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Tag: Storia del quartiere

Quell’incisione di Pinelli che ricorda l’Ostessa garbata

“Er pittore de Trastevere”, così era chiamato Bartolomeo Pinelli (1781-1835), con i suoi diecimila disegni e più di quattromila incisioni è probabilmente l’artista più prolifico, che ha tramandato la visione della “Roma de ‘na vorta”. Tra le sue tante opere, ne ha dedicata una che riguarda il nostro territorio. Nel 1830 pubblicò una incisione dal titolo “Costume villanesco osservato in una Vigna fuori la Vesta Ostiense detta San Paolo”.

A quei tempi Roma era circondata da vigne e orti che arrivavano fin sotto le mura della città e si spingevano anche all’interno della cinta muraria. Sia la zona di Testaccio sia tutta l’area che partiva dalla Porta Ostiense in direzione Basilica di San Paolo era aperta campagna, meta di gite turistiche, luogo di villeggiatura anche per un solo giorno. Diverse erano le osterie presenti, spesso all’interno delle vigne, altre volte adiacenti lo stradone Ostiense. Un esempio ce lo fornisce una tela del 1815 del pittore danese Christoffer Wilhelm Eckersberg, riportandoci alla dimensione agreste dell’epoca. Il dipinto ritrae un piccolo edificio nelle vicinanze della Basilica, in cui lo stesso pittore pranzò con la sua famiglia nel novembre del 1814.

Osteria_della_Garbatella
Stato delle Anime all’osteria della Garbatella

Nel quadro è ben visibile sulla destra la rocca di San Paolo, praticamente immutata dopo più di due secoli. L’edificio posto sul bivio con la graziosa loggetta è l’osteria di Martinetti, oggi scomparsa. La coppia sta passeggiando sulla strada lastricata della via Ostiense; il viottolo che si inerpica tra l’osteria e la rocca è il tratto iniziale di via delle Sette Chiese, che conduceva fino alla basilica di San Sebastiano fuori le mura. Il dipinto riesce a rendere il silenzio naturale che si viveva allora, oggi definitivamente perduto. Ma torniamo alla litografia del Pinelli e osserviamo con attenzione questa vigna fuori porta San Paolo, in aperta campagna, dalla quale emergono diversi spunti di interesse. La famiglia del “vignarolo” utilizzava il grande pozzo centrale per le esigenze dell’orto e domestiche. Sullo sfondo a sinistra si notano, appena abbozzate eppure così caratteristiche, le statue dei dodici Apostoli poste sulla sommità della basilica di San Giovanni in Laterano. Poco a destra è raffigurata la porta San Sebastiano e gli archi dell’Acquedotto Felice.

Il Pinelli dava priorità alle esigenze pittoriche e non si preoccupava troppo dell’esatta localizzazione delle opere architettoniche e dei luoghi di Roma. La collocazione dei monumenti sullo sfondo è chiaramente una forzatura stilistica poiché non è possibile vedere la Basilica, la Porta e l’Acquedotto insieme da uno stesso punto di osservazione. Il soggetto principale dei suoi disegni era sempre il popolano (donna, uomo, bambino), il popolo e il suo genio. In questo caso la gustosa scenetta ritrae un momento di riposo di una intera famiglia intenta a spidocchiarsi a catena! La figlia lavora sulla testa della madre che a sua volta controlla quella del marito che intanto gioca con il bambino. Persino il grande poeta Giuseppe Gioachino Belli dedicò un delizioso sonetto sul bisogno e la “bellezza” dello “spulciamento” dal titolo “La Purciarola”.

Una osteria sotto la rupe di San Paolo. C.W. Eckersberg 1815
Una osteria sotto la rupe di San Paolo. C.W. Eckersberg 1815

Spostata di poco a destra ecco la nonna che lavora con il fuso filando a mano. Due secoli fa le condizioni igieniche delle abitazioni popolari erano scadenti, ma quest’opera del Pinelli rivela tuttavia una nobiltà di tratto all’interno di una cornice di dignitosa povertà. E ci fa pensare inoltre, con un po’ di fantasia, a quello che potrebbe essere un quadretto familiare che ritrae la famiglia di Clementina Eusebi, la donna da cui nasce il toponimo Garbatella. Grazie a documenti reperiti presso l’archivio del Monastero San Paolo, conosciamo la composizione di quella famiglia poco prima della data del 1830.

Ci piace immaginare che Carolina Cascapera potrebbe essere la giovane che sta lavorando sulla testa della madre Clementina Eusebi, che opera a sua volta su quella di suo marito Giovanbattista Cascapera, il contadino che aveva in affidamento la vigna Torti con relativa osteria. Il bambino con cui sta giocando il capofamiglia potrebbe essere Paride, mentre la nonna che lavora il filo potrebbe essere Maddalena Garbata mamma di Clementina. È proprio dal cognome di Maddalena che probabilmente nacque il toponimo Garbatella. Madre e figlia vissero la loro vita sempre insieme, tanto che per riconoscerle venivano appellate “Garbata la madre, Garbatella la figlia”. L’osteria all’interno della vigna a quei tempi era chiamata “dei Cascapera”, ma, dopo la morte di Giovanbattista avvenuta nel 1834, fu denominata l’Osteria della Garbatella, come si evince da un estratto dello Stato delle Anime del 1837. La vigna Torti si trovava a ridosso del bivio tra l’attuale via degli Argonauti e via Ostiense ed era un punto di ristoro per i viandanti e pellegrini, che transitavano da e per via delle Sette Chiese. Quella stradina inizierà a chiamarsi vicolo della Garbatella dall’anno 1835.

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Ottobre 2024/numero 65, pag. 4]

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Viale e piazzale Hitler. Quando Mussolini omaggiò il Führer nell’odonomastica

[Municipium. Storia e Archeologia del nostro territorio. Rubrica a cura di Luca Canali]

A Roma durante il regime fascista furono intitolate una strada e un piazzale ad Adolf Hitler, tracciati che esistono tuttora, ma ovviamente con un nome diverso. Dove si trovavano?

La stazione Ostiense

Nel 1937 si decise di costruire un nuovo scalo ferroviario imponente, nell’area occupata da campi presso via della Travicella per la visita di stato del Cancelliere tedesco che avvenne il 6 maggio 1938. La stazione però era molto al di là dall’essere completata e si decise di costruire una stazione monumentale provvisoria (costituita quasi per intero da un impalcato portante rivestito con pannelli riproducenti le fattezze del marmo) progettata dall’architetto Roberto Narducci.

La costruzione della scenografia venne commentata anche da Pasquino con queste parole:

«Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino
venuto da padrone! »

Il viale ed il piazzale

Con il terreno di riporto venne alzato un terrapieno sul quale vennero impostati il viale fiancheggiato da pini ed il piazzale antistante la stazione. Per omaggiare il suo collega dittatore, Mussolini volle dedicare entrambi ad Adolf Hitler. Dopo la guerra, i due nomi furono cambiati in piazzale dei Partigiani e viale delle Cave Ardeatine (in ricordo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine): una damnatio memoriae perfetta.

Piazzale dei Partigiani

Per approfondire

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A San Paolo una delle più antiche attestazioni del volgare italiano

[Municipium. Storia e Archeologia del nostro territorio. Rubrica a cura di Luca Canali]

“Non pronunciare parole segrete ad alta voce!”

Quella che avete appena letto è una strana avvertenza ritrovata nella Catacomba di Commodilla, sita in via delle Sette Chiese 42, all’interno del Parco Giovannipoli.

La Catacomba di Commodilla

Innestato su una cava di pozzolana, il nome di questo cimitero deriva con ogni probabilità dalla matrona romana che aveva donato il terreno alla comunità cristiana. Le sepolture più antiche risalgono al IV secolo e qui erano stati sepolti i martiri Felice e Adautto.

Questi due santi compaiono per la prima volta nel carme che fece redigere papa Damaso (366-384), che durante il suo pontificato intervenne nel monumentalizzare le tombe dei martiri, favorendone il culto e la devozione.

In questo componimento, Damaso ci informa solamente che i due martiri erano fratelli e che ebbero una sepoltura comune, mentre più informazioni ce le fornisce la leggendaria Passio Ss. Felici et Adaucti (VII secolo): Felice era un presbitero che fu condannato alla decapitazione sotto il regno di Diocleziano (303). Mentre veniva condotto sul luogo dell’esecuzione un fedele sconosciuto professò la propria fede cristiana e fu ucciso con lui; non conoscendo il suo nome fu chiamato Adautto (dal latino adiectus, ‘aggiunto’).

Non dicere ille secrita a bboce

Il graffito

Nella basilichetta semiipogea fatta scavare da papa Giovanni I (523-526) si trova la tomba della defunta Turtura decorata con un affresco rappresentante la donna con Felice e Adautto davanti a Maria con il Bambino e proprio sulla cornice del dipinto si legge il nostro graffito.

Datato intorno al IX secolo, un anonimo pellegrino ha lasciato questa avvertenza Non dicere ille secrita a bboce (‘Non pronunciare parole segrete ad alta voce’). Ci sono diverse interpretazioni sul significato di tale ammonimento, ma l’importanza di questo graffito risiede nel fatto di essere una delle più antiche testimonianze del volgare italiano.

Ingresso Catacombe nel Parco Giovannipoli

Visita delle Catacombe

Le Catacombe di Commodilla sono chiuse al pubblico, annualmente sono organizzate dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, delle aperture straordinarie; in alternativa è possibile richiedere una visita guidata di gruppo, consultando le modalità riportate nel sito ufficiale.

