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Tag: Storia del quartiere

Apre Social Market, lo spaccio per chi ha bisogno

Di Ilaria Proietti Mercuri

La pandemia ha scosso gli animi di tutti. È proprio nei momenti di difficoltà però, che si scoprono i gesti di grande altruismo. Dopo il Municipio Solidale, la piattaforma online nata in piena emergenza sanitaria per portare i pacchi spesa a domicilio, scambiarsi informazioni, messaggi di condivisione, usufruire di lezioni per i ragazzi, nelle ultime settimane ha preso vita in alternativa il Social Market della Garbatella, in Via Francesco Passino 12, nei locali adiacenti il centro sociale La Strada.
Ma a chi è rivolto questo sussidio? Non a tutti, ovviamente. Le persone che hanno accesso allo spaccio sono state indicate dai servizi sociali, ci spiega Gabriella. Ognuna di esse ha una sua quota mensile da poter spendere, prendendo ciò che desidera.
Questo ha significato un bel cambiamento. A confermarcelo stavolta è Simone Francescangeli, attivista de La Strada, anche lui volontario del Social Market: <<Il nuovo progetto funziona e ci permette di essere più efficaci ma soprattutto meno invadenti. Perché un conto è consegnare la spesa a casa, entrare nelle vite delle famiglie, per lo più ad orari prestabiliti sia per noi che per loro, un altro conto è farlo in modo flessibile>> e aggiunge, <<cosa che ci rende ancora più felici è che ora le persone non solo possono avere ciò di cui hanno bisogno, ma anche ciò che vogliono. E dare la possibilità di scelta, ci fa uscire dalla dimensione del puro assistenzialismo>>. Inoltre, essendo il mercato all’interno di uno spazio che ospita anche altri progetti sociali, ci spiega Simone, succede che magari quegli stessi nuclei familiari che vengono a fare la spesa, entrano poi in contatto anche con la scuola popolare, il Centro Sociale, La Villetta, lo sportello per il reddito di cittadinanza o l’assistenza migranti, scoprendo gli altri programmi che mettiamo in campo. Nonostante il Social Market sia partito da neanche un mese infatti, già due famiglie si sono interessate alla scuola popolare. <<Insomma, è un vero e proprio intervento a tutto tondo>>, conclude soddisfatto Simone.

Come in ogni cosa però, anche qui si ha qualche difficoltà. La prima che si incontra è proprio quella di mantenere attivo il mercatino: attraverso le donazioni, i volontari, le associazioni. Tra queste ci sono Csoa La Strada, Villetta Social Lab, Solid e Cara Garbatella. A collaborare c’è anche l’Ass. Recup, che si occupa appunto di recuperare gli scarti dei mercati. Ma i gesti bellissimi, in questo periodo, non sono mai abbastanza.

Quindi, questo nuovo Social Market ci porta a pensare principalmente che davanti al cibo ci si ritrova sempre più vicini e uniti. Inoltre è un invito ad aiutare, chi può, questa splendida iniziativa ad andare avanti.

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Indovina la foto

Continua il concorso “Indovina la foto”, dove i lettori di Cara Garbatella sono invitati a scoprire i luoghi dimenticati del loro quartiere. Anche nell’ultima edizione del giornale di ottobre  tante sono state le risposte giunte via mail alla Redazione. Ma a vincere è stato solo uno, Enrico Gobbi che ha indicato Via Guglielmotti, la strada che collega piazza Pantero Pantera con via delle Sette Chiese. Sulla destra erano ancora presenti le villette Icp del lotto 1, che furono abbattute negli anni Cinquanta.

Questa volta l’immagine proposta è molto difficile da individuare perché rappresenta ancora un ambiente non urbanizzato. Ma dove si trova la collinetta dove sono rappresentati i due soggetti? Come sempre i primi tre lettori che faranno pervenire via mail la risposta esatta, saranno premiati dalla Redazione con le pubblicazioni edite da Cara Garbatella: “Garbatella 100, il racconto di un secolo”, ”Dalla Villetta ai Gazometri”, ”Quaderno della Resistenza Garbatella-Ostiense”. Ci vediamo alla premiazione e buon Natale.

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A Natale cori, presepi, mercatini e tombolate

In campo le parrocchie, le scuole, i centri anziani e le associazioni del territorio

Di Paola Borghesi

Facendo gli scongiuri contro le misure restrittive che eventualmente potrebbero scattare nel periodo natalizio, fervono comunque i preparativi e le programmazioni per i festeggiamenti.

Le parrocchie per prime si stanno organizzando, mettendo in calendario cori, iniziative di solidarietà, allestimento di presepi.

L’attivissimo Don Alessandro Parroco di San Francesco Saverio, dopo i festeggiamenti del Santo Patrono del 3 dicembre alla presenza del Cardinale Rodè,  ha messo in programma per domenica 19 dicembre alle  17 il grande Coro Accademia Musicale di Roma Capitale. La corale nata nel 2009 con lo scopo di diventare uno strumento di aggregazione intorno all’attività musicale giovanile è cresciuta in questi 12 anni con varie aggregazioni fino all’attuale composizione di oltre 25 elementi. Il Concerto di Natale  rappresenta un ritorno alle esibizioni pubbliche dopo un’assenza di circa due anni a causa del Covid-19 e proprio per questo, assicurano, sarà una esibizione densa di emozioni. Il repertorio, proposto insieme al Gruppo musicale da camera dei docenti dell’Accademia ( un quartetto d’archi e un pianoforte) spazierà dalla tradizione sacra, con brani di Caccini, Mozart, Bach, Vivaldi, Pachelbel, ai brani popolari di quella natalizia. Don Alessandro ha pensato anche ad una distribuzione gratuita straordinaria di pacchi alle famiglie più bisognose e l’ha organizzata con il patrocinio dei Cavalieri di Malta, evento che si terrà il 16 dicembre alle ore 9. Ma la grande novità che tutti nel quartiere stanno aspettando, e che si spera si potrà realizzare – misure antiCovid permettendo – è il Presepe Vivente allestito dai bambini del catechismo.

A San Filippo Neri,  Don Pietro, invece, ha annunciato che sabato 11 dicembre alle 18,30 si terrà il concerto di Natale del Coro Gruppo Vocale Kantor, organizzato in collaborazione con l’Associazione Rione Garbatella. Inoltre, sempre nella sua parrocchia sarà allestito un bel presepe e, come ogni Natale nelle domeniche di Avvento, si svolgerà, in collaborazione con la Caritas, la raccolta viveri per i bisognosi.

Infine nella Basilica di San Paolo, l’ottima organizzazione di “Musica San Paolo” offre, nell’ambito della rassegna natalizia, il concerto dell’organista D.Jordi Augustì Piqué sabato 18 dicembre alle  15,00 mentre la messa delle 12 di domenica 19 dicembre, ultima prima di Natale, ospiterà il coro “Canto Vivo”. Il grande concerto che chiuderà le festività si terrà il 9 gennaio con il Coro Polifonico.

L’associazione Altre Vie, come ogni anno, organizza una tombolata di beneficenza, che quest’anno si terrà il 6 gennaio 2022 presso il Centro Anziani di via Pullino; il ricavato andrà all’associazione Ulaia ArteSud a favore dei campi Palestinesi in Libano. I frequentatori del Centro  hanno accolto con entusiasmo l’iniziativa  del veterano, Giorgio Tribuzio, ovvero “la Corrida – Dilettanti allo sbaraglio” organizzata dall’Associazione Garbatella Romantica per il 10 dicembre dalle  16,30.  Il 17 dicembre invece, alla stessa ora, il pomeriggio sarà allietato dal Concerto di Natale del Gruppo corale Cristallo di San Paolo e la serata terminerà con un’altra tombolata.

Nella casa di riposo delle Suore di Gesù eucaristico le nonnine ospiti, insieme a figlie e figli e con la collaborazione della direttrice Suor Maria Cecilia stanno per portare in scena la commedia in romanesco “Ve l’avevo detto io…”di Cristina Fattori che cura anche la regia, con canzoni e musiche di Renato di Benedetto. La storia è molto divertente e racconta di quanto si vive bene a Garbatella, tanto che alcune signore di Piazza Bologna decidono di trasferirsi a vivere qui.

Per quanto riguarda i mercati, a Tormarancia, le associazioni Tormarte e Parco della Torre organizzano domenica 19 dicembre il “Mercatino Sciangaino di Natale” al lotto dei Murales. A Via Baldovinetti si svolgerà quello degli Ambulanti di Forte dei Marmi, promosso dalla Parrocchia di San Vigilio, sabato 11 dicembre.

Le Scuole del Municipio per quest’anno, con l’attenta regia dell’assessora Francesca Vetrugno,  hanno messo in campo un’iniziativa di solidarietà che vede come protagonisti i bambini e le loro famiglie. Nei pacchi dono di ogni bimbo ci sarà il “Tempo”. Sarà utilizzata una piattaforma informatica dove ognuno, dopo aver partecipato a percorsi di educazione alla solidarietà, caricherà la sua disponibilità di tempo per azioni solidali, ricevendo in cambio un “cronocredito”. Questo li aiuterà ad avere consapevolezza del valore del proprio impegno nel sociale in un percorso che, partendo dal Natale, crescerà nel prossimo futuro. 

 L’iniziativa coinvolgerà, oltre alle scuole, i “centri natalizi” di Garbatella, San Paolo, Montagnola, Roma70,  la Caritas, Sant’Egidio e le Acli, nonché le Associazioni  che si occupano in particolare di malati di Alzheimer.

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Quei giorni di settembre del ’43 a via delle Sette Chiese 212

I ricordi di Pierina Solaini, 92 anni e di Giovanni Unfer, scampati ai tedeschi che occupavano Roma

Di Giorgio Guidoni

Pierina è una ragazzina di quattordici anni. Ci sarebbe poco da essere allegri nella Roma del ‘43, ma la vita vista con gli occhi di un’adolescente, anche in tempo di guerra, ha sempre i colori forti della gioia e della fantasia. La famiglia di Pierina abita in via delle Sette Chiese 212, in un caseggiato basso a forma di elle con una piccola corte interna, davanti al cancello d’entrata della Tenuta dei Santambrogio, ex Nicolai. Condividono il vicinato con altri due nuclei familiari, gli Unfer e i Giammarini.

In casa ci sono papà Virgilio Solaini, classe 1894, già combattente nella Prima Guerra Mondiale, lui lavora in un cantiere stradale che sta realizzando la via Imperiale, quella che sarà la Cristoforo Colombo. Mamma Marianna Paladini è una bella donna alta, che in quel periodo di stenti e rinunce pesa a malapena 45 chili. Con loro ci sono anche i due fratelli, Piero del 1921 e l’ultimo maschietto Aldo del ‘37. L’altra famiglia di vicini è composta da Giovanni Unfer, dalla moglie Franca e dal nipote Dante. Gli Unfer sono originari di Timau, una piccola frazione in provincia di Udine dove, sin dal medioevo, si parla un particolare dialetto carinziano simile al tedesco. Loreto Giammarini, che lavora con Virgilio e fa il guardiano del cantiere stradale, è il terzo inquilino del fabbricato.

Il rifugio antiaereo

È il 9 settembre 1943, ieri la radio aveva annunciato che la guerra era finita, ma papà aveva invece detto che a Roma la guerra era appena cominciata. Oggi spari, scoppi di bombe a mano, confusione. Per Pierina è come un gioco uscire di casa con le altre persone dell’abitato e correre al riparo in un anfratto poco fuori casa a lato dl cortile: una vecchia grotta accessibile scendendo una ventina di gradini, originariamente utilizzata come cantina per il vino ed ora adibita a rifugio antiaereo. Nella grotta-rifugio si ritrovano la famiglia Solaini con la famiglia Unfer, non c’è invece Loreto Giammarini, rimasto a sorvegliare il cantiere. Tutti in silenzio, il fiato sospeso, il respiro al minimo, le orecchie tese a cercare di capire cosa stia accadendo all’esterno. Là fuori la Storia gira come una mola implacabile che passa e frantuma tutto ciò che incontra. Ora sono vicinissimi, si odono spari e voci di soldati tedeschi che urlano nella loro lingua incomprensibile. Tutte le persone nel rifugio restano mute e impaurite. Tutte tranne Giovanni Unfer il quale, ha capito che i tedeschi hanno intimato loro di uscire immediatamente dalla grotta altrimenti avrebbero lanciato bombe a mano al suo interno. Con calma si alza e sale i venti gradini che separano la quiete apparente dalla guerra reale. Fuori trova i militari con i mitra puntati. Giovanni avanza con le mani in alto e con il suo dialetto, simile alla lingua tedesca, si fa capire. Spiega con calma e sangue freddo che di sotto ci sono soltanto i suoi familiari, chiede pietà per quelle vite umane innocenti. Riesce ad essere convincente,  a calmare la furia dei nazisti che, addirittura, lo consigliano di tornare giù di sotto, perché è un posto più sicuro della strada, dove infuria una battaglia senza esclusione di colpi. Giovanni torna giù e tranquillizza gli altri rimasti all’interno col fiato sospeso, ignari di cosa potesse accadere. Il  tono più pacato delle voci aveva fatto loro intuire che le cose si erano messe per il verso giusto. Per tutti, tranne che per Loreto Giammarini, uno dei primi caduti nella battaglia della Montagnola e della presa di Roma. Il povero Loreto, sorpreso dagli eventi, tenta di nascondersi con dei rami sul ciglio della strada nel pratone di fronte all’attuale ex Fiera di Roma. I soldati tedeschi che avanzano dall’Eur verso il centro, probabilmente gli stessi che poi giungeranno al bunker, vedono un movimento sospetto e rispondono con una sventagliata di mitra. Colpito alle gambe Loreto sarà in un primo momento trasportato dai sacerdoti della Parrocchia all’ospedaletto mobile tedesco in località Decima. Ma i militi tedeschi rifiutano di prestare assistenza al ferito, che dunque verrà trasferito all’infermeria del Forte Ostiense, dove purtroppo morirà dissanguato alle prime ore dell’11 settembre 1943.

