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Tag: Pietre d'inciampo

Altre due pietre d’inciampo alla Garbatella, in memoria di Libero De Angelis e Giuseppe Felici

Una mattinata all’insegna della memoria in via Guglielmo Massaia, nel cuore della Garbatella dove, in presenza di due classi delle scuole medie Moscati e Macinghi Strozzi, sono state installate due nuove pietre d’inciampo al civico 22 e 65, dedicate al ricordo di Libero De Angelis e Giuseppe Felici, giovani partigiani uccisi dai soldati tedeschi durante la Resistenza.

Il primo, socialista delle brigate Matteotti e collaboratore dell’Oss ( i servizi segreti americani), cresciuto nel Lotto 28, venne arrestato in seguito ad una delazione e condotto nel famigerato carcere di via Tasso il 3 aprile del ’44, per poi essere trucidato dai nazisti in fuga insieme ad altri 13 prigionieri sulla via Cassia, in località La Storta. L’eccidio avvenne il 4 giugno, proprio il giorno in cui arrivarono gli alleati a liberare Roma.

Mentre Felici, di cui non rimane nessun familiare in vita, fu una delle 15 vittime del cosiddetto eccidio delle Fosse Reatine. Appena ventenne, dopo aver partecipato nel settembre del ’43 alla difesa di Porta San Paolo, entrò a far parte dei gap comunisti e fu inviato a coordinare la Resistenza in Sabina, territorio d’origine della sua famiglia. Venne catturato dai tedeschi durante un conflitto a fuoco nel comune di Cantalice, nei pressi del Terminillo, nei primi giorni di aprile del ’44 e fucilato il 9, in una località isolata vicino all’aeroporto di Rieti. Due giorni prima, il 7, in quella che fu definita “La Pasqua di sangue” a Leonessa furono fucilati 51 cittadini dopo un maxi-rastrellamento operato dai tedeschi in quello che era stato già dichiarato territorio libero.

                                       

Le dichiarazioni di Ciaccheri e Vetri

La posa della pietra d’ottone in memoria di Libero De Angelis è avvenuta in presenza della pronipote Carlotta che, introdotta dal Presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri, gli ha reso omaggio ripercorrendone la storia. “Vogliamo fare in modo che il ricordo – ha detto il minisindaco – sia materia viva e funga da stimolo di approfondimento delle narrazioni, e di ascolto attivo da parte delle nuove generazioni, inserendosi nel tessuto urbano come biografia eterna di ciò che è stato e che la rete di cittadini e istituzioni può impegnarsi a far sì che non si ripeta”.

“E se, come sostiene D.Huberman, – ha ricordato l’assessora Maya Vetri – l’immagine ha più memoria e più avvenire di chi la guarda, le pietre incassate nelle strade andranno a costituire una geografia di identità per rendere giustizia a vite spezzate e, soprattutto, a contrastare la barbarie con la conoscenza, la consapevolezza, la cultura”

I promotori e gli intervenuti

L’iniziativa, a cura di Adachiara Zevi, è un progetto organizzato dall’associazione Arte in Memoria a cui hanno partecipato e sono intervenuti oltre al Presidente del Municipio, l’assessora municipale alla Cultura Maya Vetri, il Sindaco di Leonessa Gianluca Gizzi, Bice Miglia dell’associazione Arte in Memoria, Marco Serafino Fiammelli, vicepresidente dell’associazione nazionale ex deportati e Gianni Rivolta, giornalista e direttore di Cara Garbatella.

Le altre pietre d’inciampo nel quartiere

Le due nuove pietre d’inciampo si aggiungono a quelle già impiantate negli scorsi anni in onore dei martiri delle Fosse Ardeatine Enrico Mancini e dei fratelli Francesco e Giuseppe Cinelli, a quella in memoria delle deportate di religione ebraica Emma Di Porto, situata in piazza Ricoldo da Montecroce, e Fortunata Perugia in piazza Eugenio Biffi.

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Per ricordare Enrico Mancini, Emma Di Porto e i Fratelli Cinelli deposte le pietre d’inciampo.

Chi non ha memoria non ha futuro. Lo hanno capito i numerosi cittadini, le associazioni del quartiere, l’Anpi e gli amministratori locali, che venerdì 21 hanno partecipato con emozione e orgoglio all’iniziativa Memorie d’Inciampo a Roma, promossa dall’associazione Arte in Memoria.

Il Municipio VIII ha pagato un tributo spaventoso alla Lotta di liberazione dal nazifascismo. Ai 335 uomini trucidati alle Fosse Ardeatine – dove va subito la memoria dell’eccidio – si aggiungono le decine di deportati nei campi di sterminio, i bombardamenti dell’Ostiense del marzo del 1944 e gli scontri armati contro la Wermacht, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre alla Montagnola e a Porta San Paolo. 

Il primo appuntamento della mattinata si è svolto in via Percoto5, davanti al Terzo albergo, ultima dimora di Enrico Mancini, ricorda una targa di marmo del 1947. Antifascista e abile ebanista – come ha ricordato il pronipote Jacopo Smeriglio – aderente al Partito d’Azione dal 1942, con l’8 settembre entrò nella Resistenza. La sua attività terminò con l’arresto il 7 marzo del 1944, il giorno dei bombardamenti dell’Ostiense e della Garbatella, nel suo ufficio al centro di Roma, dove aveva aperto una nuova attività di commerciante di prodotti agricoli.

Condotto alla Pensione Oltremare, vicino alla stazione Termini, venne torturato dagli sgherri fascisti della banda Koch e successivamente trasferito alla Pensione Iaccarino, altro luogo di detenzione e tortura gestito dai fascisti italiani.

