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Autore: Giorgio Guidoni

Quei treni per Modena, destinazione paradiso

Anche i bambini bisognosi della Garbatella nel dopoguerra furono ospitati dalle famiglie del nord Italia. La storia di Giulio, Laura e Giovanna Foschi.

Di Giorgio Guidoni

La fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale lasciò l’Italia sprofondata su un cumulo di macerie e povertà, ma non di disperazione. Un aiuto concreto ai figli delle tantissime famiglie povere del Centro-Sud lo idearono l’Unione Donne Italiane, insieme al Partito Comunista, con un progetto formidabile e visionario noto come “I treni della felicità”. Grazie alla disponibilità di famiglie benestanti e generose del Nord, che avrebbero dato accoglienza temporanea a bambini indigenti o in difficoltà economiche.

a sinistra: Giovanna con Ludovico Righi e familiari | a destra: Giulio Foschi

Il piano, ancora oggi poco conosciuto, iniziò nel gennaio 1946 con l’allestimento di treni speciali che portavano i bambini bisognosi nelle case di quelle famiglie che si erano offerte per dare loro alloggio e sussistenza. In un batter d’occhio la vita per queste creature cambiò in meglio, per loro scomparvero i problemi di scarsità di cibo, cure, istruzione e beni di prima necessità. 

Il progetto non era piaciuto a Pio XII, Papa dichiaratamente anticomunista. Il Vaticano aveva assunto una posizione ideologica contraria, facendo spargere la voce che i bambini sarebbero stati spediti in Unione Sovietica, e arrivando a ventilare il fatto che, una volta arrivati a destinazione, se li sarebbero mangiati o ne avrebbero fatto sapone. Dichiarazioni che avevano fatto dubitare più di un genitore sull’opportunità di spedire i loro figli verso un destino ignoto e terribile. Ma alla fine chi ne aveva bisogno decise di accettare l’amore verso il prossimo offerto dalle famiglie benestanti. Anche a Garbatella ci furono genitori che scelsero per i propri figli la soluzione dei Treni della Felicità.

L’Unità del 1 febbraio 1946

Stiamo parlando della famiglia Foschi, molto conosciuta nel nostro quartiere, proprietaria del celebre bar in piazza Bartolomeo Romano, gestito per tanti anni dall’indimenticato Giulio, scomparso prematuramente nel dicembre 2001. Il progenitore Nonno Checco, al secolo Francesco Foschi classe 1901, era un omone grande e grosso, originario di via della Scala a Trastevere, trasferito a Garbatella, al lotto 20, nei primi anni venti del secolo scorso. Lavorava al Mulino Biondi, poco distante dal Ponte dell’Industria. Con i suoi colleghi faceva a gara a portare su per le scale sacchi di farina del peso di un quintale: chi ci riusciva vinceva un litro di vino. Comunista d’altri tempi, era un idealista che non volle mai prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista. Anche sua moglie Maria Pepe, classe 1905, lavorava al Mulino Biondi. Era addetta alla produzione della pasta lunga, principalmente gli ziti. Maria non seguiva le idee del marito. Più concreta e pragmatica, lei scelse la strada che garantiva la razione quotidiana di cibo per sfamare le bocche della loro numerosa prole e accettò la famigerata tessera: con undici figli era praticamente una scelta obbligata.

Nel gennaio del 1946, alla sede del PCI della Villetta, si riunì il comitato per la partenza dei bambini. Nonno Checco venne a sapere delle voci messe in giro dalla Chiesa per scoraggiare la loro partenza. Lui che aveva deciso di aderire al progetto del treno della felicità, mandando a Modena uno dei suoi figli, si alzò in piedi, prese la parola e comunicò a gran voce “Il Papa è contrario? E allora io ne mando su tre!”

E fu così che quella domenica 3 febbraio 1946 sui vagoni in partenza dalla stazione Termini destinazione Modena salirono anche Giulio nato nel 1932, Laura del 1935 e la più piccola Giovanna che aveva appena 9 anni, tre degli undici figli della casata Foschi. Arrivati a Modena i bambini vengono trasferiti al paese di Castelfranco Emilia e condotti al Teatro Comunale (oggi è il teatro Dada’) per la scelta delle famiglie. Nel salone ci sono tavole imbandite, con pane bianco (sconosciuto ai più) e affettati. Giulio non crede ai suoi occhi, si avvicina a uno dei banconi e si appropria di più panini nascondendoli nelle tasche dei pantaloni. Si avvicina a lui la signora Assunta Odorici, che poi lo accoglierà nella sua casa, e teneramente gli dirà: “Non preoccuparti, non avrai più fame. Da oggi il pane ci sarà tutti i giorni.” È l’inizio di una nuova vita, fatta di accoglienza, contatto con la natura, aiuto in casa e stabilità. Giulio, col suo carattere estroverso e spiritoso si fa subito benvolere e diventa un figlio acquisito. Tutti i giorni monta in bicicletta e va a trovare le sorelle più piccole per salutarle e sincerarsi che sia tutto a posto. Assunta Odorici diventerà per lui una seconda madre, i rapporti tra loro rimangono stretti per molti anni a venire. Per Giulio diventa Mamma Assunta, va a trovarla spesso, perfino durante il suo viaggio di nozze fa tappa a Modena per salutarla e farle conoscere sua moglie Gabriella. Sarà presente anche per festeggiare il centenario della sua seconda mamma. Giovanna si ambienta subito, contribuisce ai lavori in famiglia e impara velocemente come gestire la vita in campagna. Si innamora di Ludovico, il figlio della famiglia Righi che l’aveva accolta, con cui convola a nozze nel 1954. Il matrimonio sarà celebrato nella chiesa di Santa Galla sulla Circonvallazione Ostiense. Giovanna ancora oggi vive a Modena, Ludovico purtroppo non c’è più. Laura invece non si trova a suo agio e dopo pochi mesi fa ritorno a casa: ancora oggi vive a Garbatella.

Più di 70mila bambini furono accolti da decine di migliaia di famiglie ospitanti: un grande risultato per una straordinaria attività che proseguì sino al 1952.

Il primo incontro con la famiglia Foschi avviene sorseggiando un caffè al bar di famiglia in piazza Bartolomeo Romano. La primavera è alle porte, profumo di fresco, aria tersa, cielo azzurro. I loro racconti sono pregni di partecipazione e commozione. È palpabile la presenza di Giulio che non ha mai lasciato la memoria dei suoi cari e ancora li emoziona quando lo ricordano. Le parole chiave sono accogliere, accettare, ospitare, con entusiasmo e generosità. L’incontro ha luogo il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno in cui arrivano brutte notizie dal fronte russo-ucraino. Putin ha deciso di iniziare una nuova guerra per impossessarsi con la forza dei territori di un altro Stato indipendente. I conflitti sembrano non aver mai fine. Ma la speranza per un mondo di pace, accoglienza e ospitalità è più grande della disperazione.

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Stasera Offro Io – una piattaforma di solidarietà

Nasce a Garbatella il progetto innovativo di recupero eccedenze alimentari dal nome Stasera Offro Io, con un doppio obiettivo: non sprecare i generi alimentari in sovrappiù e aiutare chi ha bisogno.

Il progetto è stato pensato per mettere in contatto diretto i donatori e gli assistiti tramite una piattaforma web, fruibile anche da smart-phone, dopo un solo anno si consolidano grandissimi risultati. 

Garbatella sinonimo di Solidarietà

Gli enti caritatevoli che hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa sono Casetta RossaParrocchia Gesù Buon PastoreRECUP. Tra i principali donatori diretti troviamo Panificio MarèQueen CakesStravato FruttaBoccone Pastificio Gluten FreeVerdefrescoBIFFIIl Fornaio Leandro. Due caratteristiche li accomunano: la volontà di aiutare i più bisognosi con azioni concrete, in una parola la Solidarietà;e l’appartenenza al Municipio VIII, principalmente a Garbatella.

 Panificio Marè campione di donazioni

Il Panificio Marè è il campione dei donatori, al primo posto con 1092 prodotti (del valore medio di 10€ ciascuna)donati in poco più di un anno.

“Il pane, la pizza, anche farcita, e il cucinato rimasto invenduto a fine giornata, invece di gettarlo nell’immondizia lo metto a disposizione di chi ne ha bisogno.” 

Massimo Marè, proprietario dell’omonimo panificio ben conosciuto a Garbatella, spiega cosa significhi partecipare alla rete di solidarietà Stasera Offro Io

“Collaboro con varie Onlus, ma questa iniziativa garantisce che la merce arrivi a chi ne fa richiesta, a chi ne ha effettivamente bisogno.”

Associazione Banco Alimentare Roma – Antonio Daood

Il progetto, che nasce dalla Associazione Banco Alimentare Roma,ha già avuto un riconoscimento ufficiale con il premio Volontariato, consegnato il 23 novembre 2021 da parte della Presidente del Senato Elisabetta Casellati al Presidente dell’Associazione Antonio Daood.

“Grazie al lavoro di tanti volontari che operano nell’Associazione e alla generosità dei donatori – ha detto Antonio Daood-,il progetto è arrivato a questi risultati. E’ nostra intenzione di far crescere questa idea innovativa esportandola anche in altri municipi e addirittura all’estero. Presto volerò a Parigi per presentare la versione francese del progetto che si chiamerà Co-Pains. Una sigla dal doppio significato: condivisione pane e compagni”. La Solidarietà e la Generosità non hanno confini.

Di Giorgio GUIDONI

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Rubato l’ulivo al Parco Falcone-Borsellino della Montagnola

Nuovo furto di piante al Parco Falcone Borsellino alla Montagnola. Nei giorni scorsi una pianta di ulivo di 20 anni, messa a dimora 12 anni fa, è stata sradicata e trafugata. Non sembra vi siano elementi per attribuire al gesto un significato politico e metterlo in relazione diretta con la data del 23 maggio 1992, anniversario della strage mafiosa che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta.

Tanti furti di alberi al parco Falcone Borsellino

Sappiamo infatti che questo furto è stato preceduto in passato da altri simili. Ce lo racconta il signor Manolo, responsabile del Comitato Parchi Colombo, aggiungendo particolari interessanti a questa ennesima triste vicenda: “Alla realizzazione del parco lo circondammo da una siepe di piante di alloro: dopo pochi giorni ne rubarono sessanta. Non ci siamo arresi a le abbiamo ripiantate tutte.

Successivamente abbiamo subito il furto di due bellissimi cipressi. Questa volta,probabilmente, due o tre balordi attrezzati con camioncino sono arrivati la mattina presto, il parco apre alle sei, e hanno asportato l’ulivo che aveva un significato particolare. Era stato piantato dodici anni fa da una persona speciale che oggi non è più con noi.”

Storia del parco

Il parco di via Badia di Cava è una realtà importante e partecipata dagli abitanti della zona. Con il loro impegno volontario hanno strappato alla cementificazione questo fazzoletto di terra a ridosso della trafficatissima via Cristoforo Colombo per trasformarlo in un’area verde.

