Continua il concorso “Indovina la foto”, dove i lettori di Cara Garbatella sono invitati a scoprire i luoghi dimenticati del loro quartiere. Anche nell’ultima edizione del giornale di ottobre tante sono state le risposte giunte via mail alla Redazione. Ma a vincere è stato solo uno, Enrico Gobbi che ha indicato Via Guglielmotti, la strada che collega piazza Pantero Pantera con via delle Sette Chiese. Sulla destra erano ancora presenti le villette Icp del lotto 1, che furono abbattute negli anni Cinquanta.
Questa volta l’immagine proposta è molto difficile da individuare perché rappresenta ancora un ambiente non urbanizzato. Ma dove si trova la collinetta dove sono rappresentati i due soggetti? Come sempre i primi tre lettori che faranno pervenire via mail la risposta esatta, saranno premiati dalla Redazione con le pubblicazioni edite da Cara Garbatella: “Garbatella 100, il racconto di un secolo”, ”Dalla Villetta ai Gazometri”, ”Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense”. Ci vediamo alla premiazione e buon Natale.
Il 13 dicembre presentazione al teatro Palladium di piazza B .Romano
Di Gianni Rivolta
Sarà nelle librerie dal 9 dicembre l’ultimo romanzo di Smeriglio “Se bruciasse la città”. Sì, proprio come il titolo della canzone di Massimo Ranieri del ’70 e una copertina che è già mezzo libro: il gazometro sullo sfondo e il Ponte di Ferro che va a fuoco. ”No, tranquillo- assicura l’autore- non c’è nessuna relazione con la canzone, se non di striscio e l’incendio del Ponte è una metafora. Quella di una città affaticata, piegata, che ha perso coscienza di sé, una città plumbea, incattivita che può prendere fuoco anche per autocombustione”.
Due piani temporali per due storie che si intrecciano e troveranno un punto di atterraggio comune. Roberto Cimino, detto Shangai, arriva in borgata dopo una lunga detenzione in carcere. Scontati vent’anni “al gabbio” cerca di capire perché quella rapina nel ‘94 a via di Tor Lignite è andata storta. E poi sua figlia e sua moglie che fine hanno fatto?
Dopo l’operazione Anfiteatro, che ha sgominato la criminalità organizzata in città, lui unico professionista in borgata, aveva messo su una batteria semi improvvisata. Quelli che aveva potuto raccattare tra i palazzoni popolari sorti sulle macerie delle catapecchie in blocchetti di tufo e lamiera, gli amici fidati di quand’era pischello: Manolo, Lallo e Fiorella e i più freschi Valerio e il Gatto, amici del quartiere Iacp vicino, oltre la grande via.
Shangai trova una città cambiata, in tutto, lo sfasciacarrozze, la scuola elementare, le automobili ma anche le piccole cose che non esistono più: la Tv col tubo catodico, il lettore VHS per cassette. Anche la fauna non era più la stessa. Sparite le rondini e i pipistrelli delle tiepide sere primaverili, avevano preso il largo i gabbiani sempre più arroganti e muscolosi ed erano comparsi da chissà dove i pappagalli verdi. Una caciara.
Marco, il Tibetano, invece, è un ragazzo di vent’anni diviso tra l’officina del padre e la comitiva. Vive in un lembo urbanizzato lungo una consolare, oltre il Gra. E’ qui, tra capannoni abbandonati, discariche abusive e quel che resta dell’agro romano, il loro west, che Marco con la sua banda di coatti multietnici, la banda dei Dispari, gestisce la logistica dei gruppi criminali attraverso stoccaggi e magazzini. Con lui c’è la sorella Meri, l’unica che ha studiato e che pianifica, business plan alla mano, addirittura una cooperativa di servizi a copertura, Hamid, Unabomber, Mezzopezzo, Trepperdue, Big e Sorcanera.” Quella di Marco e’ una periferia estrema, dove non esiste la dimensione pubblica se non quella repressiva delle forze dell’ordine – precisa l’autore-. E’ razzista, anche se i suoi amici sono eritrei figli di rifugiati politici, magrebini, rumeni. Ma non conta. In quell’agglomerato urbano, dimenticato da tutti, non c’è possibilità di riscatto sociale, non c’è futuro, l’unica speranza è il gruppo”. I progetti di Marco e di Meri non passano inosservati e cominciano a pestare i piedi a chi stabilisce il tariffario del mercato illegale e controlla le dinamiche criminali delle batterie di quartiere. L’obiettivo dei Dispari è di mettere a fuoco la città. Ci riusciranno?
Come sempre la scrittura di Smeriglio è aggressiva, ritmica, ruvida come le storie e i personaggi che racconta in una Roma che è immobile e devastata.”E’ il destino della Città Eterna che o rinnova la sua funzione e la sua missione o brucia tra le fiamme- rincara Massimiliano Smeriglio”.La prima presentazione è alla Nuvola di Fuksas l’8 dicembre alle 17,30 alla mostra nazionale della piccola e media editoria “Più libri più liberi”.Il 13 dicembre invece l’autore gioca in casa al Teatro Palladium della sua Garbatella.
”Se bruciasse la città”Giulio Perrone Editore 2021, euro 18,00.
Massimiliano Smeriglio (1966) attualmente è parlamentare europeo, membro della commissione cultura. E’ stato docente universitario. Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo, Garbatella combat zone (Voland), ottenendo le prime attenzioni di critica e di pubblico. Due anni dopo esce Suk Ovest, banditi a Roma (Fazi Editore), finalista al premio Scerbanenco 2012. Nel 2017, pubblica per Fazi Editore Per quieto vivere. Ha pubblicato saggi sul rapporto tra politica, istituzioni e società.
In campo le parrocchie, le scuole, i centri anziani e le associazioni del territorio
Di Paola Borghesi
Facendo gli scongiuri contro le misure restrittive che eventualmente potrebbero scattare nel periodo natalizio, fervono comunque i preparativi e le programmazioni per i festeggiamenti.
Le parrocchie per prime si stanno organizzando, mettendo in calendario cori, iniziative di solidarietà, allestimento di presepi.
L’attivissimo Don Alessandro Parroco di San Francesco Saverio, dopo i festeggiamenti del Santo Patrono del 3 dicembre alla presenza del Cardinale Rodè, ha messo in programma per domenica 19 dicembre alle 17 il grande Coro Accademia Musicale di Roma Capitale. La corale nata nel 2009 con lo scopo di diventare uno strumento di aggregazione intorno all’attività musicale giovanile è cresciuta in questi 12 anni con varie aggregazioni fino all’attuale composizione di oltre 25 elementi. Il Concerto di Natale rappresenta un ritorno alle esibizioni pubbliche dopo un’assenza di circa due anni a causa del Covid-19 e proprio per questo, assicurano, sarà una esibizione densa di emozioni. Il repertorio, proposto insieme al Gruppo musicale da camera dei docenti dell’Accademia ( un quartetto d’archi e un pianoforte) spazierà dalla tradizione sacra, con brani di Caccini, Mozart, Bach, Vivaldi, Pachelbel, ai brani popolari di quella natalizia. Don Alessandro ha pensato anche ad una distribuzione gratuita straordinaria di pacchi alle famiglie più bisognose e l’ha organizzata con il patrocinio dei Cavalieri di Malta, evento che si terrà il 16 dicembre alle ore 9. Ma la grande novità che tutti nel quartiere stanno aspettando, e che si spera si potrà realizzare – misure antiCovid permettendo – è il Presepe Vivente allestito dai bambini del catechismo.
A San Filippo Neri, Don Pietro, invece, ha annunciato che sabato 11 dicembre alle 18,30 si terrà il concerto di Natale del Coro Gruppo Vocale Kantor, organizzato in collaborazione con l’Associazione Rione Garbatella. Inoltre, sempre nella sua parrocchia sarà allestito un bel presepe e, come ogni Natale nelle domeniche di Avvento, si svolgerà, in collaborazione con la Caritas, la raccolta viveri per i bisognosi.
Infine nella Basilica di San Paolo, l’ottima organizzazione di “Musica San Paolo” offre, nell’ambito della rassegna natalizia, il concerto dell’organista D.Jordi Augustì Piqué sabato 18 dicembre alle 15,00 mentre la messa delle 12 di domenica 19 dicembre, ultima prima di Natale, ospiterà il coro “Canto Vivo”. Il grande concerto che chiuderà le festività si terrà il 9 gennaio con il Coro Polifonico.
L’associazione Altre Vie, come ogni anno, organizza una tombolata di beneficenza, che quest’anno si terrà il 6 gennaio 2022 presso il Centro Anziani di via Pullino; il ricavato andrà all’associazione Ulaia ArteSud a favore dei campi Palestinesi in Libano. I frequentatori del Centro hanno accolto con entusiasmo l’iniziativa del veterano, Giorgio Tribuzio, ovvero “la Corrida – Dilettanti allo sbaraglio” organizzata dall’Associazione Garbatella Romantica per il 10 dicembre dalle 16,30. Il 17 dicembre invece, alla stessa ora, il pomeriggio sarà allietato dal Concerto di Natale del Gruppo corale Cristallo di San Paolo e la serata terminerà con un’altra tombolata.
Nella casa di riposo delle Suore di Gesù eucaristico le nonnine ospiti, insieme a figlie e figli e con la collaborazione della direttrice Suor Maria Cecilia stanno per portare in scena la commedia in romanesco “Ve l’avevo detto io…”di Cristina Fattori che cura anche la regia, con canzoni e musiche di Renato di Benedetto. La storia è molto divertente e racconta di quanto si vive bene a Garbatella, tanto che alcune signore di Piazza Bologna decidono di trasferirsi a vivere qui.
Per quanto riguarda i mercati, a Tormarancia, le associazioni Tormarte e Parco della Torre organizzano domenica 19 dicembre il “Mercatino Sciangaino di Natale” al lotto dei Murales. A Via Baldovinetti si svolgerà quello degli Ambulanti di Forte dei Marmi, promosso dalla Parrocchia di San Vigilio, sabato 11 dicembre.
Le Scuole del Municipio per quest’anno, con l’attenta regia dell’assessora Francesca Vetrugno, hanno messo in campo un’iniziativa di solidarietà che vede come protagonisti i bambini e le loro famiglie. Nei pacchi dono di ogni bimbo ci sarà il “Tempo”. Sarà utilizzata una piattaforma informatica dove ognuno, dopo aver partecipato a percorsi di educazione alla solidarietà, caricherà la sua disponibilità di tempo per azioni solidali, ricevendo in cambio un “cronocredito”. Questo li aiuterà ad avere consapevolezza del valore del proprio impegno nel sociale in un percorso che, partendo dal Natale, crescerà nel prossimo futuro.
L’iniziativa coinvolgerà, oltre alle scuole, i “centri natalizi” di Garbatella, San Paolo, Montagnola, Roma70, la Caritas, Sant’Egidio e le Acli, nonché le Associazioni che si occupano in particolare di malati di Alzheimer.
Tanta Garbatella al Premio Simpatia, giunto alla Cinquantesima edizione nella sala della Protomoteca in Campidoglio. La tradizionale manifestazione, che premia personaggi famosi ma anche semplici cittadini, infatti, fu ideato dal celebre studioso della romanità Domenico Pertica, con Aldo Palazzeschi e Vittorio De Sica, nel lontano 1971. A ricevere la medaglia commemorativa anche il “nostro” Ugo Martorelli, il ciabattino di piazza Giovanni Da Triora, già premiato dal sindaco Veltroni nel 2007. Dopo aver ricevuto il riconoscimento da Miguel Gotor, Assessore alla cultura, accompagnato da Maya Vetri dell’VIII Municipio, Ughetto così è conosciuto dagli abitanti della Garbatella, si è esibito in una “Lectio Magistralis” sulle scarpe di gomma, che poco fanno lavorare i ciabattini e le scarpe di cuoio molto più eleganti e salutari, strappando sorrisi ed applausi ad una platea divertita. Tra i premiati anche Renato Di Benedetto che svolge un prezioso lavoro di volontariato nel quartiere popolare. Tutti i martedì e i venerdì regala momenti di spensieratezza e felicità agli ospiti della casa di riposo “Istituto delle Suore Discepoli di Gesù Eucaristico” in via delle Sette Chiese, suonando e cantando i vecchi successi discografici, con la sua tastiera.
