l’accusa contro i cristiani di aver provocato un terribile incendio che devastò la città, documentato però tra il 18 e il 27 luglio di quell’anno: è evidente l’incongruenza delle date. Per superare la contraddizione si pensò di spostare la data del martirio al 29 giugno del 67, ma poi anche quest’altra data fu abbandonata perché insostenibile alla luce della critica storica. Vediamo le fonti cristiane. La prima menzione della data del 29 giugno si trova nel cosiddetto “Cronografo” del 354, redatto quasi tre secoli dopo la possibile data della morte degli Apostoli.
Altra menzione è nel “Decretum Gelasianum” del 382, dove si precisa che i due furono martirizzati nello stesso giorno (coincidenza davvero singolare, visto che le esecuzioni sarebbero avvenute in circostanze e luoghi diversi). La “Depositio martyrum” inclusa nel “Cronografo” dice anche che il “dies natalis” degli Apostoli (cioè il giorno del martirio) risaliva al tempo del consolato di Tusco e Basso, una data ben precisa che corrisponde però all’anno 258 (il “dies natalis”, cioè il giorno della nascita di una divinità, corrispondeva nella Roma pagana alla dedicazione in suo onore di un tempio; per i cristiani corrispondeva al martirio, cioè alla nascita ad una nuova vita).
La data del 258, che non poteva  riferirsi in alcun modo a quella del martirio degli Apostoli, corrisponde però a un fatto importante, archeologicamente documentato, riscontrato nei sotterranei della Basilica Apostolorum, cioè nella attuale catacomba di San Sebastiano, sviluppatasi successivamente a quella data.
E qui sorge un enigma non risolto.san-sebastiano-roma-garbatella
Il 29 giugno del 258 i cristiani di Roma ricordavano e celebravano in quella località dell’Appia, dove poi sorgerà la basilica costantiniana, il martirio di Pietro e Paolo: questa rievocazione è documentata dai graffiti antichi lasciati dai fedeli, oltre che dalle fonti storiche. Ma proprio in quegli anni infieriva la persecuzione dell’imperatore Valeriano (253-260). Si era supposto che i resti dei due santi fossero stati rimossi dai relativi sepolcri (uno in Vaticano e l’altro all’Ostiense) per preservarli da eventuali profanazioni pagane e fossero stati nascosti in quel luogo di culto sull’Appia. Anzi, quel luogo, che aveva già ospitato sepolcri pagani, sarebbe stato acquistato dalla comunità cristiana e trasformato adeguatamente proprio perché ospitasse il culto degli Apostoli. Ma l’ipotesi non regge, innanzitutto perché, secondo le severe leggi che vigevano a Roma, era severamente vietato a chiunque, compreso lo Stato, violare una sepoltura. Divieto che valeva tanto se i resti degli Apostoli fossero rimasti nei luoghi di sepoltura originari quanto se traslati sull’Appia. C’è chi ipotizza che sarebbero stati trasferiti solo i crani; c’è chi ritiene che possa essere stato traslato solo Pietro; si è poi ipotizzato che i corpi dei santi abbiano trovato sull’Appia solo un breve asilo, secondo alcuni solo per un anno.
