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Garbatella Jazz Festival (GJF) 2015

Garbatella Jazz Festival (GJF) 2015

XI appuntamento con la musica jazz nel noto quartiere capitolino

24-26 Settembre 2015
La Villetta – Via Francesco Passino n. 26, Roma
dalle ore 20,30
Ingresso gratuito – Bar e cucina

Roma, 3 Settembre 2015 – Il 24, il 25 e il 26 Settembre la Villetta si animerà con il Garbatella Jazz Festival, giunto alla sua XI edizione, dando spazio alla figura del sassofonista.
La rassegna, totalmente gratuita, si propone di diffondere il genere musicale del jazz e le sue eterogenee manifestazioni ad un pubblico ampio e variegato. Il progetto è nato dalla collaborazione delle associazioni culturali Cara Garbatella ed Altrevie, è patrocinato dall’VIII Municipio di Roma (ex XI). Da tre anni riceve il sostegno della Polisportiva G. Castello.
La direzione artistica è di Pino Sallusti, che commenta in questo modo l’attuale edizione: ”La scelta di dedicare il Festival 2015 ai sassofonisti parte dal fatto che il sax è un pò lo strumento simbolo del jazz, soprattutto per quello che riguarda l’immaginario collettivo. Se a questo aggiungiamo che i progetti che verranno presentati nella rassegna sono tutti estremamente interessanti, mi è sembrato giusto pensare a questa formula”.
Giovedì 24 Settembre salirà sul palco MARCO GUIDOLOTTI QUARTET, Venerdì 25 Settembre il gruppo di ELLINGTONIA, Sabato 26 Settembre PASQUALE INNARELLA QUARTET.
I primi due concerti avranno come gruppo spalla LA SCUOLA POPOLARE DI MUSICA DI TESTACCIO, mentre il terzo, il gruppo IMPROGRESSIVE, che reinterpreta il progressive inglese.
Quest’anno, oltre agli spettacoli musicali, verrà presentato sabato 26 settembre, alle 21.30, il libro “Il tempo di un altro disco” di Fabio Ciminiera, giornalista ed editore di Jazzconvention.

La tre giorni ha come sponsor tecnici le società Pera&Mela ed Algoltour

Info
Tel. 3280580162
331 9496348 (per prenotazioni per la cena)
www.caragarbatella.it
Ufficio Stampa
Francesca Vitalini
stampa@caragarbatella.it
339.339.0878
GIOVEDI’ 24 SETTEMBRE

GIOVEDI’ 25 SETTEMBRE
Ore 21:00

La Scuola Popolare di Musica di Testaccio presenta:
DOO BEE DUO

Giada Pietrini – voce
Carlos Fanelli – chitarra

Doo Bee Duo” è una formazione nata tra i “banchi” della SPMT è cresciuta con diverse esperienze musicali personali legate tra loro da una bella amicizia. Questo “datato” ma giovane progetto spazia dal jazz alla bossa nova, dal pezzo conosciuto a quello meno, ricercando nuove e vecchie sonorità per giocare con la musica.

Ore 22:00

MARCO GUIDOLOTTI QUARTET

Marco Guidolotti – sax baritono
Francesco Lento – tromba e flicorno
Marco Loddo – contrabbasso
Giovanni Campanella – batteria

MARCO GUIDOLOTTI QUARTETMarco Guidolotti, eccellente sassofonista, già premio Massimo Urbani nel 2010, attivissimo solista in Rai, Mediaset e Sky, rende omaggio alla grande musica di Gerry Mulligan e nello specifico al quartetto con Chet Baker. Anni d’oro per il Jazz della West Coast. Tosky Records® presenta la nuova release discografica “’s Wonderful” del Marco Guidolotti Quartet. Un album pieno di gioia e di swing, mescola brani inediti del sassofonista Guidolotti a celebri composizioni dell’immortale Gerry Mulligan. Guidolotti ha avuto importanti collaborazioni internazionali con WOODY ALLEN, BOB BROOKMEYER, DAVE LIEBMAN, RANDY CRAWFORD, DEE DEE BRIDGWATER, WAYNE MARSHALL. E’ docente di Sax e Clarinetto in alcune scuole di musica tra cui il Saint Louis College of Music di Roma. E’ stato premiato dai lettori di JAZZ tra i primi 5 sax-baritonisti italiani.

VENERDI’ 25 SETTEMBRE
Ore 21:00

La Scuola Popolare di Musica di Testaccio presenta:
ARIA JAZZ TRIO
Valeria Arienti – voce
Paolo Cintio – pianoforte
Leonardo De Rose – contrabbasso

Il trio propone un omaggio ai grandi standard della tradizione jazz, rivisitati in una chiave originale e creativa dagli arrangiamenti di Paolo Cintio. Da Davis a Shorter, un viaggio indietro nel tempo alla ricerca di atmosfere suggestive.

Ore 22:00
ELLINGTONIA
Alice Ricciardi – voce e tastiere
Daniele Tittarelli – sax alto e live electronics
Mario Raja – sax tenore e clarinetto
Luca Fattorini – contrabbasso
Pietro Lussu – pianoforte e tastiere
Armando Sciommeri – batteria

ELLINGTONIALa musica di Duke Ellington a quarant’anni dalla sua scomparsa è più viva che mai. Compositore e pianista geniale, Ellington è stato un artista nel senso più ampio del termine, ma anche colui che ha indicato un modo di vivere e concepire la musica destinato a lasciare un segno indelebile per le generazioni future. I sei musicisti di “Ellingtonia” affrontano le partiture del “Duca” e del suo alter ego Billy Strayhorn con insieme rigore e estrema libertà. In alcuni pezzi si ascolta la ruvida sonorità dei tempi del “Cotton Club”, mentre in altri le partiture diventano uno spunto per un approccio assolutamente personale. La scrittura accorta e un uso sapiente delle tastiere danno al gruppo un suono quasi orchestrale, mentre è anche possibile apprezzare le elaborazioni della voce estremamente carismatica dell’Ellington narratore.

SABATO 26 SETTEMBRE
Ore 21:00

IMPROGRESSIVE
Alberto Popolla – clarinetti
Errico De Fabritiis – sassofoni

Il duo reinterpreta una serie di brani di gruppi della scena di Canterbury e del progressive inglese, integrandoli con brani originali. Sospesi tra libere improvvisazioni e suoni progressivi, le ance di Improgressive si fondono in un vortice di note solenni e spazi creativi. Musiche di Hatfield and the North, Soft Machine, Gong, Matching Mole, Caravan, Kevin Ayers, King Crimson.

Ore 21:30

FABIO CIMINIERA presenta “Il tempo di un altro disco

“Il tempo di un altro disco” è un racconto autobiografico in musica, realizzato attraverso ascolti, riflessioni, passioni e condivisioni. Un viaggio avanti e indietro nel tempo per riportare alla luce aneddoti e acquisti di dischi, passare per pochi attimi dietro le quinte, scorrere le immagini dei grandi del rock e le copertine dei dischi, cercare il lato migliore, e quello meno accattivante, di ogni supporto. Una storia che riporta al centro il piacere per la musica, attraverso i brani e gli interpreti delle varie stagioni del rock e del jazz, una storia fatta di episodi, ricordi, ironia e tanta curiosita.

Ore 22:00

PASQUALE INNARELLA QUARTET
Pasquale Innarella – sassofoni
Francesco Lo Cascio – vibrafono
Pino Sallusti – contrabbasso
Roberto Altamura – batteria

PASQUALE INNARELLA QUARTET“Il quartetto è una realtà attiva già da diversi anni. Pasquale Innarella unisce nel suono dei suoi sassofoni improvvisazione radicale e senso melodico in una fusione stretta e vivace, animata da un equilibrio tutto personale tra questi due poli. La costruzione del quartetto segue un principio analogo. Innanzitutto la scelta di accostarsi ad uno strumento eccentrico come il vibrafono e, in particolare, allo stile fluido e sempre efficace di Francesco Lo Cascio, capace da una parte di far coesistere anche nella sua voce melodia e radicalità e quindi di interpretare e rispondere alle stesse istanze del leader, dall’altra di far questo con grande senso estetico e una spiccata attenzione alle dinamiche del quartetto. La ritmica formata da Pino Sallusti e Roberto Altamura crea ulteriori sponde per le intenzioni del sassofonista e per la ricerca tra le diverse spinte che ne animano scrittura e assolo.” Da Jazz Convention. Al Garbatella Jazz Festival il quartetto presenterà anche dei brani dell’ultimo lavoro discografico, “Migrantes”, che verrà inciso a ottobre.

Info
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Ufficio Stampa
Francesca Vitalini
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Auto date alle fiamme: un piromane o un segnale?

Auto date alle fiamme: un piromane o un segnale?

Paura ed inquietudine tra i residenti del nostro quartiere per il ripetersi di roghi che distruggono auto. Prese di mira soprattutto le Smart. Dopo gli incendi di fine febbraio che hanno distrutto otto vetture tra Via Padre Reginaldo Giuliani, Via Padre Semeria, Via di Villa Berardi, i piromani si sono ripetuti una settimana dopo dando alle fiamme tre autovetture in Via Capitan Bavastro.auto-in-fiamme
Ma quella che era una paura per i cittadini del nostro quartiere dalla notte del 30 marzo si sta trasformando in terrore. Alle due di notte, in via Cristoforo Borri una traversa alle spalle della Parrocchia di San Francesco Saverio, sono state date alle fiamme altre autovetture, quattro sono andate completamente distrutte sei gravemente danneggiate. Anche questa volta coinvolta una Smart Car to Go le City car usate per il noleggio. Dall’inizio dell’anno gli incendi che hanno distrutto autovetture sono 23 dati decisamente allarmanti. Su i gravi fatti sta indagando il Commissariato Colombo. Gli episodi sono chiaramente di origine dolosa. Le indagini si muovono su più fronti: si ipotizzano segnali al momento incomprensibili di una azione delinquenziale o non si esclude la presenza nella zona di un maniaco piromane. Ma arginare una situazione come questa non è facile quando a colpire sono degli atti vandalici compiuti in piena notte. Oltre al lavoro fatto dalle forze dell’ordine spetta anche a noi cittadini vigilare e denunciare qualora ci fossero seri sospetti.chiaramente c’è molta paura tra i residenti, in una zona dove c’è carenza di box o parcheggi con un minimo di sorveglianza. Già nell’estate del 2006 si verificarono in zone limitrofe episodi analoghi. (G.P.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 11 – Aprile 2015

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Un nuovo Circolo di scacchi alla Garbatella Grazie all’infaticabile opera del Maestro scacchista Alessandro Pompa tutti i martedì dalle ore 17 alla Villetta

Un nuovo Circolo di scacchi alla Garbatella
Grazie all’infaticabile opera del Maestro scacchista Alessandro Pompa tutti i martedì dalle ore 17 alla Villetta

Un nuovo Circolo di scacchi sta venendo alla luce alla Garbatella. Grazie all’infaticabile opera del Maestro Alessandro Pompa ed alla collaborazione della Polisportiva G. Castello e dell’Associazione Cara Garbatella, tutti i martedì pomeriggio, presso la Villetta di Via Passino 26, dalle ore 17, si propone come libero punto di incontro di appassionati, esperti e di neofiti senza alcun scopo di lucro ma ispirati dalla consapevolezza di essere proposta e di proporsi ancora come modello per una autonoma e propositiva esperienza sociale.
Il Circolo, che sta muovendo i primi passi, annovera tra i suoi fondatori alcuni istruttori specializzati, che insegnano il gioco degli scacchi nelle scuole della nostra Regione sin dall’inizio degli anni ’80. L’idea primaria è infatti quella di far apprendere i rudimenti del gioco ai bambini del nostro quartiere, lo scopo precipuo è quello di destinare la gran parte del tempo all’insegnamento dei più giovani.
Gli adulti si occuperanno prevalentemente della formazione dei ragazzi e dell’organizzazione della loro attività. Nei prossimi giorni, sarà organizzata la presentazione del nuovo Circolo con una serie di iniziative e manifestazioni che si terranno nelle piazze della Garbatella. Gli scacchi giganti, le simultanee con i maestri e qualche torneo nei lotti proverà a diffondere il nobil giuoco nel quartiere.
Nel frattempo, alla Villetta, nella mattinata di domenica 22 Febbraio, con la direzione tecnica di Alessandro Pompa, si è già svolto il primo torneo che ha visto l’adesione di giocatori provenienti da tutta Roma, compresi molti bambini che si sono cimentati nella contesa assieme ai grandi e che sono stati tutti gratificati per la loro partecipazione da Enzo D’Arcangelo, presidente della Polisportiva G. Castello, che ha fornito i premi per la manifestazione, svoltasi con il patrocinio di Roma Capitale. (E.S.)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 11 – Aprile 2015

