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Tag: Padre Guido

100 anni dei Padri Filippini attorno alla Chiesoletta (Servizio video)

Cento anni di presenza sul territorio. Cento anni in cui i Padri Filippini hanno contribuito alla formazione, allo sviluppo e alla crescita umana e spirituale della Garbatella e dei quartieri limitrofi. Tutto ciò emerge nel libro “I Padri Filippini attorno alla Chiesoletta. Cento anni di fede, operosità e carità”, presentato nei locali della Chiesa parrocchiale di San Filippo Neri, al cospetto degli autori: Mario De Laurentis, Marco Marcelli, Emma Motta, Maria Scapati e Dario Torromeo.

Le pagine raccontano fin da quando nel 1924 il Cavaliere Luigi Sant’Ambrogio donò all’Opera Filippina un vasto terreno con fondo rustico e vaccheria adiacente alla Chiesoletta rurale dei Santi Isidoro e Eurosia, per giungere fino alla storia recente di Padre Guido e della sua eredità raccolta da Padre Matteo.

Il libro edito dalla Congregazione dell’Oratorio San Filippo Neri di Roma-Garbatella è stato distribuito gratuitamente durante la presentazione e fino ad esaurimento copie resta disponibile presso i locali della chiesa.

Servizio video a cura di: Giuliano Marotta, Stefano Baiocchi, Giancarlo Proietti.

Intervista a Dario Torromeo.

Parrocchia San Filippo Neri con l’arcobaleno. Foto di Giorgio Guidoni 05/10/2024
Oratorio Chiesoletta. Foto di Giorgio Guidoni 05/10/2024
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Un secolo di Padri Filippini. Tutta la storia nel libro in distribuzione da ottobre

Cento anni di presenza sul territorio. Cento anni in cui i Padri Filippini hanno contribuito alla formazione, allo sviluppo della Garbatella e alla crescita umana e spirituale del quartiere. Tutto ciò emerge con forza nel libro “Padri Filippini. Cento anni di fede, operosità e carità” scritto a più mani, che sarà presentato sabato 5 ottobre alle ore 18.00 presso la Chiesa Parrocchiale San Filippo Neri. Nella prefazione di Padre Rocco Camillò, Preposito della Congregazione dell’Oratorio San Filippo Neri di Roma, c’è tutto il senso di questo lavoro: “… il cuore che parla al cuore è, alla fine, il segreto dell’umanità.

La storia inizia con San Filippo Neri, fiorentino di nascita, romano di adozione. Ordinato sacerdote e 36 anni, ne aveva 60 quando nel 1575 Papa Gregorio XIII promulgò la Bolla che riconosceva la Congregazione dell’Oratorio assegnandole una chiesa fatiscente: Santa Maria in Vallicella. Il tempio fu ricostruito integralmente e rinominato Chiesa Nuova, ancora oggi presente a due passi da Piazza Navona. Proprio nel 1575, durante le celebrazioni del Giubileo, San Filippo Neri promosse il pellegrinaggio lungo quella via, che dalla basilica di San Paolo fuori le mura conduceva alle catacombe di San Sebastiano e ancora oggi porta il nome di via delle Sette Chiese.

Oratorio San Filippo Neri ottobre 1940
Oratorio San Filippo Neri ottobre 1940

Lungo questa strada, in un contesto di piena campagna, nel 1818 Monsignor Nicola Maria Nicolai, un ricco e colto prelato, erigeva per i contadini della sua tenuta una chiesetta intitolata ai Santi Isidoro ed Eurosia, rispettivamente patrono degli agricoltori e protettrice dai fulmini.

Nel 1889 la chiesetta e gli edifici ad essa collegati furono acquistati da padre Generoso Calenzio, Preposito della Congregazione di Roma. Su richiesta di Papa Pio XI, che aveva contribuito con un supporto economico e con l’impegno assiduo di padre Cesare Nanni, proprio 100 anni fa i Padri dell’Oratorio affidarono a questa piccola proprietà la loro azione pastorale. La storia di questo luogo, che ha accolto decine di migliaia di ragazzi della zona, ha virtualmente inizio il giorno di Natale del 1924. A maggio di quell’anno il cavaliere Luigi Santambrogio donò all’Opera Filippina 1.700 mq di terreno con fondo rustico con vaccheria adiacente alla chiesa rurale dei Santi Isidoro ed Eurosia. Padre Luigi Botton, trasferito alla Garbatella proprio in quell’anno, trasformò quei locali in Cappella ove celebrò la messa di mezzanotte.

In quel periodo il quartiere Garbatella si stava sviluppando, la cura delle anime era affidata alla Basilica di San Paolo, nella zona non erano presenti altre parrocchie. Negli anni Trenta del secolo scorso l’azione pastorale del quartiere si intensificò grazie a padre Alfredo Melani e padre Alessandro Daelli. La piccola chiesa, i locali e gli spazi adiacenti erano diventati per tutti la “Chiesoletta”.

Durante la guerra i padri aiutarono la popolazione in tutti i modi possibili. Nei nove mesi in cui Roma fu occupata dai nazisti, molti giovani renitenti alla leva ed ebrei sfuggiti ai rastrellamenti trovarono rifugio clandestino all’interno della struttura tanto che in seguito i sacerdoti ricevettero il titolo di Giusti tra le Nazioni. Nel 1940 la Congregazione deliberò l’inizio dell’attività di una scuola media. Vennero adattati i locali adiacenti la Chiesoletta e il 6 novembre 1944 ebbero inizio le lezioni. Nel 1948 fu edificato l’edificio come lo vediamo oggi: la scuola media fu intitolata al venerabile Cardinale Cesare Baronio. In quel periodo svolgevano la loro opera, oltre a quelli dei sacerdoti già nominati, padre Giuseppe De Libero, padre Armando Raglioni, padre Antonio Bordonali, padre Gaetano Angilella.

19 febbraio 1967 Paolo V I in visita alla chiesa San Filippo Neri
19 febbraio 1967 Paolo V I in visita alla chiesa San Filippo Neri

A dicembre del 1952, grazie alla donazione dei coniugi statunitensi Thomas e Irene Bradley, fu istituita la parrocchia con il suo edificio. Su indicazione di Monsignor Montini fu intitolata a “San Filippo Neri in Eurosia”, nome che sintetizzava tutta la storia dell’opera filippina alla Garbatella.
A partire da quella data, negli ultimi 72 anni, la parrocchia è stata centro di formazione e di spiritualità, di attività caritative e culturali. Due Papi la visitarono, Paolo VI nel 1967 e Giovanni Paolo II nel 1986; quest’ultimo sintetizzò con efficacia la missione dell’oratorio: “Un ponte tra la Chiesa e la strada”.

Alla fine degli anni Cinquanta entrò in campo padre Guido Chiaravalli che lasciò un’impronta fondamentale per la scuola e l’Oratorio ricreativo. Milanese di nascita ma, come san Filippo Neri, romano di adozione, incarnò una figura di riferimento per più di 50 anni e per tante generazioni di adolescenti. I ragazzi della zona consideravano l’Oratorio come un luogo dove era dolce approdare. Tra quelle mura c’era la rappresentazione della vita di un’intera borgata. C’era la povertà di tanti, depredati nel secondo dopoguerra del pane e di un lavoro dignitoso, la rinascita lenta del ceto medio, la contestazione giovanile, l’amore per il calcio, la Roma, la Lazio, Agostino Di Bartolomei, i ricordi del cinema di Totò, Alberto Sordi e Maurizio Arena.

Nelle stagioni più disperate l’Oratorio della Chiesoletta era una vera e propria casa rifugio per chi non aveva né ricovero né casa.
Il 22 aprile 2014 morì Padre Guido, da allora tutta la comunità lo ricorda con profondo affetto. Lui che sapeva guardare il mondo con gli occhi di un bambino e la mente di un uomo. Lui che al vespro invitava i ragazzi ad alzare gli occhi al cielo per cercare il dono divino. Lui che ha lasciato in eredità alla Garbatella un dono inestimabile, il ricordo di una persona vera, di una brava persona, capace di amare il prossimo, praticando il bene con i fatti concreti. La sua eredità è stata raccolta da Padre Matteo-Mathew Pallathukuzhy, originario dell’India, che oggi è il responsabile dell’Oratorio.

(I Padri Filippini.Cento anni di fede, operosità e carità, edito dalla Congregazione dell’Oratorio San Filippo Neri di Roma-Garbatella. Autori: Mario De Laurentiis, Marco Marcelli,Emma Motta, Maria Scapati e Dario Torromeo).
(Si ringraziano Emma Motta e Dario Torromeo per le informazioni fornite).

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Ottobre 2024/numero 65, pag. 5]

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Come partecipare alla raccolta di immagini e pensieri per Padre Guido

Ci sono personaggi che rappresentano un’epoca, che rimangono anche quando non ci sono più, che anche se non li conosci gli vuoi bene lo stesso perché tanto, sicuramente, ne avrai sentito parlare. Padre Guido Chiaravalli è uno di questi. Arrivato alla Garbatella nel 1956 ha cresciuto intere generazioni nella parrocchia del San Filippo Neri. Il 22 aprile del 2014, quando morì, la Garbatella perse un punto di riferimento, un’istituzione, lasciando un grande vuoto. C’era il sole quel giorno, e mai si era vista una chiesa così piena di gente.

San Filippo Neri, 22 Aprile 2014

Sono passati quasi 7 anni dalla sua scomparsa, eppure nessuno si dimentica di lui. E così, proprio il 18 febbraio 2021, nel giorno del 101° compleanno della Garbatella, nel quartiere parte una grande iniziativa: la raccolta di immagini e pensieri di quanti hanno conosciuto e amato Padre Guido. Ricordarlo con il contributo di quanti lo hanno conosciuto e amato è forse il miglior segno collettivo fatto di ricordi ed emozioni.

Dal 18 febbraio al 5 marzo 2021, è quindi possibile inviare un pensiero, una testimonianza o una fotografia all’indirizzo mail: unpensieroperpadreguido@gmail.com

Di Ilaria Proietti Mercuri

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NELLA CHIESA di san Filippo neri, a cinQue anni dalla scomparsa

La Garbatella ricorda il suo Padre Guido

di Giancarlo PROIETTI

Una folla commossa, domenica 28 aprile, ha riempito la parrocchia di San Filippo Neri, per ricordare a cinque anni dalla sua scomparsa Padre Guido, un sacerdote molto amato dalla gente di Garbatella. Era arrivato a Roma nel lontano 1957, quando aveva trent’anni. Proveniva da Milano, da una famiglia benestante. La sua presenza è stata importante in un quartiere a rischio soprattutto alla fine degli anni Cinquanta, dove per molte famiglie era difficile mettere insieme il pranzo con la cena. All’interno dell’Oratorio ha proseguito il grande lavoro, avviato anni prima, da Padre Alfredo Melani, altro indimenticabile sacerdote che molto ha dato al nostro territorio.

