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Tag: Storia del quartiere

La Garbatella amata da Mirkoeilcane

INTERVISTA AL CANTANTE ROMANO PREMIATO A SANREMO
di francesca Vitalini

Nato a Roma e cresciuto nel quartiere Garbatella, Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane, classe ’86, inizia da bambino a suonare la chitarra. Come musicista compone colonne sonore, sigle e spot pubblicitari, testi e musiche per altri artisti, finché nel 2015 intraprende la carriera da solista e pubblica il suo primo ed omonimo lavoro “Mirkoeilcane”, che ottiene il plauso della critica. Nel 2018 esce il suo secondo album “Secondo me” e con il singolo “Stiamo tutti bene” partecipa al Festival di Sanremo nella sezione Nuove proposte: si classifica al secondo posto e vince il premio della Critica Mia Martini.
Nello stesso anno il brano ottiene altri importanti riconoscimenti: il premio Enzo Jannacci di Nuovolmaie alla migliore interpretazione Sezione Nuove Proposte, il premio PMI (music) alla musica
indipendente e quello Sergio Bardotti per il miglior testo. Ultimo in ordine di tempo il premio Tenco, dedicato alla canzone d’autore, come migliore canzone. Stai vivendo un 2018  importantissimo, come pensi di concluderlo?
Spero con una vacanza!
Ovviamente sto scherzando.
Sono impegnato con il tour, iniziato a maggio, la cui ultima tappa sarà a Roma il 20 dicembre all’Auditorium Parco della Musica. Con il 2019 inizierà, poi, la preparazione di un nuovo album…
c’è da fare ancora! Qual è, secondo te, il successo del singolo “Stiamo tutti bene”, che racconta uno dei tanti viaggi della disperazione nel Mediterraneo, questa volta visto dagli occhi di un
bambino?
Credo sia lo stesso tema trattato, sempre in primo piano nelle agende politiche e dei media, un argomento che divide l’Italia, così come ha diviso la critica.
L’ho affrontato usando come punto di vista la storia di un bambino perché è fondamentale affidarsi all’esperienza diretta più che al sentito dire, che abitualmente genera incomprensione, paura, che a loro volta sono l’anticamera del razzismo.
Ma ecco, un artista può sollevare il tema, è poi responsabilità dei media dare la giusta informazione sulla migrazione e non generare false paure.
I tuoi testi sono impegnati e nello stesso tempo carichi di quell’ironia sarcastica del tutto romana. Cos’altro ti hanno insegnato Roma e la Garbatella?
Il sarcasmo è un modo di fare tipico dei romani, tra di noi ci capiamo, per altri è un atteggiamento inusuale, originale.
Garbatella, poi, mi ha insegnato la semplicità, la convivialità, l’immediatezza dei rapporti umani. Faccio parte dell’ultima generazione del citofono: ci si citofonava per giocare insieme
nel cortile, dove in sedici/diciassette stavamo per ore, finché non faceva buio. Questo tipo di vita, per un bambino, non è possibile in altri quartieri romani.
Ma è un tipo di vita che ti porti da grande, che ti forma nel relazionarti agli altri.
Attraverso tale sguardo sarcastico, come descriveresti la Garbatella. Ci diresti un suo aspetto negativo ed uno positivo?
A Garbatella c’è condivisione; si svolge un tipo di vita non individualistica e si rimane in contatto con la realtà. Di aspetti negativi ne vedo di meno ed hanno a che fare sia con il passato, quando, come borgata, si potevano incontrare delle situazioni di degrado sociale, sia con il presente: essere un quartiere centrale e ricercato lo porta a degli svantaggi, come il rischio di perdere l’ identità più popolare.
Ma è l’unico quartiere in cui vivrei a Roma per la sua dimensione calma, dilatata, a differenza dell’intera città, un ritmo che è utile per il mio lavoro.
Cosa pensi del cantautorato romano che sembra rifiorire in questi ultimi anni con tante proposte musicali diverse?
Sì, c’è molta varietà. Mi piace girare per i locali romani per ascoltare qualcosa di originale, a prescindere dal genere, ma spesso questa originalità è nascosta sotto cumuli di polvere, tranne rarissimi casi: pseudo direttori artistici che scelgono unicamente “musica per riempire i locali”, gli stessi locali organizzati più per chiacchierare che per apprezzare l’artista, impianti audio/
luci di serie c…ecco, in situazioni del genere puoi scrivere anche “La donna cannone”, ma nessuno la sentirebbe.
Non sono i tempi del Folkstudio, né quelli dell’underground romano con Fabi, Silvestri, Gazzè. C’è una proposta molto ampia, ma il cantautorato non è un’etichetta, non basta scrivere canzoni, bisogna creare un’emozione, ascoltare un brano con le gambe che tremano, creare condivisione. Questo è raggiungere l’eccellenza.

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Garbatella tra storia e leggenda

tra storia e leggenda
Altezza : 23 cm | Larghezza : 16 cm | Pagine : 201 | Data di pubblicazione : ottobre 2018 | Isbn : 9788862520744

di Gianni Rivolta

“Garbatella tra storia e leggenda” è un viaggio nel cuore del vecchio quartiere dell’Istituto case popolari. Tre passeggiate per immergersi nella bellezza incantata di questo rione, che rimane un’esperienza sociale e urbanistica unica nella città di Roma. Una piccola borgata operaia e marinara, sorta nel febbraio del 1920 a ridosso di un porto mai realizzato, progettata sognando le città giardino inglesi e tedesche. Le strade, le piazzette e i giardini dei lotti popolari dove sono cresciuti Maurizio Arena e Alberto Sordi, hanno ispirato da sempre intellettuali e scrittori come Pier Paolo Pasolini e Carlo Levi, i registi Luciano Emmer, Ettore Scola e Nanni Moretti. Negli anni la Garbatella è stata l’ambientazione privilegiata di molte fiction televisive di successo, da Caro maestro, alla lunga serie di Distretto di polizia, fino al fenomeno mediatico de I Cesaroni. Anche alcune scene del film cult Romanzo criminale sono state girate nei cortili degli Alberghi suburbani. Gli itinerari storici proposti sono arricchiti da schede di approfondimento, ma anche da fatti curiosi, personaggi e leggende popolari, che rendono più piacevole e interessante la lettura. Il tutto corredato da documenti originali e da fotografie inedite.

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Il condominio degli amori segreti

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Editore: Newton Compton | Collana: Anagramma | Anno edizione:2016 | In commercio dal: 1 settembre 2016 | Pagine: 286 p., | Rilegato | EAN: 9788854194755

di Livia Ottomani

A volte l’amore è un affare di condominio

I condomini sono riuniti al completo quando, nel loro palazzo alla Garbatella, arriva l’affascinante Daniele Bracci, un musicista che si fermerà lì per qualche mese. Daniele è frastornato dall’accoglienza più che calorosa. Matteo Spina, il saggio, lo recluta subito per lavorare nell’orto condominiale. Paolo e Rudy, che vivono nell’attico, pensano già a un pranzo di benvenuto. Giovanna, invece, vede in lui un fidanzato perfetto per la figlia Anita… Ma la mattina dopo, quando Matteo Spina blocca Anita per presentarle il nuovo arrivato, la ragazza ha uno shock: perché lei, quel Daniele Bracci, lo conosce bene, e dai tempi del liceo. E ha fatto di tutto per dimenticarlo. E ora? Dovrà fingere di non averlo mai visto prima? Certo, Anita non è l’unica, nel condominio, ad avere qualcosa da nascondere. Giovanna, ogni lunedì, esce vestita di tutto punto. E con una scusa sempre buona per chi le chiede dove va. E Matteo Spina? Nemmeno lui la racconta giusta. Lo sa bene Pina, la pettegola del palazzo, che dietro alle persiane spia quello che accade, e annota poi tutto sul suo diario segreto…

Un condominio colorato, divertente e imprevedibile 
Tra gli scorci di una Roma immersa nei profumi della primavera, gli amori, i malintesi e gli inaspettati intrighi di un gruppo di bizzarri personaggi

Tutti i protagonisti:

Anita:
fa la guida turistica e vive con la madre nel lotto V della Garbatella.

Giovanna:
la madre di Anita, fa la sarta ed è la figlia della ex portinaia del lotto.

Matteo Spina:
il “tuttologo” del lotto, addetto alla cura dell’orto condominiale.

Pina:
la pettegola. Spia quello che accade e scrive tutto sul suo diario.

Paolo e Rudy:
la coppia che vive nel magnifico attico.

Daniele:
fa il musicista ed è il nuovo inquilino del lotto.

Mizuki:
si è trasferito a Roma dal Giappone e ha conosciuto Anita.

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Morte a Montecitorio

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Editore: Homo Scrivens | Collana: Dieci | Anno edizione: 2015 | In commercio dal:15 dicembre 2015 | Pagine: 176 p. Brossura | EAN: 9788899304331

Di Massimo Mongai

Antonio Destaino ha i superpoteri. Sì, perché, oltre a essere un commissario di polizia, è anche un deputato. E quindi, anche se è in aspettativa, può andare in giro armato, arrestare criminali e impartire ordini. E soprattutto, a meno che non venga colto sul fatto, non può essere arrestato senza una autorizzazione del Parlamento. Non può essere intercettato né perquisito, ma in compenso può fare visita a un pregiudicato in carcere senza chiedere permessi.
Lavora nella Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, fin quando in uno sgabuzzino di Palazzo Montecitorio scopre il cadavere della bellissima Contessa Lucrezia Santorre Bernini, dirigente dei servizi informatici della Camera. Delitto passionale? O politico? Non è mai successo prima nella storia d’Italia che qualcuno sia stato ammazzato dentro Montecitorio… Che si può fare? A quali procedure bisogna attenersi?
È proprio Destaino, visti i suoi superpoteri, l’uomo perfetto per indagare.
Che gli piaccia o meno. Si ritrova suo malgrado a indagare, e la trama che viene fuori è fitta come una maglia nera, inestricabile. Camorra, gelosie, interessi milionari…
E poi c’è Luna, che è un po’ la sua kriptonite. Luna è una giovane truccatrice della RAI, molto graziosa, strana e sexy. Gli indebolisce i superpoteri, perché lo distrae. E lui non si può far distrarre: se no gli sparano, lo picchiano, lo diffamano. O almeno ci provano. E Destaino non è davvero invulnerabile.
Però ci va vicino.

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La nostra via

La nostra via
Editore Palombi & Partner | Formato Brossura | Pubblicato 21/01/2013 | Pagine 56 | Lingua Italiano | Isbn o codice id 9788860605856

Di Enzo Gori

Questo libro fotografico testimonia “come nasce, cresce e si sviluppa la “nostra via”, la Circonvallazione Ostiense, e il nostro Quartiere da “Valle Dell’Almone a Campidoglio Due”, scrive Enzo Gori.

Una raccolta di fotografie d’epoca, oltre 150, che ci raccontano la trasformazione di un quartiere, Ostiense, dalle impalcature di edifici in costruzione alle scena di vita quotidiana come può essere la partenza in pullman per una gita. Immagini di una vita che si srotolava per le strade, con una dimensione domestica al di là delle quattro mura di casa. Perché, al tempo, la socialità si condivideva “fuori”: per le vie, all’oratorio, nelle botteghe del barbiere, dal “pizzicarolo” o dal calzolaio.

Enzo Gori illustra tutto ciò con il trasporto di chi ha vissuto in prima persona quella realtà domestica di quartiere.

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Sull’Appia, nel punto in cui confluisce la Via delle Sette Chiese La catacomba di S. Sebastiano fu sepoltura di Pietro e Paolo? Anno 258, durante la persecuzione di Valeriano: perché, in un luogo pubblico particolarmente esposto, ai cristiani fu consentit

Sull’Appia, nel punto in cui confluisce la Via delle Sette Chiese

La catacomba di S. Sebastiano fu sepoltura di Pietro e Paolo?