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La “Scoletta”, l’asilo di Piazza Nicola Longobardi ideato nel 1927 dall’architetto Innocenzo Sabbatini Una villa che ha 500 anni “cuore” della Casa dei bimbi

La “Scoletta”, l’asilo di Piazza Nicola Longobardi ideato nel 1927 dall’architetto Innocenzo Sabbatini Una villa che ha 500 anni “cuore” della Casa dei bimbi

L’edificio centrale del complesso era un casino di caccia di monsignor Filippo Sergardi, un facoltoso prelato senese affermatosi agli inizi del ‘500 presso la Curia romana.
Si ritiene che sia opera di un architetto della scuola di Raffaello. Potrebbe trattarsi di Baldassarre Peruzzi, l’autore della celebre villa Farnesina

di Cosmo Barbato

La “Casa dei bimbi”, il più bell’edificio della Garbatella posto al centro del quartiere, scenografico fondale di Piazza Nicola Longobardi, da quasi novant’anni accoglie le tante generazioni di bambini che si sono succedute dal settembre 1927, quando fu inaugurata. Il suo autore?
Innocenzo Sabbatinini, l’architetto di molti tra i più pregevoli edifici della ex borgata oggi quartiere. La scuola, più nota come la “Scoletta”, fu dedicata a Luigi Luzzatti, ex presidente del Consiglio, ex ministro delle Finanze ma soprattutto autore di quella benefica legge che nel 1903 istituiva le Case popolari, punto di riferimento per la fondazione nel 1920 anche della Garbatella.
Luzzatti, originario da una facoltosa famiglia ebrea veneziana, era deceduto proprio in quell’anno. Con la dedicazione alla sua figura di una scuola dell’infanzia si volle esprimere un particolare segno di gratitudine e insieme di speranza per la sua apprezzata opera di carattere sociale.
Non tutta la “Scoletta” però è opera di Sabbatini. C’era una pregevole preesistenza risalente addirittura ai primi anni del 1500. Anno più anno meno, stiamo parlando di 500 anni fa. Ci riferiamo alla parte centrale del complesso, un edificio che si presenta al pianterreno con un portico arcuato a tre luci sorretto da colonne e sopra, al primo piano, con un loggiato spartito da sei colonnine che sostengono una piattabanda.
Sabbatini però aveva avuto l’incarico di realizzare un edificio destinato ad asilo, abbastanza ampio per ospitare i bambini della nuova borgata che si andava rapidamente popolando.
Decise dunque di aggiungere a sinistra dell’edificio cinquecentesco una lunga ala su Via Magnaghi e un’altra a destra, altrettanto lunga, partendo da una cupoletta ribassata, su Via Rocco da Cesinale. Ne risultò una falsa simmetrica armonia con il nobile preesistente edificio centrale, ricalcandone liberamente lo stile. In tal modo, quella che in origine era stata ideata come una villa di campagna si trasformava in un vasto complesso a forma di U, recante nel lato posteriore un ampio cortile che si apriva su un grande giardino digradante verso la molto più tarda Via Ignazio Persico, giù giù fino alla valle dell’Almone, oggi “sepolto” sotto la Circonvallazione Ostiense.
L’edificio originario, quello centrale, era stato il casino di caccia di un facoltoso monsignore oriundo di Montalcino, nel Senese. Si chiamava Filippo Sergardi, membro di una famiglia che vantava qualche quarto di nobiltà ma che a Siena aveva conquistato una preminente posizione sociale in ambiente borghese grazie alle proprietà immobiliari e alle ricche attività commerciali. Fu accolto senza problemi nell’alta società romana all’epoca di Leone X Medici, il secondogenito di Lorenzo il Magnifico, eletto papa nel 1513. I banchieri fiorentini colsero l’occasione per calare in massa su Roma: la situazione che si era creata faceva intravedere l’opportunità di consistenti affari con la Camera Apostolica. In sottordine calarono i senesi, tra i quali primeggiava il ricco banchiere Agostino Chigi, anch’egli soprannominato il Magnifico, che coi suoi capitali  finanziò l’inestinguibile sete di denaro della sede papale. Filippo Sergardi, amico del Chigi, a Roma fece carriera divenendo chierico di Camera e segretario dei Brevi del papa, protonotaro apostolico e infine decano della reverenda Camera Apostolica. La fortuna, accompagnata da un’intensa attività immobiliare, continuò anche dopo la morte nel 1521 di Leone X, seguita, dopo il breve papato di Adriano VI, dall’elezione nel 1523 di Clemente VII: ancora un papa Medici, figlio naturale del fratello di Lorenzo, Giuliano, quello assassinato durante la Congiura dei Pazzi. Siamo poco prima del 1527, l’anno funesto in cui Roma subirà il tremendo saccheggio dei Lanzichenecchi, mercenari tedeschi luterani agli ordini dell’imperatore cattolico Carlo V.
Ma come appariva allora il territorio dell’attuale Garbatella? pozzo-della-scoletta
Prevalentemente come un’arida landa collinosa irta di sterpaglie spontanee abbarbicate a un terreno tufaceo di origine vulcanica, attraversata dalla “Via per San Bastiano” (che si chiamerà poi Via delle Sette Chiese), un tragitto tra la basilica di San Paolo e quella di San Sebastiano, un percorso di età romana tra l’Ostiense e l’Appia riutilizzato dai pellegrini in visita ai luoghi sacri di Roma. Solo alla fine di quel secolo, il 1500, l’antica strada riacquisterà la sua importanza, quando rientrerà nel percorso dei grandi pellegrinaggi alle sette maggiori basiliche romane istituiti da San Filippo Neri. Il territorio, noto allora col nome di “Colli di San Paolo”, era destinato al pascolo brado ma presentava anche alcune zone verdi per la presenza di corsi d’acqua, soprattutto l’Almone, l’affluente del Tevere che oggi scorre intubato sotto la Circonvallazione Ostiense. Numerose anche le sorgenti, come quelle che sgorgano a valle della Torre delle Vigne (l’attuale Tormarancia), tutti luoghi di fertili produzioni agricole ma spesso anche di perniciosa malaria. Quasi inesistenti gli insediamenti umani, ad eccezione di qualche raro casale e, poco prima dell’affluenza dell’Almone nel Tevere, di un mulino di proprietà dei monaci di San Paolo, la “Moletta”, l’unico a Roma autorizzato alla rimolitura delle semole, un espediente abusivamente praticato da mugnai con pochi scrupoli per ricavare farine di bassa qualità.
C’erano innumerevoli ruderi sparsi nel territorio, particolarmente nell’area del San Michele, e c’erano alcuni tra i più importanti cimiteri sotterranei, sorti nei primi anni del cristianesimo e abbandonati quando Roma non fu più in grado di garantire la sicurezza del suburbio, tanto che di molti di essi si era perduta perfino la memoria, ad eccezione della catacomba di San Sebastiano che fu sempre visitata, perché si riteneva che vi fossero stati traslati nel III secolo i corpi degli apostoli Pietro e Paolo.
Nel territorio affioravano resti di antiche ville romane che fornivano materiali di spoglio. Appunto sui resti di una villa del I secolo d.C. Filippo Sergardi decise di impiantare in posizione panoramica il proprio casino di caccia. Ne utilizzò le fondazioni e ricavò dallo scavo diversi marmi lavorati che, insieme ad altri raccolti nella zona, furono posti ad ornamento del casino e dell’annesso grande parco. La villa, con la facciata che guardava verso la Via delle Sette Chiese, presentava sul retro lo stesso
motivo del portico ma, in alto, al posto della loggia, presentava una parete in cui si aprivano tre finestre.
Di là si godeva una bella vista sulla Valle dell’Almone. Diciamo che, in posizione più modesta, il Sergardi aveva ideato una villa che ricordava quella ben più famosa, nota col nome di Farnesina, che il suo amico Agostino Chigi si era fatto costruire da Baldassarre Peruzzi nel Trastevere, accanto al Fiume, nel luogo di una preesistente villa di Agrippa, l’amico e collaboratore di Augusto.
Chi fu l’architetto della Villa Sergardi? Era attiva a Roma in quegli anni un’importante scuola d’arte che faceva capo al grande Raffaello e che si avvaleva di illustri collaboratori, come il Peruzzi, Giulio Romano, Sebastiano Del Piombo e tanti altri.
Non abbiamo documenti in proposito,  ma da una comparazione stilistica sorge il fondato sospetto che da quella scuola raffaellesca sia stato partorito il progetto della vigna fuori Porta San Paolo trasmessa poi per testamento da Filippo Sergardi al nipote Fabio e da questi al successore Curzio e da quest’ultimo venduta come Vigna fuor porta S.Paolo nel luogo detto monte della Bagniara a tal Lorenzo Bonincontri il 13 gennaio 1621. Molto legati alla loro città d’origine, i Sergardi non si stabilirono a Roma ma tornarono a Siena, non senza aver spogliato la villa e il parco della maggior parte dei marmi antichi che avevano raccolto (per la verità alcuni rimasero qui, ma nel tempo, dopo la guerra, sono scomparsi, ad eccezione di un bel frammento di bassorilievo rappresentante storie di Mercurio, murato nel retro dell’edificio).
Non meraviglierebbe quindi che il Sergardi si sia giovato dell’opera di qualcuno degli illustri architetti della scuola raffaellesca con i quali aveva peraltro dimestichezza e addirittura amicizia. Ad esempio, al Peruzzi commissionò, per la chiesa romana di Santa Maria della Pace, la ”Presentazione della Vergine al Tempio”. Dallo stesso Raffaello acquistò un capolavoro, la “Madonna col Bambino e San Giovannino”, detto poi “La bella giardiniera” (forse per il vestito da contadina della Vergine o dello sfondo fiorito del quadro). Fu un acquisto dettato non proprio da amore per l’arte, tanto che poco dopo rivendette il quadro al re di Francia, Francesco I, che lo destinò al Louvre.
la-scoletta-della-garbatellaFu il Peruzzi a progettare anche la sua villa? Oppure Giulio Romano, autore di quella splendida Villa Lante che domina Roma dall’alto del Giannicolo? C’entra nel progetto la Scuola di Raffaello? Potrebbe darsi, tanto è leggiadro quell’edificio centrale della nostra “Casa dei bimbi”.
Sabbatini col suo intervento lo rispettò. Lo preservò pur ampliandolo e cambiandogli destinazione d’uso. Ebbe anche l’accortezza di salvare sotto una lastra di vetro un lacerto di affresco che rintracciò in uno degli ambienti poi adibito a deposito dei cassoni dell’acqua.
Numerosi furono i proprietari che si alternarono nel possesso della villa. Più di recente, una carta del 1845 la indica come Villa Polverosi (attribuzione piuttosto dubbia).
Uno dei proprietari, non sappiamo chi, appose su un pozzo che si trova nel retro la data del 1868. Una carta dell’Istituto geografico militare del 1877 la indica come Villa Rosetti o Roselli; un’altra ancora, quella del Kilpert del 1881, indica ancora Villa Roselli e infine nel 1906 l’Istituto cartografico italiano la cita come Villa Torlonia, salvo una citazione chiaramente errata dell’Istituto geografico militare del 1924 che replica ancora Villa Rosselli.
Furono dunque i Torlonia gli ultimi proprietari della villa passata poi all’Istituto delle case popolari. Ma gli ultimi suoi abitanti furono una famiglia di affittuari dei Torlonia, gli Scialanga, allevatori di greggi originari di Amatrice. Poi arrivarono i bambini del quartiere e con loro per molti anni le “Figlie della carità”, le suore “Cappellone” che gestivano l’asilo.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 11 – Aprile 2015

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Di nuovo viva a Garbatella la passione per il pugilato Dopo i grandi campioni del passato si affaccia una nuova leva grazie al lavoro di due valorosi tecnici, Ascani e Mattioli