Padre Guido o “Er prete”, così chiamato da intere generazioni, è stato un uomo molto colto, ha spiegato il Vangelo ai ragazzi con un modo tutto suo: poche parole tanto esempio. Ha insegnato ad amare la natura, a guardare le stelle, a viaggiare, a distinguere il libeccio dalla tramontana, a riconoscere minerali e piante, tutto questo nel cortile della scuola Cesare Baronio, nel campo polveroso dell’Oratorio, nei viaggi all’Isola d’Elba, sulla spiaggia di Tor Vajanica. Luoghi che i ragazzi ricordano come un pezzetto di paradiso terrestre. In una intervista di qualche anno fa ci disse: “Tante volte lo stare a vedere per cinque ore nel pomeriggio giocare a pallone o stare la mattina per ore e ore al mare mi faceva venire il dubbio se era giusto vivere così il mio compito di sacerdote. Poi, e sempre di più con il passare degli anni, in incontri casuali con ex ragazzi ho spesso visto illuminarsi i loro volti ed esprimere la convinzione che nell’oratorio e nella scuola avevano imparato a vivere.” Famose le sue frasi “Vai fuori dall’Oratorio”, “Raccogli 100 pezzi di carta”, “Ho detto che non piove”, “Al pareggio” che, anche se dette con cadenza milanese sono entrate a far parte del lessico della Garbatella.

Padre Guido ha voluto molto bene alla sua gente, lo ha fatto senza doppi interessi, per vocazione e fede, ma anche perché era così. La gente di Garbatella lo ha contraccambiato, non poteva essere altrimenti.

1972 padre guido accompagna la terza media dell’istituo
cesare baronio in gita all’isola d’elba
1972 Padre Guido accompagna la terza media dell’istituo
cesare baronio in gita all’isola d’elba
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A un anno dalla scomparsa di Padre Guido

A un anno dalla scomparsa di Padre Guido

22 aprile, un anno fa Padre Guido Chiaravalli ci lasciava. Cara Garbatella vuole ricordare l’opera di questo straordinario sacerdote attraverso la testimonianza delle persone che hanno avuto la fortuna di viverlo all’oratorio, al mare, alla scuola.
Come un anno fa continuiamo a raccogliere e pubblicare i racconti di tante ragazze e ragazzi, uomini e donne che hanno voluto testimoniare il loro affetto verso Er Prete.
Anche quest’anno vogliamo ricordare Padre Guido allo stesso modo, perché in ogni racconto, in ogni lettera, in ogni ricordo tanti si riconoscono.

di Fabrizio Mastrantonio

E’ immancabile. Ogni tanto ci ripenso o altri mi costringono a pensarci nuovamente. Come fosse un segno, un marchio indelebile nella mia vita; esattamente come quando ti ritrovi a intercalare le parole con le frasi che diceva tuo padre, anche se oramai non c’è più da qualche tempo.
E Padre Guido ne ha dette e fatte talmente tante, che non c’è occasione in cui non torni alla mente un suo modo di dire, di fare o un suo atteggiamento.
E così, immancabilmente, ti trovi a gridare “al pareggioooo!!!!!!” quando la tua squadra del cuore è sotto 7-1 o a dire a tuo figlio “… e non c’è niente di male, ma non si fa” quando ritieni che non si stia comportando correttamente . E lo fai imitando la sua voce e la sua postura, o cercando maldestramente di farlo. Già, perché le sue parole traevano forza e vitalità anche dal suo modo unico e irripetibile di dire e di fare.
Quando rideva, facendo due passi indietro, raccontando un’avventura dei ragazzi che mandava “zaino alla spalla e via!”, quando assumeva quell’aria da bambino divertito facendoti cantare e ricantare le canzoni popolari romanesche che adorava, oppure quando passeggiava assorto nei suoi pensieri e nelle sue preghiere in mezzo ai ragazzini vocianti e alla polvere che immancabilmente gli imbiancava le scarpe e i pantaloni.
Mi accorgo però di un aspetto che rende particolare e unica la grandezza dell’uomo. E’ incredibile, infatti, la quantità di persone che incontro, nei posti e nelle occasioni più disparate, che l’hanno conosciuto, che rievocano fatti o parole che tu stesso hai vissuto e che conosci benissimo. E non uno che non ne parli con un sorriso sincero sulle labbra, anche quando racconta degli scappellotti, della fuga dall’oratorio bloccata dalla sua presenza sulla porta al momento delle preghiera serale prima di tornare a casa, dell’acqua buttata a secchiate nei bagni o delle cartacce raccolte lungo tutto il perimetro dell’oratorio.
E il racconto travolge immancabilmente anche quelli che non l’hanno conosciuto. E’ talmente coinvolgente e particolare quello che si narra di lui che tutti restano a sentire, s’incuriosiscono e chiedono di saperne di più. E, nella sua grandezza, ti fa sentire, penso, esattamente ciò che devono aver provato i primi apostoli quando raccontavano le parole e i miracoli di Cristo a chi non lo aveva conosciuto.
Un misto di leggenda e di favola buona con la morale che ognuno ci vuole trarre secondo la propria sensibilità. E’ un anno che ci ha lasciato e, nel tentativo improponibile di tentare la sintesi dell’infinito, o la catalogazione delle emozioni, un ricordo, su tutti, continua a venirmi in testa, a testimonianza della grandezza della sua vita di educatore. Un accadimento che non ho vissuto personalmente ma che mi è stato tramandato da quelli più vecchi di me (e ce ne vuole oramai!): quando ai primi “bagnini” della colonia estiva, che si lamentavano e chiedevano protezione dall’essere presi a “serciate” di notte dagli indigeni torvajanichesi che si erano visti defraudare di un pezzo di spiaggia libera, portò una cassa di palloni di cuoio bucati dall’oratorio per farci i … caschi. Una sintesi perfetta del suo insegnamento: affronta la vita, non tirarti indietro, sporcati le mani, ma non mancare di proteggerti con la preghiera ed il tuo rapporto con Dio. E’ un anno che ci ha lasciato ma il bello è che è talmente vivo che non riesce a “mancare”.

Fabrizio Mastrantonio

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 11 – Aprile 2015Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Padre Guido-Garbatella: un binomio inscindibile

Nell’aprile scorso, a 87 anni, ci ha lasciati il “prete” che per cinquant’anni ha rappresentato l’anima dell’oratorio dei Filippini. Intere generazioni gli sono grate per la sua paterna infaticabile opera di cultura e di amore. Ai funerali una generale commossa partecipazione

padre-guido-87-anni-8-marzoPadre Guido, Garbatella: un binomio inscindibile. Così scrivevamo qualche anno fa sulle pagine di questo giornale. E questo è stato tangibile il 24 aprile scorso, il giorno del suo funerale. Una folla immensa, il popolo della Garbatella che ha riempito la chiesa di San Filippo e l’antistante parco, ha partecipato commossa all’ultimo saluto. Il prete, chiamato così dalle varie generazioni dei ragazzi dell’oratorio, se n’era andato due giorni prima in un caldo giorno primaverile, a poco più di un mese dal suo ottantasettesimo compleanno.
La sala del teatrino dell’oratorio per due giorni era stata meta di centinaia di persone che hanno voluto omaggiare la salma esposta, mentre i ragazzi più giovani continuavano a giocare nel polveroso campetto di calcio proprio come si era raccomandato padre Guido. Per due giorni, all’oratorio e fuori ai giardinetti, si sono rincontrate intere generazioni, ragazzi, ragazze, uomini e donne, che in molti casi, dato il tempo trascorso, avevano anche difficoltà a riconoscersi. Tutti parlavano un unico linguaggio fatto di ricordi, le partite, la scuola, la magica colonia di Tor Vaianica, una crescita, una maturazione e una forte nostalgia che spesso sfociava in una grossa emozione. E il fulcro, il punto d’unione, il centro di questa comunità era lui, padre Guido.
Tempo fa il “nostro sacerdote” ci raccontava di come, dopo qualche anno di presenza nel nostro quartiere, si interrogava sul suo modo di essere prete.
Diceva: “Passo, la mattina, 5 ore a scuola o, nei mesi estivi, al mare, a guardare questi ragazzi, il pomeriggio all’oratorio a guardarli giocare, parlare; tutto qui è portare avanti la mia missione?”. Il tempo gli ha dato la risposta, vedere questi ragazzi che a distanza di anni avevano il loro punto di riferimento proprio lì, il saluto al prete prima di partire militare, il celebrare matrimoni, battesimi, condivisione vera di gioie e dolori, il cercare un consiglio, un colloquio come si fa con un vero padre dava un senso alla sua scelta. Questo era padre Guido, il suo insegnamento fatto di poche parole e di fatti concreti, l’insegnamento della libertà nel rispetto della persona, dell’autonomia, il trasmettere la voglia di viaggiare, di conoscere, l’amore per il mare, il vento, la montagna, l’amore per la natura: queste le preghiere che ha insegnato.
Di lui in questi anni abbiamo scritto molte cose, sappiamo che amava ricevere sempre l’ultimo numero di Cara Garbatella. E con la sua grossa onestà intellettuale, che talune volte rasentava la rigidità, non ci risparmiava costruttive critiche.
Vogliamo continuare il nostro omaggio a padre Guido riportando qui di seguito qualche brano di alcune delle tante lettere giunte in redazione, brani dei sui diari e brevi cenni di articoli dedicatigli in passato, proprio per sottolineare quanta gente ha amato la sua opera e la sua capacità di far sentire unico ogni ragazzo e ogni ragazza che ha vissuto questa esperienza.
Giancarlo Proietti

padre-guido“Er Prete”, questo è stato per tutti il suo “nome d’arte”. Un nomignolo al quale lui stesso era affezionatissimo; il suo nickname; un escamotage linguistico, tutto romano, per evitare di limitarsi ad un appellativo tanto importante, quanto riduttivo, come “padre” Guido. Per rappresentarlo a pieno si sarebbe dovuto chiamarlo, a seconda delle circostanze, anche “madre” Guido, “fratello”, “amico”, “maestro” Guido. Troppo complicato per le giovani vite della Garbaltella e zone limitrofe. Meglio “er Prete”: semplice, diretto, indicativo del punto di riferimento che rappresentava per tutti i ragazzi dell’Oratorio e per i genitori che gli affidavano, con cieca fiducia il tempo libero dei loro figli e nipoti. Il mio Padre Guido è stato maestro di scienze e di vita che ha insegnato, con la stessa gioiosa e quasi infantile naturalezza, le stelle e la fede, il gioco e l’impegno, la metereologia e la geologia, l’amicizia e il servizio. Il mio Padre Guido è una gemma preziosa custodita nel cuore, un’eredità da tramandare, una fortunata coincidenza o un dono di Dio.
Grazie di tutto Padre Gui’.
Fabrizio Mastrantonio

