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Tag: vita comune e storia locale

Abbassa le serrande per sempre il Piccolo Bazar

di Giorgio Guidoni

Dopo più di cinquant’anni di attività chiude il negozio di Riad a via Ignazio Persico

Riad
Riad

C’è un piccolo negozio, unico nel suo genere, che per tanti anni ha regalato atmosfere magiche agli abitanti della Garbatella. Rimarrà aperto ancora qualche settimana poi, dopo 54 anni di attività, chiuderà i battenti. È l’inimitabile “Il Piccolo Bazar” di via Ignazio Persico, ideato e gestito per questo lungo periodo dal signor Riad insieme alla moglie Costanza. Alla veneranda età di 88 anni, incitato anche dai suoi tre figli, Riad ha deciso di chiudere l’attività e dedicarsi al meritato riposo. Originario della Siria, appassionato di cinema e televisione, arrivò in Italia nei primi anni sessanta. Frequentò l’Istituto Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà e partecipò a un corso presso la Rai sulle tecniche di ripresa televisiva. Nel suo curriculum risulta anche una collaborazione con il famoso regista e sceneggiatore Anton Giulio Majano. A Roma intanto incontrò Costanza, di origini abruzzesi, che diventerà la donna con cui condividerà tutta la sua vita. Non riuscendo a trovare una occupazione stabile decise, insieme a lei, di puntare su una propria attività commerciale. Sul finire degli anni Sessanta si trasferirono nel nostro quartiere e aprirono un negozio crocevia tra giocattoli, articoli da regalo e oggettistica, il tutto condito da un’atmosfera orientale evocata in primis dall’originale insegna.

Riad con la barba, accanto all’attrice Jane Mansfield
Riad con la barba, accanto all’attrice Jane Mansfield

Agli inizi Riad e Costanza meditavano sulla bontà della loro scelta, poiché le vendite non decollavano come sperato. Successivamente decisero di ampliare l’offerta commerciale con articoli dal sapore misterioso ed esotico e al contempo di allestire la vetrina del negozio con scelte originali e fantasiose, divenute in seguito motivo di interesse e curiosità per la collettività. Fu così che gli affari presero la giusta piega e Il Piccolo Bazar divenne un punto di riferimento per il quartiere. Non mancarono piccole disavventure, come quella volta che avevano allestito la vetrina con uno scaffale colmo di articoli e preziose bambole di ceramica di Capodimonte. In quegli anni a Garbatella transitava la linea 11 del tram. Tanti abitanti ricorderanno muri e pareti vibrare al passaggio del pesante veicolo, evento che dava l’impressione di assistere a un piccolo terremoto. Il tram transitava anche a via Persico, proprio di fronte alle vetrine del negozio. Un bel giorno, all’ennesimo passaggio, lo scaffale tremò così a lungo che gran parte della preziosa merce esposta cadde in terra e si frantumò. Grande fu il dispiacere e la delusione per Riad e Costanza che, però, si rimboccarono le maniche e continuarono nella loro avventura. L’allestimento delle vetrine divenne un punto di forza del negozio, complice anche la dismissione della linea del tram 11 a favore del più silenzioso e meno possente autobus. Gli anni Settanta videro arricchire la loro vita con l’arrivo di tre figli. Muna nacque proprio nel 1970, si laureerà in Belle Arti con 110 e lode e bacio accademico: oggi lavora come scenografa alla Rai.

Piccolo bazar
Piccolo bazar

Sausan la secondogenita arrivò nel 1973, conseguirà una laurea in Giurisprudenza; attualmente opera come avvocato negli studi di Cinecittà. Omar, l’ultimo dei tre che venne al mondo nel 1975, intraprese quella carriera che era stata il sogno di papà Riad: oggi è uno stimato cameraman freelance, che vanta tra le sue collaborazioni l’aver lavorato nello staff di Roberto Giacobbo (tra l’altro sono nati lo stesso giorno, ndr). Come da tradizione anche quest’anno, con l’avvicinarsi del Natale, Il Piccolo Bazar ha allestito la sua vetrina con un presepe. Per grandi e piccini ci sarà un’altra ultima occasione per fermarsi di fronte al negozio, ammirare Re Magi e Bambinello, fantasticare su doni magici provenienti dall’Oriente Misterioso, porgere un saluto a Riad. Anche noi di Cara Garbatella lo ringraziamo per aver portato nel quartiere la sua atmosfera accogliente colma di colori, profumi, rispetto e delicatezza.