Di nuovo viva a Garbatella la passione per il pugilato

Dopo i grandi campioni del passato si affaccia una nuova leva grazie al lavoro di due valorosi tecnici, Ascani e Mattioli

di Adelio Canali

Passati in rassegna nel numero scorso di Cara Garbatella i campioni del passato, vissuti alla Garbatella, da circa dieci anni la “Nobile arte” è tornata sul nostro territorio grazie a due valorosi tecnici: Gigi Ascani e Italo Mattioli.
Non era facile reclutare aspiranti pugili tra i giovani di oggi, poco inclini al sacrificio, ma la grande passione dei due tecnici ha fatto in modo che si verificasse il miracolo, perché una volta individuati i soggetti adatti a praticare uno degli sport più antichi, Ascani e Mattioli sono riusciti a fare sentire ai futuri campioni una attenzione di tipo familiare, curandone gli aspetti di comportamento generali, oltre a quelle prerogative che solo chi ha praticato questa disciplina sportiva conosce.
Quella volontà di “essere qualcuno” nel mondo duro e affascinante del ring, la stessa volontà che servì a Mario D’Agata, pugile sordomuto, per conquistare la corona dei pesi gallo.
Ora sembra che questa voglia di intraprendere la strada verso il successo stia dando i suoi frutti. Inquadrati nella Team Boxe Roma XI, le giovani speranze hanno fatto la loro prima apparizione alla Garbatella, sul quadrato allestito in Piazza Damiano Sauli e Piazza Benedetto Brin. Il numero dei praticanti si è poi accresciuto e nei locali adibiti a palestra, reperiti alla Montagnola, oltre al settore giovanile si sono affermati a Roma, in Italia e all’estero, dilettanti “elite” e “senior”, provenienti non solo dal nostro territorio, ma anche da altri quartieri di Roma e da località della Provincia, come Civitavecchia, Nettuno, Fiano Romano.
Recentemente la a.s.d. Team Boxe Roma XI ha potuto godere di una grande soddisfazione come due pugili passati al professionismo: Giovanni De Carolis, che ha conquistato il titolo intercontinentale IBF nei super medi e Damiano Falcinelli che ha vinto il suo primo incontro per ko tecnico al 2° round.
In definitiva, ora le prospettive sono buone ma, per sorreggere la volontà e lo spirito di sacrificio di tecnici e atleti, servono risorse e strutture adeguate che non possono gravare solo sulle spalle degli interessati; si rende indispensabile una certa considerazione da parte delle istituzioni preposte, come di soggetti privati che possano assumere il ruolo di sponsor.
L’VIII Municipio, attraverso i suoi due ultimi presidenti, Smeriglio e Catarci, si è adoperato nel limite del possibile, ma le necessità sono sempre più impellenti. Occorre risvegliare anche l’interesse per questo sport recuperando quel folto gruppo di appassionati, sempre presenti agli appuntamenti che si concludevano alla fine di ogni anno con la tradizionale “chiusura di San Silvestro”, che si teneva presso il Palazzo dello Sport.
E’ una scommessa che dobbiamo vincere per onorare la memoria dei nostri grandi campioni del passato, vissuti alla Garbatella

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A un anno dalla scomparsa di Padre Guido

A un anno dalla scomparsa di Padre Guido

22 aprile, un anno fa Padre Guido Chiaravalli ci lasciava. Cara Garbatella vuole ricordare l’opera di questo straordinario sacerdote attraverso la testimonianza delle persone che hanno avuto la fortuna di viverlo all’oratorio, al mare, alla scuola.
Come un anno fa continuiamo a raccogliere e pubblicare i racconti di tante ragazze e ragazzi, uomini e donne che hanno voluto testimoniare il loro affetto verso Er Prete.
Anche quest’anno vogliamo ricordare Padre Guido allo stesso modo, perché in ogni racconto, in ogni lettera, in ogni ricordo tanti si riconoscono.

di Fabrizio Mastrantonio

E’ immancabile. Ogni tanto ci ripenso o altri mi costringono a pensarci nuovamente. Come fosse un segno, un marchio indelebile nella mia vita; esattamente come quando ti ritrovi a intercalare le parole con le frasi che diceva tuo padre, anche se oramai non c’è più da qualche tempo.
E Padre Guido ne ha dette e fatte talmente tante, che non c’è occasione in cui non torni alla mente un suo modo di dire, di fare o un suo atteggiamento.
E così, immancabilmente, ti trovi a gridare “al pareggioooo!!!!!!” quando la tua squadra del cuore è sotto 7-1 o a dire a tuo figlio “… e non c’è niente di male, ma non si fa” quando ritieni che non si stia comportando correttamente . E lo fai imitando la sua voce e la sua postura, o cercando maldestramente di farlo. Già, perché le sue parole traevano forza e vitalità anche dal suo modo unico e irripetibile di dire e di fare.
Quando rideva, facendo due passi indietro, raccontando un’avventura dei ragazzi che mandava “zaino alla spalla e via!”, quando assumeva quell’aria da bambino divertito facendoti cantare e ricantare le canzoni popolari romanesche che adorava, oppure quando passeggiava assorto nei suoi pensieri e nelle sue preghiere in mezzo ai ragazzini vocianti e alla polvere che immancabilmente gli imbiancava le scarpe e i pantaloni.
Mi accorgo però di un aspetto che rende particolare e unica la grandezza dell’uomo. E’ incredibile, infatti, la quantità di persone che incontro, nei posti e nelle occasioni più disparate, che l’hanno conosciuto, che rievocano fatti o parole che tu stesso hai vissuto e che conosci benissimo. E non uno che non ne parli con un sorriso sincero sulle labbra, anche quando racconta degli scappellotti, della fuga dall’oratorio bloccata dalla sua presenza sulla porta al momento delle preghiera serale prima di tornare a casa, dell’acqua buttata a secchiate nei bagni o delle cartacce raccolte lungo tutto il perimetro dell’oratorio.
E il racconto travolge immancabilmente anche quelli che non l’hanno conosciuto. E’ talmente coinvolgente e particolare quello che si narra di lui che tutti restano a sentire, s’incuriosiscono e chiedono di saperne di più. E, nella sua grandezza, ti fa sentire, penso, esattamente ciò che devono aver provato i primi apostoli quando raccontavano le parole e i miracoli di Cristo a chi non lo aveva conosciuto.
Un misto di leggenda e di favola buona con la morale che ognuno ci vuole trarre secondo la propria sensibilità. E’ un anno che ci ha lasciato e, nel tentativo improponibile di tentare la sintesi dell’infinito, o la catalogazione delle emozioni, un ricordo, su tutti, continua a venirmi in testa, a testimonianza della grandezza della sua vita di educatore. Un accadimento che non ho vissuto personalmente ma che mi è stato tramandato da quelli più vecchi di me (e ce ne vuole oramai!): quando ai primi “bagnini” della colonia estiva, che si lamentavano e chiedevano protezione dall’essere presi a “serciate” di notte dagli indigeni torvajanichesi che si erano visti defraudare di un pezzo di spiaggia libera, portò una cassa di palloni di cuoio bucati dall’oratorio per farci i … caschi. Una sintesi perfetta del suo insegnamento: affronta la vita, non tirarti indietro, sporcati le mani, ma non mancare di proteggerti con la preghiera ed il tuo rapporto con Dio. E’ un anno che ci ha lasciato ma il bello è che è talmente vivo che non riesce a “mancare”.

Fabrizio Mastrantonio

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Dalla Corsica alla Garbatella per raccontare Pasolini La regista corsa Marie-Jeanne Tomasi gira alcune scene del suo film alla Villetta di Via Passino

Dalla Corsica alla Garbatella per raccontare Pasolini

La regista corsa Marie-Jeanne Tomasi gira alcune scene del suo film alla Villetta di Via Passino

di Gianluca Di Stefano

 marie-joanneIncontriamo Marie-Jeanne Tomasi alla Villetta di Via Passino, dove sta completando le riprese del suo docufilm su Pasolini.
Abbiamo già avuto modo di incontrarla e di conoscerla proprio qui alla Villetta in occasione di una cena con proiezione del film “Mamma Roma” durante la quale Marie-Jeanne ha avuto modo di girare alcune scene intervistando e parlando con le persone intervenute.
Chiediamo alla regista francese, anzi córsa come ci tiene a sottolineare, come mai abbia scelto la Villetta come luogo per girare alcune scene e lei ci racconta in un perfetto italiano caratterizzato da quel rotacismo tipico della lingua francese, di come, qualche mese prima, girando per la Garbatella, si fosse imbattuta nella foto che ritrae Pasolini che proprio qui alla Villetta presentava il suo “Mamma Roma”.
Poiché covava già l’idea di questo film su Pasolini, e “Mamma Roma” è sicuramente tra i suoi film preferiti, ha immediatamente immaginato di girare qui alcune scene del suo film.
A questo punto la domanda è ovvia. Cosa spinge una regista córsa a girare un film su Pasolini e “Mamma Roma”? E qui ci racconta la sua storia e la sua scoperta del cinema avvenuta negli anni ’70 quando, durante un viaggio in Italia è venuta in contatto coi film di Rossellini, Fellini, Bertolucci ed ha capito che quello era il cinema che
non avevano avuto in Corsica. Lei non si riconosceva nel cinema francese.
Ma nel cinema italiano di quell’epoca.
Ci dice: “In Italia, in quel tempo accadevano cose incredibili e ogni mese c’era l’attesa per l’ultimo lavoro dell’uno o dell’altro regista. L’incontro con‘Mamma Roma’, poi, è stato qualcosa di magico. Come il libro che si tiene sul comodino, in francese si dice livre de chevet,e che ogni tanto dobbiamo sbirciare per rileggerne un passo, una frase, una pagina.‘ Mamma Roma’ è stato questo per me per diversi anni. Amavo già Pasolini ed adoravo Anna Magnani e qui ci sono tutti e due al massimo della loro espressività.
Pasolini poi. La sua morte. Come è stato ammazzato. Si può dire che abbia dedicato tutta la vita alla sua arte … dopo aver visto le cose che ha visto ed aver capito cosa stava succedendo, avrebbe potuto dedicarsi ad altro, dipingere forse, ma lui ha continuato senza porsi dubbi perché quella era la sua arte. Quella era la sua vita. Pasolini è stato un grande intellettuale e un grande poeta e come tutti i grandi poeti non appartiene a qualcuno, ad un paese. Appartiene a tutti”.
E la Magnani?
“La Magnani è fantastica …. per il mio film sono andata ad intervistare Luca Magnani … quando sono entrata in quella casa ho avuto la sensazione di entrare nella casa di un’amica … mi sembrava di vederla…. quando mi ritrovo a parlare di lei e di Pasolini alla mia amica, mi viene fatto notare che ne parlo come se io avessi un’altra famiglia”.
Scusaci il provincialismo – Marie-Jeanne è molto alla mano, ormai ci diamo del tu – ma cosa ci dici di Roma e della Garbatella?
“Amo Roma … a Roma mi sento a
casa … mi piace perdermi nei vicoli, farmi catturare dalla città. Roma mi prende. Nel 600 le guardie del papa erano còrse ed almeno 150 famiglie abitavano a Trastevere. Nella chiesa di San Crisogono vi sono seppelliti diversi còrsi. Poi mi sento molto vicina al dialetto romano … voi dite aho, noi ahio … io mi sento molto più vicina al popolo romano che a quello francese … con quello non c’entro proprio niente.
Garbatella l’ho scoperta relativamente di recente ma mi trovo molto bene qui, mi ricorda molto la mia città Sartène. Sartène è sempre stata di sinistra ed era caratterizzata da una classe molto ricca ed una molto povera …. ricordo una storia che si raccontava …una volta un ricco tornando dalla campagna sul suo calesse prese a bordo un povero che camminava sul bordo della strada. Dopo pochi metri lo fece scendere. Alla richiesta di spiegazioni, il ricco disse: ‘ma non lo sai che il bene dei poveri dura poco? ‘“. Questo accadeva a Sartène neanche tanti anni fa”.
Torniamo al tuo lavoro. A che punto sei? Sei soddisfatta?
“Domani farò le ultime riprese (ndr: questa intervista è stata fatta in gennaio) poi inizierò il montaggio.  Durante le riprese,anche ‘a microfono spento’ ho sentito tante cose che mi hanno aiutato a conoscere meglio sia Pasolini che la Magnani e, se possibile, a farmeli apprezzare ancora di più. Ascoltare le testimonianze di chi li ha conosciuti mi ha fatto scoprire particolari poco noti della loro vita.
Questo film lo sto facendo con amore e con passione e sono certa che al momento del montaggio scoprirò ancora tante altre cose”.
Per chiudere, quando potremo vedere il tuo lavoro?
“Non so ancora quando verrà trasmesso in Corsica ma sicuramente potremo vederlo in Villetta appena la temperatura ci permetterà di condividerlo con tutti gli amici della Garbatella qui all’aperto, dove Pasolini presentò il suo’Mamma Roma’ “.
Ci contiamo.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 11 – Aprile 2015

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Muore a 15 anni sul campo di calcio Valerio Stella giovane della Garbatella

Muore a 15 anni sul campo di calcio
Valerio Stella giovane della Garbatella

valerio-stellaMartedì 7 aprile si sono svolti a S. Filippo Neri i funerali di Valerio Stella, giovane promessa del calcio capitolino. Valerio, 15 anni, era nato alla Garbatella, dove aveva frequentato sia le elementari alla “C. Battisti” che le medie alla “G. Moscati” ed aveva vestito anche la maglia della squadra che porta il nome del nostro quartiere. Poi si era trasferito alla società “Città di Fiumicino”, ma il suo amore per la Garbatella era sempre rimasto forte perché qui aveva amici e parenti.
Giovedì 2 aprile, Valerio è morto in seguito ad un malore durante una partita di calcio lasciando un vuoto incolmabile in tutti quelli che lo avevano conosciuto e gli avevano voluto bene.
Addio Valerio, addio tesoro.