In seguito lo hanno arricchito con un campo di pallacanestro, una pista di pattinaggio e un ‘area attrezzata per esercizi di ginnastica a corpo libero. C’è anche un piccolo campetto spontaneo in terra battuta dove i bambini giocano quotidianamente epiche partite di calcio.

La risposta delle associazioni

Fortunatamente diverse associazioni si sono fatte avanti per reintegrare la perdita: un nuovo limone è stato già piantato e nuovi alberi sono in arrivo per arricchire la piccola ma graziosa area verde.

Commemorazione il prossimo 23 maggio

Come tradizionalmente avviene tutti gli anni, per il prossimo 23 maggio nel parco è prevista la commemorazione della strage di Capaci, alla quale è stato invitato anche il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Di Giorgio GUIDONI

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“La Garbatella” a Brugherio

In Brianza cucina e atmosfera romanesca 

Che cosa ci fa a Brugherio un ristorante dal nome Garbatella? Ce lo spiega il proprietario Roberto Milioni, 53 primavere che sembrano estati, romano di nascita, appassionato romanista.

La storia del ristorante Garbatella

“Mio padre si trasferì con tutta la famiglia da Roma qui in Brianza nel 1970, quando avevo appena un anno. Chiaramente non ricordo nulla di quel trasloco, ma dentro me vive da sempre l’amore per la mia città.

Qui a Brugherio ho aperto due ristoranti a gestione familiare in cui si respira “l’arietta de Roma”. Il Mirò, ristorante vegetariano, tradizionale e pizzeria, caratterizzato dai colori giallorossi, puoi ben capire che sono un grande tifoso della Roma. E da due anni questo Garbatella, in cui si respira l’aria spassionata e frizzantina del rione che amo. Al Garbatella il menù è rigorosamente di impronta capitolina, i clienti gradiscono molto la cucina e l’atmosfera scanzonata, allegra e solare.”

Atmosfera di Roma

Nel locale si staglia a bella posta una foto della scalinata di Piazza Giovanni da Triora, insieme a foto del Colosseo, di Fontana di Trevi e di Francesco Totti, il tutto condito dalla voce di Antonello Venditti, che canta in sottofondo “Quanto sei bella Roma”.

Iniziative culturali

Roberto è un vulcano pieno di iniziative e i suoi locali ospitano spesso eventi culturali.

A Via Niccolò Jommelli 24, Milano, il 4 maggio ci sarà la presentazione del libro “Er core de noantri” con la presenza dei due autori Maddalena Capalbi e Massimo Moraldi.

Respiro di Garbatella

Anche lontano da Roma si può respirare l’atmosfera del ponentino, grazie soprattutto a chi ne fa rivivere i colori e i profumi tipici, come Roberto che speriamo di poter incontrare presto proprio qui da noi tra le stradine e i vicoli della nostra amata Garbatella.

Di Giorgio GUIDONI

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Addio a Marco Nardelli, medico dei bimbi della Garbatella

È scomparso ieri prematuramente Marco Nardelli, il pediatra più conosciuto e amato del quartiere, medico e uomo straordinario. Ha fatto crescere tantissimi bambini della Garbatella, è stato un riferimento e una garanzia, una persona che sapeva tranquillizzare mentre coglieva nel segno, non sbagliando una diagnosi, con calma e precisione uniche.

Era un uomo che sapeva parlare, spiegare, conosceva a fondo l’animo umano e riusciva a mettere a tacere le inquietudini, le preoccupazioni che spesso assalgono i genitori quando si trovano di fronte alla malattia del proprio figlio.

In questo momento di profonda tristezza tutti coloro che lo hanno conosciuto si stringono in un grande abbraccio alla moglie, ai figli e alla famiglia tutta. “Gli saremo grati per sempre”

I funerali si terranno domani 6 aprile presso la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, in Piazzale del Verano 3, alle ore 11:00.

Di Giorgio GUIDONI

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Marcella la centenaria tra le Sgarbatelle

Di Giorgio Guidoni

Marcella Brunetti ha scelto proprio l’8 marzo, la Giornata Internazionale della Donna, per spegnere le prime cento   candeline della sua lunga vita. E per la grande occasione le sue nipoti hanno organizzato un pranzo in un ristorantino nel cuore della Garbatella, coinvolgendo parenti e amici stretti. Nata al Celio in via Annia l’8 marzo del lontano 1922, sette anni dopo si trasferisce con tutta la famiglia in via in via Roberto De Nobili al lotto 38, dove abita tutt’ora.

Lucidissima e un tantino emozionata, tra un brindisi e una foto, Marcella ha aperto il cassetto dei ricordi dipingendo con poche pennellate il quadro dei tempi vissuti, lontani eppure così nitidi.

Non si scorda niente. La nascita del gruppo di Mutuo Soccorso delle Sgarbatelle per opera di Angelinetta la “pesciarola” nell’osteria di Rascelli che all’epoca si trovava in via De Nobili. La presenza nel gruppo delle fondatrici di sua mamma Mercedes. Le gite che il gruppo organizzava ogni anno a primavera ai Castelli Romani. Sul torpedone potevano salire rigorosamente solo donne, tappa in una osteria tipica, e via a grandi mangiate, bevute e canti tradizionali.

Cerchiata in rosso Marcella insieme alle Sgarbatelle

Le Sgarbatelle, che erano anche un gruppo musicale, partecipavano alle tradizionali sagre di paese, dove vinsero la prima edizione del Festival Musicale dei Castelli Romani. Marcella è un fiume di ricordi: il papà Rodolfo che va alla Maranella a caccia di rane, cibo prezioso e prelibato in quegli anni di ristrettezze e scarsità di alimenti.

La processione del primo maggio a mezzanotte alla Madonna del Divino Amore con i grandi che procedono a piedi e i ragazzini sopra al carro di testa a cantare e a godersi la nottata speciale. Giunti a destinazione, dopo la fine della funzione religiosa, tutti a festeggiare con una bella scampagnata sull’erba. La comunione della figlia Ida nei primi anni cinquanta, allietata, dalla presenza di Claudio Villa, grazie a suo marito Luciano che lo conosceva per via della sua attività nel campo delle scenografie di spettacolo. Ecco il famoso cantante arriva su una Cadillac sfavillante e, poiché il muretto di cinta era stato abbattuto insieme alle reti di protezione, parcheggia la sua auto favolosa proprio sotto la loro palazzina tra i bambini festanti che circondano la vettura.

Marcella, infine, ricorda tutti i suoi figli fatti nascere con l’aiuto della storica levatrice Italia, riferimento sicuro per metà Garbatella, fino a che non fu aperta la clinica Villa Letizia oggi Concordia.

Alla fine del pranzo la bella e vis­­pa Marcella si è alzata in piedi per ringraziare tutti per la loro presenza e il loro amore dimostrato in questi anni. Cara Marcella la Redazione ti fa tanti auguri per il tuo spirito, la tua presenza e la voglia di amare la vita giorno dopo giorno.

Marcella con tutta la famiglia
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Quando sui colli della Garbatella si praticava il Tiro a volo

Di Giorgio Guidoni

Quando sui colli della Garbatella si praticava il Tiro a volo

Erano gare sportive ma anche occasioni per feste e incontri mondani le riunioni di Tiro a volo sui Colli di San Paolo, in località Garbatella. Nei primi anni del Novecento principi, conti e marchesi si sfidavano all’ultima cartuccia, massacrando decine di inermi e impauriti piccioni sotto gli occhi delle dame “Belle Époque” distratte e un po’ annoiate. Le cronache sono raccontate nelle pagine sbiadite dei settimanali e delle riviste di allora, come “La Stampa Sportiva” di Torino.

 

Negli stessi anni, ancora prima dell’edificazione della Borgata Concordia, che porterà alla costruzione della città giardino intorno a Piazza Benedetto Brin, la zona della Garbatella era un’amena località rurale caratterizzata da piccole alture, i Colli di San Paolo, attraversati da marrane e strade sterrate, poco più che sentieri, sulle quali si affacciavano gli ingressi delle vigne e degli orti con gli annessi casali di campagna. Sullo “stradone”, la via Ostiense che collegava Porta San Paolo con la basilica omonima, si aprivano invece i portali delle ville signorili, appartenenti alle famiglie nobiliari come i Torlonia e alla borghesia arricchita dei mercanti di campagna.

Una di queste collinette è ancora lì e si può raggiungere a piedi muovendo da piazza Giancarlo Vallauri, salendo su per via David Salinieri per arrivare, transenne permettendo, su una piazzola da cui si gode un’ampia visuale sulla via Ostiense, sul ponte Settimia Spizzichino, sugli ex Mercati Generali e sul Parco dei Caduti del Mare. Su questo rilievo, che dal 1940 ospita l’Istituto Suore Ancelle del Santuario, in precedenza si trovava Villa Polverosi, residenza di villeggiatura di persone facoltose, appartenuta alla famiglia Torlonia. E proprio per la sua particolare conformazione orografica era stata scelta come sede di uno stand della Società di Tiro a Volo “Roma”, in cui venivano organizzati eventi mondani e tornei sportivi.

Riviste e quotidiani del 1906

Nel numero della rivista citata risalente al febbraio 1906 si parla dell’evento “Gran Tiro Roma” appena tenuto alla Garbatella: “(…) uno stand bellissimo e sempre affollatissimo di soci e di spettatori. Oltremodo interessante il Gran Tiro Sette piccioni handicap, con 6.000 lire di premi, vinto dal conte Grasselli-Barmi, secondo classificato il principe Del Drago, terzo il conte Czernin”. L’articolo si dilunga poi su dettagli che oggi risuonano piuttosto macabri, ma che ci danno un’idea della società di allora. I partecipanti all’evento sono nobili dai cognomi altisonanti tra i quali, oltre ai già citati, troviamo Altieri, Sacchetti, Odescalchi, Remy, de Lazara, Merghi, Spinola. L’articolista chiosa: “… dopo i primi cinque giri sono rimasti in gara 21 degli iscritti, e a tal punto erano stati colpiti 205 piccioni dei quali 177 erano caduti in rete e gli altri erano andati a cadere fuori o continuarono nella loro via per essere uccisi poco lungi dai numerosi cacciatori che per l’occasione erano appostati nei dintorni dello stand”.

Mappa Istituto Geografico Militare del1925 (sx) | Una vista attuale della collinetta su via Salinieri (da Google Maps)

In effetti, anziché “Tiro a Volo” sarebbe stato più appropriato chiamarlo “Tiro al Piccione”, una “specialità” non olimpica in cui si gareggiò, unica volta nella storia, alle Olimpiadi di Parigi del 1900.