Anno 258, durante la persecuzione di Valeriano: perché, in un luogo pubblico particolarmente esposto, ai cristiani fu consentito di venerare la memoria dei principi degli apostoli? Feste pagane e feste cristiane. Il significato della data del 29 giugno per la festa dei fondatori della chiesa

di Cosmo Barbato

L’Appia Antica, nel punto in cui riceve l’apporto di Via delle Sette Chiese (asse portante, questo, intorno al quale si è sviluppata dal 1920 la nostra Garbatella), custodisce, tra i tanti altri monumenti, un importante luogo storico, che rappresenta al tempo stesso un enigma non risolto. Ci riferiamo alla catacomba e alla sovrastante basilica di San Sebastiano, uno dei luoghi più venerati a Roma dai cristiani delle origini.
Cominciamo col dire che l’attuale chiesa, opera seicentesca dell’architetto Flaminio Ponzio, occupa solo una navata di una più antica grande basilica cimiteriale paleocristiana, risalente all’epoca in cui la nuova religione conquistava diritto di legalità. basilica-costantiniana
La qual cosa accadeva con l’editto di Costantino del 313, dopo che l’imperatore ebbe sconfitto l’anno precedente l’ex collega e avversario Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio. La grande basilica paleocristiana, dedicata agli Apostoli Pietro e Paolo (era detta appunto Basilica Apostolorum), fu uno dei numerosi luoghi di culto sorti a Roma all’epoca di Costantino, primi fra tutti le basiliche di San Pietro in Vaticano e di San Giovanni in Laterano. Ma è stata affacciata anche l’ipotesi che la sua costruzione fosse stata iniziata già sotto lo stesso Massenzio, di cui si conosceva la tolleranza verso i cristiani.
Costantino o Massenzio, siamo nel IV secolo: che cosa giustificava il desiderio dei fedeli di costruire una grande solenne basilica sull’Appia, in un luogo tradizionalmente deputato ad accogliere sepolture? E’ evidente che il tempio, pur avendo un carattere precipuamente funerario, segnalava un luogo particolarmente venerato.
Doveva trattarsi di qualche episodio strettamente legato alla tradizione del martirio a Roma dei prìncipi degli Apostoli, Pietro e Paolo, ritenuti fondatori della Chiesa.
Facciamo un passo indietro di qualche secolo. Pietro e Paolo sarebbero stati martirizzati a Roma il 29 giugno del 64 sotto l’impero di Nerone, il primo crocifisso nel Circo di Caligola in Vaticano e l’altro decapitato sulla Laurentina, con l’accusa contro i cristiani di aver provocato un terribile incendio che devastò la città, documentato però tra il 18 e il 27 luglio di quell’anno: è evidente l’incongruenza delle date. Per superare la contraddizione si pensò di spostare la data del martirio al 29 giugno del 67, ma poi anche quest’altra data fu abbandonata perché insostenibile alla luce della critica storica. Vediamo le fonti cristiane. La prima menzione della data del 29 giugno si trova nel cosiddetto “Cronografo” del 354, redatto quasi tre secoli dopo la possibile data della morte degli Apostoli.
Altra menzione è nel “Decretum Gelasianum” del 382, dove si precisa che i due furono martirizzati nello stesso giorno (coincidenza davvero singolare, visto che le esecuzioni sarebbero avvenute in circostanze e luoghi diversi). La “Depositio martyrum” inclusa nel “Cronografo” dice anche che il “dies natalis” degli Apostoli (cioè il giorno del martirio) risaliva al tempo del consolato di Tusco e Basso, una data ben precisa che corrisponde però all’anno 258 (il “dies natalis”, cioè il giorno della nascita di una divinità, corrispondeva nella Roma pagana alla dedicazione in suo onore di un tempio; per i cristiani corrispondeva al martirio, cioè alla nascita ad una nuova vita).
La data del 258, che non poteva  riferirsi in alcun modo a quella del martirio degli Apostoli, corrisponde però a un fatto importante, archeologicamente documentato, riscontrato nei sotterranei della Basilica Apostolorum, cioè nella attuale catacomba di San Sebastiano, sviluppatasi successivamente a quella data.
E qui sorge un enigma non risolto.san-sebastiano-roma-garbatella
Il 29 giugno del 258 i cristiani di Roma ricordavano e celebravano in quella località dell’Appia, dove poi sorgerà la basilica costantiniana, il martirio di Pietro e Paolo: questa rievocazione è documentata dai graffiti antichi lasciati dai fedeli, oltre che dalle fonti storiche. Ma proprio in quegli anni infieriva la persecuzione dell’imperatore Valeriano (253-260). Si era supposto che i resti dei due santi fossero stati rimossi dai relativi sepolcri (uno in Vaticano e l’altro all’Ostiense) per preservarli da eventuali profanazioni pagane e fossero stati nascosti in quel luogo di culto sull’Appia. Anzi, quel luogo, che aveva già ospitato sepolcri pagani, sarebbe stato acquistato dalla comunità cristiana e trasformato adeguatamente proprio perché ospitasse il culto degli Apostoli. Ma l’ipotesi non regge, innanzitutto perché, secondo le severe leggi che vigevano a Roma, era severamente vietato a chiunque, compreso lo Stato, violare una sepoltura. Divieto che valeva tanto se i resti degli Apostoli fossero rimasti nei luoghi di sepoltura originari quanto se traslati sull’Appia. C’è chi ipotizza che sarebbero stati trasferiti solo i crani; c’è chi ritiene che possa essere stato traslato solo Pietro; si è poi ipotizzato che i corpi dei santi abbiano trovato sull’Appia solo un breve asilo, secondo alcuni solo per un anno.
Sta di fatto che sull’Appia si creò una memoria degli Apostoli, in un luogo che oggi appare sotterraneo, cioè sotto la Basilica Apostolorum e la successiva chiesa di San Sabastiano, ma che allora, quando la basilica non era stata ancora costruita, si presentava a cielo aperto. Il posto era noto con il nome “ad catacumbas” di incerto significato: quando in seguito si sviluppò il cimitero sotterraneo, questo fu chiamato “catacomba” e tale appellativo servì poi ad indicare tutti i cimiteri sotterranei.
Quel luogo di culto continuò ad avere sempre un’estrema importanza per la comunità cristiana. Tant’è che, quando tutte le altre catacombe, non più frequentate per l’insicurezza delle zone extraurbane, erano state abbandonate e addirittura dimenticate, questa sull’Appia continuò ad essere frequentata e venerata.
Ma come è stato possibile che un luogo di culto cristiano, posto in bella mostra tra il secondo e il terzo miglio della Regina Viarum, strada continuamente trafficata, in un tratto costellato di tombe prestigiose e anche di lussuose ville suburbane, si possa essere sviluppato sotto gli occhi di tutti e in pieno periodo di persecuzioni? Questo è l’enigma che rimane irrisolto. Ciò può voler dire che c’erano sì le persecuzioni, però c’era quanto meno anche una certa tolleranza.
Ma veniamo alla data del 29 giugno, che non può essere stata scelta a caso, non corrispondendo certamente a quella del martirio dei due Apostoli.
Si è supposto dunque che il 29 giugno del 268 sia il giorno della solenne istituzione del culto di Pietro e Paolo sull’Appia. I romani, l’abbiamo detto, definivano “dies natalis”, cioè giorno della nascita di una divinità, quello in cui le veniva dedicato un tempio. Similmente potevano essersi regolati i cristiani del tempo di Valeriano: seguendo la tradizione romana avrebbero cioè considerato “dies natalis ” degli Apostoli quello della inaugurazione dell’area di culto, con o senza la presenza dei corpi dei martiri.
Per i cristiani però il “dies natalis” era anche quello in cui un fedele rinasceva a nuova vita testimoniando col supremo sacrificio, cioè il martirio, la propria fede. Da qui più tardi sarebbe nato l’equivoco.
Ma il 29 giugno aveva già a Roma un significato particolare. In quel giorno, nel 16 a.C., fu consacrato sul Quirinale il tempio di Quirino, fatto ricostruire da Augusto. Quirino veniva identificato con Romolo e il tempio intendeva esaltare i mitici fondatori di Roma, Romolo e Remo. Il 29 giugno divenne il loro “dies natalis”.
Così come era accaduto per altre ricorrenze pagane trasferite nella liturgia cristiana (ricordiamo il 25 dicembre, festa del “Sol Invictus”, trasformata nel natale di Cristo), il “dies natalis” dei fondatori della Roma pagana si era trasformato in quello dei fondatori della Roma cristiana.
Ma mentre le vicende dei primi fondatori della Roma pagana si erano basate sulla discordia e sul sangue fraterno versato, quelle dei rifondatori cristiani si basavano sulla fraternità e sulla concordia: un confronto davvero emblematico
.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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Il bell’edificio degli ex Bagni custodirà la storia del territorio Qui il Centro di documentazione e l’archivio dei quartieri dell’VIII Municipio. L’importante contributo della stampa locale, a cominciare da “Cara Garbatella”. L’archivio fotografico e l’a

Il bell’edificio degli ex Bagni custodirà la storia del territorio

Qui il Centro di documentazione e l’archivio dei quartieri dell’VIII Municipio.
L’importante contributo della stampa locale, a cominciare da “Cara Garbatella”.
L’archivio fotografico e l’abbondante editoria di saggi e di tesi di laurea. Garbatella nel cinema e nei documentari. I protagonisti dell’Antifascismo e della Resistenza

di Gianni Rivolta

Centocinquantatre voti: tante sono state le adesioni al progetto del Centro di Documentazione e Archivio storico dei quartieri dell’VIII Municipio nella giornata che ha concluso il percorso
partecipativo popolare, iniziato con l’occupazione simbolica dell’edificio degli ex Bagni pubblici alla Garbatella.
L’ambizione del gruppo che ha lavorato per settimane ad un primo documento di base, arricchito in tanti confronti tra i partecipanti, è quello di costituire un archivio storico sul territorio del Municipio a disposizione dei cittadini e degli studiosi, che possa essere consultato anche dai giovani studenti con diversi prodotti multimediali. Per questo attorno al progetto si è espresso con vivacità non solo l’interesse di ricercatori e storici, ma anche quello di giovani registi e operatori culturali.
Preliminare sarà la raccolta e la sistematizzazione di tutto ciò che è stato prodotto ed è ora in possesso di fondi privati o in tanti istituti pubblici.
A partire dalla stampa locale: da Numeroundici e la Gazzetta dell’Undicesima a “Cara Garbatella”, Magma, C:O:R:E:, Municipio XI, alla pagina locale del Messaggero Quartieri.
Un altro centro di interesse sarà sicuramente l’editoria. In questi ultimi anni sono stati scritti vari testi di storia locale e diverse guide ragionate, che hanno completato le tantissime tesi e gli studi di architettura sul quartiere Iacp della Garbatella.
garbatella-ex-bagniUn archivio fotografico già esistente, corroborato dalle immagini familiari conservate nei cassetti, consentirebbe di ricostruire anche visivamente la storia e il costume degli abitanti: dai pionieri della Città giardino edificata nel 1920 intorno a piazza Benedetto Brin agli inquilini degli Alberghi suburbani di piazza Michele da Carbonara.
Documentari, spezzoni di film e prodotti audiovisivi vari sono stati proiettati in occasione di iniziative specifiche, ma altra cosa sarebbe poterne disporre a pieno titolo all’interno dell’Archivio e della Biblioteca comunale.
Gli ambiti temporali della ricerca documentaristica partono dal Settecento. Dai proprietari terrieri dell’epoca, le loro case di campagna e le vigne coltivate sui Colli di San Paolo, per attraversare la nascita della Borgata Giardino Concordia alla Garbatella e il fascismo nel quartiere popolare.
Di sicuro interesse storico sarà ricostruire le vite degli Arditi del popolo, che nel battaglione Garbatella, San Paolo, Ostiense si opposero nel 1921 all’escalation della violenza fascista nella Capitale nei confronti dei giornali socialisti e cattolici, delle Leghe sindacali e delle cooperative in occasione delle adunate e dei congressi del PNF. Così come importante sarà riannodare i fili sottili della rete clandestina delle cellule sovversive negli anni Trenta, attraversate da arresti e condanne al confino comminate dal Tribunale speciale, fino alla costituzione, durante la resistenza romana, dei gruppi armati comunisti, delle brigate socialiste Matteotti, del partito d’Azione e di Bandiera rossa, i comunisti eretici, che avevano una forte presenza nelle borgate proletarie come Tormarancia.
E poi a seguire la ricostruzione, dopo la Liberazione, della breve e stentata vita del Cln di rione, dei partiti politici che lo composero (Pci, Psi, Pd’Azione, Dc) e di quelli che l’avversarono (Pri, Bandiera rossa e gli anarchici). Infine la copiosa collezione dei materiali ciclostilati, stampati e diffusi negli anni Settanta consentirebbe di analizzare una intera stagione di proteste studentesche sfociate nelle lotte per la casa e il carovita nelle borgate e nei quartieri popolari della città, fino agli anni della “sovversione armata”.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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Sull’itinerario di Nanni Moretti alla scoperta della Garbatella

Sull’itinerario di Nanni Moretti alla scoperta della Garbatella

Vi ho conosciuto entrando nel locale “Pizza e supplì” in Piazza Damiano Sauli e trovando una copia di “Cara Garbatella” in esposizione. Ho letto l’articolo di Enrico Recchi sul pavimento mosaicato di Piazza Sauli e concordo con lui sulla pubblicità indiretta alla Garbatella fatta dal film “Caro diario” di Nanni Moretti. Ho trascorso a Roma venti mesi di servizio civile (sono obiettore di coscienza) nel 1988-89 e non ero mai stato alla Garbatella, che era per me, allora, solo una fermata della Metro. Su insistenza di mia moglie, e sempre grazie al film di Moretti, ho finalmente potuto conoscere la struttura urbana del quartiere.
Una volta usciti dalla metropolitana, l’impatto affascinante con l’esile struttura del ponte cavalca ferrovia ha attirato l’attenzione, ma poi solo palazzi e strade quasi ortogonali. Ci siamo incamminati per qualche centinaio di metri un po’ delusi. La signora che veniva verso di noi, sul marciapiede, doveva essere di sicuro del posto. L’intuizione di mia moglie era giusta, le ha così chiesto dove fossero le case storiche del quartiere, i primi  insediamenti. ‘Ah, anche voi siete qui per i Cesaroni?’. e mia moglie: ‘No, signora, siamo qui per Nanni Moretti!’. La signora non comprende, ma con molta gentilezza ci indica la direzione. Rasentiamo a sinistra un parco pubblico con un mercatino delle pulci e vediamo di fronte a noi i primi lotti con le tabelle dei numeri, delle portinerie, tutte con i fasci littori scalpellati… Eravamo in un pezzo di Roma che ci mancava. Bellissime le villette, ben strutturate le strade, diversificati i modelli e le impostazioni di ogni abitazione: i comignoli, le fioriere sotto alcune finestre, le recinzioni, le scalinate, i cancelli, gli infissi in legno originali. Ogni particolare esterno meticolosamente studiato. Abbiamo provato ad immaginare gli interni, ma con poco successo. Oltrepassati gli archi in mattoni rossi, si è aperta davanti a noi la piazza che ci ha immediatamente ricordato le piazze metafisiche di De Chirico. La chiesa (purtroppo chiusa) e la scuola con le quattro aquile che avranno sicuramente terrorizzato generazioni di bambini di prima elementare. La piazza mostrava la tranquillità dell’ora di pranzo. Seduti su uno dei sedili in marmo notiamo l’insegna “Pizza e Supplì”
e un signore con il grembiule bianco sulla soglia, l’immagine ci fa ben sperare.
Entriamo, ordiniamo due tranci di pizza e due supplì. Sono ottimi, li gustiamo con devozione mentre notiamo su un tavolino ‘Cara Garbatella’. Chiediamo quanto costa e ci viene risposto che è a distribuzione gratuita. C’è tempo per chiedere com’era la piazza. “Non era così prima, questa l’hanno fatta un po’ di anni fa, prima c’era un giardinetto con il prato…” . “Ma, dico, la sovrintendenza dei beni culturali non dovrebbe tutelare anche le peculiarità urbanistiche dei luoghi in cui viviamo? A quanto pare no, se il Municipio ha deciso di modificare e trasformare l’impostazione originaria della piazza”. Mentre usciamo notiamo i mosaici di sassolini, un’insegna sfondata del totocalcio, saracinesche di esercizi chiusi da tempo. Chiediamo ad un passante del teatro Palladium.
Scendiamo la dolce discesa, il teatro è ora edificio universitario, più in là attira la nostra attenzione il bel portone dei Bagni pubblici e i manifesti che raccontano la lotta per la biblioteca di quartiere. Ritorniamo sui nostri passi, un caffè, un’occhiata alle bancarelle del mercatino e rientriamo nelle chiazze d’ombra dei palazzi anni ‘50 e ‘60. Dopo una triste riflessione sull’involuzione delle abitazioni, moderni alveari in opposizione alle umane condizioni delle villette anni 20, riprendiamo la metropolitana e ringraziamo Nanni Moretti per averci portato in una zona di Roma che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta dai turisti e, probabilmente, anche dai romani.

