L’Appia Antica continua a regalarci delle scoperte eccezionali. A pochi passi da dove nel 2023, fu ritrovata un’antica statua di Ercole, in questi giorni degli scavi archeologici, condotti dall’Università di Ferrara, al civico 39 della via Appia Antica, hanno portato alla luce un mosaico “insolito”.
L’ornamento musivo, composto da tessere bianche e nere, è databile tra la fine del II secolo e gli inizi del III secolo d.C. e presenta una decorazione che non trova molti confronti a Roma, poiché unisce un classico motivo a girali con elementi geometrici a doppia T che incorniciano campi figurati, il tutto racchiuso in una cornice a semicerchi.
Cos’è il progetto “Appia39”
Diretto dalla professoressa Rachele Dubbini e dal dottor Fabio Turchetta e iniziato nel 2022, il progetto “Appia39” coniuga l’esigenza del lavoro sul campo per gli studenti di archeologia con le nuove prospettive dell’archeologia pubblica, attraverso un’esperienza immersiva per la cittadinanza.
È possibile infatti, visitare lo scavo ed osservare da vicino il lavoro degli archeologi e i progressi, guidati dagli addetti ai lavori o provare realmente il lavoro dell’archeologo.
Altre informazioni sono disponibili sul sito del progetto e sulla pagina Instagram @appiantica39
[Municipium. Storia e Archeologia del nostro territorio. Rubrica a cura di Luca Canali]
Da Porta Ostiensis a Porta San Paolo
Come la Porta Appia, l’odierna Porta San Paolo è la meglio conservata della cinta aureliana. Da qui partiva la via Ostiense, che conduceva al porto di Ostia, da cui prendeva il nome, per poi essere cristianizzata in “Porta San Paolo” dovuto alla vicinanza della basilica dedicata all’Apostolo delle Genti.
Nella sua maestosità è possibile distinguere diverse fasi costruttive:
Prima fase: la porta presentava due ingressi, inquadrati da torri a pianta semicircolare
Seconda fase: nel periodo di Massenzio (306-312) vennero aggiunti due muri a tenaglia, con la controporta, anch’essa dotata di due fornici in travertino e vennero foderate le torri.
Terza fase: con l’imperatore Onorio (395-423), come nelle altre porte delle mura, i fornici di ingresso e della controporta vennero ridotti da due ad uno e le torri rialzate.
È qui che, durante la Guerra Greco-Gotica (535-553), il re ostrogoto Totila nell’autunno del 549, dopo aver posto sotto assedio Roma per la terza volta, riuscì a conquistarla grazie a un nuovo tradimento dei guardiani, che aprirono i battenti di Porta San Paolo al suo esercito.
Già dal V secolo e almeno fino al XV, come abbiamo già visto per Porta San Sebastiano, le porte aureliane erano concesse in appalto o vendute a privati per la riscossione del pedaggio per il relativo transito di merci e persone.
Granatieri a Porta San Paolo, foto tratta da “Trent’anni di vita italiana” di Pietro Caprioli
La Battaglia di Porta San Paolo
La sera del 9 settembre 1943, mentre le truppe tedesche marciavano sulla via Ostiense pronte ad occupare la Capitale, la 21ª Divisione fanteria “Granatieri di Sardegna” si spostò verso il centro, ingaggiando duri combattimenti alle Tre Fontane), attorno alla Collina dell’Esposizione (attuale quartiere EUR), al Forte Ostiense ed infine asserragliandosi a Porta San Paolo, che divenne un baluardo difensivo della Resistenza, protetta da barricate e carcasse di veicoli.
In aiuto dei granatieri accorsero numerosi civili armati alla meglio, i reparti della legione territoriale Carabinieri di Roma, il Reggimento Lancieri di Montebello, il I squadrone del Reggimento Genova Cavalleria, alcuni reparti della divisione Sassari, lo squadrone guidato dal tenente Maurizio Giglio e i paracadutisti del X Reggimento Arditi.
La Battaglia di Porta San Paolo ebbe inizio il 10 Settembre. A fianco dei granatieri trovò la morte Maurizio Cecati, diciassettenne, forse il primo caduto nella lotta di Liberazione.