Aereo Alleato

Qualche settimana dopo Roma è occupata dai tedeschi e si trova nell’insolita posizione di doppio assedio, interno degli occupanti ed esterno da parte delle forze Alleate. Pierina è fuori casa con le sue amichette, non pensa alla guerra e a tutte le tristezze che porta con sé, stanno ascoltando rapite i racconti che Dante elargisce per volare con la mente lontano dalla terribile realtà. Non fa caso a un rombo in lontananza che si avvicina minaccioso, basse frequenze che vibrano direttamente nel ventre e generano uno strano senso di paura: è un aereo delle forze Alleate proveniente dalla direzione di via di Tormarancia, che si sta avvicinando a Roma per un’azione di guerra. Pierina nota che il velivolo si sta abbassando di quota, ma è immersa nel racconto di Dante. Ode la voce dalla madre che le intima perentoriamente di tornare dentro casa. Pierina risponde svogliatamente, indugia, non vorrebbe andare. La mamma la sollecita nuovamente, lei alla fine si congeda dalle altre amiche e si alza per andare verso casa. Ci sono pochi metri di strada da fare. Arrivata a metà del percorso sopraggiunge Dante che la spinge giù con forza, cadono tutti e due per terra, proprio mentre l’aereo sceso di quota inizia a mitragliare, con la sventagliata che passa a pochi metri da loro immobili. Gli Alleati che avevano visto qualcosa muoversi a terra non erano andati tanto per il sottile, fortunatamente senza colpire nessuno.

Le Fosse Ardeatine,24 marzo 1944

Pierina, vive in prima persona quel drammatico momento storico. La loro casa si trova proprio sulla via delle Sette Chiese, una delle strade che portano alle catacombe di Domitilla e alla Basilica di San Sebastiano, nei pressi della via Ardeatina. Quel pomeriggio del 24 marzo 1944, tutti notano il passaggio sospetto di alcuni camion, coperti dai teli scuri, che vanno avanti e indietro, e si interrogano su cosa stia accadendo. Poco dopo, da dietro la collinetta, arrivano alle loro orecchie i rumori lugubri di raffiche di spari, netti, distinti, con quel maledetto suono secco e metallico, ta-ta-ta-ta-ta, mitragliate che lacerano il silenzio della campagna. I rumori vanno avanti fino a sera. Poi arriva un enorme botto e niente più. Qualche giorno dopo da dietro la collinetta arriva il boato di un’altra ultima grande esplosione. La gente comincia a chiedersi che cosa sia successo. Le voci si spargono, arrivano persone da varie zone di Roma, i famigliari di persone scomparse si domandano cosa sia successo ai loro cari, nel terribile dubbio che i loro congiunti siano stati assassinati. Anche Pierina e gli altri ragazzini si fanno coraggio e si incamminano verso il luogo, superano la collinetta e arrivano: di fronte a loro è una confusione indicibile, dove oggi hanno costruito una grande lastra, proprio lì c’è un piazzaletto pieno di gente che entra ed esce. Entrano anche loro. Ci sono tante piccole gallerie occupate a destra e a sinistra da bare di vittime già riconosciute con nome e cognome sopra. I ragazzini vedono poi mucchi di cadaveri, altri morti sparsi per terra, altre bare. Alla fine di una di queste gallerie c’è la Fossa, una buca enorme profonda, colma di cadaveri e una donna disperata che urla “è mio figlio tiratelo fuori! È mio figlio, è mio figlio”. Un grido che ancora oggi risuona nelle orecchie di Pierina, un ricordo indelebile, impossibile da cancellare.

Pierina ha vissuto alla Garbatella sino al 1962, anno in cui si sposò e si trasferì in Toscana. La casa a forma di elle, dove abitava, è stata abbattuta. Non esiste più nemmeno il civico 212, si trovava a pochi passi  dall’attuale pizzeria “Il secchio e l’olivaro”ed era a qualche decina di metri dalla storica osteria dell’Ardito. Oggi quel tratto di via delle Sette Chiese  è una stradina interrotta dalla trafficata e rumorosa via Cristoforo Colombo, un frammento della Garbatella più antica. Pierina ha 92 anni, è una bella signora vispa e ricca di ricordi, sia di quei terribili momenti vissuti con un pizzico di incoscienza, sia dei tanti anni trascorsi con semplicità e gioia nel quartiere, luogo sempre portato nel cuore, memorie appassionate che ancora oggi le illuminano gli occhi.

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La gabbietta del tappo di spumante

Giochi natalizi

Durante le feste natalizie, tra un brindisi e l’altro, tutti noi trascuriamo un piccolo oggetto che viene gettato distrattamente con indifferenza nell’immondizia differenziata. Eppure con questo attrezzo, e con un pizzico di immaginazione, possiamo vivere una straordinaria esperienza sensoriale, un’incredibile illusione ottica. L’oggetto di nostro interesse è la gabbietta del tappo di una bottiglia di spumante (figura 1).

figura 1

Seguite ora le istruzioni dettagliate:

  1. Afferrate con gentilezza la gabbietta tra pollice e indice della vostra mano destra, come illustrato in figura 2, con la parte del cerchio grande vicino al vostro occhio e quella più piccola verso l’esterno, mantenendola a 35-40 cm di distanza dal viso.
    figura 2
  2. Chiudete l’occhio sinistro e concentratevi sulla forma della gabbietta.
  3. Ora dovete fare uno sforzo di immaginazione e invertire la prospettiva reale: dovrete cioè visualizzare il cerchietto della parte più piccola come se fosse quello più vicino all’occhio. Quando riuscite a visualizzare l’immagine invertita passate al punto successivo.
  4. Ruotate gentilmente il polso prima verso destra e poi verso sinistra: che cosa vedete?
  5. Esatto! Vedete la gabbietta muoversi in direzione inversa rispetto al movimento del polso. Se l’illusione non si verifica ritornate al punto 3 con pazienza e perseveranza.
  6. Il gioco funziona ache se muovete il polso verso l’alto o verso il basso: l’immagine che il vostro cervello costruisce sarà sempre opposta rispetto al movimento del polso.

Realtà, immaginazione, rappresentazione, illusione: basta poco per confondere e trarre in inganno il cervello. Buone Feste da Cara Garbatella.

Giorgio Guidoni

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CdQ Grotta Perfetta: Mario Semeraro rieletto Presidente

Nelle urne della tornata elettorale del 20 novembre, 395 le schede valide, gli abitanti della zona di Grotta Perfetta hanno trovato gli 11 rappresentanti del nuovo consiglio direttivo del Comitato di quartiere.  

Sciolti gli scrutini, gli eletti si sono riuniti in assemblea per assegnare le cariche interne del CdQ. Con il 36% delle preferenze Mario Semeraro, presidente uscente, è stato confermato: “Sono molto soddisfatto di questa tornata elettorale e della mia rielezione, questo è un impegno che prendo con il cuore e con passione. Il nuovo Consiglio che si è formato, è pieno di persone con ottimi propositi che sono sicuro svolgerà il suo ruolo al meglio” commenta il neo-presidente, “Dobbiamo proseguire con le istanze già aperte, a cominciare dal Campetto di Piero. E’ quasi terminato ma ancora mancano i canestri da basket, la rete da pallavolo e l’illuminazione, inoltre bisognerà decidere chi prenderà in custodia quell’area per fare la piccola manutenzione, la pulizia, chi aprirà e chiuderà il cancello” prosegue: “Un altro tema caldo è quello del Forte Ardeatino. Siamo in attesa anche qui che l’area verde venga riqualificata: Nel nostro programma ci sono anche altri due temi: uno riguarda l’apertura al pubblico della Tenuta di Tor Marancia su via di Grotta Perfetta e l’altro l’ex punto verde qualità in via Calderon Della Barca, su quest’ultima questione abbiamo chiesto l’apertura di un tavolo con Arpa e Municipio per un approfondimento tecnico della struttura abbandonata, affinché non venga demolita, come è da programma, ma ripristinata e donata alla cittadinanza insieme ai due piccoli stagni che si sono formati a seguito delle trivellazioni” conclude: “Bisogna fare molto anche sull’aspetto culturale e sociale, mettere in moto una rete di solidarietà e collaborare con altre realtà territoriali; purtroppo con la pandemia sono emerse tante nuove fragilità  di cui vogliamo prenderci cura”.

L’organismo di base, è nato nel 2016 su iniziativa di sedici cittadini ed esercita le sue attività nei quartieri: Grotta Perfetta, Sogno, Rinnovamento, Roma 70, Grottone, Fotografia e i comprensori di via Fulvio Bernardini, via Erminio Spalla, Tor Carbone ex Dazio.

Le altre nomine assegnate nel direttivo, oltre al presidente, sono: Bruno Pulcini (vice presidente), Fausto Casadei (segretario e tesoriere) e i consiglieri e le consigliere: Giovanna Cancelliere, Ettore Guastalla, Alfredo Lotti, Dino Lucia, Sertorio Martorelli, Filippa Palumberi, Cristina Petrucci e Luca Tedeschi.

Il Consiglio Direttivo esorta tutti gli abitanti del territorio a voler contribuire con le proprie idee, suggerimenti ed impegno operativo al lavoro del Comitato attraverso le Commissioni Ambiente, Cultura, Sociale, Viabilità e ai gruppi di lavoro relativi.

Per informazioni ed adesioni scrivete un’email a cdqgrottaperfetta@gmail.com

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Ponte dell’Industria: la riapertura entro Natale

L’annuncio del sindaco Roberto Gualtieri fa ben sperare i cittadini di Ostiense e Testaccio

Di Stefano Baiocchi e Enrico Recchi

Il Ponte dell’Industria dovrebbe riaprire tra circa 10 giorni. La novità battuta dalle agenzie è arrivata nel primo pomeriggio di venerdì 3 dicembre quando l’esito delle indagini ha evidenziato che la struttura non ha subìto danni rilevanti tali da renderlo inagibile e quindi non percorribile dalle auto.
Il rogo scoppiato nella notte tra il 2 e il  3 ottobre, oltre ad averne causato l’interruzione al traffico veicolare, aveva danneggiato la banchina sottostante, la passerella in ferro occupata dai cavi elettrici e uno dei due marciapiedi. La buona notizia ha destato un certo stupore – considerati i tempi lunghissimi che si paventavano per la riapertura – non soltanto tra gli abitanti del Municipio, ma soprattutto tra tutti quei cittadini che giornalmente, prima dell’incendio, attraversavano il Tevere tra l’Ostiense e Marconi. Un passaggio quasi obbligato quello di via del Porto Fluviale, considerando che le alternative rimangono tutt’ora Ponte Testaccio e Ponte Marconi. “Entro 10 giorni – ha detto il Sindaco Gualtieri – prevediamo che il Ponte potrà essere restituito alla città. Un plauso va alle strutture del Comune che hanno fatto il massimo sforzo possibile per ridurre i tempi e riconsegnare ai cittadini un’opera strategica per la viabilità”.

“Il transito – precisa l’Assessora ai Lavori Pubblici Ornella Segnalini – avverrà alle stesse condizioni e nella stessa configurazione del ponte prima dell’incendio, con la sola esclusione del marciapiede danneggiato che non potrà essere utilizzato dai pedoni. Resterà naturalmente in vigore il divieto di transito ai veicoli di peso superiore alle 3,5 tonnellate. Servono ancora alcuni giorni per eseguire dei lavori necessari ad evitare l’accesso al marciapiede danneggiato e le necessarie asfaltature della strada di raccordo con viale Marconi.  Ma il nostro intervento non si ferma qui- ha aggiunto l’amministratrice-. Abbiamo già avviato un tavolo di confronto con la Soprintendenza Speciale di Roma per far sì che il Ponte dell’Industria, sottoposto a tutela ed esempio di archeologia industriale, venga restaurato anche per adeguarlo alle vigenti norme sulle opere in ferro e, con accorgimenti che non vadano ad impattare sulla struttura ottocentesca”.