Come fai a spiegare l’odore dell’oratorio, la terra dura, i pali di legno con gli spigoli, la rete bucata, la raccolta della carta, gli spogliatoi senza docce, il gioco del sasso, l’ottovolante, la coppa disciplina, le magliette per i primi classificati, i calzoncini ai secondi, i calzini ai terzi, gli atomi, i purcini con la erre.
Come fai a spiegare padre Guido se non parti dai luoghi, dalla sua fisicità dal piede 44 magnum, dalle sberle, dalla sua cultura, dalle sue urla, “vai fuori dall’oratorio”, “alt fine primo tempo”. Come fai a spiegare quel fazzoletto di paradiso impolverato messo a confine tra Garbatella e Tormarancia. Non lo spieghi, non bastano le parole, i ricordi, le fughe per evitare il vespro. Resta solo una sensazione d’infinita tristezza, come le domeniche pomeriggio all’oratorio, quelle sì che erano tristi anche allora, appena appena rinfrancate dalla partitella tra pochi disperati superstiti, la radiocronaca in sottofondo e il gelato offerto dal prete. Lui lì stava, lui lì ha voluto aspettarci. Il corpo inerte nel teatrino, un via vai di facce di popolo segnate dalla vita e il vociare dei pischelli persi anche oggi dietro al pallone così come lui ha voluto che fosse. Così come è sempre stato.
Massimiliano Smeriglio

Padre Guido non ambiva piacere  a tutti. Ai discorsi complicati e lunghi preferiva poche e semplici parole. Caparbiamente portava avanti dei progetti folli, attirandosi critiche ed inimicizie da ogni parte. Ma tutto quello che faceva, diceva, pensava e sentiva era finalizzato ad un grande obiettivo, fare del bene agli altri…
…Padre Guido ha dipinto la sua vita come un’opera d’arte, ne è uscito fuori un capolavoro dal valore inestimabile. Al suo penultimo compleanno lui diceva che la sua vita era come un quadro, in quel quadro c’eravamo tutti noi. Vuoi perché gli abbiamo impastato i colori, o a volte lasciando qualche ditata sulla vernice fresca, comunque sia andata penso che, sì, avesse proprio ragione . Quel quadro lo abbiamo dipinto insieme a lui, e cavolo, ne è valsa veramente la pena! Forse è proprio per questo che quando lo ammiriamo rimaniamo colpiti dalla sua bellezza, felici per ciò che abbiamo imparato e tristi per ciò che non tornerà più, ma immensamente grati per tutto ciò che il nostro caro Padre Guido ci ha insegnato.
Consapevoli che a guidarci ancora e sempre sarà il segno che ci ha lasciato.
Fulvia Subania

padre-guidoSe i miei figli da anni mi chiedono con fiducia “papà, che tempo farà domani?” è perché ho sempre descritto loro quel che Padre Guido ha descritto e spiegato a me: il cielo, le nuvole, il vento, le stagioni e l’inclinazione dell’asse terrestre, meridiani, paralleli, tropici e circoli polari e un mare di cose che a quel tempo – 50 anni fa – sembravano misteriose. Quella sera d’inverno di tanti anni fa, con un  gruppetto di ragazzi della mia età, stavo sul campetto dell’oratorio per la lezione di astronomia; in silenzio ascoltammo Padre Guido che spiegava come si doveva fare per calcolare l’ora guardando le stelle dell’Orsa maggiore. La lezione durò una decina di minuti. Poi, con un sorriso, chiese:”chi vuole provare per primo?”. Visto che nessuno se la sentiva di rompere il ghiaccio “er prete” fece la sua scelta. Il discepolo aveva imparato talmente bene la lezione che, osservando il cielo, dopo venti secondi di calcolo, esclamò:”Oddio  so’ e sette, mo’ mi’ madre me gonfia…!!”
La lezione finì con una risata generale e prolungata, guardando la vera e propria “fuga” di chi immaginava che sarebbe stato “gonfiato” dalla madre severa. Caro Padre Guido ci hai insegnato a guardare il cielo ma per moltissimi di noi la “stella polare” sei stato tu.
Grazie di cuore.
Stefano Mastrantonio

Imiei rapporti con padre Guido risalgono al 1982, al tempo in cui incominciai sistematicamente ad occuparmi della Garbatella e dei suoi abitanti sulla “Gazzetta” , il benemerito giornale locale che era diretto da Gianni Rivolta.
Apprezzava le mie “scoperte” sulla storia, la geografia, i personaggi del quartiere, mi dava idee e suggerimenti, mi raccontava aneddoti, mi ringraziò commosso quando, nel febbraio del 2005. gli feci avere una delle prime copie del “Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense”. La lettera che mi scrisse e che conservo si concludeva con queste parole: “La sua presenza così attenta nell’evidenziare alcuni aspetti antecedenti ha il suo posto nella vita del quartiere. Del resto quel che rende vera la nostra età è di elaborare con cura qualcosa tratta da una esperienza di vita ed offrirla: qualcosa che rende giovani spiritualmente”.
Ecco, padre Guido sapeva elaborare quel “qualcosa” tratta dall’esperienza di vita e soprattutto quel “qualcosa” sapeva dispensarla.
Cosmo Barbato

Ho saputo della sua morte solo al ritorno da Londra, dove ero in vacanza durante la chiusura della scuola a Pasqua.
La prima sensazione è stata un senso di colpa per non esserci stato, lì con tanti altri amici, ex compagni ed ex colleghi di scuola, a dare l’ultimo saluto a Padre Guido.
Non ho provato dolore ed è stato strano accorgermene, ma un gran senso di pace e di serenità, lui che per tanti anni ci ha insegnato a rispettare la vita e non temere la morte, se n’ è andato in pace, come era naturale che fosse. Ho meditato a lungo prima di scrivere qualcosa su di lui, non volevo fosse il solito necrologio di circostanza.

Se andate in giro sulla rete troverete centinaia di storie e aneddoti sulla sua vita e la sua “militanza” di prete di quartiere qui alla Garbatella.
Potrei ricordarne tanti anch’io, sia da alunno, sia da professore del Cesare Baronio.
Qui voglio invece ricordare padre Guido come il sacerdote atipico che è sempre stato, quello che portava gli alunni a copiare sul quaderno le parolacce scritte sui muri, per demistificarne il senso ribellistico e proibito, quello che a messa non parlava mai dell’inferno ma preferiva trarre dalla natura lo spunto dei suoi discorsi. Nel suo insegnamento il messaggio evangelico più schietto partiva sempre dalla grande lezione spiritualista della natura.
Padre Guido è stato per me il prete che ci faceva costruire il sestante e il barometro a scuola ma ci insegnava anche che c’è qualcosa al di là della realtà visibile.
Padre Guido è stato per me l’uomo delle stelle. Da ragazzi  spesso ci portava a guardare il firmamento, quando a Roma il cielo non era ancora velato dalle luci delle insegne luminose che oggi deturpano la città e tutt’intorno alla Garbatella c’era ancora la campagna.
Ricordo come fosse ora il miracolo della nostra galassia stagliata contro il nero cristallino del cielo di tramontana. Un’emozione che nessuna parola potrà mai descrivere, nessuno schermo Hd-3D riprodurre, il senso profondo di essere parte di quello spettacolo meraviglioso.
E poi ci insegnava i trucchi del mestiere: come distinguere un pianeta da una stella, dove trovare Aldebaran, Vega, Orione e Cassiopea. Ma soprattutto ci spiegava come orientarci con le stelle e non solo in senso geografico: al di là dell’astronomia, Padre Guido ci indicava come trovare noi stessi…” quando un giorno sarete grandi, e magari vi sentirete smarriti, guardate lassù. Lì troverete tutte le risposte ai vostri dubbi”.
Sono diventato grande e anch’io mi sono smarrito, più di una volta in questa vita.
Grazie a lui ho saputo alzare lo sguardo al firmamento e ritrovare la Via
Grazie padre Guido, ciao!

tratto dalla sua ultima lettera ai parrocchiani:

“….vedo appiattirsi sempre più lo standard (abusivamente) imposto dalle macchine o dai computer che praticamente ignorano il ritmo vero della vita sul Pianeta Terra che annualmente, ruotando attorno al sole, ci propone il susseguirsi delle stagioni e la spiritualità della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno che ogni anno propongono un anello nuovo (pensate ai cerchi annuali del tronco nelle piante)…”

Fabio Mariotti

Grazie padre Guido per averci fatto vedere quel brutto campo dell’Oratorio più bello dello stadio Olimpico, quei bigliardini sempre malandati come la più bella sala da giochi, e quel pezzo di spiaggia a via Bengasi dove centinaia e centinaia di ragazzi devono ogni tanto tornare per respirare un po’ di nostalgia.
Grazie per averci insegnato a viaggiare, a vedere le stelle, a guardare il cielo per vedere se la luna è calante o crescente.
Giancarlo Proietti

“Il prete” ci ha voluto bene, e ce lo ha dimostrato, senza secondi fini, senza alcun interesse, per fede e per vocazione ma anche per pura e semplice bontà personale perché era fatto così. E noi ragazzi e ragazze, uomini e donne di questo quartiere per anni lo abbiamo ricambiato perché non era possibile fare altrimenti.
Mancherà immensamente a tutta la sua comunità.
Massimo Mongai

Sto progettando le gite, ne sento la necessità. Sono momenti di vita vera, ma la fatica di organizzarle è grande, come grande è l’assenza di collaborazione. Si criticano tanto i sacerdoti, ma senza di loro crollerebbe tutto. Si possono lasciare Pina e Maria Teresa sole a se stesse? Lioi, Colletti e Palmieri in balìa dell’ambiente? Si può ridurre il contatto religioso alla Santa Messa?