Ai combattimenti partecipò il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini che si pose a capo di uno dei primi gruppi combattenti della Resistenza, anche utilizzando come munizioni delle pietre.
L’eroica difesa durò fino alle ore 17:00: l’accordo della resa di Roma era già stato firmato alle ore 16:00 dal generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, mentre i combattimenti ancora infuriavano.
Museo via Ostiense
Il Museo della Via Ostiense
Realizzato nel 1954, il Museo della Via Ostiense conserva materiali provenienti dal territorio compreso tra Roma e Ostia. Vanno segnalati tre arcosoli, dipinti provenienti da una tomba del III secolo ritrovata presso la Basilica di San Paolo, numerosi calchi di iscrizioni e cippi funerari. Nella torre orientale vi sono resti di affreschi databili tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, decorazioni di una cappella della comunità bizantina. Ad oggi, purtroppo è chiuso al pubblico.
Per approfondire
Coarelli F., Guida Archeologica di Roma
Piscitelli E., Storia della resistenza romana
Roatta M., Memoria sulla difesa di Roma, relazione all’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore Esercito, Brindisi, 18 gennaio 1944
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Nel 1976 il giornalista Osvaldo Pagani intervistò e trascrisse le memorie della signora Fedora Sandelli nel libro L’orgasmo del regime. La Sandelli si occupava di ricerca e di istruzione di ragazze da avviare alla prostituzione di alto bordo e nel 1934, venne incaricata, attraverso un tramite di Mussolini, di allietare le ore libere delle personalità politiche durante la visita di Hitler a Venezia.
Il compito venne svolto con successo e perciò alla donna venne affidato un nuovo incarico, stavolta direttamente dal Duce stesso nel suo studio a Palazzo Venezia: l’allestimento di un circolo riservato esclusivamente ai gerarchi del regime fascista.
La villa dei piaceri
La prima cosa da cercare fu la location. Fedora all’inizio pensava ad una villa a Lavinio o Torvajanica, ma “Carmelo” (nome fittizio usato dalla Sandelli per il tramite del Duce) disse che “certi personaggi possono contare solo su qualche mezz’ora di tempo libero”, per cui bisognava rimanere nella fascia romana ed aveva già adocchiato alcune soluzioni sull’Appia Antica e sulla Cassia.
Fedora, dopo diversi sopralluoghi, decise di acquistare una vecchia villa in stile ottocentesco “quasi a metà dell’Appia Antica […] ad una decina di minuti verso l’interno”. Dopo aver sistemato e rinnovato un po’ l’arredamento, vennero fatti colloqui per trovare le ragazze e stabiliti gli orari (dalle 18 alle 2 di notte) e i prezzi:
500 lire prestazione semplice
1000 lire da mezz’ora ad oltre un’ora
1300 lire trattenimento oltre mezzanotte
2000 lire da mezzanotte in poi.
L’inaugurazione e gli ospiti fissi
La grande inaugurazione avvenne il 23 marzo del 1935 e vennero tutti i grandi nomi del regime, tranne Mussolini: Galeazzo Ciano, Ettore Muti (di cui abbiamo parlato nell’articolo su Porta San Sebastiano), Giuseppe Bottai, Roberto Farinacci e tanti altri. Anche Italo Balbo, nelle occasioni in cui si trovava nella Capitale, anche se raramente, usufruiva dei servizi. Ospiti fissi erano il Conte Ciano, Muti, Bottai e molti ufficiali della milizia, funzionari del partito e del Ministero degli Esteri.
Ascesa e caduta
Festini, cene galanti, feste di compleanno, orge, il tutto innaffiato con fiumi di champagne… questa era la vita nella villa a cui nel corso del tempo si aggiunsero anche le SS ed Hermann Goering tra gli altri. Tutto cominciò a scemare con l’entrata in guerra, poi la caduta del fascismo e l’armistizio e pochi giorni dopo l’8 Settembre, la signora Fedora lasciò e chiuse per sempre la villa dei piaceri.
