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Tag: Bellezze del territorio

Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Anche da noi fa strage di palme: il Punteruolo rosso

Il Punteruolo rosso, originario dall’Asia meridionale, ha colpito anche qui da noi, alla Garbatella. L’insetto, ovvero il vorace Rhynchoforus ferrugineus, è un coleottero curculionide nemico soprattutto delle palme, che divora in ogni sua parte fino ad ucciderle. Nel quartiere la palma più vistosamente colpita e uccisa è il magnifico esemplare che svettava al fianco della scalinata del Pincetto, a Piazza Benedetto Brin.
Ora è ridotta a un tronco nudo e calvo, avendo perduto completamente la sua bella e folta chioma. Alla Garbatella non sono molte le palme che ornano il verde dei giardini. Le più belle e le più numerose si possono ammirare nell’ampio parco che si trova alle spalle della Scuola dei bimbi, la Scoletta di Piazza Nicola Longobardi. Altre si trovano nel parco che circonda lo storico Casale Santambrogio, sulla collina più alta della Garbatella, alle spalle dell’Università San Pio V. Sono già attaccate dal famelico coleottero gli esemplari del Parco di Commodilla. punteruolo rosso
Così come quella che orna il piccolo giardino adiacente alla chiesoletta di sant’Eurosia. Altre piante sono sparse qua e là nei Lotti. Sono tutte palme delle canarie (Phoenix canariensis), una pianta d’alto fusto che ha avuto larga diffusione in Italia a scopo ornamentale a partire dal 1800. Ma il terribile punteruolo rosso colpisce tutte la specie di palme e talvolta anche altre piante. Si tratta di un insetto, lungo tra 19 e 45 millimetri, munito di una specie di proboscide detta rostro con la quale perfora e divora il tessuto della pianta fino ad ucciderla. Le femmine adulte a un certo punto sfarfallano e depositano circa 300 uova che hanno uno sviluppo che, in varie fasi, dura circa 82 giorni.
Quando la pianta non offre più materia di cui cibarsi perché rinsecchita l’insetto vola via a cercare altre vittime, con un raggio d’azione di circa un chilometro.
Il punteruolo rosso è stato esportato dall’Asia sud-orientale e dalla Melanesia all’interno di palme di cui non si conosceva o era stata taciuta l’infestazione, introdotte a scopo ornamentale. Ha avuto una diffusione rapidissima: nel 1980 si è manifestato negli Emirati arabi, nel 1992 aveva raggiunto l’Egitto, nel 1994 la Spagna, nel 2005 è arrivato in Italia (la prima segnalazione è di un vivaista di Pistoia che aveva importato palme a scopo ornamentale dall’Egitto). Per dare un’idea della velocità di diffusione del micidiale insetto, i botanici hanno calcolato che le palme esistenti a Roma potrebbero essere tutte attaccate e uccise entro il 2015. Purtroppo finora i metodi di disinfestazione sperimentati si sono dimostrati molto costosi e scarsamente efficienti: le speranze sono ora riposte nella lotta biologica cui si sta dedicando la ricerca. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

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Dal Municipio

Dal Municipio

Raccolta dei rifiuti ingombranti a giorni prestabiliti nel Municipio

L’Ama ha avviato un servizio di raccolta gratuita di rifiuti ingombranti riservato alle utenze domestiche. Un servizio ancor più vicino ai cittadini per contrastare il cattivo costume dell’abbandono indiscriminato di suppellettili, elettrodomestici e arredamenti. Il servizio nel Municipio Roma XI sarà attivo ogni 1° e 3° venerdì del mese. Di seguito, i punti di raccolta e gli orari:

  • Via delle Sette Chiese – angolo Via di Santa Petronilla 12.30 – 13.45
  • Piazzale del Caravaggio – area parcheggio 14.00 – 15.30
  • Piazza Federico Marcello Lante, 21 16.00 – 17.30
  • Piazzale Caduti Della Montagnola – fronte chiesa 18.00 – 19.30
  • Piazza Giovanni da Lucca – fronte civico 1 12.30 – 13.45
  • Piazza Bartolomeo Romano, 4 14.00 – 15.30
  • Piazza Oderico da Pordenone – angolo Via G. Genocchi 16.00 – 17.30
  • Piazza del Gazometro 18.00 – 19.30 – fronte Via del Commercio
  • Viale Giustiniano Imperatore – angolo via Tito 12.30 – 13.45
  • Largo Leonardo da Vinci, 18 14.00 – 15.30
  • Largo Valerio Bacigalupo – interno parcheggio 16.00 – 17.30
  • Via Simone Martini 18.00 – 19.30

Il Registro municipale dei Testamenti biologici

Bastano tre copie del modulo testamentario, una copia del modulo per la dichiarazione sostitutiva di atto notorio, scaricabili dal sito del Municipio XI e recarsi, assieme ad un fiduciario e con una marca da € 0,26, presso l’Ufficio demografico di Via degli Armatori 13 per poter esercitare la propria volontà riguardo al Testamento biologico. Possono chiedere l’iscrizione al Registro tutti i cittadini italiani e dell’Unione Europea, residenti nel territorio del Comune di Roma, che abbiano compiuto 18 anni. Per l’appuntamento contattare l’Ufficio relazioni con il Pubblico, recandosi di persona in via Benedetto Croce 50, oppure chiamando lo 06.696.11.333.

Per il diritto di voto di stranieri e cittadini non residenti

Possono esercitare i diritti connessi all’iniziativa popolare e ai referendum consultivi comunali i cittadini non residenti a Roma che lavorano in questo Comune, gli studenti non residenti a Roma che studiano presso scuole e università romane, gli stranieri maggiorenni, residenti o domiciliati a Roma. Per esercitare il diritto di voto i cittadini suddetti debbono registrarsi, entro il 31 dicembre 2010, presso gli Uffici relazioni con il pubblico nei Municipi. Info: URP Municipio Roma XI – via Benedetto Croce 50 – 06.696.11.333 – orari dal lunedì al venerdì 8.30\12.30, martedì e giovedì anche 14.30\16.30.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

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Dedicato a Carlo Acciari il nono Premio Fantasia

Dedicato a Carlo Acciari il nono Premio FantasiaCarlo Acciari

Sarà dedicato alla memoria del pittore Carlo Acciari, recentemente scomparso, la nona edizione del tradizionale Premio Fantasia, organizzato dall’Associazione “Il tempo ritrovato”, che si concluderà il prossimo 15 febbraio con una cerimonia nel Teatro “In portico” alla Circonvallazione Ostiense. La morte dell’artista, molto noto nel quartiere, aveva provocato una vasta generale emozione. Dalla Associazione è stata avanzata la proposta di intitolare a Carlo Acciari la scalinata che sovrasta la fontana di Carlotta (già dedicata al missionario del XVII secolo Angelo Orsucci) da lui tante volte dipinta, come nel bel quadro che fa da sfondo alla sala consiliare del nostro Municipio. Una proposta questa alla quale aderisce volentieri Cara Garbatella.
Quest’anno il Premio Fantasia è particolarmente dedicato al mondo dell’infanzia e all’adolescenza. I vincitori: Federica Crocetti, studentessa, autrice di un video sulla Garbatella; Laura Monaco, autrice del libro “Finestre sulla Garbatella”; Maurizio Francisci, professore di sostegno alla “Alessandro Severi”; Marina Tiberi, della elementare “Alonzi”; Pierangela Di Bella, Michela Vitulano e Clelia Porchetti, maestre della “Malaspina”; Cristina Mussa, dirigente scolastica; Ivana Emiliani, maestra di “La Coccinella”; Claudia Della Valle, coordinatrice della “Scoletta”; La compagnia degli attori “I Masnadieri”; Barbara Tupini, presidente dell’Assoc.Sportello Famiglia; Dante Pica, novantenne artigiano inventore di un presepe meccanico; Domenico Sacco, poeta e scrittore; Marco Olivieri, dirigente delle elementari “Battisti” e “Alonzi”; Maria Rita Parsi, psicoterapeuta dell’infanzia; L’antico Bar dei romanisti di Via Fincati; Anna Maria Felici Paoloni, catechista di Santa Galla.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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Una medaglia d’oro alla polisportiva Yubikai