(dal Diario dell’Oratorio di Padre Guido)

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Luglio 2014

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PADRE GUIDO se ne è andato nel sonno.

PADRE GUIDO se ne è andato nel sonno. Senza soffrire più di quanto avesse già sofferto. In fondo è giusto così.

Alla Garbatella, il quartiere popolare di Roma che per i miei gusti sta diventando troppo di moda, lo conoscevamo così. Era IL PRETE, lo scrivo in maiuscolo perché in quella che oserei chiamare “qualifica” c’era il rispetto di tutti.

Era arrivato a Roma nel 1956, aveva solo 27 anni. Veniva da Milano, da una famiglia benestante. Arrivava in una città che cercava di alzare la testa dopo la guerra. Nel 1954 la Rai aveva cominciato a trasmettere in bianco e nero. Un solo canale, un’audience pazzesca. La gente aveva scoperto un aiuto tecnologico che l’aiutava a comunicare. Gli abbonati al telefono sfioravano i due milioni, il doppio rispetto al 1950, il quadruplo rispetto al periodo del conflitto bellico. Pio XII era il capo della Chiesa, tempo due anni e sarebbe arrivato Giovanni XXIII.

ImmaginePadre Guido. Pochi conoscevano il suo cognome, Chiaravalli. Tutti conoscevano lui. Una presenza importante in un rione che faticava a trovare la sua dimensione. Era zona di confine la Garbatella. Una strada, la Cristoforo Colombo, a separarla da Tormarancia che quelli più grandi di me chiamavano Shanghai. E non era certo un complimento. Le sassaiole, all’epoca i malandrini delle due parti si affrontavano così, erano all’ordine del giorno. E quel clima di mini violenza rischiava di trasferirsi alla Chiesoletta, il regno sotto il governo del PRETE.

Uomo di cultura, generoso. Uomo d’azione e di parole. Aveva preso di petto la situazione ed era entrato nel cuore del problema. Un prete tra la gente, uno di quelli che pensi possano esistere soltanto nei libri o nei film di una volta. Un prete di frontiera in un rione difficile.

Era un conservatore convinto, ma anche uno che sapeva essere moderno nei fatti. Era stato lui ad aprire la scuola Cesare Baronio e l’Oratorio, la Chiesoletta appunto, alle donne. Detta così fa scappare un sorriso. Ma bisogna fare un salto indietro, tornare a quell’inizio anni Sessanta quando non era poi tanto semplice imporre una presenza mista.

Aveva le sue regole e pretendeva che tutti le rispettassero. Per chi sgarrava la punizione era a salire, nel rispetto della colpa riconosciuta.

“Raccogli cento pezzi di carta.”
  E ti era andata bene.

“Togli cento i sassi dal campo.”
  Ancora bene.

“Vai fuori dall’Oratorio e non tornare per dieci giorni.”
  Dovevi averla combinata proprio grossa.

Ricordo con affetto e nostalgia le mille partite di calcio giocate su un campetto fatto di sassi e polvere, un terreno in discesa. Il sorteggio a inizio gara serviva per scegliere la porta di sopra o la porta di sotto. E dovevi stare attento a dove calciavi il pallone.

Se tiravi troppo alto nella porta di sotto e il pallone finiva nell’arena del cinema Columbus la tua squadra pagava con una punizione a due. Il tiro diventava diretto se la palla finiva in piazza Sant’Eurosia dove era più difficile recuperarla. Era rigore senza moviola, né discussioni se lo sventurato di turno calciava sopra i tetti dell’Oratorio e la sfera finiva ai Giardinetti. Se poi avevi la dannata sfortuna di mandare la palla nella trattoria all’aperto sul lato grande del campo, al di là del muro, la partita era persa. L’oste non restituiva mai il pallone e di soldi per ricomprarlo non ce n’erano.

Uno di noi pretendeva spesso di tirare i calci di rigore. Ma aveva, diciamo, poca sensibilità nei piedi. Colpiva e il pallone si impennava, alto, alto, sempre più alto. Si era guadagnato sul campo il soprannome di Gagarino, in onore di Jurij Gagarin: il primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile del 1961.
“L’altra sera durante una partita, il piccolo Filippini di nove anni è stato colpito da una pallonata in pieno naso ed ha perso conoscenza. Mentre gli presto le cure del caso, dopo un po’ riapre gli occhi, mi guarda assorto e poi serio serio mi fa una domanda.
-Sono morto, Padre Guido?
“Senti… vai in Chiesa e guarda a che punto stanno.”
-A Padre Gui’, mo stanno all’orabrenobis…”

(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

ImmagineMicrobi, Atomi. Erano i piccolini che si cimentavano negli infiniti tornei di calcio mentre i loro compagni erano impegnati in interminabili sfide a bigliardino. Altri preferivano il gioco dei calcinculo, una giostra in cui volando alto e in precario equilibrio su dei seggiolini di metallo cercavi di raggiungere il ragazzino che ti stava davanti. Un ottimo metodo per procurarti infortuni a catena, soprattutto perché in Chiesoletta il calcinculo era a distanza ravvicinata da due muri. Non c’era giorno che Padre Guido non facesse il suo ingresso al CTO con un bambino piangente e dolorante.
Partite di calcio in cui lui tifava sempre per i più deboli.
“Al pareggioooo!” urlava da sotto il colonnato dell’Oratorio. Non gli importava molto se la squadra a cui rivolgeva l’incitamento fosse sei o sette gol sotto.
E a partita finita tutti alla fontanella a bere. Lunghe file di assetati. Ci sarebbe stata la rivoluzione se non fosse intervenuto lui.
“Uno, due, tre, quattro cinque, sei. Hai finito, lascia il posto a un tuo compagno.”
Era arrivato nella Chiesa di San Filippo Neri da Milano. Ed era subito diventato uno di noi. Uno che voleva farci conoscere il mondo. Ai miei tempi il viaggio lontano era quello che d’estate ci portava ogni giorno a Torvaianica. Spiaggia libera, corse, ancora pallone, nuoto solo quando arrivava il permesso, merenda e di nuovo tutti dentro il pullman mentre Padre Guido faceva l’appello per accertarsi che nessuno si fosse dimenticato di tornare a casa.
“Sto progettando le gite, ne sento la necessità. Sono momenti di vita vera, ma la fatica di organizzarle è grande, come grande è l’assenza di collaborazione. Si criticano tanto i sacerdoti, ma senza di loro crollerebbe tutto. Si possono lasciare Pina e Maria Teresa sole a se stesse? Lioi, Colletti e Palmieri in balia dell’ambiente? Si può ridurre il contatto religioso alla Santa Messa?”
(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

Mia figlia Alessia è stata più fortunata. Per lei si è aperta l’Europa. Monaco di Baviera, la Norvegia, Capo Nord. L’accompagnavo alla Stazione Termini di notte. Zaino enorme in spalla e pochi soldi in tasca. IL PRETE non ammetteva deroghe. Il lusso era conoscere posti nuovi, non certo dove si dormiva o quello che si mangiava. Il cibo era scarso, le notti le trascorrevano sul pavimento di chiese ospitali. E di giorno si camminava fino all’esaurimento. Ma credo che nessuno di quei ragazzi abbia mai maledetto quei momenti. Ognuno di loro ne conserva il ricordo nel profondo del cuore.
ImmagineInsegnava al Baronio. Le lezioni le teneva all’aria aperta. Voleva che si studiassero le stelle di sera, che si guardassero gli insetti nelle calde giornate d’estate, i pianeti erano meno misteriosi se guardati quaggiù dalla Terra piuttosto che studiati sulle fredde pagine dei libri. A contatto con quella natura che gli studenti dovevano impare a conoscere, ecco quale era l’insegnamento del PRETE. Erano lezioni di scienze e di vita quelle che impartiva.
“Sto mostrando le stelle con il canocchiale ad alcuni allievi. Ettore Melluzzi, cinque anni, mi chiede che faccio. Gli indico Giove che risplende vicinissimo. Mi risponde: E che ce fà lassù?”
(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

Padre Guido ha sempre cercato di comunicarci un concetto.
“Dobbiamo incontrarci in libertà.”
Usava la parola come il mezzo più diretto per cercare di capire e poi risolvere i nostri problemi.
“Sono sempre stato a contatto con la vita” ripeteva.
Ed oggi che ci ha lasciato nel sonno, quasi non volesse disturbare, ce lo ritroviamo ancora accanto. Se ne è andato a 87 anni, quasi sessanta dei quali passati nelle strade della Garbatella. Aveva un modo speciale di comunicare con la gente. Ti guardava fisso negli occhi attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali con la montatura di plastica, li riattacava nei modi più strani fino a quando non stavano più insieme. Gesticolava con le mani, questo lo aveva preso da noi romani, e strizzava i muscoli della faccia quasi volesse farsi più piccolo per entrare nella nostra testa.
 Era un uomo di cultura, ma non faceva pesare questo dono. La usava per entrare in contatto con chi non aveva avuto la fortuna di studiare.
La tonaca lisa, consumata da quanto la portava addosso senza sentire mai il bisogno di indossarne una nuova. E negli ultimi tempi una vecchia coperta arancione che gli riscaldava le gambe mentre, spinto dal badante, girava sulla sedia a rotelle per i giardini davanti alla chiesa San Filippo Neri.