Ma quello di villa Polverosi non era l’unico sito per il tiro a volo alla Garbatella. Si sparava anche a Villa Rosselli, costruita dal nobile senese Filippo Sergardi nei primi anni del 1500 sulle rovine di una casa romana del I secolo. Ampliata e ristrutturata dall’architetto Innocenzo Sabbatini nel 1927 diventò la Scuola dei Bimbi a piazza Longobardi.

Mappa Istituto Geografico De Agostini di Novara del 1930

 Sul quotidiano La Stampa del 19 febbraio 1907, infatti, è riportato “… Nello stand della Garbatella della Società di tiro a volo di Roma si svolse il IV Campionato sociale che richiamò moltissima gente. Riuscì un convegno signorile: molte eleganti signore rallegrano l’attesa della gara in cui i migliori fucili si disputarono i ricchi premi. Notate la principessa Potenziani Papadopoli, la contessa Baldeschi, la signorina Serlupi, donna Nicoletta Grazioli, la contessa Leonardi, la contessa Arrivabene, la marchesa Filippa Bourbon del Monte, le signorine Spinola, la marchesa Theodoli e moltissime altre. Tra i soci il principe D’Antoni, i sig. Vitalini, Giorgi cav. Boccardo, Roesler Franz, …”. 

Anche il celebre illustratore Ettore Franz Roesler, autore della memorabile collezione di 120 acquerelli “Roma Sparita”, era presente a questo evento. Fu una delle ultime uscite pubbliche: nato a Roma il giorno 11 maggio 1845, scomparirà  appena due mesi dopo nel marzo del 1907.

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Cancellato simbolo di guerra in piazza Sauli

C’era un simbolo sulle colonne degli archi a piazza Damiano Sauli, un segno vergato con vernice nera circa 80 anni fa. Un distintivo pensato per aiutare i civili a difendersi dagli attacchi aerei durante la Seconda Guerra Mondiale. Era una S maiuscola, che poteva indicare presenza nei paraggi di un Serbatoio o di Sabbia di protezione, come raccomandato dalle norme UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). Visibile molto chiaramente in una foto degli anni ’50, fu immortalato anche nella celebre scena del film Caro Diario, quando Nanni Moretti gironzola in sella alla sua Vespa nelle stradine di una sonnacchiosa Garbatella agostana del 1993.

Bistrattato e parzialmente grattato via negli anni, i recenti lavori di ristrutturazione che stanno avendo luogo sui muri della piazza ne hanno fatto, scusate il gioco di parole, piazza pulita. 

Era un piccolo simbolo, timido, sbiadito, però ricordava ancora quei terribili tempi di Guerra che abbiamo vissuto direttamente sulla nostra pelle.

E chissà se le istituzioni locali non decidano di riportare in vita il simbolo cancellato e magari anche proteggerlo per ricordarci ciò che accadde e ciò che non dovrebbe più essere considerato possibile.

Di Giorgio Guidoni

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Visita della Sovrintendenza Capitolina al Sepolcreto Ostiense

Apre in via straordinaria il Sepolcreto Ostiense, la famosa necropoli a poche decine di metri dalla Basilica di San Paolo. La visita si terrà il prossimo 8 marzo a cura di Marina Marcelli e Cristina Carta della Sovrintendenza Capitolina in collaborazione con Zètema progetto cultura. Per l’occasione aprirà un nuovo settore dell’antico cimitero, sulle pendici della Rupe di San Paolo.

I molti nomi di donne presenti tra le iscrizioni funerarie sono una chiara traccia del loro ruolo di primaria importanza e rivelano aspetti inediti del mondo femminile dell’epoca. Si parlerà anche di due defunte di nome Cleopatra, un chiaro riferimento al momento storico che duemila anni fa influenzava la società romana. Piccoli oggetti della vita quotidiana rinvenuti negli scavi racconteranno storie e usi ancora attuali.

Appuntamento: Ingresso del Sepolcreto nel parco Schuster presso la Basilica di S. Paolo, via Ostiense s.n.c.

InformazioniPrenotazione obbligatoria 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
Massimo partecipanti: 25 pax

Orario

Martedì 8 marzo 2022
Ore 15.00 e 16.00 (due visite)

Biglietto d’ingresso: Visita gratuita. Biglietto d’ingresso intero: € 4,00; ridotto: € 3,00

Prenotazione obbligatoria: Sì

Durata: 90 minuti

Tutti i dettagli al link della Sovrintendenza Capitolina ai Beni CulturaliDi Giorgio Guidoni

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Al Parco Shuster di San Paolo “La statua che non esiste”

Che cosa accomuna fra di loro la Madonna, Santa Agnese, Santa Caterina da Siena, Santa Giovanna D’Arco, Santa Brigida, la Dea Roma, Ana Maria De Jesus Ribeiro Da Silva meglio nota come Anita Garibaldi, Madama Lucrezia, Giuditta Tavani Arquati, Grazia Deledda, Anna Magnani? Sono le pochissime donne, religiose, divinità e laiche, rappresentate da una statua o da un busto marmoreo presenti a Roma.

Anche per il resto delle maggiori città italiane le cose non vanno meglio: sono solo una manciata le statue di donne edificate.

Se ne sono accorti cinque studenti dell’Istituto Europeo di Design (Sara, Martina, Matteo, Gianfelice e Carlo) che hanno ideato il progetto “La Statua Che Non Esiste”con l’obiettivo di restituire lo spazio pubblico sottratto alle donne. 

“La mancata rappresentazione nello spazio pubblico delle donne che hanno contribuito alla crescita della società, allontana i loro nomi dalla storia. Questo non permette alle donne di diventare modelli di valore da cui le nuove generazioni possano trarre ispirazione. Restituiamo alle donne la visibilità di cui hanno diritto.”, afferma il loro progetto.


L’iniziativa, semplice e geniale, si basa su un piedistallo ligneo autocostruito posizionato a più riprese in mezzo al vialone di Parco Schuster a San Paolo, che accende la curiosità dei passanti e fa crescere l’interesse per questa iniziativa che sta gradualmente guadagnando terreno e visibilità.

I cinque ragazzi sono già riusciti a presentare la loro idea al presidente dell’VIII Municipio Amedeo Ciaccheri e all’Assessora alla Cultura Maya Vetri, che l’hanno accolta con grande interesse. 

Il prossimo passo sarà l’incontro con l’Assessore alla Cultura del Comune di Roma Miguel Gotor previsto per marzo. 

Per il supporto dell’iniziativa c’è un sito Instagram, con informazioni aggiornate sulle prossime attività, e una raccolta di firme on-line:

Link Instagram: https://www.instagram.com/lastatuachenonesiste/ 

Link Petizione: https://chng.it/nhd9gQHY 

Non ci siamo dimenticati che qui alla Garbatella, l’unico Quartiere di Roma che prende il nome da una donna realmente esistita, l’ostessa Clementina Eusebi, siamo un passettino avanti: esiste già un busto a lei dedicato, ispirato all’icona della Madonna Del Latte, che si può ammirare alzando gli occhi in piazza Geremia Bonomelli. 

Di Giorgio GUIDONI

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Intitolato a Elena e Rosario Mocciaro il centro anziani di Parco Schuster

Una intensa vibrazione, carica di vita, di amore, di impegno e di passione. Queste sono state le note percepite stamattina all’intestazione del centro anziani Parco Schuster a Elena e Rosario Mocciaro.Loro che l’avevano fondato venti anni fa, lui che da presidente di Circoscrizione aveva cambiato il piano regolatore per permettere la nascita di questa realtà modello per i tanti che l’hanno frequentata e continuano a farlo. Insieme, da Presidente e Vice Presidente, lo avevano fatto crescere in tutti questi anni sino a farlo diventare una realtà centrale, un modello di riferimento per gli abitanti del Municipio.

La loro storia è degna di un romanzo di altri tempi. Si conoscono in Sicilia, Rosario ha già preso i voti, lei è una studentessa di tredici anni più giovane. Elena torna in Emilia Romagna con la famiglia, Rosario si trasferisce a Roma, i due perdono le loro tracce. Ma nel 1975 si ritrovano proprio nella Capitale e decidono di vivere consapevolmente, responsabilmente e apertamente il loro amore, più grande e più forte di ogni convenzione. Rosario abbandona la tonaca per vivere insieme a Elena una vita ricca di sogni, di progetti, di impegni sociali. Una vita semplice, autentica, rivoluzionaria.

Le voci che oggi li hanno ricordati sono le  amiche e gli amici di una vita, entusiasti e commossi compagni di viaggio. Per le istituzioni locali, era presente il presidente del Municipio VIII Amedeo Ciaccheri e l’assessora alle Politiche Sociali Alessandra Aluigi, infine i figli Andrea e Miriam, che a stento hanno trattenuto la loro commozione e devozione per due genitori insostituibili, hanno trasmesso questo senso di appartenenza, e purtroppo di mancanza, dopo la loro recente scomparsa a soli otto mesi l’uno dall’altra. E anche se tutto ciò ha lasciato un vuoto ancora in fase di elaborazione, dall’altro si è svelato un grande senso di orgoglio per ciò che sono stati, per ciò che hanno realizzato, per tutto il loro lavoro di una vita insieme, una grande eredità da cui prendere esempio.

Le persone perbene le riconosci dallo sguardo. Stamattina negli sguardi di tutti i presenti c’erano anche quelli di Elena e Rosario Mocciaro.

Di Giorgio Guidoni

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Quei giorni di settembre del ’43 a via delle Sette Chiese 212

I ricordi di Pierina Solaini, 92 anni e di Giovanni Unfer, scampati ai tedeschi che occupavano Roma

Di Giorgio Guidoni

Pierina è una ragazzina di quattordici anni. Ci sarebbe poco da essere allegri nella Roma del ‘43, ma la vita vista con gli occhi di un’adolescente, anche in tempo di guerra, ha sempre i colori forti della gioia e della fantasia. La famiglia di Pierina abita in via delle Sette Chiese 212, in un caseggiato basso a forma di elle con una piccola corte interna, davanti al cancello d’entrata della Tenuta dei Santambrogio, ex Nicolai. Condividono il vicinato con altri due nuclei familiari, gli Unfer e i Giammarini.

In casa ci sono papà Virgilio Solaini, classe 1894, già combattente nella Prima Guerra Mondiale, lui lavora in un cantiere stradale che sta realizzando la via Imperiale, quella che sarà la Cristoforo Colombo. Mamma Marianna Paladini è una bella donna alta, che in quel periodo di stenti e rinunce pesa a malapena 45 chili. Con loro ci sono anche i due fratelli, Piero del 1921 e l’ultimo maschietto Aldo del ‘37. L’altra famiglia di vicini è composta da Giovanni Unfer, dalla moglie Franca e dal nipote Dante. Gli Unfer sono originari di Timau, una piccola frazione in provincia di Udine dove, sin dal medioevo, si parla un particolare dialetto carinziano simile al tedesco. Loreto Giammarini, che lavora con Virgilio e fa il guardiano del cantiere stradale, è il terzo inquilino del fabbricato.