La prerogativa di questa ultima edizione, proprio per sottolineare mezzo secolo della manifestazione, è stata quella di premiare oltre a nuovi personaggi, con la celebre Rosa in bronzo dello scultore Assen Peikov, alcuni personaggi più significativi che avevano ricevuto il riconoscimento in passato, come Rino Barillari il famoso fotografo della Dolce vita, uno dei primi a guadagnarsi proprio da Federico Fellini l’appellativo di “re dei paparazzi”, la cantante Miranda Martino. Tra i nuovi premiati, il Nobel per la fisicaGiorgio Parisi, il musicista Nicola Piovani, Diego Bianchi, l’assessore alla sanità del Lazio Alessio D’amato e non potevano mancare i medici e ricercatori che in questi ultimi due anni sono stati in trincea per la lotta al covid, come la dottoressa Capobianchi dell’ospedale Spallanzani. Anche il ballerino di “Ballando sotto le stelle” Simone Di Pasquale, ha voluto sottolineare con orgoglio che la mamma è della Garbatella e il papà di San Paolo, insomma in questo Premio il nostro territorio fa spesso la parte da leone, come in precedenti edizioni.
Forti del ritorno alla piena capienza, i luoghi di cultura e spettacolo del Municipio VIII presentano a dicembre un cartellone con diverse proposte, per riscoprire la tradizione natalizia e non, tra musica, prosa, teatro-ragazzi e tanto divertimento, che coinvolgerà gli spettatori di ogni età.
Ricordando che per entrare sarà necessario il Green Pass valido, tranne per i minori di 12 anni, e occorrerà mantenere sempre indossata la mascherina, ecco qui una piccola rassegna del nostro territorio.
TEATRO MONGIOVINO
Per il mese di dicembre che profuma di feste in famiglia, il Teatro Mongiovino ha preparato un cartellone ricco di spettacoli per bambini…di tutte le età.
Si comincia il weekend dell’11 e 12 dicembre con un grande classico “Riccioli D’Oro”, messa in scena per attori e marionette che narra una delle più antiche fiabe anglosassoni: un vecchio astronomo sta osservando l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore e finisce col trattare, attraverso le vicende della piccola Riccioli d’Oro e dei tre orsetti, temi importanti come quello dell’integrazione. (Biglietti: adulti e bambini sopra i 9 anni: € 11,00; Bambini 2-9 anni: € 9,00).
Il 18, 19 e 26 dicembre sarà presentata una delle storie di Natale più amate, il “Canto di Natale”. Dal romanzo di Charles Dickens pubblicato nel 1843, uno spettacolo che, utilizzando le tecniche del Teatro d’attore, del Teatro delle marionette e delle figure, ripercorrerà le atmosfere, le emozioni e i significati di uno dei racconti sul Natale più belli e commoventi. (Biglietti: adulti e bambini sopra i 9 anni: € 11,00; bambini 2-9 anni: € 9,00).
Si fa festa anche a Capodanno con un programma ricchissimo, come da tradizione, per coinvolgere tutti, fino a tarda notte, per salutare il vecchio anno e applaudire l’arrivo del nuovo fra spettacoli, musica, canti e balli. (Biglietti: € 20,00 per bambini fino a 10 anni; € 25,00 per adulti e ragazzi al di sopra di 10 anni).
PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Teatro Mongiovino Tel. 06 5131492 www.accettellateatro.it mongiovino@accettellateatro.it prenotazioni@accettellateatro.it
TEATRO PALLADIUM
Prima di sospendere la programmazione per la pausa natalizia, il Teatro Palladium di piazza B. Romano propone dal 16 al 19 dicembre Edoardo Siravo che, diretto da Patrick Rossi Gastaldi, rivive il dramma di colui che donò il fuoco agli uomini, “Prometeo”, l’eroe confinato in un sistema di valori arcaici dove l’ambizione a quel “di più” è considerata un atto di intollerabile superbia: un destino a cui l’uomo ancora oggi non sembra riuscire a sfuggire. Infine, il 20 dicembre, nel centenario dalla morte di Dante, in programma Dante Immortale – 700 anni di vita: sul palco, coordinati da Giuseppe Manfridi, Dario Pisano e Maria Teresa Martuscelli si alternano nel raccontare due diversi modi di ‘convivere’ con l’autore di quello che Borges ha definito il più bel libro che essere umano abbia mai scritto.
PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Teatro Palladium Piazza B. Romano, n. 8 biglietteria.palladium@uniroma3.it Tel. 06 57 332772
TEATRO GARBATELLA
Al teatro di piazza Giovanni da Triora, saranno due gli spettacoli portati in scena che spazieranno dal comico al farsesco, per tante risate intelligenti.
Dal 13 al 19 dicembre“Il Calapranzi” di Harold Pinter, una commedia teatrale surreale di un atto scritta nel 1957 e messa in scena la prima volta al Hampstead Theatre di Londra il 21 gennaio 1960, qui diretta ed interpretata dall’attore comico Claudio GREG Gregori e Simone Colombari in un mood di cinismo e autoironia.
L’azione si sviluppa in un seminterrato spoglio e desolato dove due uomini, Ben e Gus sono in attesa di qualcosa. Nel corso delle battute si scopre che sono due killer professionisti che attendono istruzioni da un misterioso capo, che sembra comunicare con loro tramite un calapranzi, dal quale vengono fatti scendere oggetti e messaggi.
Il 22 dicembre andrà in scena “Le intellettuali di Piazza Vittorio”, liberamente tratto da Moliére, una nuova produzione della Compagnia Valdrada Teatro, che trasforma la famiglia di mecenati descritta dal genio francese in una famiglia italo-iraniana, trasferitasi in Italia dopo la Rivoluzione Islamica del ’79. Ecco, allora, che le due sorelle, Henriette e Armande, si trasformano in Laleh (in italiano “tulipano”, interpretata da Giorgia Conteduca) e Azadeh (in italiano “libera”, interpretata da Chiara Becchimanzi), e così gli altri personaggi, che sono comici, a volte farseschi, ma galleggiano su un territorio tragico. La messa in scena teatrale è contaminata da altre forme d’arte: installazioni, performance, videoproiezioni, pittura, scultura, musica per uno spettacolo corale, divertente ed emozionante, nel quale gli eventi narrati hanno esiti del tutto imprevedibili. La regia è di Augusto Fornari con Cinzia Leone e Stefano Fresi, quest’ultimo in videochiamata.
Per il dopo teatro saranno attivi cocktail bar e cucina da giovedì alla domenica, con giovedì serata Jam Session, venerdì e sabato dj-set.
PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Teatro Garbatella Piazza Giovanni da Triora 15 – Roma +39 366 2003502 Biglietti Do It Yourself – 060406
SPAZIO ROSSELLINI
Il 18 Dicembre alle 19.00 lo Spazio Rossellini, all’interno dell’Istituto Cine-Tv Roberto Rossellini, propone “La bestia dentro”, un’opera lirica da camera scritta dal compositore Francesco Leineri su libretto di Martina Tiberti. È una storia di crescita, desiderio e insoddisfazione, raccontata tramite l’esperienza della protagonista, la giovane Teresa. Fa da sfondo una città nella quale non sorge più il sole, popolata da gente assorta in una fallace bolla di normalità, quasi fiabesca: una sarta, un cuoco, una fioraia. Vittima e carnefice di sé stessa, spinta dalle circostanze ma pervasa come da un’emotività del niente, Teresa si innamora di un uomo enigmatico, una presenza invisibile: come se l’accadimento squarciasse un velo, così l’opera nella celebrazione del rito di un amore snoda il percorso interiore dei quattro personaggi nell’incontro con i propri desideri. Ora riconoscibili nelle proprie diverse sfaccettature, sveleranno l’impellente necessità e la vacua impossibilità di addentare la vita così per com’è. Ensamble: Musica Necessaria.
PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Via della Vasca Navale, 58 Tel. 345 2978091 Info: 06 45426996 info@spaziorossellini.it
CINEMA MADISON
IL famoso cinema di San Paolo ha anticipato a Cara Garbatella i film che con molta probabilità programmeranno nel periodo natalizio: Diabolik, West Side Story, È stata la mano di Dio, House of Gucci, Spider man – no way home e Sing 2.
INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI CINEMA MADISON Via G. Chiabrera n. 121 Telefono: 06 5417926 info@cinemamadison.it
Torna alla Lazio la piscina di via Giustiniano Imperatore
Di Ilaria Proietti Mercuri
Nel mondo dello sport è sempre stata prassi che le piscine cambino gestione. Così nel 2019, dopo ben 34 anni di Lazio Nuoto, la storica dimora biancoceleste alla Garbatella venne messa a bando e a vincere la nuova gestione fu su la società Maximo srl.
Un bando però poco chiaro fin dall’inizio per il Presidente della Lazio Massimo Moroli, secondo cui a decidere l’esito fu solo l’offerta economica. Criterio di scelta che penalizzava pesantemente la meritocrazia e la qualità del servizio.
Così, nell’ultima intervista che ci lasciò, senza filtri ci disse: <<Io difenderò sempre la Lazio Nuoto. E non esiste che una società così importante venga trattata in questo modo. Quindi noi non ci fermiamo davanti a niente. E se non andrà bene con un altro ricorso al Tar, andremo al Consiglio di Stato>>. Detto, fatto. A un anno da quella dichiarazione, la sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso, annullando il procedimento di aggiudicazione dell’impianto alla Maximo. Così, dopo tante battaglie legali, l’impianto torna alla società biancoceleste.
<<Avevamo ragione.>> Scrive subito sui social il Presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri, che fin da subito aveva seguito la vicenda con dedizione. <<Un bando nato male e finito peggio. L’umiliazione di una società storica e il disprezzo di un servizio pubblico a discapito dei tanti, tantissimi frequentatori e del territorio>>. E di questo finale invece, il Presidente Moroli, cosa ne pensa? <<Siamo sorpresi>>, ci risponde, <<eravamo tutti molto scoraggiati, non solo noi ma anche gli avvocati. Con questa notizia ora siamo soddisfatti ed entusiasti, per noi è finito un incubo. Ora inizia la ripartenza>>. Una ripartenza, continua il Presidente, che inizierà dal mantenere il massimo rispetto verso gli utenti. Questo passaggio di competenze tra un gestore all’altro deve evitare ulteriori problemi, così la Lazio aspetterà che l’amministrazione seguirà tutti i passaggi burocratici necessari per consentire il loro ingresso. Una volta dentro <<con tutta la nostra passione dobbiamo ricostruire quell’eccellenza che con un dissennato disegno l’amministrazione comunale ha voluto distruggere>>.
Al lotto 9 si gioca al calcio, quello vero! Pari o dispari e i due capitani scelgono i componenti delle due squadre, prima i fenomeni e poi i più scarsi, i più agguerriti, pronti a dare l’anima per smentire la dura realtà. Se il numero dei giocatori è dispari si materializza, alla fine dalla conta, il fatidico e crudele “scarto o palla e porta”, dove lo scarto è, senza ombra di dubbio, il peggio che più peggio non si può ed al quale si opta, quasi sempre, per il calcio d’inizio e porta controsole. Il campo è di terra battuta ed il polverone non ha nulla da invidiare ai campi di battaglia delle legioni romane alla conquista dei territori del nord, coprendo mischie, contrasti e improbabili finezze. In pratica da fuori non si vede niente.
Dietro una delle porte (del campo di calcio) ci sono le finestre (degli appartamenti seminterrati) che d’estate sono spalancate ed accolgono, ospitali, palloni di tiracci, rimpalli o rinvii affannati. Il recupero del pallone all’interno del salotto buono è opera d’arte; si entra, si recupera il pallone, si esce nel silenzio più assoluto, con tutti gli altri a guardare da fuori, senza che la signora, occupata in cucina dal sugo, non si accorga di nulla. Di solito chi è incaricato al recupero del pallone è forte pure a rubbà.
Naturalmente nei lotti della Garbatella è assolutamente proibito il giuoco del pallone. Lo sanno tutti compreso er Sor Paolo, storico portiere integerrimo, in divisa, del lotto 9 che è autorizzato al sequestro del pallone come se fosse un’arma del delitto di un episodio di Nero Wolfe. Pallone sequestrato uguale partita finita. Vale il punteggio al momento del sequestro, chi perde ce deve stà. Tutti a casa, sciacquata al volo, cerotti ai ginocchi, pettinata e panino per recuperare forza ed energia da utilizzare per la prossima impresa.