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La storia della stazione Radio Marina a San Paolo (Servizio video)

Servizio video a cura di Stefano BAIOCCHI & Giuliano MAROTTA, riprese drone @amgc84

La costruzione più alta che Roma abbia mai conosciuto era situata lungo la via Ostiense a pochi metri dalla Basilica San Paolo. Era la celebre Stazione Radiotelegrafica della Regia Marina, da cui spiccava un’antenna alta 208 metri.
L’impianto fu inaugurato nel 1917 con lo scopo di ottimizzare sia le comunicazioni marittime, sia quelle dirette verso le colonie italiane in Africa.
Installati sotto la supervisione di Giancarlo Vallauri, gli impianti erano costituiti da una antenna triangolare sorretta da tre tralicci di ferro, disposti lungo il Valco di San Paolo, all’epoca una zona disabitata.
Dal 1926 entrarono in funzione due nuovi apparecchi cosicché la Regia Marina mise in atto un’intensa attività di propagazione di onde corte, che consentiva di comunicare senza interferenze con tutta l’Europa e con il bacino del Mediterraneo.

Servizio video

La storia del Dirigibile Italia

Radio Marina resta nella memoria collettiva anche per la sfortunata impresa del 1928 di Umberto Nobile al Polo Nord quando il Dirigibile militare Italia, sulla via del ritorno, dopo una missione, si schiantò sui ghiacci provocando la morte di otto membri dell’equipaggio.
Tra i sopravvissuti c’era anche il radiotelegrafista Giuseppe Biagi, che riparò con grande ingegno l’apparecchiatura di bordo riuscendo a trasmettere l’sos. Il segnale d’aiuto fu captato prima da un radioamatore sovietico e poi rimbalzato all’antenna di San Paolo che riuscì così a inviare i soccorsi.
Il radiotelegrafista Giuseppe Biagi, dopo essere stato osannato in patria fu pian piano dimenticato. Per una serie di circostanze finì per fare il benzinaio sulla via Ostiense, proprio a pochi passi dalla stazione Radio Marina che gli salvò la vita.
Con la sconfitta dell’Italia in guerra e con l’urbanizzazione della zona, nei primi anni Cinquanta le strutture furono demolite, rimasero in piedi solo tre manufatti, ancora oggi presenti.
Due di essi, che fungevano da ricovero per i militari, sono diventati delle abitazioni civili, l’altro edificio, inizialmente adibito a scuola, ospita invece dal 1983 la sede del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.

La Basilica di San Paolo con alle spalle l’antenna di Radio Marina
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Giuliano Marotta nuovo direttore di Cara Garbatella online

Passaggio di consegne questa mattina al Tribunale per la Stampa. Dopo cinque anni il giornalista e
scrittore Gianni Rivolta lascia la direzione del magazine online Cara Garbatella nelle mani di
Giuliano Marotta.
Cara Redazione, dopo quasi cinque anni lascio la direzione di Cara Garbatella online a Giuliano
Marotta – scrive in un messaggio Rivolta – Auguro buon lavoro a lui e a tutti voi. Naturalmente
non scomparirò del tutto, intanto perché rimango responsabile del giornale cartaceo, ma rimarrò
a disposizione per consigli e chiarimenti”.
Giuliano Marotta, 39 anni, giornalista pubblicista, collabora con Cara Garbatella dal 2020, nelle sue
parole traspare trepidazione per questo nuovo incarico: “Spero di essere all’altezza del compito, non
sarà facile sostituire Gianni. Per me questo è un grande incentivo a migliorarmi come individuo,
emozione che spero di trasmettere anche alle persone che mi circonderanno in questo percorso”.
Cara Garbatella negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento dell’informazione per gli
abitanti dell’Ottavo Municipio e una fonte attendibile sulla storia del territorio, meriti premiati
grazie al costante lavoro della Redazione, coordinata da Gianni Rivolta e dal direttore editoriale
Giancarlo Proietti.
Al nuovo direttore Giuliano Marotta, ora il compito di affrontare le prossime sfide e raggiungere
traguardi ambiziosi nell’informazione locale, a lui i migliori auguri da parte di tutta Cara Garbatella.

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Una riffa per gli anziani soli targata Progetto Rossano

Una raccolta fondi per gli anziani soli. Ad organizzarla è alla Garbatella l’associazione Progetto Rossano OdV in occasione del suo 14 esimo anno dalla morte.
Il ricavato di questa riffa popolare sarà interamente utilizzato per organizzare un pranzo con gli anziani soli del quartiere.
L’estrazione avverrà il 9 marzo alle ore 17, in via delle Sette Chiese 101, dove verranno estratti i premi offerti dagli sponsor dell’evento.
I biglietti possono essere acquistati presso il Bar dei Garbati, via Pigafetta 50 e presso la Macelleria Squarcia, in via delle Sette Chiese.
Progetto Rossano è una organizzazione di volontariato che racchiude diverse professionalità al servizio di famiglie e di singoli in situazioni di fragilità sociale ed economica, al fine di fornire sostegno psicologico, emotivo, sociale, educativo e legale.
I professionisti volontari sono a disposizione offrendo colloqui di prima visita gratuiti e percorsi clinici a tariffe sociali.
Sedi operative:
Via delle Sette Chiese 101,
Via dei Lincei 93
info@progettorossano.it
Cell.  per appuntamenti 347.0514813
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Il 104 esimo compleanno della Garbatella con l’associazione AreaM arte e architettura

Garbatella si prepara a spegnere la 104esima candelina in compagnia delle associazioni del quartiere e dei rappresentanti del Municipio VIII. Il programma è ampio e articolato.

Garbatella (non) è un’isola

Si inizierà venerdì 16 con una conferenza organizzata dall’associazione AreaM arte e architettura in collaborazione col Municipio VIII e l’Università Sapienza di Roma. L’incontro, che si terrà alle ore 15:00 nella Casa della città in piazza Giovanni da Verrazzano 7, ha un titolo che è tutto un programma: “Garbatella (non) è un’isola”. Quanti discorsi, libri, fotografie presentano Garbatella come un mondo chiuso in sé, un microcosmo miracolosamente distante dalla frenesia della città?

“Il nostro obiettivo è dimostrare il contrario” ci ha spiegato Luisa Mutti, architetto membro dell’associazione. “Garbatella sicuramente è un’isola per l’architettura peculiare dei lotti Ater, per l’assenza di grandi strade, e anche per certi aspetti della vita delle persone, ma bisogna anche ricordare quanto si sia aperta alla città negli ultimi anni, tramite continue contaminazioni. Abbiamo scelto di ospitare alcuni professori della Sapienza e di invitare la rettrice Antonella Polimeni perché è da questo ateneo che viene un forte interesse, a partire dagli anni ’90, per l’architettura del nostro quartiere.”

È proprio allo stato attuale della Borgata Giardino che è dedicato l’intervento della professoressa Alessandra De Rose, che parlerà dei recenti cambiamenti demografici. Si proseguirà con la storia della fondazione Aamod, attiva dagli anni ’70 con l’impegno di conservare il patrimonio audiovisivo del movimento operaio e democratico, raccontata dal responsabile Claudio Olivieri. A seguire, il rapporto tra cultura di quartiere e cultura metropolitana, oggetto dell’intervento della professoressa Silvia Lucciarini.

Pietra della fondazione della Garbatella, a piazza Brin

Garbatella, dunque, non è un’isola. Le persone, le tendenze, i contesti sociali sono profondamente cambiati nel corso del tempo. “E perfino a livello architettonico c’è stata una grande trasformazione”, ha ricordato Luisa Mutti, “basta pensare alla Garbatella moderna vicino alla fermata della metro.” Degli spazi comuni e degli spazi pubblici parlerà Maria Teresa Cutri, del Centro studi sul moderno. Maria Paola Pagliari e Piero Fumo, invece, interverranno sul rapporto tra le case della Borgata Giardino e l’architettura della città. E infine il ruolo del quartiere nei media, esposto da Valentina Piscitelli e dal giornalista Gianni Rivolta, direttore di Cara Garbatella.

La mostra La Garbatella ha 104 anni

Non è mai troppo tardi. “Quando Garbatella ha compiuto cento anni, noi non eravamo ancora un’associazione e non abbiamo avuto modo di organizzare nulla” ha proseguito Luisa Mutti. Ma AreaM vuole rimettersi in pari, si rimbocca le maniche e in occasione del 104° compleanno del quartiere organizza una mostra di quadri dedicata alla Borgata Giardino, visitabile il 17 e il 18 febbraio dalle ore 17:00 alle 19:00 in via Giuseppe Candeo 18 e via Nicolò da Pistoia 18.

mostra 104esimo compleanno garbatella

La mostra, a cui hanno contribuito ventisei artisti, ha visto la partecipazione di CosArte Spazio Creativo e dei 100 pittori di via Margutta, associazione di cui faceva parte anche Carlo Acciari. “E’ proprio alla memoria di questo grande artista che abbiamo voluto dedicare l’iniziativa” ha spiegato Luisa Mutti. Scomparso nel 2009, Acciari ha raffigurato Garbatella in numerose opere e in piazza Ricoldo da Montecroce è presente una targa a lui dedicata.

Per concludere la rassegna, domenica 18 febbraio Valeria Annecchino, presidente de “Il Salotto di Diotima”, e i maestri d’arte Simona Gloriani e Walter Necchi nomineranno un vincitore tra gli artisti che hanno partecipato all’esposizione.

