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Autore: Redazione

“Siamo gatti: a scuola andiamo da soli”

“Siamo gatti: a scuola andiamo da soli”

Strisce zebrate di attraversamento bianche e rosse; impronte ingrandite disegnate come quelle che lasciano i gatti, marcate gialle e bianche: sono i segnali, per andare e tornare, di tre percorsi privilegiati che gli alunni della elementare Cesare Battisti possono percorrere per recarsi da soli, da casa a scuola e ritorno, come …..

“Siamo gatti: a scuola andiamo da soli”

Strisce zebrate di attraversamento bianche e rosse; impronte ingrandite disegnate come quelle che lasciano i gatti, marcate gialle e bianche: sono i segnali, per andare e tornare, di tre percorsi privilegiati che gli alunni della elementare Cesare Battisti possono percorrere per recarsi da soli, da casa a scuola e ritorno, come una volta, quando la Garbatella era attraversata sì e no da una decina di macchine al giorno. E’ un esperimento di autonomia dei ragazzi, progettato dal prof. Francesco Tonucci, responsabile psicologico del Cnr, sviluppato da Giovanni Impegnoso del 45° Circolo Didattico e dal presidente della Commissione politiche scolastiche del nostro Municipio, dott.Antonio Bertolini.
I percorsi (Gatto Mammone, da Via Magnaghi alla Circonvallazione Ostiense; Gatto Silvestro, da Piazza Pantera a Piazza Damiano Sauli; Gatto con gli stivali, da Piazza Oderico da Pordenone) sono stati indicati e marcati dagli stessi ragazzi. L’esperimento è volto alla crescita della responsabilità dei ragazzi, al loro affrancamento dagli eccessi di tutela dei genitori ma anche al coinvolgimento del senso di disciplina degli automobilisti. Sulla sicurezza degli attraversamenti stradali veglieranno 24 nonni del Centro anziani di Via Pullino. Lo slogan dell’esperimento: “Siamo gatti, a scuola andiamo da soli”.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 2 – Giugno 2005

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“Noi come voi…ragazzi sempre” Quando la scuola fa spettacolo

In scena al Palladium per il Laboratorio Garbatella una biografia di quartiere molto particolare

“Noi come voi…ragazzi sempre”
Quando la scuola fa spettacolo

Successo del lavoro di due anni di allievi e docenti della Scuola Media Moscati

di Valerio Maccari

Il 9 maggio, passando per piazza Bartolomeo Romano, si poteva notare un’insolita folla alle porte dello storico teatro Palladium. Il motivo per cui in tanti, di tutte le età, si trovavano lì è molto semplice. Andava in scena “Noi come voi… ragazzi sempre”, una rappresentazione teatrale curata dai ragazzi e dai docenti della Scuola Media Statale Moscati, …..

In scena al Palladium per il Laboratorio Garbatella una biografia di quartiere molto particolare

“Noi come voi…ragazzi sempre”
Quando la scuola fa spettacolo

Successo del lavoro di due anni di allievi e docenti della Scuola Media Moscati

di Valerio Maccari

Il 9 maggio, passando per piazza Bartolomeo Romano, si poteva notare un’insolita folla alle porte dello storico teatro Palladium. Il motivo per cui in tanti, di tutte le età, si trovavano lì è molto semplice. Andava in scena “Noi come voi… ragazzi sempre”, una rappresentazione teatrale curata dai ragazzi e dai docenti della Scuola Media Statale Moscati, Garbatella. Pensate ad una recita di una scuola media. Fatto?

Bene, bravi. Ora dimenticate tutto quello che avete pensato (ragazzini balbettanti, noia mortale, non si può fumare prima di due ore). Parenti, amici e semplici cittadini interessati si sono trovati invece ad assistere ad uno spettacolo innovativo, divertente e, soprattutto, stimolante (e comunque no, non si poteva fumare). Tanto che non è possibile definirlo semplicemente una recita scolastica. “Noi come voi… ragazzi sempre” è stato il tentativo, riuscito, di recuperare la memoria storica di un intero quartiere attraverso uno spettacolo teatrale fuori dagli schemi, capace di far convergere forme espressive apparentemente distanti.
Coordinati da Lisa Ginzburg, conduttrice della trasmissione Il Libro oggetto su Radio2, i ragazzi delle Terze della Moscati hanno portato in scena le storie di vita della Garbatella, dagli albori fino ai giorni nostri.
Il filo conduttore è la memoria vivente di nonni e genitori, reinterpretata e filtrata dall’esperienza dei ragazzi. Su un palco spoglio, minimale, hanno rivissuto – e fatto rivivere agli spettatori – la vita quotidiana della Garbatella e del suo popolo: i matrimoni, le gite al mare, i balli e le canzoni. Una biografia di quartiere fatta di storie comuni, nate dai racconti dei genitori e dei nonni. Storie presto interrotte dall’arrivo della Storia, quella con la esse maiuscola, sotto forma di filmati, curati da Alessandro Maresca, sullo schermo dietro il palco. Una Storia spesso dolorosa, che irrompe dolorosamente nella vita quotidiana di un intero quartiere.

“Apocalipse Now” che interrompe i ragazzi che stanno ballando il twist. La guerra che piomba fra capo e collo. L’assalto ai forni da parte delle donne, uccise al Ponte di ferro per la sola colpa di avere fame. Ma lo spettacolo non è stato solo sulla scena e sugli schermi. Ha coinvolto tutta la splendida cornice del Palladium. Al piano inferiore, il tema della memoria veniva indagato attraverso una mostra, sempre curata dai ragazzi della scuola. Un progetto grande e grandioso, insomma, inserito nell’iniziativa “Laboratorio Garbatella”, realizzato con l’aiuto del Municipio Roma XI, che ha fornito fondi per i costumi d’epoca e ottenuto, dall’Università Roma Tre, l’uso del Palladium.
I docenti ed i ragazzi della Moscati non sono nuovi a questi esperimenti. La Scuola ha vinto per due anni “Inconsupertrafra”, il premio della creatività per le scuole romane. Spiegano i docenti della Moscati: “Crediamo nel teatro. Attraverso il teatro si raggiungono tutti i ragazzi. È un’esperienza che coinvolge, motiva e unifica la scuola. Ed è anche un modo per imparare divertendosi. Per partecipare a ‘Noi come voi…ragazzi sempre’ i ragazzi hanno dovuto studiare la storia, ma l’hanno fatto divertendosi”.
Avete trovato difficoltà nell’organizzazione dello spettacolo?
“No. Il referente del Municipio, Carla Di Veroli, ci ha dato tutta la sua disponibilità. Senza contare che ci è stato permesso di utilizzare il Palladium, un teatro da sogno. Il resto l’ha fatto la fantasia dei ragazzi”. Il progetto, per la cui realizzazione sono stati necessari due anni di preparazione, ha coinvolto tutte le classi della Moscati, non solo le Terze. Tutti hanno dato il loro contributo: chi allo spettacolo, chi all’allestimento della mostra. I docenti si sono occupati della definizione dei testi. E hanno dimostrato che la scuola può fare spettacolo, in maniera innovativa, divertente ed educativa. Progetti del genere, purtroppo, sono un’eccezione.
Ma a Garbatella pare che l’eccezione sia ormai di casa.

 

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Dalla Garbatella a Parigi lo spirito dei miei quadri

A colloquio con il pittore Duilio Appetecchia

Dalla Garbatella a Parigi lo spirito dei miei quadri

di Pasquale Navarra

Mentre mi avvio verso Largo delle Sette Chiese, dove ho appuntamento con Duilio Appetecchia, pittore, benché ancora non lo conosca penso che l’intervista che seguirà sarà particolarmente stimolante: ritengo da sempre che fra pittura e narrativa ci sia un stretta parentela: entrambe, infatti, creano da qualcosa che già c’è. Ed essendo il sottoscritto un appassionato di narrativa, nonché figlio di un pittore, si può capire la ragione del mio ottimismo.
Siamo entrambi puntuali. Dopo i saluti, mi invita a salire a casa sua, che è proprio di fronte al luogo dove …..

A colloquio con il pittore Duilio Appetecchia

Dalla Garbatella a Parigi lo spirito dei miei quadri

di Pasquale Navarra

Mentre mi avvio verso Largo delle Sette Chiese, dove ho appuntamento con Duilio Appetecchia, pittore, benché ancora non lo conosca penso che l’intervista che seguirà sarà particolarmente stimolante: ritengo da sempre che fra pittura e narrativa ci sia un stretta parentela: entrambe, infatti, creano da qualcosa che già c’è. Ed essendo il sottoscritto un appassionato di narrativa, nonché figlio di un pittore, si può capire la ragione del mio ottimismo.
Siamo entrambi puntuali. Dopo i saluti, mi invita a salire a casa sua, che è proprio di fronte al luogo dove ci troviamo. L’idea della casa di un artista, che ho ben chiara da tempo, mi viene confermata: le pareti del salotto e del corridoio sono interamente occupate dai  suoi quadri: per me questa è una casa normale, cioè “vestita”. Nel presentare se stesso, Duilio mi
dice che è del ’42. Ma l’età conta poco, poiché anche in lui traspare quella reale magia per cui un artista non ha età. Rientra a casa sua moglie, una gradevolissima, semplice, giovane signora.
Per Duilio, la Garbatella è davvero casa sua, non solo perché vi è nato e ci vive, ma soprattutto perché l’identità della Garbatella – mi fa capire – è quella di un quartiere a misura d’uomo. “Spesso si guarda alla pur bella realtà architettonica in modo superficiale”, mi dice, con inconfondibile accento d’artista. “La si ammira, ma con poca immaginazione verso l’essenza poetica del tempo passato.
Una volta, mentre facevo una passeggiata, mi sono fermato davanti alla ‘Scoletta’ (la ‘Casa dei Bimbi’) e ho notato dei particolari che non potevo lasciarmi sfuggire. Sono corso a casa, ho preso tela, pennelli e colori e sono tornato sul posto: ho impresso sulla tela un luogo che tutti conoscono qui alla Garbatella, ma proprio per questo credo, spero, di aver reso un effetto migliore di quello di una fotografia. Si è artisti quando si sa rivelare l’anima delle cose. Non si tratta tanto di immortalarle, ma soprattutto di trasmettere la loro storia e la loro essenza. La parte storica della Garbatella ci ricorda con forza che si capisce il presente se del passato si conosce quel che è ancora vivo, poiché, del resto, passato non è…”. L’identità, l’anima di un quartiere, in effetti, va al di là dei mutamenti prodotti dal tempo che passa. Il mio sguardo intanto lo lascio scorrere sui quadri esposti nel salotto, dove tutti e tre ci siamo accomodati.
Mi soffermo su “La femme du poulet”, opera del ’70, cioè del periodo in cui Duilio visse a Parigi: grande espressività nella vecchina ritratta, quel personaggio realmente esistito che si recava ogni giorno al mercatino della Moutefarde a vendere le sue uova. Poi dedico sguardi intesi ad una natura morta del ’67, a “La maternità”, a “La meditazione”, a “La mela” a “Les femmes de Paris”, a “Il Pensiero”, ad un ritratto della donna dell’artista. Mentre sono assorto, interviene Duilio: “Vedi, nel mio lavoro cerco, ho sempre cercato di far trasparire questo interrogativo: siamo noi che guardiamo gli oggetti o viceversa sono gli oggetti che si offrono a noi?”. Chiedo sia lui a rispondere: “Ci si guarda reciprocamente… Infatti, quando un oggetto ci colpisce, che sia la merce esposta in vetrina o un quadro, l’attrazione è reciproca, poiché quel dato oggetto corrisponde ad una parte di noi…”.
Io continuo a guardare i suoi quadri e Duilio continua a parlarmi: “E’ grazie agli architetti che realizzarono con ricercatezza questo quartiere, la Garbatella, che ho trovato il piacere di trasporlo in pittura. La buona architettura è notoriamente una forma d’arte, quindi la pittura è spesso un’arte nell’arte…”. E’ nel 1965 che Duilio tiene la sua prima mostra, alla Galleria “La Spatola” in Via dei Serpenti; poi due mostre, fra il 1972 ed il 1977, al Museo del Folklore. Qualche anno dopo, un’esposizione a Parigi, alla Galerie Calette di Place des Vosges.
Nel 2001, il Castello del Sangallo di Nettuno ha ospitato la sua “personale”, una vasta rassegna delle sue opere. Infine, nel 2004 e agli inizi dell’anno in corso, Duilio ha esposto presso la sala consiliare del Municipio XI. La conversazione volge al termine, quando Duilio mi fa dono di un privilegio, mi mostra il quadro che deve ancora terminare: “La Scoletta”, sì, “La casa dei bimbi” sullo sfondo di Piazza Nicola Longobardi in un’ambientazione anni ’20. Anche in quest’opera la pittura è molto realistica: pare di sentire il fruscio delle gonne plissettate delle donne dell’epoca, il rumore dei loro passi affrettati. I vari oggetti rappresentati, dal bastone dell’anziano al carretto della frutta, sono vivificati da una luce che non svela un orario della giornata, bensì un modo di essere del quartiere.
Duilio ha in progetto di ritrarre anche la fontana di Carlotta. Avrà così completato i “Sette piccoli grandi angoli della Garbatella”, che saranno i pezzi forti della sua prossima esposizione.

 

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11 figli, 36 nipoti, 18 pronipoti compie cent’anni Maria Foschi

11 figli, 36 nipoti, 18 pronipoti compie cent’anni Maria Foschi

Garbatella, 85 anni dalla sua fondazione festeggiati a febbraio, è terra di centenari. Sarà l’aria buona che vi si respira, sarà il clima tranquillo che pervade le sue strade e le piazzete. Il prossimo 10 giugno cent’anni li compirà Maria Foschi, capostipite di una stirpe, di un clan ben noto alla Garbatella, 65 (sessantacinque!)
tra figli, nipoti e pronipoti. Ricordiamo, tra i nipoti, Enzo, appena eletto consigliere regionale, e Tiziana, …..

11 figli, 36 nipoti, 18 pronipoti compie cent’anni Maria Foschi

Garbatella, 85 anni dalla sua fondazione festeggiati a febbraio, è terra di centenari. Sarà l’aria buona che vi si respira, sarà il clima tranquillo che pervade le sue strade e le piazzete. Il prossimo 10 giugno cent’anni li compirà Maria Foschi, capostipite di una stirpe, di un clan ben noto alla Garbatella, 65 (sessantacinque!)
tra figli, nipoti e pronipoti. Ricordiamo, tra i nipoti, Enzo, appena eletto consigliere regionale, e Tiziana,  affermata attrice. Proprio Tiziana volle ricordarla l’anno scorso, alla vigilia del centesimo compleanno, in uno degli spettacoli organizzati al Teatro Palladium nell’ambito del “Progetto Garbatella” dell’Università Roma Tre. Con la collaborazione di Pierpaolo Palladino, autore e regista, confezionò un testo a mo’ di lettera aperta che recitò in pubblico e che noi pubblichiamo oggi in ampi stralci, per rendere il rispettoso ed affettuoso omaggio di “Cara Garbatella” a nonna Maria.