Chissà cosa avrebbe detto di quei vandali che l’altro giorno hanno distrutto, incendiandola, una piccola giostra dove i bambini del quartiere si divertivano ogni giorno.
Padre Guido era una strana sorta di conservatore. Amava il sociale. Voleva che tutto fosse fatto in nome e per il gruppo. Mi ricordo che tanti anni fa assieme ad alcuni ex ragazzi dell’Oratorio volevamo donare una somma destinata a ristrutturare i locali. Lui si era rifiutato.
“Facciamolo con le nostre mani, non con i nostri soldi.”
Mi ricordo che molti anni fa, per lavoro, mi capitava spesso di incrociare Agostino Di Bartolomei, anche lui frequentatore da ragazzo del campo di calcio della Chiesoletta. La prima cosa che mi chiedeva era: “Come sta Padre Guido?”. Era il filo che ci univa. Un lungo filo che ha unito migliaia di ragazzi della Garbatella che nella Chiesoletta avevano trovato negli anni della gioventù il loro centro del mondo.
Ora Padre Guido Chiaravalli, nel giorno della morte il nome va scritto per intero, non è più tra noi. Ma se faremo come ci ha insegnato e ogni sera alzeremo gli occhi verso il cielo, tra le stelle potrebbe capitarci di vedere lui. Anche chi non crede, non può non riconoscergli il merito di averci lasciato in eredità un dono inestimabile. Il ricordo di una brava persona. Come tutti i preti, in minuscolo, di questo mondo dovrebbero essere.

http://dartortorromeo.com

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Un-grande-Insegnante-Padre-Guido

Padre-Guido-novembre-2008Un grande Insegnante, Padre Guido

Parlare di Padre Guido, non è cosa semplice per  me, una ex ragazzina dell’oratorio. L’ho ha sempre considerato un grande maestro, come colui che può e sa insegnare cose preziose. Detentore di sapienza profonda sulle cose del mondo. E’ stato un incontro importante nella mia vita, uno di quelli fortunati che cambiano il corso della storia. Una presenza stabile e concreta che ha reso  più  bella la la  mia infanzia. Un mentore capace di stimolare la capacità di osservare il mondo manifesto  con uno sguardo attento e non superficiale, di risvegliare lo spirito di ricerca.
Diceva con molta serietà che le cose veramente importanti sono nel nostro cuore. Straordinario no?  Se me lo avesse detto  un’ altra persona non ci avrei mai creduto. Invece lui guardandomi attraverso le sue spesse lenti, andava subito al punto, direttamente in profondità.  Le sue parole non passavano per la mente, andavano dritte al cuore. E poi,  era molto prezioso anche quello che  non diceva, ma che intimamente  pensava e silenziosamente faceva per te. Attraverso piccoli miracoli quotidiani lui creava la sua grande opera d’arte,  “regalare la vita vera ai suoi ragazzi”. Per noi organizzava un viaggio avventuroso nella vita. Pensava a tutto, percorso con imprevisti e premi, ma anche al  bagaglio il più possibile leggero, meglio se si trattava di uno zaino da spalla. Dentro dovevamo metterci l’essenziale, una  bussola per orientarsi,  il rispetto per la vita in tutte le sue forme e l’impegno a fare bene per migliorare se stessi.  Con queste poche cose tutt’ora viaggio.
Padre Guido non ambiva piacere a tutti . Ai discorsi complicati e lunghi preferiva poche e semplici parole.
Caparbiamente portava avanti dei progetti folli, attirandosi critiche ed inimicizie da ogni parte. Ma tutto quello che faceva, diceva, pensava e sentiva era finalizzato ad un grande obiettivo, fare del bene agli altri.
Si potrebbe immaginarlo come un imprenditore  tenace  in grado di creare una grande azienda atta alla produzione del bene ed al servizio di tutti.  Forse la Chiesa ne ha avuti altri di dirigenti così capaci ma  non altrettanto onesti  e generosi. Era un uomo forte e rigoroso, un grande esempio, troppo grande  da non riuscire neanche a pensare di poterlo emulare. Un santo ed un saggio nello stesso tempo,  molto concreto e pratico. Per certi versi anche burbero, abituato ad affrontare ogni giorno le avversità della vita quotidiana che ognuno di noi gli presentava, gioie, dolori, tante emozioni, mille situazioni nuove .
Per questo Padre Guido è sempre stato un uomo coraggioso, anche nella malattia. Negli ultimi tempi si era un pochino addolcito, era tenero nelle manifestazioni affettuose verso i suoi ex ragazzi. Un lusso che adesso finalmente poteva concedersi. Commuoversi ed emozionarsi di fronte a quanti lo amavano. Il bello è che  rimaneva  meravigliato e si stupiva di fronte a tanto amore. Sereno nell’affrontare il cambiamento che inevitabilmente porta con se il tempo, è invecchiato con gioia. Sul finale come un buon vino ha espresso mille sfumature di gusto, così che ogni palato potesse  percepirne  le diverse fragranze. Ugualmente anche lui ha lasciato  che cosi fosse, mostrando naturalmente la sua grandezza di essere umano, luminoso e ricco anche al tramonto.
Lo ricordo sempre così come un vero leader, una persona di grande valore, uomo con una forte   fede, la prova concreta che si può utilizzare la propria esistenza nel migliore dei modi.

Padre Guido ha dipinto la sua vita come un’ opera d’arte, ne è uscito fuori un capolavoro dal valore inestimabile. Al suo penultimo compleanno  lui diceva che la sua vita era come un quadro, in quel   quadro c’eravamo tutti noi. Vuoi perché gli abbiamo impastato i colori, o a  volte lasciando qualche  ditata sulla vernice fresca, comunque si andata penso che, si, avesse proprio ragione . Quel quadro lo abbiamo  dipinto insieme a lui, e cavolo, ne è valsa veramente la pena! Forse è  proprio per questo che quando lo ammiriamo rimaniamo colpiti dalla sua bellezza, felici per ciò che abbiamo imparato e tristi per ciò che non tornerà più , ma  immensamente grati per tutto ciò che i nostro caro Padre Guido ci ha insegnato. Consapevoli che a guidarci ancora e sempre sarà  il segno che ci ha lasciato.

Fulvia Subania

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Padre-Guido-Stefano-Mastrantonio

Se i miei figli da anni mi chiedono con fiducia “papà, che tempo farà  domani?”

E’ perché ho sempre descritto loro quel che Padre guido ha  descritto e spiegato a me: il cielo, le nuvole, il vento, le stagioni e l’inclinazione dell’asse terrestre, meridiani, paralleli, tropici e circoli polari e un mare di cose che a quel tempo – 50 anni fa – sembravano misteriose. Quella sera d’inverno di tanti anni fa, con un gruppetto di ragazzi della mia età, stavo sul campetto dell’oratorio per la lezione di astronomia; in silenzio ascoltammo Padre Guido che spiegava come si doveva fare per calcolare l’ora guardando le stelle dell’orsa maggiore. La lezione durò una decina di minuti. Poi, con un sorriso, chiese:”chi vuole provare per primo?”

Visto che nessuno se la sentiva di rompere il ghiaccio “er prete” fece la sua scelta. Il discepolo aveva imparato talmente bene la lezione che osservando il cielo, dopo venti secondi di calcolo, esclamò:”Oddio so’ e sette, mo’ mi’ madre me gonfia…!!” La lezione finì con una risata generale e prolungata, guardando la vera e propria “fuga” di chi immaginava che sarebbe stato “gonfiato” dalla madre severa. Caro Padre Guido ci hai insegnato a guardare il cielo ma per moltissimi di noi la “stella polare” sei stato tu.

Grazie di cuore.

Stefano Mastrantonio

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L’oratorio-di-Massimiliano-smeriglio

Come fai a spiegare l’odore dell’oratorio, la terra dura, i pali di legno con gli spigoli, la rete bucata, la raccolta della carta, gli spogliatoi senza docce, il gioco del sasso, l’ottovolante, la coppa disciplina, le magliette per i primi classificati, i calzoncini ai secondi, i calzini ai terzi, gli atomi, i purcini con la erre.
Come fai a spiegare padre Guido se non parti dai luoghi, dalla sua fisicita’ dal piede 44 magnum, dalle sberle, dalla sua cultura, dalle sue urla, “vai fuori dall’oratorio”, “alt fine primo tempo”. Come fai a spiegare quel fazzoletto di paradiso impolverato messo a confine tra Garbatella e Tormarancio. Non lo spieghi, non bastano le parole, i ricordi, le fughe per evitare il vespro. Resta solo una sensazione d infinita tristezza, come le domeniche pomeriggio all’oratorio, quelle si che erano tristi anche allora, appena appena rinfrancate dalla partitella tra pochi disperati superstiti, la radiocronaca in sottofondo e il gelato offerto dal prete. Lui li stava, lui li ha voluto aspettarci. Il corpo inerme nel teatrino, un via vai di facce di popolo segnate dalla vita e il vociare dei pischelli persi anche oggi dietro al pallone cosi’ come lui ha voluto che fosse. Così come è sempre stato.

Massimiliano Smerriglio

 

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Arrivederci-padre-guido

Padre Guido Chiaravalli, il prete decano degli oratoriani di San Filippo Neri alla Garbatella è morto ieri a poco più di un mese del suo ottantasettesimo compleanno.

In quanti ricorderemo Padre Guido? A migliaia, ed ognuno di noi con un ricordo personale senza dubbio. ”Il prete” come lo abbiamo sempre chiamato, il prete per antonomasia era lui e per tutti è stato letteralmente e realmente un padre.

E’ venuto fra noi nel 1957, giovane meneghino purosangue e come lui stesso disse a suo tempo scelse di diventare subito “garbatellese fra i garbatellesi”, in un quartiere che allora, alla fine degli anni ’50 era considerato uno dei quartieri a rischio dove spesso riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena era un problema, dove alcuni nuclei famigliari rasentavano la povertà. Proprio in quegli anni padre Guido si avvicinava ai giovani portando una sorta di Vangelo, non raccontato ma vissuto, proseguendo all’interno dell’oratorio il grande lavoro di Padre Melani, altro indimenticabile sacerdote che ha dedicato la sua vita alla Garbatella.

In una intervista di poco tempo fa ci disse: “Tante volte lo stare a vedere per 5 ore nel pomeriggio giocare a pallone o stare la mattina per 5 ore al mare mi faceva venire il dubbio se era giusto vivere così il mio compito di sacerdote. Poi, e sempre di più con il passare degli anni, in incontri casuali con ex ragazzi ho sempre visto illuminarsi il volto ed esprimere la convinzione che nell’oratorio e nella scuola avevano imparato a vivere.”

Cosa ha fatto per noi il prete? Tante cose, dalle squadre dei “microbi” nel campetto dell’oratorio fino alla “colonia” a Torvajanica, dalle lezioni di catechismo allo spazio per far suonare i “complessini” negli anni ‘60, dai bigliardini rabberciati alle lezioni di vita e di astronomia, fino all’organizzazione dei viaggi a Capo Nord. Ci ha insegnato a viaggiare, a vedere le stelle a guardare il cielo per vedere se la luna è calante o crescente. Troppo ha fatto per stare qui a fare un elenco.

Padre Guido era un sacerdote ed è stato un buon cristiano, un ottimo cristiano, e come uomo un uomo semplice quanto eccezionale. Starlo a raccontare è quasi impossibile come sa benissimo chi lo ha conosciuto. Per raccontarlo in modo degno dovremmo mettere insieme tutti i nostri ricordi, per quanti siano troppi, migliaia, uno per ognuno di noi.