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Abbassa le serrande per sempre il Piccolo Bazar

di Giorgio Guidoni

Dopo più di cinquant’anni di attività chiude il negozio di Riad a via Ignazio Persico

Riad
Riad

C’è un piccolo negozio, unico nel suo genere, che per tanti anni ha regalato atmosfere magiche agli abitanti della Garbatella. Rimarrà aperto ancora qualche settimana poi, dopo 54 anni di attività, chiuderà i battenti. È l’inimitabile “Il Piccolo Bazar” di via Ignazio Persico, ideato e gestito per questo lungo periodo dal signor Riad insieme alla moglie Costanza. Alla veneranda età di 88 anni, incitato anche dai suoi tre figli, Riad ha deciso di chiudere l’attività e dedicarsi al meritato riposo. Originario della Siria, appassionato di cinema e televisione, arrivò in Italia nei primi anni sessanta. Frequentò l’Istituto Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà e partecipò a un corso presso la Rai sulle tecniche di ripresa televisiva. Nel suo curriculum risulta anche una collaborazione con il famoso regista e sceneggiatore Anton Giulio Majano. A Roma intanto incontrò Costanza, di origini abruzzesi, che diventerà la donna con cui condividerà tutta la sua vita. Non riuscendo a trovare una occupazione stabile decise, insieme a lei, di puntare su una propria attività commerciale. Sul finire degli anni Sessanta si trasferirono nel nostro quartiere e aprirono un negozio crocevia tra giocattoli, articoli da regalo e oggettistica, il tutto condito da un’atmosfera orientale evocata in primis dall’originale insegna.

Riad con la barba, accanto all’attrice Jane Mansfield
Riad con la barba, accanto all’attrice Jane Mansfield

Agli inizi Riad e Costanza meditavano sulla bontà della loro scelta, poiché le vendite non decollavano come sperato. Successivamente decisero di ampliare l’offerta commerciale con articoli dal sapore misterioso ed esotico e al contempo di allestire la vetrina del negozio con scelte originali e fantasiose, divenute in seguito motivo di interesse e curiosità per la collettività. Fu così che gli affari presero la giusta piega e Il Piccolo Bazar divenne un punto di riferimento per il quartiere. Non mancarono piccole disavventure, come quella volta che avevano allestito la vetrina con uno scaffale colmo di articoli e preziose bambole di ceramica di Capodimonte. In quegli anni a Garbatella transitava la linea 11 del tram. Tanti abitanti ricorderanno muri e pareti vibrare al passaggio del pesante veicolo, evento che dava l’impressione di assistere a un piccolo terremoto. Il tram transitava anche a via Persico, proprio di fronte alle vetrine del negozio. Un bel giorno, all’ennesimo passaggio, lo scaffale tremò così a lungo che gran parte della preziosa merce esposta cadde in terra e si frantumò. Grande fu il dispiacere e la delusione per Riad e Costanza che, però, si rimboccarono le maniche e continuarono nella loro avventura. L’allestimento delle vetrine divenne un punto di forza del negozio, complice anche la dismissione della linea del tram 11 a favore del più silenzioso e meno possente autobus. Gli anni Settanta videro arricchire la loro vita con l’arrivo di tre figli. Muna nacque proprio nel 1970, si laureerà in Belle Arti con 110 e lode e bacio accademico: oggi lavora come scenografa alla Rai.

Piccolo bazar
Piccolo bazar

Sausan la secondogenita arrivò nel 1973, conseguirà una laurea in Giurisprudenza; attualmente opera come avvocato negli studi di Cinecittà. Omar, l’ultimo dei tre che venne al mondo nel 1975, intraprese quella carriera che era stata il sogno di papà Riad: oggi è uno stimato cameraman freelance, che vanta tra le sue collaborazioni l’aver lavorato nello staff di Roberto Giacobbo (tra l’altro sono nati lo stesso giorno, ndr). Come da tradizione anche quest’anno, con l’avvicinarsi del Natale, Il Piccolo Bazar ha allestito la sua vetrina con un presepe. Per grandi e piccini ci sarà un’altra ultima occasione per fermarsi di fronte al negozio, ammirare Re Magi e Bambinello, fantasticare su doni magici provenienti dall’Oriente Misterioso, porgere un saluto a Riad. Anche noi di Cara Garbatella lo ringraziamo per aver portato nel quartiere la sua atmosfera accogliente colma di colori, profumi, rispetto e delicatezza.

 

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E’ nata la Comunità energetica territoriale

di Stefano Baiocchi

E’ nata la Comunità energetica territoriale

“Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada”, sentenziava il celebre poeta e scrittore Rainer Maria Rilke.
E il futuro sta inesorabilmente arrivando, sia per necessità ineluttabile sia perché il mondo dell’energia, che è ciò che muove le cose, sta cambiando rapidamente.
Parliamo proprio di energia, di fonti rinnovabili, di autosufficienza. In un futuro prossimo, si spera, ogni edificio sarà autosufficiente, senza la necessità di ricorrere a fonti esterne per riscaldare ambienti e acqua, per cucinare e per illuminare le nostre abitazioni.

Pannelli solari 2023
Pannelli solari 2023

Il nostro territorio sarà uno dei primi ad intraprendere la strada dell’autosufficienza tanto che nei mesi scorsi l’Università Roma Tre e il Municipio Roma VIII hanno promosso la costituzione di una Comunità Energetica Rinnovabile.
Lo scopo, molto ambizioso, è quello di installare nuovi impianti fotovoltaici in tutte le sedi disponibili finanziati da investimenti pubblici, coinvolgendo comunità locale e accademici.
Si tratta della prima esperienza in cui due enti pubblici si sono uniti per dare vita a  una cosiddetta CER (comunità energetica rinnovabile) con la partecipazione di piccole e medie imprese, associazioni e nuclei familiari del territorio. Iniziativa ambiziosa, se si considera che la nuova Comunità Energetica prevede la realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici nella gran parte delle sedi dell’ateneo romano e delle scuole municipali, per una potenza totale di 3,7 MWp e una produzione di 5,2 gigawattora e un “risparmio” di emissioni in atmosfera di circa 2.200 tonnellate di CO2 l’anno.

Un’esperienza che ora diventa un vero e proprio modello per le altre amministrazioni, come dimostrato nel gruppo di lavoro ospitato al Rettorato di Roma Tre, “Comunità Energetiche Rinnovabili: il ruolo delle amministrazioni locali”, alla presenza anche di Andrea Catarci, assessore capitolino alle Politiche del Personale, al Decentramento, Partecipazione e Servizi al Territorio.

Soddisfatto dell’iniziativa il Rettore Massimiliano Fiorucci: “Roma Tre si è fatta da subito promotrice convinta di questa iniziativa altamente innovativa, prevedendo un investimento di cinque milioni di euro per la realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici. La Comunità Energetica conferma la nostra natura di Ateneo attento alla sostenibilità sociale e ambientale e al territorio. Il nostro impegno non si limita all’energia: grazie alla CER potremo finanziare importanti progetti di ricerca e un nuovo master altamente specialistico, focalizzati su questa esperienza”.
Il Direttore Generale dello stesso Ateneo, Alberto Attanasio, ha seguito da vicino i lavori propedeutici alla costituzione della Comunità Energetica: “Partendo dalla necessità di far fronte all’aumento dei costi dell’energia, ci siamo dati un obiettivo molto più ambizioso. Stiamo completando tutte le procedure per far partire i cantieri per la realizzazione di circa 8 mila pannelli fotovoltaici sulle nostre sedi. La prossima sfida, su cui siamo già al lavoro, è quella di sviluppare sistemi di accumulo che, grazie alla ricerca dei nostri Dipartimenti, ci diano la possibilità di essere sempre più autosufficienti sul piano energetico”.

“Il nostro – spiega il presidente del Municipio Roma VIII, Amedeo Ciaccheri – è un progetto rivoluzionario e insieme all’Università Roma Tre e al Comune di Roma abbiamo costruito una grande Comunità Energetica Territoriale, che avrà come baricentro le sedi dell’università e le sedi delle scuole del territorio. Il motore sono quindi i luoghi della formazione e le comunità educanti che oggi trainano proprio questa rivoluzione  pensata e immaginata con l’assessora municipale alle Politiche educative Francesca Vetrugno. Si apre – conclude Ciaccheri – una fase nuova su cui abbiamo speso energia e intelligenza più giusta e sostenibile come chiedono i ragazzi e le ragazze delle nostre scuole”.

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Quelle scorribande nella Garbatella sotterranea

Una rete di cunicoli e catacombe da Villa 9 Maggio alla rupe di San Paolo

di Giorgio Guidoni

1. il primo graffito della lingua volgare NON DICERE
1. il primo graffito della lingua volgare NON DICERE

Per capire meglio il valore storico di un luogo bisogna andare oltre la superficie. È quello che faremo scavando tra impronte di antiche catacombe e testimonianze di grotte e cunicoli di una suggestiva e misteriosa Garbatella sotterranea. “NON DICERE ILLE SECRITA A BBOCE” è l’iscrizione presente nelle catacombe di Commodilla, accanto all’affresco dei martiri Felice e Adautto, il primo graffito che testimonia la nascita della lingua volgare. Risalente al IX secolo d.C., è un’esortazione a “non pronunciare le parole (segrete) a voce (alta)”, per non rischiare la vita. Si riferisce probabilmente al destino di Adautto, un giovanetto che dichiarò la sua fede cristiana durante il martirio di Felice, e per questo fu anch’egli decapitato.
Nessuno dei presenti conosceva il suo nome, perciò fu appellato martire “aggiunto”, dal latino “adiuctus”. E quella seconda B di BBOCE, aggiunta probabilmente in un momento successivo, fa pensare a un primo vagito di pronuncia romanesca.
Nascoste sotto la via delle Sette Chiese in corrispondenza dell’incrocio con via della Garbatella, le Catacombe di Commodilla, nate riutilizzando a scopo funerario alcune gallerie di una preesistente cava arenaria, sono un affascinante labirinto di antichi cimiteri cristiani risalenti al periodo tra il II e il V secolo dopo Cristo.
Ristrutturate e riaperte al pubblico recentemente e visitabili solo su prenotazione, rivelano al loro interno affreschi pregevoli e uno spazio noto con il nome di “Basilichetta”, dedicato al culto dei martiri Felice, Adautto, Merita e Nemesio. La pianta mostra chiaramente che le Catacombe di Commodilla si ramificano anche sotto le abitazioni del Lotto 2, facendo intuire che buona parte di questa area nasconde nel sottosuolo una storia antica di quasi duemila anni. Non ci sono evidenze archeologiche di comunicazione con le altre catacombe in prossimità, da quella di Timoteo sotto la Rocca di San Paolo, a quella di Tecla in via Silvio d’Amico, a quelle più importanti di via delle Sette Chiese (Domitilla, San Calisto, San Sebastiano).