Cara nonna Maria, oggi compi cent’anni e io te volevo fa’ gli auguri, però te li volevo fa’ pe’ iscritto così almeno posso cercà le parole giuste. E magari trovarle pure. Non è facile arrivà a cent’anni, chi c’arriva mai? E nun te se po manco di’ “cento de questi giorni”! Perché duecento anni sarebbero troppi pe’ chiunque, figurate pe’ te che sei nata nel 1905 e che nel 1905 la Garbatella manco esisteva.
Nel 1905 qui non c’erano i lotti e manco le strade, c’erano terre coltivate e vigne, qualche casetta sparsa de campagna. Ce vivevano i cafoni qui quando sei nata te, e mo ancora campi, nonna cara: quindi la Garbata per me sei te, sei Nonna Garbata.
Nel ’20 gli italiani erano appena usciti dalla Grande guerra, er Duce scaldava i muscoli pe’ la scesa in campo e il re metteva la prima pietra della borgata-giardino Garbatella “per lo sviluppo marittimo e industriale di Roma”. Lui metteva la prima pietra e tu già c’avevi quindici anni e aiutavi a casa. E a quindici anni all’epoca tua ce se guardava attorno pe’ trovà marito, era una cosa seria trovà marito ner ’20. Il tuo, tre anni dopo, è stato nonno Checco, un bell’omo, alto, co’ un carattere molto romano, se po di’ fiero, se po di’ strafottente: ma era ‘n omo vero! Io me l’immagino l’arrivo de voi due, ner ’29, te già co’ zio Salvatore in braccio e zio Otello in arrivo, lì dentro all’Albergo rosso, co’ tutte quelle scale che precipitano dentro al buco dell’androne, una camera sola senza bagno. Co’ nonno Checco che usciva la mattina dicendo: “Vado a rimedià quarcosa!”. Tornava poi la sera co’ qualcosa de rimediato: pasta, soldi, pezzi de bicicletta! Nun ha mai saputo andà in bicicletta, lui usava solo i pezzi, e nun s’è mai saputo che lavoro facesse nonno, dice che guidava il camion, ma quale e dove?
Nun lo sapeva manco lui, ma sicuro che qualcosa rimediava. E intanto gli anni passavano e i figli aumentavano, fino a 11 so’ arrivati, 6 femmine e 5 maschi: zio Salvatore, zio Otello, zio Peppe, zia Marcella, zia Margherita, papà Giulio, zia Laura, zia Giovanna, zio Franco, zia Marina e zia Luciana: tutti romanisti! E nonno della Lazio!
Quando se dice er dialogo coi figli! Poi, dopo i figli, so’ venuti i nipoti: 36, e i pronipoti, 18, per ora, e tutti che continuano ad andà e venì da casa tua che mo da trent’anni abiti davanti alla Fiera di Roma, dentro a ‘na casa tutta pe’ te…co’ zia Marcella
al piano de sopra, zia Luciana al portone de fronte, zia Laura a quello de sotto e zio Ciccio dirimpetto alla strada. Nun t’hanno mai lasciata sola, è bello quann’ è così, c’avresti mai pensato che campavi così a lungo e che avevi tutti ‘sti parenti che parono ‘na minoranza etnica piuttosto che ‘na famiglia?! Ma più che co’ i figli sei stata paziente co’ nonno…Era polemico nonno, ammazza quanto!
E più  invecchiava e più era cocciuto, come quando arrivò l’impiegato della televisione e, siccome cominciavate a esse’ un po’ sordi tutti e due, la tenevate al massimo e ve sentivano pure al palazzo de fronte. Arriva l’impiegato, bussa alla porta, nonno gli apre e questo, urlando pe’ fasse sentì: “Sono qui per l’abbonamento Rai!”; e nonno: “Quale Rai? Che vor di’?”. “La televisione, dovete pagare l’abbonamento per l’apparecchio televisivo”. “E chi ce l’ha la tivvù? No, no, noi nun c’avemo gnente!”. Davano un western in quel momento. Gli spari e i cavalli illuminavano la parete dell’ingresso come al cinema! “Nun ce l’avemo la tivvù”.
Ma toccava strillà perché pareva che staveno dietro la porta a fa’ a pistolettate co’ voi due! Poi so’ passati altri anni, tanti, e voi due sempre comunisti pure quando il partito non c’è stato più, pure quando nonno non c’è stato più: “La fede è una, e nun se po cambià”, come quella volta che i figli pensarono che magari saresti stata contenta de rifatte dopo tanto tempo ‘na comunione: fanno tutto loro. Te stavi tranquilla a casa tua quando se presentano un prete giovane co’ un altarino e due chierichetti. I parenti tutti intorno dentro alla stanzetta tua e in un angolo l’altarino.
Il pretino recita le preghiere, fa le cose sue e poi te chiede: “siora, vole dire qualcosa per ricordare ‘sto evento?”. Tutti zitti a guardà te, che pare te sei accorta de quer tipo solo in quel momento; fai segno al prete d’avvicinasse e poi je dici: “Ma sei così giovane, così carino, che stai a perde tempo a casa de ‘na vecchia? Ma vattene a ballà, che è pure sabato!”. La cosa più bella che hai è la sintesi. La frase più bella l’hai detta al compleanno dei tuoi 90 anni. Come al solito tutti intorno a te, zii, nipoti, pronipoti e congiunti vari, tutti lì fino a fori al pianerottolo, quando zia Luciana te fa, dice: “Mamma, te volemo fa un regalo ma un regalo grande assai, importante, tutti assieme, dicce un po’ mamma che voi che te regalamo?”.
E tu senza pensacce su: “Che voglio! Che me lasciate ‘na mezza giornata da sola!”. So’ queste le cose che me piace ricordà, saranno piccole cose, come se dice: so’ ricordi, ma so’ importanti. E insomma non la voglo fa’ troppo lunga che a ‘stora te sarai stancata de legge’. Ma un ultimo episodio lo voglio ricordà: una volta m’hai detto la cosa più tenera che potevi di’ su questo posto che hai visto nasce’ e cresce’ fino a oggi e che solo tu potevi di’, nonna, a nome de tutti.
Ricordi, me dicesti: “Una delle cose che me piacciono di più della Garbatella è la luce. Non lo so perché sia così diversa dagli altri quartieri di Roma, forse perché le case hanno tutte altezze diverse. O perché c’è molto verde o per i colori delle facciate. Boh, però mi dispiacerà, sissignori, davvero mi dispiacerà, alla fine, chiude’ gli occhi.

 

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35° Premio Simpatia del Comune: premiati anche Cosmo Barbato e la Prima G della scuola Moscati

35° Premio Simpatia del Comune: premiati anche Cosmo Barbato e la Prima G della scuola Moscati

Lunedì 30 maggio assegnazione nella sala della Protomoteca in Campidoglio dei Premi Simpatia 2005. Il Premio Simpatia, istituzionalizzato dal Comune di Roma, prendeva il via 35 anni fa da un’idea del giornalista e scrittore Domenico (Momo) Pertica, del regista Vittorio De Sica e dello scrittore Aldo Palazzeschi, …..

35° Premio Simpatia del Comune: premiati anche Cosmo Barbato e la Prima G della scuola Moscati

Lunedì 30 maggio assegnazione nella sala della Protomoteca in Campidoglio dei Premi Simpatia 2005. Il Premio Simpatia, istituzionalizzato dal Comune di Roma, prendeva il via 35 anni fa da un’idea del giornalista e scrittore Domenico (Momo) Pertica, del regista Vittorio De Sica e dello scrittore Aldo Palazzeschi, “per esprimere un riconoscimento, al di fuori di ogni enfasi, verso chi ha contribuito a dare alla società il meglio di sé stesso e chi arricchisce ed esalta i valori essenziali della vita con opera, ora umile ora eccelsa, ma sempre degna di riscuotere il plauso e la simpatia”.
In 35 anni centinaia e centinaia sono stati i premiati, più di una trentina ogni anno, appartenenti alle più svariate categorie di cittadini, nomi della cultura, dell’arte, dello spettacolo, della politica, dello sport; oppure industriali, professionisti, abili artigiani, pompieri, religiosi, ristoratori, antiquari, commercianti, cuochi ecc. ecc. Ne citiamo solo qualcuno: Giacomo Manzù, Federico Fellini, Giulio Andreotti, Sofia Loren, Cesare Zavattini, Severino Gazzelloni, Nino Rota, Domenico Modugno, Pier Paolo Pasolini, Claudio Villa, Ugo Attardi, Alberto Sordi, Sandro Pertini, Goffredo Petrassi, Renzo Arbore, G.C. Argan, Susanna Agnelli, Nilde Jotti, Piero Angela, Giovanni Spadolini, Michele Santoro, Dario Fo, Francesco Totti. Quest’anno il Premio Simpatia si volge anche verso il nostro quartiere: premiati il giornalista Cosmo Barbato, nostro collaboratore, per i suoi scritti sulla Garbatella, e la Prima G della Media Moscati, per l’iniziativa “Come studiare la storia di Roma giocando: caccia al tesoro nel Foro Romano”. Tra gli altri 31 premiati
citiamo Anna Proclemer, Rosario Fiorello, Giuliano Montaldo, Roberto Vittori, Claudio Strinati, Giorgio Tirabassi.

 

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Così la Garbatella ha ricordato il Sessantesimo della Liberazione

Così la Garbatella ha ricordato il Sessantesimo della Liberazione

In occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, la sezione dei Democratici di Sinistra della Garbatella ha organizzato una massiccia raccolta di firme contro il tentativo in atto di legittimare gli ex collaboratori dei nazisti, i fascisti della repubblichetta di Salò, riconoscendo loro a tutti gli effetti, con una legge proposta da Alleanza Nazionale, la dignità di belligeranti: come dire vittime e carnefici, patrioti e complici del nemico, tutti sullo …..

Così la Garbatella ha ricordato il Sessantesimo della Liberazione

In occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, la sezione dei Democratici di Sinistra della Garbatella ha organizzato una massiccia raccolta di firme contro il tentativo in atto di legittimare gli ex collaboratori dei nazisti, i fascisti della repubblichetta di Salò, riconoscendo loro a tutti gli effetti, con una legge proposta da Alleanza Nazionale, la dignità di belligeranti: come dire vittime e carnefici, patrioti e complici del nemico, tutti sullo stesso piano. L’iniziativa dei Ds ha riscosso un ampio riconoscimento.
Altre manifestazioni si sono svolte nel quartiere. Il 23 aprile, in Viale Leonardo da Vinci, una classe del Liceo Rousseau ha inaugurato un bellissimo murale dedicato alla Liberazione. Il 24 e il 25, a cura del Centro sociale La Strada, si sono svolte due affollate serate durante le quali sono stati proiettati due bellissimi filmati: “Quel 24 marzo”, in ricordo dei caduti delle Fosse Ardeatine, e “Nata due volte: storia dell’ebrea romana Settimia Spizzichino”. Quest’ultima proiezione si è svolta nel cortile antistante uno degli Alberghi, il Lotto 43, dove abitò il partigiano Enrico Mancini, uno dei martiri delle Ardeatine.
Rievocazioni inoltre hanno avuto luogo in parecchie scuole. Un incontro di particolare intensità si è svolto tra i ragazzi delle tre Quinte della elementare “Alonzi” e gli autori del “Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense”, Cosmo Barbato e Gianni Rivolta. Vivacissime, nella seconda parte dell’incontro, le domande proposte dai ragazzi e anche le testimonianze da essi riferite, frutto di ricordi familiari tramandati dai loro nonni e talvolta bisnonni.

 

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Inaugurata “La Casa del Jazz” al Viale di Porta Ardeatina

Inaugurata “La Casa del Jazz” al Viale di Porta Ardeatina

di Valerio Maccari

Finalmente la musica jazz ha una nuova casa, ed è a cinque minuti dalla Garbatella. Il 7 maggio, infatti, ha aperto “La Casa del Jazz” in una splendida villa di Viale di Porta Ardeatina dalla storia particolare: costruita dal fondatore della Banca Nazionale del Lavoro Arturo Osio, l’edificio finì nelle mani del boss della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Nel 2001 la villa, confiscata, venne affidata al Comune di Roma …..

 

Inaugurata “La Casa del Jazz” al Viale di Porta Ardeatina

di Valerio Maccari

Finalmente la musica jazz ha una nuova casa, ed è a cinque minuti dalla Garbatella. Il 7 maggio, infatti, ha aperto “La Casa del Jazz” in una splendida villa di Viale di Porta Ardeatina dalla storia particolare: costruita dal fondatore della Banca Nazionale del Lavoro Arturo Osio, l’edificio finì nelle mani del boss della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Nel 2001 la villa, confiscata, venne affidata al Comune di Roma per il recupero. Adesso la struttura consiste in tre differenti edifici: un auditorium multifunzionale per circa 150 posti, una sala prove ipertecnologica per i musicisti ospiti ed un ristorante per il pubblico.

 

Una cornice grandiosa per un progetto che, almeno nelle intenzioni, mira molto in alto. “La Casa del Jazz – ha puntualizzato il sindaco Veltroni in occasione dell’inaugurazione – è nata per diventare un importante punto di riferimento proiettato verso il futuro, un luogo dove si possa trascorrere del tempo in maniera costruttiva, che possa imbrigliare l’energia espressiva dei nostri giovani ma anche un qualcosa in cui tutto il movimento del jazz italiano si possa riconoscere in tutte le sue sfumature”.
Un nuovo centro culturale, dunque, che si candida a ricoprire il ruolo di polo d’attrazione della scena jazz romana e – perché no – nazionale.
“La casa del jazz sarà aperta a tutti gli stili del genere e presterà particolare attenzione alla scena jazz italiana – ha assicurato Luciano Linzi, direttore artistico dell’iniziativa. L’obiettivo è “dare risalto a musicisti che ottengono riconoscimenti altissimi all’estero e in Italia ma non godono presso le istituzioni della giusta considerazione, e promuovere coloro che non hanno ancora accesso al mercato internazionale”. Un’occasione, insomma, sia per chi il jazz lo sente che per chi il jazz lo suona. Per chi volesse maggiori informazioni, invitiamo a visitare il sito www.casajazz.it, dove è possibile trovare informazioni sui concerti ed acquistare i biglietti on-line.

 

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Come nasce la Festa per la cultura Una giornata di musica e non solo

Le tappe che hanno determinato l’evento culturale più atteso alla Garbatella

Come nasce la Festa per la cultura Una giornata di musica e non solo

La storia della Festa appare come la costruzione di un linguaggio comune di contaminazioni culturali e di un centro di raccolta di forze cittadine che rivendicano la volontà di incidere sulle scelte di politica culturale nel territorio

Nel clima pesante del 1994 nasce la Festa per la musica

di Alessandra De Luca

Dodici anni fa, quando nasceva la Festa per la musica, diventata poi Festa per la cultura, in Italia era già in atto la visione berlusconiana dello Stato come azienda, dei cittadini come semplici consumatori, di una società politica e civile piegata alle leggi di mercato e sempre più vuota di valori etici ed umanistici.
Era chiaro che una tale visione del mondo non poteva apprezzare e tollerare nulla che si muovesse …..