[Municipium. Storia e Archeologia del nostro territorio. Rubrica a cura di Luca Canali]
Nello scorso articolo, abbiamo parlato di vie e piazzali spariti o che hanno cambiato nome, ma non sono i soli ad essere scomparsi durate i cambiamenti urbanistici dei quartieri del Municipio Roma VIII.
Vicolo Ampliato
Era situato a Tor Marancia, corrispondeva al tratto di strada attualmente denominato via di SantaPetronilla, una zona che fino agli anni Cinquanta era tutta un’area campestre. Il vicolo era affiancato da una via omonima, ed entrambi furono soppressi nel 1955, più o meno quando si conclusero le edificazioni delle attuali case popolari.
Il nome derivava non dalla sua dimensione, ma dalla vicinanza e dalle memorie epigrafiche del Cubicolo di Ampliato nelle Catacombe di Domitilla.
Vicolo Tamariceto
Iniziava da fuori Porta San Paolo (anche se in alcuni documenti è posto fra la Garbatella e il Fosso di Grotta Perfetta) e prendeva nome da una zona ricca di tamerici, piante spontanee mediterranee e coltivate per ornamento.
Tamariceto – Tamarix
Vicolo della Caffarella
Aveva principio da Porta San Sebastiano e si snodava costeggiando la tenuta della famiglia Caffarelli, da cui il toponimo.
Dinastia di cui si hanno notizie fin dal 1186, anche se la loro ascesa si ebbe nel XVI secolo quando ottennero il titolo di duchi. Il loro patrimonio terriero era tale da possedere tenute e casali che si estendevano da Roma ad Ardea, lungo le vie Appia e Ardeatina, all’interno dell’agro romano.
Vicolo della Caffarelletta
Andava dal vicolo della Caffarella e si inoltrava nella campagna verso una piccola tenuta dipendente dalla Tenuta della Caffarella.
Per approfondire
Carpaneto Giorgio, I vicoli di Roma
La foto in evidenza ritrae il vicolo della Caffarella nel 1930 ed è tratta dal sito Roma Ieri Oggi.
[Municipium. Storia e Archeologia del nostro territorio. Rubrica a cura di Luca Canali]
Continuiamo la storia della Porta Appia, riprendendo dall’epoca medievale.
Tasse e gabelle
Tutte le porte delle Mura Aureliane, almeno fino al XV secolo, venivano concesse in appalto o vendute a privati cittadini per la riscossione del pedaggio per il relativo transito: negli “Statuti delle gabelle di Roma” di Sigismondo Malatesta (1888) è riportato un bando del 1467 che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno; in un altro documento datato 1474 veniamo a sapere che il prezzo d’appalto per le porte Latina e Appia insieme era pari a “fiorini 39, sollidi 31, den. 4 per sextaria” (cioè ogni sei mesi). Le quantità di gride, editti e minacce che venivano emessi contro gli abusi dei riscossori dimostra quanto questi arrotondassero i loro guadagni provenienti dal transito in modo illecito.
Porta trionfale
Sotto il suo fornice, la nostra porta ha visto passare due ingressi trionfali. Il 5 aprile 1536, in occasione della visita dell’imperatore Carlo V, Antonio da Sangallo trasformò la porta in un vero e proprio arco di trionfo, ornandola di statue, colonne e fregi e l’avvenimento è ricordato in un’iscrizione sopra l’arco che, con un’adulazione un po’ eccessiva, paragona Carlo V a Scipione l’Africano: “CARLO V ROM. IMP. AUG. III. AFRICANO”. Qualche anno più tardi, il 4 dicembre 1571, Porta San Sebastiano fu di nuovo ricoperta di apparati scenografici per il corteo trionfale in onore di Marcantonio Colonna, il vincitore della Battaglia di Lepanto.