2 Pianta Catacombe Commodilla - in alto a sin ramificazione sotto Lotto 2
2 Pianta Catacombe Commodilla – in alto a sin ramificazione sotto Lotto 2

Resta viva, tuttavia, l’ipotesi di una rete viaria sotterranea che permetteva in tempi remoti collegamenti veloci, nascosti e sicuri tra punti strategici della zona. Facciamo ora un salto temporale e atterriamo a metà XX secolo. La guerra appena terminata ha lasciato dietro di sé macerie e ferite ancora visibili. C’è però tanta voglia di voltare pagina, lasciarsi in fretta il recente passato alle spalle, ricostruire una nuova vita. La testimonianza che segue è fornita da Roberto Pomanti, classe 1935, al tempo un ragazzino del lotto 14.
Con i suoi coetanei, cresciuti tra i soprusi degli occupanti nazifascisti e i bombardamenti degli Alleati, nel primo Dopoguerra il ragazzo trascorreva il tempo per strada sfidando la vita, cercando cibo e “scansando la paura”. Ogni giorno era una conquista, ogni giorno un’avventura, una scoperta. “Il nostro ritrovo era la piazza della scuola (piazza Damiano Sauli, ndr), da lì partivano le spedizioni, sassaiole tra i lotti, uno monta la luna, becca-e-tirace (meglio noto come il gioco della Nizza). Gioco vietatissimo che spesso terminava dopo aver frantumato il vetro di una finestra. Una volta costruimmo un pallone con vecchi pedalini, calze di nylon, stracci consumati e andammo a provarlo al pratone accanto alla Villa IX Maggio (1). Correvamo dietro al pallone quando il terreno divenne soffice sino a sprofondare e formò una grossa buca del diametro di un paio di metri. Incuriositi dallo strano evento ci avvicinammo per vedere meglio e, con grande sorpresa, scorgemmo all’interno della buca una specie di corridoio. Chissà dove conduceva? Magrolini, senza pensarci due volte, cinque o sei di noi si calarono all’interno, che era buio pesto, umido e silenzioso. Non si vedeva granché ma, scostando la terra rossa, ci sembrò di scorgere un tunnel ben scavato (2). Fatti pochi passi, a causa della totale oscurità, ritornammo indietro.
La scoperta aveva solleticato la nostra sete di avventura, così decidemmo di tornare il giorno seguente armati di torce rudimentali. Per prima cosa ci procurammo dei bastoni. Poi, in uno dei tanti negozi di biciclette presenti all’epoca, recuperammo dei vecchi copertoni ormai inutilizzabili e li fissammo sulla sommità dei bastoni: le fiaccole erano pronte. Bastava solo accenderle. Tornammo sul pratone, ci calammo nuovamente giù e appiccammo il fuoco ai copertoni. Facevano un po’ di fumo, puzzavano di gomma bruciata, ma illuminavano sufficientemente il cammino. Cercavamo di camminare velocemente per lasciarci l’odoraccio e il fumo alle spalle. Incoscienti del pericolo procedevamo spediti ed eccitati, pronti a tutto. Continuammo a seguire il percorso a passo sostenuto.

3-A-sinistra-Roberto-Pomanti-in-via-Massaia
3-A-sinistra-Roberto-Pomanti-in-via-Massaia

Dopo circa una quindicina di minuti interminabili, in fondo intravvedemmo una luce. Eravamo arrivati quasi alla fine del camminamento. Allungammo il passo, l’uscita era ormai vicina e, con essa, avremmo ritrovato la luce, l’aria e la libertà. Finalmente fummo fuori: eravamo arrivati alla grande grotta della rocca di San Paolo, a pochi passi dalla Basilica (3). Uscì dalle nostre gole un grido liberatorio e ci stringemmo insieme in un abbraccio per l’impresa compiuta. Gettammo tra le frasche le torce ormai consumate, ritornammo a casa a piedi su per la via delle Sette Chiese. Passammo davanti al “varecchinaro”, poi sotto il ponticello di legno che oggi non c’è più, poi di gran corsa fino a piazza Sauli. Chi arrivava ultimo pagava da bere per tutti “dar nasone”. Di questa avventura conservo ancora un ricordo vivissimo.
E di Garbatella porto nel cuore il ricordo dell’aria profumata e il colore bianco come la neve delle fioriture dei biancospini e degli oleandri.” Qui termina il racconto del vivace lucidissimo Roberto, che non dimostra affatto gli 88 anni compiuti. Ci proponiamo di proseguire la nostra ricerca di ulteriori testimonianze sull’esistenza di grotte e cunicoli nel sottosuolo di Garbatella. Se, pertanto, tra i nostri lettori più anziani riaffiorassero ricordi simili saremo ben lieti di approfondire il tema insieme.

Note

  1.  Il complesso di Villa IX Maggio si trova sopra una collinetta alla fine dell’attuale via Carlo Spinola. Fu edificata da Angiolo Mazzoni nel 1935-37 su incarico del Senatore Roberto De Vito, allora Presidente dell’Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafici  e chiamata così per ricordare la data di fondazione dell’Impero di Etiopia. Fino al 1977 fu sede del Convitto femminile Vittorio Locchi, oggi è un bene di pregio sottoposto a vincolo monumentale.
  2.  In un nostro precedente articolo sui simboli di guerra avevamo segnalato l’esistenza di ben due rifugi costruiti proprio intorno alla Villa IX Maggio. Una Galleria Antiaerea Pubblica più strutturata, lunga più di 300 metri, era presente alle pendici della collinetta a ridosso della villa. Ricavata da ambienti utilizzati in passato per scavi, accessibile attraverso un portale in muratura con un piccolo arco, doveva servire principalmente da ricovero per gli abitanti degli Alberghi suburbani situati nelle vicinanze. A 50 metri di distanza da questo rifugio ce n’era un secondo privato, di pertinenza della famiglia del Senatore Roberto De Vito, sottosegretario al Ministero delle Poste durante il ventennio.
  3.  Sotto la rocca di San Paolo c’erano altre tre grotte adibite a rifugio antiaereo. In una di queste viveva Ermenegildo Lombardi, la cui storia è raccontata in un precedente articolo di Cara Garbatella.
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“La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro” il libro di Giorgio Guidoni

di Riccardo Cervellini

Con l’uscita di “La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro” di Giorgio Guidoni si diradano le nebbie su un episodio che la storiografia della Resistenza ha da sempre collocato tra quelli controversi, attraversati da dubbi e riscontri indefiniti, a causa dell’assenza di tracce documentali certe sia di stampa che archivistiche sull’uccisione di quelle dieci donne romane. L’unica fonte che racconta quella drammatica mattina è un saggio storico del giornalista e scrittore Cesare De Simone, ormai deceduto, uscito nelle librerie nel 1994, cinquant’anni dopo l’accaduto. De Simone descrive sotto forma di diario i nove mesi di occupazione nazista a Roma con dovizia di particolari e rimandi alle fonti, ma proprio su questo specifico episodio non fornisce documentazione a tutt’oggi riscontrabile. Riporta solo di aver visto personalmente un mattinale della Questura dell’aprile del ’44 depositato presso l’Archivio Centrale dello Stato, tuttavia irreperibile.

La verita sull'eccidio del Ponte di Ferro
La verita sull’eccidio del Ponte di Ferro

Era la mattina del 7 aprile 1944 quando – secondo De Simone – dieci donne vennero portate a forza sul Ponte dell’Industria sul Tevere e uccise brutalmente a raffiche di mitra, colpevoli di aver assaltato insieme ad una folla affamata il deposito del pane adiacente al ponte, lato via Antonio Pacinotti, che faceva da base di rifornimento ai tedeschi. Altri assalti a forni e ai cascherini si erano verificati in quei mesi in altri luoghi della città, dopo la decisione di diminuire la razione di pane giornaliera prevista dalle tessere annonarie.