La storia

Nel 1856 il papa regnante Pio IX vedeva realizzato il primo troncone di ferrovia nello Stato Pontificio: la linea Roma-Frascati. Si passò poi a costruire la linea Roma-Civitavecchia che aveva la sua stazione romana presso il porto di Ripa Grande (oggi non esiste più ma era all’altezza di Porta Portese). Fino ad allora i pontefici non avevano visto di buon occhio la innovativa “strada ferrata” per paura che, oltre a favorire il trasporto delle merci, incoraggiasse anche quello di idee sovversive.

La prima corsa della Roma-Civitavecchia venne effettuata il 25 marzo 1859 in meno di tre ore e fu anche l’occasione per far arrivare al tavolo del Papa, noto buongustaio, un carico di pesce freschissimo.

Si creò poi la necessità di congiungere questa linea con la nuova stazione centrale che sarebbe sorta di lì a pochi anni, nel 1865, all’Esquilino e che sarebbe stata chiamata Stazione Termini. Quindi la linea per Civitavecchia doveva necessariamente attraversare il Tevere.

La struttura venne progettata dall’ingegnere francese Polonceau e posta in opera tra il 1862 e il 1863 da una società belga. Le varie parti vennero costruite in Inghilterra e poi trasportate attraverso l’Europa fino a destinazione per il montaggio.

Possiamo considerare questa sorta di costruzione Lego ante litteram, uno dei primi prodotti della cooperazione europea con ben quattro nazioni coinvolte a vario titolo.

Il ponte, in origine chiamato San Paolo per la vicinanza alla Basilica Ostiense, è a tre luci con travate metalliche, la sua struttura ha arcate in ferro e ghisa che poggiano su piloni di ghisa riempiti di calcestruzzo. Le sue misure sono 131,20 m. di lunghezza e 7,25 m. di larghezza. Meraviglia tecnica per l’epoca fu il previsto sollevamento della parte centrale del ponte per permettere il passaggio di imbarcazioni con alta alberatura. La manovra di movimentazione della sezione mobile poteva essere compiuta da otto uomini nel tempo spettacolare di dodici minuti.

Le prove tecniche e di carico vennero effettuate in luglio e il 24 settembre 1863 il Papa Pio IX inaugurò ufficialmente il ponte alla presenza delle autorità cittadine e del corpo diplomatico internazionale. Ecco la testimonianza dello storico Raffaele De Cesare presente: “…Era un’impressione indimenticabile quella che si aveva al momento in cui il treno traversava lentamente il ponte sul Tevere. Il vedersi librati in aria sul fiume, e sopra un ponte che si apriva per far passare i navigli, impressionava talmente, che pochi da principio osavano affacciarsi agli sportelli…”

Grazie alle due linee per Frascati e Civitavecchia le gite in collina e al mare dei romani erano assicurate. Salvo però che per andare a Civitavecchia si doveva avere l’autorizzazione della Direzione Generale di Polizia e se si restava in stazione oltre le ventiquattro ore ci si doveva procurare la carta di soggiorno (sic!).

Nel 1910, essendo cambiato il tracciato della linea ferroviaria Roma-Civitavecchia, il percorso del treno fu deviato su un vicino nuovo ponte in muratura (quello che sovrasta via Ostiense) e il vecchio cambiò nome in Ponte dell’Industria a rimarcare l’impronta produttiva della zona voluta dall’amministrazione comunale di allora e dall’ingegnere Paolo Orlando a capo di alcuni comitati tra imprenditori e banche cittadine. In seguito, nei primi anni Venti del Novecento, il progetto di sviluppo industriale del quartiere Ostiense venne molto ridimensionato, anche se per decenni in quell’area a ridosso del Tevere funzionarono i maggiori impianti tecnologici e di servizi della città: dalle Officine del Gas alla centrale elettrica Montemartini, dai Magazzini generali al Mercato ortofrutticolo, alla Vetreria San Paolo, al Consorzio agrario, ai Molini Biondi, alla Mira Lanza e tante altre piccole e medie attività produttive. Il Ponte dell’Industria negli anni perse anche di importanza, venne trasformato in attraversamento viario per il passaggio degli automezzi con la costruzione di passerelle pedonali laterali. Si eliminò la parte centrale mobile e la struttura venne utilizzata per il passaggio del gasdotto.

Nonostante il “Ponte di ferro”, così lo chiamano i romani, non sia più utilizzato per lo scopo per il quale fu costruito, rimane pur sempre un importante asse di collegamento per il quadrante sud-ovest e  un simbolo per la città, essendo legato profondamente alla sua storia e alla memoria. Qui, infatti, come testimoniato da una epigrafe marmorea, avvenne l’ignobile eccidio delle dieci donne romane ad opera dei tedeschi nell’aprile del 1944.

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Chiude per sempre l’antica Saccheria Sonnino

Dopo novant’ anni di ininterrotta attività su via del Porto Fluviale all’Ostiense

Di Giorgio Guidoni

Un altro esercizio storico della zona chiude i battenti. Parliamo della famosa Saccheria Sonnino, punto commerciale di riferimento per tanti anni del quadrante Ostiense e di Roma. Alzi la mano chi non ha acquistato un qualcosa almeno una volta nel famoso magazzino di via del Porto Fluviale: un sacco a pelo, una tenda, un fornelletto o una lampada da campeggio, ma anche casalinghi, tavolini, sedie, piatti e giocattoli. Il bazar, conveniente e colmo di oggetti utili, con alle spalle una storia lunga almeno un paio di secoli, dal primo settembre ha abbassato le saracinesche. Ce lo racconta Mario Sonnino, l’ultimo gestore insieme alla sorella Alberta, dopo aver ereditato l’attività dal fratello Carlo, scomparso tre anni fa. La prima licenza commerciale viene rilasciata dall’allora Stato della Chiesa nientemeno che nel 1856, quando i Sonnino avevano la saccheria in via Bocca Della Verità, nel rione Ripa. Rione che conosciamo molto bene, poiché dà i natali a Clementina Eusebi, la donna chiamata Garbatella, che ci nasce in via San Giovanni Decollato nel 1796. L’attività dei Sonnino, il cui inizio si colloca nel secolo XVIII, è molto fiorente, visto il carattere prettamente agricolo dell’Italia di quei tempi, i suoi sacchi e teli sono rinomati e richiesti per molti anni. Nel 1930 però, cambiato il clima politico, con la furia cieca di abbattere “il pittoresco sudicio tramite sua Maestà il Piccone” con l’obiettivo di costruire strade più ampie, anche i Sonnino sono costretti a scegliere una nuova sede. Ecco allora che il nonno Alberto compra il terreno nella odierna zona di via del Porto Fluviale, su cui poi costruirà il palazzo e il magazzino che vediamo in una foto d’epoca.

A quei tempi il palazzo era affiancato da una società che produceva pecorino romano.

Arriva poi la guerra con la sua triste scia di distruzioni e dolori. La zona sarà offesa dal bombardamento del marzo 1944, tristemente noto per i danni e le vittime causate nel quadrante Ostiense, nella vicina chiesa di San Benedetto, e alla Garbatella. Qui di seguito una foto del palazzo scattata subito dopo i danni subiti. Si può notare la mancanza di una parte dell’insegna che riportava la scritta Sonnino, danneggiata e caduta in terra.

Tra il 1943 e il 1944, durante i terribili mesi dell’occupazione di Roma, i fratelli Sonnino, Alberto e Giuseppe, scampano alle deportazioni nazifasciste grazie ai buoni uffici di Frate Ehrhard, il sacerdote di origini tedesche Priore dell’Abbazia delle Tre Fontane, con cui intrattenevano rapporti commerciali, attraverso la società agricola della vastissima Tenuta. Insieme ad altri cittadini ebrei e oppositori di regime erano riusciti a nascondersi nelle celle dell’abbazia mescolandosi agli operai avventizi e ad alcuni graduati dell’esercito italiano eludendo i controlli dei militari tedeschi. Alla fine delle ostilità, per ringraziare il Priore dell’aiuto spassionato ricevuto, le famiglie ebree Sonnino e Di Porto regaleranno all’abbazia una scultura in marmo che rappresenta una Madonna con Bambino, tuttora presente nell’arco di ingresso al Monastero. Il dopoguerra vede nuovamente i Sonnino rimboccarsi le maniche e ripartire con la loro attività. Gli affari vanno bene, ma, arrivati agli anni sessanta, il mondo inizia a cambiare sempre più velocemente, la società si trasforma da agricola a industriale, la richiesta di sacchi per l’agricoltura inizia a calare, sostituita da materiali di cartone e plastica. Ed ecco che l’azienda, ora passata nelle mani del fratello Carlo, si orienta verso i teloni impermeabili per i camion che vede un certo successo fino alla fine degli anni settanta. L’esigenza di diversificare induce i Sonnino ad ampliare l’offerta su articoli da campeggio, arricchita poi da nuovi prodotti quali tavoli, sedie, piatti, casalinghi, articoli da regalo e giocattoli. Sino ad arrivare ai giorni nostri in cui la velocità di trasformazione è sempre più repentina, i modelli commerciali diventano molto aggressivi, tanti commercianti soffrono la concorrenza della distribuzione on-line. Tre anni fa scompare anche Carlo, l’azienda passa a Mario e Alberta, che la conducono con entusiasmo e passione. Ma arriva la decisione di ritirarsi in pensione, con i figli impegnati in altri percorsi professionali. E allora la sofferta scelta di chiudere l’attività e salutare con affetto gli abitanti del quartiere e la clientela affezionata che per così tanto tempo ha avuto come punto di riferimento la Saccheria Sonnino.

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Quel lotto ai confini della Garbatella

Massimo Cardarelli apre lo scrigno dei ricordi

Di Giorgio Guidoni

Giocare è il modo più immediato per avvicinare le generazioni. Nell’ultimo numero di Cara Garbatella abbiamo lanciato il concorso “Indovina la foto”: si chiedeva di scoprire il nome della via nella quale era ritratto un bambino che accarezzava un cane. Il concorso ha sollevato grande curiosità e partecipazione tra i nostri lettori, c’è stata una divertente premiazione dei vincitori alla Villetta, e soprattutto abbiamo apprezzato la capacità di giocare, di partecipare e di riportare a galla quei ricordi profondi legati al nostro quartiere. Abbiamo poi ricevuto una segnalazione di Annalisa, la nipote del bambino della foto, che ci ha consentito di contattarlo. Siamo così andati ad intervistare Massimo Cardarelli, che all’epoca in cui la foto fu scattata aveva quattro anni, e ancora oggi residente al “quarto” del lotto 11.

ex osteria di Venceslavo

Così, all’epoca, erano note agli abitanti le cinque palazzine: primo, secondo, terzo, quarto e quinto, a partire da Largo delle Sette Chiese. Massimo, oltre ad essere una persona simpatica con cui non ci si annoia mai, è una formidabile memoria storica del quartiere, dove ha vissuto per tanti anni.

Il Lotto 11 è molto particolare rispetto alle costruzioni tipiche della Garbatella. I villini infatti nascono tra il 1928 e il 1930 come progetto autonomo di case private destinate originariamente ad alloggi di riposo per i monaci Cistercensi dell’Abbazia delle Tre Fontane. Nello specifico ci riferiamo alle cinque palazzine allineate sulla attuale via Alessandra Macinghi Strozzi, che al tempo del fascismo si chiamava via della Madre Italiana, nome che sarà mutato dopo il 1945 in via Dei Cistercensi, per poi arrivare alla denominazione attuale a partire dai primi anni Cinquanta. La particolarità risiede nel fatto che a differenza degli altri lotti, questo non ha una corte interna, anche se presenta elementi architettonici rilevanti, le loggette con colonna nella prima e nella quinta palazzina, e una struttura che comunque si rifà al classico barocchetto della zona.

Piazza Montanara

L’ICP acquisterà il complesso alla fine degli anni trenta, apportando modifiche alla seconda e quarta palazzina, così da dividere in due gli appartamenti di piano, e raddoppiare il numero di alloggi. Il progetto sarà curato dall’architetto Alberto Calza Bini il quale, per garantire aria e luce ai bagni dei nuovi appartamenti, aprirà degli oblò sulle pareti esterne. L’operazione comporterà tuttavia problemi di stabilità alle palazzine che saranno risolti con successive iniezioni di cemento. Il Lotto 11 era un lotto di confine: le sue case erano le ultime a sud della Garbatella, di fronte alle quali si apriva l’aperta campagna con ampi orti, peraltro parzialmente visibili nella foto del concorso. Dobbiamo ringraziare Massimo per il suo grande contributo nel ricordare i personaggi di una umanità ormai scomparsa dalla memoria collettiva, che però resta vivida negli abitanti storici del quartiere. Gli orti erano gestiti da due contadini, Oreste e Regina, che abitavano in un casale situato proprio di fronte al “quarto”.