Un aiuto per i malati di Alzheimer. I progetti della professoressa Luisa Bartorelli nell’VIII Municipio
di Paola Borghesi
Dopo il centro di Don Liegro all’Ostiense, a due passi dalla centrale Montemartini, anche nel cuore della Garbatella apre un altro Caffè Memoria, un’iniziativa per alleviare l’isolamento e la frustrazione dei malati di Alzheimer. Nella Città Giardino a spalancare le porte all’Associazione Alzheimer Uniti Roma della professoressa Luisa Bartorelli , sarà il Ristoro degli Angeli di via Luigi Orlando 2, uno spazio che già in passato si è distinto per esperienze di inclusività e solidarietà sociale. Gli incontri, della durata di due ore, saranno guidati dalla psicologa Laura Cherubini. Il primo è stato effettuato il 23 settembre alle ore 16, il secondo è in calendario per il 4 novembre. “La fase di accoglienza delle persone prevede un momento più conviviale in un’atmosfera di festosità, consumando insieme bibite e dolci-spiega la Bartorelli- quindi si conversa in un clima disteso e tollerante, senza giudizi, dove tutti vengono incoraggiati ad aprirsi, favorendo così anche il senso di appartenenza al gruppo.In seguito si ascolta musica assecondando le preferenze dei partecipanti e poi si propongono vari giochi di memoria, come il memory card o anche Giovani nel Tempo, veri e propri esercizi mnemonici in veste di figure stimolanti e appropriate. La stimolazione cognitiva dunque, avviene soprattutto in modo informale.”
La professoressa Bartorelli è un’istituzione per i malati di Alzheimer.Per quasi cinquanta anni, infatti, questa donna dall’aria serena ma incredibilmente energica ha dedicato tutta se stessa alla cura delle persone affette da demenza e all’aiuto ai loro familiari, così detti “caregiver”, ovvero coloro che prestano assistenza.
Uno dei problemi che i malati di Alzheimer e le loro famiglie si trovano ad affrontare è legato all’isolamento e alla frustrazione di non poter condividere le tante difficoltà connesse a questa malattia, spesso anche a causa di pregiudizi ingiustificati.” Le persone che si incontrano in questi luoghi-ci racconta la professoressa- spesso creano piccole comunità e capita sovente che dopo le prime volte decidano di vedersi anche fuori dal caffè, organizzando occasioni per stare insieme, e creando proprio quella socializzazione che è l’obiettivo principale del progetto.
Ma questo vulcano di donna non si ferma qui. Il suo progetto più ambizioso è di creare a Garbatella una “Comunità amica”, progetto già sperimentato con successo nel comune di Aprilia. Si tratta di creare una collettività solidale nella quale le persone con demenza e i loro familiari possano muoversi nel modo più normale possibile e non sentirsi isolati ed esclusi. “Per tanto tempo ho pensato che portare a Roma questo progetto fosse impossibile – ci ha dichiarato – poi però, conoscendo meglio la Garbatella e parlando con il Presidente Ciaccheri e con l’assessora Aluigi dell’VIII Municipio ho capito che questo quartiere si presta alla realizzazione di una comunità amica sia per le sue caratteristiche urbanistiche che per la presenza di una forte compagine sociale tesa all’inclusione e all’accoglienza”.
Nel suo ultimo libro “I volti dell’Alzheimer” la Bartorelli spiega che “il progetto consiste nel formare le varie realtà sociali, ovvero i negozianti, i ristoratori, le forze dell’ordine, gli educatori scolastici, chi lavora nel terziario, quali istituti bancari o uffici postali, i socio-sanitari, insomma tutti coloro che sono a contatto con il pubblico applicando un modello di intervento sociale che mira a ridurre lo stigma e l’esclusione”. Il Caffè Memoria, quindi, non è che il primo passo di una vera e propria rivoluzione che il nostro quartiere potrebbe iniziare a vivere, confermandosi paladino della inclusione di tutti, con la continua ricerca delle risposte ai vari bisogni dei cittadini.
6-11 SETTEMBRE 2021 LA VILLETTA Via degli Armatori, 3
PROGRAMMMA
Lunedì 6
18:00 – Sulla buona strada. Con i candidati e le candidate del nostro territorio e la capolista Paola Angelucci. I volti le storie e le idee. Brindisi a tutte e tutti noi per il Municipio VIII parteciperà Amedeo Ciaccheri. A seguire dj set con Soul kitchen 19:30 – Le motivazioni ecologiste per la sinistra a Roma. Paolo Cento intervista Paola Balducci e Loredana De Petris 21:30 – Donne lotta e politica. La passione e l’impegno Laura Mancini dialoga con Maria Jatosti, a cura di Cara Garbatella e Villetta Social Lab
Martedì 7
17:30 – Idee e progetti per Roma: vivere la città la notte. Politiche della notte e realtà imprenditoriali. Ne discutiamo con: Ginger Borghetta, Conrad Torsello, Michelangelo Ricci. Coordina Lorenzo Giardinetti. 19:00 – Patrie. Nichi Vendola, Daniela Marianello e Massimiliano Smeriglio dialogano sul nuovo libro di poesie di Nichi Vendola. 21:30 Sabina Guzzanti e Andrea Alzetta presentano il film di Sabina Guzzanti “Spin time che fatica la democrazia!”. A seguire anteprima su prenotazione del film. Introduce Claudio Marotta. Per prenotare, manda una Whatsapp a +39 3319496348
Mercoledì 8
17:30 #SolidTalk pandemia di diritti: la città la pandemia e l’accesso ai diritti. Partecipano: Mappa Roma, BIN, A Buon Diritto, MIG Generation (Incisiva), Ragazzacce, CAR (Coordinamento Autonomo Romano), CNCA Lazio. 19:00 – Sigfrido Ranucci dialoga con Edoardo Bucci e Chiara Falcolini di Scomodo. Notizie fake news e il racconto della realtà. Come si costruisce l’opinione pubblica. 21:30 – Massimo Giangrande in concerto.
Giovedì 9
17:30 A cura di Libellula : Tutt@ insieme per i diritti. Liber@ di essere. Le reti e le esperienze che fanno le differenze. 19:00 – Le città femministe, corpi scelte e spazio pubblico. Ne discutono: Chiara Bellingardi ricercatrice studiosa di diritto alla città beni comuni e città femminista, Maria Eugenia Rodriguez Palop – Eurodeputata S&D, Maura Cossutta – Casa internazionale delle donne, Eleonora De Majo – Attivista di Insurgencia, Federica Di Martino – Ho abortito e sto benissimo. Coordina Michela Cicculli, Assessora politiche di genere Municipio 8 21:30 – Il suono dell’incontro. Gino Castaldo dialoga tra musica e immagini con Tosca e Francesco Taskayali, il pianista sul mare. Verranno proiettati il documentario testimonianza dell’esperienza con la CRI sulle navi quarantena “Purgatory at Sea” e un estratto di Il Suono della Voce (regia di Emanuela Giordano con Tosca).
Venerdì 10
17:30 Raccontare l’Italia oggi: politica e società, con Lorenzo Pregliasco, Andrea Argenio e Valeria Torta di Scomodo Roma. 19:00 – Simona Maggiorelli intervista Pierluigi Bussi, La Repubblica e La Stampa. Punto su Afghanistan. A seguire presentazione del libro “Lettere da Guantanamo” di Laura Silvia Battaglia, con l’autrice anche Valerio Cataldi, Rai news. A cura di Left. 21:30 – Cara Garbatella e Villetta Social Lab presentano: Garbatella Jazz Festival Riccardo Fassi Analog Trio in concerto.
Sabato11
17:30 – Il laboratorio di scrittura autobiografica della Villetta coordinato da Gabriella de Angelis presenta l’ultima raccolta di racconti: “Quanto basta. Alla ricerca dei sapori perduti”. 18:30 – Presentazione della coalizione del municipio per Amedeo Ciaccheri Presidente. 19:00 – Roma caput mundi. A Roma sinistra ecologia femminismo diventano realtà. Una sfida possibile. Daniela Preziosi ne parla con Roberto Gualtieri candidato sindaco e Amedeo Ciaccheri presidente Municipio VIII. Introducono Michela Cicculli e Alessandro Luparelli, candidati al consiglio comunale di Roma. A seguire fashion show Xnovo. 21:30 – Cara Garbatella e Villetta Social Lab presentano: Garbatella Jazz Festival Quatros in concerto.
Dalla Garbatella degli anni ‘70 una lunga e appassionante carriera di maestro di canto corale, tuttora titolare della cattedra di Direzione di Coro al Conservatorio Statale di Musica Lorenzo Perosi (CB). Un professionista e un amico unico e sincero con il quale ho condiviso oltre quarant’anni di vita.
Maestro Barchi, raccontaci i tuoi esordi musicali.
L’Oratorio della Chiesoletta è stato un’occasione di esperienze che, nel tempo, ha fatto sbocciare passioni giovanili e poi carriere professionali. Io, come altri, dopo i canonici calci al pallone mi ritrovavo nella “caverna” dell’Oratorio in compagnia della mia chitarra e di ragazzi che, in seguito, hanno fatto della musica la loro vita: il batterista Gabriele Anastasi, il chitarrista Claudio Monteleoni, il compositore Pino Cangialosi. Ho studiato chitarra classica col maestro Riccardo Fiori, anche lui della Garbatella. Poi con altri amici (tra cui l’intervistatore) iniziammo a sperimentare quelli che all’epoca chiamavamo semplicemente “controcanti”. Così, dai Led Zeppelin, passai a sonorità acustiche come quelle degli Inti-Illimani e, soprattutto, della Nuova Compagnia di Canto Popolare che mi fece scoprire ed amare la musica rinascimentale.
Da qui, dunque, la tua passione per il canto corale. Come hai mosso i primi passi in questa carriera?
Nonostante mio padre fosse attore, i miei spingevano per l’impiego “sicuro”. Cercai consigli anche da Padre Guido: “devi seguire le tue passioni, devi studiare musica!” disse perentoriamente. Per spronarmi concretamente mi affidò un gruppo di bambini, da lui battezzati “le cicale” e poi, nel 1980, mi affidò l’insegnamento di Educazione Musicale alle medie del Cesare Baronio.
Nel novembre del 1978, con alcuni amici “intonati”, eseguimmo dei canti polivocali per un’ordinazione sacerdotale a seguito della quale il responsabile dei concerti della Sala Borromini ci propose un concerto: il 7 aprile 1979 esordiva ufficialmente la “Corale San Filippo” che sotto la mia direzione eseguiva un programma di musica sacra e profana. Nel frattempo avevo conosciuto Marco Frisina, altro talentuoso Garbatellaro DOC, studente di Composizione a Santa Cecilia, un Bruce Springsteen della musica liturgica. Fu con lui che mi innamorai di quel genere musicale e nel 1979 entrai al Pontificio Istituto di Musica Sacra.
Il Maestro Fabrizio Barchi
Vanti molteplici successi in concorsi italiani e in tutta Europa. Vuoi raccontarcene qualcuno?
Negli anni d’insegnamento al Baronio, per coinvolgere gli allievi in musica d’insieme, formai, tra gli altri, il “Coro delle voci bianche” con cui, nel 1992, partecipammo ad un concorso regionale fra corali di scuole medie. Fu la prima indimenticata vittoria!
Nel 1999 il Coro Giovanile San Filippo, rimpolpato con gli studenti più appassionati provenienti dai licei Platone e Primo Levi, dove avevo formato dei cori scolastici, divenne l’attuale Coro Musicanova con cui abbiamo vinto molteplici concorsi anche a livello internazionale tra cui, nel 2017, quello di Tours (Francia) che ci fece accedere di diritto al Gran Premio Europeo di Maribor (Slovenia), una sorta di Champions League della coralità. Non vincemmo, ma la soddisfazione per il coronamento di un sogno nato quarant’anni prima all’oratorio della Garbatella è stata immensa!
Sei tu stesso compositore e non solo di musica colta ma anche di commedie e musica popolare.
Probabilmente ho ereditato da mio padre Alfredo la passione per il teatro dialettale, da lui recitato per anni al Rossini e al Teatro De Servi anche con il grande Checco Durante e di cui conservo gelosamente alcune locandine.
Con i miei gruppi corali, ho voluto sperimentare la commistione tra canto e teatro popolare romanesco recitato. “A Roma se racconta che…” è un lavoro del quale vado molto fiero e che ci ha dato, nel 2005, la grande soddisfazione di aggiudicarci il primo premio al Festival Internazionale di Canto Popolare di Arezzo, unico coro italiano ad ottenere questo risultato in oltre sessanta edizioni. Nel giugno del 2019 lo abbiamo portato con successo anche al Teatro Palladium. Io stesso recito nel ruolo di un prete indossando, orgogliosamente, la tonaca originale di Padre Guido che lui stesso mi ha donato.
I giovani e la scuola sono stati il tuo bacino privilegiato. Che risposte hai avuto dalle ragazze e dai ragazzi che hai iniziato alla musica corale?