Gianni Belluscio

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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La tonaca che decise di vestire

Padre-Guido-Foto-G_BelmonteLa tonaca che decise di vestire più di cinquanta anni fa non gli consentì di godere della gioia della paternità. Ma Guido Chiaravalli, padre Guido, di figli ne adottò a centinaia, figli putativi, secondo la regola degli oratoriani di San Filippo Neri, la famiglia cui aveva scelto di appartenere per amore. A un certo punto, alla Garbatella, per lungo tempo borgata di frontiera, ragazze e ragazzi di almeno tre generazioni  lo riconobbero come personaggio tutelare e gli si affidarono come ci si affida a chi sai che non ti deluderà, anche quando, invece che di una buona parola o di una carezza, ti gratificherà di un rabbuffo.

I miei rapporti con padre Guido risalgono al 1982, al tempo in cui incominciai sistematicamente ad occuparmi della Garbatella e dei suoi abitanti sulla “Gazzetta” , il benemerito giornale locale che era diretto  da Gianni Rivolta. Apprezzava le mie “scoperte” sulla storia, la geografia, i personaggi del quartiere, mi dava idee e suggerimenti, mi raccontava aneddoti, mi ringraziò commosso  quando, nel febbraio del 2005. gli feci avere una delle prime copie del “Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense” . La  lettera che mi scrisse e che conservo si concludeva con queste parole: “La sua presenza così attenta nell’evidenziare alcuni aspetti antecedenti ha il suo posto nella vita del quartiere. Del resto quel che rende vera la nostra età è di elaborare con cura qualcosa tratta da una esperienza di vita ed offrirla: qualcosa che rende giovani spiritualmente”. Ecco, padre Guido sapeva elaborare quel “qualcosa” tratta dall’esperienza di vita e soprattutto quel “qualcosa” sapeva dispensarla.

Prima che si ammalasse, aveva posto mano a completare uno studio sulla Garbatella. Aveva raccolto parecchio materiale. A me aveva chiesto un contributo sulle torri che costellano la campagna romana, partendo da quella più vicina a noi, la Tormarancia. Sicuramente tra le sue carte si trovano i testi non pubblicati del suo lavoro, cui si dedicava (quando non doveva andare a trovare qualche ammalato) pressoché tutti i pomeriggi nella stanzetta che gli avevano messo a disposizione,  posta di fianco all’ingresso della Chiesoletta.

Cosmo Barbato

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Er-prete-Fabrizio-mastrantonio

“Er Prete”, questo è stato per tutti il suo nome d’arte.

Un nomignolo al quale lui stesso era affezionatissimo; il suo nickname; un escamotage linguistico, tutto romano, per evitare di limitarsi ad un appellativo tanto importante, quanto riduttivo, come “padre” Guido.
Per rappresentarlo a pieno si sarebbe dovuto chiamarlo, a seconda delle circostanze, anche “madre” Guido, “fratello”, “amico”, “maestro” Guido. Troppo complicato per le giovani vite della Garbaltella e zone limitrofe.
Meglio “er Prete”: semplice, diretto, indicativo del punto di riferimento che rappresentava per tutti i ragazzi dell’Oratorio e per i genitori che gli affidavano, con cieca fiducia, il tempo libero dei loro figli e nipoti.
Il mio Padre Guido è stato maestro di scienze e di vita che ha insegnato, con la stessa gioiosa e quasi infantile naturalezza, le stelle e la fede, il gioco e l’impegno, la metereologia e la geologia, l’amicizia e il servizio.
Il mio Padre Guido è una gemma preziosa custodita nel cuore, un’eredità da tramandare, una fortunata coincidenza o un dono di Dio.
Grazie di tutto Padre Gui’.

Fabrizio Mastrantonio

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L’oratorio-di-Massimiliano-smeriglio

Come fai a spiegare l’odore dell’oratorio, la terra dura, i pali di legno con gli spigoli, la rete bucata, la raccolta della carta, gli spogliatoi senza docce, il gioco del sasso, l’ottovolante, la coppa disciplina, le magliette per i primi classificati, i calzoncini ai secondi, i calzini ai terzi, gli atomi, i purcini con la erre.
Come fai a spiegare padre Guido se non parti dai luoghi, dalla sua fisicita’ dal piede 44 magnum, dalle sberle, dalla sua cultura, dalle sue urla, “vai fuori dall’oratorio”, “alt fine primo tempo”. Come fai a spiegare quel fazzoletto di paradiso impolverato messo a confine tra Garbatella e Tormarancio. Non lo spieghi, non bastano le parole, i ricordi, le fughe per evitare il vespro. Resta solo una sensazione d infinita tristezza, come le domeniche pomeriggio all’oratorio, quelle si che erano tristi anche allora, appena appena rinfrancate dalla partitella tra pochi disperati superstiti, la radiocronaca in sottofondo e il gelato offerto dal prete. Lui li stava, lui li ha voluto aspettarci. Il corpo inerme nel teatrino, un via vai di facce di popolo segnate dalla vita e il vociare dei pischelli persi anche oggi dietro al pallone cosi’ come lui ha voluto che fosse. Così come è sempre stato.

Massimiliano Smerriglio

 

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Arrivederci-padre-guido

Padre Guido Chiaravalli, il prete decano degli oratoriani di San Filippo Neri alla Garbatella è morto ieri a poco più di un mese del suo ottantasettesimo compleanno.

In quanti ricorderemo Padre Guido? A migliaia, ed ognuno di noi con un ricordo personale senza dubbio. ”Il prete” come lo abbiamo sempre chiamato, il prete per antonomasia era lui e per tutti è stato letteralmente e realmente un padre.

E’ venuto fra noi nel 1957, giovane meneghino purosangue e come lui stesso disse a suo tempo scelse di diventare subito “garbatellese fra i garbatellesi”, in un quartiere che allora, alla fine degli anni ’50 era considerato uno dei quartieri a rischio dove spesso riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena era un problema, dove alcuni nuclei famigliari rasentavano la povertà. Proprio in quegli anni padre Guido si avvicinava ai giovani portando una sorta di Vangelo, non raccontato ma vissuto, proseguendo all’interno dell’oratorio il grande lavoro di Padre Melani, altro indimenticabile sacerdote che ha dedicato la sua vita alla Garbatella.

In una intervista di poco tempo fa ci disse: “Tante volte lo stare a vedere per 5 ore nel pomeriggio giocare a pallone o stare la mattina per 5 ore al mare mi faceva venire il dubbio se era giusto vivere così il mio compito di sacerdote. Poi, e sempre di più con il passare degli anni, in incontri casuali con ex ragazzi ho sempre visto illuminarsi il volto ed esprimere la convinzione che nell’oratorio e nella scuola avevano imparato a vivere.”

Cosa ha fatto per noi il prete? Tante cose, dalle squadre dei “microbi” nel campetto dell’oratorio fino alla “colonia” a Torvajanica, dalle lezioni di catechismo allo spazio per far suonare i “complessini” negli anni ‘60, dai bigliardini rabberciati alle lezioni di vita e di astronomia, fino all’organizzazione dei viaggi a Capo Nord. Ci ha insegnato a viaggiare, a vedere le stelle a guardare il cielo per vedere se la luna è calante o crescente. Troppo ha fatto per stare qui a fare un elenco.

Padre Guido era un sacerdote ed è stato un buon cristiano, un ottimo cristiano, e come uomo un uomo semplice quanto eccezionale. Starlo a raccontare è quasi impossibile come sa benissimo chi lo ha conosciuto. Per raccontarlo in modo degno dovremmo mettere insieme tutti i nostri ricordi, per quanti siano troppi, migliaia, uno per ognuno di noi.

“Il prete” ci ha voluto bene, e ce lo ha dimostrato, senza secondi fini, senza alcun interesse, per fede e per vocazione ma anche per pura e semplice bontà personale perché era fatto così. E noi ragazzi e ragazze, uomini e donne di questo quartiere per anni lo abbiamo ricambiato perché non era possibile fare altrimenti.

Mancherà immensamente a tutta la sua comunità.

Massimo Mongai e Giancarlo Proietti

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Reinterrata la necropoli di Via Padre Semeria

Reinterrata la necropoli di Via Padre Semeria

Via Padre Semeria, la strada che sfocia nella Colombo più o meno all’altezza del poderoso rudere di una antica cisterna romana, ha restituito in passato non pochi antichi reperti di prevalente origine funeraria. Ce ne raccontava padre Alfredo Melani, il sacerdote degli oratoriani di San Filippo Neri, vero pioniere della Garbatella, scomparso già da parecchi anni, che era arrivato all’oratorio e alla chiesoletta fin dal 1925. Padre Melani si prese diligentemente la briga di raccogliere quei reperti che gli portavano i ragazzi (olle cinerarie, alcune lapidi, qualche scultura e delle monete) in una vetrina-museo posta all’interno dell’Istituto Cesare Baronio.scavo-garbatella
Uno scavo sistematico fu condotto poi dalla Soprintendenza quando iniziarono, alla fine degli anni 30 del secolo scorso, i lavori per la costruzione della Colombo, ovvero della Via Imperiale. Ma non tutta la Via Padre Semeria era sta indagata. Restava da scavare un’area prospiciente la Colombo che avrebbe dovuto ospitare un edificio dell’Istituto Postelegrafonici. I lavori preliminari per l’erezione del fabbricato iniziarono nel 1996 ma furono subito interrotti: emersero infatti un centinaio di sepolture del I-III secolo d.C., tra cui una che appariva singolarmente piombata e sigillata, come accadeva in antico quando la tomba conteneva il corpo di una persona cui si attribuiva qualche potere malefico: fu subito chiamata la tomba della strega.
In seguito i lavori furono definitivamente interrotti quando l’istituto di previdenza dei postelegrafonici fu liquidato e inglobato nell’Inps: di quell’edificio ipotizzato non c’era più bisogno. Per anni quella vasta area è rimasta sconvolta dallo sterro, luogo di degrado e di scarico abusivo di materiali, nonché sito per abboccamenti sessuali di prostitute e di transessuali. Alla fine si è deciso di salvaguardare l’area semplicemente reinterrando le sepolture, come spesso accade quando, per mancanza di fondi e per non eccelso valore dei reperti, si decide di lasciarli sottoterra, in tal modo custoditi meglio che se fossero lasciati all’aperto. (C.B.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Aprile 2014

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Le favole di Pa’gongolo

PA GONGOLO

di Enrico Matteo Ponti

Favola: componimento il cui fine è far comprendere una verità morale. Questa l’etimologia della parola. Ed è in questo assunto etimologico che risiede la centralità del lavoro di Enrico Matteo Ponti che, dopo la pubblicazione del corpus poetico “L’acqua dell’ultimo mare”, passa ai racconti per l’infanzia con “Le favole di Pa’ Gongolo”. Questo salto narrativo così repentino non deve ingannare.

I temi centrali del precedente lavoro dell’autore (l’amore e il rispetto per il prossimo, la meraviglia davanti alla natura, il ricordo da custodire, la salvaguardia ambientale, il sentimento come antidoto alle brutture del mondo, l’accettazione della diversità) sono il collante anche di questa ironica, magica incursione della narrativa rivolta ai più piccini (ma non solo) .

Le dieci storie narrate divertono insegnando e insegnano divertendo, riuscendo a conquistare il cuore del lettore e a regalare squarci di assoluta poesia. L’universo fiabesco orchestrato dall’autore è una sinfonia di sentimenti, un mare di annotazioni capaci di emozionare. Che ci regalano un insegnamento del grande Pablo Neruda: mai dimenticare l’importanza del gioco che alberga nel nostro cuore. Indipendentemente dall’età. . . Età di lettura: da 5 anni.