Il rifugio antiaereo

È il 9 settembre 1943, ieri la radio aveva annunciato che la guerra era finita, ma papà aveva invece detto che a Roma la guerra era appena cominciata. Oggi spari, scoppi di bombe a mano, confusione. Per Pierina è come un gioco uscire di casa con le altre persone dell’abitato e correre al riparo in un anfratto poco fuori casa a lato dl cortile: una vecchia grotta accessibile scendendo una ventina di gradini, originariamente utilizzata come cantina per il vino ed ora adibita a rifugio antiaereo. Nella grotta-rifugio si ritrovano la famiglia Solaini con la famiglia Unfer, non c’è invece Loreto Giammarini, rimasto a sorvegliare il cantiere. Tutti in silenzio, il fiato sospeso, il respiro al minimo, le orecchie tese a cercare di capire cosa stia accadendo all’esterno. Là fuori la Storia gira come una mola implacabile che passa e frantuma tutto ciò che incontra. Ora sono vicinissimi, si odono spari e voci di soldati tedeschi che urlano nella loro lingua incomprensibile. Tutte le persone nel rifugio restano mute e impaurite. Tutte tranne Giovanni Unfer il quale, ha capito che i tedeschi hanno intimato loro di uscire immediatamente dalla grotta altrimenti avrebbero lanciato bombe a mano al suo interno. Con calma si alza e sale i venti gradini che separano la quiete apparente dalla guerra reale. Fuori trova i militari con i mitra puntati. Giovanni avanza con le mani in alto e con il suo dialetto, simile alla lingua tedesca, si fa capire. Spiega con calma e sangue freddo che di sotto ci sono soltanto i suoi familiari, chiede pietà per quelle vite umane innocenti. Riesce ad essere convincente,  a calmare la furia dei nazisti che, addirittura, lo consigliano di tornare giù di sotto, perché è un posto più sicuro della strada, dove infuria una battaglia senza esclusione di colpi. Giovanni torna giù e tranquillizza gli altri rimasti all’interno col fiato sospeso, ignari di cosa potesse accadere. Il  tono più pacato delle voci aveva fatto loro intuire che le cose si erano messe per il verso giusto. Per tutti, tranne che per Loreto Giammarini, uno dei primi caduti nella battaglia della Montagnola e della presa di Roma. Il povero Loreto, sorpreso dagli eventi, tenta di nascondersi con dei rami sul ciglio della strada nel pratone di fronte all’attuale ex Fiera di Roma. I soldati tedeschi che avanzano dall’Eur verso il centro, probabilmente gli stessi che poi giungeranno al bunker, vedono un movimento sospetto e rispondono con una sventagliata di mitra. Colpito alle gambe Loreto sarà in un primo momento trasportato dai sacerdoti della Parrocchia all’ospedaletto mobile tedesco in località Decima. Ma i militi tedeschi rifiutano di prestare assistenza al ferito, che dunque verrà trasferito all’infermeria del Forte Ostiense, dove purtroppo morirà dissanguato alle prime ore dell’11 settembre 1943.

Aereo Alleato

Qualche settimana dopo Roma è occupata dai tedeschi e si trova nell’insolita posizione di doppio assedio, interno degli occupanti ed esterno da parte delle forze Alleate. Pierina è fuori casa con le sue amichette, non pensa alla guerra e a tutte le tristezze che porta con sé, stanno ascoltando rapite i racconti che Dante elargisce per volare con la mente lontano dalla terribile realtà. Non fa caso a un rombo in lontananza che si avvicina minaccioso, basse frequenze che vibrano direttamente nel ventre e generano uno strano senso di paura: è un aereo delle forze Alleate proveniente dalla direzione di via di Tormarancia, che si sta avvicinando a Roma per un’azione di guerra. Pierina nota che il velivolo si sta abbassando di quota, ma è immersa nel racconto di Dante. Ode la voce dalla madre che le intima perentoriamente di tornare dentro casa. Pierina risponde svogliatamente, indugia, non vorrebbe andare. La mamma la sollecita nuovamente, lei alla fine si congeda dalle altre amiche e si alza per andare verso casa. Ci sono pochi metri di strada da fare. Arrivata a metà del percorso sopraggiunge Dante che la spinge giù con forza, cadono tutti e due per terra, proprio mentre l’aereo sceso di quota inizia a mitragliare, con la sventagliata che passa a pochi metri da loro immobili. Gli Alleati che avevano visto qualcosa muoversi a terra non erano andati tanto per il sottile, fortunatamente senza colpire nessuno.

Le Fosse Ardeatine,24 marzo 1944

Pierina, vive in prima persona quel drammatico momento storico. La loro casa si trova proprio sulla via delle Sette Chiese, una delle strade che portano alle catacombe di Domitilla e alla Basilica di San Sebastiano, nei pressi della via Ardeatina. Quel pomeriggio del 24 marzo 1944, tutti notano il passaggio sospetto di alcuni camion, coperti dai teli scuri, che vanno avanti e indietro, e si interrogano su cosa stia accadendo. Poco dopo, da dietro la collinetta, arrivano alle loro orecchie i rumori lugubri di raffiche di spari, netti, distinti, con quel maledetto suono secco e metallico, ta-ta-ta-ta-ta, mitragliate che lacerano il silenzio della campagna. I rumori vanno avanti fino a sera. Poi arriva un enorme botto e niente più. Qualche giorno dopo da dietro la collinetta arriva il boato di un’altra ultima grande esplosione. La gente comincia a chiedersi che cosa sia successo. Le voci si spargono, arrivano persone da varie zone di Roma, i famigliari di persone scomparse si domandano cosa sia successo ai loro cari, nel terribile dubbio che i loro congiunti siano stati assassinati. Anche Pierina e gli altri ragazzini si fanno coraggio e si incamminano verso il luogo, superano la collinetta e arrivano: di fronte a loro è una confusione indicibile, dove oggi hanno costruito una grande lastra, proprio lì c’è un piazzaletto pieno di gente che entra ed esce. Entrano anche loro. Ci sono tante piccole gallerie occupate a destra e a sinistra da bare di vittime già riconosciute con nome e cognome sopra. I ragazzini vedono poi mucchi di cadaveri, altri morti sparsi per terra, altre bare. Alla fine di una di queste gallerie c’è la Fossa, una buca enorme profonda, colma di cadaveri e una donna disperata che urla “è mio figlio tiratelo fuori! È mio figlio, è mio figlio”. Un grido che ancora oggi risuona nelle orecchie di Pierina, un ricordo indelebile, impossibile da cancellare.

Pierina ha vissuto alla Garbatella sino al 1962, anno in cui si sposò e si trasferì in Toscana. La casa a forma di elle, dove abitava, è stata abbattuta. Non esiste più nemmeno il civico 212, si trovava a pochi passi  dall’attuale pizzeria “Il secchio e l’olivaro”ed era a qualche decina di metri dalla storica osteria dell’Ardito. Oggi quel tratto di via delle Sette Chiese  è una stradina interrotta dalla trafficata e rumorosa via Cristoforo Colombo, un frammento della Garbatella più antica. Pierina ha 92 anni, è una bella signora vispa e ricca di ricordi, sia di quei terribili momenti vissuti con un pizzico di incoscienza, sia dei tanti anni trascorsi con semplicità e gioia nel quartiere, luogo sempre portato nel cuore, memorie appassionate che ancora oggi le illuminano gli occhi.

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La gabbietta del tappo di spumante

Giochi natalizi

Durante le feste natalizie, tra un brindisi e l’altro, tutti noi trascuriamo un piccolo oggetto che viene gettato distrattamente con indifferenza nell’immondizia differenziata. Eppure con questo attrezzo, e con un pizzico di immaginazione, possiamo vivere una straordinaria esperienza sensoriale, un’incredibile illusione ottica. L’oggetto di nostro interesse è la gabbietta del tappo di una bottiglia di spumante (figura 1).

figura 1

Seguite ora le istruzioni dettagliate:

  1. Afferrate con gentilezza la gabbietta tra pollice e indice della vostra mano destra, come illustrato in figura 2, con la parte del cerchio grande vicino al vostro occhio e quella più piccola verso l’esterno, mantenendola a 35-40 cm di distanza dal viso.
    figura 2
  2. Chiudete l’occhio sinistro e concentratevi sulla forma della gabbietta.
  3. Ora dovete fare uno sforzo di immaginazione e invertire la prospettiva reale: dovrete cioè visualizzare il cerchietto della parte più piccola come se fosse quello più vicino all’occhio. Quando riuscite a visualizzare l’immagine invertita passate al punto successivo.
  4. Ruotate gentilmente il polso prima verso destra e poi verso sinistra: che cosa vedete?
  5. Esatto! Vedete la gabbietta muoversi in direzione inversa rispetto al movimento del polso. Se l’illusione non si verifica ritornate al punto 3 con pazienza e perseveranza.
  6. Il gioco funziona ache se muovete il polso verso l’alto o verso il basso: l’immagine che il vostro cervello costruisce sarà sempre opposta rispetto al movimento del polso.

Realtà, immaginazione, rappresentazione, illusione: basta poco per confondere e trarre in inganno il cervello. Buone Feste da Cara Garbatella.

Giorgio Guidoni

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Il volo delle Frecce Tricolori e Patrouille de France: uno spettacolo mai visto

Stamattina nel cielo fosco e annuvolato di Roma tante persone si sono ritrovate con il naso all’insù per ammirare uno spettacolo inaspettato e straordinario. Nel cielo grigio della capitale hanno sfrecciato insieme Frecce Tricolori e Patrouille de France in uno show unico ed esclusivo. Un volo gemello per celebrare il trattato Italia-Francia di Cooperazione bilaterale rafforzata, siglato al Quirinale alla presenza di Sergio Mattarella da parte di Mario Draghi ed Emmanuel Macron. 

Dopo il passaggio congiunto sopra il Colle, le Frecce Tricolori hanno effettuato un’ampia virata a sinistra e disegnato un cerchio sopra Roma, mai visto prima. Grazie anche alle condizioni atmosferiche e all’umidità presente le particelle colorate sono rimaste sospese nell’aria più tempo del previsto lasciando la Capitale incoronata da un’aureola beneaugurante. 