Una medaglia d’oro alla polisportiva Yubikai

Intervista a Massimo Lucidi, maestro di arti marziali e gestore della palestra Yubikai

di Ottavio Ono

La storica palestra di arti marziali della Garbatella, che vanta una presenza ultra trentennale nel nostro quartiere, gestita già da molti anni da Massimo Lucidi, ha ospitato Pino Maddaloni campione olimpico di Judo alle olimpiadi di Sydney del 2006. E’ un caso?
Pino è uno dei nostri ragazzi, un atleta che ha avuto e ci ha dato l’opportunità di crescere sotto l’aspetto sportivo agonistico ad alti livelli. Noi abbiamo offerto il nostro supporto nel periodo in cui lui si preparava per le Olimpiadi, dove ha conquistato la medaglia d’oro. Oggi Pino allena un gruppo di giovani agonisti ed in questo clima di scambio è stata inserita anche un’altra società, l’ Akiyama di Settimo Torinese. Con Pierangelo Tognolo e Pino Maddaloni ci siamo incontrati sulla stessa traiettoria educativa, quella di coltivare la crescita e la formazione educativa dei giovani, attraverso lo sport, che è forza ed energia. Abbiamo sempre cercato di migliorare la nostra condizione atletica e anche quella degli altri.Pino Maddaloni
Magari un/a ragazzo/a viene qui e sogna di diventare una velina o di apparire in televisione. Cosa diresti?
Direi che ognuno di noi ha un sogno nel cassetto, vuole diventare velina o vuole diventare un personaggio di “Amici”. Bene, non lo bocciamo, ma c’è da lavorare. Ed è fondamentale ricordare che campioni si nasce, forti atleti si diventa: un percorso è sempre legato all’impegno, alla costanza. C’è chi nasce geneticamente fortunato e chi invece si deve costruire, chiaramente essendo molto umili e lavorando tanto. Senza questa consapevolezza penso che non ci siano cose che si possano raggiungere, in tutti i campi, dal lavoro allo sport.
Leggo su “Visto” di novembre che hai rilasciato un intervista molto bella, diverse pagine, molte fotografie a colori, dal titolo “Alla Garbatella sono più famoso dei Cesaroni”. Ce la puoi riassumere?
Un settimanale nazionale si è occupato di noi e la giornalista Mirella Dosi ha catturato gli elementi più legati allo sport, all’agonismo e alle attività giovani, ma ha anche verificato che questa è una polisportiva multietnica e colorata, ragazzi iraniani, etiopi, cubani, thailandesi, cine, dove si costruisce anche integrazione-Garbatella non è solo i Cesaroni, è un quartiere importante con una grossa storia, noi ne siamo una piccola parte. Iniziando da mio padre, mio fratello e ora da me ci siamo mossi con intenti unici e molto semplici: creare una sorta di isola felice dove anche i sogni servono a mettere i piedi per terra, per assaporare la vera realtà della vita fatta di fatica, di impegno.
Che cosa insegna il Tatami e che cosa lascia, a parte il frastuono dei colpi?
Il Tatami è una piattaforma particolare. Entri in un altro universo, in un’altra atmosfera; le regole danno un forte tono alla concentrazione necessaria a sostenere sensazioni forti violente faticose e con una grossa soddisfazione ti accorgi che hai passato un’ora ad imparare e ad affrontare cose nuove, insieme agli altri.
Diresti ai bambini di frequentare questo mondo e soprattutto il tuo che mi sembra di capire sia un mondo un po’ a parte…?
I bambini devono essere interessati con la curiosità dei bambini e devono partecipare a questo gioco, che è il Judo che è il Karaté, con un sistema divertente. Quindi noi facciamo giocare i nostri bambini con l’idea di farli crescere da atleti, ma rispettando sempre quello che il bambino ama più di tutto, il divertimento, il
gioco. Giocare per imparare, combattendo. Questo sicuramente funziona, tant’è che i bambini qui alla YubiKai sono tanti.
I tuoi progetti e il tuo futuro? Siamo un gruppo di persone che si impegnano e quando serve una mano ci siamo. E anche se una giornata sia di 24 ore, noi cerchiamo di farla diventare di 25, se serve. Lavoriamo con tanta umiltà e forza: lo staff di Yubikai è così e anche i politici sanno che cosa rappresentiamo, per questo ci sono stati molto vicini. Forse è il momento di fare un piccolo sforzo, per aiutarci a realizzare il nostro sogno, dare uno spazio a tutti moltiplicato per cinque.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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Dal Municipio

Dal Municipio

Forse va a Via Pigafetta la Asl di Piazza Pecile

Una commissione congiunta tra la ASL RMC, il Presidente del Municipio XI Andrea Catarci e il Consigliere delegato alla sanità municipale Antonio Bertolini ha esaminato la pesante situazione venutasi a creare con la parziale inagibilità dell’edificio che ospita l’ambulatorio di Piazza Pecile, al fine di individuare rapidamente soluzioni alternative. Un comunicato del Municipio dice che di alternative ne sono state individuate due: la prima, la più rispondente a dare risposte efficaci specie alla popolazione più anziana della Garbatella e dell’ Ostiense, consiste nello spostare gli uffici e i servizi all’interno di un edificio disponibile in Via Pigafetta, vicino a Piazza Pecile; la seconda, utilizzando i nuovi locali presso l’IPAB del San Michele a Piazza Tosti o presso la nuova sede direzionale ASL RMC di via Primo Carnera per la parte amministrativa, collocando gli ambulatori presso il CTO, insieme agli ambulatori ospedalieri utilizzando finalmente le strutture 12 ore al giorno. “Si auspica che la ASL RMC trovi rapidamente soluzioni strutturali, vista la già debole situazione dei servizi sanitari territoriali esistente ancora prima della inagibilità di Piazza Pecile. Il sistema è infatti insufficiente a dare risposte ad una domanda sanitaria crescente, che è ulteriormente minata da quei tagli dei posti letto del CTO a cui ci siamo e continueremo fortemente ad opporci” – conclude il comunicato di Catarci e Bertolini.

Trasferiti Igiene mentale e Assistenza domiciliare
Nuova sede per due vitali servizi sanitari nel distretto XI della ASL RMC. Il CIM (Centro di igiene mentale) e il CAD (Centro assistenza domiciliare ) sono stati trasferiti in locali più idonei al pubblico, presso l’Istituto San Michele, entrando da Via Casal De Merode 8, “palazzina Liuzzi”, secondo piano. Il Municipio XI ha perseguito con tenacia questi trasferimenti trovando risposte, insieme alla Direzione della ASL RMC, a problematiche logistiche più volte rappresentate nelle Consulte municipali. Il Centro di igiene mentale è la struttura destinata alla profilassi e cura delle malattie mentali; mentre il Centro per l’assistenza domiciliare ha il compito di definire il piano d’intervento assistenziale nel quale le prestazioni sanitarie sono garantite dalla ASL e quelle assistenziali dai Servizi sociali municipali. “I locali preesistenti erano in pessime condizioni di manutenzione e non erano qualificati all’accoglienza dell’utenza né decorosi per il lavoro del personale. Ora si
disporrà di ampi e nuovi locali”, dichiara l’Assessore alle politiche sociali del Muncipio, Andrea Beccari. Inoltre, nel continuare ad assicurare al CTO servizi utili per la popolazione, al fine di mantenerlo attivo con il suo Pronto Soccorso, al 5° piano si è trasferita tutta la Reumatologia ed una parte della Endocrinologia del Sant’ Eugenio.