 

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Quella ragazza della Garbatella tra Togliatti e Rita Hayworth

di Maria Jatosti

Riceviamo e pubblichiamo un articolo della scrittrice e poetessa Maria Jatosti, nostra concittadina per tutti gli anni della sua giovinezza. In occasione del ventennale del Cinema Palladium, Maria ci racconta le sue prime volte al “Garbatella” quando da ragazza inseguiva i sogni delle star americane e le prime pellicole impegnate contro la guerra e la discriminazione razziale. Il ricordo del quartiere ha ispirato molti dei suoi scritti, a partire dal primo romanzo, “Il confinato”, dedicato al padre, maestro elementare, spedito al confino per il suo antifascismo.
A breve uscirà un nuovo romanzo, che andrà ad aggiungersi alla sua già ampia produzione: “Tutto d’un fiato”, “Matrioska”, un libro di filastrocche per bambini, testi teatrali e molte raccolte di poesie. Apprezzata traduttrice di opere straniere, è molto impegnata nell’organizzazione di manifestazioni culturali. (G.R.)

 

Vasco Butini

Negli anni Quaranta il Cinema Teatro Garbatella non si chiamava Palladium. Era semplicemente il nostro cinema di quartiere. Quanto al teatro, non ho memoria di attività teatrali di sorta. Forse venne dopo, quando io non c’ero più da tempo. Una mattina d’inverno del Cinquantacinque ero salita su un treno del Nord, via dal quartiere, via dalla Garbatella, via da Roma.

Cinema Garbatella poi Palladium
Cinema Garbatella poi Palladium

Il cinema, specialmente quello d’Oltreoceano, noi ce l’avevamo nel sangue, nella pelle, fin dall’infanzia. Le ragazzine della mia età vestivamo come Shirley Temple “riccioli d’oro”, le sorelle maggiori spasimavano per Tyrone Power, soffrivano per Greta Garbo “Karenina”, imitavano Ginger Rogers e Fred Astair. Finita la guerra, tagliate le trecce, allungati i pantaloni, nutriti a pane bianco e scatolette, tornammo al cinema. Inchiodati alle seggiole di legno, sgranocchiando bruscolini, ci lasciavamo sedurre dalle coreografie acquatiche di Ester Williams, imitavamo Rita Hayworth “Gilda”, canticchiavamo i blues di Sinatra e Dean Martin… James Dean e Marlon Brando li scoprimmo più tardi. Cresciuti e fanatici adoravamo i film americani, il teatro americano, i romanzi americani, le canzonette americane, il jazz, lo swing e il boogie woogie. La mattina a Via Veneto sfidando i manganelli di Scelba urlavamo “Giù le mani dalla Corea”, contestando l’America amara di Sacco e Vanzetti, dei Rosenberg, della CIA, del Ku Klux Klan,  ma la sera, smessi il lavoro e l’impegno politico, tutti al cinema a battere i piedi nelle cariche del 7° Cavalleggeri di John Wayne, parteggiando per i pellirossa o a trattenere il fiato con i  thriller di Hitchcock, mentre il bacio di Cary Grant e Ingrid Bergman ci faceva cercare la mano di chi ci era accanto nel buio.

Passioni. Cinema. Politica.

Ne avevo da poco compiuti Diciannove quando, in occasione delle prime elezioni politiche dell’Italia Repubblicana – 18 aprile 1948 – fui invitata al Cinema Garbatella a rappresentare le “ragazze democratiche del quartiere” nella manifestazione di apertura della campagna elettorale. Da piazza Odorico da Pordenone, primo lotto Incis, dove dal 1942, tornati a Roma dal confino di mio padre comunista, abitavo con la mia famiglia,

c’era un bel po’ di strada per raggiungere il Cinema, e quella domenica il caldo cominciava a farsi sentire. Presi di buon passo da Sant’Eurosia alla Scuola elementare, giù giù fino alla piazza dove girava largo il tram. Quando arrivai affannata, fuori c’era un mare di gente con bandiere e cartelli e, dentro, la sala era già gremita.

Sul palco, dietro un grande tavolo coperto di rosso, tre o quattro compagni, tra cui Vasco Butini, segretario–metalmeccanico, parlottano infervorati. Una compagna anziana guarda il soffitto e fuma. Chissà cosa pensa… Ed io. Eccomi qui, di fronte a duemila persone. Vedo mio padre, seduto in prima fila, teso, la testa reclina da un lato e gli occhi stretti di quando fa il maestro in cattedra. Nelle orecchie mi ronzano le parole dell’annuncio… Diamo il benvenuto a una giovane sostenitrice del Fronte Popolare e della Lista n.1, Vota Garibaldi. Sono io: è il mio momento. Afferro con tutt’e due le mani l’asta del microfono. “A nome delle ragazze democratiche del quartiere, eccetera eccetera”… La voce mi viene dalla testa, ma ce l’ho fatta, sto parlando… La sala mi fissa attenta, a tratti qualcuno qua e là applaude, qualcuno grida “Brava compagna!”. Ora le parole arrivano da sole, erompono come un torrente in piena. Quando scroscia l’applauso e vedo sul viso sciupato gli occhi chiari arrossarsi di commozione, mi vengono le lacrime.