Casa di Ettore Muti (Archivio Fotografico Vasari)
La casa del gerarca
Pensando di meritare un alloggio degno della sua levatura ed incarico, Ettore Muti, il segretario del Partito Nazionale Fascista, decise di venire a vivere proprio all’interno della porta. Tra il 1941 e il 1943 la sistemazione di Porta San Sebastiano ad uso abitativo venne affidata all’architetto Luigi Moretti (tra i suoi altri edifici ricordiamo la Casa della Gioventù Italiana del Littorio a Trastevere, che oggi ospita la Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté). Dopo l’8 settembre 1943, la casa di Muti venne saccheggiata.
Il Museo delle Mura
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la porta viene riaperta al pubblico dal Comune che diede anche inizio alla stesura di un progetto per la realizzazione di un Museo delle Mura. Nel corso degli anni, però, e attraverso alterne vicende una parte dei locali fu adibita ad alloggio di servizio per il custode e la sua famiglia.
Il resto degli ambienti nel 1960 fu ceduto in uso al Ministero della Pubblica Istruzione perché vi installasse un Ufficio speciale dell’Appia Antica e poi un Museo della via Appia, ma il previsto Ufficio non entrò mai in funzione.
Il Comune tornò in possesso del monumento nel 1970; l’anno dopo la Ripartizione Antichità e Belle Arti vi allestì un piccolo Museo delle Mura: le aperture al pubblico erano limitate alla domenica e dopo qualche anno, purtroppo, si tornò di nuovo alla chiusura totale. Si deve attendere il 1984 per vedere la definitiva riapertura e sistemazione interna della porta, in occasione della mostra “Roma sotterranea”.
Nel 1989 è stato ufficialmente istituito il Museo delle Mura di Roma con Deliberazione del Consiglio Comunale, secondo la Legge Regionale del 1975.
Per visitare il Museo delle Mura consulta il sito istituzionale
[Municipium. Storia e Archeologia del nostro territorio. Rubrica a cura di Luca Canali]
Tra le porte che si aprono nei 19 km circa che costituivano la cinta muraria fatta innalzare dall’imperatore Aureliano (270-275) per difendere Roma, la meglio conservata e la più grande è la Porta Appia, denominata poi nella metà del XV secolo “Porta San Sebastiano”.
Una stratigrafia muraria
Prendetevi del tempo e tornate (o andate per la prima volta) a guardate la porta con attenzione e potrete notare ben cinque fasi costruttive:
La porta di Aureliano, due fornici gemelli si aprivano tra due torri (come le altre più importati della cinta). Sopra di essi, un secondo piano con finestre ad arco.
Con il primo rifacimento, le torri vengono ampliate, inglobando quelle precedenti, assumendo una pianta a forma di cavallo e con un rialzamento di un piano. Come controporta, venne utilizzato il preesistente arco, detto “di Druso”.
L’imperatore Onorio (401-402) aggiunge basamenti quadrati rivestiti di marmo.
Successivamente, ci sono alcune sistemazioni interne.
Infine le torri e il corpo intermedio vengono rialzati di un ulteriore piano.
San Michele il guerriero
Entrando nella porta e volgendo lo sguardo sullo stipite di sinistra, noterete un angelo che infilza un drago con una lancia affiancato da quest’epigrafe in latino:
«Nell’anno del Signore 1327, indizione XI, mese di settembre, penultimo giorno, nella festa di San Michele, entrò in città gente straniera e fu sconfitta dal popolo romano proprio qui. Giacomo de’ Ponziani, capo del rione.»
L’evento qui ricordato è la vittoriosa battaglia sostenuta dai Romani guidato da Giacomo Ponziani (la famiglia di Ceccolella, ossia Santa Francesca Romana) il 29 settembre (festa di San Michele) del 1327 contro il re di Napoli Roberto d’Angiò.
Ma le storie che ha in serbo la Porta Appia non sono ancora finite…
Se è vero che tutte le strade portano a Roma, non è scontato che questi antichi tracciati possano fregiarsi del titolo di patrimoni dell’umanità. È ciò che è accaduto all’Appia Antica, l’antica via che collegava Roma a Brindisi. Il verdetto positivo del Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Nuova Delhi, è arrivato il 29 luglio dopo un lungo iter di sopralluoghi e valutazioni. Tutto inizia nel maggio 2022, su iniziativa dell’allora Ministro della Cultura Dario Franceschini, che propone la candidatura del sito.