XI: Punto unico di accesso ai servizi socio-sanitari
Il Segretariato Socio-sanitario del Municipio si è trasformato in PUA, Punto Unico di Accesso. Presso la nuova istituzione saranno a disposizione dei cittadini, insieme agli assistenti sociali del Municipio, anche infermieri della ASL RMC. Il servizio nasce da un protocollo di intesa tra Municipio e ASL RMC – Distretto XI, coerentemente con gli indirizzi nazionali e regionali, con lo scopo di garantire un servizio socio-sanitario sempre più efficace e vicino ai bisogni dei cittadini.
Il Punto Unico è istituito presso la sede di Via Benedetto Croce 50 alla Montagnola. Esso nasce con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per la presa in carico dei bisogni sociali e sanitari della cittadinanza, per facilitare l’accesso ai servizi sociali e sanitari del territorio, per semplificare i percorsi necessari all’attivazione degli interventi e delle prestazioni, per accogliere, ascoltare, informare e orientare il cittadino, supportandolo nell’utilizzo appropriato dei servizi esistenti ed infine per effettuare una prima valutazione integrata dei suoi bisogni socio-sanitari. Al PUA il cittadino può rivolgersi per essere aiutato ad orientarsi nella rete dei servizi, pubblici e privati, disponibili sul territorio, che meglio possono rispondere al suo bisogno, per avere informazioni sui servizi sociali e sanitari esistenti, sui giorni e gli orari di apertura al pubblico, sugli interventi erogati e sulle modalità di accesso alle singole prestazioni e per reperire la modulistica necessaria per accedere alle prestazioni sociali e sanitarie. “Finalmente, anziché vedersi ‘rimbalzati’ da un servizio all’altro, i cittadini del Municipio XI potranno avvalersi di un unico punto di accoglienza per essere ascoltati, ricevere informazioni sulle prestazioni e avviare la presa in carico integrata sul versante sociale e sanitario”, dichiara Andrea Catarci, Presidente del Municipio. “Vorremmo sottolineare – aggiunge Andrea Beccari, Assessore alle Politiche sociali del Municipio – l’ottima collaborazione tra Regione Lazio, con l’azienda sanitaria RMC, e Municipio XI, nella comune preoccupazione di garantire un servizio sociosanitario sempre più efficace e vicino ai bisogni dei cittadini. Va evidenziata, infine, l’intelligenza e la professionalità che gli operatori dei servizi sanitari e sociali del Municipio hanno dimostrato nel percorso di conoscenza e integrazione propedeutico alla istituzione del PUA”. Il PUA è aperto il martedì dalle 9.00 alle 12.00 ed il giovedì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00.

Riaperto il parcheggio della Metro Garbatella
Il 13 gennaio scorso è stato finalmente riaperto il parcheggio accanto alla stazione Metro di Via Pullino. Sull’argomento dal Municipio è stato emesso un polemico comunicato firmato dal Presidente Catarci e dall’Assessore ai Lavori pubblici Attanasio nel quale si critica “il disinteresse reiterato dell’Assessore alla Mobilità del Comune, Sergio Marchi”, sottolineando che quel parcheggio è rimasto chiuso per oltre un anno e mezzo per consentire la realizzazione di un Progetto del Piano Urbano Parcheggi (PUP). “Finalmente – conclude il comunicato – si conclude una vicenda che ha creato più di un danno ai residenti e ai tanti cittadini che si servono della Metro. La tenacia del Municipio ha permesso di ridurre i tempi e di restituire alla cittadinanza l’indispensabile parcheggio”.

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Intitolata a Guido Rossa la nuova sede del PD della Garbatella

Intitolata a Guido Rossa la nuova sede del PD della Garbatella

 

Il Partito Democratico della Garbatella ha trovato finalmente casa. Giovedì 4 febbraio alle ore 18, infatti , è stato inaugurato a Via Luigi Ansaldo il nuovo circolo del quartiere popolare, a pochi passi dalla sede degli avversari del Pdl. La sede, piccola ma ben ristrutturata, può contare su un bel saloncino per le riunioni plenarie, un’altra saletta,una cucina e un bel giardino antistante utilizzabile nella bella stagione. “La prima volta che siamo entrati qui- ha detto Federico Raccio, segretario del circolo nella sala stracolma di iscritti e simpatizzanti,- abbiamo trovato una stella a cinque punte sul muro e abbiamo pensato di intitolarlo a Guido Rossa, l’operaio comunista assassinato dalle Br”.
Con l’apertura dei nuovi locali, dove negli anni Ottanta c’era “La volpe e l’uva”, un’enoteca molto conosciuta in quell’epoca, il maggior partito della Garbatella mette le radici in un territorio che lo ha sempre premiato nelle scadenze elettorali. Alla nascita del nuovo partito, il Pd aveva dovuto lasciare ai”mussiani”, oggi Sinistra e Libertà, la sede storica della “Villetta” a via Passino e si era dovuto accontentare di un piccolo locale a via delle Sette Chiese, messo a disposizione da un iscritto. In questi anni, dunque, tra mille difficoltà aveva mantenuto i contatti con gli iscritti e gli elettori tramite un sito web e appoggiandosi provvisoriamente ad un’associazione culturale del quartiere. Alla cerimonia, oltre al consigliere regionale Enzo Foschi, sono intervenuti Sabina Rossa, parlamentare del PD figlia di Guido Rossa, Di Berardino, responsabile della Cgil di Roma sud e Marco Miccoli per la federazione romana del PD. (G.R.)

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Riapre “Il Tucano” il pub della birra

Riapre “Il Tucano” il pub della birra

di Guido Barbato

Siamo felici di annunciare che ha riaperto la birreria forse più antica del nostro quartiere. E’ un luogo per il quale hanno transitato generazioni di adolescenti.
Per tutti gli anni ’80 e ’90 è stato un punto di aggregazione importante per quei giovani che amavano la birra e l’atmosfera rilassata e informale tipica dei pub. Negli anni si era trasformata in sala da tè e poi circa tre anni fa aveva chiuso.
Ad ottobre 2009 tre ragazzi hanno deciso di riaprirla riportandola al vecchio stile: tipica birreria per il dopocena, ma con la possibilità anche di mangiare taglieri di affettati e formaggi, panini e dolci. I coniugi Francesca e Adriano, insieme all’amica di sempre Vanessa, hanno deciso di tornare alle origini. Avendo vissuto in Costarica hanno trovato appropriato anche mantenere il nome originale, loro che, innamorati del Sud America, hanno a lungo vissuto a contatto con i tucani veri. Adriano, che di mestiere fa il ristrutturatore, ha in prima persona rinnovato il locale, privilegiando colori ed elementi di arredo ispirati alla natura latino-americana. Oggi offrono birre alla spina chiara, rossa e doppio malto, un vasto assortimento di birre in bottiglia, comprese alcune italiane artigianali, vini, superalcolici e cocktail in particolare. Francesca infatti è specializzata nel settore, avendo lavorato per anni nei locali estivi sulle spiagge romane. In estate, sempre in omaggio al Sud America, progettano di servire anche frullati di frutta esotica. Non mancano comunque, nel rispetto della clientela degli ultimi anni, anche tè, tisane e cioccolate calde. Trasmettono musica su un grande televisore e offrono un ampio assortimento di giochi da tavolo.
Prossimamente offriranno con regolarità anche musica dal vivo. Il pub si trova in via Roberto DeNobili 3b, subito dopo piazza Giovanni da Triora e l’ormai  eleberrimo
Roma club noto a tutti come “bar dei Cesaroni”. E’ aperto dal martedì al sabato dalle 17,30 all’una di notte.