Giorgio Guidoni, un appassionato di storia locale (lo stesso che dopo anni di ricerche ha svelato il mistero dell’attribuzione del toponimo Garbatella al quartiere),  partendo dai dieci nomi stilati da De Simone è riuscito a ricostruire, attraverso un accurato lavoro d’archivio e testimonianze dirette dei parenti, le loro biografie scoprendo ciò che neanche lui si sarebbe aspettato. “Il mio obiettivo iniziale di dare rilievo e dignità a queste dieci donne si è trasformato nella scoperta, incredibile quanto incidentale, che queste persone non hanno avuto alcun collegamento con l’eccidio del Ponte dell’Industria. Con questa ricerca – spiega l’autore del libro –  sono riuscito a ricostruire un’identità ben definita per ognuna delle presunte vittime, verificando inoltre che, per un errore di trascrizione, una di loro era in realtà un uomo, mentre  Clorinda Falsetti risultava ancora viva nell’aprile del 2022. Le altre persone elencate – prosegue – a parte la bambina di quattro anni uccisa dai tedeschi il 7 giugno del ‘44 in località Pratarelle di Vicovaro, sono stati tutti esempi di grande patriottismo, coraggio e partecipazione attiva alla cacciata dell’invasore durante i nove mesi di occupazione tedesca, ma nessuna di loro  risulta essere tra le dieci donne trucidate dai nazisti in quel fatidico 7 aprile.”

C’è da sottolineare, inoltre, che un lavoro di approfondimento sull’ eccidio del Ponte di Ferro è stato eseguito anche dall’autorevole storico Gabriele Ranzato, che nel 2019 con “La liberazione di Roma” dedica alcune pagine a questo episodio, collocandolo tra quei fatti incerti non corredati da documenti o testimonianze.

Il lavoro di Guidoni, dunque, non è assolutamente un testo negazionista. Anzi, pur essendo possibilista sulla veridicità dell’accaduto il 7 aprile 1944, ne contesta esclusivamente i nomi delle protagoniste, mettendole in una nuova luce. Quelle donne non erano genericamente delle popolane affamate che lottavano per la sopravvivenza delle loro famiglie, ma nella maggioranza furono, come altre romane, direttamente impegnate nella Resistenza in ruoli decisivi. Questo tragico fatto, noto come l’eccidio del Ponte dell’Industria, viene celebrato annualmente con la deposizione di una corona alla memoria sulla lapide che porta i nomi delle dieci donne, cerimonia che deve continuare nel tempo per testimoniare comunque il ruolo che le donne ebbero nella Resistenza romana.

(La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro, di Giorgio Guidoni, Amazon Italia- Cara Garbatella, euro 16,50)

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Quel ponticello di legno su via delle Sette Chiese

di Giorgio Guidoni

Comparazione 1930 – 2023 - lotto 4, ponticello e, sullo sfondo, lotto 6
Comparazione 1930 – 2023 – lotto 4, ponticello e, sullo sfondo, lotto 6

La storia

C’era una volta un piccolo ponte di legno. Era stato costruito nel 1923, subito dopo la realizzazione delle cosiddette “Case rapide” – i lotti 6 e 7 di via Sant’ Adautto – per collegarli con la piazza principale della Borgata Concordia Garbatella intitolata a Benedetto Brin, attraverso il lotto 4, uno di quelli abbattuti alla fine degli anni Cinquanta. Più che un ponte era una passerella pedonale transitabile solo a piedi, costruita sopra via delle Sette Chiese, l’antica via dei pellegrini. Era la continuazione di via Santa Emerita, nota anche come Merita, la vergine romana martirizzata durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano (253-260 d.c.), venerata nel vicino cimitero paleocristiano di Commodilla.

Il ponticello accompagnò la vita degli abitanti per diversi decenni e superò indenne anche le insidie della seconda guerra mondiale. Durante l’occupazione dei tedeschi, le memorie di Libero Natalini, uomo di punta della Resistenza locale, raccontano che “Lella” Chiatti, l’infermiera che abitava in via di Santa Emerita in una casa con loggetta a ridosso e con vista proprio sul ponte, riuscì ad avvisare Libero di allontanarsi immediatamente. Lo fece proprio da quel benedetto ponticello, sbracciandosi alla vista del partigiano che si avvicinava. Qualche ora prima gli sgherri della banda Koch, dopo la cantata sotto tortura di un arrestato, erano stati a cercarlo a casa, avevano interrogato e minacciato la portiera del lotto 4, dove abitava. Libero Natalini rientrava dalla riunione della sera prima del gruppo operativo della settima zona dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica – un’organizzazione dell’epoca combattente contro i nazifascisti), a casa della suocera di Gastone Mazzoni, detto “Er Cipolla”. Aveva dormito fuori casa proprio perché era stato avvisato di movimenti di tedeschi alla Garbatella da Alberto Polimanti, un patriota della Garbatella. Un altro ricercato dai tedeschi era Reval Romani, il facchino dei mercati generali, amico di Libero che abitava in quei lotti su via delle Sette Chiese.

Il dopoguerra

Nel dopoguerra il ponticello continuò ad esistere fino al 1959-1960, quando l’Istituto Autonomo per le Case Popolari si accordò con il Banco di Santo Spirito per vendere nuove villette di lusso agli impiegati dell’Istituto di Credito, abitazioni che sarebbero sorte nelle aree in cui erano edificati i pittoreschi lotti 1,2 e 4. I proventi di tale speculazione, circa 9 miliardi di lire dell’epoca, sarebbero stati utilizzati dallo IACP per costruire nuove abitazioni in zona Pietralata. La realizzazione del progetto ebbe inizio con gli sfratti dei residenti. Gli abitanti dei lotti furono invitati, anche con minacce e intimidazioni anonime, a lasciare i loro alloggi per trasferirsi in altre zone della città. Lo IACP cominciò a murare le finestre delle villette e poi a demolirle, così il ponticello perse il suo ruolo di collegamento e cadde in disuso. Gli abitanti di zona e le forze di sinistra, però, protestarono vivacemente, tanto che la notizia arrivò al Principe Torlonia, erede di quella famiglia che era stata espropriata dei propri terreni dall’Ente Marittimo e Industriale di Paolo Orlando, per edificare abitazioni ad uso edilizia popolare, destinate agli operai della nascente zona industriale. Il Principe fece ricorso ed ebbe la meglio, cosicché lo IACP dovette bloccare il progetto.

La famiglia Natalini sul ponticello di legno, sullo sfondo edificio ex lotto 4
La famiglia Natalini sul ponticello di legno, sullo sfondo edificio ex lotto 4

Anni sessanta

Nei primi anni Sessanta il ponticello ormai inutilizzato, coperto dai rovi e divenuto pericolante in assenza di manutenzione, fu abbattuto. Fu solo nel 1994 che la superficie dei lotti demoliti fu destinata a giardini, con la realizzazione di un parco pubblico e di una pista di pattinaggio. Oggi l’area è sede di importanti eventi culturali all’aperto, soprattutto durante il periodo estivo. Agli inizi del 2000, quando Walter Veltroni era sindaco di Roma, si parlò della ricostruzione del vecchio ponticello. Il Sindaco ed altri membri della giunta capitolina effettuarono un sopralluogo per valutare, insieme ai residenti, la fattibilità dell’intervento. Furono proprio gli abitanti della zona a non essere d’accordo, per evitare un transito indesiderato all’interno di quest’area amena, come sospesa su una nuvola, lontana dai rumori del traffico. Oggi di quel ponticello non rimangono che i ricordi degli abitanti più anziani e qualche reperto fotografico. Nel 1990 via di Santa Emerita venne ufficialmente eliminata dalla toponomastica di Roma perché non più utilizzata. La targa con il nome della strada è tuttavia rimasta ed è visibile ancora oggi nello stesso luogo in cui era stata posta quasi un secolo fa, all’angolo con via Sant’ Adautto.

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Addio ad Augusta, storica cuoca de “La nuova cantinetta”

C’era tantissima gente ai funerali di Augusta a Dragona, dove abitava insieme alla sua famiglia. E c’erano anche molti di quei cittadini della Garbatella che frequentano abitualmente o saltuariamente la trattoria romana di via Basilio Brollo.

Augusta, la cuoca storica de La Nuova Cantinetta, se ne è andata il 17 settembre dopo una breve e implacabile malattia.
Nata nel 1941 a Montefortino (in provincia di Fermo, all’epoca provincia di Ascoli Piceno) nelle “Marche zozze” – come amava raccontare con un sottile sarcasmo tipico di chi aveva affrontato l’esistenza duramente – in una numerosissima famiglia di contadini, la vita l’aveva portata prima a Configno, frazione di Amatrice, per poi giungere nella Capitale. Anche al Testaccio, dove aveva vissuto per diversi anni, insieme alla sua famiglia, era amata e conosciuta.

Ogni giorno, dal 1997, è sempre stata ai fornelli di quella piccola cucina, nel cuore della Garbatella, da dove aveva sfornato i migliori piatti della tradizione romana con cura e maestria.
Con la sua arte aveva cominciato da subito a far parlare di sé, tanto che i suoi rigatoni con la pajata, o la sua amatriciana o la sua gricia, erano conosciuti un po’ in tutta Roma.
I commensali della trattoria la ricordano anche perché aveva un sorriso per tutti, non soltanto per chi si affacciava in cucina per farle i complimenti o semplicemente per porgerle un rapido saluto mentre era al lavoro.

Alla figlia Jolanda, al genero Paolo e al nipote Pietro le condoglianze della redazione di Cara Garbatella.

 

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Rievocato il bicentenario dell’incendio della Basilica di San Paolo fuori le mura

Quando

In una notte d’estate di duecento anni fa bruciava la Basilica di San Paolo. Tra il 15 e il 16 luglio del 1823, infatti, andò a fuoco il tetto del tempio più grande di Roma dopo quello di San Pietro in Vaticano, provocando danni ingenti alla struttura religiosa. Nel luglio scorso è stata proprio l’Università Roma Tre a rievocare il bicentenario del catastrofico rogo con una conferenza “San Paolo infiamma” nel giardino del Parco Schuster, a poche decine di metri dall’imponente chiesa.