Enrico

La redazione di Cara Garbatella si unisce al dolore della famiglia e si stringe intorno ad Enrico Recchi prezioso collaboratore del nostro giornale per la perdita del suo amatissimo nipote Valerio. Ci ripromettiamo di dedicare un ampio spazio a Valerio campioncino e promessa del calcio capitolino nel prossimo numero di Cara Garbatella.

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L’archivio di Adeli Canali riconosciuto dai Beni Culturali

L’archivio di Adeli Canali riconosciuto dai Beni Culturali

L’archivio storico di Adelio Canali, curato con la collaborazione dell’Associazione culturale Garbatella (Via Macinghi Strozzi 28), ha ricevuto un riconoscimento ufficiale dal Ministero dei Beni Culturali.
Con Decreto legislativo 42/2004 art.10 il suo archivio è stato riconosciuto “di interesse storico particolarmente importante”.
Raccoglie documenti, giornali, fotografie, manifesti e cimeli relativi principalmente al secolo scorso.

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Garbatella, i 95 anni del rione di Roma

Garbatella, i 95 anni del rione di Roma

Festa in piazza Brin con il presidente dell’VIII Municipio, Catarci: “Abbiamo chiesto al Comune un piano di manutenzione straordinaria del quartiere”

di VALENTINA LUPIA

Garbatella foto storicaQuasi un secolo di Garbatella, 95 anni per l’esattezza.A festeggiare il compleanno, oggi, è lo storico quartiere capitolino, di cui si conosce la data di nascita precisa grazie alla targa – considerata dai residenti come la “prima pietra” – che Vittorio Emanuele III depose il 18 febbraio del lontano 1920 a piazza Benedetto Brin. Dove oggi alla presenza di cittadini, scolaresche e personaggi storici della zona, l’esibizione della banda della polizia locale di Roma Capitale ha aperto il carnet d’iniziative previste per festeggiare il 95º compleanno del quartiere. Tra gli appuntamenti in cartellone, questo pomeriggio verrà consegnato il premio “Nonna Garbatella”, mentre venerdì alle 17 all’oratorio San Filippo Neri sarà allestita una mostra sul calcio capitolino, dal titolo “I ricordi nel cassetto”. E ancora, domenica 22 al teatro Palladium (piazza Bartolomeo Romano 8) saranno di scena le radio: dalle ore 11 sarà aperta al pubblico una mostra di pezzi storici, mentre sono in cartellone dalle 17 una serie di commedie musicali, senza dimenticare le attività dell’Officina Pier Paolo Pasolini, inaugurata alla fine del 2014 in nome dell’artista che scelse Garbatella come scenografia di numerosi suoi film.

Per questo e per altri motivi “le mura di Garbatella trasudano storia”, ha spiegato questa mattina il presidente dell’VIII municipio Andrea Catarci, che – alla presenza dell’assessore alla Cultura Giovanna Marinelli – ha colto l’occasione per “chiedere un piano straordinario di manutenzione e riqualificazione del quartiere, affinché si possano vivere altri cento anni di Garbatella”. Per far questo “non
servono piccoli ritocchi di restyling – prosegue il minisindaco – ma un impegno concreto e congiunto di tutte le istituzioni e gli enti del territorio, dalla Regione al Comune, fino all’Ater e all’Ama”, con l’obiettivo di “continuare a offrire ai cittadini giardini e spazi pubblici dignitosi e belle strutture edilizie e abitative”. Tutti elementi che “dopo 95 anni cominciano ad essere messi a dura prova dallo scorrere del tempo”, conclude Catarci.

 

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25 gennaio 2015 Parrocchia San Filippo Neri in Eurosia – Progetto Rossano

progettoRossano25 gennaio 2015
Parrocchia San Filippo Neri in Eurosia

Orari: sabato dalle 16,00 alle 18,00 | per appuntamenti dalle 10,00 alle 18,00 cell. 3202885404

Il 25 gennaio nella parrocchia S. Filippo Neri alla fine della messa delle 11:30 è stato inaugurato il Progetto Rossano.
Si tratta di uno Sportello di Ascolto che si avvalerà di psicologi e frornirà a tutti coloro che lo vogliano assistenza socio sanitaria e legale a titolo completamente gratuito. La parrocchia ricordando il suo centenario, si è generosamente offerta nel darci un posto per i nostri incontri che si svolgeranno nella massima riservatezza.
Questo progetto nasce per la richiesta di aiuto che molti non hanno il coraggio di fare per vergogna o per paura di essere giudicati. Ma con me molti aprono il loro cuore perchè sono una di loro, combatto da anni contro le varie dipendenze e ho perso mio figlio per overdose in una squallida comunità di recupero.

Progetto RossanoIl progetto Rossano non essendo ne di destra ne di sinistra porterà avanti solo la politica della VITA, per questo non si servirà di una sola struttura per quanto riguarda la riabilitazione di ogni dipendenza, ma solo di centri che risponderanno ai requisiti di massima serietà con persone motivate veramente.
Come per esempio oltre alla nostra associazione ALTER ONLUS, CASA XENIA di STEFANO LACHIN che ha creato la sua struttura nella meravigliosa vallata di Belluno tutto con le proprie forze.
Questo vale anche per i nostri volontari PROFESSIONALITA’, SERIETA’ e AMORE  sara’ il nostro motto.

Sarà disponibile il libro Sempre e Comunque Aletti editore, il ricavato andrà completamente al PROGETTO ROSSANO

Nerina Marchione

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Torna a consolidarsi la collaborazione tra il Municipio Roma VIII e l’associazione fotografica DoPhotoCross

 dofhotocrossTorna a consolidarsi la collaborazione tra il Municipio Roma VIII e l’associazione fotografica DoPhotoCross

 Torna a consolidarsi la collaborazione tra il Municipio Roma VIII e l’associazione fotografica DoPhotoCross che mette al centro, in questa pubblicazione, la riscoperta della fotografia su pellicola come strumento di ricerca e di narrazione della metropoli.
Lo scorso anno, mese dopo mese, il racconto per immagini ci ha guidati in un percorso nei luoghi del nostro Municipio.
Quest’anno la ricerca si fa piu’ complessa, estende il suo sguardo a tutta la citta’ Roma: ne scova le moltitudini che la attraversano e le comunita’ che la innervano. Come le comunita’ migranti che popolano e costituiscono linfa vitale per molti quartieri e territori.

Gli scatti di DoPhotoCross ritraggono queste storie di soppiatto, silenziosamente, proprio come lavorano “Le Spie”. I ruoli, allora, si confondono abbattendo il confine ideale con lo “straniero”, in un gioco di sguardi che ci consegna una dimensione nuova e un punto di vista “altro” sulle trasformazioni contemporenee di Roma

Andrea Catarci, Presidente Municipio Roma VIII
Claudio Marotta, Assessore alla Cultura Municipio Roma VIII

Dophotocross un’associazione fotografica fondata nel 2009 da Venanzio Cellitti e Bruna Marsili. L’idea e’ quella di fotografare esclusivamente con la pellicola ed in particolare con la procedura del cross processing. La tecnica consiste nel fare foto usando pellicole per diapositive e svilupparle poi con una soluzione chimica per normali negative: il C-41. L’uso non convenzionale dei bagni chimici genera come risultato finale immagini dai toni cromatici “starati” ma suggestivi.

I colori aumentano di contrasto e virano sui toni del giallo, del verde e del blu.

“…alza il giornale cosi’ tua moglie non ci riconosce”. La biondissima signora ha un forte accento russo. Ad osservarla con attenzione mi viene da pensare che a questo appuntamento ci tiene molto, capelli appena fatti dal parrucchiere e unghie fresche di smalto. All’anulare indossa due fedi, una sottile e l’altra molto grossa, forse di un marito che non c’e’piu’. Sulla panchina del parco, al suo fianco, e’ seduto un anziano signore dall’aria distinta. Baffi bianchi ben curati, completo grigio con cravatta. Lui e’ italiano e ancora vive nell’appartamento sopra ai portici di piazza Vittorio Emanuele II, nella casa dove e’ nato. Borbotta qualcosa comprensibile solo a lei e sistema il giornale davanti al viso. Io e Venanzio ci lanciamo un’occhiata divertita e iniziamo a scattare.
Da questa foto e’ partito il progetto fotografico “Le Spie”. Chi osserva chi? Chi spia chi? Concedeteci il gioco di parole.
Attraversiamo Roma scrutando sguardi… che altrettanto studiano i nostri. Alla fine parte un sorriso e si scatta una foto.
I quotidiani si trasformano in una linea di confine tra culture differenti. Vite, esperienze e pensieri diversi. Limiti che svaniscono subito dopo esserci presentati e appena iniziamo a scattare.
A via Conte Verde prendiamo un caffe’ in un bar/tabacchi gestito da un ragazzo cinese. Vestito alla moda, estroverso ed allegro. Da lui puoi trovare anche i giornali e soprattutto sofisticati volantini promozionali dei supermercati stranieri, tutto assolutamente in cinese.
Scendiamo al centro ed attraversiamo ponte Sisto. Qui incontriamo una coppia di turisti americani nel pieno delle loro “vacanze romane”. Divertiti dal nostro progetto, neanche ci lasciano finire di spiegare e subito si calano, come attori professionisti, nella parte delle Spie. ‘sti americani!
Un accento francese ci riporta in Europa, in Italia, a Roma e qui, tra i tavolini all’aperto di Trastevere. Da sotto i loro cappellini di cotone ricamato alcune signore parigine si intrattengono tra fette di torta e te’ freddo. Poco piu’ avanti siamo attratti da una piccola libreria e dal suo libraio dall’affascinante sguardo colmo di parole, pensieri e riflessioni che, una volta pronunciati, ti cambiano la vita.
Usciamo sulla piazza e siamo attratti dal suono dell’acqua che scorre. Sui gradini dell’antica fontana di santa Maria in Trastevere fotografiamo due studenti durante i loro bivacchi.
Questi sono solo alcuni dei personaggi che da dietro a tutti quei fruscianti fogli di giornali, carichi di parole straniere, “spiano” il mondo, in questo caso la nostra citta’, Roma. Li ringraziamo per essersi “prestati” al nostro progetto, dimostrando che gli altri non sono poi cosi’ lontani.