 
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Il 5 novembre, a un mese dalla sua tragica scomparsa Alla Villetta il ricordo del regista Carlo Lizzani di Gianni Rivolta

La sala della riunioni della Villetta di Via Passino era gremita di gente lo scorso 5 novembre per ricordare la figura di Carlo Lizzani, a un mese dalla sua tragica morte. …

Il 5 novembre, a un mese dalla sua tragica scomparsa

Alla Villetta il ricordo del regista Carlo Lizzani

di Gianni Rivolta

La sala della riunioni della Villetta di Via Passino era gremita di gente lo scorso 5  novembre per ricordare la figura di Carlo Lizzani, a un mese dalla sua tragica morte. Ad organizzare la celebrazione dell’ultimo grande regista del Neorealismo italiano è stata l’Associazione Cara Garbatella, in collaborazione con Altre Vie e la Polisportiva Castello. in-ricordo-di-carlo-lizzaniAl tavolo degli oratori si sono alternate figure di rilievo del mondo del cinema, insieme al figlio di Lizzani, Francesco, docente di filosofia in un liceo romano e ormai da diversi anni abitante alla Garbatella. E’ stato proprio Francesco ad aprire la riunione leggendo un ritaglio di un vecchio articolo del “messaggero” del 1954 in occasione dell’uscita nelle sale
di “Cronache di poveri amanti”, conservato gelosamente dal padre nel quale in prima pagina, a conferma del clima “maccartista”di quegli anni, si bollavano come “comunisti” gran parte dei registi e degli attori dell’epoca. E se su Lizzani e su De Santis e per un certo periodo sull’attore Raf Vallone non si sbagliavano, avevano dato come venduti a Stalin e all’ideologia marxista anche Vittorio De Sica e Pietro Germi, noto sostenitore dei “piselli”saragattiani e certamente un anticomunista.
In quegli anni di caccia alla streghe, infatti, la manovra della Democrazia Cristiana fu quella di attribuire al Partito Comunista un’egemonia totale sulla cultura e in particolare sul mondo del cinema. Il Pci, attraverso i suoi uomini, avrebbe subdolamente e pericolosamente fatto passare il messaggio marxista nella popolazione italiana. Dopo Francesco Lizzani ha preso la parola Giuliano montaldo che ha ricordato il suo debutto come attore nel 1951 nel primo film di Carlo Lizzani “Acthung Banditi”.
Il regista ultraottantenne non si è risparmiato in aneddoti sulla sua prima esperienza con Lizzani e sulla straordinaria sottoscrizione popolare fatta tra i portuali e i cittadini, che permise di finanziare con “azioni di 500 lire” la Cooperativa Produttori Cinematografici e la produzione della pellicola sulla resistenza operaia di Genova durante l’occupazione nazifascista.
La figura del giovane universitario Lizzani iscritto al Cineguf alla fine degli anni Trenta e poi critico cinematografico sulla rivista “Cinema”, diretta da Vittorio mussolini, è stata ben tratteggiata dal contributo del giornalista e critico Enzo Natta.
Franco mariotti, collaboratore di Carlo Lizzani, quando tra il 1979 e il 1982 fu direttore del Festival del Cinema di Venezia, oggi segretario del sindacato giornalisti cinematografici, e il prof. Marco Maria Gazzano, docente di Cinema all’Università Roma Tre, hanno sottolineato nei loro interventi l’ecletticità della figura di Carlo. Lizzani, infatti, non è stato solo un regista, ma un intellettuale completo, critico e saggista, sceneggiatore con Vergano, De Santis e Rossellini, documentarista in “Viaggio al sud” del 1949, “La muraglia
cinese” del 1958, Africa nera e Africa rossa del 1978. La sua “Storia del Cinema Italiano”, tradotta in diverse lingue, rimane un’ opera fondamentale per studiare la cinematografia italiana dalla fine dell’Ottocento agli anni Novanta del secolo scorso, così come la sua ultima opera autobiografica del 2007 “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”.
Il segretario della sezione di “Sinistra, ecologia e libertà” di Via Passino, Natale Di Schiena, ha concluso la serata mettendo in luce il contributo del partigiano Carlo Lizzani alla Resistenza romana, la sua collaborazione ai gap centrali del Pci, accanto ad Antonello Trombadori, Carlo Salinari e Franco Calamandrei. Una cena sociale e la proiezione di “Acthung Banditi”, organizzato dal cineforum della Villetta, ha concluso la serata.
ma l’omaggio a Carlo Lizzani, in queste ultime settimane, ha attraversato tutta la città. Il 27 novembre alle ore 21 il Teatro Palladium in occasione del XIX Convegno internazionale di studi cinematografici ad opera del Dipartimento comunicazione e spettacolo dell’Università Roma Tre ha ospitato la proiezione di un’opera inedita di Vito Zagarrio e una pellicola dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio su Carlo Lizzani: infine Giuliana De Sio ha commentato dal vivo una sintesi di “Cattiva” del 1991, in cui l’attrice interpreta il ruolo di protagonista, col quale vincerà il suo secondo David di Donatello. Erano presenti anche Giuliano montaldo, marco muller e Francesco Lizzani.
Alla Casa del Cinema il 2 dicembre alle 18,30 è stato proiettato “Non eravamo solo ladri di biciclette…..Il Neorealismo”, l’ultimo lavoro di Carlo Lizzani, dal quale è stato tratto anche il libro omonimo. Nell’opera sono presenti le interviste a Bernardo Bertolucci, Umberto Eco,
Paolo e Vittorio Taviani, Francesco Interlenghi (interprete di “Sciuscià”), Antonella Lualdi, Enzo Staiola (il bambino di “Ladri di biciclette” ed abitante della Garbatella), martin Scorsese e Gabriel Garcia marquez.
Ad organizzare la celebrazione dell’ultimo grande regista del Neorealismo italiano è stata l’Associazione Cara Garbatella, in collaborazione con Altre Vie e la Polisportiva Castello. Al tavolo degli oratori si sono alternate figure di rilievo del mondo del cinema, insieme al figlio di Lizzani, Francesco, docente di filosofia in un liceo romano e ormai da diversi anni abitante alla Garbatella. E’ stato proprio Francesco ad aprire la riunione leggendo un ritaglio di un vecchio articolo del “messaggero” del 1954 in occasione dell’uscita nelle sale di “Cronache di poveri amanti”, conservato gelosamente dal padre nel quale in prima pagina, a conferma del clima “maccartista”di quegli anni, si bollavano come “comunisti” gran parte dei registi e degli attori dell’epoca. E se su Lizzani e su De Santis e per un certo periodo sull’attore Raf Vallone non si sbagliavano, avevano dato come venduti a Stalin e all’ideologia marxista anche Vittorio De Sica e Pietro Germi, noto sostenitore dei “piselli”saragattiani e certamente un anticomunista.
In quegli anni di caccia alla streghe, infatti, la manovra della Democrazia Cristiana fu quella di attribuire al Partito Comunista un’egemonia totale sulla cultura e in particolare sul mondo del cinema. Il Pci, attraverso i suoi uomini, avrebbe subdolamente e pericolosamente fatto passare il messaggio marxista nella popolazione italiana.
Dopo Francesco Lizzani ha preso la parola Giuliano montaldo che ha ricordato il suo debutto come attore nel 1951 nel primo film di Carlo Lizzani “Acthung Banditi”. Il regista ultraottantenne non si è risparmiato in aneddoti sulla sua prima esperienza con Lizzani e sulla straordinaria sottoscrizione popolare fatta tra i portuali e i cittadini, che permise di finanziare con “azioni di 500 lire” la Cooperativa Produttori Cinematografici e la produzione della pellicola sulla resistenza operaia di Genova durante l’occupazione nazifascista.
La figura del giovane universitario Lizzani iscritto al Cineguf alla fine degli anni Trenta e poi critico cinematografico sulla rivista “Cinema”, diretta da Vittorio mussolini, è stata ben tratteggiata dal contributo del giornalista e critico Enzo Natta.
Franco mariotti, collaboratore di Carlo Lizzani, quando tra il 1979 e il 1982 fu direttore del Festival del Cinema di Venezia, oggi segretario del sindacato giornalisti cinematografici, e il prof. marco maria Gazzano, docente di Cinema all’Università Roma Tre, hanno sottolineato nei loro interventi l’ecletticità della figura di Carlo. Lizzani, infatti, non è stato solo un regista, ma un intellettuale completo,  critico e saggista, sceneggiatore con Vergano, De Santis e Rossellini, documentarista in “Viaggio al sud” del 1949, “La muraglia
cinese” del 1958, Africa nera e Africa rossa del 1978. La sua “Storia del Cinema Italiano”, tradotta in diverse lingue, rimane un’opera fondamentale per studiare la cinematografia italiana dalla fine dell’Ottocento agli anni Novanta del secolo scorso, così come la sua ultima opera autobiografica del 2007 “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”.
Il segretario della sezione di “Sinistra, ecologia e libertà” di Via Passino, Natale Di Schiena, ha concluso la serata mettendo in luce il contributo del partigiano Carlo Lizzani alla Resistenza romana, la sua collaborazione ai gap centrali del Pci, accanto ad Antonello Trombadori, Carlo Salinari e Franco Calamandrei. Una cena sociale e la proiezione di “Acthung Banditi”, organizzato dal cineforum della Villetta, ha concluso la serata.
ma l’omaggio a Carlo Lizzani, in queste ultime settimane, ha attraversato tutta la città. Il 27 novembre alle ore 21 il Teatro Palladium in occasione del XIX Convegno internazionale di studi cinematografici ad opera del Dipartimento comunicazione e spettacolo dell’Università Roma Tre ha ospitato la proiezione di un’opera inedita di Vito Zagarrio e una pellicola dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio su Carlo Lizzani: infine Giuliana De Sio ha commentato dal vivo una sintesi di “Cattiva” del 1991, in cui l’attrice interpreta il ruolo di protagonista, col quale vincerà il suo secondo David di Donatello. Erano presenti anche Giuliano montaldo, marco muller e Francesco Lizzani.
Alla Casa del Cinema il 2 dicembre alle 18,30 è stato proiettato “Non eravamo solo ladri di biciclette…..Il Neorealismo”, l’ultimo lavoro di Carlo Lizzani, dal quale è stato tratto anche il libro omonimo. Nell’opera sono presenti le interviste a Bernardo Bertolucci, Umberto Eco,
Paolo e Vittorio Taviani, Francesco Interlenghi (interprete di “Sciuscià”), Antonella Lualdi, Enzo Staiola (il bambino di “Ladri di biciclette” ed abitante della Garbatella), martin Scorsese e Gabriel Garcia Marquez. 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Dicembre 2013

 

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Un racconto natalizio della scrittrice Maria Jatosti

Un racconto natalizio della scrittrice Maria Jatosti

maria-jatostiLa scrittrice Maria Jatosti, concittadina della Garbatella per tutti gli anni della sua giovinezza, ancora una volta ha voluto regalare ai nostri piccoli lettori un racconto di Natale, ispirato dai ricordi del tempo passato trascorso tra di noi. Recentemente è stato rieditato con grande successo il suo primo romanzo, “Il confinato”, dedicato alla storia drammatica di suo padre, maestro elementare, spedito con la sua famiglia a un duro confino per il suo irriducibile antifascismo. Seguirono molti altri romanzi, raccolte di poesie, testi teatrali, sceneggiature e anche un libro di filastrocche per i bambini. Apprezzata traduttrice di opere straniere, è da sempre molto impegnata nell’organizzazione di manifestazioni culturali. (C.B.)