Le tappe che hanno determinato l’evento culturale più atteso alla Garbatella

Come nasce la Festa per la cultura Una giornata di musica e non solo

La storia della Festa appare come la costruzione di un linguaggio comune di contaminazioni culturali e di un centro di raccolta di forze cittadine che rivendicano la volontà di incidere sulle scelte di politica culturale nel territorio

Nel clima pesante del 1994 nasce la Festa per la musica

di Alessandra De Luca

Dodici anni fa, quando nasceva la Festa per la musica, diventata poi Festa per la cultura, in Italia era già in atto la visione berlusconiana dello Stato come azienda, dei cittadini come semplici consumatori, di una società politica e civile piegata alle leggi di mercato e sempre più vuota di valori etici ed umanistici.
Era chiaro che una tale visione del mondo non poteva apprezzare e tollerare nulla che si muovesse in direzione di un mondo non monetizzato e non colonizzato. Ma le cose cambiano perché un numero sufficiente di persone non si stanca mai di volerlo e di darsi da fare in tal senso.
Nel 1994, in questo clima di pesante omologazione, nasce la Festa per la musica, una giornata che, nelle intenzioni degli organizzatori dell’Associazione Controchiave, non voleva essere una vetrina come tante ad uso e consumo degli artisti già presenti nei circuiti ufficiali, ma una giornata in cui le centinaia di Anno 2 – Giugno 2005 persone che facevano musica nelle cantine, nei piccoli locali, nelle strade, nelle sagre di paese, potessero incontrarsi in strada, confrontarsi e fondersi in un linguaggio omogeneo.

 

La Festa per la musica si ispira originariamente a quella che si svolge in Francia il 21 giugno di ogni anno, ma da questa se ne distingue immediatamente per le sue più autentiche motivazioni che sono quelle della promozione della cultura musicale nelle zone decentrate della città, della restituzione dell’arte ai luoghi della quotidianità e dell’urgenza di una interlocuzione da parte degli operatori culturali con le istituzioni locali.
Molte associazioni, centri sociali e scuole di musica operanti nel panorama  romano aderiscono con partecipazione al progetto. Vengono coinvolti dieci quartieri di Roma e alcuni paesi e città del centro-sud.

L’attenzione del Comune di Roma

Anche il Comune di Roma si interessa alla festa, ma non ne coglie il messaggio. Propone infatti di trasformarla in un grande evento musicale in cui le personalità più note si sarebbero esibite sui palchi centrali mentre i giovani emergenti avrebbero avuto libera espressione sui molteplici palchi installati in zone periferiche.
Non era questo il significato della Festa. Il proposito che animava gli organizzatori di Controchiave era l’esatto contrario: affermare la centralità del decentramento, la spontaneità degli artisti, la legittimazione dell’arte di strada.
Svuotata di interesse (e di conseguenza di un sostegno finanziario da parte delle istituzioni) la Festa riceve però un imprevedibile consenso da parte di un pubblico vasto ed eterogeneo. In pochi anni diventa un appuntamento fisso e irrinunciabile. La caratteristica della piazza, come spazio aperto, garantisce la convivenza e la contemporaneità di vari generi musicali. Sui palchi di Piazza Damiano Sauli, Piazza Masdea, Piazza Longobardi si alternano gruppi rock, etnici, folk, bande, orchestre e cori delle scuole musicali che si fondono con altri gruppi di giovani artisti indipendenti che propongono la loro musica e danno vita ad una comunicazione libera con il pubblico.

La Festa per la musica diventa Festa per la cultura
La Festa diventa stimolo di tante altre iniziative. A partire dal 1997 al linguaggio della musica si uniscono e contaminano altri linguaggi artistici: il teatro, la danza, la fotografia. Gli altri quartieri viaggiano in direzioni proprie, la Festa nella sua accezione originaria si concentra unicamente nel territorio della Garbatella e ufficializza l’appuntamento al primo sabato di giugno.

Molto più di una semplice festa
Diventa sempre più chiara l’aspirazione a stimolare un confronto con il pubblico sui contenuti di un progetto culturale, che rivendica spazi ed opportunità da destinare alle attività artistiche e culturali, di creare una rete partecipativa da parte degli operatori culturali (associazioni, scuole di musica, centri sociali, comitati di quartiere, organizzazioni onlus, singoli artisti) attorno ad un ideale di arte e cultura come strumenti per migliorare la qualità della vivibilità dei cittadini nel territorio, per favorire l’equilibrio tra le diversità e l’integrazione sociale.
I punti informativi dislocati lungo via Magnaghi saranno i luoghi di incontro e discussione proprio su questi temi: ribadire alle istituzioni locali il ruolo fondamentale che l’associazionismo ha per la vita del quartiere e la necessità di un coinvolgimento attivo nelle decisioni di politica socio-culturale nel territorio.
Questo appello, che si rinnova ad ogni edizione, negli ultimi anni è stato colto con interesse e favore dal Municipio XI il quale, particolarmente sensibile a forme di amministrazione partecipata, assicura agli organizzatori un finanziamento, se pur molto parziale, alla Festa.

4 giugno 2005

L’appello a questo nuovo sistema di partecipazione assume una portata ancor più significativa in relazione al recente risveglio culturale e sociale di cui la Garbatella è protagonista: un vero processo di svecchiamento determinato da numerosi programmi di riqualificazione, lotta  al degrado, acquisizione di spazi abbandonati, contenuti nel contratto di quartiere e in altri progetti di utilità sociale.
Anche quest’anno la Festa per la cultura rinnoverà per le strade della Garbatella uno scenario insolito, che è l’invenzione di un altro modo di vivere e sognare la vita. La magia dell’arte, per una giornata intera, inonderà le strade del quartiere facendo luce sulla bellezza della realtà, quella che non si vede ad occhio nudo perché troppo nascosta nelle pieghe dell’apparenza.

 

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Don Franco: da Santa Galla a Santa Maria in Via Lata

Nominato il nuovo parroco, Concetto Occhipinti, 41 anni

Don Franco: da Santa Galla a Santa Maria in Via Lata

Don Franco Amatori, per quasi 21 anni parroco di Santa Galla, dimesso recentemente dal suo incarico non per sua volontà, sarà tra breve il rettore di una prestigiosa chiesa di Via del Corso, l’antichissima diaconia di Santa Maria in Via Lata, attigua al palazzo Doria-Pamphili (Via Lata era l’antico nome fino al 1466 di Via del Corso, …..

Nominato il nuovo parroco, Concetto Occhipinti, 41 anni

Don Franco: da Santa Galla a Santa Maria in Via Lata

Don Franco Amatori, per quasi 21 anni parroco di Santa Galla, dimesso recentemente dal suo incarico non per sua volontà, sarà tra breve il rettore di una prestigiosa chiesa di Via del Corso, l’antichissima diaconia di Santa Maria in Via Lata, attigua al palazzo Doria-Pamphili (Via Lata era l’antico nome fino al 1466 di Via del Corso, quando furono istituite le corse dei berberi).
Sembra una promozione, ma in effetti la chiesa del Corso, pur così importante per la sua storia e per il suo valore artistico, è una “cattedrale nel deserto” (di anime), non avendo più intorno a sé un bacino di utenza, cioè di residenti, tant’è che già da tempo è aperta solo di pomeriggio unicamente per l’ostensione dell’Eucaristia ad uso dei fedeli di passaggio, soprattutto turisti. Insomma, don Franco sarà un pastore con un bellissimo ovile ma praticamente senza un gregge.
La chiesa primitiva, oggi sotterranea, si innestava su rovine romane tuttora visitabili, appartenute a un complesso ancora non ben identificato. Elevata a diaconia nel 10° secolo, fu ricostruita al livello attuale nel 1491, ma nel 17° secolo fu trasformata, all’interno da Cosimo Fancelli e all’esterno, in forme splendide, da Pietro da Cortona. La dimissione di don Franco, che diverrà esecutiva dal prossimo 30 giugno, ha suscitato nella stragrande maggioranza dei parrocchiani di Santa Galla stupore e molto rammarico, espresso anche in una accorata lettera collettiva indirizzata al cardinal Vicario.
Dal prossimo 1° luglio a don Franco subentrerà don Concetto Occhipinti, 41 anni, sacerdote da 15. Proviene dal Seminario maggiore romano, dove è assistente. (C.B.)

 

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L’antico altare di Santa Galla una preziosa scultura romana

Nella chiesa parrocchiale della Circonvallazione Ostiense

L’antico altare di Santa Galla una preziosa scultura romana

di Cosmo Barbato

La Garbatella somiglia a un meraviglioso scrigno che custodisce tanti splendidi gioielli. Tra questi c’è un’autentica perla, un monumento che, pur non originario del quartiere, ha acquisito ad honorem pieno diritto di cittadinanza.
Ci riferiamo al magnifico altare della chiesa di Santa Galla alla Circonvallazione Ostiense, rielaborazione di un cippo sepolcrale romano di fine 1° secolo d.C. di marmo greco finemente scolpito. Ricorrono in questi giorni 15 anni da quando illustri archeologi e storici si riunirono nel Teatro in Portico, sottostante alla chiesa, in un …..

Nella chiesa parrocchiale della Circonvallazione Ostiense

L’antico altare di Santa Galla una preziosa scultura romana

di Cosmo Barbato

La Garbatella somiglia a un meraviglioso scrigno che custodisce tanti splendidi gioielli. Tra questi c’è un’autentica perla, un monumento che, pur non originario del quartiere, ha acquisito ad honorem pieno diritto di cittadinanza.
Ci riferiamo al magnifico altare della chiesa di Santa Galla alla Circonvallazione Ostiense, rielaborazione di un cippo sepolcrale romano di fine 1° secolo d.C. di marmo greco finemente scolpito. Ricorrono in questi giorni 15 anni da quando illustri archeologi e storici si riunirono nel Teatro in Portico, sottostante alla chiesa, in un convegno dedicato al nostro altare, da poco collocato nella parrocchia, ma già appartenuto all’antica chiesa di Santa Galla, che si trovava alle pendici del Campidoglio, lì dove adesso c’è l’Anagrafe, e che fu demolita nel 1935 nel corso degli “sventramenti” operati nel centro storico dal fascismo.

La nuova chiesa di Santa Galla, inaugurata nel 1940 alla Circonvallazione, aveva ereditato quell’antichissimo titolo, cioè il nome, ma non il suo altare, che era finito malamente ricoverato nella chiesa di San Giorgio in Velabro, addirittura con la faccia recante le sculture più belle addossata a un muro. Il merito del recupero, del restauro e della valorizzazione del prezioso marmo fu di don Franco Amatori, parroco della nuova chiesa dal 1984, un figlio della Garbatella, nato 71 anni fa al lotto 26 di Via Roberto de Nobili, appassionatamente legato al quartiere, che gli ha ricambiato stima e affetto per la sua costante azione pastorale ma anche per aver dotato la chiesa di quel prezioso marmo, oltre che di un organo addirittura strepitoso, uno strumento di ben 5000 canne, uno dei più grandi esistenti in Italia.
Ma torniamo al nostro altare.
Santa Galla è una figura quasi leggendaria, risalente al VI secolo, una nobile appartenuta alla potente famiglia degli Anici che annovera tra i suoi membri anche San Benedetto e San Gregorio Magno. Rimasta vedova giovanissima, abbracciò la vita religiosa dedicandosi all’assistenza ai poveri. Stando alla tradizione, avrebbe trasformato la sua casa in una chiesa domestica dedicata alla Vergine e in un ospizio per ammalati e indigenti. La storia documentata della chiesa prende inizio però solo nel 1073, sotto il pontificato di un grande pontefice, Gregorio VII. L’8 luglio di quell’anno, stando alla dedicazione  scolpita nel marmo, venne consacrato l’altare, nel quale furono riposte una quantità di reliquie elencate in una lunga epigrafe. Nel Medioevo la chiesa fu importante diaconia con titolo cardinalizio. Nel 1198, richiamandosi alla tradizione assistenziale della santa, vi fu annesso un primo ospedale per infermi.
Ricostruita nella seconda metà del 1500, ospitava anche un’immagine ritenuta miracolosa, uno smalto su rame dell’XI secolo raffigurante la Vergine col Bambino benedicente: questa preziosa icona, dopo la terribile peste del 1656, venne solennemente trasferita nella vicina chiesa di Santa Maria in Campitelli, un grande edificio costruito appositamente “per voto del popolo romano” dopo che si attribuì a un intervento miracoloso l’esaurimento dell’epidemia.
Nella seconda metà del ‘600 l’architetto Mattia de’ Rossi ricostruì la chiesa e l’ospizio di Santa Galla, che accolse anziani soli e bisognosi, sicché a partire da quella data a Roma la parola “santagalla” divenne sinonimo di vecchio, come dire “matusa”. Poi nel 1935 il piccone rase al suolo chiesa e ospizio.
In occasione delle demolizioni, il ricovero dell’altare in San Giorgio in Velabro dovette rivestire carattere di emergenza. Poi, con la guerra, ci fu altro a cui pensare. Certo è che il suo recupero non fu facile. Ci volle molta determinazione da parte di don Franco Amatori per rimuovere una sorta di diritto di usucapione che veniva accampato da coloro che gli avevano offerto ospitalità per tanti anni. Nel 1988 l’altare finalmente tornò nel titolo storico di Santa Galla, ereditato dalla nuova chiesa della Garbatella. Poi, nel maggio 1990, a cura dell’Accademia Cardinal Bessarione, si svolse il convegno di studi che abbiamo ricordato.
Da dove provenga il cippo funerario romano trasformato in altare non è stato possibile stabilire. Il suo riutilizzo come pietra cristiana rientrava in quel clima di recupero dell’antico che caratterizzò un certo periodo del Medioevo. In particolare, altri cippi più o meno analoghi a quello di Santa Galla e quasi tutti coevi furono adattati ad altari. Il nostro è certamente uno dei più belli tra quanti siano pervenuti fino a noi, quasi tutti conservati nei musei. Si tratta di un parallelepipedo di finissimo marmo bianco di circa un metro di lato, pesante 21 quintali. Non si sa a chi fosse dedicata quell’ara sepolcrale perché l’epigrafe originaria era stata scalpellata e sostituita con la dedicazione gregoriana. Risulta praticamente intatto invece l’ornamento artistico costituito, su tre facciate, da una finissima cornice con motivi vegetali intercalati con figurine animali.
La quarta facciata, quella posteriore, la più bella, è interamente occupata dalla raffigurazione di un fronzuto albero di lauro, alla cui base e tra i rami si annida un folto e variato bestiario.
Nel bollettino parrocchiale del maggio scorso, don Franco, che il 30 giugnolascerà la parrocchia, nell’accomiatarsi dai fedeli, scrive con rammarico: “Non troverò più un altare così sacro, così bello, così antico, così piccolo eppure così grande. E’ un simbolo venerabile, un vero tesoro, una reliquia preziosa”. E conclude con un appello per quando tra breve non ci sarà più lui a vigilare: “Custoditelo con gelosia”.
In occasione del convegno di quindici anni fa venne presentato anche il restauro, tenacemente voluto da don Franco Amatori, della grande tela seicentesca anonima, proveniente anch’essa dall’antica chiesa, rappresentante la leggenda di Galla e del pontefice Giovanni I che ricevono dalla Vergine la miracolosa immagine oggi venerata in Santa Maria in Campitelli. Quella pala d’altare fu fortunosamente recuperata dal primo parroco della nuova Santa Galla, don Teocle Bianchi, un prete che ha lasciato di sé un grande ricordo, iniziatore alla Garbatella, a partire dalle drammatiche vicende dalla guerra (8 settembre, bombardamenti, liberazione), di una tradizione di forte legame popolare che perdura ai giorni nostri.