Di Giorgio Guidoni

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Chiude per sempre l’antica Saccheria Sonnino

Dopo novant’ anni di ininterrotta attività su via del Porto Fluviale all’Ostiense

Di Giorgio Guidoni

Un altro esercizio storico della zona chiude i battenti. Parliamo della famosa Saccheria Sonnino, punto commerciale di riferimento per tanti anni del quadrante Ostiense e di Roma. Alzi la mano chi non ha acquistato un qualcosa almeno una volta nel famoso magazzino di via del Porto Fluviale: un sacco a pelo, una tenda, un fornelletto o una lampada da campeggio, ma anche casalinghi, tavolini, sedie, piatti e giocattoli. Il bazar, conveniente e colmo di oggetti utili, con alle spalle una storia lunga almeno un paio di secoli, dal primo settembre ha abbassato le saracinesche. Ce lo racconta Mario Sonnino, l’ultimo gestore insieme alla sorella Alberta, dopo aver ereditato l’attività dal fratello Carlo, scomparso tre anni fa. La prima licenza commerciale viene rilasciata dall’allora Stato della Chiesa nientemeno che nel 1856, quando i Sonnino avevano la saccheria in via Bocca Della Verità, nel rione Ripa. Rione che conosciamo molto bene, poiché dà i natali a Clementina Eusebi, la donna chiamata Garbatella, che ci nasce in via San Giovanni Decollato nel 1796. L’attività dei Sonnino, il cui inizio si colloca nel secolo XVIII, è molto fiorente, visto il carattere prettamente agricolo dell’Italia di quei tempi, i suoi sacchi e teli sono rinomati e richiesti per molti anni. Nel 1930 però, cambiato il clima politico, con la furia cieca di abbattere “il pittoresco sudicio tramite sua Maestà il Piccone” con l’obiettivo di costruire strade più ampie, anche i Sonnino sono costretti a scegliere una nuova sede. Ecco allora che il nonno Alberto compra il terreno nella odierna zona di via del Porto Fluviale, su cui poi costruirà il palazzo e il magazzino che vediamo in una foto d’epoca.

A quei tempi il palazzo era affiancato da una società che produceva pecorino romano.

Arriva poi la guerra con la sua triste scia di distruzioni e dolori. La zona sarà offesa dal bombardamento del marzo 1944, tristemente noto per i danni e le vittime causate nel quadrante Ostiense, nella vicina chiesa di San Benedetto, e alla Garbatella. Qui di seguito una foto del palazzo scattata subito dopo i danni subiti. Si può notare la mancanza di una parte dell’insegna che riportava la scritta Sonnino, danneggiata e caduta in terra.

Tra il 1943 e il 1944, durante i terribili mesi dell’occupazione di Roma, i fratelli Sonnino, Alberto e Giuseppe, scampano alle deportazioni nazifasciste grazie ai buoni uffici di Frate Ehrhard, il sacerdote di origini tedesche Priore dell’Abbazia delle Tre Fontane, con cui intrattenevano rapporti commerciali, attraverso la società agricola della vastissima Tenuta. Insieme ad altri cittadini ebrei e oppositori di regime erano riusciti a nascondersi nelle celle dell’abbazia mescolandosi agli operai avventizi e ad alcuni graduati dell’esercito italiano eludendo i controlli dei militari tedeschi. Alla fine delle ostilità, per ringraziare il Priore dell’aiuto spassionato ricevuto, le famiglie ebree Sonnino e Di Porto regaleranno all’abbazia una scultura in marmo che rappresenta una Madonna con Bambino, tuttora presente nell’arco di ingresso al Monastero. Il dopoguerra vede nuovamente i Sonnino rimboccarsi le maniche e ripartire con la loro attività. Gli affari vanno bene, ma, arrivati agli anni sessanta, il mondo inizia a cambiare sempre più velocemente, la società si trasforma da agricola a industriale, la richiesta di sacchi per l’agricoltura inizia a calare, sostituita da materiali di cartone e plastica. Ed ecco che l’azienda, ora passata nelle mani del fratello Carlo, si orienta verso i teloni impermeabili per i camion che vede un certo successo fino alla fine degli anni settanta. L’esigenza di diversificare induce i Sonnino ad ampliare l’offerta su articoli da campeggio, arricchita poi da nuovi prodotti quali tavoli, sedie, piatti, casalinghi, articoli da regalo e giocattoli. Sino ad arrivare ai giorni nostri in cui la velocità di trasformazione è sempre più repentina, i modelli commerciali diventano molto aggressivi, tanti commercianti soffrono la concorrenza della distribuzione on-line. Tre anni fa scompare anche Carlo, l’azienda passa a Mario e Alberta, che la conducono con entusiasmo e passione. Ma arriva la decisione di ritirarsi in pensione, con i figli impegnati in altri percorsi professionali. E allora la sofferta scelta di chiudere l’attività e salutare con affetto gli abitanti del quartiere e la clientela affezionata che per così tanto tempo ha avuto come punto di riferimento la Saccheria Sonnino.

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Quel lotto ai confini della Garbatella

Massimo Cardarelli apre lo scrigno dei ricordi

Di Giorgio Guidoni

Giocare è il modo più immediato per avvicinare le generazioni. Nell’ultimo numero di Cara Garbatella abbiamo lanciato il concorso “Indovina la foto”: si chiedeva di scoprire il nome della via nella quale era ritratto un bambino che accarezzava un cane. Il concorso ha sollevato grande curiosità e partecipazione tra i nostri lettori, c’è stata una divertente premiazione dei vincitori alla Villetta, e soprattutto abbiamo apprezzato la capacità di giocare, di partecipare e di riportare a galla quei ricordi profondi legati al nostro quartiere. Abbiamo poi ricevuto una segnalazione di Annalisa, la nipote del bambino della foto, che ci ha consentito di contattarlo. Siamo così andati ad intervistare Massimo Cardarelli, che all’epoca in cui la foto fu scattata aveva quattro anni, e ancora oggi residente al “quarto” del lotto 11.

ex osteria di Venceslavo

Così, all’epoca, erano note agli abitanti le cinque palazzine: primo, secondo, terzo, quarto e quinto, a partire da Largo delle Sette Chiese. Massimo, oltre ad essere una persona simpatica con cui non ci si annoia mai, è una formidabile memoria storica del quartiere, dove ha vissuto per tanti anni.

Il Lotto 11 è molto particolare rispetto alle costruzioni tipiche della Garbatella. I villini infatti nascono tra il 1928 e il 1930 come progetto autonomo di case private destinate originariamente ad alloggi di riposo per i monaci Cistercensi dell’Abbazia delle Tre Fontane. Nello specifico ci riferiamo alle cinque palazzine allineate sulla attuale via Alessandra Macinghi Strozzi, che al tempo del fascismo si chiamava via della Madre Italiana, nome che sarà mutato dopo il 1945 in via Dei Cistercensi, per poi arrivare alla denominazione attuale a partire dai primi anni Cinquanta. La particolarità risiede nel fatto che a differenza degli altri lotti, questo non ha una corte interna, anche se presenta elementi architettonici rilevanti, le loggette con colonna nella prima e nella quinta palazzina, e una struttura che comunque si rifà al classico barocchetto della zona.

Piazza Montanara

L’ICP acquisterà il complesso alla fine degli anni trenta, apportando modifiche alla seconda e quarta palazzina, così da dividere in due gli appartamenti di piano, e raddoppiare il numero di alloggi. Il progetto sarà curato dall’architetto Alberto Calza Bini il quale, per garantire aria e luce ai bagni dei nuovi appartamenti, aprirà degli oblò sulle pareti esterne. L’operazione comporterà tuttavia problemi di stabilità alle palazzine che saranno risolti con successive iniezioni di cemento. Il Lotto 11 era un lotto di confine: le sue case erano le ultime a sud della Garbatella, di fronte alle quali si apriva l’aperta campagna con ampi orti, peraltro parzialmente visibili nella foto del concorso. Dobbiamo ringraziare Massimo per il suo grande contributo nel ricordare i personaggi di una umanità ormai scomparsa dalla memoria collettiva, che però resta vivida negli abitanti storici del quartiere. Gli orti erano gestiti da due contadini, Oreste e Regina, che abitavano in un casale situato proprio di fronte al “quarto”.

Maurizio Cardarelli, la mamma Clara e la zia Luigia

Nei primi anni Cinquanta gli orti e gli annessi scomparvero per far posto a quello che sarebbe diventato il Centro Traumatologico Ortopedico (da decenni intitolato ad Andrea Alesini, amministratore prematuramente scomparso) e alle palazzine, che attualmente ancora fronteggiano il lotto 11, pensate come alloggi per i dipendenti dell’Ospedale. Ma torniamo all’orizzonte temporale dell’immediato dopoguerra, negli anni che vanno dal 1945 al 1950.

La classe seconda elementare delle Suore Ancelle

Muovendoci verso Largo delle Sette Chiese, l’attuale via di villa in Lucina non esisteva: in quel luogo c’era una collinetta dietro la quale si trovava l’Osteria di Venceslao rinomata per il vino e per le coppiette di cavallo, una specialità oggi praticamente introvabile. Quella che sarà via di Villa in Lucina era invece una zona molto frequentata dalle coppiette di innamorati, un luogo sicuro per appartarsi e amoreggiare, come nella famosa canzone “com’è bello fa’ l’amore quanno è sera, core a core co’ una pupa che è sincera, e le stelle che ce guardeno lassù, nun so’ belle come l’occhi che c’hai tu…” tanto che gli abitanti del luogo l’avevano soprannominata nientemeno che “via dei culi scoperti”, appellativo che scommettiamo farà tornare i brividi sulla pelle a chi ricorda personalmente quelle passeggiate romantiche. Dicevamo dell’osteria di Venceslao che si trovava nell’attuale Via di Vigna Pozzi in un palazzetto che esiste ancora al civico 4-6 (vedi figura 1),

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Chiude la Saccheria Sonnino

Dopo 90 anni di ininterrotta attività all’Ostiense

Un altro esercizio storico della zona chiude i battenti. Parliamo della famosa Saccheria Sonnino, punto commerciale di riferimento per tanti anni del quadrante Ostiense e di Roma. Alzi la mano chi non ha acquistato un qualcosa almeno una volta nel famoso magazzino di via del Porto Fluviale: un sacco a pelo, una tenda, un fornelletto o una lampada da campeggio, ma anche casalinghi, tavolini, sedie, piatti e giocattoli. Il bazar, conveniente e colmo di oggetti utili, con alle spalle una storia lunga almeno un paio di secoli, dal primo settembre ha abbassato le saracinesche. Ce lo racconta Mario Sonnino, l’ultimo gestore insieme alla sorella Alberta, dopo aver ereditato l’attività dal fratello Carlo, scomparso tre anni fa. La prima licenza commerciale viene rilasciata dall’allora Stato della Chiesa nientemeno che nel 1856, quando i Sonnino avevano la saccheria in via Bocca Della Verità, nel rione Ripa. Rione che conosciamo molto bene, poiché dà i natali a Clementina Eusebi, la donna chiamata Garbatella, che ci nasce in via San Giovanni Decollato nel 1796. L’attività dei Sonnino, il cui inizio si colloca nel secolo XVIII, è molto fiorente, visto il carattere prettamente agricolo dell’Italia di quei tempi, i suoi sacchi e teli sono rinomati e richiesti per molti anni. Nel 1930 però, cambiato il clima politico, con la furia cieca di abbattere “il pittoresco sudicio tramite sua Maestà il Piccone”con l’obiettivo di costruire strade più ampie, anche i Sonnino sono costretti a scegliere una nuova sede. Ecco allora che il nonno Alberto compra il terreno nella odierna zona di via del Porto Fluviale, su cui poi costruirà il palazzo e il magazzino che vediamo in una foto d’epoca. (fig. 1)

A quei tempi il palazzo era affiancato da una società che produceva pecorino romano.