Bruna Marsili

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Alla Cesare Battisti avviato un percorso formativo dedicato allo yoga Giocayoga, progetto yoga in classe: laboratorio di benessere per bambini

Alla Cesare Battisti avviato un percorso formativo dedicato allo yoga. Giocayoga, progetto yoga in classe: laboratorio di benessere per bambini

di Antonella Macrelli

Lo yoga attraverso le sue varie tecniche e pratiche aiuta a ristabilire l’equilibrio fisico e mentale e a sviluppare maggiore consapevolezza. Lo yoga è flessibilità fisica ma prima ancora mentale ed è particolarmente adatto ai bambini, proposto a scuola, nelle modalità e nei linguaggi adatti alla loro età. Nel 2008 il Ministero dell’Istruzione ha firmato un protocollo con la Confederazione nazionale yoga per promuovere lo sviluppo dello yoga nelle scuole, riconoscendone l’alto valore formativo.giocayoga
Ciò rappresenta una sorta di legittimazione ufficiale per l’inserimento di percorsi dedicati allo yoga in ambito scolastico con il fine di aiutare lo sviluppo psicofisico di bambini e ragazzi e aiutarli al tempo stesso a migliorare le capacità di apprendimento e l’atmosfera scolastica in genere.
Alla luce di questa iniziativa, da quest’anno, nella scuola primaria Cesare Battisti, è stato avviato un nuovo percorso formativo dedicato allo yoga.
Ma perché lo yoga a scuola? Yoga e scuola possono trovare una speciale sinergia; con lo Yoga si sperimenta una nuova possibilità educativa, che sostiene e al tempo stesso prepara l’insegnamento scolastico: l’autoeducazione. Non si tratta di imparare una nuova materia, ma di creare una base solida, uno spazio di accoglienza, che trasforma le situazioni di disagio a partire dalla riscoperta delle risorse personali, un luogo dove fioriscono la concentrazione e la creatività.
Lo yoga, praticato attraverso il gioco, dà ai bambini la possibilità di liberarsi dagli stress e di ritrovare la serenità in un clima senza competizione che li fa sentire sicuri di sé e delle loro capacità. Con lo Yoga i ragazzi imparano a rilassarsi nel profondo, creando le condizioni per lasciare fiorire le proprie risorse e potenzialità.
Diventando agili e robusti, imparano a muoversi come una rana o un uccello, imitano la forma di un ponte, di una ruota o di un albero, tendono e rilassano i muscoli come fanno gli animali, superano la possibile noia rendendo gli esercizi un gioco creativo, divertente e nel quale possono dare sfogo alla loro fantasia.
La classe campione, una seconda, ha risposto molto bene alla proposta educativa. I bambini attendono con piacere il momento dedicato allo yoga che vede l’ora così scansionata. Si inizia in un’atmosfera serena, scandita da un breve suono dei cembali, per poi passare ad una lettura che racconta episodi sulla vita del Buddha da bambino. Vengono successivamente proposte le sequenze di asana (posizioni), facili e divertenti, accompagnate dal pranayama (respirazione), il gioco e il rilassamento…quest’ultimo molto  richiesto.
Lo yoga per i bambini è diventato un gioco per muoversi insieme, stimolare la fantasia e la voglia di sperimentare. Stare insieme non basta, si può stare insieme con gioia e serenità, scoprendo che le diversità arricchiscono, anziché dividere.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Dicembre 2014

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L E T T E R A – Pedibus e Bicibus: prove di civiltà

LETTERA
Pedibus e Bicibus: prove di civiltà

Qual è la prima cosa che deve fare un genitore per educare i propri figli? Secondo noi che – sulla spinta degli attivisti del Csoa La Strada – abbiamo contribuito a realizzare i progetti pedibus e bicibus, è il buon esempio.pedibus
Siamo tutti genitori di bambini della Cesare Battisti e tutti i giorni della settimana portiamo in nostri figli a scuola a piedi o in bicicletta e siamo tutti più felici, i bambini e noi.
Contenti perché i nostri figli socializzano (ai pedibus e ai bicibus partecipano bambini di età e classi differenti), si riappropriano dei propri spazi e del loro quartiere; i negozianti e le persone che ci vedono passare ci sorridono (più ai bambini, ovviamente) e spesso, soprattutto quando passiamo in bici, fanno anche il tifo. È un’esperienza bellissima che è servita e serve alla crescita dei bambini ma anche alla nostra, perché giorno dopo giorno capiamo quanto sia importante per i nostri figli sperimentare la propria autonomia.
Sulla scia del nostro progetto si sono organizzati anche pedibus scuola Alonzi e bicibus scuola Principe di Piemonte. Quando nel settembre 2013 cominciammo con il pedibus (che raccoglie i bambini alle fermate sparse lungo il percorso partendo da un capolinea) mio figlio Jacopo mi chiese perché dovevamo fare un giro così lungo per andare a scuola visto che abitiamo a circa un minuto a piedi dalla Cesare Battisti; oggi se gli dico domani niente pedibus o bicibus è più efficace di una punizione.
Oggi sono loro a chiederlo e a volerlo! Ah, dimenticavo: nessuno di noi è mai in ritardo al lavoro, anche se arriviamo a scuola senza un’automobile! (Pedibus Cesare Battisti, tutti i
martedì e giovedì ore 8,00 partenza da Piazza Albini – Bicibus Cesare Battisti, tutti i mercoledì ore 8,00 partenza Piazza Albini).

Marcello Conte
Pedi/bicibus Cesare Battisti

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Dicembre 2014

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Muore improvvisamente all’età di 58 anni un amico e collaboratore di Cara Garbatella L’ultimo saluto a Claudio Petrucci

Muore improvvisamente all’età di 58 anni un amico e collaboratore di Cara Garbatella
L’ultimo saluto a Claudio Petrucci

Così all’improvviso, come un colpo di scure, Claudio Petrucci 58 anni a dicembre ci ha lasciati sabato 29 novembre. Una morte improvvisa che ci coglie di sorpresa, che lascia un infinito segno d’impotenza. Claudio un amico, in passato ha anche collaborato con Cara Garbatella, ha una storia comune alla maggioranza dei ragazzi del quartiere: un’infanzia ed un’adolescenza tra i lotti, la Chiesoletta, alla colonia estiva di Torvaianica, la Villetta. Due grandi passioni: il calcio e l’automobilismo, il tutto non reso banale ma approfondito elaborato e analizzato.
Ricordiamo i suoi articoli su Cara Garbatella, su questi argomenti, riusciva sempre a cogliere questioni sociali umane e personali, dove tra le righe era facile afferrare la sua ironia.
In quegli articoli esce tutto se stesso, denuncia sociale su come si vive lo sport, e un grande amore verso suo figlio Lorenzo, sempre ispiratore dei suoi articoli (ricordiamo con quanto orgoglio descriveva le tante vittorie del suo “campioncino di go kart”).
Amava questi sports ai quali legava anche una grossa passione per la Roma. Nell’infinita tristezza di questa perdita nel ritrovarsi tra amici in una sorta di grande freddo, nel ricordare viaggi, serate e giornate a dividere e condividere momenti, tra emozioni e sorrisi traspariva il suo modo di essere: allegro, il suo vivere le cose con entusiasmo, ed una infinita generosità. La chiesa di San Filippo Neri gremita di amici e parenti, il giorno del suo funerale è stata la risposta eloquente di quanto fosse amato ed apprezzato, la bara avvolta da fiori giallorossi che testimoniavano la sua fede calcistica, un ritorno in quella Chiesa a due passi da quel campo polveroso dell’oratorio dove ha iniziato a tirare i primi calci al pallone.
E’ inevitabile che in questo momento il pensiero va alla sua compagna di sempre, quasi un binomio “Flora e Claudio” a suo figlio Lorenzo, a mamma Renata, alla sorella Roberta. Un forte abbraccio nel ricordo di un amico che non c’è più. Ciao Claudio.

Giancarlo Proietti

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Dicembre 2014

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un regalo buono che fa bene

In occasione delle prossime festività, promuove l’iniziativa di solidarietà:

UN REGALO BUONO CHE FA BENE

  • Una confezione-regalo di tre bottiglie di:
  • OLIO EXTRA-VERGINE DI OLIVA SABINA DOP
  • VINO ROSSO IGT
  • VINO BIANCO IGT
  • Prezzo totale € 18,00

Il ricavato sarà destinato a borse di studio a favore di ragazzi palestinesi nei campi profughi in Libano

Confezione 3 bottiglie
Le prenotazioni si raccolgono agli indirizzi email:

am.procacci@alice.it
livia.omiccioli@comune.roma.it

www.altrevie.it                        www.caragarbatella.it

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Saranno unificati i mercati rionali di Via Odescalchi e Raimondi Garibaldi di Gianni Floris

Saranno unificati i mercati rionali di Via Odescalchi e Raimondi Garibaldi

mercato-via-rosa-raimondi-garibaldidi Gianni Floris

Il mercato di Via Rosa Raimondi Garibaldi e quello di Via Odescalchi verranno unificati e trasferiti sul nuovo plateatico realizzato in Via Guarnieri Carducci. Lo comunica l’assessora al Commercio e vice presidente del Municipio Anna Rita Marocchi.
“Il progetto di riordino è finalmente partito dopo l’acquisizione da parte del Municipio dell’area privata adiacente, dove è stato realizzato un vasto PUP. Il recupero di questa zona è un passo fondamentale che l’Amministrazione municipale ha fortemente inserito nel programma di governo. Si tratta di un traguardo che il mio Assessorato è lieto di aver raggiunto, grazie anche al dialogo con i sindacati e con gli operatori, che hanno collaborato alla possibilità di procedere all’unificazione di due mercati che per anni sono stati una spina nel fianco del Municipio, per quanto riguarda soprattutto la sicurezza e l’igiene.
Il recupero di questa zona, che comprende anche l’allestimento di un parco attrezzato, sarà l’occasione per realizzare un’opera innovativa in grado di accogliere 40 operatori commerciali. Stiamo pensando di dotare la struttura di un “box speciale”, un punto di accoglienza e di primo soccorso anche infermieristico, in modo da avere una piccola attenzione anche ai tanti bambini, anziani, mamme e per tutti coloro che quotidianamente frequenteranno il mercato e il parco. Con il riordino dei due mercati tentiamo di combattere il problema del degrado e soprattutto dell’abusivismo, nell’ottica di rilanciare l’attività commerciale al di fuori di quei box in lamiera che per anni hanno deturpato quegli angoli

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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Padre Guido-Garbatella: un binomio inscindibile

Nell’aprile scorso, a 87 anni, ci ha lasciati il “prete” che per cinquant’anni ha rappresentato l’anima dell’oratorio dei Filippini. Intere generazioni gli sono grate per la sua paterna infaticabile opera di cultura e di amore. Ai funerali una generale commossa partecipazione

padre-guido-87-anni-8-marzoPadre Guido, Garbatella: un binomio inscindibile. Così scrivevamo qualche anno fa sulle pagine di questo giornale. E questo è stato tangibile il 24 aprile scorso, il giorno del suo funerale. Una folla immensa, il popolo della Garbatella che ha riempito la chiesa di San Filippo e l’antistante parco, ha partecipato commossa all’ultimo saluto. Il prete, chiamato così dalle varie generazioni dei ragazzi dell’oratorio, se n’era andato due giorni prima in un caldo giorno primaverile, a poco più di un mese dal suo ottantasettesimo compleanno.
La sala del teatrino dell’oratorio per due giorni era stata meta di centinaia di persone che hanno voluto omaggiare la salma esposta, mentre i ragazzi più giovani continuavano a giocare nel polveroso campetto di calcio proprio come si era raccomandato padre Guido. Per due giorni, all’oratorio e fuori ai giardinetti, si sono rincontrate intere generazioni, ragazzi, ragazze, uomini e donne, che in molti casi, dato il tempo trascorso, avevano anche difficoltà a riconoscersi. Tutti parlavano un unico linguaggio fatto di ricordi, le partite, la scuola, la magica colonia di Tor Vaianica, una crescita, una maturazione e una forte nostalgia che spesso sfociava in una grossa emozione. E il fulcro, il punto d’unione, il centro di questa comunità era lui, padre Guido.
Tempo fa il “nostro sacerdote” ci raccontava di come, dopo qualche anno di presenza nel nostro quartiere, si interrogava sul suo modo di essere prete.
Diceva: “Passo, la mattina, 5 ore a scuola o, nei mesi estivi, al mare, a guardare questi ragazzi, il pomeriggio all’oratorio a guardarli giocare, parlare; tutto qui è portare avanti la mia missione?”. Il tempo gli ha dato la risposta, vedere questi ragazzi che a distanza di anni avevano il loro punto di riferimento proprio lì, il saluto al prete prima di partire militare, il celebrare matrimoni, battesimi, condivisione vera di gioie e dolori, il cercare un consiglio, un colloquio come si fa con un vero padre dava un senso alla sua scelta. Questo era padre Guido, il suo insegnamento fatto di poche parole e di fatti concreti, l’insegnamento della libertà nel rispetto della persona, dell’autonomia, il trasmettere la voglia di viaggiare, di conoscere, l’amore per il mare, il vento, la montagna, l’amore per la natura: queste le preghiere che ha insegnato.
Di lui in questi anni abbiamo scritto molte cose, sappiamo che amava ricevere sempre l’ultimo numero di Cara Garbatella. E con la sua grossa onestà intellettuale, che talune volte rasentava la rigidità, non ci risparmiava costruttive critiche.
Vogliamo continuare il nostro omaggio a padre Guido riportando qui di seguito qualche brano di alcune delle tante lettere giunte in redazione, brani dei sui diari e brevi cenni di articoli dedicatigli in passato, proprio per sottolineare quanta gente ha amato la sua opera e la sua capacità di far sentire unico ogni ragazzo e ogni ragazza che ha vissuto questa esperienza.
Giancarlo Proietti