 

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Presentati i lavori di recupero della Via delle Sette Chiese

Nel quadro dell’attuazione del contratto di quartiere

Presentati i lavori di recupero della Via delle Sette Chiese

I residenti di Piazza Sant’Eurosia preoccupati per i posti auto

di Eraldo Saccinto

Indetto dall’assessore ai Lavori Pubblici dell’XI Municipio, Alberto Attanasio, si è tenuta il 22 aprile, presso la Sala consiliare, la presentazione ufficiale degli interventi, nel quadro del Contratto di quartiere, riguardanti la sistemazione di una delle principali arterie stradali della Garbatella, Via delle Sette Chiese. E’ stata una occasione per discuterne con i residenti della zona, con gli appartenenti al forum locale, con le …..

Nel quadro dell’attuazione del contratto di quartiere

Presentati i lavori di recupero della Via delle Sette Chiese

I residenti di Piazza Sant’Eurosia preoccupati per i posti auto

di Eraldo Saccinto

Indetto dall’assessore ai Lavori Pubblici dell’XI Municipio, Alberto Attanasio, si è tenuta il 22 aprile, presso la Sala consiliare, la presentazione ufficiale degli interventi, nel quadro del Contratto di quartiere, riguardanti la sistemazione di una delle principali arterie stradali della Garbatella, Via delle Sette Chiese. E’ stata una occasione per discuterne con i residenti della zona, con gli appartenenti al forum locale, con le istituzioni. L’illustrazione degli interventi è stata preceduta da una introduzione da parte del Presidente del Municipio, Massimiliano Smeriglio. Alla manifestazione hanno preso parte, tra gli altri, il neo assessore alle Periferie del Comune di Roma, on. Paolo Carrozza, oltre ad alcuni componenti della Giunta municipale.
Nell’area riservata al pubblico abbiamo notato la presenza del neo Consigliere regionale Enzo Foschi. Molto interessante, sia dal punto di vista urbanistico che storico, l’esibizione degli studi effettuati dall’arch. Luciano Cupelloni, con l’ausilio di efficienti strumenti audiovisivi. Rammentiamo ai lettori che i lavori pianificati sono tesi al recupero e alla valorizzazione di Via delle Sette Chiese. Sono infatti previsti interventi nel tratto che va dalle catacombe di Commodilla (Parco Giovannipoli) a piazza Sant’Eurosia, ivi compresi il Largo delle Sette Chiese, nonché il riassetto di Piazza Oderico da Pordenone e del tratto che congiunge questa alla Cristoforo Colombo.
In coerenza con il progetto, si effettuerà il recupero dei materiali presenti. Saranno comunque utilizzati quelli propri della tradizione romana (basalto, selciato romano, granito e travertino). In particolare, l’obiettivo sarà quello di dare una visione d’assieme più consona allo stile del nostro rione, con la creazione di suggestivi punti d’illuminazione.
Notevole la partecipazione popolare. In particolare, si è sentita la presenza degli abitanti delle adiacenze di Piazza Sant’Eurosia. Il progetto prevede infatti la sistemazione di quell’area e l’inversione di alcuni sensi di marcia. La preoccupazione, espressa piuttosto calorosamente dai
presenti, ha riguardato soprattutto il rischio legato alla soppressione di posti macchina, in una zona notoriamente congestionata. A questo proposito, la proposta presentata dall’Assessore Attanasio è sembrata rispondere alle esigenze dei richiedenti.
Lo studio, infatti, ha comunque previsto, nelle zone limitrofe a quelle indicate per i lavori, il recupero di quei posti che eventualmente si sarebbero potuti perdere (le preoccupazioni hanno ripreso vigore nei giorni successivi, dopo la recente transennazione di Piazza Sant’Eurosia, provvedimento che ha comportato una notevole riduzione delle aree di parcheggio. I residenti chiedono di riesaminare il progetto. La qualità della vita – dicono – si misura su diversi standard: uno è certamente il verde e la dimensione degli spazi pubblici a disposizione delle famiglie; ma bisogna anche pensare alle pesanti difficoltà di trovare parcheggio e all’aumento del traffico conseguente alle modifiche della viabilità previste dal progetto).
Si è accennato infine ai lavori che riguarderanno Piazza Oderico da Pordenone, per la quale si provvederà con la creazione di una rotatoria, e del tratto tra quest’ultima e la Via Cristoforo Colombo. L’unica nota fuori posto ha riguardato, durante la presentazione, la scarsa attenzione dedicata all’antico bellissimo portale sito al civico 141 che, vista la sua scenografica collocazione, andrebbe liberato delle erbacce e della ruggine che con il tempo si sono accumulati, per riportarlo alla sua originaria bellezza. Si era parlato già molto tempo addietro di un intervento che sarebbe stato realizzato dall’Università San Pio V (il portale si trova sul muro di cinta dell’Istituto), finora però non si è ancora visto alcunché.

 

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Si sta sbriciolando il ponticello di Piazza Biffi

Si sta sbriciolando il ponticello di Piazza Biffi

Come aveva già segnalato il lettore Silvio Fraschetti nel numero di febbraio, il ponticello medioevale, rinvenuto nello scavo per il parcheggio sotterraneo di Piazza Biffi e sistemato ad ornamento del giardinetto sovrastante, si sta disgregando, essendo costruito con materiali poco coerenti. Occorre dunque un intervento urgente di restauro per riaggregare pietre e mattoni che si sono distaccati e che in parte sono già andati perduti. Si tratterebbe di un intervento tecnicamente abbastanza semplice, ma probabilmente complicato dalle pastoie burocratiche.
Segnaliamo il problema all’Assessorato alle politiche dei lavori pubblici del Municipio cui era stato riconosciuto il merito della bella sistemazione di Piazza Biffi. (C.B.).

 

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Uno sguardo al voto regionale di aprile nel nostro quartiere Con Marrazzo a Garbatella centro-sinistra oltre il 63% Successo del candidato consigliere Enzo Foschi che raccoglie 1700 voti personali Municipio, Comune, Provincia, Regione: “poker” di vitto

Uno sguardo al voto regionale di aprile nel nostro quartiere

Con Marrazzo a Garbatella centro-sinistra oltre il 63%

Successo del candidato consigliere Enzo Foschi che raccoglie 1700 voti personali

Municipio, Comune, Provincia, Regione: “poker” di vittorie da parte del centro-sinistra, che ha la non troppa segreta speranza di completare l’anno prossimo un’incredibile “scala reale”. L’ultimo tassello è arrivato, il 3 e 4 aprile scorsi, con le regionali che hanno registrato nel Lazio il successo del candidato presidente Piero Marrazzo. A quella vittoria ha contribuito generosamente la Garbatella con 12.045 …..

 

Uno sguardo al voto regionale di aprile nel nostro quartiere

 

Con Marrazzo a Garbatella centro-sinistra oltre il 63%

Successo del candidato consigliere Enzo Foschi che raccoglie 1700 voti personali

Municipio, Comune, Provincia, Regione: “poker” di vittorie da parte del centro-sinistra, che ha la non troppa segreta speranza di completare l’anno prossimo un’incredibile “scala reale”. L’ultimo tassello è arrivato, il 3 e 4 aprile scorsi, con le regionali che hanno registrato nel Lazio il successo del candidato presidente Piero Marrazzo. A quella vittoria ha contribuito generosamente la Garbatella con 12.045 voti che rappresentano il 63,66% dell’elettorato del quartiere. La lista civica “Marrazzo” in particolare raccoglie il 7,66 %, un risultato che si inserisce come una novità nel quadro degli schieramenti di centro-sinistra, modificando in parte la consistenza numerica delle varie componenti. “Uniti nell’ulivo” col 37,47% si afferma come la prima forza elettorale. Straordinario il successo di Enzo Foschi, candidato eletto, cittadino doc della Garbatella, che raccoglie nel quartiere 1.700 voti.

 

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Quattro Sì per nascere, guarire, scegliere Un atto solidale e di amore per la vita

Il referendum sulla fecondazione medicalmente assistita

Quattro Sì per nascere, guarire, scegliere
Un atto solidale e di amore per la vita

di Paola Angelucci

E’ una bella mattina di maggio, mi trovo davanti all’ingresso del consultorio familiare di Via Montuori, nel cuore della Garbatella, accanto alla scuola elementare Cesare Battisti. Una alla volta arrivano tante donne, anticipate dalle loro belle pancione messe in evidenza da leggeri vestiti primaverili, sono quasi tutte al nono mese di gravidanza e sono lì per il corso di preparazione al parto.
E’ tra loro che raccolgo le prime voci sulla famigerata Legge 40 che riguarda la procreazione medicalmente assistita. “Noi sì che siamo sensibili a quest’argomento, ci mancherebbe altro!” – dice Anna – “Siamo esterrefatte e colpite dalla tanta cattiveria che c’è in tanti punti di questa Legge!”; a lei si aggiunge Silvia: “Io sento tutti i giorni la mia bambina muoversi nella pancia, fortunatamente lei è sana …..

Il referendum sulla fecondazione medicalmente assistita

Quattro Sì per nascere, guarire, scegliere
Un atto solidale e di amore per la vita

di Paola Angelucci

E’ una bella mattina di maggio, mi trovo davanti all’ingresso del consultorio familiare di Via Montuori, nel cuore della Garbatella, accanto alla scuola elementare Cesare Battisti. Una alla volta arrivano tante donne, anticipate dalle loro belle pancione messe in evidenza da leggeri vestiti primaverili, sono quasi tutte al nono mese di gravidanza e sono lì per il corso di preparazione al parto.
E’ tra loro che raccolgo le prime voci sulla famigerata Legge 40 che riguarda la procreazione medicalmente assistita. “Noi sì che siamo sensibili a quest’argomento, ci mancherebbe altro!” – dice Anna – “Siamo esterrefatte e colpite dalla tanta cattiveria che c’è in tanti punti di questa Legge!”; a lei si aggiunge Silvia: “Io sento tutti i giorni la mia bambina muoversi nella pancia, fortunatamente lei è sana e tra pochi giorni potrò guardarla negli occhi e baciarla ed è proprio per questo che non riesco a capire perché una legge dello Stato italiano, che dovrebbe tutelare me, come donna e madre e i bambini, ci possa invece prevaricare in modo così bieco”.
Le saluto, il loro corso sta per iniziare; m’incammino per andare a prendere i figli a scuola, pensando che se si sente offesa e mortificata chi madre è già, o sta per diventarlo o potrebbe esserlo in modo naturale, chissà quanto dolore e senso d’impotenza può provocare questa Legge in chi si porta dietro un problema di tale portata che cambia il corso della propria esistenza.
Ricordiamo che la maggioranza di centro-destra ha imposto questa Legge a tutti gli italiani, rifiutando ogni confronto parlamentare; respingendo gli oltre 350 emendamenti migliorativi che erano stati presentati anche a nome d’importanti esponenti della comunità scientifica. Ne è scaturita una legge ideologica e inadeguata: non tutela la salute della donna, nega a molte coppie la possibilità di accedere a tecnologie riproduttive, impedisce la ricerca scientifica.
La fecondazione medicalmente assistita è l’aiuto che la scienza offre a coppie che non possono avere figli. 
Può inoltre aiutare coppie fertili, ma portatrici di malattie ereditarie o infettive, a far nascere bambini sani. Ma ecco la scuola Alonzi di Via Valignano, vicino alla Circonvallazione Ostiense, tanta altra gente, altre attività; in quei pochi minuti d’attesa prima dell’uscita dei bambini, continuo a chiedere opinioni su questa Legge; parlo con Paola, mamma di due bei maschietti di cinque e otto anni, medico-immunologa: “E’ assurdo! Una legge non può impedire chela ricerca proceda anche al fine di guarire chi vive con la sola speranza
di una terapia nuova per il suo male.
Questa legge impedisce ai ricercatori di usare cellule staminali prelevate da embrioni congelati non utilizzati, cioè cellule che, debitamente orientate, sono capaci di moltiplicarsi, consentendo la cura di una serie di organi vitali. La ricerca su queste cellule è considerata decisiva per la cura di malattie gravissime come il morbo di Parkinson, il diabete, la sclerosi, il
morbo di Alzheimer, i tumori.
Come medico e come libera cittadina mi chiedo se il governo si sia reso conto di ciò che ha prodotto con questa legge: ha tolto la speranza di cura, guarigione e futuro a circa dodici milioni di persone che soffrono di queste patologie e mi riferisco solo all’Italia”.
Mentre parlo con Paola, interviene un distinto signore di una certa età, non mi dice il suo nome, si limita a definirsi “un umile servitore dello Stato”; è un magistrato in pensione, oggi nonno a tempo pieno: “Se una donna vuole, deve poter esercitare la propria volontà; non si tratta di difendere solo il diritto di una persona, ma di tutelare il principio di laicità dello Stato, il quale non può decidere per scelte che riguardano la vita privata di una coppia. Ci vuole più tutela sociale. Pensate che nessuna legge al mondo prevede che l’ovulo fecondato, ancor prima che si formi l’embrione, il che accade solo dopo alcuni giorni, sia riconosciuto persona giuridica: così facendo si mette in conflitto l’embrione con la madre.
Siamo al  paradosso giuridico: con questa norma il medico non potrà fare nulla nel caso di un embrione con una grave patologia trasmessa geneticamente”.
Quanta verità e saggezza nelle parole di questo nonno! Ho rispetto per tutte le opinioni su un tema tanto complesso e che attiene alla sfera stessa della dignità umana, ma sicuramente c’è un quesito che esige un’unica risposta: può una legge decidere che l’embrione ha piu’ diritti di un bambino di dieci anni costretto sulla sedia a rotelle e che la scienza potrebbe aiutare a guarire?
C’è poi un ultimo punto su cui ragionare: la fecondazione eterologa. A questa pratica si ricorre solo in casi gravissimi di infertilità, dopo un percorso di fallimenti e dolore. Una coppia che sceglie di procreare utilizzando gameti di donatori esterni compie comunque un atto d’amore. Oggi in Italia non si può fare, ma, come al solito, chi ha i mezzi economici necessari si può recare in tutti i principali paesi europei dove la fecondazione eterologa è consentita.
Il referendum del 12 e13 giugno chiede che anche in Italia si dia la possibilità di ricorrere a questa tecnica, presso ospedali pubblici, anche a
chi ricco non è. La piu’ bella testimonianza su quest’ultimo spinoso argomento è di Claudia e Sandro, bella coppia di quarantenni del quartiere: “Noi siamo stati fortunati, i nostri figli sono venuti naturalmente e forse, anche per la nostra etica, non accetteremmo la fecondazione eterologa, ma mai e poi mai negheremmo ad una donna e ad un uomo che si amino di realizzare il sogno di diventare genitori. Certo, le regole ci vogliono per evitare il proliferare delle cosiddette ‘nonne-mamme’ o della pratica dell’utero in affitto, però assolutamente non negando il diritto ad avere dei figli. Se passeranno queste imposizioni finirà che manometteranno anche la Legge 194 sull’interruzione di gravidanza o quella sul divorzio. Le premesse si intravedono.
Ci potete giurare. Per questo è importante andare a votare. Noi andremo e andranno anche i nostri genitori che sono anziani, pensando al futuro dei nipoti e voteremo quattro Sì!”.
I referendum non chiedono l’abrogazione di tutta la legge ma solo di alcuni articoli dannosi per milioni di donne e di uomini. Il Sì alla loro abrogazione è anche una manifestazione di rispetto verso le persone, tutte, è amore per la vita.