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Due “Raffaello” molto simili: uno scambio di immagini

Due “Raffaello” molto simili: uno scambio di immagini

Nello scorso numero di dicembre 2009, nell’illustrare il servizio di Cosmo Barbato dedicato a Filippo Sergardi, il nobile senese committente nel 1500 della villa di campagna trasformata nel 1927 nella Scuola dei bimbi (la “Scoletta”) di Piazza Nicola Longobardi, abbiamo pubblicato l’immagine di un quadro di Raffaello rappresentante la Vergine con il Bambino e San Giovannino.
La pubblicazione illustrava la notizia che il Sergardi ai suoi tempi aveva acquistato da Raffaello una tavola rappresentante un soggetto analogo, appunto la Vergine con il Bambino e San Giovannino, detta anche “La bella giardiniera”, che aveva poi rivenduto a Francesco I di Francia, quadro che oggi è esposto al Louvre.
Dobbiamo una doverosa correzione. Il quadro pubblicato in dicembre, che qui vediamo riprodotto a sinistra, non è “La bella giardiniera”, pur se gli somiglia molto, ma “La madonna del cardellino”, esposto agli Uffizi di Firenze; mentre “La bella giardiniera” è quello che qui pubblichiamo a destra e che, venduto dal Sergardi a Francesco I di Francia, è esposto oggi nel famoso museo parigino!

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“Quelle foto sbagliate”

“Quelle foto sbagliate”

Oltre che dal “Messaggero” e da “La Tribuna” del 19 febbraio 1920, l’avvenimento della fondazione della “Borgata Giardino Concordia” sui Colli di San Paolo in località Garbatella fu riportato da “Il Popolo romano”, da “Il Piccolo Giornale d’Italia” e con un ampio servizio corredato da fotografie dalla “Illustrazione Italiana” del 7 marzo 1920 e dalla rivista di Paolo Orlando “Roma Marittima” del 29 febbraio. Una delle due foto erroneamente attribuite alla fondazione della Garbatella . In realtà si tratta di altra cerimonia avvenuta nello stesso 1920
Le uniche immagini del giorno della fondazione sono dunque quelle riportate da queste pubblicazioni dell’epoca e quelle conservate, per testimoniare la presenza del Re, dall’archivio fotografico dell’Istituto Luce.
Purtroppo in precedenti lavori editoriali, in articoli di quotidiani e pagine web sono state abbinate alla fondazione della Garbatella due belle immagini che rappresentano il Re Vittorio Emanuele III, in compagnia di vari notabili, su un palco mentre si cala una prima pietra. Ma queste foto non hanno nulla a che vedere con l’avvenimento del 18 febbraio in località Garbatella. Probabilmente chi le ha trovate è stato tratto in inganno dall’anno, il 1920, dal Re e dalla cerimonia.
Gli ingredienti essenziali c’erano tutti. Ma ciò non basta. Infatti le due foto in questione si riferiscono ad altri episodi simili. Una rappresenta la posa della prima pietra per le case degli impiegati del Ministero dell’Interno tra Via San Quintino e Via Statilia l’11 luglio 1920, l’altra l’inaugurazione delle case degli impiegati dello Stato a Villa Lancellotti su Via Salaria il mese dopo e precisamente l’8 agosto (in entrambe le foto le persone ritratte indossano abiti estivi).
Tutto ciò è verificabile dalla consultazione dell’archivio dell’Istituto Luce (Fondo Pastorel) e dall’incrocio con gli articoli pubblicati sul “Messaggero” dell’epoca (1).
Inoltre nelle foto “sbagliate”,ad ulteriore prova della loro non autenticità, non compaiono accanto al Re i personaggi che lo accompagnavano quel 18 febbraio 1920, in primo luogo Paolo Orlando, presidente dell’Ente per lo sviluppo marittimo e industriale di Roma, e il presidente dell’Istituto Case Popolari di Roma, il commendator Magaldi. (G.R.)

(1) Vedi pag. 4 del “Messaggero” dell’ 11 luglio 1920: ” Oggi alle 15 con l’intervento del Re avrà luogo la posa della prima pietra delle costruzioni edilizie della Cooperativa fra impiegati al Ministero degli Interni nel cantiere posto tra Via San Quintino e Via Statilia”. Le foto che testimonia l’avvenimento sono i codici FP02FP00000126-130 dell’archivio Istituto Luce Fondo Pastorel. E ancora. “Messaggero” dell’8 agosto 1920: articolo dal titolo “Le case degli impiegati a Villa Lancellotti, la posa della prima pietra”. “Ieri alle ore 11, nella già Villa Lancellotti sulla Via Salaria, a duecento metri dal Viale della Regina, Re Vittorio Emanuele posava la prima pietra delle case della Cooperativa degli impiegati dello Stato”.
La foto interessata è il codice FP02FP00000145 del Fondo Pastorel.

 

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Uno sfregio alla fontana di Carlotta

Uno sfregio alla fontana di Carlotta

E’ stata trafugata da ignoti vandali la palina posta vicino alla fontana di Carlotta in Piazza Ricoldo da Montecroce, illustrante la storia di quell’angolo caratteristico del nostro quartiere. L’atto vandalico si associa ad azioni simili con cui scritte senza senso hanno deturpato tutte le altre paline turistiche che erano state poste in vari angoli del quartiere, rendendole illeggibili.
Si è fatto interprete dello sdegno generale l’Associazione “Il tempo ritrovato” che ricorda come quell’angolo della Garbatella abbia subìto altri oltraggi in un recente
passato: la bruciatura delle panchine, l’imbrattamento di un eucaliptus e dello stesso volto della storica fontana.L’Associazione denuncia l’irresponsabile azione di chi non ama il quartiere, rivolgendosi al Sindaco, al Presidente del Municipio, all’Assessore alla cultura e ai Carabinieri, per la salvaguardia dei beni culturali.

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Barba capelli e musica nel salone degli Zaniol

Barba capelli e musica nel salone degli Zaniol

Dal 1930 prima il padre e poi il figlio parrucchieri alla Garbatella

Non è usuale che, nell’attesa del tuo turno dal parrucchiere e poi nel tempo che occorre per il taglio dei capelli, capiti di essere accompagnato dalle note del “Faust” di Gounod o da quelle di altro celebre melodramma.
E’ quel che accade normalmente nella bottega di Mario Zaniol, parrucchiere storico della Garbatella, 73 anni, figlio e continuatore dell’arte del padre Sandro, dal quale ha ereditato la bottega e anche la passione per la musica, particolarmente quella lirica, della quale possiede una vera discoteca, sempre nel salone di Via Enrico Cravero 5, di fianco all’ingresso del teatro Palladium.