padre-guido“Er Prete”, questo è stato per tutti il suo “nome d’arte”. Un nomignolo al quale lui stesso era affezionatissimo; il suo nickname; un escamotage linguistico, tutto romano, per evitare di limitarsi ad un appellativo tanto importante, quanto riduttivo, come “padre” Guido. Per rappresentarlo a pieno si sarebbe dovuto chiamarlo, a seconda delle circostanze, anche “madre” Guido, “fratello”, “amico”, “maestro” Guido. Troppo complicato per le giovani vite della Garbaltella e zone limitrofe. Meglio “er Prete”: semplice, diretto, indicativo del punto di riferimento che rappresentava per tutti i ragazzi dell’Oratorio e per i genitori che gli affidavano, con cieca fiducia il tempo libero dei loro figli e nipoti. Il mio Padre Guido è stato maestro di scienze e di vita che ha insegnato, con la stessa gioiosa e quasi infantile naturalezza, le stelle e la fede, il gioco e l’impegno, la metereologia e la geologia, l’amicizia e il servizio. Il mio Padre Guido è una gemma preziosa custodita nel cuore, un’eredità da tramandare, una fortunata coincidenza o un dono di Dio.
Grazie di tutto Padre Gui’.
Fabrizio Mastrantonio

Come fai a spiegare l’odore dell’oratorio, la terra dura, i pali di legno con gli spigoli, la rete bucata, la raccolta della carta, gli spogliatoi senza docce, il gioco del sasso, l’ottovolante, la coppa disciplina, le magliette per i primi classificati, i calzoncini ai secondi, i calzini ai terzi, gli atomi, i purcini con la erre.
Come fai a spiegare padre Guido se non parti dai luoghi, dalla sua fisicità dal piede 44 magnum, dalle sberle, dalla sua cultura, dalle sue urla, “vai fuori dall’oratorio”, “alt fine primo tempo”. Come fai a spiegare quel fazzoletto di paradiso impolverato messo a confine tra Garbatella e Tormarancia. Non lo spieghi, non bastano le parole, i ricordi, le fughe per evitare il vespro. Resta solo una sensazione d’infinita tristezza, come le domeniche pomeriggio all’oratorio, quelle sì che erano tristi anche allora, appena appena rinfrancate dalla partitella tra pochi disperati superstiti, la radiocronaca in sottofondo e il gelato offerto dal prete. Lui lì stava, lui lì ha voluto aspettarci. Il corpo inerte nel teatrino, un via vai di facce di popolo segnate dalla vita e il vociare dei pischelli persi anche oggi dietro al pallone così come lui ha voluto che fosse. Così come è sempre stato.
Massimiliano Smeriglio

Padre Guido non ambiva piacere  a tutti. Ai discorsi complicati e lunghi preferiva poche e semplici parole. Caparbiamente portava avanti dei progetti folli, attirandosi critiche ed inimicizie da ogni parte. Ma tutto quello che faceva, diceva, pensava e sentiva era finalizzato ad un grande obiettivo, fare del bene agli altri…
…Padre Guido ha dipinto la sua vita come un’opera d’arte, ne è uscito fuori un capolavoro dal valore inestimabile. Al suo penultimo compleanno lui diceva che la sua vita era come un quadro, in quel quadro c’eravamo tutti noi. Vuoi perché gli abbiamo impastato i colori, o a volte lasciando qualche ditata sulla vernice fresca, comunque sia andata penso che, sì, avesse proprio ragione . Quel quadro lo abbiamo dipinto insieme a lui, e cavolo, ne è valsa veramente la pena! Forse è proprio per questo che quando lo ammiriamo rimaniamo colpiti dalla sua bellezza, felici per ciò che abbiamo imparato e tristi per ciò che non tornerà più, ma immensamente grati per tutto ciò che il nostro caro Padre Guido ci ha insegnato.
Consapevoli che a guidarci ancora e sempre sarà il segno che ci ha lasciato.
Fulvia Subania

padre-guidoSe i miei figli da anni mi chiedono con fiducia “papà, che tempo farà domani?” è perché ho sempre descritto loro quel che Padre Guido ha descritto e spiegato a me: il cielo, le nuvole, il vento, le stagioni e l’inclinazione dell’asse terrestre, meridiani, paralleli, tropici e circoli polari e un mare di cose che a quel tempo – 50 anni fa – sembravano misteriose. Quella sera d’inverno di tanti anni fa, con un  gruppetto di ragazzi della mia età, stavo sul campetto dell’oratorio per la lezione di astronomia; in silenzio ascoltammo Padre Guido che spiegava come si doveva fare per calcolare l’ora guardando le stelle dell’Orsa maggiore. La lezione durò una decina di minuti. Poi, con un sorriso, chiese:”chi vuole provare per primo?”. Visto che nessuno se la sentiva di rompere il ghiaccio “er prete” fece la sua scelta. Il discepolo aveva imparato talmente bene la lezione che, osservando il cielo, dopo venti secondi di calcolo, esclamò:”Oddio  so’ e sette, mo’ mi’ madre me gonfia…!!”
La lezione finì con una risata generale e prolungata, guardando la vera e propria “fuga” di chi immaginava che sarebbe stato “gonfiato” dalla madre severa. Caro Padre Guido ci hai insegnato a guardare il cielo ma per moltissimi di noi la “stella polare” sei stato tu.
Grazie di cuore.
Stefano Mastrantonio

Imiei rapporti con padre Guido risalgono al 1982, al tempo in cui incominciai sistematicamente ad occuparmi della Garbatella e dei suoi abitanti sulla “Gazzetta” , il benemerito giornale locale che era diretto da Gianni Rivolta.
Apprezzava le mie “scoperte” sulla storia, la geografia, i personaggi del quartiere, mi dava idee e suggerimenti, mi raccontava aneddoti, mi ringraziò commosso quando, nel febbraio del 2005. gli feci avere una delle prime copie del “Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense”. La lettera che mi scrisse e che conservo si concludeva con queste parole: “La sua presenza così attenta nell’evidenziare alcuni aspetti antecedenti ha il suo posto nella vita del quartiere. Del resto quel che rende vera la nostra età è di elaborare con cura qualcosa tratta da una esperienza di vita ed offrirla: qualcosa che rende giovani spiritualmente”.
Ecco, padre Guido sapeva elaborare quel “qualcosa” tratta dall’esperienza di vita e soprattutto quel “qualcosa” sapeva dispensarla.
Cosmo Barbato

Ho saputo della sua morte solo al ritorno da Londra, dove ero in vacanza durante la chiusura della scuola a Pasqua.
La prima sensazione è stata un senso di colpa per non esserci stato, lì con tanti altri amici, ex compagni ed ex colleghi di scuola, a dare l’ultimo saluto a Padre Guido.
Non ho provato dolore ed è stato strano accorgermene, ma un gran senso di pace e di serenità, lui che per tanti anni ci ha insegnato a rispettare la vita e non temere la morte, se n’ è andato in pace, come era naturale che fosse. Ho meditato a lungo prima di scrivere qualcosa su di lui, non volevo fosse il solito necrologio di circostanza.

Se andate in giro sulla rete troverete centinaia di storie e aneddoti sulla sua vita e la sua “militanza” di prete di quartiere qui alla Garbatella.
Potrei ricordarne tanti anch’io, sia da alunno, sia da professore del Cesare Baronio.
Qui voglio invece ricordare padre Guido come il sacerdote atipico che è sempre stato, quello che portava gli alunni a copiare sul quaderno le parolacce scritte sui muri, per demistificarne il senso ribellistico e proibito, quello che a messa non parlava mai dell’inferno ma preferiva trarre dalla natura lo spunto dei suoi discorsi. Nel suo insegnamento il messaggio evangelico più schietto partiva sempre dalla grande lezione spiritualista della natura.
Padre Guido è stato per me il prete che ci faceva costruire il sestante e il barometro a scuola ma ci insegnava anche che c’è qualcosa al di là della realtà visibile.
Padre Guido è stato per me l’uomo delle stelle. Da ragazzi  spesso ci portava a guardare il firmamento, quando a Roma il cielo non era ancora velato dalle luci delle insegne luminose che oggi deturpano la città e tutt’intorno alla Garbatella c’era ancora la campagna.
Ricordo come fosse ora il miracolo della nostra galassia stagliata contro il nero cristallino del cielo di tramontana. Un’emozione che nessuna parola potrà mai descrivere, nessuno schermo Hd-3D riprodurre, il senso profondo di essere parte di quello spettacolo meraviglioso.
E poi ci insegnava i trucchi del mestiere: come distinguere un pianeta da una stella, dove trovare Aldebaran, Vega, Orione e Cassiopea. Ma soprattutto ci spiegava come orientarci con le stelle e non solo in senso geografico: al di là dell’astronomia, Padre Guido ci indicava come trovare noi stessi…” quando un giorno sarete grandi, e magari vi sentirete smarriti, guardate lassù. Lì troverete tutte le risposte ai vostri dubbi”.
Sono diventato grande e anch’io mi sono smarrito, più di una volta in questa vita.
Grazie a lui ho saputo alzare lo sguardo al firmamento e ritrovare la Via
Grazie padre Guido, ciao!

tratto dalla sua ultima lettera ai parrocchiani:

“….vedo appiattirsi sempre più lo standard (abusivamente) imposto dalle macchine o dai computer che praticamente ignorano il ritmo vero della vita sul Pianeta Terra che annualmente, ruotando attorno al sole, ci propone il susseguirsi delle stagioni e la spiritualità della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno che ogni anno propongono un anello nuovo (pensate ai cerchi annuali del tronco nelle piante)…”

Fabio Mariotti

Grazie padre Guido per averci fatto vedere quel brutto campo dell’Oratorio più bello dello stadio Olimpico, quei bigliardini sempre malandati come la più bella sala da giochi, e quel pezzo di spiaggia a via Bengasi dove centinaia e centinaia di ragazzi devono ogni tanto tornare per respirare un po’ di nostalgia.
Grazie per averci insegnato a viaggiare, a vedere le stelle, a guardare il cielo per vedere se la luna è calante o crescente.
Giancarlo Proietti

“Il prete” ci ha voluto bene, e ce lo ha dimostrato, senza secondi fini, senza alcun interesse, per fede e per vocazione ma anche per pura e semplice bontà personale perché era fatto così. E noi ragazzi e ragazze, uomini e donne di questo quartiere per anni lo abbiamo ricambiato perché non era possibile fare altrimenti.
Mancherà immensamente a tutta la sua comunità.
Massimo Mongai

Sto progettando le gite, ne sento la necessità. Sono momenti di vita vera, ma la fatica di organizzarle è grande, come grande è l’assenza di collaborazione. Si criticano tanto i sacerdoti, ma senza di loro crollerebbe tutto. Si possono lasciare Pina e Maria Teresa sole a se stesse? Lioi, Colletti e Palmieri in balìa dell’ambiente? Si può ridurre il contatto religioso alla Santa Messa?

