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Tag: Cinelli

Uccisa alle Cave Ardeatine mentre faceva cicoria

La storia di Rosa Fedele, la 336esima vittima dell’eccidio nazifascista alle Fosse Ardeatine

A distanza di 80 anni rimangono ancora delle ombre sulle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Delle 335 persone trucidate dalla folle ritorsione dei nazifascisti, dopo l’azione partigiana di via Rasella per mano dei Gap, otto corpi rimangono ancora da identificare e anche sulla 336 esima vittima “Fedele Rasa”, probabilmente ferita a morte all’esterno delle cave da parte di un soldato tedesco di guardia nei dintorni, permangono dubbi ed incertezze.

“C’è qualcosa che è ancora ignorato, nel grande eccidio delle Cave Ardeatine – precisa lo scrittore e cronista giudiziario Cesare de Simone nel libro Roma città prigioniera (Ed. Mursia 1994). In realtà, gli uccisi dai tedeschi furono 336, e quel trecentotrentaseiesimo è una donna di 74 anni, si chiamava Fedele Rasa.

Spulciando i registri del pronto soccorso dell’ospedale del Littorio (oggi San Camillo) nel registro degli Ingressi donne dell’anno 1944, al numero 2976 si conferma: «24 marzo, ore 17, Fedele Rasa, 74, fu Andrea, nata a Gaeta (Littoria), abitante al Campo sfollati Villaggio Breda, scompenso cardiaco provocato da ferita d’arma da fuoco deceduta il 25 marzo ore 2, giorni di degenza 1. La donna è rimasta colpita da un colpo di fucile sparato da soldato tedesco mentre faceva erba sul prato di via delle Sette Chiese prospiciente la via Ardeatina» (1)

Il vero nome della donna e la testimonianza

E qui cominciano gli interrogativi. Fedele è un nome inusuale per una donna, Rasa un cognome molto poco diffuso: si chiamava veramente così la malcapitata? Tramite l’anagrafe  abbiamo scoperto che il vero nome della donna è Rosa Fedele, nata a Gaeta l’11 febbraio 1862 (2). Oltre al nome e al cognome, anche l’età riportata risulta sbagliata, al momento del decesso non aveva 74 ma 82 anni.

A sostegno della versione di De Simone c’è anche un testimone diretto. Infatti Adelio Canali, abitante della Garbatella e per decenni segretario della locale sezione della Democrazia Cristiana, in un suo libro di memorie (3) e in una recente intervista ci lascia una credibile dichiarazione:

Il pomeriggio del 24 marzo 1944, mentre mi trovavo con la mia famiglia in zona via delle Sette Chiese, mi ero allontanato per giocare avvicinandomi alle cave ardeatine. Sulla sommità della collinetta vidi una signora anziana, io ero nascosto dietro le fratte, scorsi poco lontano un milite tedesco armato. Impaurito da quella vista mi diedi a gambe levate per tornare dai miei. Mentre correvo udii distintamente un colpo di arma da fuoco. Qualche giorno dopo seppi che quella signora era poi deceduta all’ospedale.

Molto probabilmente la donna vista da Adelio era proprio la nostra Rosa Fedele che si trovava per sua sfortuna in quei paraggi in quel giorno sventurato. È legittimo sollevare un ulteriore interrogativo. Perché una donna di 82 anni che dimorava al Campo Breda (4) sulla Casilina quel giorno si trovava nei pressi delle Fosse Ardeatine, a circa 20 km di distanza dalla sua residenza? Per questa domanda non abbiamo risposte certe. Possiamo solo supporre che Rosa Fedele, viste le disumane condizioni cui erano sottoposti gli sfollati al Campo Breda, fosse fuggita e avesse trovato rifugio nella zona, per esempio presso i frati salesiani che davano ricovero a sfollati e sbandati all’interno delle Catacombe dai San Callisto: questa è però solo una nostra congettura non suffragata da prove concrete.