La proposta di cantare in un coro è spesso vista con scetticismo, perché non si tratta di X Factor e non si diventa famosi. Poi però si cominciano ad apprezzare i valori propri del fare musica insieme: ascoltarsi senza sovrastarsi, placare l’esuberanza caratteriale o uscire dalle timidezze. Il coro è un gruppo sociale ideale che contrasta la prepotente proposta individualista dei nostri tempi. “Nessuno si salva da solo” hanno detto autorevolmente il Papa e il Presidente della Repubblica: la polifonia insegna questo, a fare squadra. Poi s’impara il “bello”. Pochi giorni fa il mio gruppo giovanile “Iride”, ha registrato dei brani corali del ‘600 a San Luigi dei Francesi, davanti alla cappella Cottarelli che conserva tre splendide opere di Caravaggio: ciò che si ascoltava e si vedeva era una rappresentazione plastica di quella “bellezza” che può salvare il mondo di cui parla il principe Myškin ne L’idiota di Dostoevskij. I giovani devono conoscere e frequentare la bellezza per un mondo migliore.
So che vai fiero anche delle collaborazioni con eccellenti cantanti e compositori.
La mia attività mi ha regalato molteplici incontri, artisti come Andrea Bocelli, Josè Carreras, Leo Brouwer, Mina, Branduardi, Antonella Ruggiero. Aggiungo l’orgoglio di aver cantato le musiche composte dal m.o Frisina per la serie di film sulla Bibbia prodotte dalla Rai e in un film su San Filippo Neri (guarda caso!). Sullo schermo Michele Placido, Gigi Proietti, Gerard Depardieu, Robin Williams e, nel commento musicale, le nostre voci: è stata una soddisfazione incredibile per me e i ragazzi dell’Oratorio San Filippo Neri!
E infine fammi ricordare la collaborazione dal 1994 al 2000 con un gitante del calibro di Ennio Morricone.
Pur se in piena forma sei prossimo alla pensione. Hai ancora progetti musicali?
Dopo 40 anni di insegnamento, dai quali sono stato ripagato ampiamente, lascerò la scuola, ma per quanto concerne l’attività concertistica vorrei continuare ancora per un bel po’ e poi… ho sempre la chitarra lì pronta: se qualcuno volesse coinvolgermi in una jam session ho ancora tanto rock che scorre nelle vene!
Quei giochi di una volta: nizza, nascondarella, figurine e palline di coccio
Di Paola Borghesi
Nell’era del digitale videogiochi, tablet e smartphone hanno soppiantato da anni i passatempi all’aria aperta, le partitelle a pallone, a palla prigioniera o la classica campana. Facciamo un salto indietro, nel passato. E proviamo ad immaginare il lotto 8, quello progettato dall’architetto Plinio Marconi, al tempo della guerra, nei primi anni Quaranta. Tra via Fincati e via Ansaldo non c’erano cancellate ( il ferro serviva alla patria per farne cannoni) nè giardini fioriti. In ogni piccolo appezzamento gli inquilini ricavavano orti di guerra per autoprodurre insalate, zucchine e pomodori. Ma anche in quei minuscoli quadrati di terra i bambini di allora trovavano il modo di divertirsi scavando in mezzo alle verdure piccoli circuiti dove far scorrere a schicchere le palline di coccio. Obiettivo arrivare primi al traguardo individuato nella zucca più grande o vicino alla pianta di cetrioli. E giocavano accucciati fino a che non arrivava qualche adulto urlando: “Disgraziati… se ve pijo” e allora era un fuggi fuggi generale tra grida, risate e confusione. Si perché i bambini del lotto 8 negli anni Quaranta erano parecchi, una trentina circa tra le 100 famiglie che abitavano nelle sette scale. C’erano Bruno, Gastone e Robertino – ricorda un vecchio abitante del lotto-un trio inseparabile. Scorrazzavano tutto il giorno dentro e fuori lo stabile alla ricerca di cibo da mangiare, cose semplici tipo i cardi, di cui divoravano l’interno come se fosse una leccornia, tanta era la fame. Con la tessera avevano diritto a una “ciriola” al giorno, mentre quella che ricevevano a scuola, insieme alla minestra, dovevano portarla a casa per dividerla con il resto della famiglia. Ma giocando riuscivano anche a dimenticarsi della fame almeno per un po’, e allora via a fare gare di “nizza” , dei piccoli pezzi di legno lanciati con dei bastoni ricavati dai rami più bassi. “A chi lancia più lontano !” E che goduria prendere di mira quello che chiamavano “er federale” sempre rigidamente in divisa, che abitava al secondo piano della scala D. E quando qualcuno riusciva a colpirlo, al furente “Chi è stato?” rispondeva un coro di trenta pernacchie dai vari nascondigli in mezzo al lotto.
La prima magnolia, quella di fronte alla scala E, all’epoca era ancora bassa e per quanto fosse vietatissimo, qualcuno ogni tanto riusciva ad arrampicarsi almeno sui primi rami, finché una delle madri dalla finestra urlava : “Scenni giù che se te fai male te ce meno sopra”. A calcio non si poteva giocare, ma i maschietti non resistevano, il pallone se lo facevano da soli con gli stracci che rubavano in casa, e ogni tanto una partitella era assicurata. Certo, arrivava il portiere che sequestrava quella povera palla e cacciava via tutti. Le bambine invece si mettevano a giocare tra la scala B e la scala C , ognuna portava la sua bambola e non l’abbandonava nemmeno quando si decideva di giocare a campana sui lastroni, che sembravano proprio messi lì per quel gioco.
A nascondino poi partecipavano tutti senza distinzioni di età e di sesso. Si poteva andare avanti per ore prima di sentir gridare “tana libera tutti”, tanti erano i nascondigli possibili. E quando suonava la sirena e si sentiva il rombo degli aerei i ragazzini si chiamavano tra loro a raccolta e si precipitavano sotto alla scala D, alle fontane, che diventavano il rifugio antiaereo per gli abitanti dello stabile Icp. Intorno al lotto 8 all’epoca non c’era niente, nessun’altra abitazione. Ogni tanto si usciva a frotte per andare a vedere la locomotiva a vapore che trainava i vagoni verso i mercati generali, sull’Ostiense, fino a via Pellegrino Matteucci, dove c’era il vigile che bloccava i pedoni per far passare il treno. Che gioia quando il macchinista, per far contenti i ragazzini tirava la corda che faceva partire un fiotto di vapore con un fortissimo fischio.
E quando alla Garbatella arrivarono gli americani, da una jeep fermatasi davanti alla farmacia lanciarono una manciata di gomme da masticare ai bambini del lotto accorsi a curiosare. “Ma quale masticare…noi se le semo magnate tutte…erano così dolci…”
Facciamo un salto di una ventina d’anni. Siamo ora nella metà degli anni ’60, in pieno baby boom. E infatti i ragazzini dello stabile di via Luigi Fincati sono diventati 70 ! Ne citiamo solo alcuni : Bibi, Wilma, Plinio, Maria Grazia, Roberto, Nicola, Massimiliano, Laura, Cristina, Francesca, Roberta, Bruno, Antonella e le sue sorelle, Pierpaolo, Gianluca e infine Giorgio che nel lotto 8 ci è nato e che con entusiasmo ci racconta dei giochi della sua infanzia:
Immaginiamo che cosa può diventare la “nasconnarella” quando si è così tanti ! La “tana” era una pietra rettangolare che stava tra la scala B e la “Teti” il portone di legno, sempre chiuso, punto di riferimento per tutti (“se vedemo alla Teti”). Sulla tana si faceva la conta, con Ponte Ponente e ponte pi, tappe tapperugia… E chi “s’accecava” contava fino a 10 per ogni ragazzino, più 10 per la tana…avoja a contà….. Le scale ancora non avevano portoni, era tutto aperto; gli scantinati erano accessibili e ottimi come nascondigli, che erano bui e misteriosi. Chi, dopo ore, faceva “tana libera tutti” era l’eroe del giorno.
Si continuava a non poter giocare a pallone, ma i vari portieri il Sor Alfredo, il Sor Giulio, ecc. che si sono avvicendati, continuavano a sequestrare palloni di carta e scotch, che regolarmente ricomparivano dopo pochi giorni. Il Sor Giulio era particolarmente inflessibile con i ragazzini perché era un ottimo giardiniere orgoglioso delle sue piante, e mai il lotto 8 è stato così fiorente come durante il suo portierato. Però chiudeva un occhio se la palla veniva usata per giocare a “palla prigioniera”.
Alle 19, massimo 19,30 il fischietto del portiere era il segnale della fine dei giochi, ognuno doveva salutare gli amici e rientrare a casa propria.
Mentre a campana si giocava sulle piattaforme di marmo ai lati della scala D e davanti alla scala B, dall’altra parte del cortile, davanti al gradino della “Teti”, si giocava a “lecco”, con le figurine. Ogni ragazzino metteva 10 figurine con sopra un lecco (un pezzo di mattonella) : 4 ragazzini, un pacchetto di 40 figurine; poi con una piastrella ognuno a turno tirava per spostare il lecco, e chi si avvicinava di più con la sua piastrella al lecco vinceva le figurine. Sempre con le figurine si giocava a PAH!! : consisteva in un’alitata sulle figurine al grido di “Pha!” appunto; se le figurine si rigiravano erano tue.
Ai tempi del Sor Giulio il gioco della nizza era stato bandito perché troppe erano state le finestre rotte dai pezzi di legno battuti con forza “a chi tira più lontano”. Ma altri giochi fervevano, e in tutto lo stabile riecheggiava: “Regina reginella quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello?” Oppure, un po’ più in là c’era il gruppetto che giocava a “uno , due, tre…stella!”.
E nelle giornate di primavera ci si organizzava a squadre e si facevano “le olimpiadi” che consistevano in gare di corsa e di salto in lungo. Nei pomeriggi d’estate invece ogni tanto si organizzava “il pranzetto”, che era in realtà una merenda a cui ognuno partecipava portando qualcosa : un pugno di olive, i pescetti di liquirizia, un cartoccio di fusaje. Le fusaje si compravano dal tizio che ogni tanto passava e le vendeva a 10 lire al cartoccio, una schedina di totocalcio usata (erano tempi in cui l’igiene aveva un significato diverso). Quando il tizio si affacciava al portone gridando “Fusajeeee!!”, un coro di ragazzini rispondeva “Màgnatele!”, ma poi correvano dalle madri a farsi dare 10 lire per un cartoccio e partecipare al “pranzetto”.
Ed eccoci ai mondiali di calcio del 1970. La gara è farsi comprare dalle madri una maglietta azzurra e cucirci sopra ognuno per sé il numero del calciatore preferito, usando rimasugli si stoffa e similpelle. E che gioia sfoggiare le magliette per il lotto e gridare tutti insieme “Forza Italia!!”
Ormai sono tutti un po’ più grandi, hanno fatto amicizia con quelli del lotto 9 con i quali si vedono alla fontanella davanti a Foschi, al grido: “Annamo da nasone, pago da bere a tutti”
Nella foto 1 due “regazzini” al tempo di guerra posano davanti alla farmacia (datata 1944) Nella foto 2 la famiglia Guidoni della scala D è in posa sulla terrazza del lotto 8 (datata tra il 1935 e il 1937). Le bambole sono di diritto nella foto di famiglia, e anche le racchette da ping pong, impugnate dai due bambini in prima fila.
Un itinerario storico-artistico tra i dipinti sui muri dei lotti popolari.
Di Enrico Recchi
Seguendo una tendenza oramai ben diffusa in tutta la città, anche alla Garbatella oggi possiamo vedere diversi murales che raccontano storie, esprimono idee, colorano in maniera viva e profonda, le facciate dei palazzi del nostro quartiere.
Sono oramai lontani i tempi in cui alcuni street artists ancora poco conosciuti, dipingevano, tra i primi, le loro opere su muri e edifici di Testaccio e di Tormarancia. All’epoca, eravamo da poco nel nuovo millennio, veniva alla luce questo nuovo fenomeno artistico che sorprendeva la gente.
Dipinti, stencils, disegni venivano eseguiti o applicati con tecniche differenti e innovative sulle facciate dei palazzi in zone che a volte nelle cronache giornalistiche venivano definite degradate. I murales erano presentati dagli amministratori pubblici e dalle associazioni promozionali, come interventi significativi che associati ad altri strutturali (spesso rimasti sulla carta) avrebbero portato alla riqualificazione di aree con molti problemi.
Il nome, oggi celeberrimo, del precursore Banksy riecheggiava in quegli anni soltanto nelle riviste d’arte contemporanea e nelle cronache dei giornali internazionali, ma ancora era sconosciuto ai più.