 

Dopo arrivarono tutti a dirmi brava, complimenti… Ma tu chi sei, non ti ho mai vista, da quant’è che sei iscritta…?

Non sono iscritta…

Non ero iscritta. Avevo in tasca la tessera delle Brigate garibaldine, quella dei Comitati per la Pace, quella dell’URI, Unione Ragazze Italiane, ma nel Partito non c’ero ancora entrata.

Poster politici
Poster politici

Non ha senso! Cosa aspetti? il nemico è potente e agguerrito e abbiamo bisogno di forze nuove… Tu, che parli bene, che hai le parole che colpiscono e arrivano al cuore, puoi svolgere un lavoro prezioso, specialmente tra le masse femminili arretrate e soggette alla Chiesa… ma anche nella difficile realtà sociale delle borgate come Tormarancia. La sai Tormarancia?

Vuoi dire Shangai? Figurati, non è lontano da casa mia, oltre i prati, le case rapide…

Brava.  Lì c’è tanto da fare. E in provincia, anche. Il 18 aprile è vicino. Di’, ci verresti a fare il lavoro della provincia con me?

Io, veramente… L’idea c’è, in casa siamo comunisti da sempre. Ma, insomma… devo studiare, prendere il diploma… E poi non credo di essere matura per impegnarmi.

Guarda che nel nostro grande partito la modestia non è una virtù. Il compagno Stalin dice… ma questo te lo spiego un’altra volta. Comunque, per potersi migliorare e andare avanti, per conquistare la rossa primavera, il sol dell’avvenire, essere consapevoli delle proprie capacità è fondamentale, anche dei propri limiti, si capisce… Stasera alla Villetta c’è la Commissione Stampa e Propaganda. Viene un compagno della Federazione. Lo sai dov’è la Villetta, vero?

Figurati! Sono anni che la frequento, insieme ai miei fratelli più grandi. Mia madre dice che abbiamo perso la strada di casa.

Ma allora, lo vedi che ho ragione: ti manca solo la tessera. Dai, Maria, guarda che ti aspetto, è molto importante. Non mancare.

A casa la mamma stava ai fornelli. Com’è andata? chiese senza voltarsi. Un trionfo, risposi orgogliosa. All’inizio mi tremava la voce, è naturale, ma poi è stato come se la folla non esistesse più e che ad ascoltarmi ci fosse una persona sola. Non so spiegartelo, ma era bellissimo… Il segretario dice che sarebbe ora di iscrivermi. Ho capito. Adesso finirai anche tu come i tuoi fratelli. Chi li vede più! Studio, lavoro, famiglia: più niente! Non esiste che la politica. Il partito, il partito, il partito… Tutta colpa di vostro padre che vi ha messo in testa queste idee pazze…

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Quelle scorribande nella Garbatella sotterranea

Una rete di cunicoli e catacombe da Villa 9 Maggio alla rupe di San Paolo

di Giorgio Guidoni

1. il primo graffito della lingua volgare NON DICERE
1. il primo graffito della lingua volgare NON DICERE

Per capire meglio il valore storico di un luogo bisogna andare oltre la superficie. È quello che faremo scavando tra impronte di antiche catacombe e testimonianze di grotte e cunicoli di una suggestiva e misteriosa Garbatella sotterranea. “NON DICERE ILLE SECRITA A BBOCE” è l’iscrizione presente nelle catacombe di Commodilla, accanto all’affresco dei martiri Felice e Adautto, il primo graffito che testimonia la nascita della lingua volgare. Risalente al IX secolo d.C., è un’esortazione a “non pronunciare le parole (segrete) a voce (alta)”, per non rischiare la vita. Si riferisce probabilmente al destino di Adautto, un giovanetto che dichiarò la sua fede cristiana durante il martirio di Felice, e per questo fu anch’egli decapitato.
Nessuno dei presenti conosceva il suo nome, perciò fu appellato martire “aggiunto”, dal latino “adiuctus”. E quella seconda B di BBOCE, aggiunta probabilmente in un momento successivo, fa pensare a un primo vagito di pronuncia romanesca.
Nascoste sotto la via delle Sette Chiese in corrispondenza dell’incrocio con via della Garbatella, le Catacombe di Commodilla, nate riutilizzando a scopo funerario alcune gallerie di una preesistente cava arenaria, sono un affascinante labirinto di antichi cimiteri cristiani risalenti al periodo tra il II e il V secolo dopo Cristo.
Ristrutturate e riaperte al pubblico recentemente e visitabili solo su prenotazione, rivelano al loro interno affreschi pregevoli e uno spazio noto con il nome di “Basilichetta”, dedicato al culto dei martiri Felice, Adautto, Merita e Nemesio. La pianta mostra chiaramente che le Catacombe di Commodilla si ramificano anche sotto le abitazioni del Lotto 2, facendo intuire che buona parte di questa area nasconde nel sottosuolo una storia antica di quasi duemila anni. Non ci sono evidenze archeologiche di comunicazione con le altre catacombe in prossimità, da quella di Timoteo sotto la Rocca di San Paolo, a quella di Tecla in via Silvio d’Amico, a quelle più importanti di via delle Sette Chiese (Domitilla, San Calisto, San Sebastiano).