Sta di fatto che sull’Appia si creò una memoria degli Apostoli, in un luogo che oggi appare sotterraneo, cioè sotto la Basilica Apostolorum e la successiva chiesa di San Sabastiano, ma che allora, quando la basilica non era stata ancora costruita, si presentava a cielo aperto. Il posto era noto con il nome “ad catacumbas” di incerto significato: quando in seguito si sviluppò il cimitero sotterraneo, questo fu chiamato “catacomba” e tale appellativo servì poi ad indicare tutti i cimiteri sotterranei.
Quel luogo di culto continuò ad avere sempre un’estrema importanza per la comunità cristiana. Tant’è che, quando tutte le altre catacombe, non più frequentate per l’insicurezza delle zone extraurbane, erano state abbandonate e addirittura dimenticate, questa sull’Appia continuò ad essere frequentata e venerata.
Ma come è stato possibile che un luogo di culto cristiano, posto in bella mostra tra il secondo e il terzo miglio della Regina Viarum, strada continuamente trafficata, in un tratto costellato di tombe prestigiose e anche di lussuose ville suburbane, si possa essere sviluppato sotto gli occhi di tutti e in pieno periodo di persecuzioni? Questo è l’enigma che rimane irrisolto. Ciò può voler dire che c’erano sì le persecuzioni, però c’era quanto meno anche una certa tolleranza.
Ma veniamo alla data del 29 giugno, che non può essere stata scelta a caso, non corrispondendo certamente a quella del martirio dei due Apostoli.
Si è supposto dunque che il 29 giugno del 268 sia il giorno della solenne istituzione del culto di Pietro e Paolo sull’Appia. I romani, l’abbiamo detto, definivano “dies natalis”, cioè giorno della nascita di una divinità, quello in cui le veniva dedicato un tempio. Similmente potevano essersi regolati i cristiani del tempo di Valeriano: seguendo la tradizione romana avrebbero cioè considerato “dies natalis ” degli Apostoli quello della inaugurazione dell’area di culto, con o senza la presenza dei corpi dei martiri.
Per i cristiani però il “dies natalis” era anche quello in cui un fedele rinasceva a nuova vita testimoniando col supremo sacrificio, cioè il martirio, la propria fede. Da qui più tardi sarebbe nato l’equivoco.
Ma il 29 giugno aveva già a Roma un significato particolare. In quel giorno, nel 16 a.C., fu consacrato sul Quirinale il tempio di Quirino, fatto ricostruire da Augusto. Quirino veniva identificato con Romolo e il tempio intendeva esaltare i mitici fondatori di Roma, Romolo e Remo. Il 29 giugno divenne il loro “dies natalis”.
Così come era accaduto per altre ricorrenze pagane trasferite nella liturgia cristiana (ricordiamo il 25 dicembre, festa del “Sol Invictus”, trasformata nel natale di Cristo), il “dies natalis” dei fondatori della Roma pagana si era trasformato in quello dei fondatori della Roma cristiana.
Ma mentre le vicende dei primi fondatori della Roma pagana si erano basate sulla discordia e sul sangue fraterno versato, quelle dei rifondatori cristiani si basavano sulla fraternità e sulla concordia: un confronto davvero emblematico
.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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L’uomo delle stelle di Fabio Mariotti