Negli ultimi anni la situazione è ben cambiata. I murales oggi sono dappertutto a Roma, dal Pigneto all’Ostiense, da Testaccio a Tormarancia, da Corviale a San Lorenzo, dal Tufello al Tiburtino III, fino ai muraglioni del Tevere. Il fenomeno ha senz’altro perso la forza, l’energia della novità dirompente, si è diffuso ed allargato e se girando per Roma oggi vediamo una bella parete di un edificio incolore ed anonima ci chiediamo perché ancora non sia stata utilizzata come fondo per un murales.
Allo stesso tempo il murales è diventato una sorta di telegiornale artistico: ovvero le notizie più recenti trovano spesso spazio sulle facciate dei palazzi. Esempio il murales eseguito a tempo di record per l’arrivo di Mourinho sulla panchina della Roma.
Alla Garbatella questo fenomeno è più recente e non ha niente a che vedere con il recupero di aree degradate tantomeno è mai stato associato alla parola riqualificazione perché, per nostra fortuna, non ci sono spazi che meritano quelle attribuzioni. Sono quindi soltanto espressioni artistiche dalle dimensioni monumentali che sono andate via via ad abbellirne i muri.
Facciamo ora una passeggiata per la Garbatella per vedere i murales che la decorano.
Iniziamo, proprio per il suo messaggio di accoglienza e benvenuto, con quello che si trova su un muro tra via della Villa in Lucina e via di S. Nemesio (angolo ospedale CTO). Il grande messaggio in inglese recita “You are now entering free Garbatella” specificando il carattere ribelle e indipendente del nostro quartiere, ma insieme accogliendo chi arriva dalla vicina San Paolo. Slogan che ha avuto tanto successo da essere ripreso anche dal giornale “La Repubblica” per una sua rubrica.
Si passa poi al murales dell’artista Greg Jager in via Gerolamo Adorno, che celebra la Costituzione Italiana nei suoi primi dodici articoli. In alto è riportato il testo completo dell’articolo 2 con il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo. Un messaggio, quello del ricordo degli articoli costituzionali e della loro sacralità, che dovrebbe accompagnarci e ispirarci quotidianamente.
Alcuni di questi murales sono nel tempo scomparsi, rovinati o cancellati del tutto dalla pioggia e dal sole e sostituiti da altri che ne hanno prontamente preso il posto. Questo alla Garbatella è successo su un muro di via Caffaro dove il precedente murales deteriorato col capitano giallorosso Totti, di Sten e Lex, è stato rimpiazzato da quello degli stessi artisti che richiama l’Optical Art, quella forma d’arte nata negli anni 60/70 del secolo scorso, che vuole produrre illusioni ottiche, specialmente di movimento, accostando opportunamente soggetti astratti o sfruttando il colore.
A via Luigi Fincati troviamo il murales dell’artista venezuelano Gomez con due mani, una trafitta al polso da un chiodo e l’altra su cui poggiano dei fiori, immagini che rappresentano il dolore e la rinascita. Il prima e il dopo il terremoto. Infatti, questo murales assieme a quello di Solo & Diamond di cui si parla più avanti, sono stati progettati per raccogliere fondi per Prata d’Ansidonia frazione dell’Aquila danneggiata dal terremoto del 2009.
Nella successiva Piazza Bartolomeo Romano l’artista Francesco Pogliaghi ha ritratto il volto del partigiano Enrico Mancini assassinato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine nel marzo del 1944. Il significato di questo volto è quello di tenere sempre viva la memoria di chi ha donato la sua vita per un futuro migliore per tutti.
Prendendo via Passino c’è il murales di Jerico Cabrera, cresciuto alla Garbatella, denominato Supernova che si affaccia sulla Villetta. Nella sua opera l’artista esprime la materia che cambia forma grazie all’energia, quella di una stella supernova appunto. Ed ecco un orecchio che diventa fiore e il petalo si trasforma in cielo.
Si arriva poi all’angolo con Piazza Sauli dove campeggia il murales che nasce dal lavoro combinato degli artisti Solo e Diamond che ritrae una floreale e multicolore Clementina, la presunta ostessa “garbata e bella” che ha dato il nome al quartiere.
Da via Passino arrivare a Largo delle Sette Chiese è un attimo e lì campeggia il recente murales del cileno Carlos Atoche dedicato a tutte le donne che si sono dovute confrontare con il tumore al seno. Una battaglia che oggi grazie alle campagne di prevenzione finanziate dalla Komen, sponsor dell’opera, si può vincere. Nel suo murales l’artista ha rappresentato una Venere che per prima cosa si prende cura di sé.
Su viale Guglielmo Massaia troviamo il murales dedicato da Leonardo Crudi a Victor Cavalo attore e poeta vissuto alla Garbatella che ci saluta con il suo “Ecchime”.
E finiamo con quello recentissimo che celebra Alberto Sordi, inaugurato il 15 giugno in occasione del suo 101° compleanno. L’opera di Lucamaleonte realizzata con il contributo della Roma calcio, dell’Ater e della Regione Lazio raffigura l’Albertone nazionale nei panni del Marchese del Grillo e si può vedere in via Ignazio Persico. Il murales assieme alla targa posta sempre in memoria del grande attore romano sull’edificio dove visse da bambino in via Vettor Fausto, ricordano a tutti il forte legame e la riconoscenza della Garbatella nei confronti dei valori artistici e umani espressi da Sordi.
Ci sono poi tanti altri murales piccoli e grandi ma altrettanto importanti, alcuni storici come quelli sempre su via Passino: il ritratto di Piero Bruno, quelli eseguiti sui muri del Mercato, quelli che colorano tutt’intorno la sede del CSOA, quello dedicato ai Bambini di Gaza e poi quelli che si possono vedere alla Casetta Rossa, quelli ancora realizzati dall’artista C215 a via Ignazio Persico.
Insomma una vera moltitudine di immagini che non può che far piacere all’occhio come alla mente.
E per ultimo a proposito di murales, l’auspicio che presto venga realizzato quello promesso in onore di un angelo della Garbatella: Padre Guido.
Il dottor Bertolini è andato in pensione dopo 40 anni di servizio come medico di famiglia
di Gianni Rivolta
Quarant’anni al servizio del popolo della Garbatella come medico di base.E’ nel lontano 1981, infatti, che il giovane dottor Antonio Bertolini (all’epoca aveva trent’anni), decide di tornare a Roma e aprire lo studio professionale nel lotto sperimentale, il 24 in via Giustino de Jacobis, nel cuore delle case Iacp a due passi dall’oratorio della Chiesoletta di Padre Guido.”Erano tempi diversi- ci tiene a precisare Bertolini, la barba incolta, dietro la sua scrivania- negli anni Ottanta non si diceva volentieri di abitare alla Garbatella, alcune famiglie erano composte anche da 6-7 persone e per le strade c’era sempre la pipinara dei ragazzini che giocavano.
Oggi invece questo quartiere è cambiato. Ha subito un grosso calo demografico, ma ha un grande fascino. Io provenivo dall’esperienza di geriatra, la mia specializzazione, nell’ospedale di Imola e mi trovai catapultato in questo quartiere molto schietto e popolare, dove c’era però un grande rispetto per il medico di fiducia, tanta cordialità e umanità. Sono nato e cresciuto a via delle Fornaci, vicino a San Pietro, in una famiglia di impiegati dello Stato e non ho faticato ad ambientarmi alla Garbatella”. Il 23 maggio scorso il dottor Bertolini è andato in pensione e i suoi pazienti sono rimasti senza quel punto di riferimento importante. Dottore “ massimalista”, non tanto per le sue idee politiche, ma perché così si dice nel gergo medico per chi ha il massimo dei mutuati, 1.500, si è speso per anni in difesa del Servizio sanitario nazionale, in una infaticabile attività di studio e nelle visite domiciliari, in particolare ai malati cronici. “ Io ho sempre fatto le visite a casa in questo quartiere, che si è sviluppato negli anni Trenta e sono sempre stato ricambiato con un grande affetto.
Negli ultimi anni però mi pesava molto l’aspetto burocratico e amministrativo. Continuerò l’attività privata come geriatra a domicilio, ma con una certa calma. Il mercoledì ricevo nel vecchio studio, ma al di fuori del SSN”.Nella sua lunga attività professionale è stato anche un uomo impegnato politicamente a sinistra nelle istituzioni locali.Tre volte consigliere municipale, prima del Pds e poi del Pd durante le amministrazioni di Massimiliano Smeriglio e Andrea Catarci, delegato del Sindaco di Roma Ignazio Marino alla sanità. Nel marzo 2018 “Liberi e Uguali”, la formazione di Pietro Grasso, di cui è medico di fiducia, lo candida nel collegio uninominale 8 di Roma alla Camera dei Deputati. “Ho accettato la candidatura consapevole che era una sfida impossibile, dichiara Bertolini, l’ho fatto perché “Liberi e Uguali” era un tentativo di unire vari mondi a sinistra, è stata una fiammella che si è spenta, ma oggi non stiamo meglio, è tutto morto in quel campo. E’ stata una bella esperienza perché alla fine presi 10 mila voti di preferenza, il 6,4% e, dopo il candidato di Bologna, risultai essere il più votato in Italia.Oggi non mi interessa l’attività politica, ho già dato, nemmeno gli incarichi sindacali. Voglio leggere, studiare e aggiornarmi, insomma voglio morire col fonendo al collo. Non rimpiango le esperienze e le battaglie portate avanti particolarmente sul territorio. Oggi sono ormai un patrimonio della cultura del soccorso.
Tutta la campagna per dotare i Centri anziani dei defibrillatori insieme a Francesco Giacquinto del casale di via Pullino, scomparso prematuramente, quella sul testamento biologico e sul Registro delle unioni civili. E poi la difesa del Cto non solo come presidio ortopedico di eccellenza regionale, ma al tempo stesso servizio ambulatoriale sul territorio”. E’ per questo e per tanti altri risultati portati a casa che Antonio Bertolini ha lasciato il segno alla Garbatella:”Antonio è una persona straordinaria di grande umanità- racconta Enzo Foschi, vice presidente regionale del Pd- Lo ha dimostrato sia nella sua professione che nell’attività politica come militante di partito e consigliere municipale. Un uomo sempre al servizio della sua gente. Se oggi l’ospedale Cto è ancora anche un ospedale di comunità è soprattutto grazie alle sue battaglie in difesa della sanità pubblica e del diritto universale alla cura, che bloccarono con grande partecipazione popolare le operazioni speculative di privatizzazione messe in campo dalla Destra regionale di allora. Battaglie che riuscìrono con la prima amministrazione di Zingaretti. Antonio Bertolini è un uomo, un medico, un compagno a cui da cittadino di Garbatella posso solo che dire grazie”.
Dal 1976 hanno sfornato pastarelle, torte e maritozzi per gli abitanti del quartiere
Di Ilaria proietti Mercuri
Quando andiamo dal signor Gaspare Mignucci, detto Pino, per conoscere meglio lui e salutare la sua pasticceria che sta per lasciare, ci risponde ridendo: “No ma che disturbate, ormai non c’ho niente da fa!”. La prende con entusiasmo Pino la pensione, che dopo 45 anni di attività alla Garbatella, con sua moglie sempre accanto, ha deciso di godersi.
Dal lontano ’76 Pino e Loreta, in Via Rosa Raimondi Garibaldi 83, sfornano dolci di ogni tipo. Da sempre, chi vive nel quartiere e passa lì davanti, anche se non deve comprare nulla, non può non affacciarsi ed esclamare “Ciao Pino! Ciao Lorè!”. Oltre che un profumo di dolci, lì dentro, si respira aria genuina, di casa.
I primi anni racconta Pino, non è stato facile avviare l’attività, perché quel negozio era chiuso da tempo, ma dopo sacrifici e amore per questo mestiere, i clienti non sono mai mancati. E come il quartiere ha sempre amato Pino e Loreta, anche loro ci tengono a sottolineare che: “Noi la Garbatella non la cambieremmo con niente!”.
Così ora continueranno a vivere nel quartiere, pronti anche a godersi la casa che hanno comprato anni fa a San Benedetto del Tronto, ma che, sempre presi dal lavoro, si sono goduti poco. Ma soprattutto felici di poter viaggiare, che come dice il Signor Pino, a casa dopo un po’ ci si annoia.
Chi ci sarà al posto loro? Per fortuna sempre tanti dolci, con una nuova pasticceria. E quando chiediamo a Pino se passerà ad assaggiare le specialità del nuovo proprietario, ci risponde più convinto che mai: “Come no! Ghiotto come sono”.
E noi, prima di salutare Pino e Loreta e augurargli tante vacanze, ci viene spontaneo domandare, ma non vi mancherà passare le giornate in mezzo a maritozzi, torte e biscotti? “Noi qui abbiamo dato la vita nostra. Un po’ ci dispiace è normale, però non si può morire sul campo di battaglia. Così ora ci godiamo quello che abbiamo seminato.”