“Sotto le forbici e i rasoi di mio padre sono passati migliaia di abitanti della Garbatella, qui nella bottega che egli aprì nel 1930 e dove io dall’età di otto anni cominciai ad imparare il mestiere”.
In quello stesso anno veniva solennemente inaugurato l’attiguo cinema-teatro Garbatella, oggi teatro Palladium.
La famiglia proveniva da Borgo Pio, Vicolo delle Palline, che in quegli anni veniva demolito, come
molte altre zone del centro storico. Si stabilì al Lotto 3 di Via delle Sette Chiese. In seguito, oltre al salone di Via Cravero, fu aperta anche una bottega da parrucchiere per signora: lo gestiva la mamma di Mario, la signora Lina.
Mario, dal punto di osservazione della bottega, è una miniera di ricordi.
Cita tanti nomi di cantanti che la praticavano: Mario Del Monaco, Galliano Masini, Labò e altri, tutti artisti lirici amici del padre. Ma anche attori. Tra questi, Maurizio Arena, il “fidanzato d’Italia”, veniva spesso: si faceva fare un taglio alla “ghigo”.

Altri tagli in voga erano quelli all’Umberto (capelli a spazzola come li portava il figlio del re) o alla tedesca. A un certo punto la bottega istituì un abbonamento promozionale: 3 lire al mese, comprendente una rasatura quotidiana, un taglio di capelli mensile e ogni tre giorni la pulitura del collo. Ebbe successo, soprattutto tra la clientela più raffinata.
Ma nella bottega soprattutto si coltivava la musica. Il padre Sandro, oltre che parrucchiere, era un buon tenore.
Con la romanza “Amor ti vieta” dalla Fedora fece un’audizione all’Eiar (la Rai di allora) e poi per sette anni cantò insieme ad artisti del calibro di Galliano Masini e Aureliano Pertile.
Ma la stessa bottega era un auditorium dove si incontravano artisti e amici e dove non si perdeva occasione per esibirsi in qualche aria d’opera o in qualche canzone napoletana. A quei tempi poi era in uso portare serenate alle ragazze: l’innamorato si rivolgeva agli Zaniol, i quali non si facevano troppo pregare.
Sicché non era raro che una voce tenorile risuonasse nel silenzio della notte all’interno dei lotti, ascoltata in genere con rispetto, con emozione della destinataria, con invidia delle sue amiche.
Altri tempi! Era comunque un’occasione per esibirsi, come pure quando venivano invitati ad accompagnare qualche matrimonio con l’Ave Maria o altre romanze. Cantava però solo il padre, perché il figlio, Mario, suo continuatore nella bottega, pur avendo una voce bella e apprezzata dagli intenditori, non è stato mai capace di esibirsi: “Quando devo cantare di fronte a un pubblico – dice – mi prende un blocco che mi toglie il fiato”.
Mentre sfoltisce la chioma di un anziano cliente, Mario racconta di una sua recente visita alla mostra su Pavarotti, in atto a Roma: “Che emozione – dice – di fronte ai suoi cimeli. I costumi di scena, gli attestati, le ‘chiavi della città’ che gli sono state conferite.
Pavarotti è stato l’ultimo grande tenore che abbiamo avuto”.
Interloquisce il cliente: “E di Bocelli che cosa pensa?”. La risposta dell’esperto: “Beh, lasciamo perdere…”.
Mario, come faceva il padre suo maestro, quando ha un cliente seduto sulla poltrona opera da perfezionista. Non usa mai la macchinetta, lavora tutto a punta di forbice. Impiega un po’ più di tempo, ma il taglio risulta molto più accurato.
Naturalmente è orgoglioso di questa sua professionalità, non meno del suo amore da melomane per il bel canto, di cui parla con vera conoscenza. Ha fatto della bottega un circolo culturale, solo con qualche non esasperata digressione per il calcio. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 5 -Dicembre 2008

 

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Aiuole abbandonate a Via delle Sette Chiese

Aiuole abbandonate a Via delle Sette Chiese

A nostro avviso, un errore di progettazione.
Non si è tenuto conto della difficoltà di garantire una normale manutenzione.

Era prevedibile. Noi lo avevamo previsto, lo scrivemmo, e puntualmente si è verificato. Ma non ci voleva molto a prevederlo, era alla portata di tutti, meno che a quella degli architetti che progettarono nel 2003 il restauro dell’antica Via delle Sette Chiese che aveva bisogno sì di essere rivalutata con interventi straordinari, ma non con invenzioni che non seguano criteri di praticità. Così, tanto per fare una cosa eccentrica.

Ci riferiamo alle due tratte dell’antica strada, una compresa tra via Guglielmotti e Largo delle Sette Chiese e l’altra tra lo stesso Largo e Piazza Sant’Eurosia. Nella prima, la via è affiancata da spazi sterrati che dovrebbero essere ampie aiuole contenenti cespugli di media altezza, presumiamo di essenze fiorite. Prive di manutenzione, quelle aiuole, fangose o aride a seconda della stagione, espongono cespugli spinosi, disordinati, inselvatichiti. Nella seconda tratta, quelle aiuolette strette e lunghe che limitano i marciapiedi (tra l’altro intralciando il passo ai pedoni), destinate a contenere cespuglietti di rose, sempre per mancanza di manutenzione sono diventate ricettacolo di rifiuti, nel migliore dei casi inutili strisce di terreno deserto.

Ma non lo sanno gli architetti, anche quelli cosiddetti d’avanguardia, che oggi il problema delle manutenzioni è il più difficile da risolvere? Perché si intestardiscono a progettare soluzioni urbanistiche complicate, forse anche belle in teoria ma nella pratica ingestibili? Quando inventano soluzioni felici, come quella del parco di San Filippo Neri, siamo ben lieti di dargliene atto e di complimentarci con loro. Ma per le due tratte citate di Via delle Sette Chiese il voto è decisamente negativo. Andrebbero riconsiderate. (C.B.)

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

 

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“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

“Per amore e per odio”: Maria Jatosti si racconta

E’ il quarto romanzo della scrittrice e poetessa, originaria della Garbatella

Presentato nell’aprile scorso alla Fiera del libro dell’Auditorium Parco della musica, è uscito il quarto romanzo di Maria Jatosti, nostra ex concittadina della Garbatella: “Per amore e per odio” (Manni Editore, pagg.267, €17). Presentatori sono stati Gianni Borgna, per lunghi anni assessore alla cultura di Roma e musicologo, e il poeta Mario Lunetta, peraltro nato e cresciuto nel nostro quartiere. Come gli altri romanzi della scrittrice (particolarmente “Il confinato” 1961, e “Tutto d’un fiato” 1977), anche quest’opera ha un esplicito carattere autobiografico e abbraccia praticamente tutta la sua densa e talvolta travagliata esistenza, che è rivisitata senza veli attraverso tanti flash che non hanno necessariamente una conseguenza temporale, senza però che il racconto perda il suo carattere unitario.
La partenza e l’arrivo, come è detto nella Premessa di Pino Corrias, coincidono con Roma, dove già da tempo la scrittrice è tornata attraverso molte stazioni. “In mezzo ci sono l’impazienza, la rivolta, la politica, le nebbie di vita agra milanese”, ci sono le indelebili radici della Garbatella, c’è la passione del soggiorno milanese col suo compagno, il compianto scrittore Luciano Bianciardi, c’è Parigi col fascino che su di lei esercita il fratello Virgilio pittore, ci sono tanti altri luoghi dove si intrecciano sogni, speranze, delusioni, rabbia, malinconia, sdegno civile, declino verso la vecchiaia, paura e attesa della morte. Con una scrittura asciutta, essenziale, rievoca la sua vita intrecciandola con i grandi avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi settant’anni, intensamente goduti e sofferti.
Maria oltre che scrittrice è poeta, è appassionata curatrice di eventi culturali, è una militante della Sinistra storica e del Sindacato Nazionale Scrittori. E’ nota ai nostri lettori anche per aver dedicato ai più piccoli di “Cara Garbatella” tre racconti in occasione del Natale degli ultimi anni. Instancabile, annuncia di lavorare a un nuovo romanzo.(C.B.)