Ho saputo della sua morte solo al ritorno da Londra, dove ero in vacanza durante la chiusura della scuola a Pasqua.
La prima sensazione è stata un senso di colpa per non esserci stato, lì con tanti altri amici, ex compagni ed ex colleghi di scuola, a dare l’ultimo saluto a Padre Guido.
Non ho provato dolore ed è stato strano accorgermene, ma un gran senso di pace e di serenità, lui che per tanti anni ci ha insegnato a rispettare la vita e non temere la morte, se n’ è andato in pace, come era naturale che fosse. Ho meditato a lungo prima di scrivere qualcosa su di lui, non volevo fosse il solito necrologio di circostanza.

Se andate in giro sulla rete troverete centinaia di storie e aneddoti sulla sua vita e la sua “militanza” di prete di quartiere qui alla Garbatella.
Potrei ricordarne tanti anch’io, sia da alunno, sia da professore del Cesare Baronio.
Qui voglio invece ricordare padre Guido come il sacerdote atipico che è sempre stato, quello che portava gli alunni a copiare sul quaderno le parolacce scritte sui muri, per demistificarne il senso ribellistico e proibito, quello che a messa non parlava mai dell’inferno ma preferiva trarre dalla natura lo spunto dei suoi discorsi. Nel suo insegnamento il messaggio evangelico più schietto partiva sempre dalla grande lezione spiritualista della natura.
Padre Guido è stato per me il prete che ci faceva costruire il sestante e il barometro a scuola ma ci insegnava anche che c’è qualcosa al di là della realtà visibile.
Padre Guido è stato per me l’uomo delle stelle. Da ragazzi  spesso ci portava a guardare il firmamento, quando a Roma il cielo non era ancora velato dalle luci delle insegne luminose che oggi deturpano la città e tutt’intorno alla Garbatella c’era ancora la campagna.
Ricordo come fosse ora il miracolo della nostra galassia stagliata contro il nero cristallino del cielo di tramontana. Un’emozione che nessuna parola potrà mai descrivere, nessuno schermo Hd-3D riprodurre, il senso profondo di essere parte di quello spettacolo meraviglioso.
E poi ci insegnava i trucchi del mestiere: come distinguere un pianeta da una stella, dove trovare Aldebaran, Vega, Orione e Cassiopea. Ma soprattutto ci spiegava come orientarci con le stelle e non solo in senso geografico: al di là dell’astronomia, Padre Guido ci indicava come trovare noi stessi…” quando un giorno sarete grandi, e magari vi sentirete smarriti, guardate lassù. Lì troverete tutte le risposte ai vostri dubbi”.
Sono diventato grande e anch’io mi sono smarrito, più di una volta in questa vita.
Grazie a lui ho saputo alzare lo sguardo al firmamento e ritrovare la Via
Grazie padre Guido, ciao!

tratto dalla sua ultima lettera ai parrocchiani:

“….vedo appiattirsi sempre più lo standard (abusivamente) imposto dalle macchine o dai computer che praticamente ignorano il ritmo vero della vita sul Pianeta Terra che annualmente, ruotando attorno al sole, ci propone il susseguirsi delle stagioni e la spiritualità della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno che ogni anno propongono un anello nuovo (pensate ai cerchi annuali del tronco nelle piante)…”

Fabio Mariotti

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Reinterrata la necropoli di Via Padre Semeria

Reinterrata la necropoli di Via Padre Semeria

Via Padre Semeria, la strada che sfocia nella Colombo più o meno all’altezza del poderoso rudere di una antica cisterna romana, ha restituito in passato non pochi antichi reperti di prevalente origine funeraria. Ce ne raccontava padre Alfredo Melani, il sacerdote degli oratoriani di San Filippo Neri, vero pioniere della Garbatella, scomparso già da parecchi anni, che era arrivato all’oratorio e alla chiesoletta fin dal 1925. Padre Melani si prese diligentemente la briga di raccogliere quei reperti che gli portavano i ragazzi (olle cinerarie, alcune lapidi, qualche scultura e delle monete) in una vetrina-museo posta all’interno dell’Istituto Cesare Baronio.scavo-garbatella
Uno scavo sistematico fu condotto poi dalla Soprintendenza quando iniziarono, alla fine degli anni 30 del secolo scorso, i lavori per la costruzione della Colombo, ovvero della Via Imperiale. Ma non tutta la Via Padre Semeria era sta indagata. Restava da scavare un’area prospiciente la Colombo che avrebbe dovuto ospitare un edificio dell’Istituto Postelegrafonici. I lavori preliminari per l’erezione del fabbricato iniziarono nel 1996 ma furono subito interrotti: emersero infatti un centinaio di sepolture del I-III secolo d.C., tra cui una che appariva singolarmente piombata e sigillata, come accadeva in antico quando la tomba conteneva il corpo di una persona cui si attribuiva qualche potere malefico: fu subito chiamata la tomba della strega.
In seguito i lavori furono definitivamente interrotti quando l’istituto di previdenza dei postelegrafonici fu liquidato e inglobato nell’Inps: di quell’edificio ipotizzato non c’era più bisogno. Per anni quella vasta area è rimasta sconvolta dallo sterro, luogo di degrado e di scarico abusivo di materiali, nonché sito per abboccamenti sessuali di prostitute e di transessuali. Alla fine si è deciso di salvaguardare l’area semplicemente reinterrando le sepolture, come spesso accade quando, per mancanza di fondi e per non eccelso valore dei reperti, si decide di lasciarli sottoterra, in tal modo custoditi meglio che se fossero lasciati all’aperto. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Aprile 2014

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Callisto, il papa che non trovò posto nella catacomba che aveva costruito