(Ha collaborato Giuliano Marotta)

Certificato di nascita e atto di morte di Fedele Rosa

Note

  1. Purtroppo non sono più disponibili i registri di ingresso donne al pronto soccorso citati da De Simone, né al San Camillo (ex Littorio) né al San Giovanni (altro ospedale citato da De Simone nel suo racconto), di conseguenza non abbiamo potuto confermare le indicazioni da lui fornite. Visti però i riscontri documentali, la testimonianza diretta, la dovizia di particolari forniti possiamo ritenere il suo racconto veritiero.
  2. Rosa Fedele di Andrea e Antonia Loreta Di Biase. Sposata il 13 agosto1887 con Vincenzo Albano, rimasta vedova il 10 febbraio 1930, abitava in via Indipendenza 461 a Gaeta. Il certificato di morte recuperato all’anagrafe di Roma (foto 1) riporta che Rosa Fedele di razza ariana (sic!) morì nella notte del 25 marzo 1944 alle ore 2 presso l’Ospedale Littorio (attuale San Camillo).
  3. La Terrazza sulla Garbatella di Adelio Canali 2008, edizioni EDUP
  4. La Breda di Torre Gaia, situata al km 14 della via Casilina, era uno stabilimento destinato alla fabbricazione di armi automatiche di medio e grosso calibro, fortemente voluto da Mussolini dopo la vittoriosa campagna militare per la conquista dell’Africa Orientale. Nel 1943 erano stati allestiti nell’area sia un Campo per Sfollati sia un vero e proprio Campo d’Internamento, quest’ultimo creato all’interno della fabbrica d’armi. Qui venivano instradati uomini abili al lavoro e giovani rastrellati a Roma e dintorni. La vigilanza era affidata agli agenti della P.A.I. (Polizia dell’Africa Italiana) e ad alcuni contingenti della Wehrmacht con la supervisione delle terribili SS. Le condizioni di vita dei profughi e degli internati erano terribili. Nel periodo fine 1943 inizi 1944 molti abitanti di Gaeta e delle zone, che si trovavano sulla linea del fronte Gustav, furono sfollati a Roma nel Villaggio Breda.
Cicoriare presso la Basilica di San Paolo (foto di Tripoli Benedetti)

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Giugno 2024/numero 64, pag. 5]

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76 ANNI FA LA STRAGE DELLE FOSSE ARDEATINE

Tra i 335 martiri del furore nazista, tre cittadini della Garbatella: i fratelli Giuseppe e Francesco Cinelli ed Enrico Mancini

Il 24 marzo di settantasei anni fa, a poche centinaia di metri dai confini del nostro quartiere, si consumava una delle pagine più tragiche della Resistenza romana: una strage nazista ordinata come rappresaglia all’attentato partigiano di Via Rasella, in cui il giorno prima avevano perso la vita 33 soldati tedeschi.

335 persone di vari ceti sociali, di tutte le età e anche un sacerdote venivano trucidate e gettate in una fossa comune, che altro non era che una vecchia cava di pozzolana vicino all’antica Via Ardeatina. Poi il crollo delle volte della cava, causato dall’esplosione di più cariche di dinamite, davano una ignobile sepoltura a quei corpi ammassati in quella fossa.

Nel libro “La terrazza sulla Garbatella” Adelio Canali, allora poco più che un ragazzo, ci racconta in maniera minuziosa il ricordo di quella sciagurata giornata: “Verso le 16 di quel pomeriggio un improvviso boato ci fece sobbalzare. Ormai eravamo abituati ai bombardamenti aerei, ma guardando in alto non si vedevano velivoli, tanto meno se ne udiva il consueto, sinistro rombo.
Neanche il tempo di riprenderci che un secondo e terzo boato, molto più forte ci fecero voltare di scatto. Nei giorni successivi cominciarono a trapelare le prime notizie dell’eccidio e sui tentativi dei tedeschi di chiudere l’ingresso delle cave, prima col lavoro di giovani rastrellati, poi col brillamento di tre cariche di tritolo”. Tra le vittime, c’erano tre abitanti della Garbatella, colpevoli di aver avuto come valore della loro esistenza l’antifascismo e l’amore per la libertà: i fratelli Francesco e Giuseppe Cinelli ed Enrico Mancini.