Maurizio Cardarelli, la mamma Clara e la zia Luigia

Nei primi anni Cinquanta gli orti e gli annessi scomparvero per far posto a quello che sarebbe diventato il Centro Traumatologico Ortopedico (da decenni intitolato ad Andrea Alesini, amministratore prematuramente scomparso) e alle palazzine, che attualmente ancora fronteggiano il lotto 11, pensate come alloggi per i dipendenti dell’Ospedale. Ma torniamo all’orizzonte temporale dell’immediato dopoguerra, negli anni che vanno dal 1945 al 1950.

La classe seconda elementare delle Suore Ancelle

Muovendoci verso Largo delle Sette Chiese, l’attuale via di villa in Lucina non esisteva: in quel luogo c’era una collinetta dietro la quale si trovava l’Osteria di Venceslao rinomata per il vino e per le coppiette di cavallo, una specialità oggi praticamente introvabile. Quella che sarà via di Villa in Lucina era invece una zona molto frequentata dalle coppiette di innamorati, un luogo sicuro per appartarsi e amoreggiare, come nella famosa canzone “com’è bello fa’ l’amore quanno è sera, core a core co’ una pupa che è sincera, e le stelle che ce guardeno lassù, nun so’ belle come l’occhi che c’hai tu…” tanto che gli abitanti del luogo l’avevano soprannominata nientemeno che “via dei culi scoperti”, appellativo che scommettiamo farà tornare i brividi sulla pelle a chi ricorda personalmente quelle passeggiate romantiche. Dicevamo dell’osteria di Venceslao che si trovava nell’attuale Via di Vigna Pozzi in un palazzetto che esiste ancora al civico 4-6 (vedi figura 1),

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Dopo la sentenza del Consiglio di Stato

Torna alla Lazio la piscina di via Giustiniano Imperatore

Di Ilaria Proietti Mercuri

Nel mondo dello sport è sempre stata prassi che le piscine cambino gestione. Così nel 2019, dopo ben 34 anni di Lazio Nuoto, la storica dimora biancoceleste alla Garbatella venne messa a bando e a vincere la nuova gestione fu su la società Maximo srl.

Un bando però poco chiaro fin dall’inizio per il Presidente della Lazio Massimo Moroli, secondo cui a decidere l’esito fu solo l’offerta economica. Criterio di scelta che penalizzava pesantemente la meritocrazia e la qualità del servizio.

Così, nell’ultima intervista che ci lasciò, senza filtri ci disse: <<Io difenderò sempre la Lazio Nuoto. E non esiste che una società così importante venga trattata in questo modo. Quindi noi non ci fermiamo davanti a niente. E se non andrà bene con un altro ricorso al Tar, andremo al Consiglio di Stato>>. Detto, fatto. A un anno da quella dichiarazione, la sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso, annullando il procedimento di aggiudicazione dell’impianto alla Maximo. Così, dopo tante battaglie legali, l’impianto torna alla società biancoceleste.

<<Avevamo ragione.>> Scrive subito sui social il Presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri, che fin da subito aveva seguito la vicenda con dedizione. <<Un bando nato male e finito peggio. L’umiliazione di una società storica e il disprezzo di un servizio pubblico a discapito dei tanti, tantissimi frequentatori e del territorio>>. E di questo finale invece, il Presidente Moroli, cosa ne pensa? <<Siamo sorpresi>>, ci risponde, <<eravamo tutti molto scoraggiati, non solo noi ma anche gli avvocati. Con questa notizia ora siamo soddisfatti ed entusiasti, per noi è finito un incubo. Ora inizia la ripartenza>>. Una ripartenza, continua il Presidente, che inizierà dal mantenere il massimo rispetto verso gli utenti. Questo passaggio di competenze tra un gestore all’altro deve evitare ulteriori problemi, così la Lazio aspetterà che l’amministrazione seguirà tutti i passaggi burocratici necessari per consentire il loro ingresso. Una volta dentro <<con tutta la nostra passione dobbiamo ricostruire quell’eccellenza che con un dissennato disegno l’amministrazione comunale ha voluto distruggere>>.

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“Com’era il gioco del calcio al lotto 9”

Lettera: un ricordo dei primi anni Sessanta

Al lotto 9 si gioca al calcio, quello vero! Pari o dispari e i due capitani scelgono i componenti delle due squadre, prima i fenomeni e poi i più scarsi, i più agguerriti, pronti a dare l’anima per smentire la dura realtà. Se il numero dei giocatori è dispari si materializza, alla fine dalla conta, il fatidico e crudele “scarto o palla e porta”, dove lo scarto è, senza ombra di dubbio, il peggio che più peggio non si può ed al quale si opta, quasi sempre, per il calcio d’inizio e porta controsole. Il campo è di terra battuta ed il polverone non ha nulla da invidiare ai campi di battaglia delle legioni romane alla conquista dei territori del nord, coprendo mischie, contrasti e  improbabili finezze. In pratica da fuori non si vede niente.

Dietro una delle porte (del campo di calcio) ci sono le finestre (degli appartamenti seminterrati) che d’estate sono spalancate ed accolgono, ospitali, palloni di tiracci, rimpalli o rinvii affannati. Il recupero del pallone all’interno del salotto buono è opera d’arte; si entra, si recupera il pallone, si esce nel silenzio più assoluto, con tutti gli altri a guardare da fuori, senza che la signora, occupata in cucina dal sugo, non si accorga di nulla. Di solito chi è incaricato al recupero del pallone è forte pure a rubbà.

Naturalmente nei lotti della Garbatella è assolutamente proibito il giuoco del pallone. Lo sanno tutti compreso er Sor Paolo, storico portiere integerrimo, in divisa, del lotto 9 che è autorizzato al sequestro del pallone come se fosse un’arma del delitto di un episodio di Nero Wolfe. Pallone sequestrato uguale partita finita. Vale il punteggio al momento del sequestro, chi perde ce deve stà. Tutti a casa, sciacquata al volo, cerotti ai ginocchi, pettinata e panino per recuperare forza ed energia da utilizzare per la prossima impresa.

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Un giardino per le scuole Mappamondo

L’ultima campanella dell’anno scolastico è appena suonata; tripudio di gioia tra i piccoli studenti che finalmente possono liberarsi per tre mesi dalle incombenze giornaliere della scuola. Tra mascherine, distanziamento e quarantene possiamo dire, senza dubbio, che è stato tra gli anni scolastici più difficili per l’apprendimento e l’insegnamento.

Un anno in cui molte scuole hanno sperimentato la didattica all’aperto, portando alla ribalta il tema della sicurezza, che non in tutti i plessi scolastici può essere garantita. Com’è successo ai bambini della scuola Mappa…Mondo Odescalchi, che ha due sezioni all’interno della Raimondi e che utilizza una parte di giardino confinante con quello  della Mappa…Mondo Giangiacomo. Il muro di confine tra i due istituti è da oltre un anno pericolante e l’area delimitata con dei paletti e una rete. “Un muro che ha alzato anche un secondo muro di disparità tra i bambini delle due scuole dell’infanzia” ci racconta un genitore della Giangiacomo; “Da settembre scorso abbiamo cominciato a scrivere email, pec, appelli, denunciando la situazione di degrado e di insicurezza di tutto il giardino, nonostante le divisioni interne di utilizzo. Qualcosa di concreto l’abbiamo ottenuto e le risposte sono arrivate da parte dell’assessorato scuola municipale. Infatti l’area è stata pulita, l’erba sfalciata, i giochi fatiscenti sostituiti con dei nuovi, è stato installato un secondo gazebo, nonché la realizzazione di progetto che le maestre delle Giangiacomo avevano da anni nel cassetto: un percorso ciclabile a misura di bambino”. Conclude “Per i bambini della Odescalchi purtroppo non si può dire la stessa cosa, in quanto nella loro area ludica è presente quel maledetto muro e non bastano le giornate di volontariato promosse dai genitori, che vanno bene per denunciare ma non per rimediare ai vuoti istituzionali.”

La questione del muro è stata già presa in carico, essendo un lavoro straordinario implica delle autorizzazioni e dei tempi amministrativi più lunghi del normale” ci spiega l’assessora del Municipio Roma VIII Francesca Vetrugno, che si occupa anche dell’edilizia scolastica “Anche l’assessore al verde Michele Centorrino è coinvolto nella vicenda, dato che il danno prettamente è causato dalle radici di un albero e già sta provvedendo a risolvere la questione” conclude “è giusto che i bambini si riapproprino degli spazi scolasti; inoltre abbiamo in cantiere anche dei progetti educativi sulle due scuole, alcuni già iniziati con dei laboratori. Infine sarebbe plausibile anche un’unione dei due istituti Giangiacomo e Odescalchi, che sicuramente ne migliorerebbe la qualità, ma per questo ci vorrà ancora del tempo”.

Resta tanta amarezza per questa continua mancanza di attenzione e per il fatto che problemi del genere, che limitano la fruibilità degli spazi ai più piccoli, non siano affrontati in modo celere. La valorizzazione e la manutenzione ordinaria sono spesso realizzate per la passione e l’impegno quotidiano delle insegnanti, degli instancabili lavoratori della Multi servizi e dall’assessorato, che ha raccolto il malessere di chi in quelle scuole porta i propri figli. È necessario, tuttavia, un intervento urgente per consegnare un giardino a misura di bambino per il prossimo anno scolastico.

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Quell’osteria da Maria su via delle Sette Chiese

Individuata la posizione dello stabile ritratto nel dipinto di Odoardo Ferretti pubblicato sul libro “Garbatella mia”. La tragica storia di Ermenegildo Lombardi.

di Giorgio Guidoni

Camminare è un’arte. Osservare il mondo che ci circonda, alla ricerca di storie del passato, può essere un’avventura da vivere anche nelle strade di Garbatella, di cui, apparentemente, conosciamo tutto. Ma solo apparentemente. Oggi vedremo quali segreti si celano nel tratto iniziale della via delle Sette Chiese.

C’è un’importante pubblicazione dedicata al nostro quartiere, una monografia ricca di storie e fotografie d’epoca: parliamo del volume Garbatella Mia, edito da La Campanella nel 2003, oggi fuori catalogo e difficilmente reperibile sul mercato. All’interno di questo libro, precisamente a pagina 31, sulla traccia di un dipinto di Odoardo Ferretti che risale approssimativamente all’anno 1925 (vedi fig.1), si formula un’ipotesi sull’identità della Garbatella.

Foto1

La tecnica pittorica dell’artista è volutamente poco definita, ricorda i tratti tipici dell’Impressionismo: i dettagli rimangono sfocati e lasciati all’immaginazione dell’osservatore. Il dipinto ritrae una costruzione a due piani su una strada in leggera salita, alle spalle una collinetta con una parete verticale di natura tufacea. Dai comignoli della costruzione esce del fumo e c’è una scritta sopra la porta in basso a destra su cui si legge “Osteria dalla Maria”. Di fronte alla casa si osservano una strada con una staccionata in salita e un traliccio in legno, probabile supporto per la linea elettrica; sul retro una spalletta in muratura che si attesta sulla collinetta; infine, sulla destra del dipinto, l’impronta di una stradina sterrata. Nel libro citato si ipotizza che la Maria di questa osteria fosse la donna che tutti chiamavano Garbatella, che avrebbe dato il nome alla zona e poi al Quartiere. Studi e pubblicazioni successive riveleranno non solo l’esatta identità della donna, di nome Clementina Eusebi, morta nel 1861, ma anche la posizione della famosa osteria, situata al bivio tra via Ostiense e l’attuale via degli Argonauti, e la genesi del nome Garbatella (vedi le pubblicazioni di Jacobelli Editore “Garbatella tra Storia e Leggenda” di Gianni Rivolta e il recente “Garbatella 100” a cura di Gianni Rivolta).

Il quadro del pittore Ferretti ha stuzzicato la nostra fantasia e ci ha indotti ad esplorare la zona, lasciandoci guidare dalle sensazioni che ci regala una camminata per le strade di Garbatella.  Cercando di immaginare come potesse essere il luogo un secolo fa, abbiamo cercato l’esatta collocazione dell’edificio in via delle Sette Chiese, confrontando il paesaggio attuale con quello ritratto nel dipinto. La casa con osteria in questione, che si trovava dove oggi è il bivio tra via delle Sette Chiese e via Alessandro Cialdi, non esiste più: fu abbattuta e sostituita da due case adiacenti, alle quali si è in seguito aggiunta la piccola officina di un fabbro che oggi si è trasferito in altra sede. Nell’immagine sottostante, una recente vista da Google Maps, è possibile apprezzare il gruppo delle due case e dell’officina (foto 2).

Foto 2

Lo stesso gruppo di case è ripreso nelle prossime due foto (figura 3 e figura 4) scattate dal balcone di un appartamento sito proprio di fronte alla collinetta: vi si notano chiaramente la spalletta in muratura e la stradina che gira intorno alla collinetta presenti nel quadro. Questa stradina, già esistente nelle mappe della zona del 1800, era via dei Serafini, che prende il nome da una famiglia che all’inizio del secolo scorso era proprietaria di una importante vaccheria e di diversi terreni coltivati a vite. Sulla sommità della collinetta troviamo le case colorate dei lotti 6 e 7, raggiungibili percorrendo via Adautto.