Nel grande complesso cimiteriale alle porte della Garbatella

Callisto, il papa che non trovò posto nella catacomba che aveva costruito

Personaggio molto discusso, morì martire nel 222, lapidato durante una rivolta anticristiana del popolo di Trastevere.
Fautore di una politica di tolleranza, si scontrò col rigore del primo antipapa Sant’Ippolito.

di Cosmo Barbato

callisto-primoIl San Callisto, il papa cui è intitolata la grande e venerata catacomba che si trova tra l’Appia  Antica, la Via Ardeatina e la Via delle Sette Chiese, alle porte della Garbatella, fu martire e quindi è santo, ma non si può dire che fu “uno stinco di santo”, stando ai giudizi severi che hanno lasciato su di lui eminenti scrittori cristiani che non lo amarono e lo bollarono come “uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l’errore”. Fu comunque personaggio di notevole spessore nella storia del cristianesimo delle origini.

Callisto fu il sedicesimo vescovo di Roma, cioè il sedicesimo papa dopo San Pietro. Occupò il soglio pontificio per cinque anni, tra il 217 e il 222, un periodo relativamente breve che però incise profondamente nella comunità cristiana che andava affermandosi tra periodi di tolleranza e di persecuzioni e tra non pochi disaccordi nel suo seno. Romano del Trastevere, era di origini servili, era stato cioè schiavo di un padrone, Aurelio Carpoforo, un facoltoso liberto di Commodo, l’imperatore che regnò tra il 180 e il 192 figlio degenere del grande Marco Aurelio.

Fu avviato alla nuova religione proprio dal suo padrone cristiano, che prese a ben volerlo, lo affrancò e gli donò anche un capitale che gli permise di esercitare la sua vocazione per gli affari aprendo un banco di cambiavalute non lontano dal Circo Massimo, nella zona dove più tardi sorgeranno le Terme di Caracalla. Ma Callisto si lanciò in operazioni avventate, dilapidando il denaro ricevuto e probabilmente appropriandosi anche di capitali dell’ex padrone. Sta di fatto che a un certo punto dovette abbandonare precipitosamente il banco, inseguito dai clienti cui aveva sottratto denaro.

Fu beccato però a Porto, dove cercava di imbarcarsi per una qualsiasi direzione pur di sfuggire ai tanti creditori truffati. Tra questi, anche il suo ex padrone, Carpoforo, che lo ridusse nuovamente in schiavitù e lo destinò alla macina finché non avesse risarcito il denaro sottratto. Ma Callisto era nato con la camicia: ben presto il padrone lo perdonò, rinunciando anche al risarcimento delle somme perdute. Tornato libero, Callisto, che presumeva di possedere il bernoccolo degli affari, riprese la sua attività finanziaria, dedicandosi anche al prestito usuraio. Nell’ambito di questa nuova proficua attività commise però un errore che gli fu fatale. Un giorno, a caccia di un debitore ebreo insolvente, irruppe di sabato nella sinagoga interrompendo una cerimonia religiosa.

Fatto gravissimo questo, secondo la legge romana, qualunque fosse la religione offesa. Callisto, denunciato dalla comunità ebraica, fu arrestato, frustato e condannato ai lavori forzati (ad metalla) nelle miniere della Sardegna. Ma il futuro papa era nato proprio con la camicia. Nel periodo della sua
detenzione ci fu un’amnistia per i cristiani deportati in Sardegna (l’isola “malsana” era normale luogo di pena per i colpevoli di gravi reati, tra i quali, in alcuni periodi, era annoverata la professione della fede cristiana).

catacombo-callisto-iL’atto di clemenza era stato ottenuto dal papa Vittore I tramite i buoni uffici di Marcia, l’amante cristiana dell’imperatore Commodo. Callisto non era incluso nell’elenco degli amnistiati, fornito dallo stesso papa, che lo riteneva un tipo poco raccomandabile: e poi, Callisto non era stato condannato per motivi religiosi, bensì per reati comuni. Ma Callisto riuscì a introdursi furtivamente tra gli amnistiati al momento dell’imbarco. Quando Vittore se lo trovò a Roma fece buon viso a cattivo gioco ma cercò di toglierselo di torno, assegnandolo a un compito di scarsa importanza ad Anzio.