Ma da allora è stata fatta molta strada. Molta strada per le istituzioni, che nel 2023 depositano un dossier con i requisiti del sito, in parte stilato dalla Soprintendenza Capitolina e dagli uffici tecnici dei Municipi VII e VIII di Roma. Molta strada anche per Sanjin Mihelic, delegato del Icomos (International Council of Monuments and Sites), che lo scorso settembre ha percorso i tratti di maggior interesse dell’antica via. Una missione di valutazione, la sua, che ha concluso l’iter di candidatura.
(Foto di Alessia Samaritani)
Via Appia, una storia millenaria
L’Appia Antica non è solo un viaggio nello spazio – 540 chilometri di tracciato, quattro regioni attraversate – ma soprattutto nel tempo. Costruita alla fine del IV secolo a. C. per volere del censore Appio Claudio Cieco, la via che collegava Roma e l’antica Capua venne progressivamente allungata man mano che la conquista romana procedeva nel sud Italia, fino a Brindisi. In questo modo la Regina Viarum, nata come collegamento militare, divenne un importante canale di comunicazione che da Brindisi legava Roma alle rotte orientali. E da adesso tornerà ad essere percorsa in lungo e in largo, come attrazione archeologica e naturalistica riconosciuta a livello mondiale. L’ennesima bellezza italiana, sì, che però in questo caso affonda le sue radici a Roma, e in particolar modo nel Municipio VIII, dove si estende oltre il 70 per cento dell’omonimo parco regionale.
Un patrimonio mondiale che cambia il volto di un Municipio
Come cambierà adesso il volto del Municipio VIII? “La nomina dell’Appia Antica come patrimonio mondiale è un’ottima notizia per due motivi – ha commentato Monica Rossi, presidente della Commissione Cultura – Da una parte indica un notevole lavoro di squadra tra organi nazionali, regionali e locali sul campo della cultura, e poi si tratta di un ottimo punto di partenza per rilanciare il turismo in questo quadrante di Roma”.
(Foto di Alessia Samaritani)
In vista dell’aumento del turismo, la delibera del Ministero della Cultura “Caput Mundi” riserva parte dei fondi Pnrr alla riqualificazione di siti interni al parco, tra cui la basilica di San Sebastiano, il Parco degli Acquedotti e la villa Capo di Bove. Anche il progetto “Urbs dalla città alla campagna romana” mira a restaurare i luoghi di interesse dell’antica via, come ricorda il direttore del parco Simone Quilici in un’intervista a La Repubblica. “Il Comune di Roma ha avviato il cantiere per il Grab, il Grande Raccordo Anulare delle Bici” spiega Quilici in quell’occasione. Si tratta di un percorso ciclabile di oltre 50 chilometri che collegherà i siti centrali e quelli periferici di Roma: in altre parole, sarà possibile pedalare dal Colosseo al Mausoleo di Cecilia Metella. È partito inoltre un progetto di regolamentazione della mobilità sull’Appia Antica, tramite l’introduzione di una zona a traffico limitato.
Due mostre per celebrare l’Appia
Ma al di là dei turisti, l’Appia Antica affascina anche fotografi e artisti. Fino al 1° dicembre la villa Capo di Bove ospita una mostra fotografica che reca la firma del leccese Andrea Franzetta, inviato del National Geographic. Spostandosi al Casale di Santa Maria Nova, fino al 13 ottobre è allestita l’esposizione L’Appia è moderna, a cura di Claudia Conforti, Roberto Dulio, Simone Quilici e Ilaria Sgarbozza. In questo caso non solo fotografie, ma anche disegni, dipinti, e perfino illustrazioni e manifesti pubblicitari restituiscono una visione atipica della via, ponendo in particolare rilievo le trasformazioni del secolo scorso.
Dopo le dodici fatiche e altre colorite vicende che l’hanno visto protagonista, il mito di Ercole non smette di stupirci e la forza delle sue imprese è oggi ancora più viva, grazie al rinvenimento della marmorea statua avvenuto recentemente al Parco Scott, nel quartiere Ardeatino.