“Il prete” ci ha voluto bene, e ce lo ha dimostrato, senza secondi fini, senza alcun interesse, per fede e per vocazione ma anche per pura e semplice bontà personale perché era fatto così. E noi ragazzi e ragazze, uomini e donne di questo quartiere per anni lo abbiamo ricambiato perché non era possibile fare altrimenti.

Mancherà immensamente a tutta la sua comunità.

Massimo Mongai e Giancarlo Proietti

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addio-Padre-Guido

Vorremmo ricevere il vostro pensiero sulla scomparsa di Padre Guido, chiunque voglia scrivere qualcosa è pregato di farlo tramite il nostro modulo sarà   nostra cura pubblicarlo, naturalmente potrete inviare il vostro pensiero anche in forma anonima.

A pochi giorni dal nostro ultimo articolo (auguri-padre-guido) su P. Guido, oggi pomeriggio è partito per il suo ultimo viaggio.

Da domani mattina 23 aprile dalle ore 9,30 del mattino fino alle ore 10,30 di giovedì sarà possibile dargli un ultimo saluto nel teatrino del suo amato oratorio.

La messa sarà celebrata alle ore 11,30 il giorno 24 aprile nella Parrocchia di San Filippo Neri.

La redazione di Cara GarbatellaFacebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

“Sine Ira et Studio”: 1968-1988

“Sine Ira et Studio”: 1968-1988

20 anni di volantini e tatse-bao

2000 documenti raccolti da Padre Guido Chiaravalli davanti alle porte del Liceo Borromini, alla Garbatella. Una testimonianza specifica di quegli anni nel quartiere e similmente in Italia. Un lascito donato e che va messo in rete

Se avete una certa età e se siete della Garbatella dovreste aver già capito tutto. E in tal caso non dovremmo nemmeno spiegarvi cosa sia un tatsebao.
Padre Guido Chiaravalli è un sacerdote ultraottantenne, meneghino purosangue , che verso i suoi trent’anni, nel 1956, arrivò spinto dalle circostanze, dalla sede centrale dell’Ordine dei Sacerdoti di San Filippo Neri e forse dalla Provvidenza, alla Garbatella. E’ uomo di grande intelligenza, di grandissima umanità e di estremo attivismo. Le sue iniziative nei confronti dei parrocchiani della Parrocchia di San Filippo Neri, soprattutto i giovani dell’Oratorio, sono note. In realtà sono quasi leggendarie, anche se viene da dire che quasi tutto ciò che si racconta di buono su di lui è al di sotto della realtà.
Tuttavia non vogliamo fare una apoteosi dell’uomo, il quale oltretutto politicamente parlando era, diciamo così, un po’ conservatore: fermo al Concilio di Trento, piuttosto che al Vaticano Secondo. E però con una mentalità così aperta da insistere perché le ragazze fossero ammesse sia all’Oratorio che all’Istituto Cesare Baronio.
Adesso sembra una ovvietà, a metà degli anni Sessanta, più di 45 anni fa, era un gesto decisamente rivoluzionario.
Ma i rivoluzionari o i se-dichiaranti tali, soprattutto se comunisti o anche vagamente marxisti, a Padre Guido non stavano simpatici. Anche se ad ogni buon conto li conosceva da quando frequentavano l’Oratorio.
Facciamola corta: per 20 anni Padre Guido ha raccolto quasi tutti i volantini, tutti i ciclostilati distribuiti davanti alle porte dell’attiguo liceo statale Borromini e qualche tatse-bao staccato dalle porte del liceo e li ha conservati. L’uomo ama ricordare, ed ama ricordare agli altri quello che hanno fatto e detto. Nella ferma convinzione che gli autori di quei volantini fossero nel torto (non ce lo ha mai mandato a dire, anzi per anni ce lo ha sempre detto direttamente e più volte ed in molti modi) ha raccolto tutto con l’idea, più o meno, di conservarne memoria a vari scopi. Soprattutto per rinfacciarcelo quando avessimo cambiato idea, probabilmente.

sine-ira-et-studio-1968-1988

Ennio Flaiano diceva che si è incendiari a venti anni e pompieri a quaranta. Forse. Ma forse no. Di fatto Padre Guido ci ha fatto due favori. Il primo quello di raccogliere questo “fondo” di quasi 2000 pezzi. Avete letto bene: duemila.
E il secondo di darceli, o forse dovrei dire ridarceli.
Leggere 20 anni (e quegli anni!) di slogan, concetti, frasi, eventi è interessante, straniante, emozionante, irritante.
Siamo arrivati alla conclusione che è un fondo che non va disperso.
Le stesse cose venivano dette, scritte, ciclostilate contemporaneamente in altre cento e mille città e scuole in tutta Italia. Ma queste hanno alcune particolarità. Sono concentrate in quegli anni, in un luogo specifico, in un quartiere specifico, il nostro, la Garbatella. Eppure anche in questa ultra specificità, al tempo stesso sono comuni a quelle dette e scritte in altri specifici quartieri di tante città italiane. Quelle idee, quei sogni, quelle rabbie sono state comuni ad un paio di generazioni almeno.
E con quelle parole. Vanno conservate, ma non solo. Il modo migliore per conservare una idea secondo noi, allora come oggi, è renderle comuni. collettive. Ed oggi rendere comune una idea significa metterla in rete, metterla su Internet. E’ questo che vogliamo fare. Adesso pensiamo bene al modo poi vi terremo informati. Per ora serve una mano per scannerizzare 2000 pezzi e non metterci una vita, serve una mano ad organizzare il lavoro … Potrete intanto trovare parte del materiale ed un contatto con noi sulla pagina di Face Book intitolata a “Sine Ira et Studio”…
“Sine Ira Et Studio” è una frase di Tacito, all’inizio degli Annales e vuol dire “senza simpatia e senza antipatia” o “senza animosità e senza passione”. A dire che quel che lui voleva raccontare sarebbe stato onesto e veritiero.
E in questo senso la frase viene usata da secoli. In realtà è anche la frase che per due volte ci ha detto Padre Guido Chiaravalli, ex parroco della chiesa di San Filippo Neri, alla Garbatella, quando ci ha passato il materiale.
Non sapete cos’è un tatse-bao? Oh, beh, cercate su Google…

Massimo Mongai
Giancarlo Proietti

 Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Dicembre 2012

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Nell’Oratorio nasce una scuola calcio

Nell’Oratorio nasce una scuola calcio

di Annalisa Pullara

Da quest’anno l’Oratorio San Filippo Neri Garbatella ha una sua scuola calcio! A volerla e a crederci per primo è stato Stefano Boratta, ottimista anche quando, inizialmente, le iscrizioni sembravano non arrivare.san-filippo-neri-scuola-calcio
E’ stato lui che, durante il primo incontro con solo cinque genitori, ha detto: “Partiamo lo stesso e vediamo che succede; io sono fiducioso!”. E la sua fiducia è stata ripagata: ogni mercoledì, infatti, sono dodici i piccoli calciatori, e tra loro anche due bambine, che corrono fieri per il campo con tanta voglia di imparare. Si sentono dei “campioni” e magari qualcuno lo diventerà davvero, ma ciò che più conta è che questi bambini, grazie al lavoro degli istruttori e di tutto il personale tecnico, stanno imparando, insieme alle regole del calcio, anche delle importanti regole di vita: divertirsi sempre, rispettarsi e aiutarsi reciprocamente, vivere il calcio come una competizione pulita e sana.
Domenica 18 novembre la “neonata” squadra Oratorio San Filippo Neri Garbatella ha debuttato in casa incontrando la Selva Dei Pini Pomezia, di fronte a un pubblico numeroso di amici e parenti, che ha popolato, come non si vedeva da tempo, il vecchio porticato dell’Oratorio. I nostri piccoli grandi calciatori, per niente intimoriti dalle avverse condizioni del terreno di gioco, reso fangoso e con qualche pozzanghera a causa delle piogge notturne, ci si sono tuffati dentro anima e corpo con tutto il loro entusiasmo. La voglia di giocare e divertirsi e, in un attimo, quel campetto si è trasformato, per tutti, nel campo più bello del mondo! Tre tempi da quindici minuti durante i quali gli atleti si sono battuti con determinazione, dando vita ad una partita avvincente, mai noiosa e ricca di goal: 16 in tutto (per questa prima volta ci piace riportare il risultato finale così, sommando le reti di entrambe le squadre).
Per l’occasione un tifoso speciale, e chi lo conosce sa che non sarebbe potuto mancare per niente al mondo: Padre Guido. Ha voluto essere presente per il
calcio d’inizio, col suo sorriso dolce e rassicurante che per tutti i presenti, ma soprattutto per i vecchi e nostalgici frequentatori della Chiesoletta, ha rappresentato più di mille parole.

 Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Dicembre 2012

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“Sine Ira et Studio”: 1968-1988 20 anni di volantini e tatse-bao 

Padre Guido

“Sine Ira et Studio”: 1968-1988
20 anni di  volantini e tatse-bao

2000 documenti raccolti da Padre Guido Chiaravalli davanti alle porte del Liceo Borromini, alla Garbatella.
Una testimonianza specifica di quegli anni nel quartiere e  similmente in Italia.
Un lascito donato e che va messo in rete

Se avete una certa età e se siete della Garbatella dovreste aver già capito tutto. E in tal caso non dovremmo nemmeno spiegarvi cosa sia un tatse-bao.

Padre Guido Chiaravalli è un sacerdote ultraottantenne, meneghino purosangue, che verso i suoi trent’anni, nel 1956, arrivò spinto dalle circostanze, dalla sede centrale dell’Ordine dei Sacerdoti di San Filippo Neri e forse dalla Provvidenza, alla Garbatella.

E’ uomo di grande intelligenza, di grandissima umanità e di estremo attivismo. Le sue iniziative nei confronti dei parrocchiani della Parrocchia di San Filippo Neri, soprattutto i giovani dell’Oratorio, sono note. In realtà sono quasi leggendarie, anche se viene da dire che quasi tutto ciò che si racconta di buono su di lui è al di sotto della realtà. Tuttavia non vogliamo fare una apoteosi dell’uomo, il quale oltretutto politicamente parlando era, diciamo così, un po’ conservatore:  fermo al Concilio di Trento, piuttosto che al Vaticano Secondo. E però con una mentalità così aperta da insistere perché le ragazze fossero ammesse sia all’Oratorio che all’Istituto Cesare Baronio. Adesso sembra una ovvietà, a metà degli anni Sessanta, più di 45 anni fa, era un gesto decisamente rivoluzionario.