Nel 199, morto Vittore, fu eletto papa Zefirino, il quale, facendo affidamento proprio nello spirito intraprendente di Callisto e volendo premiare i buoni risultati dell’incarico affidatogli ad Anzio dal suo predecessore, lo richiamò a Roma nominandolo suo segretario. Nella nuova veste di arcidiacono, egli prese in mano l’amministrazione della comunità e nel contempo divenne il suggeritore della politica di tolleranza verso quei cristiani che, nei periodi di persecuzione, avevano abiurato (erano i cosiddetti lapsi), sostenendo la loro riammissione in seno alla Chiesa, in dura polemica con l’influente prete Ippolito. Questi, assertore di un intransigente rigorismo dogmatico, detestava Callisto.

Quando nel 217, morto Zefirino, Callisto fu eletto papa, Ippolito, che in realtà aspirava al soglio pontificio, gli si contrappose energicamente, riuscendo a sua volta a farsi eleggere papa da una fazione dissidente: fu il primo antipapa della storia, riconosciuto però come santo per aver in seguito testimoniato col martirio la sua fede cristiana. La lotta di Ippolito non conobbe tregua: egli considerava Callisto un permissivo nei confronti di adulteri e prostitute che avessero fatto pubblica penitenza, verso il matrimonio di diaconi, di preti e di vescovi. Callisto in realtà aveva una visione più aperta e in definitiva più consona al messaggio di perdonanza e di amore cristiano.

Già sotto il pontificato di Zefirino, Callisto aveva avuto l’incarico di unificare i cimiteri in parte sotterranei di proprietà del clero cristiano sorti in quell’area tra l’Appia e l’Ardeatina a partire dal II secolo. Sfruttando le sue capacità imprenditoriali e il suo senso degli affari, esercitato anche nel proprio interesse, egli acquistò nuovi terreni adiacenti, creando quell’enorme complesso che poi si allargò ulteriormente nei secoli successivi, al quale lasciò il suo nome ma non le sue spoglie, come vedremo. La catacomba comprende, oltre alla parte callistiana, le cripte di Lucina, il cimitero di Santa Soteride, il cimitero di Balbina e quello di Basileo. Inoltre, nel sopraterra, si trovano numerosi edifici, cappelle e basiliche. Complessivamente nell’area trovarono sepoltura sedici papi del III e del IV secolo: Ponziano, Antérote, Fabiano, Lucio I, Stefano I, Sisto II, Dionigi, Felice I, Eutichiano, Gaio, Eusebio, Milziade, Zefirino, Cornelio, Marco, Damaso. Quell’enorme complesso situato lungo la Regina viarum sta lì a testimoniare la relativa autonomia di cui godeva la comunità cristiana tranne che nei periodi di persecuzioni e al tempo stesso rappresentava una solida dimostrazione del prestigio che i cristiani erano riusciti a conquistare nella capitale dell’impero.

Callisto morì martire il 14 ottobre del 222 sotto Severo Alessandro. Ma non fu vittima del potere imperiale, ché anzi quell’imperatore, come del resto il suo predecessore Eliogabalo, fu ben disposto verso i cristiani, bensì sarebbe stato vittima del popolo di Trastevere. Ci sono due versioni che parlano di una violenta rivolta popolare che si concluse con l’assassinio del papa. Entrambe testimoniano dell’intolleranza del popolo minuto verso i cristiani. La prima fa scaturire la caccia al cristiano da un prodigio che si sarebbe verificato durante una cerimonia religiosa pagana: un fulmine sarebbe caduto su un altare sacrificale uccidendo alcuni sacerdoti.