Era il 25 gennaio quando, durante l’esecuzione di alcuni lavori di manutenzione alla rete fognaria, a pochi metri dal sepolcro di Priscilla, fu ritrovata questa antica statua alta circa due metri. A fugare ogni dubbio sul fatto che si trattasse proprio di una raffigurazione dell’Eroe greco furono i dettagli che la arricchivano: una clava impugnata nella mano e della pelle di leone a copertura del capo.
Un ritrovamento di notevole rilievo, sia per importanza storica, sia per il buono stato di conservazione.
Dopo un primo restauro e pulizia a cura dell’ente del Parco Archeologico dell’Appia Antica, la statua dell’Ercole di Parco Scott è già visibile al pubblico.
Per ammirarla bisogna recarsi, entro il 1° maggio, alla cisterna che si trova all’interno della Villa dei Quintili, dove è allestito un cantiere per i lavori archeologici. La statua è visitabile dal martedì alla domenica, dalle ore 9:00 alle ore 18.00. L’accesso, previo pagamento del biglietto, è possibile sia da via Appia Nuova 1092 che da via Appia Antica 251.
In occasione della Festa della Liberazione del 25 aprile, l’ingresso sarà gratuito.
In seguito, si procederà a un ulteriore restauro e a uno studio più dettagliato per capire datazione ed origine.
E’ partito il conto alla rovescia per l’ingresso della via Appia Antica nella lista dei beni appartenenti al patrimonio mondiale Unesco. Si è svolta, infatti, alle Terme di Diocleziano la cerimonia per la firma del protocollo d’intesa che ha formalmente avviato la candidatura della Regina viarum, così definita dal poeta Stazio, tra i siti archeologici sotto la tutela delle Nazioni Unite.
L’Italia, con cinquantotto siti, due più della Cina al secondo posto, è leader della lista che si pone lo scopo di identificare e mantenere i luoghi che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale.
Le dichiarazioni di Amedeo Ciaccheri
“Il Municipio VIII, che ha l’onore di rappresentare l’ottanta per cento dell’area romana del Parco Archeologico dell’Appia Antica, sostiene in pieno l’iniziativa per l’iscrizione della storica via nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco”. Afferma Amedeo Ciaccheri, Presidente del Municipio VIII.
“La via Appia è una radice storica del nostro territorio – prosegue – e rappresenta la vastità romana dal punto di vista culturale, commerciale, della comunicazione e dei trasporti.
Si tratta di un paesaggio unico al mondo – sottolinea il minisindaco – in particolare il Parco Archeologico, a cui vanno aggiunte le tenute agricole storiche interrotte dagli acquedotti e dai resti delle ville imperiali. Dunque – conclude – non può che essere considerato a pieno titolo un patrimonio dell’umanità”.
Un lavoro iniziato 4 anni fa e che ora, comincia a dare i propri frutti. Il Comitato della Caffarella, dopo continue richieste al Dipartimento Patrimonio, al Campidoglio, esortazioni alla Sindaca Raggi, finalmente si riprende le aree espropriate dai gestori che occupavano il parco senza alcun titolo. 14 ettari di verde, di un valore storico e naturalistico immenso, erano state infatti espropriate nel 2005 e lasciate agli ex proprietari. Ma proprio ieri, da Via Appia Antica 43-45 sono iniziati i primi sgombri.
La prima cascina che è stata sgomberata era utilizzata da un concessionario di automobili. Ora si ipotizza, che attraverso gli scavi, si possa recuperare il Tempio di Marte Gravido. Insomma, da un concessionario di Hyundai ad un piccolo sito archeologico per tutti i cittadini romani. Ma non finisce qui, il Comitato della Caffarella non si ferma ed ora chiede che anche gli altri siti espropriati vengano liberati. Ma si ritengono comunque soddisfatti di questo primo passo e ringraziano l’Amministrazione Comunale, i Municipi VII e VIII e l’Ente Parco Appia Antica.
Di Ilaria Proietti Mercuri
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I film che nel corso degli anni sono stati girati alla Garbatella
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