 

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E’ Festa

4 giugno 2005: un quartiere da vivere nel segno della cultura

E’ Festa

Tutto pronto per la dodicesima edizione della Festa per la cultura, la giornata in cui le piazzette della Garbatella si trasformano in auditorium all’aperto di rara bellezza, i luoghi dove vengono accolti i diversi linguaggi dell’arte e insieme ad essi l’idea di una diversa vivibilità del territorio

di Alessandra De Luca

Anche quest’anno alla Festa per la cultura, l’atteso appuntamento del primo sabato di giugno, i comitati di quartiere, le scuole di musica, di teatro, di danza, le associazioni, i centri sociali, i singoli artisti e le singole persone, metteranno in strada la propria creatività per sottolineare, attraverso essa, il valore incalcolabile che le realtà di base culturali e sociali rappresentano nel territorio.
Dalle prime ore del pomeriggio del 4 giugno a notte inoltrata, nelle piazze storiche della Garbatella si snoderanno in contemporanea le molteplici performance degli artisti partecipanti. …..

4 giugno 2005: un quartiere da vivere nel segno della cultura

E’ Festa

Tutto pronto per la dodicesima edizione della Festa per la cultura, la giornata in cui le piazzette della Garbatella si trasformano in auditorium all’aperto di rara bellezza, i luoghi dove vengono accolti i diversi linguaggi dell’arte e insieme ad essi l’idea di una diversa vivibilità del territorio

di Alessandra De Luca

Anche quest’anno alla Festa per la cultura, l’atteso appuntamento del primo sabato di giugno, i comitati di quartiere, le scuole di musica, di teatro, di danza, le associazioni, i centri sociali, i singoli artisti e le singole persone, metteranno in strada la propria creatività per sottolineare, attraverso essa, il valore incalcolabile che le realtà di base culturali e sociali rappresentano nel territorio.
Dalle prime ore del pomeriggio del 4 giugno a notte inoltrata, nelle piazze storiche della Garbatella si snoderanno in contemporanea le molteplici performance degli artisti partecipanti.
La logica della contemporaneità dello svolgimento degli eventi è l’aspetto che da sempre contraddistingue la Festa. Un aspetto fortemente voluto dagli organizzatori dell’associazione Controchiave per consentire a ciascun spettatore di abbandonarsi alla casualità del percorso, di lasciarsi guidare dalla piacevole fatalità degli incontri e di costruire un’esperienza del tutto personale della Festa.
L’edizione di quest’anno mostra particolare attenzione alle espressioni più significative dell’arte popolare e quella contemporanea, a ribadire il confronto, 1 sempre indispensabile, tra tradizioni e presente. Accanto al tradizionale programma musicale che si snoda tra Piazza Longobardi, Piazza Masdea, Piazza Damiano Sauli, Fontana di Carlotta e Via Passino, la Festa si arricchisce di un circuito fatto di mostre, punti informativi, punti vendita del commercio equo e solidale, prodotti artigianali, ecc.  A partire da venerdì 3, presso il giardino della Villetta di Via Passino anche l’Associazione Cara Garbatella sarà presente con un fitto programma di intrattenimento, discussione e ristoro. Ecco il programma:

Venerdì 3
Ore 17, Incontro-dibattito sul tema: Spazi liberati, opportunità per le associazioni culturali.
Ore 20, Cantautori italiani. Ore 22, Gruppo musicale Kerfak.

Sabato 4
Ore 18, Gruppo Basso Tenore. Ore 19, Gruppo Dreams Slaves.
Ore 20, Gruppo Slight Return. Ore 22, Acciari Brothers.

 

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Grazie Caragarbatella

Grazie Caragarbatella

Federico Pastorelli

I consensi certo non ci dispiacciono, anche se ci imbarazzano, perché sappiamo che il prodotto che offriamo ai lettori non è perfetto. L’affettuosa lettera che ci invia Federico Pastorelli, segretario dei Democratici di sinistra dell’XI Unione municipale, e che qui pubblichiamo, ci incoraggia a proseguire nel nostro impegno, basato tutto sul volontariato e sull’amore che portiamo al quartiere nel quale abbiamo la fortuna di vivere. Cara Caragarbatella, ti scrivo pensando ai tuoi appassionati lettori, perché credo che tu, in questi anni, ti sia conquistata …..

Grazie Caragarbatella

Federico Pastorelli

I consensi certo non ci dispiacciono, anche se ci imbarazzano, perché sappiamo che il prodotto che offriamo ai lettori non è perfetto. L’affettuosa lettera che ci invia Federico Pastorelli, segretario dei Democratici di sinistra dell’XI Unione municipale, e che qui pubblichiamo, ci incoraggia a proseguire nel nostro impegno, basato tutto sul volontariato e sull’amore che portiamo al quartiere nel quale abbiamo la fortuna di vivere. Cara Caragarbatella, ti scrivo pensando ai tuoi appassionati lettori, perché credo che tu, in questi anni, ti sia conquistata la stima e la fiducia di tanti cittadini. Lo hai fatto raccontando la storia di questo straordinario quartiere, di chi ci ha abitato, vissuto, lavorato, contribuendo a costruire una identità forte, popolare, riconosciuta oltre i confini della stessa nostra città. Lo hai fatto descrivendo come un quartiere, oggi rione, con una sua storia radicata, sia comunque proiettato nel futuro mantenendone salva la sua struttura, pur lambito e permeato dalle piccole e grandi trasformazioni urbane. E lo hai fatto soprattutto schierandoti, non promettendo quella fastidiosa neutralità che molti strumenti della comunicazione, giornali, tv, dicono di praticare. Non è un caso che buona parte dei tuoi fogli siano occupati da storie di antifascisti, di partigiani, da episodi che legano la storia della Garbatella alla Roma liberata e all’Italia della Costituzione repubblicana. In tempi di revisionismo è importante mantenere ferma la memoria, tenere la barra dritta sulla storia, quella autentica e non riscritta. E’ importante perpetuare il ricordo delle centinaia di battaglie che il nostro popolo ha dovuto combattere per la libertà e per la democrazia.
Viviamo in tempi difficili, nei quali le notizie si rincorrono, si sovrappongono, si annullano in pochi giorni. Viviamo in tempi in cui il più forte non è sempre chi racconta la verità, ma spesso è chi ha più mezzi, più risorse. Caragarbatella è un giornale giovane, è una piccola voce, anche critica e libera e per questo importante. E il senso di queste poche righe vuole essere un semplice ringraziamento.
Grazie cara Caragarbatella.

 

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Via dopo ventuno anni il parroco di Santa Galla

Via dopo ventuno anni il parroco di Santa Galla

Avevamo appena licenziato l’articolo dedicato all’altare di Santa Galla quando ci viene segnalata una notizia che ci lascia stupiti: don Franco Amatori, parroco da quasi 21 anni, lascerà – non per sua volontà – la chiesa della Circonvallazione cui ha dedicato tanta passione e tanta parte della sua vita. Dagli stessi parrocchiani raccogliamo meraviglia e sconcerto. Escluse motivazioni di ordine morale, nessuno sa darsi una spiegazione plausibile di una simile decisione. Don Franco è uno di loro. I più anziani ne ricordano …..

Via dopo ventuno anni il parroco di Santa Galla

Avevamo appena licenziato l’articolo dedicato all’altare di Santa Galla quando ci viene segnalata una notizia che ci lascia stupiti: don Franco Amatori, parroco da quasi 21 anni, lascerà – non per sua volontà – la chiesa della Circonvallazione cui ha dedicato tanta passione e tanta parte della sua vita. Dagli stessi parrocchiani raccogliamo meraviglia e sconcerto. Escluse motivazioni di ordine morale, nessuno sa darsi una spiegazione plausibile di una simile decisione. Don Franco è uno di loro. I più anziani ne ricordano la famiglia: i genitori e sei figli.ranco Amatori, parroco da quasi 21 anni
Il padre, dipendente dell’azienda tranviaria, restò ucciso durante il secondo bombardamento di Roma nell’estate del ’43, al Tiburtino. E per la guerra, non a Roma ma nelle originarie Marche dove erano sfollati, morì anche uno dei ragazzi, una bambina. Nel Lotto 26 di Via Roberto de Nobili la famiglia restò fino al 1958. Don Franco, in seminario dall’età di 11 anni, prese i voti nel ’59. Lavorò prima a Donna Olimpia e poi, per alcuni anni, con il movimento della Gioventù studentesca.
Personalmente ricordo la condizione catastrofica della parrocchia al tempo in cui egli ne prese la cura nel 1984: ancora squassata dalle bombe della guerra e da cedimenti statici causati da una edificazione autarchica, si dovette procedere a una totale ristrutturazione. Purtroppo andò perduto l’ospizio, che don Franco adesso contava di ripristinare, nello spirito e nella tradizione assistenziale di Santa Galla. Nella chiesa della Garbatella egli aveva portato una eccezionale carica di vivacità che tutti gli riconoscono, accompagnata da una forte attenzione al livello culturale, testimoniata dal recupero dell’antico altare, dall’allestimento del grande organo sul quale vengono di continuo eseguiti concerti, dalla creazione di un teatro che ospita spettacoli di qualità che arricchiscono il quartiere, dalla fondazione di una Associazione culturale. Molto forte è l’attività di assistenza sia dal punto di vista materiale che spirituale. Funzionano un Centro di ascolto molto frequentato e innumerevoli altre iniziative. Stando alle notizie forniteci da parrocchiani che, desolati, si sono rivolti al nostro giornale, don Franco dovrebbe lasciare Santa Galla a fine giugno. Non se ne conosce la destinazione.

 

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L’antico altare di Santa Galla un gioiello di epoca romana

Nella chiesa parrocchiale della Circonvallazione Ostiense

L’antico altare di Santa Galla un gioiello di epoca romana

di Cosmo Barbato

Quindici anni fa, dopo il suo recupero, gli fu dedicato un convegno di studi ad alto livello

La Garbatella somiglia a un meraviglioso scrigno che custodisce tanti splendidi gioielli. Tra questi c’è un’autentica perla, un monumento che non è originario del quartiere ma che ha acquisito ad honorem pieno diritto di cittadinanza. Ci riferiamo al magnifico altare della chiesa di Santa Galla alla Circonvallazione Ostiense, rielaborazione di un cippo sepolcrale romano di fine 1° secolo d.C. di marmo greco finemente scolpito. Ricorrono in questi giorni 15 anni da quando illustri archeologi e storici si riunirono nel Teatro in Portico, sottostante alla chiesa, in un convegno di studi dedicato al nostro altare, già appartenuto all’antica chiesa di Santa Galla, che si trovava alle pendici del Campidoglio, dove adesso c’è l’Anagrafe, e che fu demolita nel 1935 nel corso degli sventramenti operati dal fascismo.
La nuova chiesa di Santa Galla, inaugurata nel 1940, aveva ereditato quell’antichissimo titolo, ma non il suo altare, …..

Nella chiesa parrocchiale della Circonvallazione Ostiense

L’antico altare di Santa Galla un gioiello di epoca romana

di Cosmo Barbato

Quindici anni fa, dopo il suo recupero, gli fu dedicato un convegno di studi ad alto livello

La Garbatella somiglia a un meraviglioso scrigno che custodisce tanti splendidi gioielli. Tra questi c’è un’autentica perla, un monumento che non è originario del quartiere ma che ha acquisito ad honorem pieno diritto di cittadinanza. Ci riferiamo al magnifico altare della chiesa di Santa Galla alla Circonvallazione Ostiense, rielaborazione di un cippo sepolcrale romano di fine 1° secolo d.C. di marmo greco finemente scolpito. Ricorrono in questi giorni 15 anni da quando illustri archeologi e storici si riunirono nel Teatro in Portico, sottostante alla chiesa, in un convegno di studi dedicato al nostro altare, già appartenuto all’antica chiesa di Santa Galla, che si trovava alle pendici del Campidoglio, dove adesso c’è l’Anagrafe, e che fu demolita nel 1935 nel corso degli sventramenti operati dal fascismo.
La nuova chiesa di Santa Galla, inaugurata nel 1940, aveva ereditato quell’antichissimo titolo, ma non il suo altare, che era finito malamente ricoverato nella chiesa di San Giorgio in Velabro, addirittura con la faccia recante le sculture più belle addossata a un muro. Il merito del recupero, del restauro e della valorizzazione del prezioso marmo fu di don Franco Amatori, parroco di Santa Galla dal 1984, un figlio della Garbatella, nato 71 anni fa al lotto 26 di Via Roberto de Nobili, appassionatamente legato al quartiere, che gli ricambia stima e affetto per la sua costante azione pastorale ma anche per aver dotato la chiesa di quel prezioso marmo, oltre che di un organo addirittura strepitoso, uno strumento di ben 5000 canne, uno dei più grandi esistenti in Italia.
Ma torniamo al nostro altare. Santa Galla è una figura quasi leggendaria risalente addirittura al sesto secolo, una nobile che, rimasta vedova giovanissima, abbracciò la vita religiosa dedicandosi all’assistenza ai poveri. Avrebbe trasformato la sua casa in una chiesa dedicata alla Vergine e in un ospizio per ammalati e indigenti. La storia documentata della chiesa prende inizio però solo nel 1073, sotto il pontificato di un papa importante, Gregorio VII. L’8 luglio di quell’anno venne consacrato l’altare, nel quale furono riposte una quantità di reliquie elencate nell’epigrafe dedicatoria, che nel tempo sono andate disperse. Nel Medioevo la chiesa fu importante diaconia con titolo cardinalizio. Nel 1198, richiamandosi alla tradizione assistenziale della santa, vi fu annesso un primo ospedale per infermi. Ricostruita nella seconda metà del 1500, ospitava un’immagine ritenuta miracolosa, uno smalto su rame dell’XI secolo raffigurante la Vergine col Bambino benedicente: questa icona venne trasferita nella vicina chiesa di Santa Maria in Campitelli, costruita appositamente per voto del popolo romano dopo la peste del 1656. Nella seconda metà del ‘600 l’architetto Mattia de’ Rossi ricostruì la chiesa e l’ospizio di Santa Galla, che accolse prevalentemente i vecchi, sicché da allora a Roma dire santagalla è come dire vecchio. Poi nel 1935 il piccone rase al suolo chiesa e ospizio.
Fino a quella data il nostro altare era rimasto al suo posto. Probabilmente il suo successivo ricovero a San Giorgio in Velabro doveva avere carattere di emergenza. Certo è però che il suo recupero non fu facile. Ci volle molta costanza da parte dell’attuale parroco per rimuovere una sorta di diritto di usucapione che veniva accampato da chi lo aveva ricoverato per tanti anni. Nel 1988 l’altare finalmente tornò nel titolo storico di Santa Galla, ereditato dalla nuova chiesa della Garbatella. Poi, nel 1990, a cura dell’Accademia cardinal Bessarione, con l’intervento del cardinale vicario Poletti, si svolse il convegno di studi che abbiamo ricordato.
Da dove provenga il cippo funerario romano non è stato possibile stabilire. Il suo riutilizzo rientrava in quel clima di recupero dell’antico che caratterizzò un certo periodo del Medioevo. In particolare, altri cippi più o meno analoghi a quello di Santa Galla furono adattati ad altari. Il nostro è certamente tra i più belli. Si tratta di un parallelepipedo di finissimo marmo di circa un metro di lato, pesante 21 quintali. Non si sa a chi fosse dedicata quell’ara sepolcrale perché l’epigrafe originaria era stata scalpellata e sostituita con la dedicazione gregoriana. Risulta praticamente intatto invece l’ornamento artistico costituito, su tre facciate, da una finissima cornice con motivi vegetali intercalati con figurine animali. La quarta facciata, quella posteriore, la più bella, è interamente occupata dalla raffigurazione di un fronzuto albero di lauro, alla cui base e tra i rami si annida un folto e variato bestiario.
In occasione del convegno di quindici anni fa venne presentato anche il restauro, tenacemente voluto da don Franco Amatori, della grande tela seicentesca anonima, proveniente anch’essa dall’antica chiesa, rappresentante la leggenda di Galla e del pontefice Giovanni I che ricevono dalla Vergine la miracolosa immagine oggi venerata in Santa Maria in Campitelli. Quella pala d’altare fu fortunosamente recuperata dal primo parroco della nuova Santa Galla, don Teocle Bianchi, un prete che ha lasciato di sé un grande ricordo, iniziatore alla Garbatella, a partire dalle drammatiche vicende dalla guerra, di una tradizione di forte legame popolare che perdura ai giorni nostri.