Il disastro, all’epoca, impressionò anche il poeta Giacomo Leopardi, che parlò di “ una disgrazia veramente europea”; l’incendio, infatti, si consumò in poche ore e arrecò gravi e ingenti danni alla chiesa.

Chi ne parlò all’epoca

Della sciagura parlò persino Stendhal nelle sue Passeggiate romane. Patrizia Burdi, nella sua Storia della Basilica di San Paolo fuori le mura, riporta quanto annotava lo scrittore francese, amante del Bel Paese, all’indomani  dell’immane rogo: “ Io visitai San Paolo il giorno dopo l’incendio. Ne ebbi un’impressione di severa beltà, triste quanto la musica di Mozart. Erano ancora vive le vestigia dolorose e terribili della sciagura; la chiesa era ancora ingombra di nere travi fumanti, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano a ogni istante di cadere. I romani costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata. E’ uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto”.

Delle fiamme si accorse un vaccaro, Domenico Perna, mentre portava le sue mucche al pascolo (la zona dove sorgeva la Basilica era all’epoca tutta campagna). Egli udì un boato molto forte, si spostò per vedere e, scorgendo l’imponente chiesa avvolta dalle fiamme, dette l’allarme.

Purtroppo i soccorsi arrivarono con un ritardo di circa tre ore e il forte vento che quella notte tirava alimentò ulteriormente l’incendio.

Il tetto della Basilica andò completamente a fuoco; si salvarono solo il transetto, la tela di Arnolfo Di Cambio, il ciborio medievale e l’abside.

Al Papa Pio VII, già gravemente malato, non si disse nulla dell’accaduto, tanto che egli morì di lì a poco senza sapere niente.

Il cardinale Enrico Consalvi, segretario di Stato, dopo la morte del Papa, ereditò il gravoso compito di indagare sulle cause del rogo e su chi lo avesse provocato.

Le origini dell’incendio

Sulle origini dell’incendio furono formulate molte ipotesi, alcune alquanto fantasiose, ma nessuna di esse si rivelò completamente convincente. Le cronache del tempo liquidarono la questione attribuendo la causa del rogo alla negligenza di alcuni stagnini, che stavano restaurando il tetto della Basilica e che avrebbero fatto cadere inavvertitamente il fuoco di alcuni fornelli utilizzati per riscaldare ferri che servivano per liquefare lo stagno.

Secondo l’architetto Marcello Zalonis, puntiglioso studioso della storia del territorio di San Paolo,  questa ipotesi sarebbe priva di sostanziale fondamento, perché nel mese di luglio si faceva notte tardi e gli operai avevano presumibilmente lasciato le impalcature alle ore  venti, mentre l’ incendio si sarebbe verificato alle ore quattro del mattino successivo.

I fornelli usati dagli “stagnini” erano alimentati con il carbone di legna, materiale che bruciava senza fiamma per un tempo limitato ( da una a due ore). Il fuoco, quindi, non avrebbe potuto covare per circa otto ore ( tempo intercorso  dal momento che gli operai avevano lasciato il lavoro e quello in cui l’ incendio era divampato), a meno che ci fosse stata “una manina sacrilega” che lo avesse deliberatamente acceso.

Chi erano i sospettati

Zalonis faceva una considerazione importante al riguardo: gli operai non avrebbero avuto interesse a far scoppiare l’incendio per non perdere il lavoro e rischiare di finire per tutta la vita nelle galere papali. L’ipotesi più probabile potrebbe essere quella che a compiere l’atto fosse stato un gruppo di neo-Carbonari, provenienti dal Nord, che si erano infiltrati nella Roma papalina.

Molti di loro, infatti, erano stati arrestati e avevano giurato di vendicarsi, tanto più che il papa Pio VII nel 1821 aveva emanato la bolla “Ecclesiam a Jesu Cristo”, con la quale si mettevano in guardia i fedeli dal credere alle parole di costoro (Carbonari), che “si presentavano come agnelli mentre erano lupi rapaci”. Essi appartenevano a società segrete, odiavano profondamente la Chiesa ed erano capeggiati dal Rettore e dal Gran Maestro.

Probabilmente i Carbonari avevano appiccato il fuoco alla Basilica a scopo dimostrativo,  avevano scelto il momento in cui la Chiesa veniva restaurata e quindi erano presenti i ponteggi su cui ci si poteva arrampicare. Inoltre, in quella stagione, l’imponente edificio religioso era quasi deserto, perché  i preti erano quasi tutti partiti per le vacanze. Gli attentatori forse pensarono che l’incendio sarebbe stato domato in breve tempo; resisi  conto in seguito dell’enormità dei danni provocati, fuggirono lontano senza rivendicare l’azione.

L’inchiesta

Il cardinale Consalvi e la Commissione d’inchiesta nominata ad hoc, sulla base delle indagini svolte, pur avendo probabilmente la convinzione che dietro l’incendio ci fosse stato un attentato, decisero di attribuirlo all’imperizia di alcuni operai.

Questa fu la scelta dettata dal momento più che delicato per il Papato, sede vacante per la morte di Pio VII. La Chiesa temeva, inoltre, le influenze politiche da parte delle potenze europee, e il dilagare dell’indignazione dei fedeli particolarmente affezionati alla Basilica.

Il nuovo pontefice Leone XII prese in mano la situazione e decise di chiamare a raccolta i cristiani per una colletta universale finalizzata alla ricostruzione della Basilica.  A questo scopo il 25 gennaio 1825, giorno di festa per la ricorrenza della conversione di San Paolo, emanò l’enciclica “Ad Plurimas” .

La ricostruzione

Quasi per miracolo i contributi arrivarono da ogni dove, anche da parte di musulmani e di persone di altre fedi. Alcune di queste donazioni furono di grande pregio, come le finestre e le colonne di alabastro offerte dal re d’Egitto Fouad I e dal vicerè Mohammed Alì, e i blocchi di malachite e lapislazzuli devoluti dallo zar di Russia, Nicola I.

Tra l’altro nell’anno 1825 a Roma ricorreva anche il Giubileo. I lavori di ricostruzione durarono parecchi anni.  La Basilica di San Paolo fu riconsacrata il 10 dicembre 1854 da Papa Pio IX. E’ interessante notare che solo due giorni prima di tale data ( 8 dicembre) lo stesso Papa aveva proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione con la bolla “Inneffabilis Deus”.

La storia dell’incendio della Basilica potrebbe apparire come un evento eccezionale , ma questa convinzione è stata fugata di recente per  il rogo che ha interessato la chiesa di “Notre Dame” a Parigi.  Anche in questo caso i danni sono stati molto ingenti e le cause  non sono state ancora accertate, a testimonianza di quanto le grandi opere artistiche possono essere stupende ma contemporaneamente anche molto fragili.

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“Sull’uso pubblico della storia” incontro con lo storico Davide Conti (Servizio video)

Maltrattata e fraintesa, la storia è sempre più sotto l’attacco di chi è pronto a crearsi un passato di comodo pur di legittimare le proprie visioni del mondo, anche se la nostra Costituzione parla chiaro: è antifascista.

Perché, allora continuiamo ad assistere a tolleranze e a revisioni storiche? Come è possibile che ancora oggi in Italia sia concessa l’apertura di sedi di Partito, di case editrici e quant’altro emuli un passato di oblio e orrore?

Queste sono alcune delle domande con cui si interroga Davide Conti nel suo libro “Sull’uso pubblico della storia”, presentato al Millepiani Coworking in un evento organizzato dalle sezioni ANPI Martiri delle Fosse Ardeatine e ANPI Garbatella e che ha visto il patrocinio del Municipio Roma VIII.

Il volume, pubblicato da Forum Edizioni, è accompagnato da alcune immagini tratte da Lapidarium, una raccolta di fotografie di Paolo Pandullo sulle testimonianze pubbliche a ricordo delle tante vittime delle stragi italiane.

Stefano BAIOCCHI & Giuliano MAROTTA

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Attribuita al pittore Pietro Lucatelli la Pala di Santa Galla

Di Paola Borghesi

Un tesoro dell’arte barocca, sconosciuto ai più, giace in fondo alla navata destra della chiesa parrocchiale della Circonvallazione Ostiense.Si tratta della Pala dedicata a Santa Galla, un dipinto risalente con molta probabilità alla metà del 1600, d’autore fino ad oggi ignoto.

La dottoressa Anna Lo Bianco, già direttrice della Galleria di Arte Antica – Palazzo Barberini, ora in pensione, ha invece dedicato un accurato studio al dipinto in questione e alla sua storia. “La Pala si trovava in origine nella chiesa di Santa Galla che risaliva al secolo XVII e sorgeva alle pendici del Campidoglio – racconta la Lo Bianco – .La chiesa fu poi demolita nel 1935 durante la campagna di sventramenti del periodo fascista. Il dipinto celebra la figura della patrizia romana Galla, nata nei primi del 500 d.c. in una nobile famiglia. Dopo essere rimasta vedova giovanissima si era voluta dedicare all’assistenza ai numerosi poveri del quartiere, ispirando grande devozione tra il popolo romano. Nel dipinto viene narrato l’episodio miracoloso che la vide protagonista, ovvero l’apparizione, mentre serviva alla mensa dei poveri, di un angelo che offre al Papa Giovanni I  l’immagine miracolosa della Vergine”.

La Lo Bianco, per identificare l’autore della Pala, ha indirizzato le sue ricerche nell’ambito della scuola pittorica di Pietro da Cortona e dopo vari approfondimenti è giunta alla conclusione che  sia stata dipinta da Pietro Lucatelli, suo allievo. Sono infatti molti i richiami che avvicinano i soggetti raffigurati ad altri di questo pittore minore, quali quelli rappresentati nei cartoni per gli arazzi Barberini, realizzati intorno alla seconda metà del 1600.