L’albero di Giovannino

di Maria Jatosti

L’estate era finita da poco e già incombeva l’autunno.
Un’estate lunga tra la città e qualche scappata in campagna, al paese dei nonni, nella casa con il tetto di tegole, il gelso ombroso, gli ulivi e il grande fico carico di frutti dolcissimi.
l-albero-di-giovannino-di-maria-jatostiA Giovannino piaceva andare dai nonni. Nonno Nicola conosceva il nome di tutti gli alberi e di tutte le piante e di tutti gli uccelli e sapeva tante storie che raccontava aggiungendo ogni volta nuovi particolari, di ricordi veri o inventati. Per il 90° compleanno, alla fine di agosto, erano venuti gli zii, i cugini, e degli amici con il violino e la fisarmonica e la mamma di Giovannino, che aveva una bella voce intonata, aveva cantato vecchie canzoni. La nonna che era stata ai fornelli tutta la mattina mise in tavola il pollo con i peperoni e un fiasco di vino buono delle colline.
Per i nipoti più giovani c’erano in frigo la cocacola e il gelato. Che bella festa era stata! Dopo pranzo i grandi avevano giocato a carte, parlato di politica, raccontato storielle mentre la nonna e la mamma rigovernavano coi gatti tutti attorno alle caviglie ad aspettare gli avanzi. Giovannino e i cugini erano saliti in cima al colle da dove si vedeva la città distesa in lontananza, oltre la grande vallata immersa in una luce azzurra.
Con la buona stagione il lavoro non era mancato. “Il peggio è passato, diceva il babbo, il cantiere ha riaperto e per un po’ stiamo tranquilli.
Quando arriverà l’inverno, vedremo. In qualche modo si farà”. “L’importante è la salute”, commentava contenta la mamma. Diceva sempre così: l’importante è la salute. Forse perché lei di salute non ne aveva troppa. Con tutto quel correre di qua e di là, badare a chi stava peggio di lei, sgobbare a ore in case d’altri, lavare scale, stirare camicie, rattoppare, e poi pensare a lui, Giovannino, e al babbo, fare in modo che tutto filasse liscio in casa e ci fosse sempre un pasto caldo in tavola, che alla sera non ce la faceva a tenere gli occhi aperti e si addormentava con l’ago e il filo in mano sui calzini bucati.
“molla lì e vattene a letto, diceva papà marcello. Sei stanca morta”.
“Noo, ho chiuso gli occhi solo un momento”. “Almeno mettiti gli occhiali. Dove ce li hai gli occhiali?
E tu Giovannino, va’ a dormire, che la mattina ci vuole il cannone. E non fare giorno a leggere, come al solito. Spegni la luce, che costa. Su, da bravo”.
“Domenica si va dai nonni, papà?”.
“Vediamo. Se non piove”.
Erano iniziate le piogge. “Ci risiamo, diceva il babbo. Appena comincia a piovere questo paese si sbriciola, affonda, va in malora”. Leggeva il giornale, guardava la tivù e si faceva sangue cattivo. “Hai sentito in Sardegna che disastro. Povera gente… Per non parlare di quegli altri, quei disperati che vengono da lontano e il mare se li inghiotte…
Donne, bambini…”.
“C’è troppa ingiustizia nel mondo.
A chi troppo e a chi niente, commentava la mamma sfaccendando. L’ha detto anche il papa…”.
“Già. Che bravo questo papa Francesco! un vero cristiano. E’ la legge che non funziona. Non funziona niente. E adesso questa storia dell’albero…”.
In quei giorni si faceva un gran parlare nel condominio. Il babbo era tornato dalla riunione straordinaria tutto agitato e accalorato. La mamma fece fatica a calmarlo e a fargli raccontare che cosa era successo.
“E’ successo… è successo che sono diventati matti. Bisogna fermarli…
ma te lo immagini! Vogliono buttare giù l’albero e anche le panchine vogliono togliere, spianare tutto, via la ghiaia, una bella colata di asfalto…
Io ci ho provato a farli ragionare e qualcuno era con me, ma la maggioranza…
Insomma si è votato e…”.
Le finestre si aprono come occhi vigili sul cortile del condominio, delimitato ai lati dalle quattro palazzine color ocra disposte a semicerchio e sul fronte della strada, una viuzza angusta e popolosa del vecchio quartiere a sud della metropoli, tra un muretto
e una cancellata di ferro. Al centro si erge un gigantesco cedro del Libano. La sua cima ondeggia
al vento quasi a sfiorare gli ultimi piani, mentre le braccia frondose, un po’ affaticate dagli anni, pendono malinconicamente all’ingiù, quasi a lambire le tre panchine di legno dove l’estate si attardano in cerca d’ombra anziani inquilini, a leggere il giornale e aspettare il fresco. Tra i suoi rami strillano frotte di parrocchetti sfuggiti alla colonia che si annida nel vicino parco. A Giovannino piace quel chiasso, gli mette allegria. Si sforza di guardare nel fitto dei rami ma non riesce a individuare la fonte di quella gazzarra. Una volta, da piccolo, ci ha perso un palloncino, lassù, e ha immaginato che uno di quei misteriosi abitanti lo avesse trattenuto con il becco.
“Calmati e spiegati, lo incalzò la mamma. Racconta…”.
“C’è poco da spiegare. Vogliono spianare tutto per fare posto alle macchine, capisci?
Un parcheggio, è questo
che si sono messi in testa di fare.
Via l’albero, via le panchine, le piante, la ghiaia: solo asfalto e macchine.
E’ uno schifo!”.
Dobbiamo fare qualcosa, pensava Giovannino con una gran pena nel cuore.
Da giorni cadeva una pioggia sottile fitta fitta e gelida che penetrava nelle ossa. Nel condominio i caloriferi non erano ancora accesi e in casa si battevano i denti e i piedi e la sera ci si infilava subito sotto le coperte.
“Pensa a quei poveretti che non hanno nemmeno una casa, diceva la mamma e tossiva da schiantarsi il petto”.
“mettiti a letto. Vuoi prenderti una polmonite?”, diceva il babbo.
“ma no, ma no. Non è niente. E’ solo un po’ di freddo, ma mi copro ben bene e vado a lavorare”.
“Sei matta? Stai in casa, al caldo”. “Al caldo! Ci fa più freddo dentro che fuori. Giovannino, piuttosto, dove sei? Sbrigati. Farai tardi a scuola”.
A scuola quella mattina Giovannino e i compagni aiutarono il prof di italiano a fissare un cartone con lo scotch contro il vetro rotto del finestrone . “Questa è fatta, disse il prof. Ora parliamo di Dante. Aprite il libro a pagina cinquantotto”. Prima di andarsene, il prof, che era
giovane e simpatico, disse: “Perché non facciamo qualcosa per questo Natale, qui nel nostro quartiere?
Fatevi venire un’idea…Pensate qualcosa…”. Giovannino pensava pensava e gli venne in mente l’albero che volevano tagliare. A casa non si parlava d’altro.
Gli uomini con la ruspa, mormorava la gente, erano pronti. Aspettavano solo l’ordine di esecuzione.
Bisognerebbe fare qualcosa per fermarli, aveva detto il babbo. ma Giovannino sapeva che nulla avrebbe impedito ai nemici di portare via l’albero, il vecchio albero con la sua ombra, il suo concerto di abitanti invisibili, il suo palloncino scomparso tra i rami, Pensava e aveva il cuore stretto. La notte sognò un’invasione di macchine da guerra. Arrivavano rombando, travolgevano giù il muretto, il cancello, entravano in cortile e abbattevano tutto ciò che trovavano al passaggio e al posto del grande cedro lasciavano una buca come una ferita aperta.
Bisogna fermare il nemico, decise. Quella mattina a scuola raccontò al prof e ai compagni la storia del suo albero. Il prof lo ascoltò e disse: “Uccidere un albero è un delitto.
Dobbiamo impedirlo. mobilitiamo il quartiere, facciamo una festa”.
I ragazzi approvarono con entusiasmo e si misero al lavoro. Fu coniato lo slogan: “Difendiamo la Natura. Salviamo il nostro Albero” e fu dato proprio a Giovannino, che ci sapeva fare coi pennelli, il compito di disegnare un grande striscione colorato da attaccare lungo il muretto, di qua e di là dal cancello. Da quel momento, come nelle favole tutto andò bene. Alla festa vennero personaggi importanti, e tutti parlarono di natura, dei diritti dei bambini ad avere i loro spazi, il loro verde, e tante altre cose che non la finivano più e la gente era stufa e voleva godersi la bella e inaspettata giornata di sole che sembrava benedire la festa dopo tanta pioggia.
C’erano le mamme e i papà vestiti a festa. C’erano anche i genitori di Giovannino, impettiti, orgogliosi, felici. Quella sera la mamma non sembrava stanca, non tossiva più, le splendevano gli occhi, rideva e parlava, gli faceva domande sulla scuola, lo accarezzava e, Giovannino se n’era accorto da come tirava su col naso, sfogliando il suo album da disegno, si era commossa. Anche il babbo era contento. “Bravo, Giovannino, bravo, gli aveva detto, un po’ brusco, senza guardarlo. E’ stata proprio una bella festa, io e la mamma siamo fieri di te.
Sai cosa facciamo? Visto che è tornato il sole e sono iniziate le tue vacanze, andiamo per qualche giorno dai nonni, accendiamo il camino e facciamo un bell’albero di Natale.
Vedrai, Giovannico, il peggio è passato, presto comincerà un anno nuovo e le cose miglioreranno, ne sono sicuro… miglioreranno…”. A quel punto aveva cominciato a raccontargli del suo lavoro, delle difficoltà e dell’ingiustizia del mondo…. “marcello!, venne la voce della mamma dalla cucina, mandalo a letto quel figliolo. Sarà stanco, poverino…”.
Giovannino era stanco ma non si era sentito mai tanto felice. Il gesto ruvido del babbo nell’arruffargli i capelli, la commozione della mamma, gli elogi dei professori e dei compagni, ma soprattutto la felicità sui volti della gente, la gioia dei bambini che si stringevano attorno all’albero canoro, abbracciando il grosso tronco rugoso in un festoso girotondo, il coro, la musica, i discorsi dei politici… Tutto si confuse nella sua mente, e il sonno scese sulle sue palpebre, caldo come una promessa di felicità.

Natale 2013.

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L’Acqua dell’Ultimo Mare: Il Viaggio Vita nel mondo Dentro di noi, Fuori di noi e Sopra di noi

lacquadellultimomare

di Enrico Matteo Ponti (Autore)

Prima o poi si sente il bisogno di riordinare le proprie idee e rivisitarle per capire, con il distacco del tempo, il disegno che si è andato creando.

Confrontare nell’oggi il punto dal quale, ieri, si è partiti e dove si pensava di arrivare. Enrico Matteo Ponti, l’autore di questo affascinante corpus poetico, ha iniziato a rivisitare il suo percorso poetico e, sommando al nuovo il meglio del vecchio, ha pensato di racchiuderlo in questa raccolta, giunta oggi alla seconda edizione, arricchita da nuovi inediti dell’autore, dalla presentazione del giornalista Patrizio Paolinelli e dalla postfazione di Marcello Alberto Cristofani Della Magione.

Un po’ come un vascello che, riposandosi in quella che, solo per un attimo, è per lui “L’acqua dell’ultimo mare”, l’autore rivisita tutti i porti dei viaggi nei quali ha attraversato i tanti e spesso sconosciuti mondi nei quali, contemporaneamente, tutti viviamo: il mondo dentro di noi (quello dell’amore e della psiche), il mondo fuori di noi (quello del sociale e dell’ambiente), e quello sopra di noi (il mondo della fede, della spiritualità e del misticismo).

Un percorso poetico dal profondo impegno sociale e civile, in cui prevale la dolcezza del verso anche quando vengono trattati temi come quello delle ingiustizie o dello squilibrio ecologico che rischiano di portare il pianeta “verso la fine del nostro domani”.

Il rispetto per la persona e per la natura, l’odio per ogni forma di violenza, razzismo ed arroganza, l’amore per la vita e la ricerca di un “qualcosa” che è allo stesso tempo dentro di noi, fuori di noi e sopra di noi, risultano tratteggiati in maniera nuova, inducendo, cosa sempre più difficile in un tempo superficiale e convulso, a riflessioni spesso inconsciamente evitate.

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La morte di Antonio Angelucci, un veterano della Villetta e della Garbatella Uccio, scrittore di muri

La morte di Antonio Angelucci, un veterano della Villetta e della Garbatella

Uccio, scrittore di muri

Uccio, Antonio Angelucci, 81 anni, un figlio della Garbatella nel pieno senso della parola, un veterano di quella Villetta di Via Passino nella uccioquale, dal 1944 in poi, si sono formati centinaia e centinaia di uomini liberi, di propugnatori di una società più giusta, ci ha lasciati il 17 maggio scorso dopo che una malattia crudele per lungo tempo l’aveva costretto in casa. Quattro giorni dopo è stato solennemente ricordato proprio in quella Villetta che era la sua seconda casa.
Uccio prima della pensione per lunghi anni aveva lavorato alla spedizione dell’Unità, un’attività che lo aveva fatto sentire un privilegiato e della quale andava fiero. Alla commemorazione l’intervento più sentito, più rappresentativo della personalità di Uccio – tra le tante testimonianze che sono state portate – è stato quello del giornalista Claudio D’Aguanno, che riportiamo integralmente a seguire. Cara Garbatella si associa alle belle parole di D’Aguanno ed esprime nel contempo la più affettuosa solidarietà alla figlia di Uccio, l’ assessora municipale Paola, ai cari nipoti Matteo e Tommaso e a Giuliana, la compagna che gli è stata vicino fino all’ultimo respiro.