 

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Alcune osservazioni sul “Quaderno della Resistenza”

Alcune osservazioni sul “Quaderno della Resistenza”

di C.B.

Ho accolto con vivo interesse e simpatia l’iniziativa editoriale del “Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense”, curato dall’Associazione Cara Garbatella col patrocinio del Municipio Roma XI.
Bellissime le testimonianze di partecipazione cristiana di sacerdoti e religiosi, al fianco della popolazione sofferente e dei combattenti per la libertà. Concedetemi ospitalità per un paio di precisazioni e per alcune considerazioni sull’impianto della pubblicazione.
A pag.66, nell’intervista di Cosmo Barbato a Libero Natalini si accenna a …..

Alcune osservazioni sul “Quaderno della Resistenza”

di C.B.

Ho accolto con vivo interesse e simpatia l’iniziativa editoriale del “Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense”, curato dall’Associazione Cara Garbatella col patrocinio del Municipio Roma XI.
Bellissime le testimonianze di partecipazione cristiana di sacerdoti e religiosi, al fianco della popolazione sofferente e dei combattenti per la libertà. Concedetemi ospitalità per un paio di precisazioni e per alcune considerazioni sull’impianto della pubblicazione.
A pag.66, nell’intervista di Cosmo Barbato a Libero Natalini si accenna a un Dario Reval. Si tratta in realtà di Reval Romani, che entrò nella Resistenza a 25 anni e fu valoroso partigiano, decorato per le sue azioni contro i tedeschi. Ricercato dai nazifascisti, nel tentativo di sorprenderlo e catturarlo in casa, in Via di Sant’Adautto, la sua famiglia subì ripetute brutali perquisizioni.

Viene poi accennato, a pagina 62, alla morte di Spartaco Proietti, fulminato su un pilone dell’alta tensione nel tentativo di issarvi una bandiera rossa. Accenno troppo fugace che potrebbe dare a tale azione il connotato di un atto spavaldo e di inutile orgoglio. Al contrario, azioni come quella che costò la vita a Proietti facevano parte di un lucido disegno strategico, erano cioè volte a seminare sconcerto tra i nazifascisti, per condizionarne il dislocamento delle forze nelle retrovie, impegnandole nella caccia ai partigiani anziché sul fronte.
E veniamo a ciò che non mi convince nell’impianto della pubblicazione: trovo che sia stato tenuto in ombra il nesso di continuità della Resistenza con la lotta antifascista che iniziò fin dall’inizio degli anni Venti. Spartaco Proietti
La partecipazione popolare alle manifestazioni antifasciste, seguite al 25 luglio del ’43 (caduta del fascismo) e agli episodi di guerriglia seguiti all’8 settembre dello stesso anno (annuncio dell’armistizio), non mi sembra spiegabile solo con l’insofferenza per i razionamenti e per i disastri della guerra. Credo ci fosse anche altro. C’erano appunto le motivazioni pregresse dell’antifascismo che fu sempre attivo durante tutto il Ventennio. Limitarsi a rappresentare della Resistenza il solo aspetto dell’eroismo e del sacrificio è riduttivo in quanto non aiuta a spiegare pienamente alle nuove generazioni la nostra storia e il nostro presente: una limitazione che alimenta una lettura della Resistenza come epica romanticistica della lotta armata, che è rimasta oggi retaggio solo di pochi avventurieri ignoranti che imbrattano i muri scambiandosi scritte truculente e provocatorie; una limitazione che oltretutto rischia di mutuare il messaggio di quei massmediologi che tentano di mutilare la Resistenza dalla sua connotazione antifascista.

Luciano Rossi

Cara Garbatella ci ha trasmesso, in quanto autori del “Quaderno”, la lettera di Luciano Rossi per un commento. Un albero non potrebbe nascere se prima non fosse stato piantato un seme. Nel “Quaderno”, le biografie di due martiri delle Ardeatine, Cinelli (comunista) e Mancini (del Partito d’Azione), testimoniano drammaticamente della loro lunga, tenace, sofferta e organizzata militanza antifascista. E ancora, si parla dei “sovversivi” che, fin dalla fine degli anni Venti, erano stati confinati nei cosiddetti alberghi suburbani (tra di essi, anche Spartaco Proietti e Mancini). Si parla di Luigi Pavoncello, antifascista di religione ebraica, abitante al Lotto 30, che “finiva preventivamente in gattabuia ogni volta che c’era una ricorrenza o un avvenimento di regime”. Si ricordano le parole che Spartaco Lombardi, operaio antifascista dell’Omi, rivolge ai figli che nel 1940 non vorrebbero partire per la guerra: “Se voi non andate sarebbe un dramma per la famiglia; andate figlioli e fate il meno possibile perché dall’altra parte troverete dei fratelli”. Si ricorda il forte nucleo antifascista delle Officine del gas dove poi, durante l’occupazione, si fabbricheranno clandestinamente i micidiali “chiodi a tre punte” per sabotare gli automezzi tedeschi. Potremmo continuare le citazioni. E’ da questa cultura che scaturiranno, dopo l’8 settembre, le gesta e il sacrificio di Giuseppe Felici, 21 anni, medaglia d’oro, studente, fucilato a Rieti; di Libero De Angelis, 22 anni, medaglia d’argento, operaio, fucilato il giorno della liberazione di Roma; del sottotenente Luigi Perna, 22 anni, figlio di un generale, morto combattendo alla Montagnola, medaglia d’oro. Non c’è dubbio, il seme dell’antifascismo aveva prodotto un robusto albero che a sua volta aveva dato buoni frutti. Tutto ciò ci sembra emerga chiaramente nel “Quaderno”. E’ chiaro che la nostra pubblicazione sulla Resistenza non era stata concepita come un trattato sulle sue origini, né avrebbe potuto esserlo date le sue dimensioni.
Le precisazioni. Natalini parlava di Dario e Reval, due distinti partigiani che citava per nome: nel testo un errore di stampa crea confusione. Reval era effettivamente Reval Romani. Quanto a Spartaco Proietti, se ne occupa Gianni Rivolta proprio in questo numero.

 

Una pubblicazione necessaria

Un significativo consenso al “Quaderno della Resistenza”, contenuto in una lettera indirizzata a Cosmo Barbato, giunge dal sacerdote padre Guido Chiaravalle, decano della Parrocchia e dell’Oratorio di San Filippo Neri.
Caro signor Barbato, la ringrazio per la bella pubblicazione che mi ha fatto avere: era necessaria per la storia del quartiere sia per coloro che hanno vissuto quegli eventi, sia per i giovani che devono conoscere le loro radici. La sua presenza così attenta nell’evidenziare alcuni aspetti antecedenti ha il suo posto nella vita del quartiere. Del resto quel che rende vera la nostra età è di elaborare con cura qualcosa tratta da una esperienza di vita ed offrirla: qualcosa che rende giovani spiritualmente. Tanti cari saluti.

p. Guido Chiaravalle

 

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Cultura popolare romana viva e forte nel quartiere

L’attività dell’Associazione “Garbatella 2000”

Cultura popolare romana viva e forte nel quartiere

di Pasquale Navarra

Un’associazione culturale che, con passione, tiene viva la tradizione teatrale e musicale romana non poteva mancare alla Garbatella. Ed il nostro giornale non poteva non interessarsene. Incontriamo così Alberto Mariotti e Antonio Savelli, rispettivamente direttore artistico e coordinatore di “Garbatella 2000”. Presidente ne è Daniele Leandri.
“La nostra associazione è nata nell’estate del 2000 – esordisce Mariotti – ma non è solo per la data che l’abbiamo chiamata così. Diciamo che il suo anno di nascita è stato un caso felice ed emblematico, perché suggerisce uno degli scopi primari …..

L’attività dell’Associazione “Garbatella 2000”

Cultura popolare romana viva e forte nel quartiere

di Pasquale Navarra

Un’associazione culturale che, con passione, tiene viva la tradizione teatrale e musicale romana non poteva mancare alla Garbatella. Ed il nostro giornale non poteva non interessarsene. Incontriamo così Alberto Mariotti e Antonio Savelli, rispettivamente direttore artistico e coordinatore di “Garbatella 2000”. Presidente ne è Daniele Leandri.
“La nostra associazione è nata nell’estate del 2000 – esordisce Mariotti – ma non è solo per la data che l’abbiamo chiamata così. Diciamo che il suo anno di nascita è stato un caso felice ed emblematico, perché suggerisce uno degli scopi primari che ci siamo prefissi: tenere viva la cultura popolare romana, dimostrare, pur nel nostro piccolo, che essa ha continuità nel tempo. Fondando ‘Garbatella 2000’ abbiamo avvertito il bisogno di raccogliere il patrimonio lasciatoci da Ettore Petrolini, da Aldo Fabrizi, da Fiorenzo Fiorentini e da altri ancora. Ci proponiamo quindi di dare continuità a questa grande cultura”.
“Ma diamo comunque spazio – aggiunge Savelli – anche ad altre espressioni artistiche, quali la musica rock, ad esempio, ed inoltre organizziamo serate danzanti con musica dal vivo in cui ci si può esibire nel liscio, nei balli latino-americani o degli anni ‘60”.
A Cara Garbatella molte delle vostre iniziative non sono sfuggite: Lo scorso mese di maggio, ad esempio, avete dato vita al ‘Cantalottoshow’ in molti lotti popolari del quartiere e l’iniziativa ha riscosso un certo successo…Spartaco Proietti
Mariotti: “Sì, e ne siamo lieti, naturalmente. Il ‘Cantalottoshow’, che certamente si ripeterà, è stata fra l’altro un’occasione per ricordare, senza alcuna retorica, che ciascuno di noi è espressione della cultura romana o romanesca”.
Savelli: “Dal 19 al 27 giugno poi abbiamo organizzato il ‘Garbatella show’ presso il Parco Pullino. Il sottotitolo era: ‘Roma e le sue melodie’. In quell’occasione si è potuto offrire, ogni sera, una summa di spettacoli rappresentativi di vari aspetti della cultura popolare romana. Protagonisti, infatti, sono state le canzoni, la comicità, gli stornelli, il teatro, il ballo, la musica folk. Oltre al pubblico stesso, naturalmente… In questa ed in altre occasioni ci siamo avvalsi del contributo di cantanti come Riccardo Amici, Antonella Idini, Liliana Ricci e Valentina, solo per citarne alcuni. Valentina ha solo quattordici anni ed è una autentica rivelazione. C’è poi il maestro Fabrizio Masci al pianoforte ed il tenore Franco Zaniol”. Mariotti: “Anche nel teatro spendiamo molto della nostra passione. Ad esempio in opere teatrali come ‘Romani de Roma’ di Petrolini e ‘Rugantino’, musical ante litteram. La musicalità infatti è connaturata al teatro popolare romano. Abbiamo rappresentato anche ‘Storia di Trastevere’ di Giuseppe Gioacchino Belli”.
Cara Garbatella sa che i succitati spettacoli hanno riscosso un bel successo. Alla recente rappresentazione di “Rugantino”, presso il Teatro in Portico alla Circonvallazione Ostiense, abbiamo avuto anche il piacere di assistere. La regìa era, come sempre, di Mariotti. Stefano Trotti ha interpretato la parte del protagonista, Silvia Bucciero e Anna Caterina Marino erano rispettivamente Rosetta ed Eusebia, mentre per il ruolo di Mastro Titta l’interpretazione è stata di Andrea Malafronte. Ogni componente del gruppo artistico ha messo il massimo della propria passione e del proprio talento. E’ stato uno spettacolo veramente trascinante che ci auguriamo venga replicato, perché ‘Rugantino’ è Roma, è parte del tessuto della sua storia, è parte della sofferenza che i romani hanno spesso affrontato con ironia…
Savelli: “Obbiettivo dell’associazione è anche quello di far emergere quei giovani talenti ingiustamente sconosciuti. Vorremmo infatti far apprezzare sia gli attori di cui riconosciamo il valore sia quei cantanti che rappresentano le nuove leve della canzone romana. Abbiamo nel contempo anche un altro obiettivo: rendere accessibili al maggior numero possibile di persone il teatro, la musica, il ballo”.
Gli spettacoli organizzati da “Garbatella 2000” sono ad ingresso gratuito. Ma oltre a ciò è il modo in cui vengono proposti che attira simpatia. Nel febbraio del 2004 l’associazione organizzò, presso l’ex Teatro Colombo uno spettacolo dal titolo “Buon compleanno Garbatella”. Ci si augura che si possa replicare il prossimo anno.
Mariotti: “Ci teniamo molto ad organizzarlo ancora, tanto più che la Garbatella si avvia verso i novant’anni. Ameremmo anzi disporre di un luogo più grande e centrale del quartiere. Ce lo auguriamo davvero”.
Se lo augura anche Cara Garbatella, che appoggerà questo e altri progetti di “Garbatella 2000”.

 

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Lotta alle barriere architettoniche: percorsi tattili nelle stazioni Metro.

Dopo che un non vedente finì sotto le ruote del treno alla stazione Garbatella. Quel che deve essere ancora fatto

Lotta alle barriere architettoniche: percorsi tattili nelle stazioni Metro.

di Valerio Maccari

La striscia bianca che delinia il percorso tattile alla stazione della metro di Garbatella È stata necessaria una tragedia affinchè si prestasse ascolto ad una minoranza. Per anni l’Unione Italiana Ciechi ha chiesto interventi per la sicurezza nelle metropolitane romane. Per anni ogni richiesta è caduta nel vuoto. Solo quando Giampiero Cassio, non vedente di 61 anni, ha trovato una morte orrenda sotto le rotaie, non si è più potuta ignorare la voce dei non vedenti. L’incidente che ha portato via Giampiero ai suoi familiari, infatti, non può essere ricondotto solo ad una tragica fatalità. …..