Arriva poi la guerra con la sua triste scia di distruzioni e dolori. La zona sarà offesa dal bombardamento del marzo 1944, tristemente noto per i danni e le vittime causate nel quadrante Ostiense, nella vicina chiesa di San Benedetto, e alla Garbatella.

Qui di seguito una foto del palazzo scattata subito dopo i danni subiti. Si può notare la mancanza di una parte dell’insegna che riportava la scritta Sonnino, danneggiata e caduta in terra. (figura 2)

Tra il 1943 e il 1944, durante i terribili mesi dell’occupazione di Roma, i fratelli Sonnino, Alberto e Giuseppe, scampano alle deportazioni nazifasciste grazie ai buoni uffici di Frate Ehrhard, il sacerdote di origini tedesche Priore dell’Abbazia delle Tre Fontane, con cui intrattenevano rapporti commerciali, attraverso la società agricola della vastissima Tenuta. Insieme ad altri cittadini ebrei e oppositori di regime erano riusciti a nascondersi nelle celle dell’abbazia mescolandosi agli operai avventizi e ad alcuni graduati dell’esercito italiano eludendo i controlli dei militari tedeschi. Alla fine delle ostilità, per ringraziare il Priore dell’aiuto spassionato ricevuto, le famiglie ebree Sonnino e Di Porto regaleranno all’abbazia una scultura in marmo che rappresenta una Madonna con Bambino, tuttora presente nell’arco di ingresso al Monastero.

Il dopoguerra vede nuovamente i Sonnino rimboccarsi le maniche e ripartire con la loro attività. Gli affari vanno bene, ma, arrivati agli anni sessanta, il mondo inizia a cambiare sempre più velocemente, la società si trasforma da agricola a industriale, la richiesta di sacchi per l’agricoltura inizia a calare, sostituita da materiali di cartone e plastica. Ed ecco che l’azienda, ora passata nelle mani del fratello Carlo, si orienta verso i teloni impermeabili per i camion che vede un certo successo fino alla fine degli anni settanta. L’esigenza di diversificare induce i Sonnino ad ampliare l’offerta su articoli da campeggio, arricchita poi da nuovi prodotti quali tavoli, sedie, piatti, casalinghi, articoli da regalo e giocattoli. Sino ad arrivare ai giorni nostri in cui la velocità di trasformazione è sempre più repentina, i modelli commerciali diventano molto aggressivi, tanti commercianti soffrono la concorrenza della distribuzione on-line. Tre anni fa scompare anche Carlo, l’azienda passa a Mario e Alberta, che la conducono con entusiasmo e passione. Ma arriva la decisione di ritirarsi in pensione, con i figli impegnati in altri percorsi professionali. E allora la sofferta scelta di chiudere l’attività e salutare con affetto gli abitanti del quartiere e la clientela affezionata che per così tanto tempo ha avuto come punto di riferimento la Saccheria Sonnino. (figura 3)

Di Giorgio Guidoni

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Quell’osteria da Maria su via delle Sette Chiese

Individuata la posizione dello stabile ritratto nel dipinto di Odoardo Ferretti pubblicato sul libro “Garbatella mia”. La tragica storia di Ermenegildo Lombardi.

di Giorgio Guidoni

Camminare è un’arte. Osservare il mondo che ci circonda, alla ricerca di storie del passato, può essere un’avventura da vivere anche nelle strade di Garbatella, di cui, apparentemente, conosciamo tutto. Ma solo apparentemente. Oggi vedremo quali segreti si celano nel tratto iniziale della via delle Sette Chiese.

C’è un’importante pubblicazione dedicata al nostro quartiere, una monografia ricca di storie e fotografie d’epoca: parliamo del volume Garbatella Mia, edito da La Campanella nel 2003, oggi fuori catalogo e difficilmente reperibile sul mercato. All’interno di questo libro, precisamente a pagina 31, sulla traccia di un dipinto di Odoardo Ferretti che risale approssimativamente all’anno 1925 (vedi fig.1), si formula un’ipotesi sull’identità della Garbatella.

Foto1

La tecnica pittorica dell’artista è volutamente poco definita, ricorda i tratti tipici dell’Impressionismo: i dettagli rimangono sfocati e lasciati all’immaginazione dell’osservatore. Il dipinto ritrae una costruzione a due piani su una strada in leggera salita, alle spalle una collinetta con una parete verticale di natura tufacea. Dai comignoli della costruzione esce del fumo e c’è una scritta sopra la porta in basso a destra su cui si legge “Osteria dalla Maria”. Di fronte alla casa si osservano una strada con una staccionata in salita e un traliccio in legno, probabile supporto per la linea elettrica; sul retro una spalletta in muratura che si attesta sulla collinetta; infine, sulla destra del dipinto, l’impronta di una stradina sterrata. Nel libro citato si ipotizza che la Maria di questa osteria fosse la donna che tutti chiamavano Garbatella, che avrebbe dato il nome alla zona e poi al Quartiere. Studi e pubblicazioni successive riveleranno non solo l’esatta identità della donna, di nome Clementina Eusebi, morta nel 1861, ma anche la posizione della famosa osteria, situata al bivio tra via Ostiense e l’attuale via degli Argonauti, e la genesi del nome Garbatella (vedi le pubblicazioni di Jacobelli Editore “Garbatella tra Storia e Leggenda” di Gianni Rivolta e il recente “Garbatella 100” a cura di Gianni Rivolta).

Il quadro del pittore Ferretti ha stuzzicato la nostra fantasia e ci ha indotti ad esplorare la zona, lasciandoci guidare dalle sensazioni che ci regala una camminata per le strade di Garbatella.  Cercando di immaginare come potesse essere il luogo un secolo fa, abbiamo cercato l’esatta collocazione dell’edificio in via delle Sette Chiese, confrontando il paesaggio attuale con quello ritratto nel dipinto. La casa con osteria in questione, che si trovava dove oggi è il bivio tra via delle Sette Chiese e via Alessandro Cialdi, non esiste più: fu abbattuta e sostituita da due case adiacenti, alle quali si è in seguito aggiunta la piccola officina di un fabbro che oggi si è trasferito in altra sede. Nell’immagine sottostante, una recente vista da Google Maps, è possibile apprezzare il gruppo delle due case e dell’officina (foto 2).

Foto 2

Lo stesso gruppo di case è ripreso nelle prossime due foto (figura 3 e figura 4) scattate dal balcone di un appartamento sito proprio di fronte alla collinetta: vi si notano chiaramente la spalletta in muratura e la stradina che gira intorno alla collinetta presenti nel quadro. Questa stradina, già esistente nelle mappe della zona del 1800, era via dei Serafini, che prende il nome da una famiglia che all’inizio del secolo scorso era proprietaria di una importante vaccheria e di diversi terreni coltivati a vite. Sulla sommità della collinetta troviamo le case colorate dei lotti 6 e 7, raggiungibili percorrendo via Adautto.

Foto 3
Foto 4

All’inizio della nostra ricerca credevamo che la costruzione con la sua osteria si trovasse all’inizio di via delle Sette Chiese, subito dopo il bivio cha lascia la via Ostiense sotto la rocca di San Paolo, sulla cui sommità si trova oggi la Scuola Principe di Piemonte, cosicché, lo confessiamo, proprio da lì abbiamo iniziato la ricerca. Questo tratto, oggi transennato e di difficile esplorazione, mostra una conformazione orografica simile alla collinetta del dipinto, con una parete verticale tufacea e una folta vegetazione naturale. Osservando attentamente le porzioni visibili di questa parete abbiamo fatto un paio di scoperte molto interessanti. All’interno degli arbusti selvatici sono evidenti un paio di anfratti che rivelano l’esistenza di grotte naturali (foto 5).

Foto 5

Sulla parete di tufo sono ancora evidenti tracce di alloggiamenti a sezione quadrata che probabilmente accoglievano una struttura in legno che fungeva da tettoia. Al centro, sotto i fori a sezione quadrata, è chiaramente visibile una colata di cemento o altro materiale edile che chiude l’ampio ingresso di una grotta (foto 6).

Foto 6

Confrontando la dislocazione di queste tracce con la guida ai bunker di Roma della Seconda guerra mondiale di Lorenzo Grassi (disponibile sul suo bel sito web www.lorenzograssi.it) scopriamo che in effetti questi anfratti naturali erano usati durante il periodo bellico come rifugi antiaerei, contrassegnati con il numero 5-16. La stessa guida segnala un secondo bunker posizionato proprio al bivio con la via Ostiense, marcato con il numero 5-18. (vedi foto 7 in basso a destra).

Foto 7

In effetti poco in basso, arrivando quasi in prossimità del bivio con la via Ostiense, si rileva un’altra grotta, ora chiusa da una colata di cemento, sulla cui parete è ancora presente la scritta in azzurro “LOMBARDI ERMENEGIRDI XX DELLE XEX CHIXX”, nella quale abbiamo sostituito con X le lettere non leggibili. Dalla ricerca che è seguita è emerso che al nome di Ermenegildo Lombardi è associata una storia che vale la pena raccontare. (vedi figura 8).