(dal Diario dell’Oratorio di Padre Guido)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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Garbatella! Che colori! Due passi fuori di casa in un distensivo giro per le stradine del quartiere a scoprirne gli angoli nascosti, il fascino dei Lotti, le garbate forme delle villette, le stravaganti varietà dei comignoli e delle fioriere, il profumo

Garbatella! Che colori!

Due passi fuori di casa in un distensivo giro per le stradine del quartiere a scoprirne gli angoli nascosti, il fascino dei Lotti, le garbate forme delle villette, le stravaganti varietà dei comignoli e delle fioriere, il profumo dei giardini

di Enrico Recchi

E’ arrivata l’estate con le giornate lunghe ed i ricordi del freddo inverno che lasciano lo spazio al sole ed al profumo degli alberi. Cosa c’è di meglio allora che spegnere la TV o il computer, uscire di casa e fare una bella passeggiata al calor del sole per le strade della Garbatella? Magari per mano alla propria metà, chi con i figli o nipoti, chi portando a spasso il cane chi semplicemente bighellonando in giro e con il naso all’insù per scoprire le bellezze che il nostro quartiere tiene in serbo per noi.
garbatella-che-coloriE prima di meravigliarci per l’angolo nascosto, per la fontanella caratteristica, per la piazzetta ritrovata. la prima cosa che salta ai nostri occhi sono le case con i loro caratteristici colori. Sì, perché i colori delle vecchie case dei lotti, dei villini, ma anche dei palazzi che si possono incontrare alla Garbatella hanno un loro fascino, una loro poesia, una loro storia. Se ancora non lo avete mai fatto, andate in giro per il quartiere e guardate le case, con i loro caldi ocra, o gli antichi rosso mattone, tonalità che infondono energia, che si stagliano sul cielo azzurro e vedrete ognuno di questi edifici diventare il fondale di un quadro immaginario.
E allora ammirerete non solo i bellissimi edifici storici, i giardini con alberi centenari, le scalinate silenziose che sembrano portare verso il mistero, sentirete soltanto lo scrosciare dell’acqua delle fontanelle e le chiome degli alberi che si muovono al vento e magari la voce di una donna affacciata alla finestra che chiama un’amica alla casa vicina. garbatella-che-colori
A qualcuno queste mie sensazioni possono sembrare esagerate, ridondanti. Ma se vi capita andate a spasso verso le due del pomeriggio, magari di sabato, quando ancora la gente sta a tavola o se ha finito sta riordinando la cucina mentre qualcun altro schiaccia un pisolino, oppure la sera con la poetica compagnia della luna e le strade “deserte e silenziose”, come cantava Modugno in “Vecchio Frac”: le strade diventeranno per voi un mondo incantato, tanto diverso da quello ossessivo e rumoroso che ormai ci circonda costantemente. Purtroppo però anche gli edifici hanno bisogno di manutenzione e le necessarie operazioni di restauro fanno sì che quelle sfumature arancio, quelle mezze tinte marroni che vestivano perfettamente i fabbricati a volte siano cancellate da tinte accese che non trovano riscontro in natura, che diventano un vero e proprio “cazzotto nell’occhio” del passante e che,  pur non alterando la forma, trasformano l’edificio in qualcosa di diverso e addirittura innaturale, come una persona che vestendo un abito di una taglia non sua si renda ridicolo. Un esempio di questa follia, per fortuna non alla Garbatella, lo possiamo vedere di fronte all’Ospedale S. Camillo dove c’è un palazzo recentemente tinteggiato di un azzurro/indaco che sembra uscito da un manga giapponese.
Questo pericolo alla Garbatella finora è stato scongiurato (escluso rari casi) ed infatti andando in giro possiamo vedere che anche là dove è stato necessario ridipingere facciate ed intonaci si è cercato di mantenere quel “vestito” che esisteva e caratterizzava la palazzina o la villetta rendendola bella.
Certo le caratteristiche del nostro quartiere fanno sì che quest’opera sia facilitata. La Garbatella resta comunque un quartiere “nuovo”, non ci sono certo le facciate del ‘500 affrescate, gli stucchi artistici dei palazzi seicenteschi, i fregi araldici delle famiglie papali da conservare ma c’è la “patina della storia”, l’eco delle voci di una volta, i colori ai quali siamo affezionati e ai quali teniamo.
Ricordiamoci che è dovere comune conservare al meglio le bellezze che la storia ci ha tramandato e la Garbatella è come una bella signora attempata da coccolare che ci può raccontare ancora tante belle storie. 

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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L’uomo delle stelle di Fabio Mariotti

Ho saputo della sua morte solo al ritorno da Londra, dove ero in vacanza durante la chiusura della scuola a Pasqua.
La prima sensazione è stata un senso di colpa per non esserci stato, lì con tanti altri amici, ex compagni ed ex colleghi di scuola, a dare l’ultimo saluto a Padre Guido.
Non ho provato dolore ed è stato strano accorgermene, ma un gran senso di pace e di serenità, lui che per tanti anni ci ha insegnato a rispettare la vita e non temere la morte, se n’ è andato in pace, come era naturale che fosse. Ho meditato a lungo prima di scrivere qualcosa su di lui, non volevo fosse il solito necrologio di circostanza.

Se andate in giro sulla rete troverete centinaia di storie e aneddoti sulla sua vita e la sua “militanza” di prete di quartiere qui alla Garbatella.
Potrei ricordarne tanti anch’io, sia da alunno, sia da professore del Cesare Baronio.
Qui voglio invece ricordare padre Guido come il sacerdote atipico che è sempre stato, quello che portava gli alunni a copiare sul quaderno le parolacce scritte sui muri, per demistificarne il senso ribellistico e proibito, quello che a messa non parlava mai dell’inferno ma preferiva trarre dalla natura lo spunto dei suoi discorsi. Nel suo insegnamento il messaggio evangelico più schietto partiva sempre dalla grande lezione spiritualista della natura.
Padre Guido è stato per me il prete che ci faceva costruire il sestante e il barometro a scuola ma ci insegnava anche che c’è qualcosa al di là della realtà visibile.
Padre Guido è stato per me l’uomo delle stelle. Da ragazzi  spesso ci portava a guardare il firmamento, quando a Roma il cielo non era ancora velato dalle luci delle insegne luminose che oggi deturpano la città e tutt’intorno alla Garbatella c’era ancora la campagna.
Ricordo come fosse ora il miracolo della nostra galassia stagliata contro il nero cristallino del cielo di tramontana. Un’emozione che nessuna parola potrà mai descrivere, nessuno schermo Hd-3D riprodurre, il senso profondo di essere parte di quello spettacolo meraviglioso.
E poi ci insegnava i trucchi del mestiere: come distinguere un pianeta da una stella, dove trovare Aldebaran, Vega, Orione e Cassiopea. Ma soprattutto ci spiegava come orientarci con le stelle e non solo in senso geografico: al di là dell’astronomia, Padre Guido ci indicava come trovare noi stessi…” quando un giorno sarete grandi, e magari vi sentirete smarriti, guardate lassù. Lì troverete tutte le risposte ai vostri dubbi”.
Sono diventato grande e anch’io mi sono smarrito, più di una volta in questa vita.
Grazie a lui ho saputo alzare lo sguardo al firmamento e ritrovare la Via
Grazie padre Guido, ciao!

tratto dalla sua ultima lettera ai parrocchiani:

“….vedo appiattirsi sempre più lo standard (abusivamente) imposto dalle macchine o dai computer che praticamente ignorano il ritmo vero della vita sul Pianeta Terra che annualmente, ruotando attorno al sole, ci propone il susseguirsi delle stagioni e la spiritualità della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno che ogni anno propongono un anello nuovo (pensate ai cerchi annuali del tronco nelle piante)…”

Fabio Mariotti

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PADRE GUIDO se ne è andato nel sonno.

PADRE GUIDO se ne è andato nel sonno. Senza soffrire più di quanto avesse già sofferto. In fondo è giusto così.

Alla Garbatella, il quartiere popolare di Roma che per i miei gusti sta diventando troppo di moda, lo conoscevamo così. Era IL PRETE, lo scrivo in maiuscolo perché in quella che oserei chiamare “qualifica” c’era il rispetto di tutti.

Era arrivato a Roma nel 1956, aveva solo 27 anni. Veniva da Milano, da una famiglia benestante. Arrivava in una città che cercava di alzare la testa dopo la guerra. Nel 1954 la Rai aveva cominciato a trasmettere in bianco e nero. Un solo canale, un’audience pazzesca. La gente aveva scoperto un aiuto tecnologico che l’aiutava a comunicare. Gli abbonati al telefono sfioravano i due milioni, il doppio rispetto al 1950, il quadruplo rispetto al periodo del conflitto bellico. Pio XII era il capo della Chiesa, tempo due anni e sarebbe arrivato Giovanni XXIII.

ImmaginePadre Guido. Pochi conoscevano il suo cognome, Chiaravalli. Tutti conoscevano lui. Una presenza importante in un rione che faticava a trovare la sua dimensione. Era zona di confine la Garbatella. Una strada, la Cristoforo Colombo, a separarla da Tormarancia che quelli più grandi di me chiamavano Shanghai. E non era certo un complimento. Le sassaiole, all’epoca i malandrini delle due parti si affrontavano così, erano all’ordine del giorno. E quel clima di mini violenza rischiava di trasferirsi alla Chiesoletta, il regno sotto il governo del PRETE.

Uomo di cultura, generoso. Uomo d’azione e di parole. Aveva preso di petto la situazione ed era entrato nel cuore del problema. Un prete tra la gente, uno di quelli che pensi possano esistere soltanto nei libri o nei film di una volta. Un prete di frontiera in un rione difficile.

Era un conservatore convinto, ma anche uno che sapeva essere moderno nei fatti. Era stato lui ad aprire la scuola Cesare Baronio e l’Oratorio, la Chiesoletta appunto, alle donne. Detta così fa scappare un sorriso. Ma bisogna fare un salto indietro, tornare a quell’inizio anni Sessanta quando non era poi tanto semplice imporre una presenza mista.

Aveva le sue regole e pretendeva che tutti le rispettassero. Per chi sgarrava la punizione era a salire, nel rispetto della colpa riconosciuta.

“Raccogli cento pezzi di carta.”
  E ti era andata bene.

“Togli cento i sassi dal campo.”
  Ancora bene.

“Vai fuori dall’Oratorio e non tornare per dieci giorni.”
  Dovevi averla combinata proprio grossa.

Ricordo con affetto e nostalgia le mille partite di calcio giocate su un campetto fatto di sassi e polvere, un terreno in discesa. Il sorteggio a inizio gara serviva per scegliere la porta di sopra o la porta di sotto. E dovevi stare attento a dove calciavi il pallone.

Se tiravi troppo alto nella porta di sotto e il pallone finiva nell’arena del cinema Columbus la tua squadra pagava con una punizione a due. Il tiro diventava diretto se la palla finiva in piazza Sant’Eurosia dove era più difficile recuperarla. Era rigore senza moviola, né discussioni se lo sventurato di turno calciava sopra i tetti dell’Oratorio e la sfera finiva ai Giardinetti. Se poi avevi la dannata sfortuna di mandare la palla nella trattoria all’aperto sul lato grande del campo, al di là del muro, la partita era persa. L’oste non restituiva mai il pallone e di soldi per ricomprarlo non ce n’erano.