<<“Il bar di via Passino era una specie di scamuffa, sala d’aspetto d’una stazione scalcinata di periferia. Nella geografia del quartiere era noto come “ai zozzoni” e con il “lunik” della “nanetta” e il “bar delle catene” se la batteva alla grande per il primato in quella che Giorgio e Uccio avevano battezzato la top ten della esclusiva guida Michelin della Garbatella. Ai suoi tavoli si fermava volentieri la gente del cinema, quella di passaggio, chi abitava i cortili dei lotti. “Er Maccarello”, il padre del pugile ammazzato una sera d’ottobre a Tor Marancia in una “chicago” di revolverate, ce lo trovavi sempre con il suo repertorio da ambulante in pronta vendita: accendini scarichi e orologi scrausi in cassetta nonché ombrelli al braccio ma solo quando il cielo imbruttiva incazzoso. Un altro cassettaro era il sor Paolo, in perenne
concorrenza col Faciolo del Columbus, e bazzicava il cinema “dei preti” al San Francesco vendendo mostaccioli, fusaglie e pescetti di liquirizia, caramelle colorate o gallette marcate “unrra”, generi alimentari ramazzati da fondi di magazzino di dubbia provenienza. Aveva conosciuto tempi migliori il sor Paolo e lui te li raccontava, ogni volta aggiungendo capitoli inediti, e ti diceva di quando per Garbatella potevi incontrare Pasolini o qualche altro gran scrittore “che mo’ nun me ricordo” e dentro per i lotti giravano film Maria Bosè, Maurizio Arena o Totò con Marcellino. Lui, allora, c’aveva una rete di pischelli da mandare a spasso con le cassette al collo e vantava una sorta di monopolio di preservativi a basso costo, residui di chissà quale fornitura militare, profilattici Olla di precaria resistenza eppure d’imbarazzanti dimensioni. Uccio, Antonio Angelucci
“Io ero uno dei co.co.co. assunti dal sor Paolo, “raccontava Uccio”, c’ho avuto sempre il tempo indeterminato nel senso che sapevo quando cominciavo a vende ma no quando staccavo. La zona mia poi era larga. Andava dalla “via dei culi scoperti”, i pratoni dove le coppiette s’infrattavano a ridosso della collina dove poi t’hanno costruito il CTO lì alla Villa di Lucina, fino all’uscita del cinema Garbatella, oppure attorno ai campi di pallone la domenica sul Lungotevere a Ponte Marconi. Un altro mio lavoro era da Donna Amabilia che di mestiere faceva la tabaccara a Piazza Pantera. Del tutto franca da regole di mercato vendeva a simpatia assecondando più il suo umore ballerino o il solletico della gelosia che la preoccupazione dei soldi in cassa. A Maria la “moretta” per esempio aveva dato l’interdetto. Accecata dalla prepotente bellezza giovanile della ragazza, Donna Amabilia aveva deciso che per lei non c’erano profumi, non c’erano saponette o spille, non c’era merce. Bottega chiusa e amen. In compenso per altri, soprattutto se ragazzotti paini o adulti d’un certo peso, si lasciava andare, di nascosto del marito, in generose donazioni di sorrisi e sigarette sfuse, di caffè offerti con allungo di sambuca o altro ancora al banco impiastrato del “bar degli zozzoni”.>>

Questo pezzo non l’ho scritto io. L’ha scritto Uccio. Suo il racconto, suo il ritmo delle parole, sua l’arguzia e la capacità di far vivere i personaggi più diversi uno accanto l’altro, di collocarli sullo sfondo d’un lotto oppure, un attimo dopo, dentro qualche evento importante, accanto magari a Togliatti o al Papa, facendoli cioè diventare protagonisti d’una storia grande, d’una “Macondo”, viva e irridente, come appunto è la Garbatella che conosciamo e amiamo.

Ho conosciuto Uccio più di 40 anni fa. Non avevo ancora 20 anni ma, a differenza di Paul Nizan che arrivò a ripudiarla come bella età, credo che quella età e quel periodo – a cavallo tra il ’68 e i primi anni ’70 – siano tra i più straordinari e belli in assoluto.

Con Uccio, che aveva 20 anni più di me, e con Giovanni Zarfati detto Zarafat, che mi superava d’una buona quindicina, andammo in vacanza in Calabria. Una storia strana a ripensarci oggi. Quale ventenne andrebbe oggi in vacanza con due adulti. Ma soprattutto quale genitore manderebbe il proprio figlio non maggiorenne (allora si votava a 21 anni) con due signori per di più sconosciuti. Fatto sta che partii per la Calabria con questa coppia strana di personaggi letterari. Zarafat somigliava a Sancho Panza e Uccio poteva benissimo prestare il volto a Don Quijote de la Mancha. A questa calata poi s’aggiunsero altri di Garbatella: Aldo e Mirella, Paolo e Roberta, Vittorio, Giampiero e tanti altri. Ma, al di là dell’appello dei ricordi su chi c’era e chi no, il segno di quella vacanza fu senz’altro dato da Uccio. La sua arguzia ben si combinava con la grassa ironia, di tradizione giudaica romanesca, di Giovanni. E tutti e due sapevano come parlare delle cose più diverse, come dire di questioni serie con leggerezza, come sfottere anche la compostezza marxista leninista di chi tra noi aveva fatto scelte più che militanti.

Uccio è stato per me il primo maestro di scrittura che ho incontrato. Senza citare Freud, mi ha trasmesso il significato più vero del “motto di spirito”, di quella capacità di battuta che è atto liberatorio, sintesi creativa, sorridente capacità critica.

uccio-durante-una-manifestazione-a-romaUccio mi ha insegnato che si possono sempre fare cose nuove con le parole. E che le parole possono essere dette, espresse in battute, lasciate libere di andare a leggere o anche di rimanere impresse sui muri e sui cartelloni. Uccio è stato un grande scrittore di muri. Quando l’ho incrociato aveva smesso di preparare miscele fatte di impiastri di nerofuno e catrame per rendere indelebili slogan e parole d’ordine da lasciare nei punti più visibili e che nessuno potesse cancellare. La sua carriera di spennellatore di muri la faceva risalire ai giorni della visita di Ridgway, “il generale peste”, massacratore della guerra di Corea, venuto a Roma nel giugno del 1952 e accolto da forti manifestazioni di protesta.

Poi via via, la sua arte di strada s’era evoluta negli anni ’60 fino a che, per decisione di partito, aveva abbandonato le scritte indelebili sulle facciate di case per dedicarsi a striscioni, cartelloni ed altro, verniciati ed attaccati con colla per rispettare il decoro urbano del quartiere. Ma, qualunque fosse il mezzo usato, il segno della sua capacità comunicativa sapeva sempre come percorrere le strade di questo quartiere, di questa “Macondo” strana, forte e gentile, che è la Garbatella. E Uccio nella storia di questo territorio, lunga ormai quasi cent’anni, merita un posto particolare e merita ben più d’un racconto veloce seppure coccolato da riferimenti storici.

Di lui, che ricordo col sacco in spalla e con il sorriso dei giorni buoni, mi vengono ora incontro i suoi ultimi istanti narrati qui dalla figlia Paola. E inevitabilmente in questo piccolo comizio letterario a lui dedicato mi viene in soccorso una frase presa dal capolavoro di Garcia Marquez: “Arcadio trovò ridicolo il formalismo della morte. In realtà non gli importava la morte ma la vita, e per questo la sensazione che provò quando pronunciarono la sentenza non fu una sensazione di paura ma di nostalgia”. Ecco, sulla sua assenza di paura e sulla sua nostalgia per la vita, ora chiudo.

Fai buon viaggio Uccio. Bagaglio leggero e passo veloce. Che la strada dove ti sei incamminato, piena dei racconti che ci hai regalato, ti sia lieve e colma del nostro affetto.

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Il corso d’acqua che scorre sotto la Circonvallazione Ostiense Per il risanamento del fiume Almone

Il corso d’acqua che scorre sotto la Circonvallazione Ostiense
Per il risanamento del fiume Almone

L’Associazione di volontariato “Comitato per il Parco della Caffarella” e l’Associazione culturale “Humus” hanno presentato i giorni scorsi uno splendido volumetto di 112 pagine intitolato “Il sacro Almone da fiume a discarica”, nel quale si riassume la storia del fiume Almone dal mito alla storia romana a quella medioevale a quella preindustriale fino a quella dei nostri giorni che lo vede ridotto a lurida fogna.
Il volume si inquadra in una campagna rivolta alla società Acea Ato2 e alla Regione Lazio perché si provveda finalmente al risanamento delle acque dell’Almone, il terzo affluente del Tevere.
Si chiede di reinserire l’Almone tra i fiumi soggetti a monitoraggio, sospeso dal 2004;
di provvedere a bonificare l’alveo del fiume da rifiuti solidi;
di chiudere al transito delle auto le aree soggette a discarica;
di perseguire i reati ambientali;
di far depurare dall’Acea Ato2 tutte le acque reflue dei Comuni dei Castelli romani, di Ciampino e dei quartieri Quarto miglio e Statuario;
di spostare le aree di autodemolizione dal perimetro del Parco dell’Appia Antica.
Come ricordano i nostri nonni, l’Almone, nel territorio della Garbatella, scorreva a cielo aperto lungo il percorso della attuale Circonvallazione Ostiense, proveniente appunto dalla Valle della Caffarella e sotto passando l’Appia Antica all’altezza del ristorante Quo Vadis. Nel nostro territorio, dove l’Almone spesso si impantanava, si veniva ad approvvigionarsi di rane, da portare nelle magre tavole o da vendere per rimediare qualche spicciolo.
Poi il fiume procedeva verso il Tevere, alimentando all’altezza dell’Ostiense la centrale termoelettrica Montemartini, oggi museo archeologico.
Infine, con la costruzione della Colombo e con l’estendersi della Garbatella lungo l’asse della Circonvallazione, il fiume “scomparve”, inghiottito da un condotto sotterraneo che giace a 17 metri sotto il piano stradale. L’Almone oggi si interra in un “incile” che si trova ai
margini del Parco Scott, dove arriva già inquinato dagli scarichi incontrollati che si riversano lungo il suo percorso dalla base dei Castelli romani e nel quale confluisce anche la grossa cloaca del Quarto Miglio.
In tali condizioni di inquinamento il fiume non poteva più affluire nel Tevere. Così è stato semplicemente deviato nel grande collettore di sinistra del Tevere, diretto al depuratore, il quale però, ricevendo una eccessiva massa d’acqua (acque del fiume e acque nere), non è in grado di svolgere agevolmente la sua funzione di depurazione.
Per informazioni sulla campagna di risanamento dell’Almone ci si può rivolgere al Comitato per il Parco della Caffarella tel/fax 067803513, www.caffarella.it

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Aprile 2013

 


(C.B.)

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Disquisizione sul “sesso” della torre medioevale dirimpettaia della Garbatella Tormarancia o Tormarancio?

Disquisizione sul “sesso” della torre medioevale dirimpettaia della Garbatella
Tormarancia o Tormarancio?

di Cosmo Barbato

tormaranciaCominciamo col demolire una credenza consolidata. La Tormarancia attuale non è quella “originale”, nel senso che è esistita un’altra Tormarancia, situata non tanto vicino alla nostra ma nella stessa tenuta, crollata o distrutta non sappiamo quando, forse nel XIV secolo, della quale però si sono ritrovate poderose tracce di fondazione all’interno del Parco di Tormarancia.
Il nome di Tormarancia si trasferì nel tempo all’attuale torre, la più importante tra quelle superstiti del circondario. Da quell’imprecisato momento in poi la nostra torre, indicata nella cartografia antica come Tor delle vigne, cominciò a chiamarsi Tormarancia: raccolse cioè il nome della distrutta consorella maggiore.tormarancia-anni-quaranta
Da questo punto in poi, quando parliamo di Tormarancia, ci riferiamo alla torre che svetta sulla collinetta che si affianca al bel Viale di Tormarancia. “Maschio o femmina”?
Si può disquisire del “sesso” di una torre? La toponomastica moderna si è già pronunciata: “femmina”, stando al nome del Viale.
La cartografia antica chiama la nostra torre, almeno fino al 1453, Tor delle vigne, pare per via della fertilità del territorio: vi sgorgano infatti tre sorgenti ed è attraversata dal Fosso di Tor Carbone, oggi in parte ricoperto (per anni le sue frequenti esondazioni allagavano Shangai, la misera borgata oggi scomparsa, che si era andata formando nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso).
In una carta del 1480 appare per la prima volta il nome di Tormarancia riferito alla Tor delle vigne e da quel momento in poi sempre così, “Tormarancia” e mai “Tormarancio” (fatta eccezione per un modo di dire popolaresco degli anni 30/40 del secolo scorso dei vecchi abitanti di Shangai: “Tor marancio” o addirittura “Tor m’arrangio”, con riferimento alla vita precaria che si conduceva nella borgata). Tormarancia è anche il toponimo che riporta il massimo studioso della Campagna romana, Giuseppe Tomassetti (1910/1926).
Dello stesso avviso è anche un altro ricercatore, Giovanni M. De Rossi, nel suo “Torri medioevali della campagna romana”(1981). “Lo stradario di Roma” di Benedetto Blasi (1922) cita Tormarancia. Lo stesso fa Sergio Delli nel suo monumentale “Le strade di Roma” (1989). Viene definita Tenuta di Tormarancia la porzione di territorio aggregato di recente al Parco dell’Appia Antica. E Tormarancia si chiamava la tenuta di 232 ettari alla quale, tanto la prima torre quanto la nostra, facevano la guardia. Ma perché quel “marancia”?
mappa-tormaranciaUna prima osservazione: “marancia”, come aggettivo del sostantivo femminile “torre”, non poteva che essere femminile anch’esso.
Si è appurato che in antico, cioè nel III secolo dopo Cristo, proprietaria del fondo fosse la famiglia senatoria dei Numisi, che ha lasciato nel territorio non poche importanti testimonianze archeologiche, oggi quasi tutte esposte ai Musei Vaticani. Si è immaginato che quella grande proprietà sia pervenuta successivamente a un ricco liberto di nome Amaranthus. Sicché dal suo nome la tenuta si chiamò inizialmente “praedium Amaranthianum”, cioè “Fondo di Amaranto”. Quando, nel 1200, fu eretta la prima torre così come anche la nostra (probabilmente dai potenti Conti di Tuscolo), nel tempo l’aggettivo “Amaranthianum” riferito al fondo si trasferì alla torre, passando ovviamente al femminile.
Le torri avevano una funzione giurisdizionale, cioè ribadivano il possesso su una proprietà (come mettere il cappello su una sedia). Ma avevano anche una funzione semaforica: nella
campagna romana, dopo l’incursione saracena giunta dal mare del IX secolo che colpì le basiliche di San Pietro e di San Paolo, poste fuori delle mura, si andò creando un sistema di torri di segnalazione con fuochi (di notte) e con fumi (di giorno) per allertare la città nel caso di un nuovo sbarco o di una delle frequenti scorrerie arabe lungo la costa. La nostra torre ha base quadrata di 6 metri per lato. E’ posta in cima a una collina a 800 metri dalla Via Ardeatina e a poco di più dall’Ostiense.
Alta 15 metri, poteva essere in grado di segnalare con le numerose altre torri dislocate lungo l’Ardeatina e l’Appia Antica. L’ipotesi della derivazione dal nome della tenuta (e quindi della torre) da quello del liberto Amaranthus è tutt’altro che provata, però finora sembra la più plausibile.
Scartata un’altra che farebbe riferimento al colore rossiccio (con qualche forzatura, amaranto) dei blocchetti di tufo con i quali è costruita la torre, come quasi tutti gli edifici medioevali coevi di Roma e della Campagna romana.
Lunga è la storia della nostra torre.
Nel tempo fu dei Bottoni, dei Leni, dei Tebaldi. Nel 1470 un Tebaldi vendette parte della tenuta all’ospedale di Santa Santorun (l’attuale San Giovanni) e 18 anni dopo un Leni vendette allo stesso ospedale un’altra parte della tenuta. In precedenza, sotto il papa Nicolò V (1447/1455), la torre dovette subire un restauro, a giudicare da una piccola lapide oggi scomparsa recante il monogramma del pontefice: PPNV, cioè Papa Nicolò V. I romani, interpretando sarcasticamente quella sigla, peraltro riportata in tutte le opere edificate o restaurate in quegli anni, la lessero come “Poco Pane Niente Vino”, alludendo al fiscalismo di quel pontefice.
Agli inizi dell’800 poi la grande proprietà fu acquistata da una facoltosa nobildonna, Marianna di Savoia contessa di Chablais, figlia di Vittorio Amedeo III re di Sardegna, che la utilizzò proficuamente come cava di pozzolana, come fertile tenuta agricola e, non ultimo, come campo di importanti scavi archeologici.
In conclusione, torniamo al “sesso” della nostra torre. Che sia esistito o no quel liberto Amaranthus, che avrebbe trasmesso il suo nome alla tenuta e alla torre, certo è che quel “marancia” è la contrazione dell’aggettivo “amaranziana” relativo al sostantivo “torre”: femminile il sostantivo, necessariamente femminile l’aggettivo.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Aprile 2013