Ma i rivoluzionari o i se-dichiaranti tali, soprattutto se comunisti o anche vagamente marxisti, a Padre Guido non stavano simpatici. Anche se ad ogni buon conto li conosceva da quando frequentavano l’Oratorio.

Facciamola corta: per 20 anni Padre Guido ha raccolto quasi tutti i volantini, tutti i ciclostilati distribuiti davanti alle porte dell’attiguo liceo statale Borromini e qualche tatse-bao staccato dalle porte del liceo e li ha conservati. L’uomo ama ricordare, ed ama ricordare agli altri quello che hanno fatto e detto. Nella ferma convinzione che gli autori di quei volantini fossero nel torto (non ce lo ha mai mandato a dire, anzi per anni ce lo ha sempre detto direttamente e più volte ed in molti modi) ha raccolto tutto con l’idea, più  o meno, di conservarne memoria a vari scopi. Soprattutto per rinfacciarcelo quando avessimo cambiato idea, probabilmente. Ennio Flaiano diceva che si è incendiari a venti anni e pompieri a quaranta. Forse. Ma forse no. Di fatto Padre Guido ci ha fatto due favori. Il primo quello di raccogliere questo “fondo” di quasi 2000 pezzi. Avete letto bene: duemila. E il secondo di darceli, o forse dovrei dire ridarceli.

Leggere 20 anni (e quegli anni!) di slogan, concetti, frasi, eventi è interessante, straniante, emozionante, irritante. Siamo arrivati alla conclusione che è un fondo che non va disperso.

Le stesse cose venivano dette, scritte, ciclostilate contemporaneamente in altre cento e mille città e scuole in tutta Italia. Ma queste hanno alcune particolarità. Sono concentrate in quegli anni, in un luogo specifico, in un quartiere specifico, il nostro, la Garbatella. Eppure anche in questa ultraspecificità, al tempo stesso sono comuni a quelle dette e scritte in altri specifici quartieri di tante città italiane. Quelle idee, quei sogni, quelle rabbie sono state comuni ad un paio di generazioni almeno. E con quelle parole.

Vanno conservate, ma non solo. Il modo migliore per conservare una idea secondo noi, allora come oggi, è renderle comuni. collettive. Ed oggi rendere comune una idea significa metterla in rete, metterla su Internet. E’ questo che vogliamo fare. Adesso pensiamo bene al modo poi vi terremo informati. Per ora serve una mano per scannerizzare 2000 pezzi e non metterci una vita, serve una mano ad organizzare il lavoro … Potrete intanto trovare parte del materiale ed un contatto con noi sulla pagina di Face Book intitolata a “Sine Ira et Sudio”…

Sine Ira Et Studio” è una frase di Tacito, all’inizio degli Annales e vuol dire “senza simpatia e senza antipatia” o “senza animosità e senza passione”. A dire che quel che lui voleva raccontare sarebbe stato onesto e veritiero. E in questo senso la frase viene usata da secoli. In realtà è anche la frase che per due volte ci ha detto Padre Guido Chiaravalli, ex parroco della chiesa di San Filippo Neri, alla Garbatella, quando ci ha passato il materiale. Non sapete cos’è un tatse-bao? Oh, beh, cercate su Google …

                                                                                                                      Massimo Mongai
Giancarlo Proietti

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La piazza della Chiesoletta vive e fa vivere il quartiere

La piazza della Chiesoletta vive e fa vivere il quartiere

Il più bel triangolo di verde nella città giardino

Oggi parliamo del giardino intitolato a mons.D.Nobels, fondatore degli scout di Roma, quel piccolo parco delimitato da Via delle Sette Chiese, Via Tolli e Via Macinghi Strozzi. Gli abitanti del quartiere lo conoscono semplicemente come i Giardinetti, o i Giardini della Chiesoletta. Non è una vera e propria piazza, ma lo è nella sostanza, nel senso che svolge il ruolo che la piazza ha svolto per secoli nelle città italiane. Dal foro romano, sua matrice originaria, a quella medioevale e poi rinascimentale, la piazza è stata luogo fondamentale dell’incontro e dello scambio, in cui si intrecciano cultura e storia, simboli e tradizioni. E’ stata centro vitale della città, sorta di palcoscenico dell’identità e del senso di appartenenza di una comunità. Lo è stata fino a qualche decennio fa e sicuramente continua tuttora ad esserlo nella provincia. Ma nelle metropoli questo ruolo sta tramontando, sommerso da cemento, traffico, ritmi e stili di vita alienanti e dal trionfo dei media tecnologici che anestetizzano e lobotomizzano bambini, adulti ed anziani.Chiesa di San FIlippo Neri in Eurosia
Da quando però alcuni anni fa questo triangolo di verde è stato ristrutturato e riqualificato grazie all’impegno del nostro Municipio, la Garbatella ha un nuovo e straordinario punto di aggregazione e di incontro. A noi sembra determinante il gusto estetico e la cura con cui sono stati realizzati i lavori: materiali e piante di pregio, illuminazione efficace e di sicuro effetto scenografico, la pedonalizzazione del tratto di strada prospiciente la chiesa, l’installazione di una valida area giochi per i bambini, la realizzazione di due belle e funzionali fontanelle di marmo. Tutto ciò ha creato un vero e proprio “cortile di casa” per gli abitanti del quartiere.
E così in primavera estate ed autunno, ma anche nelle belle giornate invernali, giovani ed anziani si rifugiano spesso in questo accogliente prolungamento dei propri Lotti condominiali. Si alimenta il senso di condivisione, e il bene collettivo viene vissuto e amato come quello individuale, con rispetto e geloso senso di protezione. Si riscopre quel senso civico che la metropoli tende a cancellare e che qui invece rinasce, a testimonianza di quanto uno sviluppo urbanistico attento alle esigenze dei cittadini possa trasformare i mostri metropolitani in luoghi di arricchimento collettivo.
La scelta del luogo è stata particolarmente felice perché qui e nell’adiacente Piazza Sant’Eurosia non manca quasi nulla: c’è la chiesa e l’oratorio (San Filippo Neri), la pizzeria (“Mi garba la pizza”) e la gelateria (“La chiesoletta”), alcuni bar e ristoranti, vari esercizi commerciali e perfino un teatro (il terzo della Garbatella, l’Aula Columbus, distaccamento del Dipartimento di Arte Musica e Spettacolo, corso di laurea dell’università Roma3). Succede allora che a tutte le ore del giorno e tutti i giorni della settimana questo mini parco sia vissuto intensamente. La mattina i nonni passeggiano coi nipotini e si incontrano tra di loro. A metà giornata lavoratori e giovani studenti pranzano all’aperto con pizze e gelati tra i più buoni del quartiere, divisi tra un momento di relax o un appuntamento di studio o di lavoro.
Al pomeriggio l’oratorio si popola di bambini e adolescenti mentre magari qualcuno festeggia il compleanno di fronte alla pizzeria mentre sulle panchine o ai tavolini della gelateria i giovani si incontrano per studiare, socializzare o amoreggiare. In serata decine di persone (centinaia a volte nella bella stagione) si ritrovano per una cena o un dopocena nel parco, ed è difficile passeggiare per più di un quarto d’ora senza incontrare un amico o un conoscente che ti dice “Ciao come stai, anche tu qui?”. Nel frattempo giovani studenti universitari frequentano il teatro per i laboratori la mattina e il pomeriggio e per gli spettacoli la sera. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalle periodiche riprese del noto sceneggiato “I Cesaroni”, che occasionalmente monopolizzano la piazza e l’oratorio inorgogliendo, a torto o a ragione (ognuno può pensarla a modo suo), gli abitanti del quartiere, ma conferendo di sicuro a questo luogo una notorietà nazionale che lo valorizza ancora di più. L’Aula Columbus è poi occasionalmente utilizzata dal Municipio e da enti o associazioni per convegni, congressi e spettacoli. La chiesa ovviamente raccoglie i fedeli per le sue funzioni religiose ordinarie e straordinarie.
Insomma il quadro è completo: come in un antico comune rinascimentale la nostra piazza racchiude in sé un’anima commerciale, religiosa, politico- amministrativa, sociale e ludica che fanno di un centro abitato una comunità civile. Federico, il gestore della pizzeria e abitante del quartiere, ci conferma che tutto ciò dà i suoi frutti e che negli anni il giardino è diventato più sano e vivibile: non c’è più droga, delinquenza o teppismo, perché “la piazza bella attira gente bella e emargina o trasforma quella brutta”.
Anche padre Guido, ex parroco, anima dell’oratorio e memoria storica della piazza e di tutto il quartiere, ci offre la sua preziosa lettura dei fatti. Ci fa notare quanto questo luogo sia penetrato a fondo tra la gente. Basta osservare “la gioia dei bambini e dei nonni che giocano nelle giornate di sole: senza questo luogo sarebbero chiusi dentro casa, incollati alle televisioni o ai computer, ognuno isolato nella sua triste solitudine”. Così invece ciascuno trova piacere e sollievo in una dimensione di condivisione “e nelle sere d’estate si sente cantare”, in senso metaforico e letterale.
“Mancano ancora un po’ gli adolescenti, che però stanno gradualmente scoprendo e ripopolando questo luogo dopo i decenni di degrado, mentre quelli della generazione precedente hanno ricreato il paese, e gli anziani vivono per strada. In chiusura elenchiamo anche qualche nota dolente. I bambini possono andare liberamente in bicicletta, e ciò è meraviglioso, ma talvolta possono entrare anche moto e motorini e ciò disturba e crea pericolo: bisognerebbe impedire il loro ingresso. I cestini della spazzatura sono assolutamente inadeguati alla frequentazione del giardino e il servizio di pulizia e manutenzione non sempre è puntuale, tanto che per mesi i negozianti stessi, con l’aiuto della associazione culturale “Itaca”, hanno volontariamente provveduto alle relative incombenze. Per finire bisognerebbe educare o sanzionare i padroni dei cani, che spesso non rispettano le regole fondamentali di igiene e sicurezza.
La Garbatella ha acquisito un ulteriore bene prezioso per la comunità. Usiamolo e rispettiamolo tutti, e facciamo in modo che la trascuratezza e la disattenzione della burocrazia non ce lo sottraggano mai più. Amministratori vigilate e aiutateci a preservare e migliorare questo angolino incantevole del quartiere in modo che tutti, noi e voi, ne possiamo in futuro godere ed andare orgogliosi.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Dicembre 2010

 

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Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Dall’Oratorio dei Filippini ricordi del decano padre Guido Chiaravalli