santa-ceciliaL’episodio sarebbe stato interpretato dalla folla come un segno dell’ira di Giove per la profanazione della religione dei padri compiuta dagli adepti della nuova religione che andava diffondendosi. Sarebbero stati i trasteverini a cercare una vendetta, invadendo la casa del vescovo Callisto  situata nella loro regione e precipitandolo a testa in giù nel pozzo di casa, coprendo poi il corpo di sassi. L’altra versione racconta invece della reazione dei trasteverini alla concessione ai cristiani, da parte dell’imperatore Eliogabalo, di un’area pubblica, occupata da una taberna meritoria destinata ai soldati veterani.
Quest’area, sulla quale sorse poi una cappella e più tardi la grande basilica di Santa Maria in Trastevere, era particolarmente venerata dai cristiani per via di un fenomeno che vi si era verificato nell’anno 38 a.C. e di cui era rimasta memoria: lo sgorgare di una fonte d’olio (più probabilmente acqua inquinata proveniente dal pessimo acquedotto Alsietino, che alimentava la vicina Naumachia di Augusto). Quel fenomeno era stato interpretato dalla numerosa comunità ebraica che viveva nel Trastevere come preannuncio del prossimo arrivo di un Messia e successivamente dalla comunità cristiana, che da quella ebraica derivava, come una profezia dell’avvento di Gesù. Il trasferimento di un edificio pubblico dedicato ai veterani a una comunità che non godeva di buona fama e simpatia scatenò, al tempo di Severo Alessandro, successore dell’imperatore Eliogabalo, una reazione di rigetto che si sarebbe conclusa con l’assassinio a furor di popolo del capo di quella comunità. Dove c’era la presunta casa del papa sorse poi la chiesa di San Callisto, non lontana da Santa Maria in Trastevere. Adiacente alla chiesa di San Callisto si conserva ancora una vera del pozzo in cui il pontefice sarebbe stato precipitato e lapidato.

pozzo-san-callistoSecondo una variante, la casa e il pozzo non sarebbero quelli di Callisto, ma del capo dei suoi persecutori, Ponziano, Comunque sia, la tradizione testimonia della diffidenza che le classi popolari nutrivano verso i cristiani, che invece avevano fatto proseliti nelle classi più agiate: la nuova religione rompeva l’equilibrio che si era consolidato tra il popolo e gli dei. Perché Callisto non trovò sepoltura nel cimitero che aveva contribuito ad apprestare a favore della crescente comunità cristiana?

Probabilmente per l’ostracismo verso la sua persona della fazione avversa che lo aveva combattuto fin dal periodo precedente alla sua assunzione al papato: non godeva di buona fama. Le sue spoglie tuttavia furono raccolte in una modesta catacomba intitolata a uno sconosciuto Calepodio che si trova al III miglio dell’Aurelia Antica, poco prima dell’attuale Piazza Carpegna. Nello stesso cimitero molto più tardi, nel 352, trovò sepoltura un altro importante papa, Giulio I, ma non in catacomba, bensì in un edificio sopra terra. Giulio fu il pontefice che regnò tra il 337 e il 352 e che diede inizio all’edificazione della basilica di Santa Maria in Trastevere, la prima a Roma dedicata al culto della Madonna.

La catacomba di San Callisto, oltre a chilometri di gallerie e alle memorie storiche della Chiesa delle origini, contiene epigrafi, sarcofagi, affreschi. Qui si trovava anche la tomba venerata di Santa Cecilia, che fu traslata nel IX secolo nella basilica a lei intitola anch’essa nel Trastevere. Nel corso dei restauri della chiesa in previsione del Giubileo del 1600, fu rintracciata l’urna di legno di cipresso che conteneva il suo corpo che apparve piegato su un fianco,
come lo rappresentò nel marmo Stefano Maderno nella mirabile scultura che si conserva sotto il ciborio di Arnolfo della chiesa trasteverina.