Foto 3
Foto 4

All’inizio della nostra ricerca credevamo che la costruzione con la sua osteria si trovasse all’inizio di via delle Sette Chiese, subito dopo il bivio cha lascia la via Ostiense sotto la rocca di San Paolo, sulla cui sommità si trova oggi la Scuola Principe di Piemonte, cosicché, lo confessiamo, proprio da lì abbiamo iniziato la ricerca. Questo tratto, oggi transennato e di difficile esplorazione, mostra una conformazione orografica simile alla collinetta del dipinto, con una parete verticale tufacea e una folta vegetazione naturale. Osservando attentamente le porzioni visibili di questa parete abbiamo fatto un paio di scoperte molto interessanti. All’interno degli arbusti selvatici sono evidenti un paio di anfratti che rivelano l’esistenza di grotte naturali (foto 5).

Foto 5

Sulla parete di tufo sono ancora evidenti tracce di alloggiamenti a sezione quadrata che probabilmente accoglievano una struttura in legno che fungeva da tettoia. Al centro, sotto i fori a sezione quadrata, è chiaramente visibile una colata di cemento o altro materiale edile che chiude l’ampio ingresso di una grotta (foto 6).

Foto 6

Confrontando la dislocazione di queste tracce con la guida ai bunker di Roma della Seconda guerra mondiale di Lorenzo Grassi (disponibile sul suo bel sito web www.lorenzograssi.it) scopriamo che in effetti questi anfratti naturali erano usati durante il periodo bellico come rifugi antiaerei, contrassegnati con il numero 5-16. La stessa guida segnala un secondo bunker posizionato proprio al bivio con la via Ostiense, marcato con il numero 5-18. (vedi foto 7 in basso a destra).

Foto 7

In effetti poco in basso, arrivando quasi in prossimità del bivio con la via Ostiense, si rileva un’altra grotta, ora chiusa da una colata di cemento, sulla cui parete è ancora presente la scritta in azzurro “LOMBARDI ERMENEGIRDI XX DELLE XEX CHIXX”, nella quale abbiamo sostituito con X le lettere non leggibili. Dalla ricerca che è seguita è emerso che al nome di Ermenegildo Lombardi è associata una storia che vale la pena raccontare. (vedi figura 8).

Foto 8

Chi era questo carneade e cosa accadde? Le notizie che siamo riusciti a recuperare ci parlano di un episodio registrato nel settembre 1953, cui diedero rilievo diversi quotidiani nazionali, tra cui Il Messaggero, il Corriere della Sera, L’Unità, La Stampa, L’Avanti. Nel primo dopoguerra la grotta in questione risultava di proprietà del Comune di Roma ed era abitata da un bottaio che aveva ceduto, dietro regolare pagamento, una parte del locale a un pensionato della Previdenza Sociale, tale Ermenegildo Lombardi di anni 63. Nel 1951 il bottaio muore, il Lombardi continua ad abitare la grotta riconoscendo la quota di affitto pattuita agli eredi, i quali tuttavia, vista l’esigua quota riscossa, decidono di trasformare il locale in una officina meccanica. Richiedono e ottengono l’autorizzazione comunale ed iniziano le pratiche per lo sfratto del pensionato. Ermenegildo Lombardi, conosciuto in tutta la zona come uomo mite, puntuale nei pagamenti, onesto, che non aveva mai creato problemi, con ottimi rapporti con il vicinato, viene a sapere delle intenzioni degli eredi. Il pensionato non si perde d’animo, convinto che si possa trovare una soluzione. Riesce a contattare l’avvocato che rappresenta gli eredi e tramite costui tenta di raggiungere un accordo per continuare ad abitare nella grotta, fiducioso che la questione possa risolversi in maniera positiva. Nel pomeriggio del 3 settembre l’avvocato, Francesco Pirugino di 43 anni, si reca dal Lombardi per comunicargli che gli eredi non accettano soluzione diversa dallo sfratto. Il Lombardi a quel punto si sente perso: sarà sfrattato, ha solo due giorni per raccogliere le sue cose, lasciare la grotta e ritrovarsi sul lastrico. Il mondo gli crolla addosso, non vede prospettive, perde la testa, inizia ad inveire contro l’incolpevole avvocato. Alcuni testimoni riporteranno che inizia a gridare “Sono solo un povero vecchio! Se mi sfrattate adesso mi rovinate!”. Poi entra nella grotta, brandisce un fucile da caccia da cui parte un colpo che raggiunge l’avvocato ferendolo a una gamba e scaraventandolo a terra. Il legale, prontamente soccorso, viene trasferito al Policlinico dove i medici lo giudicano guaribile in dieci giorni, mentre il Lombardi è arrestato dagli agenti di zona, prontamente allertati dalla piccola folla di curiosi e vicini che hanno assistito al fatto, Sarà tradotto al carcere di Regina Coeli, la sua nuova casa che lo ospiterà per qualche tempo. Un istante di follia che fortunatamente non ha causato vittime, ma ha stravolto la vita del povero pensionato fino ad allora conosciuto come uomo solo, mite e benvoluto dai vicini e conoscenti. La grotta sarà poi trasformata in officina, ma successivamente sarà chiusa per inagibilità, insieme alle altre grotte vicine, oggi inibite al transito, visibili soltanto oltre le transenne.

Nella figura 9 i ritagli di giornale dell’epoca che riportano l’evento.

Foto 9

In poche centinaia di metri, lungo la via delle Sette Chiese, abbiamo scoperto dove si situava l’Osteria dalla Maria alla Garbatella dipinta da Odoardo Ferretti, ritrovato tracce di rifugi antiaerei naturali utilizzati durante il periodo bellico, scoperto una storia che ci parla di miseria, precarietà e disperazione. Ermenegildo Lombardi, con quella sua scritta sul muro che ancora oggi ci parla sommessamente, voleva comunicare al mondo che anche lui aveva una casa. E la storia ci ricorda che soltanto 70 anni fa vivere in una grotta poteva essere un sogno, un’ambizione.

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MARATONA DI SOLIDARIETÀ TRA MUNICIPIO, PARROCCHIE E ASSOCIAZIONI DEL TERRITORIO

Natale Covid

di Francesca Vitalini

La sfida al Coronavirus in questo Natale così particolare rischia di rendere ancora più fragili le condizioni di chi vive in solitudine e in povertà, tra questi sicuramente molti anziani. A loro si rivolge la Comunità di Sant’Egidio: il 25 dicembre i ragazzi della scuola della pace porteranno regali agli ospiti delle Rsa del territorio con una frase, un pensiero scritto da ogni bambino. Tra i più graditi ci sono sciarpe, cappelli di lana, carte da gioco. “Questi doni – spiega Francesca Relandini – contribuiranno a trasformare questo Natale diverso in qualcosa che potranno ricordare conpiacere”. Salterà purtroppo per motivi di sicurezza il tradizionale pranzo del 25 per i senza fissa dimora al San Michele.Tuttavia la Comunità di Sant’Egidio si sta attrezzando per portare i pasti a domicilio oltre alle cento famiglie, che vengono aiutate abitualmente.

Ripartirà in maniera più capillare anche l’attività di Municipio Solidale con consegna di pacchi di prima necessità ai bisognosi del territorio. “Questa iniziativa, inaugurata in fase di lockdown — spiega Alessandra Aluigi, assessora alle Politiche Sociali del Municipio Roma VIII – ci ha permesso di raggiungere finora 700 nuclei, dei quali solo una piccolissima parte era già seguita dai servizi sociali. Molte di esse sono in difficoltà a causa della precarietà di vita dovuta alla perdita di lavoro”.

A questa iniziativa, se ne affiancheranno altre due, in collaborazione rispettivamente con gli assessorati alle Attività produttive e alle Politiche Educative e Culturali: la distribuzione di buoni sconto messi a disposizione dalla Coop e di pacchi realizzati dai bambini delle scuole. Il numero per accedere ai servizi di Municipio Solidale è 06-40060606.

Natale COVID-19 a Garbatella

Anche la parrocchia di Santa Galla sulla Circonvallazione Ostiense si sta organizzando per una raccolta di viveri e vestiario. L’iniziativa avrà luogo il 20 dicembre quando i ragazzi porteranno i doni direttamente in parrocchia. “Ma in questi mesi, fa sapere don Paolo, tante persone per fortuna si sono mobilitate anche da sole e hanno portato qui generi alimentari o li lasciano direttamente al supermercato di via Traversi, in un lato appositamente dedicato a chi ne ha necessità”.

A San Filippo Neri, in piazza Sant’Eurosia, sono stati raccolti giocattoli per i bimbi delle case famiglia della zona dalla onlus Progetto Rossano. “Siamo rimasti molto soddisfatti — dice Silvia De Napoli, vicepresidente dell’associazione — perché Garbatella ha risposto in maniera molto generosa. Inoltre manterremo attivo per tutto il periodo delle festività un servizio di supporto psicologico telefonico. Il numero a cui rivolgersi in caso di bisogno è il 349 2628760”.

La parrocchia Nostra Signora di Lourdes, infine, a Tor Marancia, organizza il 20 dicembre una vendita di panettoni il cui ricavato andrà alla Fondazione Emanuela Panetti, una realtà di volontariato che opera all’interno dell’Ospedale Bambin Gesù.
Nello stesso giorno sarà presente “Medicina solidale”, il gruppo parrocchiale che accoglierà famiglie con bambini ai quali distribuiranno pacchi alimentari.

All’interno della Parrocchia ricordiamo la presenza della Caritas, vero punto di riferimento del quartiere. Continua, infine, l’opera di sostegno della comunità evangelica battista di via Pullino alle famiglie in difficoltà.

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“Un modello urbanistico e sociale che ha mantenuto un’ identità”

L’architetto Boeri e la Garbatella

di Gianni Rivolta

“Un piccolo miracolo di vivibilità ” così l’ ha definita  Stefano Boeri, l’ architetto milanese progettista del famoso Bosco verticale nel capoluogo lombardo, in una recente intervista a Formigli  nella trasmissione tv Piazza Pulita. Un tributo non di poco conto considerata l’autorevolezza del personaggio.

Non è la prima volta che l’architetto Boeri apprezza la  Garbatella, lo fece qualche tempo fa in occasione di un reportage su Rai news 24. Lo incontrai proprio in quell’occasione in Villetta, la storica casa della Sinistra nel quartiere iacp, Sembrava  incantato dai rossi e dagli ocra delle casette, meravigliato dalla sua socialità, dai cortili e dalle sue voci, stupito dell’energia sprigionata dai luoghi di incontro giovanili : l’hub culturale Moby Dick, la Villetta, i centri sociali di Casetta rossa e la Strada. Quella di Boeri non è che l’ultimo attestato di stima di intellettuali, artisti, registi e attori nei confronti del nostro quartiere. Diversi  lo hanno scelto come luogo di residenza e altri, come lo scrittore Erri De Luca, si sentono a casa e ci vengono sempre volentieri.

E’ d’obbligo quindi, proprio nell’anno del Centenario della sua fondazione, chiederci perché la Garbatella sia così amata non solo dai suoi abitanti, ma anche dagli “stranieri”. Abbiamo più volte affermato che il suo appeal  e la sua fama abbiano valicato i confini di Roma e dell’Italia. Infatti, non è raro incontrare tra le stradine e le piazzette del quartiere frotte di turisti con guida o studiosi provenienti dai più lontani paesi europei. Io credo che la magia sprigionata da questo luogo dipenda dalla sua Storia, dalla sua originale conformazione urbanistica e dalla sua socialità. La voglio ricapitolare per titoli: nasce come città giardino per gli operai della zona industriale dell’Ostiense, si sviluppa come borgata degli sbaraccati e sfrattati del centro storico a causa degli sventramenti operati dal piccone di Mussolini, diventa un quartiere popolare nel dopoguerra, che grazie ai grandi partiti di massa partecipa con dignità e autorevolezza alla vita sociale e democratica della città, conservandone la proprietà pubblica attraverso  l’Istituto case popolari di Roma. Già questo non è poco, ma non basta a spiegarlo.

Quando si frantuma la polarità tra produzione e residenza con lo spostamento dell’asse industriale dall’Ostiense verso la zona est della città, la Garbatella potrebbe essere travolta da processi di omologazione, di anonimato urbano. Come altri quartieri popolari semi-centrali potrebbe subire  fenomeni di gentrificazione, come Trastevere e Testaccio,  o subire quelli di emarginazione subendo forti flussi di immigrazione. Questo non succede perché la proprietà pubblica e poi l’alienazione delle case agli ex assegnatari Iacp permette un graduale  ricambio generazionale tutto interno alle stesse classi sociali, con pochi inserimenti esterni , arginando o assorbendo la pressione sui confini del nucleo storico. Buone agenzie educative, come i licei Socrate e Borromini, fanno la loro parte consentendo la crescita di una nuova generazione di cittadini consapevoli e lo sviluppo di una rete diffusa di associazioni culturali e sportive.