E’ probabile che la Pala sia stata destinata alla parrocchia di Santa Galla, alla fine degli anni Trenta, proprio quando la chiesa antica, che portava lo stesso nome, veniva abbattuta. Il quartiere quindi può vantarsi di poter ammirare un’opera di grande rilievo artistico realizzata nel lontano periodo barocco e fortunosamente arrivata fino a qui

E’ un’opera non molto conosciuta. L’unico accenno si trova nell’archivio segreto vaticano riferito alla Chiesa di Santa Galla, con questa annotazione: “altare posto nel fine di detta chiesa, e dedicato a S. Galla con quadro rappresentante la Santa di altezza palmi venti, e di larghezza palmi dieci di mano incognita”.

A breve sulla rivista d’arte “Orizzonti del Mo.Ca” verrà pubblicato un resoconto dettagliato del lavoro di ricerca svolto dalla dottoressa Lo Bianco per arrivare all’identificazione dell’autore della Pala.

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Giornata mondiale sull’autismo alla Cooperativa Garibaldi

di Eleonora Ono

Segnatevi la data perché il 2 Aprile, nella Cooperativa Agricola Giuseppe Garibaldi, immersa nel verde di Via di Vigna Murata 573, vi aspetta la giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo.

Il programma partirà alle ore 11:30 quando i genitori, i ragazzi autistici e chi fa parte di questa splendida realtà si racconteranno. Proseguirà poi alle ore 13.00 con la visita dell’azienda in attesa del buffet. Seguiranno la passeggiata negli orti, musiche e danze popolari e persino un’installazione artistica di Bob Gallo, pittore che si è lasciato coinvolgere dalla capacità creativa di questi giovani.

Una giornata che, istituita dall’Onu nel 2007 per richiamare l’attenzione su questa realtà, ha per la Cooperativa Garibaldi un’importante significato. Qui infatti, ogni giorno si lotta per il riconoscimento dei diritti delle persone con la sindrome dello spettro autistico.

Una storia che va avanti dal 2010, quando il Presidente Maurizio Ferraro, insieme ad altri genitori dei ragazzi autistici, fondarono questa cooperativa sperimentale per sensibilizzare la popolazione su questa complicata realtà, ma soprattutto  per dare un lavoro e un futuro ai propri figli. L’unicità di questa azienda, infatti, è che i soci fondatori sono proprio loro: i ragazzi autistici. E nonostante le difficoltà, le loro giornate volano tra mille attività. Dal ristorante, alla falegnameria, la smielatura, i corsi di cucina, laboratori di fotografia,disegno: il tutto con l’intento di integrare ogni ragazzo che abbia una forma di autismo più a meno lieve. Tra le attività non dimentichiamo quella dell’orto, forse la principale, poiché coinvolge l’intero quartiere e dintorni. I cittadini infatti, possono adottare pezzi di terra da curare e coltivare assieme ai ragazzi, così da superare le barriere dei pregiudizi e dei preconcetti. Scegliere una parte di terra da adottare, vuol dire anche sentirsi liberi di investire in questo spazio pieno di vita e di riscatto.

Perciò il motto è: “la cura della Terra la Terra che cura”. Con questo messaggio si spera di scuotere anche una mentalità che, alcune volte, si irrigidisce nell’affrontare concetti un po’ meno consueti per paura o per disinteresse. Invece bisognerebbe  alimentare la comunicazione sotto qualsiasi forma attraverso un percorso di inclusione.

Insomma, il 2 Aprile non perdetevi questa giornata dove si sta insieme, si mangia, si respira l’aria di campagna, si scoprono i punti di vista di chi il mondo lo vede a modo suo. E se non sai guardare il mondo come fanno i ragazzi autistici, impari.

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Quella “S” agli archi di piazza Sauli segnalava un serbatoio in tempo di guerra

Di Giorgio Guidoni

Si può cancellare una scritta, non si deve cancellare la memoria. È quello che è accaduto alla lettera “S” maiuscola iscritta in un cerchio nero sulle colonne degli archi in piazza Damiano Sauli, rimossa accidentalmente un anno fa durante i lavori di ristrutturazione dei portici in cortina.

Non conoscevamo con certezza il significato di quella lettera: poteva indicare sia un serbatoio di acqua nelle vicinanze da usare in casi di emergenza, sia un deposito di sabbia da utilizzare nei rifugi antiaerei, come specificato nelle norme UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) del periodo bellico.

Oggi però, grazie a una preziosa testimonianza diretta, possiamo stabilirne il significato con certezza. Ce lo chiarisce Andrea Cristiano, che da bambino abitava nei paraggi e trascorreva lunghe ore a giocare in piazza con gli altri amichetti.

“Avevamo notato più volta l’arrivo di una pattuglia di Vigili del Fuoco che armeggiava nella zona antistante l’odierna fontanella. All’inizio la cosa non aveva stuzzicato il nostro interesse, poi però, incuriositi da questi uomini in divisa, un giorno ci fiondammo intorno a loro per cercare di capire che cosa facessero. Riuscendo a gettare lo sguardo oltre il cordone umano dei Vigili notammo che uno di loro si stava calando all’interno di una botola tramite una scala metallica.

Vista la nostra curiosità ci spiegarono che, proprio sotto la piazza dove da sempre giocavamo, c’era una grande cisterna per la raccolta dell’acqua usata come rifornimento per le autobotti. Con grande cautela ci fecero avvicinare così da poter scorgere, sulla superficie dell’acqua sottostante, il riflesso del cielo sopra di noi. Poi indicarono la grande “S” nera dipinta sul muro tra gli archi e ci spiegarono che era il simbolo per segnalare nelle vicinanze la presenza di un serbatoio. Quella “S” si poteva trovare anche in altre zone di Roma, e, in qualche caso, c’era vicino anche una lettera “I” per segnalare l’esistenza di idranti in prossimità. Tutti simboli che erano stati di utilizzati durante la guerra. La piazza fu poi completamente ristrutturata e l’originale terriccio venne ricoperto da una pavimentazione più moderna: i lavori iniziarono nel 1995 e furono eseguiti nell’ambito del progetto Centopiazze, voluto dall’allora sindaco Francesco Rutelli. La nuova pavimentazione in marmo copri definitivamente quella botola condannando all’oblio una parte di storia di Garbatella.

La cancellazione della “S” dal muro è stata oggetto di interesse anche da parte del Municipio VIII. Proprio a seguito di un nostro articolo che ne segnalava la rimozione, è stata approvata una mozione per ripristinarla e tenere così in vita la memoria di quel triste periodo storico di guerra che purtroppo l’umanità continua a vivere, immemore degli orrori del passato.

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A Montagnola arriva Terra! Festival di fotografia e cinema

Terra! È questo il nome del festival promosso e organizzato dall’associazione WSP Photography, che animerà il parco Falcone e Borsellino nel quartiere Montagnola dal 7 al 14 settembre.

Un festival incentrato sul linguaggio fotografico in primis, cinematografico, documentaristico e su quello poetico, in grado di narrare, sensibilizzare e accrescere consapevolezza e conoscenza sui temi ambientali, relativamente alla cura e la storia del proprio territorio e più in generale del nostro Pianeta.

Il programma di Terra!

Mostre fotografiche, visite guidate, laboratori, proiezioni, dibattiti e tante altre attività gratuite e pensate per tutte le fasce d’età. I bambini dal giovedì alla domenica potranno partecipare ai laboratori di fotografia e poesia, il sabato mattina si terrà un workshop dedicato ai ragazzi, in collaborazione con la Cooperativa Diversamente. A chiudere, domenica si svolgerà un laboratorio artistico di fotografia e paesaggio naturalistico accompagnati dall’Associazione Parco della Torre di Tormarancia.

Sul grande schermo si alterneranno proiezioni prodotte e distribuite da ZaLab, da citare: I villani di Daniele De Michele, in arte Don Pasta, Il pianeta in mare di Andrea Segre, Mother lode di Matteo Tortone, Mingong di Davide Crudetti e infine l’ultima opera di Andrea Segre Po. Prima della proiezione, ad aprire ogni serata ci saranno delle presentazioni editoriali e multimediali.

Il 10 settembre si terrà una serata speciale con la proiezione del film di Andrew Levitas con Johnny Depp Il caso Minamata.

La serata finale

La serata finale sarà interamente dedicata al quartiere Montagnola e in particolare alla cittadinanza attiva per la difesa dell’ambiente: a condurla sarà il Comitato Parchi Colombo, impegnato da anni nella riqualificazione delle aree verdi del territorio. Ad arricchire l’ultimo appuntamento la proiezione delle foto realizzate durante i laboratori artistici.

Sul sito internet di WSP Photography è possibile leggere il programma dettagliato del festival.

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Inaugurato Largo Alvaro Amici nel parco Caduti del Mare

L’unico bene suo sogno adorato
era pe’ Roma sua dov’era nato
quanno a la sera s’addormiva er monno
Roma lo cunnulava in braccio ar sonno
”.

Cantava così Alvaro Amici in Passione Romana, una delle più celebri canzoni dedicate alla città eterna dell’artista originario della Garbatella. Il cantautore, scomparso diciannove anni fa, ha ricevuto oggi l’omaggio del suo quartiere, con l’inaugurazione di Largo Alvaro Amici nel parco Caduti del Mare, a pochi metri dai vicoli e dai lotti narrati nei suoi stornelli.