Dopo che un non vedente finì sotto le ruote del treno alla stazione Garbatella. Quel che deve essere ancora fatto

Lotta alle barriere architettoniche: percorsi tattili nelle stazioni Metro.

di Valerio Maccari

La striscia bianca che delinia il percorso tattile alla stazione della metro di Garbatella È stata necessaria una tragedia affinchè si prestasse ascolto ad una minoranza. Per anni l’Unione Italiana Ciechi ha chiesto interventi per la sicurezza nelle metropolitane romane. Per anni ogni richiesta è caduta nel vuoto. Solo quando Giampiero Cassio, non vedente di 61 anni, ha trovato una morte orrenda sotto le rotaie, non si è più potuta ignorare la voce dei non vedenti. L’incidente che ha portato via Giampiero ai suoi familiari, infatti, non può essere ricondotto solo ad una tragica fatalità.Spartaco Proietti
È Il mattino del 15 luglio dello scorso anno, e Giampiero aspetta, come sempre, il treno che lo porterà al lavoro. Ma quel giorno qualcosa non funziona. All’ arrivo del treno, Giampiero scambia lo spazio vuoto fra i vagoni per la porta. Precipita tra i binari, senza che nessuno se ne accorga. Quando il treno riparte, per Giampiero non c’è più speranza. Il sopralluogo voluto in seguito dal pm Maria Bice Barborini alla stazione della Linea B di Garbatella ha finalmente accertato ciò che l’Uic sosteneva già da anni: le stazioni metropolitane romane nascondono per i portatori di handicap pericoli potenzialmente mortali. “Più volte – ha puntualizzato amaramente Tommaso Daniele, presidente nazionale dell’Uic – ci siamo rivolti alle amministrazioni competenti chiedendo di installare sistemi di annuncio delle fermate, di creare strisce di protezione lungo le banchine, di predisporre indicatori di direzione, acustici e luminosi come in molte città europee.Ma nulla o quasi nulla è stato fatto”. Invece, dopo la tragedia, qualcosa è stato fatto. In Campidoglio è stata creata una Commissione per l’abbattimento delle barriere architettoniche nei trasporti pubblici romani. I lavori sono iniziati quasi subito, ed adesso le metropolitane romane dispongono di percorsi tattili che agevolano il percorso dei non vedenti fino alla banchina. Ma non è ancora abbastanza. La causa della morte di Giampiero – quel maledetto vuoto fra i vagoni – non è stata rimossa. “Perchè non fare come a Parigi – propone Annita Ventura, vicepresidente della sezione provinciale della Uic di Roma – dove tra un vagone e l’altro sono posti dei mantici, dei soffietti di gomma… Sempre a Parigi, poi, i treni si fermano a bersaglio, cioè sulla banchina sono indicati esattamente i punti in corrispondenza dei quali si apriranno le porte: così non si può sbagliare. E ancora: dovrebbero funzionare gli annunci sonori dentro i convogli, che spesso invece non si sentono; mancano poi i segnalatori acustici per aiutare un cieco a individuare i pulsanti apri-porte; dovrebbero esserci, infine, i percorsi tattili lungo i pavimenti di tutte le stazioni della metropolitana, per guidare la persona non vedente fino al treno”.Finchè le richieste di sicurezza dei non vedenti non saranno soddisfatte, c’è il rischio che possa ripetersi la tragedia che ha colpito Giampiero Cassio. La speranza, a questa punto, è che non ci sia bisogno di un’altra morte per convincere la direzione Met.Ro che la metropolitana deve essere un posto sicuro per tutti.

 

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Quegli arresti all’Osteria delle Tre Rose all’Ostiense

Marzo 1932: tredici operai, tra cui alcuni comunisti, cadono nella rete dell’Ovra.
Tra loro c’è Spartaco Proietti, abitava al Terzo Albergo della Garbatella

Quegli arresti all’Osteria delle Tre Rose all’Ostiense

di Gianni Rivolta

La scheda segnaletica di Spartaco Proietti presso gli archivi di polizia, redatta il 25 Aprile 1932 In una fresca serata di marzo del 1932, all’Osteria delle Tre Rose, in Via Ostiense 129, vengono arrestati tredici giovani operai, tra i quali alcuni attivisti comunisti della zona industriale tra il Gazometro e il vecchio Mattatoio. Sono tutti sotto i trent’anni: il più giovane, Mario Recchi, ne ha appena 18, mentre il più anziano, Spartaco Proietti, non ne ha ancora compiuti 27. Abitano tra Testaccio, Ostiense e Garbatella. Molti sono operai delle Officine del gas di San Paolo, altri sono scalpellini, falegnami, muratori.
Sono le 21 e l’aria frizzante annuncia la primavera. L’Osteria delle Tre Rose è vicina al ponticello, …..

Marzo 1932: tredici operai, tra cui alcuni comunisti, cadono nella rete dell’Ovra.
Tra loro c’è Spartaco Proietti, abitava al Terzo Albergo della Garbatella

Quegli arresti all’Osteria delle Tre Rose all’Ostiense

di Gianni Rivolta

La scheda segnaletica di Spartaco Proietti presso gli archivi di polizia, redatta il 25 Aprile 1932 In una fresca serata di marzo del 1932, all’Osteria delle Tre Rose, in Via Ostiense 129, vengono arrestati tredici giovani operai, tra i quali alcuni attivisti comunisti della zona industriale tra il Gazometro e il vecchio Mattatoio. Sono tutti sotto i trent’anni: il più giovane, Mario Recchi, ne ha appena 18, mentre il più anziano, Spartaco Proietti, non ne ha ancora compiuti 27. Abitano tra Testaccio, Ostiense e Garbatella. Molti sono operai delle Officine del gas di San Paolo, altri sono scalpellini, falegnami, muratori.Spartaco Proietti
Sono le 21 e l’aria frizzante annuncia la primavera. L’Osteria delle Tre Rose è vicina al ponticello, proprio nel punto in cui la Via Laurentina non è che una stradina in salita a sinistra dell’Ostiense. Un gruppo di giovani, dopo una giornata di lavoro ai forni del gas e sui cantieri, festeggia la partenza per la naia di alcuni di loro. Sono in tutto tredici. Il vino dei Castelli è già stato servito e tra il vociare si riempiono i bicchieri. Ad un tratto il silenzio. Le voci si strozzano in gola. Irrompono i poliziotti con le armi in pugno. La festa è finita, parlano le rivoltelle. I “sovversivi” vengono arrestati, caricasti sui furgoni e portati in questura. Non si è mai saputo da chi fosse partita la spiata. Alcuni di loro, noti comunisti di Garbatella e Testaccio, erano da tempo sotto stretta sorveglianza dell’Ovra, la polizia del regime, specializzata nella repressione degli antifascisti. Chi sono gli arrestati delle Tre Rose? I personaggi di spicco sono tre: Ariosto Gabrielli, Spartaco Proietti e Alfredo Di Giovampaolo.
Il primo, Gabrielli, è un muratore di 25 anni, abita in Via Luca della Robbia 36 a Testaccio. Ex responsabile dei giovani comunisti del quartiere, ha già conosciuto il confino politico. E’ nato a Roma il 29 ottobre 1907. Nel ’25 viene fermato perché sorpreso a distribuire manifestini contro il regime. Nel gennaio 1927 subisce il primo arresto al Gianicolo, mentre teneva una riunione segreta con altri otto compagni. Non appena ritorna da Lipari, dove era stato internato nel 1928 per scontare tre anni, riprende a svolgere intensamente propaganda comunista negli ambienti operai. Alla polizia risulta incontrarsi, nell’Osteria di Via Roma Libera 18, in Trastevere, con altri antifascisti: vengono citati Daniele Bellanti, Armando Cesaroni e Aldo Conti. E’ segnalato come il maggior diffusore dell’Unità clandestina e di Avanguardia nel quartiere e nelle fabbriche. Dopo l’arresto alle Tre Rose viene rimandato al confino di polizia per cinque anni nell’isola di Ponza, che raggiungerà il 20 maggio del 1932. Ma Gabrielli tornerà a Roma nel maggio 1942 e l’anno dopo verrà richiamato alle armi. Dovrà attendere, come migliaia di soldati, l’8 settembre per far ritorno a casa.
Spartaco Proietti era nato a Roma il 25 dicembre 1905. Era verniciatore di automobili e abitava al Terzo Albergo suburbano della Garbatella, il Lotto 43, lo stesso in cui abitava, con moglie e sei figli, un altro antifascista, Enrico Mancini, martire alle Ardeatine. Prima dell’arresto nel marzo 1932 Proietti era già stato segnalato come elemento pericoloso per il regime. Nel febbraio del 1925 nella sua casa, nel corso di una perquisizione, erano stati trovati manifestini “sovversivi”, dei quali non volle rivelare la provenienza. Con l’arresto alle Tre Rose, a Spartaco la Commissione provinciale comminerà due anni di confino da scontare nella colonia di Ponza. Ma per una sopraggiunta amnistia il provvedimento verrà commutato in ammonizione. La sua vita però verrà segnata da quell’arresto, tanto che l’anno successivo si vedrà costretto a scrivere al direttore generale della Pubblica sicurezza Arturo Bocchini per chiedergli di far rallentare la vigilanza nei suoi confronti. Spartaco infatti non riesce più a lavorare stabilmente: ogni volta il padrone di turno per cui lavora, a causa delle frequenti visite dei poliziotti in officina, lo licenzia per non avere noie. Ma la sua militanza non verrà meno. Spartaco Proietti rimane una delle figure luminose dei comunisti della Garbatella, non abbastanza ricordate. Durante la Resistenza militò nella VII Zona dei Gap romani. Morì tragicamente su un traliccio dell’alta tensione per issare una bandiera rossa, il 6 novembre 1943, alla vigilia dell’anniversario della Rivoluzione russa. Dopo la Liberazione gli venne intitolata la palestra di pugilato più famosa del quartiere, nel seminterrato del Terzo Albergo, dove aveva abitato. In quei locali ha trovato posto, ormai da anni, la sede della Cgil di zona.
Alfredo Di Giovampaolo, 25 anni, operaio alle Officine del gas, abitava in Via Miani, tra l’Ostiense e San Saba. La polizia lo teneva già sotto controllo perché svolgeva propaganda antifascista. Dopo l’arresto alle Tre Rose verrà condannato a tre anni di confino a Ponza, commutati in due anni di ammonizione per amnistia e alla fine prosciolto sempre per amnistia alla fine del 1932. Cinque anni dopo finirà nuovamente nella rete dell’Ovra e il Tribunale speciale lo condannerà a due anni, scontati nel carcere di Civitavecchia. Per la sua famiglia sono anni di miseria.
La polizia non ha dubbi: i tre stavano cercando di rimettere in piedi il partito comunista nei quartieri San Paolo, Ostiense e Testaccio. Gli altri fermati di quella sera, a parte Ruggero Fabbri e Nello Righi di dichiarata fede antifascista, erano solo dei giovani simpatizzanti. I loro nomi: Spartaco Meloni, Alberto Forestieri, Mario Recchi, Lorenzo Corrieri, Secondo Pasquali, Fausto Monaco, Vittorio Pucci, Fulvio D’Amico.
Gabrielli, Proietti e Di Giovampaolo rappresentavano un pericolo da stroncare: si avvicina il decennale della Rivoluzione fascista e alla stazione Ostiense sarebbero giunti molti capi di stato stranieri. Era tempo di fare pulizia.

 

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Quanti miti legati a quel fiume

Quanti miti legati a quel fiume

di Cosmo Barbato

Almone dio fluviale
La statua del dio Almone nella grotta della ninfa Egeria Almone era considerato un dio fluviale che perpetuava il nome di un giovane eroe legato al mito dell’arrivo di Enea, reduce dall’incendio di Troia, sulle coste del Lazio. Il figlio di Enea, Ascanio, un giorno, lungo le rive del fiume, saettò un grande cervo cacciato dai cani. Se ne dolse assai Silvia, figlia di Tirro, custode degli armenti di Turno re dei Rutili, che regnava ad Ardea. Ascanio non sapeva che quel cervo fosse molto amato dalla fanciulla, …..

Quanti miti legati a quel fiume

di Cosmo Barbato

Almone dio fluviale
La statua del dio Almone nella grotta della ninfa Egeria Almone era considerato un dio fluviale che perpetuava il nome di un giovane eroe legato al mito dell’arrivo di Enea, reduce dall’incendio di Troia, sulle coste del Lazio. Il figlio di Enea, Ascanio, un giorno, lungo le rive del fiume, saettò un grande cervo cacciato dai cani. Se ne dolse assai Silvia, figlia di Tirro, custode degli armenti di Turno re dei Rutili, che regnava ad Ardea. Ascanio non sapeva che quel cervo fosse molto amato dalla fanciulla, che lo aveva allevato. Gli uomini di Tirro pensarono invece ad un affronto e corsero alle armi. Ne nacque un cruento scontro, nel corso del quale cadde anche il primogenito di Tirro, il giovane aitante Almone. Turno, adirato, voleva portare guerra ai troiani, ma gli si oppose il re Latino, sovrano assoluto delle città laziali. Lo scontro però fu solo rinviato, perché in seguito il conflitto si riaccese e Turno resterà ucciso da Enea nel corso di un duello. Almone diverrà la divinità eponima del fiume presso il quale aveva perso la vita.

Sacro alla dea Cibele

Cippo romano con la nave che trasporta la dea Cibe. A destra la vestale Claudia Quintina. A partire dal 204 a.C. ogni 27 marzo si svolgeva nelle acque dell’Almone un rito di purificazione protrattosi per molti secoli, legato al culto di Cibele, la Magna Mater, la madre di tutti gli dei. Nel corso della Seconda Guerra Punica, nel 205 a.C., Roma si trovava in grave difficoltà: Annibale occupava buona parte dell’Italia e minacciava l’Urbe. Nei Libri Sibillini, custoditi nel Tempio di Giove Capitolino, i decemviri scoprirono un oracolo favorevole a Roma, se la città avesse accolto nelle sue mura la Magna Mater, il cui simulacro (forse un meteorite) era venerato in un santuario dell’Anatolia, a Pessinunte. Subito fu spedita una ambasceria presso il re di Pergamo Attalo I, da cui dipendeva Pessinunte, il quale concesse benevolmente la pietra. La nave che trasportava il prezioso dono giunse l’anno successivo alla foce del Tevere e prese a risalire il fiume. Le andò incontro, con una moltitudine di matrone e di notabili, Scipione Nasica, il patrizio più illustre presente al momento a Roma. Giunta alla confluenza dell’Almone, la nave si arenò. Si pensò a un funesto auspicio, come se la dea rifiutasse l’ospitalità di Roma. Inutili si rivelarono gli sforzi per disincagliarla, finché si avanzò Claudia Quinta, una vestale sulla cui castità si nutrivano gravi sospetti, la quale legò alla prua la sua lunga cintura, chiamando Cibele a testimone della sua illibatezza. Al debole tiro della fanciulla le acque dell’Almone liberarono la nave. Raggiunto il porto, il simulacro della dea fu trasportato in processione sul Palatino, dove le fu costruito un tempio. Il prodigio naturalmente scagionò la vestale e soprattutto diede coraggio e speranza ai romani. Da quel giorno ogni anno il simulacro di Cibele veniva trasportato solennemente sull’Almone, per rinnovare la sacralità dell’incontro con le acque purificatrici del fiume.

Lara figlia di Almone dea della maldicenza
Il dio fluviale Almone aveva una figlia, la ninfa Lara. Giove l’aveva punita mozzandole la lingua perché, per colpa sua, gli era fallita una avventura amorosa. Invaghitosi della ninfa Giuturna, bellissima sorella di Turno re di Ardea, il sommo dio per conquistarla aveva chiesto l’aiuto delle divinità fluviali, ma Lara aveva mandato a monte il progetto, rivelandolo alla moglie Giunone e alla stessa Giuturna. Questa fu trasformata nella omonima fonte salutare del Foro romano, mentre Lara fu affidata a Mercurio perché la confinasse negli inferi. Lungo il tragitto però Mercurio sedusse Lara e la rese madre dei Lari, che diverranno protettori dei crocicchi e dei recinti domestici. Dai romani Lara verrà considerata dea della maldicenza e, in contrapposizione, del silenzio eterno.