Foto 8

Chi era questo carneade e cosa accadde? Le notizie che siamo riusciti a recuperare ci parlano di un episodio registrato nel settembre 1953, cui diedero rilievo diversi quotidiani nazionali, tra cui Il Messaggero, il Corriere della Sera, L’Unità, La Stampa, L’Avanti. Nel primo dopoguerra la grotta in questione risultava di proprietà del Comune di Roma ed era abitata da un bottaio che aveva ceduto, dietro regolare pagamento, una parte del locale a un pensionato della Previdenza Sociale, tale Ermenegildo Lombardi di anni 63. Nel 1951 il bottaio muore, il Lombardi continua ad abitare la grotta riconoscendo la quota di affitto pattuita agli eredi, i quali tuttavia, vista l’esigua quota riscossa, decidono di trasformare il locale in una officina meccanica. Richiedono e ottengono l’autorizzazione comunale ed iniziano le pratiche per lo sfratto del pensionato. Ermenegildo Lombardi, conosciuto in tutta la zona come uomo mite, puntuale nei pagamenti, onesto, che non aveva mai creato problemi, con ottimi rapporti con il vicinato, viene a sapere delle intenzioni degli eredi. Il pensionato non si perde d’animo, convinto che si possa trovare una soluzione. Riesce a contattare l’avvocato che rappresenta gli eredi e tramite costui tenta di raggiungere un accordo per continuare ad abitare nella grotta, fiducioso che la questione possa risolversi in maniera positiva. Nel pomeriggio del 3 settembre l’avvocato, Francesco Pirugino di 43 anni, si reca dal Lombardi per comunicargli che gli eredi non accettano soluzione diversa dallo sfratto. Il Lombardi a quel punto si sente perso: sarà sfrattato, ha solo due giorni per raccogliere le sue cose, lasciare la grotta e ritrovarsi sul lastrico. Il mondo gli crolla addosso, non vede prospettive, perde la testa, inizia ad inveire contro l’incolpevole avvocato. Alcuni testimoni riporteranno che inizia a gridare “Sono solo un povero vecchio! Se mi sfrattate adesso mi rovinate!”. Poi entra nella grotta, brandisce un fucile da caccia da cui parte un colpo che raggiunge l’avvocato ferendolo a una gamba e scaraventandolo a terra. Il legale, prontamente soccorso, viene trasferito al Policlinico dove i medici lo giudicano guaribile in dieci giorni, mentre il Lombardi è arrestato dagli agenti di zona, prontamente allertati dalla piccola folla di curiosi e vicini che hanno assistito al fatto, Sarà tradotto al carcere di Regina Coeli, la sua nuova casa che lo ospiterà per qualche tempo. Un istante di follia che fortunatamente non ha causato vittime, ma ha stravolto la vita del povero pensionato fino ad allora conosciuto come uomo solo, mite e benvoluto dai vicini e conoscenti. La grotta sarà poi trasformata in officina, ma successivamente sarà chiusa per inagibilità, insieme alle altre grotte vicine, oggi inibite al transito, visibili soltanto oltre le transenne.

Nella figura 9 i ritagli di giornale dell’epoca che riportano l’evento.

Foto 9

In poche centinaia di metri, lungo la via delle Sette Chiese, abbiamo scoperto dove si situava l’Osteria dalla Maria alla Garbatella dipinta da Odoardo Ferretti, ritrovato tracce di rifugi antiaerei naturali utilizzati durante il periodo bellico, scoperto una storia che ci parla di miseria, precarietà e disperazione. Ermenegildo Lombardi, con quella sua scritta sul muro che ancora oggi ci parla sommessamente, voleva comunicare al mondo che anche lui aveva una casa. E la storia ci ricorda che soltanto 70 anni fa vivere in una grotta poteva essere un sogno, un’ambizione.

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In cenere il gazebo per i tamponi rapidi a largo Enea Bortolotti

Risveglio amaro per i proprietari della Farmacia Sant’Anna in largo Enea Bortolotti. Il gazebo per effettuare il servizio di tamponi rapidi, allestito in Viale Marconi a 20 metri dal presidio sanitario, stamattina era ridotto in cenere. Nei giorni precedenti non c’era stata nessuna minaccia o avvisaglia di atti di ritorsione nei loro confronti, probabilmente si tratta di qualche vandalo che, durante il periodo della chiusura notturna, ha dato alle fiamme la struttura; durante il nostro sopralluogo nell’aria c’era ancora l’acre odore della cenere e della plastica bruciata. I proprietari della farmacia, consci dell’utilità del servizio tamponi rapidi, hanno immediatamente allestito, nel loro piccolo laboratorio annesso, una struttura temporanea che continua a operare in piena autonomia. 

Il gazebo, affittato al presidio sanitario da un proprietario privato, ha la copertura assicurativa contro questo tipo di danni; lo stesso proprietario della struttura si è rivolto a Federfarma per la denuncia dell’accaduto. I titolari della Sant’Anna contano di avere per la settimana prossima una nuova struttura più solida, tipo container che sarà installata sul marciapiede proprio di fronte ai locali. Piena solidarietà agli operatori sanitari di zona che continuano a erogare questo importante servizio con discrezione e perseveranza. 

Di Giorgio Guidoni

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Nuovo murales a largo delle Sette Chiese

A Largo delle Sette Chiese sta nascendo una nuova opera, patrocinata dall’associazione Susan G. Komen, che ha come obiettivo la prevenzione e la lotta ai tumori del seno, realizzata dall’organizzazione no profit Yourban2030. La Yourban (yourban2030.org è il loro sito) è una organizzazione che realizza le sue opere facendo uso della AirLite, una vernice speciale capace assorbire i gas NOx e di fatto di trasformare il cemento in alberi; con la stessa vernice è stato da loro realizzato il più grande eco-murales d’Europa, in via Ostiense nel 2018, il famoso e straordinario airone. 

In questa inusuale primavera che sta lentamente prendendo il largo, più vicina come temperature e precipitazioni all’autunno che all’estate, un’esplosione di colori e di profumi pervade le strade di Roma e della Garbatella, che ha dalla sua parte una grande presenza di verde, di alberi, di parchi. E insieme ai colori dei fiori continuano a sorgere Murales colorati che fanno vivere e rivivere tante facciate monotone di palazzi monocordi che altrimenti passerebbero inosservate. 

Il murale appena iniziato, ritrae busto e volto di una donna che si copre il seno incrociando le sue braccia, è ricco di sfumature rosa che richiamano il logo e il colore ufficiale dell’associazione che lo ha patrocinato. 

L’inaugurazione avverrà martedì 25 maggio prossimo, e contestualmente sarà presente la Carovana dell’associazione per tutta la giornata con la possibilità di effettuare uno screening del seno gratuito. Le prenotazioni sono già aperte sia sul sito www.komen.it sia sulla pagina Facebook https://it-it.facebook.com/komenitalia/ . 

E allora godiamoci questo nuovo dipinto che ci ricorda che prevenire è meglio che curare. Infatti la diagnosi precoce è spesso risolutiva per patologie  più difficili da estirpare. Controllare regolarmente il seno è una pratica sana e consigliata soprattutto per le donne dopo i 40 anni. Martedì prossimo sarà possibile farlo gratuitamente.

Di Giorgio Guidoni

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Quello che rimane del tempo di guerra

Una ricerca sui simboli del periodo bellico. Le indicazioni dei rifugi antiaerei alla Garbatella.

di Giorgio Guidoni

Per quanto possano sembrare lontani gli orrori dell’ultima guerra mondiale, siamo circondati ancora da tante impronte che ce li ricordano bisbigliando in maniera assordante. Molte ne sono rimaste sui muri delle città a ricordare quel momento storico così tragico che vide Roma pagare un prezzo altissimo in termini di vite umane civili. La Garbatella non fu immune da sofferenze e distruzioni, sono tristemente noti i bombardamenti avvenuti tra il 3 e il 7 marzo 1944, i cui obiettivi principali erano la Stazione Ostiense, la Centrale Elettrica e il Gazometro; malauguratamente alcuni ordigni caddero proprio sul Lotto 41, meglio noto come l’Albergo Bianco, distruggendolo e causando oltre 50 vittime. Durante l’ultimo conflitto esisteva un’organizzazione, paragonabile alla Protezione Civile odierna, che si occupava della protezione della popolazione durante le incursioni aeree: l’UNPA, Unione Nazionale Protezione Antiaerea. Uno dei compiti dell’UNPA era l’organizzazione dei rifugi nelle città, basata principalmente sull’utilizzo delle cantine e sottoscala delle abitazioni. Per facilitarne l’uso e per l’eventuale soccorso delle persone che si trovavano nei rifugi, si dipingevano sui muri (con una speciale vernice particolarmente resistente agli agenti atmosferici, la membranite) indicazioni tramite scritte, lettere, numeri e simboli: tali indicazioni individuavano la posizione di ingressi e uscite di sicurezza dei rifugi, idranti, pozzi, cisterne, serbatoi.

Esiste anche un interessante riferimento letterario di Italo Calvino, un racconto breve dal titolo Le notti dell’UNPA, ambientato nel 1940 all’inizio del conflitto mondiale, raccontato in prima persona da un ragazzo che conosce ancora poco se stesso e nulla della guerra che sta giungendo brutale di lì a poco. Anche se non ci sono riferimenti diretti ed espliciti, nel racconto si tratteggiano atmosfere e visioni che fanno pensare alla scuola elementare Cesare Battisti e al mondo rurale che a quei tempi circondava il quartiere Icp. Anche sui muri della Garbatella sono presenti alcune di queste scritte, benché sbiadite e ormai dimenticate. Al Lotto 32, in via Giustino de Jacobis, si trova ben visibile una scritta con una freccia che indica un Rifugio Antiaereo adiacente a uno scantinato, recentemente restaurata (foto rifugio antiaereo).

Una Galleria Antiaereo Pubblica più strutturata era presente alle pendici della collinetta della Villa del 9 Maggio, che doveva servire principalmente da ricovero per gli abitanti degli Alberghi. Nella foto 2, scattata nel 1944, si riconosce la porta di ingresso del locale; nella figura 3 riportiamo la planimetria della struttura sotterranea.

Foto 2
Figura 3

A 50 metri di distanza da questo Rifugio ce n’era un secondo privato, di pertinenza della famiglia del Senatore Roberto De Vito, sottosegretario al Ministero delle Poste durante il ventennio. Il De Vito, proprietario del terreno della zona, donò una parte della sua tenuta allo Stato affinché ci costruisse un convitto dove educare e istruire le figlie orfane dei dipendenti del Ministero. Alla fine degli anni settanta questo edificio divenne scuola pubblica affittata dall’Istituto Postelegrafonici al Comune di Roma, quella che è oggi il complesso scolastico Alonzi.

Una scritta Rifugio Antiaereo estremamente sbiadita si trova in via Roberto De Nobili che necessiterebbe di un degno restauro.

Anche nella vicina Piazza Eugenio Biffi 1 si trova la stessa scritta, questa volta leggermente più visibile (foto 4 a sinistra), anch’essa meriterebbe un’opera di restauro.

Un discorso a parte merita il simbolo impresso in piazza Damiano Sauli, immortalato anche nel film Caro Diario del 1995, nella famosa scena di Nanni Moretti in sella alla sua vespa per le vie della Garbatella. Anche il quotidiano La Repubblica si è occupato a più riprese di questa scritta, ipotizzando che la scritta fosse una P o forse un 2 (vedi figura 5), senza poter dare una risposta.

figura 5 da Caro diario

In realtà c’è una foto che risale presumibilmente agli anni Cinquanta (pubblicata a pag.183 del libro Garbatella tra storia e leggenda di Gianni Rivolta) in cui si vede abbastanza chiaramente che il simbolo dipinto era una S (vedi figura 6). Anche questo simbolo è andato deteriorandosi nel tempo, sia per gli agenti atmosferici, sia perché ancora oggi il muro è usato per pubblicistica varia, vi si attaccano e staccano manifesti di vario genere, che hanno via via abraso la parte verniciata.