La cerimonia, molto partecipata dagli abitanti, ha visto la presenza anche di alcuni familiari dell’artista, tra cui il nipote Cristiano Amici, il consigliere comunale Mariano Angelucci e del presidente dell’ottavo Municipio Amedeo Ciaccheri che ha commentato così l’avvenimento: «Una dedica speciale per un figlio della Garbatella. Nasce Largo Alvaro Amici dove l’artista romano ha vissuto e cantato l’anima popolare di questa città. Assieme a Roma Capitale realizziamo una promessa mantenuta, fatta alla famiglia, agli amici e a tutto il quartiere».

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Tutta la Garbatella brillava al Sole, Pasolini in piazza

Estate Romana – Da questa sera, fino a domenica 10 luglio, Piazza Sauli ospiterà Tutta la Garbatella brillava al Sole. Pasolini in piazza, una manifestazione culturale gratuita che comprende: proiezioni, passeggiate, mostre e dibattiti dedicati all’intellettuale bolognese e il rapporto con la città e la periferia, nel centenario della sua nascita.

L’evento nato nell’ambito dell’Estate Romana 2022 è promosso da Minerva Pictures e Rarovideo Channel, in collaborazione con OTTN Projects con il contributo di Compass Film.

Fotogramma del film Una vita violenta, l’attore Franco Citti a Piazza Sauli

Il programma

Il primo giorno è dedicato alla proiezione del film d’esordio alla regia di Pier Paolo Pasolini, Accattone del 1961, interpretato da Franco Citti in cui Pasolini inserisce al centro della storia i ragazzi delle borgate romane e la loro derelitta quotidianità.

Prima della visione, Gianluca Curti di Minerva Pictures, presenta la rassegna cinematografica, poi i convenevoli saluti da parte del Municipio e dell’europarlamentare Massimiliano Smeriglio, inoltre tutti i film saranno introdotti dal critico cinematografico Boris Sollazzo.

Sabato 2 luglio alle ore 19:00, in collaborazione con Silvio Parrello, si potrà partecipare alla passeggiata letteraria nei luoghi della Garbatella presenti nel film Una vita violenta, del 1962 dei registi Paolo Heusch e Brunello Rondi. La pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Pasolini con Franco Citti e Serena Vergano, è poi in programma nella stessa serata alle ore 21:30.

Nell’ultimo giorno, dopo un’esposizione fotografica dedicata al rapporto tra Pasolini e la città, sono previste le proiezioni al pubblico del cortometraggio Le mura di San’a ambientato nello Yemen nel 1971, il mediometraggio La Ricotta con Orson Welles e in chiusura La Rabbia di Pasolini un film di montaggio del 2008 di Giuseppe Bertolucci.

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Arriva a Tor Marancia la prima Scuola di storia orale

Storia orale – La memoria è un valore enorme per un territorio dalla storia lunga e complessa come quello dell’ottavo Municipio. Imparare a raccogliere, elaborare e restituire testimonianze private e collettive sono gli obiettivi che l’Aiso (Associazione Italiana di Storia Orale) si pone nella prima Scuola di storia orale e public history nel paesaggio metropolitano di Roma che si svolgerà nel quartiere di Tor Marancia dal 17 al 19 giugno.

Il programma dei tre giorni

Il programma prevede lezioni interdisciplinari, geoesplorazioni e laboratori. I temi principali che i formatori e le formatrici coinvolte affronteranno saranno: la storia della borgata Tor Marancia “Sciangai” dalle origini al dopoguerra; la campagna in città da cui siamo circondati; le politiche urbane e riqualificazione delle periferie tra anni Novanta e nuovo Millennio, la storia delle Fosse Ardeatine e tanti altri argomenti che a partire da Tor Marancia coinvolgono tutta la città.

Istituto Sant’Alessio Margherita di Savoia negli anni ’50

L’obiettivo è fornire ai e alle partecipanti strumenti per leggere la città e i suoi quartieri in prospettiva storica, utilizzando (anche) le fonti orali. Saranno intervistate circa quindici persone del quartiere, dai più anziani ai più giovani, da chi a Tor Marancia ci è nato e a chi ci è arrivato dopo un lungo viaggio. Ognuna racconterà la propria vita, il rapporto con il territorio e le sue passioni. A partire dalle interviste raccolte e avvalendosi di altri materiali documentali messi a disposizione dagli organizzatori, i partecipanti sono poi invitati a creare dei prodotti culturali da restituire alla comunità territoriale ospitante. 

Come iscriversi?

Per l’iscrizione c’è tempo fino al 3 giugno, è previsto un tetto massimo di 25 iscrizioni, di cui 5 riservate per utenti del S. Alessio.Le iscrizioni verranno accolte in ordine di candidatura fino ad esaurimento dei posti disponibili. Per tutte le altre informazioni vi consigliamo di visitare il sito dell’Aiso. L’evento si svolgerà all’interno dell’Istituto Sant’Alessio e al Parco della Torre. Promosso da Aiso vede lacollaborazione dell’Associazione Parco della Torre di Tormarancia, del Circolo Gianni Bosio e l’Asp Sant’Alessio, con il patrocinio del Municipio Roma VIII.

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Arriva a Tor Marancia la prima Scuola di storia orale

Storia orale – La memoria è un valore enorme per un territorio dalla storia lunga e complessa come quello dell’ottavo Municipio. Imparare a raccogliere, elaborare e restituire testimonianze private e collettive sono gli obiettivi che l’Aiso (Associazione Italiana di Storia Orale) si pone nella prima Scuola di storia orale e public history nel paesaggio metropolitano di Roma che si svolgerà nel quartiere di Tor Marancia dal 17 al 19 giugno.

Il programma dei tre giorni

Il programma prevede lezioni interdisciplinari, geoesplorazioni e laboratori. I temi principali che i formatori e le formatrici coinvolte affronteranno saranno: la storia della borgata Tor Marancia “Sciangai” dalle origini al dopoguerra; la campagna in città da cui siamo circondati; le politiche urbane e riqualificazione delle periferie tra anni Novanta e nuovo Millennio, la storia delle Fosse Ardeatine e tanti altri argomenti che a partire da Tor Marancia coinvolgono tutta la città.

L’obiettivo è fornire ai e alle partecipanti strumenti per leggere la città e i suoi quartieri in prospettiva storica, utilizzando (anche) le fonti orali. Saranno intervistate circa quindici persone del quartiere, dai più anziani ai più giovani, da chi a Tor Marancia ci è nato e a chi ci è arrivato dopo un lungo viaggio. Ognuna racconterà la propria vita, il rapporto con il territorio e le sue passioni. A partire dalle interviste raccolte e avvalendosi di altri materiali documentali messi a disposizione dagli organizzatori, i partecipanti sono poi invitati a creare dei prodotti culturali da restituire alla comunità territoriale ospitante.

Istituto Sant’Alessio Margherita di Savoia negli anni ’50

Come iscriversi

Per l’iscrizione c’è tempo fino al 3 giugno, è previsto un tetto massimo di 25 iscrizioni, di cui 5 riservate per utenti del S. Alessio. Le iscrizioni verranno accolte in ordine di candidatura fino ad esaurimento dei posti disponibili. Per tutte le altre informazioni vi consigliamo di visitare il sito dell’Aiso. L’evento si svolgerà all’interno dell’Istituto Sant’Alessio e al Parco della Torre. Promosso da Aiso vede la collaborazione dell’Associazione Parco della Torre di Tormarancia, del Circolo Gianni Bosio e l’Asp Sant’Alessio, con il patrocinio del Municipio Roma VIII

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La Garbatella con gli occhi dei bambini: il racconto di Diletta

La Garbatella è un quartiere popolare di Roma che compirà ben 102 anni il 18 febbraio e in cui è molto facile incontrare persone gentili, divertenti che conoscono diverse storie di questa parte della città.

Ad esempio, un’amica di mia nonna che vive qui mi ha raccontato che tanti anni fa a Garbatella c’era un’osteria in cui lavorava una donna così gentile e cortese che le persone che andavano a mangiare iniziarono a chiamare Garbata Ostella e proprio da lei è derivato il nome di Garbatella.

Alcuni miei compagni di classe ci vivono a Garbatella e sono molto contenti. Parlando con loro ho capito che uno dei posti di Garbatella che piace di più a noi bambini è Piazza Benedetto Brin, forse perché c’è un parco con una bella pista dove è possibile andare con i pattini, lo skate o la bicicletta. Noi possiamo giocare e le mamme chiacchierare tranquille perché è un luogo protetto.

Un altro posto dove si può giocare con gli amici e che trovo molto bello è il parco davanti alla chiesa San Filippo Neri. Ogni volta che andiamo lì con le mie amiche, dopo aver pattinato facciamo merenda nella gelateria che si trova su quella strada.

Un giorno, dopo la scuola, sono andata a casa di una mia amichetta e con la mamma siamo andate a piedi. Qui le case sono tutte molto basse e sembra di stare in un paesino e non nella città.

Io non abito a Garbatella, fino a poco fa abitavo in via Pellegrino Matteucci all’Ostiense, ma ci vado a scuola a Garbatella, e sono sicura che resterà sempre nel mio cuore.

Di Diletta DEL MONACO

Diletta Del Monaco

Biografia: Mi chiamo Diletta Del Monaco, ho 9 anni e da grande mi piacerebbe fare la giornalista. Sono tanto emozionata di scrivere il mio primo articolo. Frequento la IV primaria alla scuola Vincenza Altamura che si trova nel quartiere di cui ho raccontato un po’ di cose: la Garbatella.

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I film che nel corso degli anni sono stati girati alla Garbatella
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