Da domani martedì 22 e per tutti i prossimi martedì dalle ore 10:00 la redazione di Cara Garbatella sarà con ”l’ape che gira“ nella Sede del Municipio VIII a vendere i prodotti della cooperativa Garibaldi.
Cooperativa Agricola Giuseppe Garibaldi
Troverete i nostri ragazzi della Cooperativa Garibaldi a consigliarvi le verdure più buone. Un’opportunità di mangiare cibi freschi per Voi, e un potenziale strumento abilitativo per loro!
L’Azienda nasce dalla necessità di un gruppo di genitori di ragazzi autistici di creare un luogo dove i figli, una volta finita la scuola, abbiano l’occasione di mettersi in gioco e lavorare. Così, nasce la Cooperativa Agricola Giuseppe Garibaldi. La grande novità di questa Azienda è che i soci fondatori sono proprio loro, i ragazzi autistici.
In questi anni il progetto è cresciuto, i ragazzi si sono rimboccati le mani e ora continuano a intraprendere esperienze lavorative come curare l’orto, vendere i prodotti, occuparsi della trattoria, e possono persino dormire qui. Insomma i fatti sembrano dare ragione a chi, da sempre, ha creduto in questo progetto.
Intervista al batterista “Lele Anastasi”, nato e cresciuto alla Garbatella
Ogni canzone ha la sua morale come ogni artista ha la sua storia. E questa che stiamo per raccontarvi, nasce proprio alla Garbatella, per poi continuare con circa mezzo secolo di successi in giro per il mondo. Di chi stiamo parlando? Classe 1963. Gabriele Anastasi; batterista, autore di famosi testi musicali e libri, nasce e cresce alla Garbatella. Lui era uno di quei ragazzini che fin da piccoli, guardandoli, si capiva bene cosa avrebbe fatto da grande.
<<A 5 anni mi regalarono la prima batteria.>> Ci racconta <<Fu mia nonna che portandomi al Circo Orfei, sulla Colombo, notò che io non guardavo i clown, i funamboli, i cavalli, i leoni, ma stavo sempre girato a fissare il batterista dell’orchestra. Quella batteria però durò poco. I cugini e mio fratello, forse mandati dai “grandi” la gettarono dal secondo piano di una casa in costruzione, distruggendola. Mi rimasero solo le bacchette con cui suonavo dappertutto: letto, divano, sgabelli, dentro la macchina>>.
E dal divano, sgabelli e macchina, come sei finito la prima volta su un palco?
<<Ero seduto con i miei amici davanti la Chiesoletta del San Filippo Neri. Proprio in quel momento stavo raccontando a Bruna, una ragazzetta che mi piaceva da impazzire, che avevo portato la mia batteria a “cromare”. Ti dico la verità, cromare non sapevo e non so tuttora cosa significhi, mai fatto in vita mia. Ironia della sorte, in quell’istante uscì un ragazzo, Franco, che venne da noi e chiese: “Ragazzi, conoscete un batterista? Il nostro è stato assunto alle Poste e ci ha abbandonati a 4 giorni dall’evento!” Io mi feci piccolo e stavo per scappare quando uno dei miei amici disse indicandomi: “Eccolo, lui è batterista!” E così il teatrino dell’Oratorio fu il mio primo palco scenico. Quattro giorni dopo, all’età di 11 anni feci il mio primo concertino. Avevo 11 anni e suonavo da 4 giorni. Così cominciai la mia carriera>>.
Quindi hai sempre voluto fare il batterista?
<<In realtà no. Volevo studiare, lavorare e sposarmi con la mia ex fidanzata Carla, che invece un bel giorno, mi lasciò. Caddi in depressione e l’unico modo per uscirne, oltre a confessarmi con il mio migliore amico detto er Grog, fu studiare la batteria. Mi chiudevo 5 o 6 ore al giorno nella cantina dell’oratorio a suonare. Ma non miglioravo, quindi cominciai a prendere lezioni e nel giro di 2 anni, divenni un batterista>>.
Lì iniziarono i tuoi successi?
<<Ci provai. Ma da un giorno all’altro mi chiamarono a fare il militare. Un anno regalato alla naia. Quando tornai era sparito tutto. Dovetti ricominciare da capo. Solo una persona mi aiutò veramente, Adriano Lo Giudice, bassista che avevo conosciuto ai tempi di Minnie Minoprio. Con lui conoscemmo e registrammo con Ivan Graziani. Sempre lui mi fece conoscere un gruppetto di amici con cui entrai a far parte della band. Era il 1985. Registravamo continuamente, girando studi, suonando nei clubs anche 25 serate al mese. Facemmo un disco e grazie a quello arrivammo ad Antonello Venditti. Prima collaborai con Antonello alla colonna sonora di “Ultràs”, film di Ricky Tognazzi con Claudio Amendola protagonista, poi per l’album “In questo mondo di ladri” e poi “Benvenuti in Paradiso” dove scrissi, appunto,la musica del brano. Durante quest’ultimo album conoscemmo Michele Zarrillo. Legai subito con Michele, ragazzo semplice, simpaticissimo. Con lui realizzammo un album dal titolo “Adesso”, prodotto da Venditti. Poi sempre insieme a Michele andammo a Sanremo con “Strade di Roma”. Fu un successo. Per 2 anni lavorai anche con Rodolfo Laganà, senza abbandonare Venditti e Zarrillo. Con Michele più avanti facemmo uscire “L’elefante e la farfalla”, “L’amore vuole amore”, “Il vincitore non c’è”, “Liberosentire”.Nel 1994 ero nella band di Paul Young che aprì molti concerti del tor di Zucchero Fornaciari. Per non parlare del tour con Gianni Morandi, fu un’esperienza unica che mi permise di imparare mille cose. Era il 2001. Nel frattempo avevo preso contatti con un’agenzia di Londra che mi contattò per il tour promozionale italiano prima di Craig David e poi di Phil Collins. Anche quelle due esperienze indimenticabili. Più avanti conobbi l’arrangiatore inglese Geoff Westley con cui realizzai il disco di Mango “L’albero delle fate”.
Possiamo dire che non ti sei annoiato. E ora che fai?
<< Ora la mia idea è quella di aiutare a realizzare i sogni di giovani talenti. Così nel 2006 mi sono ritirato dai live ed ho aperto uno studio di registrazione a Terni. Ma la crisi della musica, l’assalto e l’incompetenza delle radio e delle tv che creano le cose che passano e che la gente ascolta, annienta ogni possibilità di riuscire. Ma ci si prova lo stesso. Adesso insegno batteria; nonché ad affrontare sessioni in studio sia di batteria che di canto; e collaboro con Mogol presso il CET facendo lezioni di batteria e di Produzione artistica; realizzo produzioni per ragazzi emergenti; e, in tempo di covid, studio, studio, studio. E poi nel 2018 ho scritto un romanzo “Il sogno” pubblicato dalle edizioni Eretica.>>
Un’ultima domanda ci viene spontanea: lo studio perché a Terni e non alla Garbatella? <<Qualche anno fa andai a vivere con mia moglie in Umbria. Lei era di quelle parti e non amava la città. Lì conobbi musicisti molto validi con cui aprii lo studio. Insomma tranquilli, semplice scelta strategica>>
In libreria per Mondadori il lavoro editoriale del nostro collaboratore
di Valentino Notari
Cosplayer di fama mondiale Valentino Notari è nato e vive alla Garbatella. Partecipa alle più importanti competizioni italiane e internazionali, ha rappresentato l’Italia all’Eurocosplay di Londra e, nel 2016, al World Cosplay Summit in Giappone. Kylo Ren di Star Wars e Junkrat di Overwatch sono solo alcuni dei personaggi da lui interpretati, di cui ricostruisce materialmente i costumi e gli accessori accompagnando ogni performance con sofisticati effetti speciali.
Diplomato al liceo scientifico Peano, laureato in mediazione linguistica e culturale alla Statale di Milano, ha conseguito il master di primo livello all’Università di York in Inghilterra e quello di secondo livello alla Luiss di Roma, entrambi in relazioni internazionali. Lavora ad Emergency dove, tra l’altro, si occupa in questo periodo anche della distribuzione dei pacchi viveri alle famiglie in difficoltà del nostro Municipio all’interno del progetto “Nessuno Escluso”.
Socievole, creativo, curioso e versatile Valentino ha sempre coltivato fin da ragazzo un’altra grande passione: la scrittura. Uscirà, infatti, in libreria alla fine di marzo il suo primo romanzo “COSPLAY GIRL” edito da Mondadori e già preordinabile su Amazon. Lo abbiamo intervistato per saperne di più: Valentino è un vero fiume in piena mentre racconta questa sua esperienza, i suoi sogni e i progetti futuri.
Ci spieghi in poche parole che cosa è il Cosplay e come si inserisce nella cultura pop?
La parola cosplay deriva dalla fusione dei termini inglesi “costume” e “play” e consiste nell’indossare i panni di personaggi tratti da fumetti, videogiochi, serie televisive, insomma da qualsiasi prodotto della cultura pop si possa immaginare. Si tratta di un fenomeno ormai diffuso praticamente in tutto il mondo, che conta centinaia di migliaia di appassionati tra cosplayer, fotografi e persone che semplicemente seguono l’ambiente, pur non cimentandosi direttamente.
La protagonista del tuo libro è una studentessa abruzzese, che studia a Roma e vive alla Garbatella. Non poteva mancare il riferimento al quartiere in cui sei cresciuto?
Decisamente no, non poteva mancare. Perché Garbatella non è solo il luogo in cui sono cresciuto, è un posto magico in cui ambientare una storia. Alice, che si trasferisce a Roma per l’università, si innamora delle atmosfere del quartiere, della sua dimensione più umana rispetto al caos di una grande città.
Nel romanzo è molto vivo il riferimento all’Abruzzo e alla vita dopo il terremoto. Perché questo coinvolgimento?
Ho conosciuto l’Abruzzo durante il mio lavoro con Emergency, trascorrendovi svariate settimane nell’estate del 2019. Ho lasciato il cuore tra quelle montagne, ho imparato ad amare la forza straordinaria dei suoi abitanti di fronte alle terribili difficoltà che devono affrontare a causa del terremoto. Quando ho iniziato a lavorare al romanzo, ho capito subito di voler raccontare le vicende di una ragazza cresciuta in quei luoghi, la cui bellezza e le cui tradizioni si riflettono anche nel suo modo di fare cosplay, soprattutto attraverso la figura del nonno, uno dei personaggi a cui sono più affezionato.
Sulla copertina del libro c’è una frase di presentazione di Licia Troisi, la più famosa scrittrice di fantasy italiana: “Un’appassionante storia d’amore, cosplay, accettazione, contro ogni pregiudizio”. A quali tematiche si riferisce?
Quello del cosplay è un ambiente aperto e inclusivo, che spesso diventa uno spazio sicuro per giovani che subiscono bullismo a causa dei loro interessi “da nerd”, del loro aspetto, del loro orientamento sessuale. Molti di noi trovano nel cosplay un modo di esprimere se stessi, di uscire dal guscio senza paura di essere giudicati. Per Alice, indossare un costume è sempre stato un modo per evadere, per proteggersi dalle umiliazioni che subiva a scuola e che l’hanno fatta precipitare nell’autolesionismo. Al centro del romanzo, c’è la relazione tra lei e Federica, un’altra cosplayer che entra nella sua vita in un momento di grande difficoltà, restituendole la voglia di combattere e insegnandole ad amare se stessa.
Il tuo primo libro è edito da Mondadori. Com’è stato il percorso dalla passione per la scrittura fino ad essere pubblicato da una grande casa editrice?
È stato un viaggio lungo, complesso ma entusiasmante, e non sarei mai riuscito ad arrivare fin qui senza il supporto e la professionalità del mio agente Francesco Gungui, che amo definire il mio personale Obi-Wan Kenobi. Tuttavia, questa è solo la prima tappa di un percorso molto più lungo: il mio sogno è poter vivere di scrittura e ho ancora tante storie che mi frullano nella testa, in attesa solo di essere raccontate.
Quali altri progetti hai nel cassetto?
Sto già lavorando a un sequel di Cosplay Girl. Allo stesso tempo, però, mi dedico alla creazione di ambientazioni fantasy e fantascientifiche, due generi che non vedo l’ora di esplorare.
La scheda del libro
“Mi chiamo Alice e trascorro buona parte del mio tempo libero a cucire costumi, costruire armature, acconciare parrucche, tutto per quelle poche e speciali giornate in cui posso trasformarmi nei personaggi dei fumetti, cartoni animati, film e videogiochi che amo. Perché? Il motivo è semplice: il cosiddetto mondo reale mi è sempre andato stretto”.