Nella catacomba di San Callisto, nella cripta che originariamente accolse il corpo venerato della giovane martire, si conserva una copia della scultura del Maderno. Insieme alla attigua cripta dei papi è uno dei luoghi più visitati e venerati dai pellegrini e dai fedeli.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Novembre 2012

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Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Dall’Oratorio dei Filippini ricordi del decano padre Guido Chiaravalli

Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Signor direttore, ho letto con vivo interesse la dotta  disquisizione del signor Recchi sulla “mazzafionda”, pubblicata nel numero di giugno di Cara Garbatella. Mi ha fatto rivivere quella stagione di quaranta anni fa quando, al termine della scuola, qualche piccolo gruppo andava a “pesca” (di ranocchie) nella marrana di Grottaperfetta, dove ora vi sono le vie di Tiberio, Giustiniano, Costantino imperatori, oppure a caccia di uccellini.
Andavano in due o tre con la fionda infilata nei calzoni posteriormente per evitare incontri non graditi (guardie ecc.).
Un buon luogo di caccia era la rupe di San Paolo sul versante di Via Giovannipoli. Ho notato il silenzio del signor Recchi sull’alternativo bersaglio in caso di insuccesso venatorio. E’ bene che un’idea del genere non si diffondi.Oratorio San Filippo Neri - Chiesoletta
Nell’impeccabile descrizione del signor Recchi si parla del bosso e del frassino, ma alla Garbatella non vi è reperibilità di tali piante. E’ opportuno invece portare attenzione sui ligustri presenti nei Lotti. La forcella si divarica simmetricamente ed è un buon legno. Sarebbe bene che qualche “tecnico” (di età almeno sessantenne) descrivesse i giochi del “picchio” e della “nizza”. Occorre rivolgersi ai nonni perché vi è alle spalle un salto generazionale. Giochi intelligenti, come le biglie, scomparsi, purtroppo sostituiti, come il gioco nelle piazze, dall’abuso dei mezzi virtuali che rubano la bella socialità di allora.
Un gioco invece ormai impossibile col traffico attuale era quello dei “carrettini” o “pattini”. Iniziava anche esso con le vacanze. Dopo una “passata” dai meccanici per rimediare due cuscinetti piccoli e uno grande, all’Oratorio che forniva gli attrezzi sembrava di essere a Maranello in una catena di montaggio. Il problema maggiore era trovare il legno adatto. Una pista di prova la offriva Via Lorenzo da Brindisi ma il meglio era Via Massaia con lo scarso traffico di allora. Una volta in Via Tosi traslocavano ed avevano smontato dei mobili riservandosi di prenderli successivamente. Sparirono alcuni pezzi. Il proprietario preoccupato della cosa venne all’Oratorio a cercarli, ma non li trovò. Era veramente inquieto. Ne parlai agli agenti del CIO (Centro investigativo Oratorio) specializzato nel recupero palloni, scarpe ed anche qualche strumento musicale. Lui aveva promesso una buona ricompensa.
“Radio scarpa” entrò in azione e si venne a sapere che li avevano presi alcuni ragazzi di Via Giovannipoli per fare una capanna sulla rupe. La mancia venne pagata.
Era il mondo dei ragazzetti (e ragazzette) di allora. Non si finirebbe di raccontarlo. Un mondo che è bello non si perda. Fine anni cinquanta. Era stato donato per la Colonia un canotto gonfiabile Pirelli. Era uno dei primi e lo avevano mandato da Milano. A turno a Torvaianica lo pagaiavano: una cosa ambita. La sera, al rientro, lo si lavava con cura e lo si appendeva ad asciugare. Una mattina era scomparso. Costernazione. Assemblea. La traccia: l’ha preso certamente un ragazzo del quartiere.
Passare la voce. Arriva una ragazzina: questa mattina due del mio Lotto sono andati al mare col trenino per il Lido con un canotto.. Piano di recupero: a turno due controlleranno i trenini in arrivo. Non accade nulla. Aspettare. La sera mentre il sottoscritto era a cena una scampanellata. I due compari erano stati pedinati sino alla Garbatella ed in un cortile erano assediati da una massa vociante. Se la squagliarono infuriati e la mattina dopo il canotto rientrò in servizio.
Padre Guido Chiaravalli

Ringraziamo padre Guido per la preziosa testimonianza che ha voluto affidare a Cara Garbatella. Cogliamo l’occasione per augurare un buon tornato a padre Guido, era stato indisposto per un periodo di tempo.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

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