Il 18 marzo fu rinchiuso a Regina Coeli in attesa di processo, dove riuscì a far pervenire alla famiglia un biglietto. Fu prelevato dal carcere il 24 marzo e trasportato alle Fosse Ardeatine, dove morì assassinato all’età di 47 anni, lasciando la moglie e sei figli.

Estremamente toccante è stata anche la deposizione della pietra d’inciampo in Piazza Ricoldo da Montecroce, dove i nazisti il 9 maggio del 1944 prelevarono Emma Di Porto. Per la misera somma di 400 lire intascate da un delatore, fu arrestata mentre usciva di casa per andare a sfamare la sua gallina, unica fonte di sostentamento della famiglia.

La signora Di Porto, 45 anni, cittadina romana di religione ebraica, era nota nel quartiere per la sua generosità e la sua mitezza.  Era conosciuta nei lotti Icp anche perché era solita accompagnare le giovani puerpere al parto.  

Dopo l’arresto venne internata nel campo di smistamento di Fossoli vicino Modena, gestito dai fascisti di Salò, da dove fu fatta salire su un carro bestiame e spedita ad Auschwitz per essere assassinata il 30 giugno dello stesso anno. 
Il tragico destino toccato alla signora Di Porto è stato molto simile a quello di tanti altri cittadini romani di religione ebraica finiti nelle camere a gas di AuschwitzBirkenau, traditi e venduti da persone abominevoli. 

L’ultimo appuntamento della mattinata è stato quello in via Antonio Rubino, proprio davanti alla casa che aveva ospitato i fratelli Giuseppe e Francesco Cinelli, nati rispettivamente nel 1902 e nel 1899. Il ricordo dei Cinelli è toccato ad un emozionato Giancarlo Proietti, direttore editoriale di Cara Garbatella e memoria storica della Sinistra del quartiere.

Francesco era dipendente della Romana Gas e forse il meno impegnato politicamente, mentre Giuseppe era comunista e facchino ai Mercati Generali. Dopo l’8 settembre ebbe un ruolo di spessore nella Resistenza presso il comando della Settima Brigata Garibaldi di zona. Noto come sovversivo, molto prima dell’occupazione nazista, ormai latitante, tornò a dormire per una sera nella sua casa di Via Rubino insieme al fratello. Una scelta incauta, ma probabilmente dettata da cause di forza maggiore. Catturati la sera del 22 marzo furono torturati dalle SS di Kappler e Priebke nella prigione di via Tasso prima di essere assassinati alle Fosse Ardeatine.

A Giuseppe Cinelli, dopo il 4 giugno del 1944 all’indomani della liberazione di Roma, fu intitolata la sezione dei comunisti della Garbatella, la Villetta. 
La posa in opera delle pietre d’inciampo dedicate ai fratelli Cinelli è stata richiesta dagli abitanti del Lotto dove vivevano, come ha sottolineato l’Assessora alla memoria Maya Vetri, che nel rammentare la figura dei due martiri ha sottolineato: “Ricordare è un atto etico e rendere pubblica una memoria privata apreuno spazio laico di riflessione. Le pietre d’inciampo sono proprio questo: un antidoto al revisionismo, uno stimolo attivo verso la ricerca storica, un’opera d’arte senza fine che punta alla diffusione territoriale della memoria. Un inciampo fisico e visivo che fa conoscere”. 

Tutto parte da un progetto dell’artista tedesco Gunter Demnig -progetto cominciato nel 1992 a Colonia – che consiste nel depositare nel selciato stradale delle città europee, dove è stata forte la presenza della barbarie nazifascista, dei blocchi di pietra ricoperti da una piastra di ottone sulla faccia superiore con il nome e le date di nascita e morte delle vittime di deportazioni o di omicidio politico. La pietra, grande pressappoco quanto un sampietrino, circa 10 x 10 cm, viene posta davanti all’ultima dimora abitata dal condannato. L’espressione “inciampo” viene dunque usata non in senso letterale, ma visivo: vuole indurre il passante a notare le pietre di diverso materiale e farlo fermare a riflettere su quanto accaduto, per poi ricordarlo. A Roma l’associazione Arte in memoria dal 2010 ne ha già deposte più di 300.
Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare (Liliana Segre).

Di Stefano BAIOCCHI

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Tor Marancia ricorda Giovanni Tagliavini

Due anni fa, su iniziativa dell’associazione Parco della Torre, fu lasciato un segno indelebile a Tor Marancia, la posa di una pietra d’inciampo in memoria di Giovanni Tagliavini. Abitante della borgata, fu identificato come elemento indesiderabile a causa della sua insofferenza al regime nazifascista e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, dove morì il 2 febbraio 1945. La sua storia è stata già narrata in un nostro precedente articolo.

A 76 anni dall’uccisione di Giovanni si è svolta, davanti alla pietra d’inciampo in via Valeria Rufina 66, un’intima cerimonia di commemorazione, a cui hanno partecipato la famiglia Tagliavini, alcuni abitanti del quartiere e membri del Municipio VIII. Tra loro l’assessora Michela Cicculli, delegata alla memoria storica.

Gli interventi e le letture che si sono susseguiti quest’anno hanno sottolineato come la propaganda fascista riuscì ad attecchire anche grazie alla passività e l’indifferenza delle persone, davanti all’orrore dei campi di sterminio e del confino di Polizia. Una lezione che purtroppo sembra ripetersi ancora oggi, con i migranti al confine dell’Italia o nei centri di espulsione e d’identificazione.

Al termine della commemorazione sono stati deposti dei fiori rossi accanto alla pietra d’inciampo e sono state liberate alcune lanterne, che hanno illuminato il buio del cielo, in memoria di Giovanni Tagliavini e di tutti gli altri “indesiderabili” della borgata.

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