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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Scampata dalla shoah

Enrica Zarfati, 86 anni, numero di matricola A8506 del campo di Auschwitz

Scampata dalla shoah

Abitante storica della Garbatella, qui è tornata dopo il calvario del lager. Alla vigilia della liberazione di Roma fu presa per una delazione perché ebrea. Aveva 19  anni. Per 60 anni ha lavorato presso il nostro mercato rionale. “I tedeschi e i fascisti quanto erano cattivi!”

di Carolina Zincone

Io e Giancarlo eravamo un po’ emozionati. Lui la signora Enrica Zarfati – sopravvissuta ad Auschwitz ed abitante storica della Garbatella – l’aveva già incontrata e ci teneva a rivederla; io ne avevo sentito parlare e mi domandavo se sarei stata in grado di sollecitare un racconto di cui far tesoro senza riaprire vecchie ferite.
Le ferite sono interessanti, inutile nascondercelo. Ancor più interessanti se ci parlano di una storia terribile che vogliamo ascoltare perché fa paura, perché sembra impossibile, perché non vogliamo che si ripeta e perché in questo modo possiamo dire a chi è stato ferito quanto ci addolora che sia andata così. La scommessa, allora, consiste nel mostrarci curiosi, sì, ma anche rispettosi e, per questo, sinceramente vicini. Enrica Zarfati
Ogni persona, a modo suo, contribuisce a fare la Storia. C’è però qualcuno che la Storia l’ha subita più di altri e la cui memoria ci è particolarmente preziosa, al punto di volerla far nostra. La memoria di un singolo si trasforma così in memoria collettiva, in memoria di un popolo. E’ questo il caso di Enrica Zarfati e dei suoi ricordi che – lo si vede da subito – la signora non vede l’ora di condividere con noi.

 