Con la crisi dei partiti di massa è proprio questa nuova generazione ad entrare in campo e a dare nuova linfa alla vita democratica del territorio. Ne contamina le istituzioni di prossimità, il Municipio, e impedisce processi degenerativi e speculativi all’interno del territorio storico. Promuove la cura dei beni comuni e della sua comunità difendendone la composizione sociale. Uno dei passaggi cruciali è certamente l’entrata in campo, agli inizi degli anni Novanta, della Terza Università  che occupa numerosi edifici ex industriali e destina il Palladium ad aula speciale dell’ateneo. Il cerchio si chiude con l’apertura negli ex bagni pubblici del centro culturale Moby Dick, grazie all’intervento positivo della Regione Lazio e dello Iacp. Piazza Bartolomeo Romano diventa un vero e proprio campus universitario, dove nei gioielli fine anni Venti  dell’architetto  visionario Innocenzo Sabbatini  si muove una moltitudine di giovani  neo architetti, artisti, musicisti. Insomma diventa il “campo dei miracoli”, dove si respira l’orgoglio e un forte spirito di appartenenza e di identità, senza cadere nel mero e deteriore provincialismo.

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DOPO L’APERTURA DELLA CASA DI VALE A PIAZZA NAVIGATORI, APRIRANNO QUELLE DI VIA LEONORI E CASALE GARIBALDI

Legge “Dopo di noi”: al via nuove case famiglia

di Stefano BAIOCCHI

Sin dall’anno 2004 è attivo, infatti, il progetto “Casa nostra” rivolto a 32 persone con disabilità in età adulta, tra i 25 e i 55 anni, suddivise in otto gruppi, che frequentano la struttura per sei settimane l’anno.

Nel tempo, si è rilevata l’esigenza comune di realizzare piccole residenze con una capienza massima di sei posti, al fine di poter proseguire il percorso di autonomia e di integrazione sociale dei partecipanti pur nelle vicinanze dei propri familiari, destinando a tale scopo risorse immobiliari di proprietà; già nell’anno 2009, è stata aperta nel territorio municipale la “Casa di Franco” per sei persone disabili, che precedentemente avevano frequentato “Casa Nostra” nel loro percorso di preparazione.

Sulla base di queste esperienze, altamente positive, altri due nuclei hanno messo a disposizione appartamenti di proprietà da destinare alla realizzazione di case famiglia, e già nel 2014 era stata avanzata al Campidoglio la richiesta per la realizzazione dei due progetti, che tuttavia, nonostante gli apprezzamenti, in questi anni non ha avuto riscontri. Finalmente, con il lavoro svolto dai Servizi Sociali di concerto con l’Assessora Alessandra Aluigi per superare i numerosi scogli della burocrazia, il 6 novembre scorso si è potuta inaugurare la “Casa di Vale” in Piazza dei Navigatori e destinarla a sei persone con handicap di livello medio.

Nello stesso mese, con l’aiuto dell’Associazione Asilo Savoia ed i fondi stanziati dalla Regione Lazio, hanno preso il via i progetti di residenzialità di “Via Leonori” e della “Cooperativa Garibaldi”, che saranno operativi già a partire dal mese di dicembre 2020. Nel prossimo futuro, infine, è prevista l’attivazione della “Casa di Lanfranco”, destinata a quattro persone disabili, che presentano una buona autonomia personale e sociale, e che sono già inserite in percorsi di inclusione lavorativa.


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In ricordo della giovane donna scampata alla strage del Circeo nel settembre del 1975

Sarà dedicata a Donatella Colasanti l’area verde di via Villa di Lucina a San Paolo

di Ilaria Proietti Mercuri

La memoria è quello strumento che, almeno in teoria, dovrebbe aiutare a non commettere più gli stessi errori. E proprio con questo spirito, il Municipio VIII dedicherà l’area verde della Villa di Lucina in zona San Paolo a Donatella Colasanti, la giovane donna scampata alla strage dei Circeo.

La sua storia, come il suo volto scosso e pieno di sangue, finirono su tutti i giornali quando la sera del 30 Settembre 1975, venne ritrovata ancora viva nel bagagliaio di un’auto, accanto al corpo della sua amica Rosaria Lopez morta invece qualche ora prima. A soli 17 anni infatti Rosaria, venne stuprata e quasi uccisa di botte, dopo essere stata adescata con la scusa di una festa in una villa al Circeo da tre rampolli di alcune agiate famiglie romane. Come si salvò? Perchè ebbe la lucidità di fingersi morta, raccontò poi nei mesi successivi.

Così, dopo il parco alla Montagnola intitolato a Maria Rosaria Lopez, si intitolerà un parco anche alla ragazza che scampò al massacro, ma che venne segnata per tutta la vita.

Ricordare però, non è mai abbastanza. Così anche il quartiere Montagnola non si è tirato indietro. A Via Mario Muschio infatti, una panchina è stata dipinta di rosso e abbellita con un ritratto di Alda Merini e delle due ragazze della strage del Circeo, in memoria di tutte le donne vittime di violenza.

Un progetto, quello della panchina, che era stato avviato anni fa anche alla Garbatella, accanto alla fontana di Carlotta, storico simbolo che porta il nome di una donna. Ma con gli anni la panchina scomparve. Per questo, alcune associazioni del quartiere, tra cui Il Tempo Ritrovato di Mirella Arcidiacono, chiedono alla Regione Lazio e al municipio VIII di posizionarne una in Piazza Ricoldo Da Montecroce.

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Quella Cooperativa di consumo tra i pionieri della Garbatella

Nei primi mesi del 1922 lo spaccio aprì su piazza Benedetto Brin ai civici 4,5 e 7.Nel consiglio di amministrazione Cleobulo Rossi, Biagio Gay, Giovanni Garrasi, Emilio Storti e Gregorio Pietruccini

di Gianni Rivolta

Era il  dicembre del 1921.Fuori porta San Paolo, tra via della Garbatella e piazza Brin si davano gli ultimi ritocchi di calce e vernice alle linde villette della Borgata Giardino Concordia, così l’aveva voluta chiamare Re “Pippetto” per dare un segnale di pace sociale quel 18 febbraio del 1920. La regina madre Margherita, accompagnata dall’impettito ingegner Paolo Orlando, era già venuta in visita al traforo della rupe per il tracciato della ferrovia Roma-Ostia e al borgo di casette in costruzione: quarantaquattro villette decorose per gli operai della zona industriale e del porto fluviale. I pionieri di quella nuova frontiera, circa duecento famiglie, avevano  preso possesso degli appartamenti e sognavano un futuro migliore per i loro figli. Tra loro molti artigiani e qualche tecnico dipendente o collaboratore dell’Icp (1). Anche Paolo Orlando presidente dell’Ente per lo Sviluppo marittimo e industriale di Roma ( che aveva venduto il terreno all’Icp) aveva chiesto di riservare ai suoi impiegati un certo numero di abitazioni (2).    Per loro casa e lavoro, dopo anni di crisi economica e disoccupazione, scioperi e cortei di tranvieri, elettrici,metallurgici, gassisti  e tipografi,  erano finalmente una realtà. Quello che fu chiamato il “biennio rosso” , tra il 1919 e il ’20, era ai titoli di coda. Ammainate le bandiere rosse dai cancelli delle fabbriche il segretario della Cgil Bruno Buozzi aveva spento quella massiccia spallata rivoluzionaria e riportata la lotta dei metallurgici nel tranquillo alveo salariale. Il 10 novembre 1921 ci furono  le ultime scintille di resistenza ai fascisti. A San Lorenzo, a Testaccio, Trastevere e al Trionfale gli arditi del popolo di Argo Secondari e Cencio Baldazzi si erano presi a rivoltellate con i neri di Farinacci e Balbo, giunti a Roma baldanzosi per il loro primo congresso nazionale. Questo era il clima in città. Il fuoco covava sotto la cenere in attesa del divampare dell’incendio.

Nella nuova Borgata Garbatella, disegnata come le città giardino inglesi, i capifamiglia al tramonto dopo il lavoro,si incontravano in piazza Brin per discutere del più e del meno e delle condizioni di lavoro in officina. Nonostante l’aria salubre e qualche bicchiere di buon vino la vita non era facile; nei primi cinque lotti dell’Istituto case popolari si viveva isolati tra orti, vigne e casolari sparsi fuori le Mura. Al di là dello stradone dell’Ostiense la viabilità era limitata alla stretta via delle Sette Chiese, unico collegamento a sud con le tenute agricole dell’agro, a viottoli di campagna come quello della Moletta, via della Garbatella, via delle Statue. Il centro città si raggiungeva solo col tram dal piazzale della Basilica di San Paolo, mancavano rivendite di generi alimentari e verdure e negozi in genere. Così un gruppo di abitanti, in maggioranza artigiani e tecnici, decise di darsi da fare e costituire la “Cooperativa approvvigionamenti e consumi Quartiere Garbatella” aderente alla Lega Nazionale delle cooperative (3)con lo scopo di acquistare, conservare e vendere generi di prima necessità “senza scopi di lucro, cooperando all’economia domestica, al risparmio e alla previdenza”. Un’idea mutualistica in linea con tutto il progetto della città giardino, ispirate dai socialisti utopisti. In barba alle volontà del Re e di Paolo Orlando la Cooperativa non prende il nome “Concordia” come la borgata, ma il più popolare “Garbatella” (come era chiamata la località sui Colli di San Paolo e l’omonima via).La prima sede legale fu quella di via Guglielmotti 31 ( l’abitazione di un socio) per poi trasferirsi a piazza Benedetto Brin 4-5-7, dove fisicamente insisteva lo spaccio e i magazzini. Nel consiglio di amministrazione e nel collegio sindacale compaiono cognomi di note famiglie della prima borgata : Biagio Gay,Giovanni Garrasi, Gregorio Pietruccini,Costantino Mariotti, Emilio Storti, Natale Del Grande, Angelo Melchiorre, Luigi D’Ascenzo, Enrico De Nicola,Andrea Gasparri   e per ultimo  Cleobulo Rossi, sicuramente la personalità più significativa tra i soci fondatori. Socialista della tendenza rivoluzionaria nel dicembre del 1904 il Rossi era stato eletto segretario nazionale della federazione dei gassisti e degli addetti alla illuminazione pubblica e nel 1907 successe a Ernesto Verzi alla guida della Fiom, la federazione degli operai metallurgici, aderente alla Cgil. Insomma una personalità di livello nazionale, anche se nella fase discendente della sua carriera politica e sindacale.

E poi scoppiò l’incendio. La cooperativa di consumo Garbatella di piazza Brin subì, come tante altre strutture mutualistiche, la violenza delle squadracce fasciste: “L’esperienza della cooperativa (……) venne a finire nel 1921,intervennero i camion pieni di squadristi che bastonarono i gestori e li portarono a Via Magnana poli – sostiene Luciano Rossi, nipote di Cleobulo ( in una intervista a Monica Sinatra, autrice  del libro La Garbatella a Roma 1920-1940 ndr)- ….E gli diedero anche l’olio di ricino…diedero fuoco a tutti i materiali della cooperativa, distrussero le cart…”.Probabilmente l’intervistato a distanza di decenni, non collocava precisamente l’accaduto, in quanto la cooperativa fu fondata  proprio in quei giorni, il 13 dicembre del 1921. Il fatto certamente doveva essere avvenuto in un tempo successivo, presumibilmente dopo la Marcia su Roma ( 28 ottobre 1922), quando venne devastato dai fascisti anche il circolo socialista di via del Gazometro all’Ostiense. Quelle gloriose saracinesche chiusero definitivamente negli anni Trenta per lasciare il passo su piazza Benedetto Brin , alla pizzicheria dei Magnani, all’osteria Scafetti e a un piccolo negozietto di  vini e olii, la bottiglieria di D’Antoni. Ma questa è tutta un’altra storia.

Ne abbiamo notizia, infatti, nel 1927 in occasione della pubblicazione del bilancio d’esercizio sul Foglio degli annunci legali della Provincia di Roma e sul Bollettino dell’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e l’Infanzia dello stesso anno, dove la Cooperativa Garbatella aderisce con una sottoscrizione di 1.000 lire.In questi ultimi atti il Consiglio di amministrazione è ridotto ai minimi termini.Ne fanno parte Biagio Gay, socio fondatore, Amerigo Bianchini abitante a piazza Brin e come Sindaci revisori Cesare Marotta e G. Caradei. Di questo piccolo, ma significativo esperimento mutualistico non rimane che qualche flebile ricordo.Enrico Casadei, uno dei pionieri della borgata nata sui Colli di San Paolo, insieme ai Del Grande, ai Siccardi, ai  Baronci, Sabatini, Giorgi e altri ancora negli anni Ottanta conservava come una reliquia una piccola medaglietta dorata con la scritta: Cooperativa approvvigionamenti e consumo Garbatella.