Mentre ci sono indicazioni univoche per il significato di vari simboli presenti con più frequenza nelle città (I per Idrante, P per Pozzo, R per Rifugio o Ricovero, F per Fontana), per la lettera S ancora oggi ci sono più ipotesi: poteva indicare la presenza nei paraggi di un Serbatoio, o poteva significare anche presenza di Sabbia, materiale richiesto in ogni vano sottotetto e in ciascun appartamento insieme ad attrezzi per spanderla da specifiche norme UNPA. Questo perché sino ad ora non è stata trovata una documentazione di riferimento univoca, e probabilmente molti segnali furono realizzati su iniziativa locale.

È difficile reperire testimonianze dirette dell’epoca, le uniche voci disponibili sono quelle dei figli e dei nipoti che ricordano i racconti dei loro genitori e nonni. Nel tempo della guerra gli abitanti della Garbatella non si preoccupavano molto di questi simboli, conoscevano a memoria i luoghi in cui si trovavano i rifugi antiaerei e anche in assenza di indicazioni sui muri, appena udivano i sei suoni di sirena di 15 secondi intervallati da altrettante pause della stessa durata che indicavano l’allarme aereo, si recavano velocemente nei locali fontane e lavatoi situati nei sottoscala, in attesa che il suono prolungato per due minuti della sirena annunciasse il cessato allarme. E i ricordi parlano di notti trascorse in totale oscurità, di lampadine a luce blu, del buio di quel tempo che sembrava senza fine, e del desiderio di pace affidato a una stella intravista dal sottoscala.

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Cassonetti in fiamme in pieno giorno nel cuore della Garbatella

Ci risiamo. Dopo episodi simili già accaduti a novembre 2020 in diverse zone di Roma, ieri, in pieno giorno, ignoti hanno incendiato diversi cassonetti della raccolta rifiuti nel cuore della Garbatella. I vandali piromani hanno colpito ancora nei pressi del Lotto 16, in via Vettor Fausto, e non lontano dal Lotto 51 nei paraggi della trafficata via Caffaro. I Vigili del Fuoco, prontamente allertati, sono intervenuti per domare le fiamme. Alcuni passanti hanno visto transitare, fermarsi e poi ripartire un Smart bianca che ha destato più di un sospetto. Le forze dell’ordine stanno investigando per risalire agli autori del gesto. Come accaduto già in passato, si spera che alcune telecamere della zona possano aver registrato informazioni rilevanti per risalire agli autori dell’insano gesto.

Giorgio Guidoni

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Una pietra d’inciampo per Fortunata Perugia

La donna deportata dalla Garbatella ad Auschwitz il 2 febbraio 1944 non fece più ritorno.

Il ricordo della nipote Rina e della comunità ebraica di Roma

Arriva anche alla Garbatella l’iniziativa delle Pietre d’Inciampo, un progetto artistico animato da motivazioni etiche, storiche e politiche, nato nel 1993 per volontà dell’artista tedesco Gunter Demnig. Escogitando una soluzione discreta e di grande impatto, volta a mantenere viva la memoria per tutti i deportati di tutto il mondo, Gunter è riuscito ad installare più di 50 mila pietre in Europa.

Oggi pomeriggio, 19 gennaio 2021, ne è stata collocata una in memoria di Fortunata Perugia, deportata dalla sua abitazione in piazza Eugenio Biffi 2 il 2 febbraio 1944 con destinazione Auschwitz e scomparsa il 23 maggio dello stesso anno. L’evento, promosso dalla nipote Rina Perugia visibilmente commossa, c ha visto il coinvolgimento di parenti stretti di Fortunata, una folta rappresentanza di studenti della scuola media Moscati, rappresentanti della Comunità Ebraica e dell’ANPI, l’Associazione patrocinante ArteInMemoria e tutta la giunta del Municipio VIII insieme al Presidente Amedeo Ciaccheri.

Grazie alle testimonianze di Rina, di Marinella, Tiziana e Ornella Perugia, e di Enrica Volterra, sono riaffiorati i tristi ricordi di quel tragico giorno, quando la povera Fortunata fu prelevata dalla sua abitazione e caricata in treno, destinazione Auschwitz, benché fosse già malata di polmonite. Nella stessa giornata anche i suoi due figli Mario e Adrio Volterra furono deportati dalla loro abitazione al Portico D’Ottavia, purtroppo tutti accomunati da un destino fatale. L’ultima lettera che i famigliari ricevettero fu spedita dall’ospedale di Verona, dove Fortunata fu ricoverata, per poi ripartire alla volta della sua destinazione finale. Era presente  anche tra gli intervenuti Letizia Limentani, parente stretta di Fortunata. La mamma incinta detenuta alle Mantellate, il carcere femminile di Regina Coeli, riuscì a salvarsi grazie all’intervento provvidenziale di una suora, che la tenne nascosta dalla furia inumana dei nazifascisti. Sono intervenuti a parlare, tra gli altri, Bice Migliau, ideatrice del Centro Culturale Ebraico di Roma, lo scrittore e saggista Corrado Morgia, l’esponente della comunità ebraica Massimo Finzi, Ernesto Nassi, il presidente del Municipio VIII Amedeo Ciaccheri.

Di Giorgio Guidoni

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L’antica “Moletta” sul fiume sacro Almone

L’OMONIMO VICOLO FIN DAI PRIMI ANNI DELL’800 COLLEGAVA L’OSTIENSE CON VIA DELLE SETTE CHIESE ATTRAVERSANDO I COLLI DI SAN PAOLO

di Giorgio GUIDONI

Alla Garbatella c’è una piccola via, in posizione decentrata rispetto ai tradizionali lotti popolari, che ha una rilevanza storica di grande interesse: via della Moletta. Abbiamo ragione di pensare che la zona, quella che diventerà l’odierna Garbatella,in passato era molto probabilmente individuata proprio con questo toponimo: vediamo perché. Attualmente è una traversa che congiunge via Gerolamo Benzoni con piazza Giovanni da Verrazzano, situata nella parte nord del quartiere, a qualche centinaia di metri dal complesso di Eataly. Ma nei primi decenni dell’Ottocento, la strada registrata nella toponomastica dell’epoca come vicolo della Moletta (figura 1) deviava da via Ostiense e si congiungeva con via delle Sette Chiese, l’importante collegamento tra la Basilica di San Paolo e quella di San Sebastiano sull’Appia Antica.

A quei tempi la zona era aperta campagna, con dolci colline e diffuse coltivazioni di vigneti e orti per tutta l’area. E dove oggi si trova l’incrocio tra la via Ostiense e la Circonvallazione omonima ( ponte Settimia Spizzichino), dal lato ex Mercati Generali, si collocava allora l’antica Moletta. Questa, così denominata anche sul registro catastale, era di proprietà del Principe Camillo Borghese(1), ed era l’ultima di una decina di mole e di valche, alimentate dalle acque del fiume Almone, anche detto marrana dell’Acquataccia. (figura 2, figura 3). Le mole erano usate per la macinatura del grano, mentre le valche erano usate per il lavaggio dei tessuti e della lana. Ma da quanto tempo esisteva questo piccolo impianto di molitura? La testimonianza più antica che siamo riusciti a rintracciare risale al 1469, nella mappa di Pietro del Massaio (figura 4), in cui è chiaramente visibile la costruzione sopra il fiume sacro ai romani con alla destra un ponticello; sullo sfondo c’è la Basilica di San Paolo, sulla sinistra si nota la rupe su cui si trova oggi la scuola Principe di Piemonte.

La Moletta continua ad esser l’unica costruzione di rilievo tra la Porta Ostiense, la Piramide e la Basilica, anche sulla cartina realizzata da Giovanni Antonio Dosio nel 1561 (figura 5). Nella legenda della pianta il fiume Almone è segnalato come Acqua Daccia (poi Acquataccia). Alla destra della Moletta si scorge sempre il ponticello allora esistente sopra l’ Ostiense. La strada che porta il suo nome, vicolo della Moletta, risulta ancora sul Catasto Gregoriano del 1818. In seguito, grazie alle informazioni riportate sullo Stato delle Anime (una sorta di censimento) della Basilica di San Paolo, sappiamo che dal 1835, il vicolo della Moletta cede il nome a vicolo della Garbatella (figura 6), e tutta la zona assumerà questo toponimo sino ai giorni nostri. È legittimo pensare che se per più di tre secoli nella zona l’unica costruzione di rilievo tra la Porta Ostiense e la Basilica era questa piccola mola, tanto da dare il nome al vicolo che portava da via Ostiense a via delle Sette Chiese, molto probabilmente la zona a quei tempi era appellata “della Moletta”.

 

Oggi di questo antico impianto idraulico non ci sono più tracce. Sino ai primi anni Duemila c’erano testimonianze dei resti di una piccola mola di pietra dislocati a fianco della trattoria collocata sotto il ponte Spizzichino, ma oggi non è rimasto nulla di visibile. Tutto ciò che resta è una piccola via che tiene accesa la memoria e la curiosità, con un nome che evoca un passato secolare, quando la zona dell’Agro Ostiense altro non era che aperta campagna, fuori dalle mura dell’Urbe. (1) Don Camillo Filippo Ludovico Borghese, duca di Guastalla, VI principe di Sulmona e VII di Rossano (Roma, 19 luglio 1775 — Firenze, 9 maggio 1832), grazie al suo matrimonio con Paolina Bonaparte, divenne cognato dell’Imperatore Napoleone Bonaparte.

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Topi di appartamento a via Giovannipoli

Sorpresi dalla Polizia mentre si calavano dalla grondaia

La pronta segnalazione al 113 di “Furto in atto” ha permesso agli agenti di Polizia dell’VIII Distretto Tor Carbone di raggiungere tempestivamente via Giovannipoli, luogo in cui si stava consumando il reato, e di perlustrare la palazzina alla ricerca dei malintenzionati. E proprio dal lato anteriore dell’edificio gli agenti della volante  hanno notato due uomini che si calavano dalla grondaia. Al tentativo di bloccarli i due ladri hanno aggredito i poliziotti con un grosso cacciavite, e mentre uno dei due guadagnava la fuga, i poliziotti catturavano H. M. ventiquattrenne romano con parecchi precedenti penali. Il ladro è stato trovato in possesso di 100 euro in contanti, di 34,50 euro in monete spicce, di un grosso cacciavite lungo 40 cm e di un paio di guanti. La proprietaria ha dichiarato nella denuncia che la valuta era stata prelevata da un salvadanaio. Le indagini sono poi proseguite alla ricerca del fuggitivo che ancora non è stato assicurato alla giustizia. La polizia sta inoltre verificando che altri piccoli furti avvenuti nella zona non siano riconducibili alla stessa coppia di ladruncoli. H.M. dopo gli accertamenti di rito, è stato arrestato, dovrà rispondere di rapina dinanzi all’autorità giudiziaria. Il magro bottino è stato restituito alla proprietaria, mentre il resto del materiale rinvenuto è stato sottoposto a sequestro.  

Di Giorgio Guidoni

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I film che nel corso degli anni sono stati girati alla Garbatella
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