Enrica ci aspettava a casa, in compagnia della sua cara e affezionata badante di origini ucraine. Una bella coppia, sembrerebbe, l’una fiera dell’altra. Tra di loro si chiamano Enrica e Irina ed entrambe hanno ricevuto – rispettivamente nel 2004 e nel 2005 – il “Premio Fantasia” della Garbatella, strumento di tutela della cultura popolare del quartiere, assegnato ogni anno a persone garbate e belle. Mentre chiacchieriamo, Irina interviene con conferme e precisazioni. I racconti di Enrica deve averli sentiti tante volte, sa che è diventata un personaggio quasi famoso, ricorda le interviste, i libri, i documentari fatti sulla base delle sue storie. E poi tutti i giorni, in salotto, si imbatte nella foto dell’ex sindaco Veltroni sorpreso in compagnia della signora Zarfati.
Ma anche Irina ha una storia. “Lei pure ha sofferto”, dice Enrica con complicità: “Quando scappavi, eh?”. Ci piacerebbe chiedere perché e dove scappasse Irina, ma la nostra visita al lotto 31, dove la Zarfati viveva e vive tuttora, suggerisce altre strade, che la nostra ospite ha quasi fretta di ripercorrere con noi: “Son passati tanti anni ma ricordo tutto come fosse il primo giorno!”. Ci dice che la cognata sta scrivendo un romanzo sulla sua storia “ma io non ho il coraggio di raccontare tutto”. In realtà il coraggio ce l’ha, eccome.
Non faccio in tempo a cambiare argomento per formulare una domanda che ci avvicini un po’ a quel 1944 di dolore, che Enrica aggiunge: “Il 16 ottobre ci fu il rastrellamento grande, al ghetto. Io no, io fui presa 7 mesi dopo. Ci hanno portato ad Auschwitz, che squallore!”. E così ci ricorda il motivo della nostra visita: Enrica Zarfati, abitante della Garbatella dall’età di anni 3, il 9 maggio del 1944, all’età di anni 21, fu presa e deportata ad Auschwitz, nella Polonia occupata, perché ebrea. “Che squallore!”, ripete, ed è curioso come sia il senso di squallore a riaffiorare per primo, più forte di tutti gli altri.Enrica Zarfati
Subito dopo, però, arriva l’impotenza, la sensazione di essere stata gabbata dal destino, la frustrazione di non essersela cavata solo per poco: “La mia è stata l’ultima partenza, vi rendete conto? Per un pelo m’hanno presa! Quando hanno liberato Roma, il 4 giugno, io ero ancora in viaggio per il Nord. Siamo stati 40 giorni fermi a Modena e lì è arrivata la notizia della liberazione, da mangiarsi le mani!!”.
Più che in viaggio, Enrica Zarfati era in tappa forzata: si trovava nel Campo poliziesco e di transito situato in località Fossoli, a circa sei chilometri da Carpi, da cui nel corso del 1944 transitarono 5.000 prigionieri politici e “razziali” che avevano come destinazione finale i campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald e Flossenburg. In sette mesi di attività del campo partirono 8 convogli ferroviari, 5 dei quali destinati ad Auschwitz. In uno dei convogli per Auschwitz avrebbe viaggiato Enrica Zarfati.
Dal 16 ottobre del 1943 la sua vita era cambiata, viveva nascosta, insieme al resto della famiglia: Enrica, che era la più grande, aveva tre sorelle e tre fratelli. A casa non ci si poteva più stare, così dapprima si erano sistemati insieme ai Pavoncello in una “grotta” della Circonvallazione  Ostiense, poi, con l’aiuto di altri vicini, si erano trasferiti in una fontana del lotto dove c’era una stanzetta segreta che le due famiglie avevano organizzato come un appartamento.
Ci vivevano stretti stretti in 16 – “a papà lo mozzicò pure un topo”, ricorda Enrica che di suo padre ha un ricordo davvero tenero e quasi protettivo – ma in questo modo tutte le volte che le guardie mandate dagli inquilini spioni erano andate a cercarli alla fontana non li avevano trovati.
Il 9 maggio, però, Enrica era sbucata dalla tana al momento sbagliato, per andare a recuperare una pagnotta tedesca comprata la sera avanti: “Chissà che sembrava questa pagnotta a quei tempi e con quella fame!
E’ così che m’hanno presa, dopo 7 mesi che scappavamo! Erano le 6 di mattina e noi lì ad implorare in ginocchio il maresciallo della pubblica sicurezza, a baciargli i piedi, a umiliarci: lasciateci, non c’ha visto nessuno!”. Lui, però, che non avrà avuto neanche 20 anni, evidentemente sapeva di essere stato visto, forse perché doveva essere tenuto d’occhio da chi l’aveva mandato lì. Per questo, mentre aspettava il comandante, era stato inesorabile: “Ormai non posso più lasciarvi”. Enrica racconta e commenta, commenta e racconta: “Boni so’ stati, eh?” “So’ stati angioletti! Quanto erano cattivi i fascisti, mamma mia! Je dispiace a lei che erano cattivi i fascisti?”.
E ancora, incredibilmente: “A me è dispiaciuto che dopo hanno perso il posto, ma dopo quello che era successo, come perdonarli?”. Enrica Zarfati
Alla domanda se nel quartiere qualcuno avesse cercato di proteggerli, la signora Enrica risponde istintivamente con un “Macché!!!!”, ma poi si corregge: “Chi sì e chi no”. Giancarlo ci rammenta che per aver nascosto gli ebrei sotto la chiesoletta don Alfredo Melani è stato riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”, termine utilizzato per indicare i nonebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita, per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista.
Enrica lo sa, ricorda che in quel periodo i suoi fratelli passavano dal rifugio al Bar Lunik (quello della “nanetta”), dove il proprietario, Socrate, li proteggeva dando loro da mangiare. “Ma 7 mesi sono lunghi!”, aggiunge Enrica, quasi a dire che prima o poi qualcosa a qualcuno doveva succedere. E successe a lei.
Non si fermavano nemmeno di fronte ai bambini “i fascistacci che facevano la spia a rotta di collo”. Che poi magari non erano neanche fascisti, ma 5000 lire per ogni ebreo denunciato facevano gola a tutti e 16 in un colpo solo sarebbero stati un bel bottino. Quel giorno che “c’hanno preso come bestie a me e a una signora qua davanti, una di quei Pavoncello, porella, che aveva 50 e passa anni…A quella l’hanno bruciata subito, a quelli deboli, che stavano un po’giù, li facevano fuori presto … vedevi quelle fiamme, sentivi quella puzza…che si doveva vedere, nella civiltà!”.
Restiamo a bocca aperta: la Zarfati ci parla di gente “bruciata” (usa molto questa espressione che fa davvero spavento), dà per scontato che sappiamo perfettamente di cosa stia parlando e butta lì un commento sulla nostra civiltà.
Ricorda che all’epoca era una bambina, una bambina di 22 anni ebrea per caso: “eravamo ebrei perché c’avevano fatto così, ma sennò … non eravamo proprio attaccati alla religione… Eravamo ebrei per modo di dire, non frequentavamo spesso la sinagoga. Sia papà che mamma erano ebrei, ma lasciavano correre.”
Prima di trasferirsi alla Garbatella la famiglia viveva a Monte Savello, al ghetto, “ma Mussolini voleva liberare il Portico d’Ottavia – ricorda Enrica – e avevano fatto ‘sta zona. Non c’era niente qui, sa?
Ci abbiamo  trovato i contadini che coltivavano la terra sotto casa”. Non c’era una comunità ebraica ma c’era qualche ebreo nei paraggi. Il papà era commesso ai magazzini, poi il magazzino è fallito ed è rimasto senza lavoro: “Eh…era una tristezza, porello, si dava da fare per qualsiasi cosa ma era piccoletto…invece lei è alto! – dice la signora rivolgendosi a Giancarlo.
Era buono papà”. E poi ammette, con l’ironia che ormai sappiamo riconoscere: “Purtroppo abbiamo fatto proprio una gran bella vita …. che momenti che abbiamo passato! La fame. E adesso che potevamo stare bene sono tutti morti, ha capito?”. Adesso. Adesso sono trascorsi tanti anni, Enrica ne ha 86. Cos’è successo nel frattempo? Cos’è che rimpiange di più?
Rimpiange il fatto di aver avuto un’infanzia amara, soprattutto per i genitori. Rimpiange il fatto di aver dovuto smettere di studiare per lavorare e dare una mano a casa. Era stata una delle prime ad entrare nella scuola Michele Bianchi (ora Cesare Battisti) quando l’avevano aperta e ricorda con una punta d’orgoglio che al primo avviamento – l’avviamento al lavoro era la scuola media dove si forgiavano le nuove leve del lavoro nazionale – era la più brava. Ma quando hanno formato la scuola ebraica tutti i fratelli avevano preso ad andare lì, in tram, perché il pasto era garantito. Dopodiché aveva dovuto abbandonare gli studi del tutto. Quando aveva accampato la scusa che non poteva più frequentare la scuola perché non aveva le scarpe per arrivarci, le maestre avevano insistito perché lei restasse e le avevano portato a casa scarpe e calzini.
Ma ormai la decisione era presa. Non aveva ancora 11 anni quando si mise a lavorare a macchina da una signora lì vicino: “Me dava ‘na cretinata”. Però è stata sia “piccola italiana” che “giovane italiana” e oggi sorride un po’ vergognosa confessando che per quei ruoli si sentiva un po’ “piccoletta” di statura (anche se aveva una sorella ancora più piccina).
Riferendosi al fascismo e a quei costumi, ci dice che “là tutti dovevano essere di quell’idea, compresi gli ebrei. Ma era una cosa civile, normale, come adesso”. I guai li causa Hitler, quando obbliga Mussolini (a questo punto “maledetto”) a fare  quello che ha fatto. Ma ecco che la signora Enrica si interrompe di nuovo e chiede a Giancarlo: “Gli voleva bene lei a Mussolini?”. “No, perché – continua – da principio era bravo, faceva tutte le cose per bene, ma quando ha cominciato a conoscere i tedeschi…s’è guastato, s’è venduto!
E allora “peggio per lui”, sentenzia Enrica, “ha fatto una brutta fine: prima l’hanno ammazzato, poi l’hanno messo a testa in giù, e pure Claretta, eh? L’amica insomma…ce n’aveva di donne, eh?”. Dette così, le cose tremende e tristemente note su cui Enrica divaga sembrano confidenze vicine al pettegolezzo.
Diverso il ricordo del bombardamento del 7 marzo 44. L’infanzia era finita, le leggi razziali in pieno vigore e il nemico alle porte. Quale nemico?
Più di un nemico. “Quel giorno”, ricorda Enrica, “io pigliai per mano mio fratello che aveva 6 anni e mia sorella che ne aveva 8 e andammo a vedere l’Albergo Bianco, la gente che era morta…invece di prendere la Stazione Ostiense gli americani avevano preso l’Albergo”. Fuoco amico, c’era anche allora. Bombardamenti chirurgici riusciti male. Non come le mitragliate dei tedeschi, che invece erano ben mirate e colpivano anche i bambini.
Lei, ancora ragazzina, il 9 maggio era finita a Regina Coeli, dove rimase una settimana finchè non “ci impacchettarono per spedirci tutti nel campo di concentramento”. A Fossoli, a quanto pare, si stava meglio che ad Auschwitz. Enrica ricorda che siccome avevano preso anche “un sacco di ricconi ebrei”, lei si era potuta industriare e, “lavando i panni dei signoroni” rimediava sempre qualcosa da mangiare. Questo nei 45 giorni in cui restò lì in attesa che si formasse un convoglio di 800 persone.
Dopodiché quel viaggio allucinante di “9/12 giorni…come bestie nei vagoni del treno, che ci facevamo tutto addosso ed eravamo pieni di insetti nei capelli”. Per non parlare dell’arrivo ad Auschwitz: “Un dramma”. Fu allora che, in fila per 5, i vecchi cominciarono ad essere divisi dai giovani, le mogli dai mariti, i figli dai genitori, Enrica dalla signora Pavoncello, che teneva a braccetto, come facevano le altre ragazze con le loro mamme. Non l’avrebbe più rivista, come non avrebbero più visto i loro cari molti di coloro che all’inizio chiedevano ancora disperatamente dove fossero finiti.