Foto di piazza Brin d’epoca, ( Centenario pag 44 in alto),foto del ponticello che collegava via di S.Emerita con via S.Adautto,  foto della cena sociale ( Garbatella tra storia e leggenda  seconda edizione pag 60).

Note

(1) I fratelli Del Grande, infatti, erano falegnami e avevano a via Guglielmotti 4 il laboratorio dove facevano la manutenzione per l’Icp di porte e finestre,Costantino Mariotti era vetraio e Biagio Gay un geometra che lavorava per l’istituto case popolari.Tra i primi abitanti Enrico Casadei che possedeva la medaglietta dorata della Cooperativa,Giorgi, Baronci, Pietro Siccardi, impiegato al Consorzio del porto fluviale ( di origine ligure abitava al lotto 2 all’angolo con piazza Pantero Pantera)

(2) In una lettera del 23 giugno 1921 è proprio Paolo Orlando ad avanzare la richiesta al presidente delle case popolari: “Parecchi appartamenti del Borgo Concordia sono ultimati ed io mi permetto ricorrere nuovamente a Lei affinchè si compiaccia destinare ai noti funzionari dell’Ente ( Smir n.d.r.) gli appartamenti già da loro scelti in conformità del suggerimento da lei dato.Mi permetto pure ricordarLe che, omesso nel contratto di vendita del terreno la condizione di un diritto di prelazione di nostri funzionari sulle costruende costruzioni di Borgo Concordia, mi affrettai subito dopo la stipula di detto contratto ad ottenere da Lei il verbale impegno per il giustamente richiesto favore ai funzionari dell’Ente”.

(3) Nel 1921 la Lega contava 3.600 cooperative di consumo e 2.700 cooperative di produzione e lavoro.

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Cleobulo Rossi di professione socialista rivoluzionario

Nel 1904 fu eletto segretario nazionale dei gassisti e nel 1907 successe a Ernesto Verzi alla guida della Fiom

di Gianni Rivolta

Cleobulo Rossi nacque a Roma il 27 giugno del 1871, il padre Giuseppe e la madre Annunziata D’Armini lo vollero chiamare come uno dei sette Sapienti dell’antica Grecia. Dopo aver frequentato le scuole elementari divenne elettrotecnico e si coniugò con Maria Buti, dalla quale ebbe quattro figli. Nelle note della Questura è schedato come socialista rivoluzionario. Iscritto fin dagli ultimi anni dell’Ottocento al Partito socialista italiano, nel 1904 è eletto segretario della federazione nazionale dei gassisti e degli addetti alla illuminazione pubblica e membro della Commissione esecutiva della Camera del lavoro di Roma (con 2814 voti), dove fu riconfermato nel luglio del 1907 ( con 1442 voti). In quegli anni il suo nome era legato a Enrico Leone principale teorico, assieme a Arturo Labriola, del sindacalismo rivoluzionario italiano, quando ancora rappresentava l’ala intransigente interna al Psi. Nella componente capitolina dell’azione diretta  Cleobulo Rossi militava con  figure del calibro di Paolo Orano, Alceste De Ambris, Michele Bianchi, Romolo Sabbatini, Paolo Mantica.

 Ma la sua notorietà si deve soprattutto  agli anni in cui con Ernesto Verzi tenne la segreteria della Fiom (1901-1907),che nel 1908 lasciò a Bruno Buozzi.Quando la sede della Fiom fu spostata a Milano,Cleobulo Rossi  si trasferì per motivi sindacali nel capoluogo lombardo. Collaborò all’Avanti!,al Metallurgico e al Sindacato operaio; nel 1906, dopo aver diretto lo sciopero dei tranvieri romani, fu eletto membro del Comitato Nazionale della neonata Confederazione Generale del Lavoro, dove fu riconfermato nel 1910. Diede le dimissioni dalla segreteria della Fiom nel luglio del 1909 a causa dell’opposizione organizzata di alcune sezioni, che dissentivano dagli orientamenti del Comitato centrale sia nell’impostazione delle lotte che nella gestione amministrativa e finanziaria della federazione. E da qui cominciò la sua parabola discendente. Nel 1910, lasciate le cariche sindacali è costretto ad impiegarsi come tecnico elettricista presso alcune officine al nord. Ritorna dopo alcuni mesi a Roma,  la Polizia politica nel 1914 lo dà a Durazzo, in Albania, dove, abbandonata moglie e figli, sarebbe fuggito con un’ amante per aprire un negozio di liquoreria o forse uno stabilimento di saponi e acque gasate (!).Nel 1915 è di nuovo  a Roma dove prende alloggio prima in via Bodoni e poi in via Giovanni Branca a Testaccio. Nel dicembre del 1921 è tra i fondatori della Cooperativa approvvigionamenti e consumo Garbatella con sede in piazza Benedetto Brin, di cui divenne Presidente con nomina del consiglio di amministrazione. Nel marzo del 1926 si iscrive al Partito nazionale fascista e tre anni dopo è cancellato dall’elenco dei sovversivi. Muore a Roma il 9 gennaio 1932 all’età di 61 anni. 

Foto della scheda segnaletica, tessere di Romolo Sabbatini

Archivio Beni Culturali

Sistema Archivistico Nazionale

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L’Atto costitutivo e lo Statuto

di Michela Micocci

L’atto costitutivo di nascita della  Cooperativa Approvvigionamenti e Consumi “Quartiere Garbatella”  viene firmato  il 13 dicembre 1921 di fronte al notaio Arturo Tosatti, nel suo studio di via Torre Argentina; la neonata cooperativa ha per scopo “l’acquisto, la conservazione, la trasformazione e la vendita dei generi di prima necessità, senza scopo di lucro, cooperando all’economia domestica, al risparmio ed alla previdenza”. Sono dodici i soci che per primi aderiscono: Ezio Polonara, Natale Del Grande, Biagio Gay, Cleobulo Rossi, Costantino Mariotti, Enrico De Nicola, Giovanni Garrasi, Emilio Storti, Luigi D’Ascenzo, Gregorio Pietruccini, Angelo Melchiorre e Andrea Gasparri.  Quasi tutti abitano a via Alberto Guglielmotti, tra questi il Rossi che – elettrotecnico e sindacalista  – risiede al numero civico 31, lo stesso indirizzo che risulta essere la sede provvisoria della Cooperativa e che ricopre il ruolo più importante, quello di Presidente. I soci sono falegnami, vetrai, commercianti, geometri, impiegati e pensionati. Ogni azione ha il valore nominale di 100 lire ciascuna ed è stabilito che la Cooperativa abbia una durata di almeno venti anni.

Nuovi soci possono aderire, si legge nell’articolo 7 dello Statuto, pagando una tassa di ammissione di 15 lire, oltre a dover acquistare naturalmente almeno un’azione. Ma sarà il Consiglio di amministrazione ad accettare o meno nuove adesioni, con la possibilità, per chi si veda rifiutato, di far ricorso al Collegio dei sindaci. Gli utili oltre a essere ripartiti tra fondo di riserva, personale stipendiato, capitale azionario e fondo collettivo a disposizione del CdA, vengono distribuiti per il 50 per cento ai consumatori “in proporzione dell’importo degli acquisti fatti nei magazzini della Cooperativa”. Interessante notare come sia possibile recedere solo a seguito del cambio di residenza, a riprova del legame essenziale e necessario con la Garbatella: tutti i soci abitano nel quartiere e chi vuole uscire dalla Cooperativa può farlo soltanto andando a vivere altrove. La società di via Guglielmotti inoltre aderisce alla Lega nazionale delle Cooperative: un’antica istituzione nata nel 1886, forzatamente sciolta durante il Ventennio e “sostituita” dall’Ente nazionale fascista delle Cooperative.

La convocazione delle assemblee deve essere effettuata tramite un avviso da pubblicarsi sul Messaggero e con una raccomandata spedita ai soci. Dell’organo più importante della Cooperativa, vale a dire il Consiglio di amministrazione, sono chiamati a far parte cinque membri, tra i quali viene nominato un presidente – che rappresenta la società – , un vice presidente, un cassiere e un segretario.

La loro carica dura un anno, con la possibilità di rielezione. Qualche anno più tardi, nel 1927 la Cooperativa risulta tra i sostenitori dell’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e Infanzia con una elargizione di 1.000 lire ( art.14 dello Statuto) e l’anno dopo, nel 1928, il presidente non è più Cleobulo Rossi. Dal Foglio degli Annunzi Legali della Provincia di Roma che pubblica il bilancio di esercizio della Cooperativa approvvigionamenti e consumi “Quartiere Garbatella” si legge che tale carica è ricoperta da Biagio Gay, già socio fondatore ( nel Cda compare anche  Amerigo Bianchini). Nel frattempo la società ha cambiato sede: non più via Guglielmotti 31 ( quella legale), ma piazza Benedetto Brin 4,5 e 7, dove insiste la rivendita commerciale e i magazzini.  A quella data il bilancio si chiude con un utile di lire 10. 141,40. Documento che attesta, soprattutto, che nel 1928 la Cooperativa è ancora attiva. Oggi quei civici di piazza Brin sono occupati al 5 dalla Trattoria il Moschino e il 7 è stato murato.

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L’antica “Moletta” sul fiume sacro Almone

L’OMONIMO VICOLO FIN DAI PRIMI ANNI DELL’800 COLLEGAVA L’OSTIENSE CON VIA DELLE SETTE CHIESE ATTRAVERSANDO I COLLI DI SAN PAOLO

di Giorgio GUIDONI

Alla Garbatella c’è una piccola via, in posizione decentrata rispetto ai tradizionali lotti popolari, che ha una rilevanza storica di grande interesse: via della Moletta. Abbiamo ragione di pensare che la zona, quella che diventerà l’odierna Garbatella,in passato era molto probabilmente individuata proprio con questo toponimo: vediamo perché. Attualmente è una traversa che congiunge via Gerolamo Benzoni con piazza Giovanni da Verrazzano, situata nella parte nord del quartiere, a qualche centinaia di metri dal complesso di Eataly. Ma nei primi decenni dell’Ottocento, la strada registrata nella toponomastica dell’epoca come vicolo della Moletta (figura 1) deviava da via Ostiense e si congiungeva con via delle Sette Chiese, l’importante collegamento tra la Basilica di San Paolo e quella di San Sebastiano sull’Appia Antica.

A quei tempi la zona era aperta campagna, con dolci colline e diffuse coltivazioni di vigneti e orti per tutta l’area. E dove oggi si trova l’incrocio tra la via Ostiense e la Circonvallazione omonima ( ponte Settimia Spizzichino), dal lato ex Mercati Generali, si collocava allora l’antica Moletta. Questa, così denominata anche sul registro catastale, era di proprietà del Principe Camillo Borghese(1), ed era l’ultima di una decina di mole e di valche, alimentate dalle acque del fiume Almone, anche detto marrana dell’Acquataccia. (figura 2, figura 3). Le mole erano usate per la macinatura del grano, mentre le valche erano usate per il lavaggio dei tessuti e della lana. Ma da quanto tempo esisteva questo piccolo impianto di molitura? La testimonianza più antica che siamo riusciti a rintracciare risale al 1469, nella mappa di Pietro del Massaio (figura 4), in cui è chiaramente visibile la costruzione sopra il fiume sacro ai romani con alla destra un ponticello; sullo sfondo c’è la Basilica di San Paolo, sulla sinistra si nota la rupe su cui si trova oggi la scuola Principe di Piemonte.

La Moletta continua ad esser l’unica costruzione di rilievo tra la Porta Ostiense, la Piramide e la Basilica, anche sulla cartina realizzata da Giovanni Antonio Dosio nel 1561 (figura 5). Nella legenda della pianta il fiume Almone è segnalato come Acqua Daccia (poi Acquataccia). Alla destra della Moletta si scorge sempre il ponticello allora esistente sopra l’ Ostiense. La strada che porta il suo nome, vicolo della Moletta, risulta ancora sul Catasto Gregoriano del 1818. In seguito, grazie alle informazioni riportate sullo Stato delle Anime (una sorta di censimento) della Basilica di San Paolo, sappiamo che dal 1835, il vicolo della Moletta cede il nome a vicolo della Garbatella (figura 6), e tutta la zona assumerà questo toponimo sino ai giorni nostri. È legittimo pensare che se per più di tre secoli nella zona l’unica costruzione di rilievo tra la Porta Ostiense e la Basilica era questa piccola mola, tanto da dare il nome al vicolo che portava da via Ostiense a via delle Sette Chiese, molto probabilmente la zona a quei tempi era appellata “della Moletta”.

 

Oggi di questo antico impianto idraulico non ci sono più tracce. Sino ai primi anni Duemila c’erano testimonianze dei resti di una piccola mola di pietra dislocati a fianco della trattoria collocata sotto il ponte Spizzichino, ma oggi non è rimasto nulla di visibile. Tutto ciò che resta è una piccola via che tiene accesa la memoria e la curiosità, con un nome che evoca un passato secolare, quando la zona dell’Agro Ostiense altro non era che aperta campagna, fuori dalle mura dell’Urbe. (1) Don Camillo Filippo Ludovico Borghese, duca di Guastalla, VI principe di Sulmona e VII di Rossano (Roma, 19 luglio 1775 — Firenze, 9 maggio 1832), grazie al suo matrimonio con Paolina Bonaparte, divenne cognato dell’Imperatore Napoleone Bonaparte.