Picchio, nizza, fionda e i giochi dei ragazzi di quarant’anni fa

Signor direttore, ho letto con vivo interesse la dotta  disquisizione del signor Recchi sulla “mazzafionda”, pubblicata nel numero di giugno di Cara Garbatella. Mi ha fatto rivivere quella stagione di quaranta anni fa quando, al termine della scuola, qualche piccolo gruppo andava a “pesca” (di ranocchie) nella marrana di Grottaperfetta, dove ora vi sono le vie di Tiberio, Giustiniano, Costantino imperatori, oppure a caccia di uccellini.
Andavano in due o tre con la fionda infilata nei calzoni posteriormente per evitare incontri non graditi (guardie ecc.).
Un buon luogo di caccia era la rupe di San Paolo sul versante di Via Giovannipoli. Ho notato il silenzio del signor Recchi sull’alternativo bersaglio in caso di insuccesso venatorio. E’ bene che un’idea del genere non si diffondi.Oratorio San Filippo Neri - Chiesoletta
Nell’impeccabile descrizione del signor Recchi si parla del bosso e del frassino, ma alla Garbatella non vi è reperibilità di tali piante. E’ opportuno invece portare attenzione sui ligustri presenti nei Lotti. La forcella si divarica simmetricamente ed è un buon legno. Sarebbe bene che qualche “tecnico” (di età almeno sessantenne) descrivesse i giochi del “picchio” e della “nizza”. Occorre rivolgersi ai nonni perché vi è alle spalle un salto generazionale. Giochi intelligenti, come le biglie, scomparsi, purtroppo sostituiti, come il gioco nelle piazze, dall’abuso dei mezzi virtuali che rubano la bella socialità di allora.
Un gioco invece ormai impossibile col traffico attuale era quello dei “carrettini” o “pattini”. Iniziava anche esso con le vacanze. Dopo una “passata” dai meccanici per rimediare due cuscinetti piccoli e uno grande, all’Oratorio che forniva gli attrezzi sembrava di essere a Maranello in una catena di montaggio. Il problema maggiore era trovare il legno adatto. Una pista di prova la offriva Via Lorenzo da Brindisi ma il meglio era Via Massaia con lo scarso traffico di allora. Una volta in Via Tosi traslocavano ed avevano smontato dei mobili riservandosi di prenderli successivamente. Sparirono alcuni pezzi. Il proprietario preoccupato della cosa venne all’Oratorio a cercarli, ma non li trovò. Era veramente inquieto. Ne parlai agli agenti del CIO (Centro investigativo Oratorio) specializzato nel recupero palloni, scarpe ed anche qualche strumento musicale. Lui aveva promesso una buona ricompensa.
“Radio scarpa” entrò in azione e si venne a sapere che li avevano presi alcuni ragazzi di Via Giovannipoli per fare una capanna sulla rupe. La mancia venne pagata.
Era il mondo dei ragazzetti (e ragazzette) di allora. Non si finirebbe di raccontarlo. Un mondo che è bello non si perda. Fine anni cinquanta. Era stato donato per la Colonia un canotto gonfiabile Pirelli. Era uno dei primi e lo avevano mandato da Milano. A turno a Torvaianica lo pagaiavano: una cosa ambita. La sera, al rientro, lo si lavava con cura e lo si appendeva ad asciugare. Una mattina era scomparso. Costernazione. Assemblea. La traccia: l’ha preso certamente un ragazzo del quartiere.
Passare la voce. Arriva una ragazzina: questa mattina due del mio Lotto sono andati al mare col trenino per il Lido con un canotto.. Piano di recupero: a turno due controlleranno i trenini in arrivo. Non accade nulla. Aspettare. La sera mentre il sottoscritto era a cena una scampanellata. I due compari erano stati pedinati sino alla Garbatella ed in un cortile erano assediati da una massa vociante. Se la squagliarono infuriati e la mattina dopo il canotto rientrò in servizio.
Padre Guido Chiaravalli

Ringraziamo padre Guido per la preziosa testimonianza che ha voluto affidare a Cara Garbatella. Cogliamo l’occasione per augurare un buon tornato a padre Guido, era stato indisposto per un periodo di tempo.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Novembre 2010

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L’Oratorio San Filippo Neri festeggia 75 anni di attività

L’Oratorio San Filippo Neri festeggia 75 anni di attività

di Leopoldo Tondelli

L’Oratorio San Filippo Neri, che nel 2010 festeggia 75 anni di attività, è collegato da tutti gli abitanti della Garbatella alla “Chiesoletta”, la chiesetta adiacente l’Oratorio, dedicata a San Isidoro, santo spagnolo protettore delle campagne, e a Sant’Eurosia, protettrice dalla grandine. Padre Generoso Calenzio (come ricorda Padre Guido Chiaravalli in un suo scritto pubblicato per i cinquant’anni dell’Oratorio) la volle salvare, alla fine del XIX secolo, dal distruttivo abbandono in cui si trovava. La lapide all’ingresso dell’Oratorio ricorda poi che il signor Luigi Santambrogio, subentrato alla sua proprietà, “i locali e il terreno adiacente a servizio spirituale del nascente quartiere umilmente offrì”. La storia dell’Oratorio si intreccia in modo indissolubile con quella del quartiere, non soltanto perché quasi tutti gli abitanti della Garbatella e dei quartieri vicini hanno frequentato da bambini le vecchie strutture, ma soprattutto per il fatto che l’Oratorio ha sempre, tramite i suoi sacerdoti, adempiuto alle aspettative ed alle esigenze sociali della zona, soddisfacendole e spesso anche anticipandole.Padre Guido Chiaravalli
Il “pioniere” Padre Alfredo Melani, che era giunto alla Garbatella nel 1935, si recava nei lotti e tramite il suono di un campanaccio radunava i ragazzi per portarli all’Oratorio cercando di aggregarli non solo per una finalità religiosa, ma per impartire loro anche una educazione scolastica (non a caso la scuola media “Cesare Baronio” iniziò la propria attività proprio all’interno dell’Oratorio nel lontano 1944) ma anche sportiva, in un momento storico nel quale l’attività fisica non era considerata ancora un’esigenza primaria, fondando la società sportiva Astro (Associazione sportiva tra ragazzi dell’Oratorio) con la finalità principale della pratica sportiva all’interno di un progetto di socializzazione ed aggregazione, organizzando tornei.
Il gioco del calcio adempie pienamente a questo compito perché la pratica agonistica svolta all’Oratorio contiene un sistema di regole codificate, complementari allo stesso gioco. Infatti, sotto la direzione di Padre Guido Chiaravalli, vengono interrotti i campionati esterni per organizzare tornei interni dotati di alcune regole particolari: “Il Capitano non può battere i rigori e le punizioni, perché essendo di solito il più bravo o il più grande deve esercitare la sua funzione ‘super partes’ fra i compagni non abusando del suo ‘status’ ma usarlo per mettersi al servizio dei compagni”.
Padre Guido cerca di introdurre una certa responsabilizzazione “collettiva” sanzionando con ammonizioni le squadre che non indossano maglie di uno stesso colore, l’obbligo del lucchetto per chiudere lo spogliatoio per evitare furti, la perdita di un punto in classifica dopo aver sommato dieci ammonizioni, l’essere in regola con il pagamento dell’iscrizione al campionato e l’obbligo morale di far giocare anche i meno bravi della squadra. Padre Guido Chiaravalli
Alcune consuetudini sono rimaste impresse nella memoria di tutti: per esempio, il giro d’onore al suono della campanella prima delle finali sia per il primo che per il terzo posto. In finale in caso di parità (la partita dura un’ora, mezz’ora a tempo) si tirano subito i calci di rigore: prima tutta una squadra poi l’altra. In caso di ulteriore parità calciano solo i giocatori che hanno segnato il rigore. I premi non sono più trofei come le coppe, ma materiale sportivo acquistato da Foresi a San Giovanni. La L’Oratorio San Filippo Neri festeggia 75 anni di attività squadra prima classificata vince le magliette, i secondi i calzoncini, i terzi i calzettoni, il miglior attacco i numeri grandi da apporre sulle maglie, la miglior difesa i numeri piccoli da apporre sui calzoncini. I campionati sono suddivisi in tornei con la denominazione: mini-atomi, atomi, microbi, pulcini, giovani.
L’Oratorio ha anche un merito particolare: quello di distinguere l’attività sportiva dal semplice gioco. Infatti da sempre i ragazzini passavano – e lo fanno ancora – diverse ore al gioco del sasso e a quello del passo volante. Le punizioni per chi contravveniva alle regole, oltre a quella massima dell’espulsione, erano quelle di raccogliere dieci cartacce nel cortile o gettare dieci secchi d’acqua nel gabinetto. Sanzioni che avevano lo scopo, per chi le riceveva, di imparare l’umiltà: questa pratica provvedeva dunque ad un’educazione che non era esclusivamente religiosa ma che doveva “preparare alla vita”.
L’apertura alle ragazze modificherà anche le attività. Si pratica la pallavolo oltre al calcio ed al basket nel nuovo campo di cemento polifunzionale ove prima vi era l’arena del cinema Columbus, e prende piede anche il tennis in un momento in cui questo sport diviene popolare. Si sviluppano negli anni settanta altre attività: oltre alla colonia marina a Torvaianica, inizieranno i viaggi in Italia ed in Europa con lo zaino in spalla, spostandosi anche con l’autostop, con la cassa dei soldi in comune, con i ragazzi più grandi quali accompagnatori. Lo spirito è sempre quello della socializzazione, ma stavolta in una ottica anche “culturale” che è quella di far conoscere l’Europa in un periodo storico in cui si inizia a votare per il Parlamento Europeo.
Infine, tra le molteplice attività, oltre all’organizzazione di spettacoli teatrali, significativa mi sembra quella di dare ospitalità a diversi gruppi musicali fra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli ottanta, da far meritare all’oratorio di San Filippo Neri, forse, la palma di essere stato il primo centro sociale in chiave attuale a Roma.
L’Oratorio è stato anche un set cinematografico di film importanti: come “Mamma mia che impressione” con Alberto Sordi, “Caro Diario” di Nanni Moretti. Il complesso Baronio fece da sfondo alle storie dei due fidanzatini Lucia Bosè e Renato Salvatori nelle “Ragazze di Piazza di Spagna”. E recentemente è stato utilizzato in alcune puntate dei “Cesaroni”. Il nostro augurio per i 75 anni dell’Oratorio: poter sempre comprendere le esigenze dei giovani.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 7 – Febbraio 2010

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