Enrica Zarfati

Come gli altri – tutto come gli altri – Enrica fu rapata a zero, svestita e rivestita da carcerata. E poi le venne fatto il tatuaggio: “Ecco, questo era il numero mio, A-8506. Ci chiamavano per numero, in tedesco, e se non ce l’imparavamo erano botte, botte e ancora botte”. Anche gli altri ricordi assomigliano a tutti gli altri ricordi degli ebrei sopravvissuti ai campi: la marescialla tedesca che gliene diede tante, “ma tante tante”, perché aveva rubato due bucce di patate per sfamarsi: “Avevamo sempre la cazzarola legata a un fianco, ma ci spettava una zuppa al giorno che certo non bastava”. Quei lavori forzati, “lì a picconare e tagliare rametti, che neanche loro sapevano quello che ci facevano fare”; la paura di morire da un momento all’altro, “come quella volta che in venti fummo portate davanti al crematorio per poi scoprire che dovevamo solo caricare dei secchi d’acqua per i vagoni tedeschi che evacuavano”; le kapò, “le più cattive – prigioniere polacche che per darsi delle arie si comportavano peggio dei tedeschi ma poi tanto al crematorio c’andavano pure loro: fu una di loro che rispose a una bambina in cerca della mamma indicando le fiamme alte del crematorio”.
In queste condizioni, di fronte a tanto orrore, non c’era modo di pensare a chi era lontano, a chi era rimasto a casa, alla Garbatella: “Lì non pensavo ai miei, non ricordavo più niente, pensavo solo a trovare le bucce di patata nell’immondizia per mangiarmele”. Amori poi, nessuno. “Che scherziamo? Ognuno pensava per sé, si stava sempre tra la vita e la morte perché tutti i giorni si faceva una selezione. Facevano l’appello, passava il tedesco o la tedesca e faceva: “Quello quello quello, via via via!”. Seguivano urla e disperazione.
Impossibile nutrire sentimenti che andassero oltre l’istinto di sopravvivenza. Immaginiamo allora cosa significò, per chi era ancora vivo, l’evacuazione del campo avvenuta in concomitanza con l’avanzata dell’Armata Rossa: “Notizie non ne arrivavano, non sapevamo niente, niente, niente”. Ovviamente, non capivano cosa stesse succedendo e quale destino li attendesse. Nel novembre 1944 Himmler, ideatore della “soluzione finale” per gli ebrei, aveva già dato ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e di demolire sia le camere a gas che i forni crematori, allo scopo di nascondere le prove del genocidio. A quell’epoca ad Auschwitz erano stati uccisi oltre 1 milione di esseri umani. Con la marcia della morte del gennaio 1945, che vide partire da Auschwitz circa 80.000 sopravvissuti, il campo si svuotò definitivamente e i prigionieri furono trasferiti in territorio tedesco.
Enrica sopportò anche la durissima marcia durante la quale morirono in molti e finì nel campo di Ravensbrück, che “pareva un fiore vicino ad Auschwitz”. Ma la liberazione non arrivava e, di fatto, non arrivò nemmeno con i russi, alla fine d’aprile: “Quando i russi ci hanno “liberato” siamo rimasti 4 mesi là perché non ci rimpatriavano. Mi chiedete che effetto ci fecero? Erano severi, sa? All’inizio ci fecero lavorare sodo pure loro, eh? Poi si addolcirono”.
E poi, finalmente, giunse il momento del ritorno a casa. Enrica ricorda che a Roma ormai c’erano gli Alleati: “I ragazzi che c’hanno portato, a me e all’amica mia Costanza, che è morta, porella, 5 anni fa, erano soldati prigionieri pure loro. Ci hanno lasciato con un carro bestiame a Ostiense. Sembravamo due sceme, non sapevamo bene dove andare, chiedevamo notizie di questo e di quello, di chi era stato preso e di chi era tornato. Dopodiché siamo andate al ghetto perché lei viveva lì. Io non ce la facevo più a muovermi, volevo morire là. Lei mi ha trascinato via, era piena di vitalità. Dico la verità: m’ha salvato lei, sennò io restavo là. Eravamo come sorelle”.
Nessuno sperava più di rivederla, Enrica: “La cosa più triste, al ritorno, è stata non trovare più papà. Dal dispiacere si era ammalato di quel malaccio e 9 mesi prima che tornassi era morto. A quanto pare, le sue ultime parole sono state: ‘Ho salvato Enrica, ho salvato Enrica, ho salvato Enrica!’. E forse mi ha salvato davvero, visto che quel giorno sono stata trasferita. Era giovane e non l’ho più trovato, i pianti… E’ stata una cosa triste sa? Io non la posso dimenticare”. Che tenerezza questa complicità, questa simpatia che Enrica cerca e riesce facilmente a stabilire con noi.
Quando è tornata, la mamma non c’era perché le avevano detto che era tornata la figlia ed era andata in sinagoga a cercarla: “Non ricordo come e dove l’ho incontrata, va bene?”.
Che strano, un pizzico di senso di colpa, il desiderio di ricordare un momento bellissimo e il dispiacere di non riuscirci.
La signora Zarfati da quel giorno non si è più mossa dalla Garbatella: “A me mi piace Garbatella. Gli sfollati si erano impadroniti di molte case, mio fratello ne aveva dovuti cacciare tanti per difendere la nostra”. Una volta rientrata, si era subito rimessa a lavorare: “Proprio il giorno appresso che sono tornata dal campo”. Lavorava a casa con la macchina da cucire, faceva i pantaloni, insieme alle sorelle. Ricominciava a vivere. Pagavano poco, però, e così la mamma fece domanda per la licenza al mercato. Le donne di casa si ritrovarono tutte là, mentre “i maschi facevano un altro mestiere”.
“Stavamo bene”, ricorda Enrica, “ma poi ho cominciato a perderli i fratelli…”. Torna il rimpianto, la consapevolezza di aver lasciato ad Auschwitz un pezzo di vita impossibile da recuperare in seguito. Perché la vita va avanti, ma si comincia anche a morire. Muoiono amici, parenti, fratelli che Enrica ha la netta sensazione di non essersi goduta abbastanza e da cui era stata lontana quando era via, in quell’anno e mezzo lungo un secolo.
Enrica ha ricordi appiattiti: la situazione di adesso che è rimasta sola con il fratello più giovane si sovrappone a quella del lager. Invece, nel frattempo, Enrica è diventata un personaggio al mercato, dove ha lavorato per 60 anni vendendo di tutto: all’inizio filo a metraggio, poi qualche cosetta, maglie, calzoni, chiusure lampo, “finché non è diventato un bel negozietto…18 anni all’aperto e poi al coperto, poi c’hanno buttato fuori un’altra volta e poi…chi ci lavora adesso al mercato sta ancora allo scoperto”. Ha smesso di lavorare quando ha compiuto 80 anni, però “avrei lavorato ancora se non mi fossi rotta prima una gamba e poi l’altra, sempre cascando…Tutti conoscevo, m’hanno fregato tanti milioni.
Segnavano e poi non pagavano, dopo aver preso la mejo robba!”. Ma non c’è niente da fare, i suoi ricordi più forti, quelli che non la fanno dormire di notte e la fanno crollare di sonno la mattina, sono quelli di Auschwitz: “Dimenticare non posso”. Anche per questo collabora con l’associazione il Tempo Ritrovato ed è felice quando il coro di Fatagarbatella le canta serenate.
Per tener viva la memoria, anche se questo non l’aiuta a perdonare: “Non potrò mai perdonare i tedeschi, mai, mai, mai! Troppo cattivi sono. Non solo con noi ma con tutti. Lei li perdonerebbe, lei?”. Difficile rispondere a questa domanda e difficile rispondere all’ultima che fa, prima di salutarci: “Racconterà tutto bene?”

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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