Per una ragazza come Alice, che fin da bambina era considerata quella strana, che non si era mai sentita al posto giusto e che divorava di nascosto decine di romanzi e fumetti ambientati in mondi fantastici, sognando di volare via su un’astronave verso una galassia lontanissima o di ricevere una letterina per una scuola di magia e stregoneria, incontrare il mondo del cosplay è stato come rinascere. Per la prima volta ha sentito di appartenere a qualcosa di esclusivo, di figo. Qualcosa di cui parlare con orgoglio. Per la prima volta ha provato la gioia di condividere la sua passione con tante altre persone, senza essere giudicata o presa in giro.
Ma un giorno, dopo una sfortunata esibizione al Romics, tutto sembra andare in pezzi: in un colpo solo Alice perde il fidanzato e vede andare in fumo la possibilità di partecipare al World Cosplay Summit in Giappone, la competizione cui ogni cosplayer sogna di partecipare. Seguono settimane difficili che nemmeno la presenza di Diego, il suo migliore amico, riescono a risollevare. Finchè una sera, durante il Lucca Comics and Games, sotto una pioggia scrosciante si imbatte in Federica, nota a tutti come SweetPea, una cos player che fino a quel momento Alice aveva considerato con sufficienza, disprezzato perfino. E che per lei –la vita ha un grande senso dell’ironia – da quell’istante diventerà una specie di angelo custode che, senza fare domande, senza chiedere nulla in cambio, le starà accanto e l’aiuterà a capire che forse non tutto è perduto e che le strade per realizzare i propri sogni sono molte più di quelle che aveva immaginato…
4 giugno 1944: alla Garbatella arrivano gli Alleati. Tragedia al lotto 2.
Stavo sostituendo una foto di mia madre in un quadro con un’altra nella quale appariva più giovane e bella. In quel preciso momento squilla il telefonino … era Gianni Rivolta che mi informava che era accaduto un fatto eccezionale. Erano state fatte delle ricerche e sentiti dei testimoni di “quel giorno” (4 giugno 1944) e si era potuto ricostruire tutto l’accaduto; quindi mi chiedeva se volevo scrivere un articolo sulla storia della morte di mia madre… sono rimasto senza parole! Ripresomi da questa inaspettata richiesta proprio mentre stavo facendo quella operazione, ho fatto presente a Gianni di quella parti-colare coincidenza. Ho accettato immediatamente, emozionato quanto sorpreso e commosso. Bisogna tornare indietro di 77 anni, praticamente in tutta un’altra dimensione, per parlare di quanto accaduto a mia madre.
Si parla del 4 giugno 1944, il giorno dell’entrata in Roma degli americani. Era di domenica ed erano nostri ospiti: la zia, sorella di mio padre con lo zio ed il loro figlio, mio cu-gino. Terminato il pranzo, mentre si parlava di quanto stava accadendo, sentimmo dei clamori venire dalla strada, in particolare dalla piazza antistante il “Cinema Teatro Garbatella” ora “Palladium”. Io e le mie tre sorelle uscimmo fuori di casa incuriositi da tutto ciò…
“Sono arrivati gli americani!! Sono arri-vati gli americani!! ”, gridavano tutti.
Naturalmente anche noi fummo travolti da tanto entusiasmo; io e mia sorella Iole, che nonostante fosse la più piccola delle tre sorelle aveva 9 anni più di me, scendemmo giù in strada. Facemmo in tempo a vedere qualche carro armato che sfilava in via delle Sette Chiese in direzione San Paolo ed in quel momento un gran frastuono si verificò su verso la casa. Mi rivoltai terrorizzato con l’impressione di vedermi cadere addosso il palazzo e sentii le grida terrorizzate dei miei parenti che stavano proprio là. Volevo correre su, ma qualcuno mi fermò e subito dopo vidi scendere dalle scale che portavano dalla casa al piano stradale, delle persone che portavano a braccia un corpo sanguinante… era mia madre!! Mia madre aveva un braccio tranciato di netto dal proiettile ma lo stesso fortunatamente non era esploso, altrimenti avrebbe ucciso tutti. Mia madre fu portata all’ospedale militare del Celio, dato che era stata vittima di un ordigno bellico, ma i medici non poterono fare nulla perché mancava l’energia elettrica. La poveretta era stata schiacciata dalla colonnina che stava davanti la porta di casa, l’impatto del proiettile le aveva scaraventato addosso la colonnina per poi proseguire la sua corsa andando a tranciare il braccio destro. Morì il 6 giugno 1944 e durante l’ultima notte, non rendendosi conto dove si trovasse perché ancora in stato di shock sentì piangere un bambino poco distante, probabilmente pensando distare in casa riuscì a dire: “Sentite? Oreste sta piangendo, andate a vedere perché!”. Poco dopo si spense facendo così come ultima cosa quello che le dettava il suo istinto di madre, un atto d’amore verso di me! D-Day in Normandia coincise con il giorno della sua morte, il 6 giugno 1944; così come due eventi uno positivo e l’altro negativo, accomunati da gioia e dolore. Rinnovo ancora una volta un affettuoso ringraziamento a tutti coloro che mi sono stati e lo sono ancora, come dimostra questa mia, molto vicini e mi hanno sostenuto in quegli anni postumi. Un ricordo particolare a mia sorella Velia (la più grande delle tre), che prese il posto con il cuore e con l’impegno di una madre.
QUEL BLINDATO SPARÒ PER COLPIRE UN MILITE DELLA PAI, MA FINÌ SULLA CASA DELLA FAMIGLIA RICCI, CAUSANDO LA MORTE DI ANGELA NOVELLI
di Gianni RIVOLTA
Erano le prime ore di sabato 3 giugno 1944 quando le colonne corazzate tedesche, decimate e avvilite, percorrevano l’Appia e la Casilina per dirigersi verso la Flaminia, la Salaria e la Cassia in direzione nord. Per tutta la notte ponte Milvio fu attraversato da queste forze in rotta. Anche il generale Maeltzer, comandante delle forze di occupazione della città, era fuggito in aereo. Questa litania di tedeschi motorizzati e a piedi continuò per tutta la mattina di domenica. Alcuni cercavano abiti borghesi. Per un vestito c’era chi offriva addirittura una motocicletta. L’atmosfera in città volgeva rapidamente alla festa, la gente riempiva i caffè, sedeva sui gradini delle chiese . “ Gli alleati stanno a San Giovanni” dicevano, ma nello stesso tempo ci fu ancora un rastrellamento. Del resto tra un esercito in ritirata e le avanguardie di un’altra armata che avanza non si può mai tagliare una netta linea di demarcazione. Qua e là ci furono scaramucce, altri episodi di resistenza. Certi tedeschi furono fatti prigionieri, altri cercarono di rifugiarsi in qualche casa. Quella domenica c’era una grande attesa anche alla Garbatella.
“L’americani, l’americani, eccoli so’ loro, stanno a venì giù dalla Colombo”. Era proprio una colonna di blindati quella che stava attraversando il quartiere Icp in quel pomeriggio primaverile. La gente uscita dai lotti, dapprima incuriosita, cominciava a festeggiare. Grida di gioia e applausi accoglievano la colonna dei militari che, percorsa l’Appia e attraversato il tracciato della Cristoforo Colombo, stava imboccando la stretta via delle Sette Chiese in direzione della basilica di San Paolo. In realtà si trattava di una colonna di veicoli corazzati inglesi, degli Humber MK con cannoncino da 37 millimetri. Probabilmente il loro obiettivo era l’occupazione di alcuni centri sensibili, come le Officine del gas, la centrale elettrica e la stazione ferroviaria dell’Ostiense. Gli inglesi avevano fretta di arrivare.
Già avevano perso la gara con gli americani che per primi avevano raggiunto piazza Venezia, il Campidoglio, il Colosseo e la Basilica di San Pietro: i luoghi simbolo della città di Roma, dove avevano impiantato le loro bandiere. La popolazione scendeva dalle case e si affacciava alle finestre. Tra un gruppo di persone che stazionava sullo slargo delle Sette Chiese (dove oggi c’è il monumento di metallo alla Resistenza) faceva capolino anche un milite della Pai, la Polizia dell’Africa italiana, con tanto di mantello e copricapo coloniale. Non poteva passare inosservato, una vera e propria provocazione.
Improvvisamente un blindato si ferma, scende un membro dell’equipaggio con la pistola in mano per arrestarlo. Un gruppo di donne non lo permettono, si mettono in mezzo e lo fanno scappare. Quello della Pai di buon passo fugge sul marciapiede sinistro di via Enrico Cravero verso piazza Bartolomeo Romano e via Luigi Orlando, dove c’era la caserma (oggi c’è la stazione dei carabinieri). Il blindato non ha esitazione alcuna. Lo segue e quando supera il negozio da barbiere dei Zamiol, punta il cannoncino verso il fuggitivo che stava scappando verso la caserma. La struttura edilizia del quartiere non era quella di oggi (vedi planimetria). Il lotto 9 non era stato ancora costruito.
Al suo posto c’erano erbacce e polvere di un prato incolto sul quale gli inquilini avevano ricavato un rudimentale campo per il gioco delle bocce. Parte un colpo, un boato. La folla sulla piazza sgomenta assiste allo spettacolo del blindato impazzito. Il gran vociare della gente nei lotti e per le strade incuriosì anche la famiglia Ricci che abitava al lotto 2, in via della Garbatella 10.
Era festa e insieme al papà Carlo, alla moglie Angela Novelli e ai tre figli c’era anche la famiglia degli zii. Il pranzo si era protratto a lungo, poi le chiacchiere tra parenti. Si erano fatte quasi le quattro. La mamma Angela, una volta rigovernata la cucina, si era affacciata incuriosita sul terrazzino. Non l’avesse mai fatto. Quel terribile proiettile, dopo una lunga parabola, la colpì ad un braccio e fece crollare la colonnina di cemento addosso alla malcapitata. Angela sanguinante fu portata immediatamente dal marito e dai parenti alla vicina farmacia del lotto 8 e poi fu trasportata all’ospedale del Celio. Morì due giorni dopo, il 6 giugno per un’emorragia interna, probabilmente causata dallo schiacciamento degli organi. Il certificato di morte parla di: Shock traumatico, contusione addominale, frattura esposta dell’avambraccio destro — 2°e 3° metacarpo sn., colpita da una bomba d’aereo (?). Un errore o il tentativo di coprire un incidente imbarazzante causato dai liberatori di Roma? Non lo sapremo mai, ma certamente sappiamo che a sparare fu un blindato. Il proiettile inesploso, infatti, rimase per settimane sul posto dell’incidente mortale. Angela Novelli era del 1896, aveva 48 anni: lasciava il marito, tre figlie Velia, Lucia, Iole e un maschietto, Oreste. Le foto del 4 giugno 1944 sono state concesse da Carla Monaldi su Garbatella 100 il racconto di un secolo.
In occasione del 76° anniversario della Festa della Liberazione pubblichiamo un contributo dalla poetessa e scrittrice Maria Jatosti
Maria Jatosti, classe 1929, nel periodo della seconda guerra mondiale abitava con la sua famiglia nel primo lotto delle palazzine Incis a piazza Oderico da Pordenone 1, il limite estremo della Garbatella, quando ancora non c’era la via Cristoforo Colombo, ma solo campi, sterpaglie e la borgata Tor Marancia. Giovane militante della Villetta a Garbatella fin dal 1948 è autrice di “Per amore e per odio” (Manni editore 2011), “Tutto d’un fiato” (Stampa Alternativa 2012) e del “Confinato” (Stampa Alternativa 2013) nel quale ci narra la storia del padre comunista, fondatore della cellula di Avezzano, arrestato e confinato durante il ventennio fascista a Cutro, un paesino della Calabria ionica, con tutta la famiglia. (G.R.)