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L’iniziativa del Cdq Grottaperfetta e dell’associazione Parco della Torre di Tor Marancia

A Natale “Adotta un negozio”

In un momento difficile e incerto come questo, in cui molti negozianti sono costretti ad abbassare la serranda o arrancano per arrivare alla fine del mese, sono i piccoli gesti a fare la differenza, come le iniziative solidali messe in campo da due realtà del  Municipio VIII: il CdQ Grotta Perfetta e l’Associazione Parco della Torre di Tormarancia. Entrambe si prefiggono l’obiettivo di arginare il pericolo d’inaridimento nel tessuto commerciale e lavorativo di prossimità.

La prima iniziativa di “Adotta un negozio” coinvolge i quartieri di: Grotta Perfetta, Roma 70, Rinnovamento, l’Annunziatella e il Sogno ed è patrocinata dal Municipio VIII; si tratta di sostenere l’acquisto di prodotti e servizi, oppure di buoni solidali da 20, 50 o 100 euro (da utilizzare entro il 31 gennaio 2021), nelle attività del quartiere che hanno aderito, riconoscibili dalla locandina affissa.

Con le stesse motivazioni è nata anche il progetto “Regala Tor Marancia”, promosso dall’Associazione Parco della Torre. Daniele dell’associazione ci racconta: Abbiamo creato dei buoni spesa da usare durante le feste natalizie nelle attività che sono vitali per un quartiere. Il buono è rappresentato da una cartolina postale, con immagini del passato e del presente di Tor Marancia”. Abbiamo distribuito le cartoline nei negozi che hanno aderito all’iniziativa, chiunque può recarsi in uno di questi e scegliere l’importo che preferisce. Io ad esempioconclude Danieleho pensato di regalare ad una mia amica una cartolina da 10 euro da spendere al bar all’angolo della strada e a mia madre una da 20 euro dal parrucchiere sotto casa. Sono dei regali utili e solidali con il quartiere, in più resta la cartolina come ricordo”.

Per scoprire quali sono le attività commerciali che hanno aderito all’iniziativa, visitate la pagina Facebook: “Parco della Torre di Tormarancia o cercate la locandina affissa all’entrata dei negozi.

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Ancora in attesa di restauro il monumento di Largo Bompiani

Ai futuribili valori della Resistenza”, questo il nome dell’opera di Giulio Tamburrini che si erge al centro di Largo Bompiani all’Ardeatino, oggi ridotta in uno stato di profondo  degrado. La scultura è stata inaugurata nel 1977 e  il giorno del 75° anniversario delle Fosse Ardeatine, alla base è stata apposta una targa, in memoria dei martiri ignoti dell’eccidio e di tutti coloro che perdono la vita e restano senza nome.

L’opera negli anni ha subito atti vandalici e furti; ultimo quello del primo marzo scorso, quando un uomo nella notte ne sradicò una lastra di rame, nel tentativo di rubarla. Allertata la polizia da un passante, il ladro fu arrestato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Ma in questi giorni pare siamo ad una svolta per il monumento alla Resistenza. Infatti  in una nota la sovrintendenza capitolina assicura che nei prossimi giorni sarà avviato un intervento di manutenzione, affidato ad una società  di restauro. I lavori saranno diretti da funzionari della sovrintendenza stessa.

Il Tamburrini, autore dell’opera, è uno degli inventori della corrente artistica dell’Inismo, arte senza limiti per una creatività assoluta. L’opera è composta da lastre di rame di vario spessore che rappresentano esseri umani stilizzati, con la testa simile ad un aculeo, che tende verso il cielo e il corpo allungato nel tentativo di liberarsi dalle tensioni che l’opprimono. Speriamo che oltre a liberarsi dall’oppressione degli accadimenti, questa scultura possa presto liberarsi anche dalle transenne che impediscono a chi ci passa accanto di ammirarla e provare a coglierne il significato.

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Maria Jatosti una vita tutta d’un fiato

Maria Jatosti classe 1929, scrittrice, poetessa e pasionaria della Garbatella, nel periodo della seconda guerra mondiale si trasferì con la sua famiglia nel primo lotto delle palazzine INCIS a piazza Oderico da Pordenone, il limite estremo della Garbatella, quando ancora non c’era la via Cristoforo Colombo, ma solo campi, sterpaglie e la borgata Tor Marancia.

… c’avevamo i tedeschi in casa ed erano diventati nostri nemici …

In questo video Maria Jatosti, recente ospite al festival Visionaria 2020 in Villetta, ci narra parte della sua intensa vita: la storia del padre comunista fondatore della cellula di Avezzano, arrestato e confinato durante il ventennio fascista a Cutro con tutta la famiglia; la storia della sua militanza nel Pci  tra la Villetta e la provincia di Roma, durante le elezioni politiche del 1948 col Fronte democratico popolare; il suo lavoro a fianco di Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil e addirittura dell’incontro col grande poeta  Pablo Neruda. Ma nelle sue parole riemergono anche le nebbie “di vita agra” della sua avventura d’amore a Milano con lo scrittore Luciano Bianciardi e tanti altri racconti e aneddoti vissuti tutti d’un fiato.

Giuliano Marotta

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Toponomastica coloniale

di Claudio D’Aguanno

UNA RICERCA SUI NOMI DELLE STRADE DEDICATE AI MISSIONARI

Un popolo di Santi e missionari, di naviganti e uomini di mare, di capitani coraggiosi e di virtuosi della fede. E anche, ahinoi, di colonizzatori e inquisitori in tonaca e crocefisso nonché di “portatori di civiltà” a mano armata. Questo infatti il quadro dei rimandi storici che viene fuori da un’attenta lettura della toponomastica della Garbatella la cui prima sistemazione risale ai primi anni del regime fascista.

Come informa un documento firmato dal Regio Commissario Filippo Cremonesi – Cav di Gr Cr la raffica di consonanti dei suoi titoli in sigla- datato 30 luglio 1925 la riqualificazione delle strade del Suburbio Ostiense zona Garbatella divideva “l’aprico quartiere” in due porzioni con la linea di separazione segnata dall’asse piazza Sauli — via Giovan Battista Magnaghi. Al di qua della linea, verso l’Ostiense, si celebravano gli armatori, gli scrittori di cose navali, gli ingegneri nautici. Al di là della stessa, nel versante che saliva lungo via delle Sette Chiese in direzione dell’Appia, si santificava invece il ricordo “dei Missionari italiani i quali —recita il testo regio- contribuirono a diffondere insieme al Vangelo la civiltà mentre i più moderni di essi contribuirono all’incremento della nostra cultura e del sentimento patriottico sia nelle Colonie che all’Estero”. Ed è su questa “bella sintesi” di Vangelo e “moderna” civiltà, di sentimento patriottico e cultura coloniale, che alcuni nomi si staccano dagli altri. Le dediche, riportate nelle targhe, sono scarne e ormai opache per il secolo trascorso ma inevitabilmente, una volta scosse dalla sensibilità dei tempi correnti, appaiono più che bisognose di una sana rimessa in discussione.

Il primo nome è Giovanni da Capistrano. Uomo del XV secolo, definito “missionario e Nunzio”, gode d’una viuzza che da Viale Guglielmo Massaia sbuca davanti la fontana Carlotta. Il colpo d’occhio sulla scalinata disegnata da Innocenzo Sabbatini è particolare ma con la bellezza del posto stride il curriculum vitae di quel figlio d’un barone tedesco fattosi frate e poi diventato inquisitore e quindi santo per “zelo a combattere l’eresia, perseguitare gli ebrei e debellare fraticelli e hussiti”. Facendo un salto di secoli arriviamo all’epoca delle esplorazioni geografiche e delle missioni apostoliche in terra d’Africa dove sempre labile è il confine tra spinte alla conoscenza e mire espansionistiche. “Esplorare prima di combattere” ammoniva Manfredo Camperio, eroe risorgimentale protagonista delle cinque giornate di Milano, fervido sostenitore del diritto italiano a piantare “la bandiera, pacifica e civilizzatrice, così nei mari lontani come nelle terre tutt’ora inesplorate, ove aprire nuovi mercati ai commerci”. Le parole sono del 1887 e si trovano nel suo libro di memorie “Da Assab a Dogali. Guerre Abissine”. E, per tanto merito, una via col suo nome, all’altezza di Santa Galla, sbuca proprio sulla Circonvallazione Ostiense, riva opposta alla sagoma dell’Albergo rosso.
E’ qui che del resto si incontrano alcuni nomi che hanno incrociato sul loro percorso i territori della primissima espansione coloniale italiana. Importante appare la figura del Cardinal Guglielmo Massaia, frate cappuccino presente per oltre quarant’anni nel corno d’Africa, attivo nella diffusione del vaccino contro il vaiolo e degno promotore di opere di bene presso i Galla eppure portavoce di Cavour, e dei suoi successori, nel negoziare con i re locali, principi abissini e signori del Tigrè, la possibile penetrazione commerciale del tricolore sabaudo da quelle parti. Più marcata invece, al confronto, quella di Padre Michele da Carbonara, primo prefetto apostolico in Eritrea e protagonista di un lavoro intenso speso alla riorganizzazione dell’attività missionaria al fine di integrarla con l’esercizio dell’autorità coloniale.

Un nome però che sfugge ad ogni possibile doppia interpretazione è piuttosto quello di Giuseppe Sapeto. La piazza a lui dedicata s’apre tra i lotti 28 e 32 e chiude la spina di quel “quartiere dei sbaraccati” disegnato dall’estro di Giovan Battista Trotta, tra Sant’Eurosia e la scalinata di Carlotta. E’ una piazza piena di luce e storia, anche cinematografica, che però stride con le vicende di cui fu protagonista il personaggio. Missionario dell’Ordine di San Lazzaro, il Sapeto, intorno alla metà del XIX secolo seppe ben conciliare la sua attività di evangelizzatore con quella di esploratore svolgendo missioni anche per conto di Napoleone III. Dopo diverse escursioni nelle regioni dei Mensa, dei Bogos e degli Habab, al ritorno in patria fece poi la sua scelta di vita, abbandonando la Propaganda Fide per dedicarsi alla causa della nostra penetrazione coloniale nel Continente Nero. E’ ricordato per aver dato all’Italia il suo primo porto africano, quello della baia di Assab, che nel 1869 fece acquistare a Raffaele Rubattino, proprietario della famosa Compagnia di Navigazione di Genova, che poi nel marzo 1882 il Governo italiano riscatterà per impiantare qui la sua prima testa di ponte “imperiale” sul Mar Rosso.

Il quadro della toponomastica coloniale si completa “in gloria”, almeno per quanto riguarda Garbatella, con il nome di Padre Reginaldo Giuliani. La sua biografia è un inno al protagonismo cattolico di forte impronta fascista: ardito nel primo conflitto mondiale, sacerdote e predicatore antisocialista, è con d’Annunzio a Fiume alla testa degli squadristi cattolici delle Fiamme Bianche. Arcitifoso di Mussolini, cappellano delle Camicie Nere e sostenitore fomentato dei Fasci italiani di combattimento, il Giuliani a 48 anni si arruola volontario nella guerra d’Etiopia, partendo nell’aprile 1935 quale centurione prete del Primo Gruppo Battaglioni Camicie Nere d’Eritrea sotto il comando del generale Filippo Diamanti. Troverà, da “sacerdote crociato” la morte nel gennaio del 1936 nella battaglia di Passo Uarieu entrando così, di diritto, “nel pantheon dei caduti della rivoluzione fascista”. Il regime fascista del resto non mancherà mai di considerarlo nella propria propaganda e spendendolo poi non tanto come martire cristiano quanto come “perfetto milite fascista, obbediente, spartano, fideisticamente convinto della bontà e del successo della causa nazionale”. La figura di un Padre Giuliani tanto ben marcata finirà dunque per accompagnare tutte le nefande avventure del Fascismo più turpe: dai massacri nella guerra coloniale alla collaborazione col golpe di Franco in Spagna, dalla guerra al fianco di Hitler alla repressione antipartigiana guidata dai repubblichini di Salò.

Oggi via Padre Reginaldo Giuliani, offuscato il dovere della memoria, è solo un taglio d’asfalto che riga il quartiere tra gli Alberghi e la Colombo. Pur tuttavia è l’indirizzo di un liceo come il Socrate, istituto di salde tradizioni democratiche e antifasciste, scuola del tutto inserita nel clima di accoglienza e tolleranza di un quartiere come Garbatella. E a 75 anni dalla Liberazione una assegnazione del genere è, prima che un anacronismo incredibile, un insulto al buon senso e alla storia di questa parte della città.

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