 

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Monsignor Nicolò Maria Nicolai: un precursore della Garbatella A cavallo tra ‘700 e ‘800, al servizio dello Stato Pontificio, fu grande esperto di innovative tecniche agrarie, amministratore finanziario, topografo, storico d’arte, archeologo. Qui da noi i

Monsignor Nicolò Maria Nicolai: un precursore della Garbatella
A cavallo tra ‘700 e ‘800, al servizio dello Stato Pontificio, fu grande esperto di innovative tecniche agrarie, amministratore finanziario, topografo, storico d’arte, archeologo. Qui da noi impiantò la sua splendida villa di campagna e la sua sperimentale “Tenuta dai 12 cancelli”.
Con la “Chiesoletta” di Sant’Eurosia ci ha lasciato un segno della sua intensa esistenza

di Enrico Recchi

Nicolò Maria Nicolai è per la maggior parte degli abitanti della Garbatella un nome sconosciuto o appena sentito nominare.
/tomba-monsignor-nicolaiQualcuno però conosce il casale che porta il suo nome e che, dall’alto della collinetta posta tra Via delle Sette Chiese, la Colombo e Via di Villa Belardi, al confine del nostro quartiere, ancora domina la zona dove oggi è l’Università San Pio V.
Ma nella storia del nostro quartiere monsignor Nicolai è stato un personaggio molto importante. Se ne è già parlato su “Cara Garbatella” in diversi articoli di Cosmo Barbato nei numeri passati, ma stavolta cerchiamo di andare un pochino più a fondo nella conoscenza di questo alto prelato della Curia romana e di spiegare come e perché la sua attività ha influito sul nostro quartiere.
Dunque, Nicola Maria Nicolai nasce a Roma nel 1756 e viene sin da giovanetto avviato alla carriera ecclesiastica. Siamo nella Roma di papa Clemente XIV Ganganelli, dominata dall’aristocrazia cattolica, dai cardinali e dalle loro beghe, con il Papa che deve affrontare il problema della soppressione dell’Ordine dei Gesuiti, fortemente richiesta da alcuni sovrani europei, Ordine che sarebbe stato poi ricostituito solo nel 1814.
Appassionato di studi classici ma interessato anche alle scienze, il nostro era ben dotato di ingegno e perspicacia, in un mondo dove chi era ben introdotto e capace aveva la possibilità di conquistare posizioni nella società romana, soprattutto se vestiva l’abito talare. Nicolai ben presto ricevette riconoscimenti per il suo operato ed incarichi che ne testimoniano le capacità. Fu Commissario generale della Camera Apostolica, organo importante nell’amministrazione finanziaria dello Stato della Chiesa, per circa 50 anni. portale-nicolai
Ma è sotto Gregorio XVI (1831-1846) – il pontefice contro cui scaglia le sue frecciate poetiche G.G.Belli – che Nicolai si afferma nel clero romano e, senza però arrivare alla porpora cardinalizia, raggiunge la carica di Ministro dell’Agricoltura dello Stato Pontificio.
Ma questa non era la sola occupazione di Nicolai. Si interessava anche di archeologia ed infatti fu presidente della “Pontificia Accademia di Archeologia”, nonché presidente dell’Accademia dei Lincei, scrivendo un libro sulla Basilica di San Paolo che fu di grande aiuto per gli architetti che la riedificarono dopo il catastrofico incendio che la distrusse nel
luglio 1823.
Ma la sua vera passione erano le scienze agrarie ed i suoi diversi campi di applicazione, spaziando così dalla rielaborazione del Catasto dei terreni e dalla conseguente riforma tributaria allo studio delle tecniche di coltivazione. Si interessò tra l’altro dell’introduzione dell’eucalipto nelle zone paludose, dopo aver accertato la sua utilità nelle opere di bonifica,
precorrendo di molto la piantumazione di eucalipti effettuata sistematicamente nel ventennio fascista nelle aree della Pianura Pontina.
Coordinò anche la ristrutturazione del porto di Civitavecchia che era il porto principale dello Stato Pontificio.
Nel periodo in cui ricoprì la carica di Ministro dell’Agricoltura prese a cuore lo stato di abbandono in cui versava la campagna romana in quegli anni. La maggior parte delle proprietà terriere erano controllate da una inerte nobiltà. Intere tenute e vasti appezzamenti venivano lasciati incolti o affidati alla discutibile gestione di fattori, mentre i contadini, la manodopera, vivevano nella povertà assoluta, in condizioni igieniche miserevoli con conseguenze nefaste sul tasso di sopravvivenza infantile e sulle aspettative di vita in generale.
la-chiesoletta-di-sant-eurosiaTra i vari scritti di monsignor Nicolai, l’opera che ci interessa maggiormente è “Memorie, leggi e osservazioni sulle campagne e sull’annona di Roma” del 1803, perché in questo suo studio troviamo alcune annotazioni che riguardano anche la futura Garbatella e zone limitrofe e ci aiutano a capire come si presentasse all’epoca il territorio su cui poi sarebbe sorto il nostro quartiere. Propose anche la cosiddetta “Tassa di migliorazione”, una tassa cioè che veniva imposta a coloro che lasciavano i propri terreni incolti, mentre non gravava su chi li faceva coltivare industriosamente e proficuamente.
La stesura del Nuovo Catasto comportò un immane lavoro di rilevazione e di riporto di informazioni secondo criteri più esatti è più moderni, attraverso la rielaborazione di tutti i dati già fatti raccogliere sotto Papa Pio VI (1775-1799). Dall’opera riusciamo ad avere un quadro d’insieme delle campagne che circondavano Roma, delle varie proprietà, dello stato delle strade che conducevano a queste proprietà e, non ultimo, dei vari monumenti che si trovavano lungo il percorso. E il monsignore fece applicare con estrema attenzione i principi da lui propugnati nella sua splendida tenuta che si trovava appunto alla Garbatella, che naturalmente all’epoca non aveva questo nome, ma era indicata genericamente come Colli di San Paolo. Nicolai era fiero del suo “arboreto”, nel quale sperimentò molte specie fruttifere. casale-santambrogio
La proprietà sarebbe passata solo più tardi alla famiglia milanese dei Santambrogio, che avrebbero poi donato la “Chiesoletta”, l’attigua Vaccheria (poi trasformata in Oratorio) e alcuni terreni circostanti ai Padri Filippini. Quindi il già citato casale, con la tenuta che lo circondava, era la villa di campagna del Nicolai, che in città abitava nei pressi di Largo Argentina. Della proprietà Nicolai resta ben evidente una delle entrate alla tenuta, un magnifico portale posto su Via delle Sette Chiese all’altezza dell’Università San Pio V.
La sua passione per le scienze agrarie lo portò anche ad elaborare un calendario rustico, antesignano di quelli odierni di Barbanera e Frate Indovino, con l’indicazione di tutti i lavori che andavano svolti in campagna mese per mese secondo il susseguirsi delle stagioni. Come detto, proprio grazie ai libri scritti da Nicolai siamo a conoscenza di molti dettagli che riguardano quella che allora era la campagna intorno a Roma e che oggi fa pienamente parte della città.
Il nostro quartiere all’epoca chiaramente non esisteva e tutta l’area era raggiungibile solo grazie alla Via Ostiense. Quindi Nicolai, per questo settore, parte appunto da Porta San Paolo, dove inizia la Via Ostiense, mettendo subito in evidenza come la zona fosse infestata da aria malsana ed il terreno fosse spesso inondato dalle esondazioni del vicino Tevere.
Le vigne, la cui coltivazione era preponderante nella zona, beneficiavano però delle alluvioni del fiume, perché la terra, come dice Nicolai, veniva “ingrassata” dai depositi fluviali. Per fortuna quei terreni, che molto più tardi avrebbero costituito gli spazi su cui sarebbe stata edificata la Garbatella, erano in parte protetti dallo “sperone” tufaceo delle colline di San Paolo.
Alcuni toponimi ancora esistenti nel nostro quartiere (Via di Vigna Pozzi, Vigna Serafini) ci portano a pensare che i vigneti fossero largamente diffusi in un’area con scarsa presenza dell’uomo. Qualche casale qua e là si distingueva nel panorama, assieme ad alcune torri di avvistamento, residui medioevali, come la Tormarancia, chiamata appunto anche Torre delle Vigne. Quindi in un’area essenzialmente agricola spiccava la presenza di una piccola chiesa settecentesca, quella che sarebbe poi diventata la “Chiesoletta” dedicata ai Santi Isidoro ed Eurosia, il primo agricoltore e protettore dei contadini e la seconda protettrice contro tempeste, fulmini e grandinate, i massimi flagelli per l’agricoltura.
Nicolai dedicò particolari attenzioni alla chiesa di Sant’Eurosia (chissà perché Sant’ Isidoro viene spesso dimenticato), per risparmiare ai suoi contadini il lungo percorso fino alla Basilica di San Paolo per ascoltare la messa domenicale. La fornì di una campana (oggi è la più piccola della parrocchia di San Filippo Neri), pagò i successivi restauri affidati all’opera del suo amico, il grande architetto Giuseppe Valadier, che gli ammodernò anche il casale in cima alla collina.
La tenuta di Nicolai era particolarmente grande, o almeno così sembrava ai pochi abitanti della zona e agli agricoltori che vi lavoravano, da essere chiamata “Tenuta dei 12 cancelli”.
Usciti dalla Porta San Paolo, la prima tenuta censita dal Nicolai era quella dei “Prati di San Paolo”, confinante con l’omonima basilica ed il monastero, proprietà dei monaci benedettini. Larga parte della tenuta era lasciata a pascolo per il bestiame e a fieno, anche perché, avendo un livello inferiore in alcuni punti a quello del fiume, era soggetta alle frequenti “escrescenze della marrana detta del Ponticello di San Paolo” (forse il ponticello sull’Ostiense da dove inizia la Via Laurentina), e quindi non conveniva coltivarla. Gli allagamenti venivano chiamati “rigurgiti del terreno”, un modo assai colorito che rende bene l’idea della fuoriuscita dell’acqua di origine fluviale dalla terra. Le altre proprietà che si incontrano lungo la Via Ostiense appartenevano ai principi Borghese, al marchese Serlupi o erano di pertinenza di ordini ecclesiastici o di chiese. Sempre Nicolai ci racconta che erano presenti in zona cave di pozzolana, delle quali sono state ritrovate recentemente sicuri resti nei lavori di scavo nelle catacombe di Santa Tecla in Via Silvio D’Amico. Più avanti sull’Ostiense venivano incontrati terreni definiti “mezzagne”, cioè con molti sassi o tufi scoperti o poca terra, scarsamente utili allo sviluppo dei semi ed in genere, proprio per questo, destinati a pascolo. Ancora oltre, sulla Via Ostiense e sulle sue diramazioni, ritroviamo tenute con nomi che ci ricordano località a noi note: Tenuta del Grottone (Via Valle del Grottone zona “I Granai”), Tenuta delle Tre Fontane, Tenuta di Tor di Valle ed ancora più in là, sempre sulla Ostiense, la Tenuta di Mostacciano, la Tenuta di Vallerano ecc.
E mentre i valori dei terreni agricoli crescevano, sia per la trasformazione delle rendite agricole in rendite urbane sia per la speculazione, la Garbatella restava ancora terreno non individuato dagli speculatori, da quelli che nel futuro lontano sarebbero stati chiamati palazzinari.
A Nicolai il Comune di Roma ha dedicato una strada, non alla Garbatella però, ma nella periferia di San Basilio. Insigne il suo monumento funebre in stile neoclassico dello scultore Giuseppe Fabris: si trova in centro, nella bella chiesa di Santa Lucia del Gonfalone, in Via dei Banchi Vecchi.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Aprile 2013

 

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il confinato

di Maria Jatosti

La vita italiana e l’antifascismo nel ventennio del regime mussoliniano, la liberazione, la conquista della democrazia, la passione politica, insieme allo sgretolamento dell’unità familiare e allo scontro generazionale nelle vicende di una famiglia piccolo-borghese durante gli anni trenta-cinquanta. Per aiutarci a conoscere la nostra storia, a capire come eravamo e soprattutto chi siamo oggi. Per indicarci come coltivare la speranza.

Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 191 pagine
Editore: Stampa Alternativa (20 marzo 2013)
Collana: Eretica speciale
Lingua: Italiano
ISBN-10: 886222334X
ISBN-13: 978-8862223348

il confinato
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Psicopatologia sessuale di una prostituta cyborg, e altre storie

psicopatologia sessuale
Editore Edizioni della Vigna | Data di pubblicazione |23 Dicembre 2013 | Lingua Italiano | Formato Edizione in brossura | Pagine 286ISBN-10 8862761155 | ISBN-139788862761154

Autore Massimo Mongai (Roma, 3 novembre 1950 – Roma, 1º novembre 2016)

In questa antologia si dispiegano 19 storie brevi. Un discreto numero di queste
novelle hanno per protagonista il celeberrimo cuoco spaziale Rudy Turturro, già
personaggio-icona del romanzo, vincitore del mondadoriano Premio Urania,
“Memorie di un Cuoco d’Astronave”. Altre sono fuori dal “ciclo turturriano”.

Il più schiettamente “mongaico” dei temi affrontati è il dualismo cibo-eros, quel tantrico e inconscio intreccio di vizi da gourmet con piaceri e perversioni sessuali. Meno pruriginosi, ma ugualmente interessanti, sono gli spunti da “what
if?” presenti nei racconti ucronici.

Non mancano poi incursioni nel genere catastrofico, nel filone “invasioni aliene”, nel paradossale, nel “politico”, nell’umoristico puro, persino nelle riflessioni intimiste e filosofiche. Disponetevi
dunque alla fruizione di quest’antologia allentando la cintura e con un alka-seltzer a portata di mano: è un banchetto a diciannove portate, un’esperienza per gli stomaci più che rodati.

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“Sine Ira et Studio”: 1968-1988

“Sine Ira et Studio”: 1968-1988

20 anni di volantini e tatse-bao

2000 documenti raccolti da Padre Guido Chiaravalli davanti alle porte del Liceo Borromini, alla Garbatella. Una testimonianza specifica di quegli anni nel quartiere e similmente in Italia. Un lascito donato e che va messo in rete

Se avete una certa età e se siete della Garbatella dovreste aver già capito tutto. E in tal caso non dovremmo nemmeno spiegarvi cosa sia un tatsebao.
Padre Guido Chiaravalli è un sacerdote ultraottantenne, meneghino purosangue , che verso i suoi trent’anni, nel 1956, arrivò spinto dalle circostanze, dalla sede centrale dell’Ordine dei Sacerdoti di San Filippo Neri e forse dalla Provvidenza, alla Garbatella. E’ uomo di grande intelligenza, di grandissima umanità e di estremo attivismo. Le sue iniziative nei confronti dei parrocchiani della Parrocchia di San Filippo Neri, soprattutto i giovani dell’Oratorio, sono note. In realtà sono quasi leggendarie, anche se viene da dire che quasi tutto ciò che si racconta di buono su di lui è al di sotto della realtà.
Tuttavia non vogliamo fare una apoteosi dell’uomo, il quale oltretutto politicamente parlando era, diciamo così, un po’ conservatore: fermo al Concilio di Trento, piuttosto che al Vaticano Secondo. E però con una mentalità così aperta da insistere perché le ragazze fossero ammesse sia all’Oratorio che all’Istituto Cesare Baronio.
Adesso sembra una ovvietà, a metà degli anni Sessanta, più di 45 anni fa, era un gesto decisamente rivoluzionario.
Ma i rivoluzionari o i se-dichiaranti tali, soprattutto se comunisti o anche vagamente marxisti, a Padre Guido non stavano simpatici. Anche se ad ogni buon conto li conosceva da quando frequentavano l’Oratorio.
Facciamola corta: per 20 anni Padre Guido ha raccolto quasi tutti i volantini, tutti i ciclostilati distribuiti davanti alle porte dell’attiguo liceo statale Borromini e qualche tatse-bao staccato dalle porte del liceo e li ha conservati. L’uomo ama ricordare, ed ama ricordare agli altri quello che hanno fatto e detto. Nella ferma convinzione che gli autori di quei volantini fossero nel torto (non ce lo ha mai mandato a dire, anzi per anni ce lo ha sempre detto direttamente e più volte ed in molti modi) ha raccolto tutto con l’idea, più o meno, di conservarne memoria a vari scopi. Soprattutto per rinfacciarcelo quando avessimo cambiato idea, probabilmente.

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Ennio Flaiano diceva che si è incendiari a venti anni e pompieri a quaranta. Forse. Ma forse no. Di fatto Padre Guido ci ha fatto due favori. Il primo quello di raccogliere questo “fondo” di quasi 2000 pezzi. Avete letto bene: duemila.
E il secondo di darceli, o forse dovrei dire ridarceli.
Leggere 20 anni (e quegli anni!) di slogan, concetti, frasi, eventi è interessante, straniante, emozionante, irritante.
Siamo arrivati alla conclusione che è un fondo che non va disperso.
Le stesse cose venivano dette, scritte, ciclostilate contemporaneamente in altre cento e mille città e scuole in tutta Italia. Ma queste hanno alcune particolarità. Sono concentrate in quegli anni, in un luogo specifico, in un quartiere specifico, il nostro, la Garbatella. Eppure anche in questa ultra specificità, al tempo stesso sono comuni a quelle dette e scritte in altri specifici quartieri di tante città italiane. Quelle idee, quei sogni, quelle rabbie sono state comuni ad un paio di generazioni almeno.
E con quelle parole. Vanno conservate, ma non solo. Il modo migliore per conservare una idea secondo noi, allora come oggi, è renderle comuni. collettive. Ed oggi rendere comune una idea significa metterla in rete, metterla su Internet. E’ questo che vogliamo fare. Adesso pensiamo bene al modo poi vi terremo informati. Per ora serve una mano per scannerizzare 2000 pezzi e non metterci una vita, serve una mano ad organizzare il lavoro … Potrete intanto trovare parte del materiale ed un contatto con noi sulla pagina di Face Book intitolata a “Sine Ira et Studio”…
“Sine Ira Et Studio” è una frase di Tacito, all’inizio degli Annales e vuol dire “senza simpatia e senza antipatia” o “senza animosità e senza passione”. A dire che quel che lui voleva raccontare sarebbe stato onesto e veritiero.
E in questo senso la frase viene usata da secoli. In realtà è anche la frase che per due volte ci ha detto Padre Guido Chiaravalli, ex parroco della chiesa di San Filippo Neri, alla Garbatella, quando ci ha passato il materiale.
Non sapete cos’è un tatse-bao? Oh, beh, cercate su Google…

Massimo Mongai
Giancarlo Proietti

 Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Dicembre 2012

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Da Via delle Sette Chiese al Metropolitan di New York

Incontro con il Maestro Franco Zaniol, tenore di fama internazionale

Da Via delle Sette Chiese al Metropolitan di New York

di Carolina Zincone

Appuntamento al Bar del Cappuccino di Piazza Augusto Albini, qui alla Garbatella. Ore 16,30. Spacco il minuto, ma quel signore elegante che legge il giornale seduto al tavolino è arrivato prima di me. Mi presento, si presenta: come “un grande di questo quartiere”. Io non so bene da dove cominciare, anche perché di musica lirica ci capisco poco, mi accingo per la prima volta ad utilizzare un telefono come registratore e nel bar la musica è alta. Per fortuna ha pensato a tutto lui, Franco Zaniol, tenore di fama internazionale nato in Via delle Sette Chiese.
Appena tornato da una delle continue tournée che lo vedono spaziare dall’Australia agli Stati Uniti passando per il Giappone, ha trovato il tempo di mettere insieme un bel pò di materiale sulla sua brillante carriera, affinché io potessi attingere liberamente.
Sembra un uomo soddisfatto, ma si sente, nei suoi racconti, un po’ di rammarico: per aver fatto tanto per tante persone sparse per il mondo, ma non abbastanza forse, per il suo popolo, quello della Garbatella.
Il nostro è un quartiere che può vantare personaggi importanti, peccato che in un certo senso se li sia fatti sfuggire.
Da piccolo, Franco si guadagnava la paghetta dando una mano al papà, che nel 1926 era diventato il primo barbiere della Garbatella. Ma non passò molto tempo prima che, da studente del Conservatorio allievo di Mario Del Monaco, cominciasse a vincere borse di studio che lo portarono lontano da qui. Nel 1973, solo uno su cento poté andare alla Scala a studiare col Maestro Pastorino, e quell’uno fu Franco Zaniol. Per risparmiare faceva il pendolare da Lissone, e per arrotondare lavorava come commesso in un negozio di abbigliamento chic chiamato Le Diable (Il diavolo!). L’anno dopo ci
fu il premio RAI “Nati per la lirica”.
Ma la vera svolta avvenne nel ’76, quando vinse il Concorso Internazionale Verdi al Teatro di Parma. Purtroppo, proprio quando sembrava che non potesse fermarlo più nessuno e a pochi giorni da un importante appuntamento con il Metropolitan di New York, Zaniol ebbe un brutto incidente stradale.
Così brutto che, a causa del trauma, per un anno e mezzo perse la parola, la sua voce. E se non fosse stato per l’insistenza della famiglia, la storia di un grande tenore si sarebbe conclusa così, con Franco Zaniol che non voleva più cantare. maestro-zeniol
Invece riprese, e come. Zaniol ricorda tutto e ci tiene a fare i nomi di tutti i Maestri con cui ha lavorato o che ha avuto l’onore di sostituire, come José Carreras e Pavarotti, che per via di un’influenza dovette cedergli i panni del Duca di Mantova nel Rigoletto. Parla dei palcoscenici che ha calpestato, dei premi che ha vinto, di quei lunghi 12 minuti d’applauso che si conquistò con il duetto di Otello.
Ci tiene, soprattutto, a parlare del lavoro di beneficienza, che, dopo grandi prestazioni in Italia – dove ancora si ricordano il concerto lirico del 1995 al Centro culturale Aldo Moro di Cordenons per il reparto di ginecologia oncologica di Aviano e quello con Katia Ricciarelli per la Fondazione anti-leucemia, ma anche la sua partecipazione a Telethon 2001 – adesso svolge soprattutto all’estero.
“Perché qui in Italia, diciamoci la verità, di cultura ce n’è poca. E alla Garbatella pochissima”, afferma con rammarico il Maestro, che pure continua a chiamare il nostro quartiere la “piccola Parigi”.
E’ perché qui da noi in cultura si investe poco che lui ormai sta più in Canada che in Italia. Si legge di Zaniol su “Il cittadino canadese” – il giornale  italiano primo in Québec e in Canada: del tenore romano che ha deciso di dedicare la sua carriera a “migliorare l’immagine dell’Italia nel mondo”, cantando. Per questo nel 2002 Zaniol volle incontrare il Ministro per gli italiani nel mondo, Mirko Tremaglia, al quale parlò dei suoi progetti per aiutare la comunità italiana in Canada e da cui ricevette utili patrocini. Ma è qui alla Garbatella che Zaniol vorrebbe farsi (ri)conoscere, è qui che i vecchietti di sempre lo fermano per strada per chiedergli di poter riascoltare la sua bella voce prima che sia troppo tardi.
E’ qui che ha cantato, a Santa Galla, dove le persone stavano pure fuori per quanto era piena la sala, e al Palladium, nel 2000. Ma sono passati 12 anni. E se n’è dovuto andare lo storico farmacista di Via Fincati, Fabio Fabi, perché il tenore fosse invitato a cantare una messa solenne nella Chiesa di San Francesco Saverio, tre settimane fa.
Quanto bisogno ci sarebbe, invece, qui da noi, di bei concerti e di una bella scuola di canto. Una scuola capace di far cantare, insieme, i giovani e gli anziani, i vecchi e i bambini.
E’ il 4 dicembre, il nostro Presidente del Consiglio, su invito del Ministro Riccardi, ha appena celebrato la conclusione dell’ “Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni”. Per farlo, si è felicitato con vecchie glorie dello spettacolo italiano come Gina Lollobrigida e Pippo Baudo, ai quali non piace affatto essere definiti vecchi ma che rivendicano il fatto di essere molto attivi. Da ogni parte, si è insistito sull’importanza che siano abbattute le barriere tra le generazioni, che siano sfatati i miti per cui gli anziani tolgono il lavoro ai giovani.
Entrambi hanno il diritto di vivere una vita dignitosa, di essere rallegrati da una romanza. Lasciamo stare tutto quel Brecht che ci viene propinato e che né i nostri ragazzi né gli anziani dei lotti, giustamente, vanno a vedere! – dice Zaniol. Chissà per quanti anni ancora girerà il mondo lui, altro che invecchiamento attivo, il suo! La speranza è che a casa nostra, qui alla Garbatella, torni presto con un programma, con una delle tante idee che gli frullano per la mente e che lui, in realtà, ha sempre pensato per la sua gente.

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