E’un tempo fermo. Le finestre sono chiuse, la primavera stenta ad attraversare l’opacità dello sguardo; non sventolio di bandiere né lenzuoli stesi, voci e canti di promesse. Il silenzio è scandito dal sibilo delle sirene. Un rombo continuo piove dal cielo nemico sui vivi e sui morti del Verano, sulle forme aeree del gasometro, sull’intrico ferrigno dello scalo, sugli asili innocenti sugli Alberghi degli sfrattati, sulle pietre nude delle case e si mescola alla musica dei cannoni sospinta dal maestrale tirrenico, sessanta chilometri di attesa, un’ora in linea d’aria. La speranza si serve col contagocce come la medicina per lo stomaco vacuo, ha il sapore agro della fame, della paura, delle notti scempiate, aggranchiti al gelo di un inverno infinito. Il pianto di un bambino senza latte, i racconti bisbigliati, le lamentele… lo spezzone di morte, il sangue di ragazzini strappati al gioco nella sterpaglia oltre i caseggiati, dove spigola mia madre tra rifiuti e malepiante un simulacro di verde da mettere in pentola sul fuoco stento di legna. Hanno ridotto la razione del pane. Oggi le motociclette hanno ringhiato rabbiosamente attorno al primo lotto. Usci e finestre sbarrati. Urli. Calpestio di stivali. Fiato sospeso. Cercano gli ebrei della prima scala. – La bella testa dell’artista giovinetto china sullo strumento di Paganini, il volo dell’archetto, le dita leggere sulle corde, il pippiare della polenta di sorgo nel paiolo, il brontolio delle viscere vacanti, il complottare di mio padre di là nello studio, le insonnie turbate su un libro a lume di candela.
L’inverno non finisce mai. Il rombo incombe dal cielo e dal mare. Usci e finestre sprangati. Il cortile tace. Nessuno canta. E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore. Il soprano della palazzina “C”ha smesso di gorgheggiare Un bel dì vedremo un fil di fumo. E’ un tempo di albe ventose e il vento, il vento porta musiche bizzarre, umori e rumori d’angoscia, bagliori sinistri, boati, grida, lamenti, scrosciare di fucili, e il pianto delle madri e dei figli. La guerra è per le strade, da via Rasella dei ricchi alle periferie popolari, dal Quarticciolo di Bandiera rossa al Tiburtino, al Quadraro della mia infanzia. Lì sono nata, lì mio padre mi portava all’asilo sulla canna della sua bicicletta. C’erano tanti prati e tanto vento sulla fronte. Al Testaccio di nonno socialista andavo a scuola più tardi. Era tempo di conciliazioni, di leggi razziali e di sbirri in borghese al portone di casa, via Galvani, di fronte allo stadio di Masetti Guido. Alla Garbatella, invece, ci sono arrivata dodicenne, dopo lo sfollamento in Abruzzo, il carcere e il confino fascisti in un paese remoto e selvatico della Calabria dove, sorvegliato a vista, mio padre seminò germi di comunismo e di libertà e dove ora lussureggia la gramigna. E a questa Garbatella ci sono nata tre volte: alla giovinezza, alla passione politica, alla vita di donna.
Oggi consumo un’incerta vecchiaia all’Appio Tuscolano, non lontano dal Quadraro dei deportati del 17 aprile… Chiusa in casa ad aspettare che passi l’odioso flagello, sospesa in questi giorni lunari, la memoria prende sostanza di sogni e mescola e impasta ricordi e vissuti, orgogli e passioni, vittorie e ferite, e il buio s’attraversa e si popola di lampi e figure. Immagini scolpite, nomi, date, giorni, eventi s’affollano … E mi sfilano davanti agli occhi i volti di tanti di coloro che, da uomini liberi, si adunarono per dignità e non per odio, decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo. Uomini e donne e giovinetti come Ugo il ragazzo del ponte Salario, come Vasco Pratolini che tiene nascosti nelle stanze Piero Calamandrei e le armi nella culla della figlioletta Dada, come Alfonso Gatto che scampa alla cattura saltando da un tetto all’altro di via Frattina, e Carlo Salinari, Mario Socrate, Carlo Lizzani, Carla Capponi, e mamma Caterina del Tiburtino e Teresa incinta che corre come Anna Magnani, e le donne del forno e le ragazze dei chiodi a tre punte e della stampa clandestina nella sporta, e Giuseppe, il papà di Clara, compagna di scuola, trucidato alle Ardeatine, pochi passi da casa mia, sulle Sette chiese da dove, lanciando lo sguardo lungo dal terrazzo, una calda domenica di primo giugno, li vidi arrivare, lentissimamente, loro, i salvatori portatori di libertà scatolette boogie-woogie e gazzarre notturne.
Non so come dal seguito tre giovani ragazze vestite di una goffa tuta grigioverde col fazzoletto fiammeggiante al collo il fucile imbracciato e la fronte intrepida si staccarono e entrarono nel cortile di piazza Oderico da Pordenone primo lotto Incis, lo percorsero fino in fondo, si fermarono ai piedi della scaletta della mia palazzina dove avvenne l’incontro con mio padre e noi che corremmo ad abbracciarle con le lacrime agli occhi. L’inquilina fascista al piano di sopra biascicò un insulto toscano, i “marocchini” dell’ultimo piano schioccarono le imposte. La mia amica Marcella — nipote di un partigiano di Giustizia e Libertà e figlia di una scrittrice di romanzi antifascisti — mise un tricolore alla finestra e scese a scapicollo. Io ho un solo rimpianto: non essere stata tra quei partigiani che sfilarono per le strade di Milano liberata e ho sempre invidiato Lù Leone, la ragazza bella col fucile e l’impermeabile e l’aria fiera della famosa fotografia che Fabrizio Onofri mi mostrò, dieci anni dopo i fatti, a Milano.
Roma, 13 aprile 2021 Maria Jatosti
Nota: I corsivi si riferiscono a noti versi di altrettanto noti poeti italiani
E’ un trend decisamente in crescita quello del nostro giornale Web, che si configura ormai da mesi come una vera e propria agenzia d’informazione territoriale. Cara Garbatella on line, infatti, è sempre più letto e apprezzato dai lettori e dai cittadini del Municipio VIII. Il nostro sito visualizza una media di 7.800 pagine al mese, il che vuol dire che vengono sfogliate all’interno del nostro dominio 260 articoli al giorno. Rispetto al mese precedente abbiamo avuto un aumento del 10%. Dovete sapere che all’interno del nostro database (gli articoli vengono archiviati all’interno di un grosso foglio elettronico) ci sono ad oggi 1.873 articoli che parlano di storia, di curiosità, della nostra infanzia e soprattutto di cosa accade all’interno del municipio. Questo mese per esempio abbiamo avuto circa il 79% di nuove visite (ovvero di persone che sono entrate per la prima volta) mentre il restante 21% siete voi che ci seguite costantemente. Il trend degli ultimi trenta giorni è stato abbastanza soddisfacente in quanto abbiamo avuto rispetto al mese precedente un aumento del 72% di pubblico, che ha preferito utilizzare il cellulare per leggere i nostri articoli, mentre il restante si è attestato con una media del 26% e ha utilizzato un personal computer.
IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELL’UNICA DONNA SOPRAVVISSUTA ALLA DEPORTAZIONE DEL GHETTO
“Sono tornata per raccontare”: così recita il nuovo francobollo emesso dalle Poste Italiane il 15 Aprile 2021 in ricordo di Settimia Spizzichino
di Ilaria PROIETTI MERCURI
Settimia nacque il 15 Aprile del 1921. L’unica donna su 1024 ebrei rastrellati ad essere sopravvissuta alla deportazione del Ghetto di Roma avvenuta il 16 Ottobre del 1943. E proprio il giorno che avrebbe compiuto ben 100 anni, in suo onore e ricordo, le Poste Italiane decidono di emettere una serie di 300 mila francobolli dal tema “Il senso civico”.
Emesso il 15 Aprile, l’adesivo acrilico ad acqua è formato da cinque colori su carta autoadesiva. Per un valore di tariffa B, è stato disegnato dalla bozzettista Silvia Isola.
Sulla composizione in primo piano si vede il viso di Settimia, con i suoi occhiali da vista e un leggero sorriso. Sullo sfondo un filo spinato e le rotaie che portano fino all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Quello stesso campo dove Settimia arrivò il 23 ottobre. Lei, fu fortunata, perché passò la selezione degli abili al lavoro insieme a sua sorella Giuditta, e le venne affidato il compito di spostare le pietre. Mentre la madre e le altre due sorelle, di cui la più piccola di 18 mesi, furono destinate alle camere a gas.
Con il numero tatuato 66210 Settimia lavorò in quell’inferno fino a che sfinita non finì in “ospedale”. Così, non più utile ai lavori, fu utilizzata dal medico tedesco Eduard Wirthsn come cavia umana per esperimenti sul tifo e la scabbia. Come resistette fino al 15 aprile del 1945, quando ci fu la liberazione da parte degli inglesi, nessuno lo sa. Ma forse, lottò anche un po’ per tutti noi. “Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz… Per questo, credo, sono tornata: per raccontare.”
PIÙ DI 450 LE FAMIGLIE DEL TERRITORIO CHE RICEVONO PACCHI DI GENERI ALIMENTARI DISTRIBUITI DAI VOLONTARI
di Anna BREDICE
Il 2020 doveva essere un anno di festa per il centenario della Garbatella. Si è fatto solo in tempo a fare una bella cerimonia in Piazza Brin con tanti cittadini e gli studenti delle scuole del Municipio, ma solo qualche settimana dopo sono stati proprio loro a lasciare i banchi vuoti e a fare lezioni a distanza, a casa, spaventati e inquieti per un virus sconosciuto. Era il marzo scorso, la vita ci è cambiata in un istante. Ci siamo chiusi in casa, impossibilitati ad abbracciarci con i nostri cari e con gli amici. E’ passato un anno e l’emergenza sanitaria purtroppo è ancora preoccupante per le varianti del coronavirus molto più contagiose. Certo qualche arma in più ce l’abbiamo. La campagna vaccinale aiuta a sperare in tempi migliori, a creare le condizioni per una futura immunità di gregge tanto agognata. In questi giorni il Presidente del Consiglio Draghi ha definito le prossime aperture “un rischio ragionato”. Il Governo, nonostante i dati delle terapie intensive e dei deceduti siano ancora alti, ha deciso di riaprire dal 26 aprile scuole, bar e ristoranti, ma solo all’aperto, e anche cinema e teatri. Una grande svolta, nella speranza di superare definitivamente la pandemia e dare fiato ad alcuni settori economici che sono allo stremo. Gli ultimi dati del contagio da Covid danno più o meno stabilmente una quota di 500 casi al giorno in tutta Roma, numeri che tendono a scendere da qualche settimana.
Nell’Asl di appartenenza del Municipio VIII, Roma 2, ci sono stati 287 casi nell’ultimo giorno prima di andare in tipografia, ma è un’area della città molto ampia, complessivamente a Garbatella ci sono stati 1.878 casi. La campagna vaccinale a livello nazionale procede con una certa difficoltà, spesso per mancanza di dosi, promesse dalle ditte farmaceutiche e non arrivate, ma nel Lazio si sono raggiunte un milione e mezzo di persone vaccinate e questo è un ottimo risultato. Al momento hanno potuto prenotarsi coloro che hanno 60-61 anni, si doveva andare avanti in ordine anagrafico, scendendo nell’età, arrivando al 20 aprile per coloro che hanno dai 55 ai 60 anni, ma la sospensione dei vaccini monodose Johnson&Johnson ha per ora rallentato il ritmo della programmazione. A distanza di un anno non siamo ancora usciti dalla pandemia, i danni economici e sociali del lockdown hanno colpito i settori commerciali già fragili nel quartiere. Molte saracinesche hanno chiuso i battenti e chissà se le riapriranno. Anche tante famiglie sono finite in difficoltà.
Chi aveva un lavoro saltuario l’ha perso. Municipio solidale sta cercando di alleviare queste situazioni grazie a un coordinamento di aiuti e interventi di sostegno realizzati in maniera strutturale, a cui hanno dato il loro contributo tante associazioni e realtà locali, tra queste anche il nostro giornale, con la raccolta di prodotti alimentari alla Villetta. Sono circa 450 le famiglie che ricevono sostegni una volta alla settimana o ogni quindici giorni. Ci sono più di 300 volontari ad alternarsi nella confezione dei pacchi, e 25 associazioni collegate, una rete che comprende tante realtà, laiche e parrocchiali. Forse, quello del Municipio VIII, è uno dei pochi casi a Roma dove è stato messo in campo un intervento così tempestivo, avvenuto in varie forme: dal carrello della spesa sospesa, ai pacchi alimentari, fino ai servizi donati dai negozi. Ad esempio il barbiere che offre il taglio a chi non lo può pagare o le lettere scritte dai ragazzi della scuola della pace della Comunità di Sant’Egidio agli anziani delle Case di riposo di Garbatella e Tormarancia, un modo per sconfiggere la solitudine. Anche la Casetta Rossa di via Magnaghi ha ricevuto un riconoscimento europeo, unica realtà premiata in Italia, per la spesa sospesa, ma soprattutto per aver creato Radio Anticorpi, una stazione radio che ha diffuso consigli pratici, interviste, storie, nutrendo il senso di comunità.
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