Dal l615 l’Acqua Santa
Dal l615 l’Acqua Santa La sacralità dell’Almone si rinnova singolarmente in età moderna quando acquistano fama le abbondanti acque di una sorgente, già nota ai romani, che si riversa nell’alveo del nostro fiume all’inizio della Valle della Caffarella. Ci riferiamo alla cosiddetta Fonte Egeria, nota come l’Acqua Santa di Roma. Le cronache parlano di una presunta guarigione dalla rogna di un contadino che vi si era bagnato il 15 ottobre del 1615. Sparsasi la voce, fu subito un accorrere di gente. Vi fece visita pochi giorni dopo anche papa Paolo V (1605-1621) durante il pellegrinaggio alle Sette Chiese: ordinò “che vi si facesse un bagno per lavarsi e così vi concorse tanta gente, chiamandola l’Acqua Santa”. Quest’acqua continuò ad essere tenuta in grande considerazione da molti altri papi: da Alessandro VII (1655-1667), da Pio VI (1775-1799), da Leone XII (1823-1829). Preferita da così tanti pontefici, viene ancora oggi apprezzata come una gradevole acqua oligominerale acidula-ferruginosa leggermente frizzante.

Il tempio del dio Redicolo

Mausoleo del II secolo d.C. , detto Tempio del dio Redicolo Redicolo, cioè che sovrintende ai ritorni. E’ un bellissimo mausoleo romano di II secolo d.C., sicuramente appartenuto alla proprietà di Erode Attico. Gli fu affiancato nel 1500 un mulino, mosso dalla corrente dell’attiguo Almone che attraversa la Valle della Caffarella. In passato gli antiquari ritennero erroneamente che fosse il tempio, da tempo ricercato, di Redicolo, divinità minore alla quale ci si raccomandava intraprendendo un viaggio o si recavano doni dopo un felice ritorno. Si sapeva infatti che in quell’area, prossima all’Appia, la strada che conduceva agli imbarchi per l‘Oriente, doveva trovarsi un santuario a lui dedicato, mai però ritrovato. Avallava l’errore anche il rinvenimento in zona di un tipico ex voto pagano legato ai ritorni che riproduce un’impronta di piedi. E’ venerato nella chiesetta del Quo Vadis perché scambiato per l’impronta dei piedi di Gesù, che in quel punto avrebbe fermato San Pietro che, sconfortato, si allontanava da Roma. Un’altra leggenda narra che Annibale, giunto alle porte di Roma, avrebbe desistito dall’occupare la città e si sarebbe ritirato, preso dal terrore inculcatogli dal dio Redicolo, che gli aveva sbarrato il passo.

Come visitare la Caffarella
La Valle della Caffarella, dove scorre l’Almone, si può visitare tutti i giorni. E’ facilmente raggiungibile in autobus o in metro sia dal lato della Via Latina (da Largo Tacchi Venturi) che da quello dell’Appia Antica. Ogni sabato e domenica è possibile partecipare a visite guidate o affittare biciclette. Il percorso è di 3,5 km. L’Ente Parco e il Centro visite sono in Via Appia Antica 42. Per informazioni chiamare il numero verde 800028000.

 

 

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Un sepolto vivo l’Almone fiume sacro della Garbatella

Non rivedrà più la luce l’ex affluente del Tevere degradato a fogna

Un sepolto vivo l’Almone fiume sacro della Garbatella

di Cosmo Barbato

Anni fa un fallito tentativo di risanamento. Ora tocca all’Acea separarlo dagli scarichi neri, ma al momento solo “esami della situazione e studio di progetti”. Qualche speranza? Tra un paio d’anni…
Il territorio della Garbatella è attraversato, fin dai tempi geologici, da un fiume, l’Almone, originato dalla sorgente Ferentina che si trova ai piedi di Marino. Come quasi tutti i corsi che nascono nella zona dei Castelli, porta acqua minerale e, nel momento in cui entra nella Valle della Caffarella, si arricchisce dell’abbondante apporto della Fonte Egeria, la cosiddetta Acqua Santa di Roma. Taglia poi l’Appia Antica …..

Non rivedrà più la luce l’ex affluente del Tevere degradato a fogna

Un sepolto vivo l’Almone fiume sacro della Garbatella

di Cosmo Barbato

Anni fa un fallito tentativo di risanamento. Ora tocca all’Acea separarlo dagli scarichi neri, ma al momento solo “esami della situazione e studio di progetti”. Qualche speranza? Tra un paio d’anni
Il territorio della Garbatella è attraversato, fin dai tempi geologici, da un fiume, l’Almone, originato dalla sorgente Ferentina che si trova ai piedi di Marino. Come quasi tutti i corsi che nascono nella zona dei Castelli, porta acqua minerale e, nel momento in cui entra nella Valle della Caffarella, si arricchisce dell’abbondante apporto della Fonte Egeria, la cosiddetta Acqua Santa di Roma. Taglia poi l’Appia Antica pressappoco all’altezza della chiesetta del Quo Vadis e si dirige verso il Tevere, di cui una volta era un affluente di sinistra, invadendo la profonda valle, nel tempo da lui stesso scavata, che si estende tra l’Aventino e i Colli di San Paolo, i rilievi questi ultimi sui quali sorge la Garbatella storica.Padre Guido Chiaravalli
Perché parliamo di “una volta”? Da quando in qua i fiumi spariscono? Giusto, il nostro fiume non è proprio sparito ma nel suo ultimo tratto è come se lo fosse. Scorre infatti a cielo aperto solo fino all’attraversamento dell’Appia Antica, dopo di che si ingrotta in un tunnel che lo inghiotte a partire dalla zona del Parco Scott, alle spalle di Piazza dei Navigatori. Caparbiamente però, pur scorrendo in galleria, continuava fino a qualche decennio fa a gettarsi nel Tevere. E usiamo ancora il passato, perché nel Tevere non gli è più consentito di sfociare. Ma allora, che fine fa?
Cominciamo col dire che l’Almone, per i romani antichi, era un fiume sacro, come testimonia lo stesso suo nome che richiama quello di un personaggio legato al mito dello sbarco di Enea, dopo la distruzione di Troia, sulle coste del Lazio. La sua sacralità si rafforzò nel corso della Seconda Guerra Punica quando, a partire dal 204 a.C., nelle sue acque il 27 marzo di ogni anno si svolsero riti di purificazione legati al culto della dea Cibele. In seguito il fiume, dopo aver irrigato per lungo tempo lussuosi giardini di una grande villa imperiale, venne usato per secoli a fini agricoli: per dare acqua ai campi, per abbeverare armenti, per muovere macine di frantoi e di mulini.
Incominciò ad essere utilizzato a fini industriali nei primi anni del secolo scorso, quando le sue acque presero ad alimentare una cartiera sull’Appia Antica; ma il suo declino prese l’avvio solo a partire dagli anni Venti, quando si procedette all’interramento del suo breve tratto finale, per consentire la costruzione della ferrovia Roma-Lido, che lo incrocia, e anche per fornire acqua alla ex centrale termoelettrica della Via Ostiense.
Tuttavia l’Almone continuò a sfociare nel Tevere, attraverso uno sbocco artificiale che si può osservare, oggi ahimè asciutto, traguardando dalla riva opposta del grande fiume. Ma le sue acque, ancora salubri, si andavano progressivamente guastando perché in esse furono sconsideratamente riversati gli scarichi della Garbatella, il quartiere che, a partire dal 1920, era in via di rapida espansione. Poi, alla fine degli anni Trenta, la costruzione della Via Imperiale (la Cristoforo Colombo), che attraversa il suo percorso, ne impose il totale interramento a partire dalla zona del Parco Scott. Tuttavia il colpo mortale il fiume lo ricevette nel dopoguerra quando fu colpevolmente tollerata l’immissione, lungo il suo tragitto, di innumerevoli scarichi abusivi, finché si giunse, incredibilmente, addirittura a disporre la confluenza in esso di pubblici collettori fognari, come quello del 4° Miglio. Risultato, le acque si inquinarono al punto che non fu più possibile riversarle nel Tevere. E allora, che farne? Semplice, si decise di deviarle nel grande collettore che si sviluppa sulla sinistra del Tevere, diretto al depuratore della Magliana. L’Almone da quel momento cessò di essere un affluente del Tevere.Padre Guido Chiaravalli
Tutto risolto? Neanche per idea. Pazienza che la Garbatella avesse perduto il suo fiume, dal momento che questo non poteva continuare ad attraversarne a cielo aperto il territorio, ma l’afflusso nel depuratore della Magliana di una massa così ingente di acqua (l’Almone ha una portata notevole) mise e continua a mettere in difficoltà l’impianto, costringendolo a un inutile logorante superlavoro. Così, agli inizi degli anni Novanta, si decise di porre mano al risarcimento dei danni sconsiderati prodotti nei decenni precedenti. Bisognava procedere alla separazione delle acque fognarie da quelle bianche del fiume: solo le acque nere sarebbero finite nel depuratore senza sovraccaricarlo, mentre quelle del fiume sarebbero tornate a sfociare nel Tevere.
Si trattava di un progetto complicato. Il tunnel originario, che è situato circa 15 metri sotto la Circonvallazione Ostiense, sarebbe stato relegato esclusivamente al trasporto delle acque nere, mentre le acque del fiume, dopo una complessa opera di risanamento lungo tutto il suo percorso, sarebbero state sollevate con un sistema di pompe e immesse in una nuova conduttura parallela, da collocare a una quota superiore. I lavori furono affidati a una ditta costruttrice che diede inizio a un grande scavo e alla posa di una grossa condotta metallica dal diametro di un metro: fu interrata lungo quasi tutto il tracciato della Circonvallazione Ostiense, al centro dei giardini. L’opera però dopo qualche mese si arrestò “sia per l’abbandono dell’impresa appaltatrice (fallita subito dopo l’assegnazione), sia per sopraggiunte difficoltà attinenti autorizzazioni da parte del Parco dell’Appia Antica”: questo è quanto ci riferisce l’Acea, subentrata però solo alla fine del 2002 nel servizio di fognatura comunale. Noi riteniamo che anche altri motivi abbiano consigliato di tergiversare per più di una dozzina d’anni: qualche riserva sulla validità del progetto, perplessità circa il costo elevato di una simile opera, dubbi sulla futura funzionalità di un impianto così complesso.
Appare chiaro che la Garbatella non potrà mai più riavere il suo fiume, che è condannato – risanato o no – a seguire un percorso sotterraneo. Dovremo dunque accontentarci di custodire un testimone della sua trascorsa esistenza, il ponticello ritrovato nel corso della recente sistemazione di Piazza Biffi, posto a sua decorazione come un monumento: era servito nei secoli scorsi per superare a piedi asciutti un piccolo affluente che pressappoco in quel punto sfociava nell’Almone.
La grotta della ninfa Egeria: è un ninfeo deI II secolo d.C. E la definitiva bonifica delle acque dell’Almone, perché possano essere nuovamente riversate nel Tevere, sia pure dopo un percorso sotterraneo? Non ci risulta sia imminente una ripresa dei lavori. L’Acea infatti, da noi interpellata, si limita a dichiarare che “la nostra Azienda ha esaminato la situazione nel suo complesso e ha programmato e avviato la progettazione di due ulteriori interventi per completare l’opera di risanamento idraulico ed igienico del fiume Almone”. Siamo dunque al livello di “esami della situazione” e di “avviamento di progetti”. Non viene fatto riferimento ad alcuna data. Più ottimista ci appare il progettista della complessa opera, l’ing.Maggi, che ha seguito la questione fin da quando, agli inizi degli anni Novanta, fu impostato il risanamento del fiume. Salvo imprevisti, qualcosa potrebbe cominciare a muoversi tra un paio d’anni. Chissà, forse un giorno l’Almone, risanato, pur se non rivedrà la luce potrà almeno tornare a ricongiungersi col padre Tevere.
La grotta della ninfa Egeria
A poca distanza dalla fonte dell’Acqua Santa, nella Valle della Caffarella un’altra sorgente si riversa nell’Almone. Proviene da una grotta trasformata in ninfeo, un lussuoso luogo di fresche delizie appartenuto a una ricca villa romana del II secolo d.C. Era stata di proprietà di Erode Attico, un colto e ricco nobile di origine greca che ebbe grande influenza presso la corte imperiale (fu precettore di Marco Aurelio). L’attribuzione della grotta alla ninfa Egeria, la mitica ispiratrice della legislazione di re Numa Pompilio, fu dovuta a un’errata interpretazione da parte degli antiquari del 1700. In fondo alla grotta si conserva ancora, purtroppo acefala, una rappresentazione scultorea del dio Almone.

 

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Accattonaggio minorile Contrastarlo è possibile

Accattonaggio minorile
Contrastarlo è possibile

di Paola Angelucci

Fuori dai supermercati, davanti agli uffici postali e alle chiese, lungo la Circonvallazione Ostiense quanti sono, anche nel nostro quartiere, i bambini che vediamo sempre più di frequente chiedere l’elemosina insieme ad una donna o ad un uomo adulti?
Spesso sono le stesse madri, esseri umani forse senza speranza, che portano con sé i propri figli più piccoli, più poveri, più inconsapevoli sperando così di suscitare nei passanti che recano borse piene di spesa quella pietà necessaria perché siano indotti a mettersi …..

Accattonaggio minorile
Contrastarlo è possibile

di Paola Angelucci

Fuori dai supermercati, davanti agli uffici postali e alle chiese, lungo la Circonvallazione Ostiense quanti sono, anche nel nostro quartiere, i bambini che vediamo sempre più di frequente chiedere l’elemosina insieme ad una donna o ad un uomo adulti?
Spesso sono le stesse madri, esseri umani forse senza speranza, che portano con sé i propri figli più piccoli, più poveri, più inconsapevoli sperando così di suscitare nei passanti che recano borse piene di spesa quella pietà necessaria perché siano indotti a mettersi la mano in tasca per tirare fuori, insieme allo scontrino del supermercato, alcuni spiccioli da deporre nel bicchiere di plastica che i bimbi imparano presto a maneggiare al posto di un giocattolo mancato.Padre Guido Chiaravalli
Figli immobili, addormentati, quasi anestetizzati da quel permanere per ore in uno stato catatonico, innaturale per la loro freschissima età.
A quei figli, così esposti a tutto e a tutti, possiamo offrire caritatevolmente qualche cosa: cibo, indumenti, uno scambio di parole gentili, ma non denaro se li rispettiamo veramente. Essi devono sapere che il loro stare per la strada non li premia, né arricchisce i loro parenti. Anzi li svilisce portandoli verso la perdita di se stessi.
La vera carità, la “pietas” antica non significa allungare frettolosamente una moneta e defilarsi, solo per togliersi un peso, un senso di colpa dalla coscienza, bensì vuol dire essere attivi su questo dramma sociale: quei bambini “valgono” esattamente come i nostri! Passando per Via Caffaro, dove scene del genere si incontrano assai spesso, se vedessimo un nostro nipotino o la figlia della nostra più cara amica seduti per terra ad elemosinare, tireremmo diritto o saremmo presi da un senso di amore e protezione che ci muoverebbe verso di loro?
Il Comune di Roma ha istituto già da parecchi mesi una Sala Operativa Sociale a cui ci si può rivolgere per contrastare – in modo costruttivo, laico ed eticamente corretto – l’accattonaggio minorile; quando vediamo un bambino in quelle condizioni telefoniamo al numero verde 800-440022244. Aiutiamo anche i figli degli altri a diventare donne e uomini sani e liberi.

 

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