Francesco e Giuseppe Cinelli, a destra Enrico Mancini

Quest’ultimo, dopo aver frequentato le elementari, aveva prematuramente lasciato lo studio per lavorare.
Da apprendista falegname aveva mostrato grandi capacità fino a diventare un ricercato ebanista. Alla fine degli anni Venti il rifiuto di indossare la camicia nera gli costò l’incendio del suo laboratorio. Gli venne assegnata una casa di due stanze in Via Percoto, al Lotto 43 il terzo albergo davanti alla questura. Nel 1942 aderì al Partito d’azione e dall’8 settembre del 1943 prestò un’intensa attività in vari campi d’azione del fronte clandestino, in particolare in quello dei collegamenti tra Roma e l’esterno, all’interno del gruppo “Giustizia e Libertà”. Fu arrestato il 7 marzo del 1944, il giorno dei bombardamenti della Garbatella, nel suo ufficio al centro di Roma, dove svolgeva una nuova attività di commerciante di prodotti agricoli.
Fu portato alla Pensione Oltremare vicino alla stazione Termini dove fu torturato dalla banda Koch e successivamente trasferito alla Pensione Iaccarino: due tristi luoghi di sofferenza gestiti da fascisti italiani.

Il 18 marzo fu rinchiuso nel terzo braccio di Regina Coeli in attesa di processo, dove riuscì a far pervenire alla famiglia un biglietto. Fu prelevato dal carcere il pomeriggio del 24 marzo e trasportato alle Fosse Ardeatine insieme ad altri detenuti, verso quell’ultimo e tremendo viaggio. Morì trucidato all’età di 47 anni, lasciando la moglie e sei figli. A lui, durante i festeggiamenti del Centenario, è stato dedicato un gigantesco murales sulla parete del lotto 9 che affaccia su piazza Bartolomeo Romano.

I Fratelli Cinelli abitavano originariamente al quartiere Salario, ma presto dovettero vendere casa a causa delle continue molestie e pressioni da parte dei fascisti. Agli inizi degli anni Trenta fu assegnata alla madre Ludovina una casa popolare alla Garbatella, in Via Antonio Rubino, presso piazza Sant’Eurosia.

Francesco era dipendente della  Romana Gas. In quella realtà lavorativa molti operai erano coinvolti nella lotta per la liberazione di Roma.

Nelle officine della Romana Gas si costruivano quelli che venivano chiamati i “chiodi a tre punte”, destinati a squarciare i pneumatici degli automezzi delle truppe d’occupazione. Si fabbricavano ordigni rudimentali, tra l’altro anche quello usato nell’attentato di Via Rasella.
Giuseppe Cinelli all’inizio seguì le orme del padre, che era un artigiano calzolaio. Dopo il trasferimento alla Garbatella cessò quest’attività, perché non gli venne concessa la licenza, in quanto era già conosciuto come un noto sovversivo. Riuscì ad entrare come facchino ai Mercati Generali: anche questa struttura lavorativa era piena di compagni antifascisti. Da prima socialista poi comunista Giuseppe ebbe un ruolo importante nella resistenza, presso il comando della Settima Brigata Garibaldi: era Ispettore organizzativo del II battaglione. Giuseppe, ormai latitante, tornò a dormire per una sera nella sua casa di Via Rubino insieme al fratello. Purtroppo questa scelta gli fu fatale. Catturati la sera del 22 marzo vengono torturati nella prigione delle S.S. in via Tasso e portati il 24 marzo nel devastante inferno delle Fosse Ardeatine.

A Giuseppe Cinelli, dopo il 4 giugno del 1944 all’indomani della liberazione  di Roma, fu intitolata la sezione dei comunisti della Garbatella, la Villetta. A distanza di settantasei anni e gli inevitabili cambiamenti di nome delle strutture politiche  all’interno della Villetta è rimasta l’intitolazione a Giuseppe Cinelli, fortemente voluta  dai frequentatori della Villetta. Tutto questo per non dimenticare

Di Giancarlo Proietti

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