Uno di noi pretendeva spesso di tirare i calci di rigore. Ma aveva, diciamo, poca sensibilità nei piedi. Colpiva e il pallone si impennava, alto, alto, sempre più alto. Si era guadagnato sul campo il soprannome di Gagarino, in onore di Jurij Gagarin: il primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile del 1961.
“L’altra sera durante una partita, il piccolo Filippini di nove anni è stato colpito da una pallonata in pieno naso ed ha perso conoscenza. Mentre gli presto le cure del caso, dopo un po’ riapre gli occhi, mi guarda assorto e poi serio serio mi fa una domanda.
-Sono morto, Padre Guido?
“Senti… vai in Chiesa e guarda a che punto stanno.”
-A Padre Gui’, mo stanno all’orabrenobis…”

(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

ImmagineMicrobi, Atomi. Erano i piccolini che si cimentavano negli infiniti tornei di calcio mentre i loro compagni erano impegnati in interminabili sfide a bigliardino. Altri preferivano il gioco dei calcinculo, una giostra in cui volando alto e in precario equilibrio su dei seggiolini di metallo cercavi di raggiungere il ragazzino che ti stava davanti. Un ottimo metodo per procurarti infortuni a catena, soprattutto perché in Chiesoletta il calcinculo era a distanza ravvicinata da due muri. Non c’era giorno che Padre Guido non facesse il suo ingresso al CTO con un bambino piangente e dolorante.
Partite di calcio in cui lui tifava sempre per i più deboli.
“Al pareggioooo!” urlava da sotto il colonnato dell’Oratorio. Non gli importava molto se la squadra a cui rivolgeva l’incitamento fosse sei o sette gol sotto.
E a partita finita tutti alla fontanella a bere. Lunghe file di assetati. Ci sarebbe stata la rivoluzione se non fosse intervenuto lui.
“Uno, due, tre, quattro cinque, sei. Hai finito, lascia il posto a un tuo compagno.”
Era arrivato nella Chiesa di San Filippo Neri da Milano. Ed era subito diventato uno di noi. Uno che voleva farci conoscere il mondo. Ai miei tempi il viaggio lontano era quello che d’estate ci portava ogni giorno a Torvaianica. Spiaggia libera, corse, ancora pallone, nuoto solo quando arrivava il permesso, merenda e di nuovo tutti dentro il pullman mentre Padre Guido faceva l’appello per accertarsi che nessuno si fosse dimenticato di tornare a casa.
“Sto progettando le gite, ne sento la necessità. Sono momenti di vita vera, ma la fatica di organizzarle è grande, come grande è l’assenza di collaborazione. Si criticano tanto i sacerdoti, ma senza di loro crollerebbe tutto. Si possono lasciare Pina e Maria Teresa sole a se stesse? Lioi, Colletti e Palmieri in balia dell’ambiente? Si può ridurre il contatto religioso alla Santa Messa?”
(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

Mia figlia Alessia è stata più fortunata. Per lei si è aperta l’Europa. Monaco di Baviera, la Norvegia, Capo Nord. L’accompagnavo alla Stazione Termini di notte. Zaino enorme in spalla e pochi soldi in tasca. IL PRETE non ammetteva deroghe. Il lusso era conoscere posti nuovi, non certo dove si dormiva o quello che si mangiava. Il cibo era scarso, le notti le trascorrevano sul pavimento di chiese ospitali. E di giorno si camminava fino all’esaurimento. Ma credo che nessuno di quei ragazzi abbia mai maledetto quei momenti. Ognuno di loro ne conserva il ricordo nel profondo del cuore.
ImmagineInsegnava al Baronio. Le lezioni le teneva all’aria aperta. Voleva che si studiassero le stelle di sera, che si guardassero gli insetti nelle calde giornate d’estate, i pianeti erano meno misteriosi se guardati quaggiù dalla Terra piuttosto che studiati sulle fredde pagine dei libri. A contatto con quella natura che gli studenti dovevano impare a conoscere, ecco quale era l’insegnamento del PRETE. Erano lezioni di scienze e di vita quelle che impartiva.
“Sto mostrando le stelle con il canocchiale ad alcuni allievi. Ettore Melluzzi, cinque anni, mi chiede che faccio. Gli indico Giove che risplende vicinissimo. Mi risponde: E che ce fà lassù?”
(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

Padre Guido ha sempre cercato di comunicarci un concetto.
“Dobbiamo incontrarci in libertà.”
Usava la parola come il mezzo più diretto per cercare di capire e poi risolvere i nostri problemi.
“Sono sempre stato a contatto con la vita” ripeteva.
Ed oggi che ci ha lasciato nel sonno, quasi non volesse disturbare, ce lo ritroviamo ancora accanto. Se ne è andato a 87 anni, quasi sessanta dei quali passati nelle strade della Garbatella. Aveva un modo speciale di comunicare con la gente. Ti guardava fisso negli occhi attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali con la montatura di plastica, li riattacava nei modi più strani fino a quando non stavano più insieme. Gesticolava con le mani, questo lo aveva preso da noi romani, e strizzava i muscoli della faccia quasi volesse farsi più piccolo per entrare nella nostra testa.
 Era un uomo di cultura, ma non faceva pesare questo dono. La usava per entrare in contatto con chi non aveva avuto la fortuna di studiare.
La tonaca lisa, consumata da quanto la portava addosso senza sentire mai il bisogno di indossarne una nuova. E negli ultimi tempi una vecchia coperta arancione che gli riscaldava le gambe mentre, spinto dal badante, girava sulla sedia a rotelle per i giardini davanti alla chiesa San Filippo Neri.

Chissà cosa avrebbe detto di quei vandali che l’altro giorno hanno distrutto, incendiandola, una piccola giostra dove i bambini del quartiere si divertivano ogni giorno.
Padre Guido era una strana sorta di conservatore. Amava il sociale. Voleva che tutto fosse fatto in nome e per il gruppo. Mi ricordo che tanti anni fa assieme ad alcuni ex ragazzi dell’Oratorio volevamo donare una somma destinata a ristrutturare i locali. Lui si era rifiutato.
“Facciamolo con le nostre mani, non con i nostri soldi.”
Mi ricordo che molti anni fa, per lavoro, mi capitava spesso di incrociare Agostino Di Bartolomei, anche lui frequentatore da ragazzo del campo di calcio della Chiesoletta. La prima cosa che mi chiedeva era: “Come sta Padre Guido?”. Era il filo che ci univa. Un lungo filo che ha unito migliaia di ragazzi della Garbatella che nella Chiesoletta avevano trovato negli anni della gioventù il loro centro del mondo.
Ora Padre Guido Chiaravalli, nel giorno della morte il nome va scritto per intero, non è più tra noi. Ma se faremo come ci ha insegnato e ogni sera alzeremo gli occhi verso il cielo, tra le stelle potrebbe capitarci di vedere lui. Anche chi non crede, non può non riconoscergli il merito di averci lasciato in eredità un dono inestimabile. Il ricordo di una brava persona. Come tutti i preti, in minuscolo, di questo mondo dovrebbero essere.

http://dartortorromeo.com

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Un-grande-Insegnante-Padre-Guido

Padre-Guido-novembre-2008Un grande Insegnante, Padre Guido

Parlare di Padre Guido, non è cosa semplice per  me, una ex ragazzina dell’oratorio. L’ho ha sempre considerato un grande maestro, come colui che può e sa insegnare cose preziose. Detentore di sapienza profonda sulle cose del mondo. E’ stato un incontro importante nella mia vita, uno di quelli fortunati che cambiano il corso della storia. Una presenza stabile e concreta che ha reso  più  bella la la  mia infanzia. Un mentore capace di stimolare la capacità di osservare il mondo manifesto  con uno sguardo attento e non superficiale, di risvegliare lo spirito di ricerca.
Diceva con molta serietà che le cose veramente importanti sono nel nostro cuore. Straordinario no?  Se me lo avesse detto  un’ altra persona non ci avrei mai creduto. Invece lui guardandomi attraverso le sue spesse lenti, andava subito al punto, direttamente in profondità.  Le sue parole non passavano per la mente, andavano dritte al cuore. E poi,  era molto prezioso anche quello che  non diceva, ma che intimamente  pensava e silenziosamente faceva per te. Attraverso piccoli miracoli quotidiani lui creava la sua grande opera d’arte,  “regalare la vita vera ai suoi ragazzi”. Per noi organizzava un viaggio avventuroso nella vita. Pensava a tutto, percorso con imprevisti e premi, ma anche al  bagaglio il più possibile leggero, meglio se si trattava di uno zaino da spalla. Dentro dovevamo metterci l’essenziale, una  bussola per orientarsi,  il rispetto per la vita in tutte le sue forme e l’impegno a fare bene per migliorare se stessi.  Con queste poche cose tutt’ora viaggio.
Padre Guido non ambiva piacere a tutti . Ai discorsi complicati e lunghi preferiva poche e semplici parole.
Caparbiamente portava avanti dei progetti folli, attirandosi critiche ed inimicizie da ogni parte. Ma tutto quello che faceva, diceva, pensava e sentiva era finalizzato ad un grande obiettivo, fare del bene agli altri.
Si potrebbe immaginarlo come un imprenditore  tenace  in grado di creare una grande azienda atta alla produzione del bene ed al servizio di tutti.  Forse la Chiesa ne ha avuti altri di dirigenti così capaci ma  non altrettanto onesti  e generosi. Era un uomo forte e rigoroso, un grande esempio, troppo grande  da non riuscire neanche a pensare di poterlo emulare. Un santo ed un saggio nello stesso tempo,  molto concreto e pratico. Per certi versi anche burbero, abituato ad affrontare ogni giorno le avversità della vita quotidiana che ognuno di noi gli presentava, gioie, dolori, tante emozioni, mille situazioni nuove .
Per questo Padre Guido è sempre stato un uomo coraggioso, anche nella malattia. Negli ultimi tempi si era un pochino addolcito, era tenero nelle manifestazioni affettuose verso i suoi ex ragazzi. Un lusso che adesso finalmente poteva concedersi. Commuoversi ed emozionarsi di fronte a quanti lo amavano. Il bello è che  rimaneva  meravigliato e si stupiva di fronte a tanto amore. Sereno nell’affrontare il cambiamento che inevitabilmente porta con se il tempo, è invecchiato con gioia. Sul finale come un buon vino ha espresso mille sfumature di gusto, così che ogni palato potesse  percepirne  le diverse fragranze. Ugualmente anche lui ha lasciato  che cosi fosse, mostrando naturalmente la sua grandezza di essere umano, luminoso e ricco anche al tramonto.
Lo ricordo sempre così come un vero leader, una persona di grande valore, uomo con una forte   fede, la prova concreta che si può utilizzare la propria esistenza nel migliore dei modi.

Padre Guido ha dipinto la sua vita come un’ opera d’arte, ne è uscito fuori un capolavoro dal valore inestimabile. Al suo penultimo compleanno  lui diceva che la sua vita era come un quadro, in quel   quadro c’eravamo tutti noi. Vuoi perché gli abbiamo impastato i colori, o a  volte lasciando qualche  ditata sulla vernice fresca, comunque si andata penso che, si, avesse proprio ragione . Quel quadro lo abbiamo  dipinto insieme a lui, e cavolo, ne è valsa veramente la pena! Forse è  proprio per questo che quando lo ammiriamo rimaniamo colpiti dalla sua bellezza, felici per ciò che abbiamo imparato e tristi per ciò che non tornerà più , ma  immensamente grati per tutto ciò che i nostro caro Padre Guido ci ha insegnato. Consapevoli che a guidarci ancora e sempre sarà  il segno che ci ha lasciato.

Fulvia Subania

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Padre-Guido-Stefano-Mastrantonio

Se i miei figli da anni mi chiedono con fiducia “papà, che tempo farà  domani?”

E’ perché ho sempre descritto loro quel che Padre guido ha  descritto e spiegato a me: il cielo, le nuvole, il vento, le stagioni e l’inclinazione dell’asse terrestre, meridiani, paralleli, tropici e circoli polari e un mare di cose che a quel tempo – 50 anni fa – sembravano misteriose. Quella sera d’inverno di tanti anni fa, con un gruppetto di ragazzi della mia età, stavo sul campetto dell’oratorio per la lezione di astronomia; in silenzio ascoltammo Padre Guido che spiegava come si doveva fare per calcolare l’ora guardando le stelle dell’orsa maggiore. La lezione durò una decina di minuti. Poi, con un sorriso, chiese:”chi vuole provare per primo?”

Visto che nessuno se la sentiva di rompere il ghiaccio “er prete” fece la sua scelta. Il discepolo aveva imparato talmente bene la lezione che osservando il cielo, dopo venti secondi di calcolo, esclamò:”Oddio so’ e sette, mo’ mi’ madre me gonfia…!!” La lezione finì con una risata generale e prolungata, guardando la vera e propria “fuga” di chi immaginava che sarebbe stato “gonfiato” dalla madre severa. Caro Padre Guido ci hai insegnato a guardare il cielo ma per moltissimi di noi la “stella polare” sei stato tu.

Grazie di cuore.

Stefano Mastrantonio

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I film che nel corso degli anni sono stati girati alla Garbatella
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