2 Pianta Catacombe Commodilla - in alto a sin ramificazione sotto Lotto 2
2 Pianta Catacombe Commodilla – in alto a sin ramificazione sotto Lotto 2

Resta viva, tuttavia, l’ipotesi di una rete viaria sotterranea che permetteva in tempi remoti collegamenti veloci, nascosti e sicuri tra punti strategici della zona. Facciamo ora un salto temporale e atterriamo a metà XX secolo. La guerra appena terminata ha lasciato dietro di sé macerie e ferite ancora visibili. C’è però tanta voglia di voltare pagina, lasciarsi in fretta il recente passato alle spalle, ricostruire una nuova vita. La testimonianza che segue è fornita da Roberto Pomanti, classe 1935, al tempo un ragazzino del lotto 14.
Con i suoi coetanei, cresciuti tra i soprusi degli occupanti nazifascisti e i bombardamenti degli Alleati, nel primo Dopoguerra il ragazzo trascorreva il tempo per strada sfidando la vita, cercando cibo e “scansando la paura”. Ogni giorno era una conquista, ogni giorno un’avventura, una scoperta. “Il nostro ritrovo era la piazza della scuola (piazza Damiano Sauli, ndr), da lì partivano le spedizioni, sassaiole tra i lotti, uno monta la luna, becca-e-tirace (meglio noto come il gioco della Nizza). Gioco vietatissimo che spesso terminava dopo aver frantumato il vetro di una finestra. Una volta costruimmo un pallone con vecchi pedalini, calze di nylon, stracci consumati e andammo a provarlo al pratone accanto alla Villa IX Maggio (1). Correvamo dietro al pallone quando il terreno divenne soffice sino a sprofondare e formò una grossa buca del diametro di un paio di metri. Incuriositi dallo strano evento ci avvicinammo per vedere meglio e, con grande sorpresa, scorgemmo all’interno della buca una specie di corridoio. Chissà dove conduceva? Magrolini, senza pensarci due volte, cinque o sei di noi si calarono all’interno, che era buio pesto, umido e silenzioso. Non si vedeva granché ma, scostando la terra rossa, ci sembrò di scorgere un tunnel ben scavato (2). Fatti pochi passi, a causa della totale oscurità, ritornammo indietro.
La scoperta aveva solleticato la nostra sete di avventura, così decidemmo di tornare il giorno seguente armati di torce rudimentali. Per prima cosa ci procurammo dei bastoni. Poi, in uno dei tanti negozi di biciclette presenti all’epoca, recuperammo dei vecchi copertoni ormai inutilizzabili e li fissammo sulla sommità dei bastoni: le fiaccole erano pronte. Bastava solo accenderle. Tornammo sul pratone, ci calammo nuovamente giù e appiccammo il fuoco ai copertoni. Facevano un po’ di fumo, puzzavano di gomma bruciata, ma illuminavano sufficientemente il cammino. Cercavamo di camminare velocemente per lasciarci l’odoraccio e il fumo alle spalle. Incoscienti del pericolo procedevamo spediti ed eccitati, pronti a tutto. Continuammo a seguire il percorso a passo sostenuto.

3-A-sinistra-Roberto-Pomanti-in-via-Massaia
3-A-sinistra-Roberto-Pomanti-in-via-Massaia

Dopo circa una quindicina di minuti interminabili, in fondo intravvedemmo una luce. Eravamo arrivati quasi alla fine del camminamento. Allungammo il passo, l’uscita era ormai vicina e, con essa, avremmo ritrovato la luce, l’aria e la libertà. Finalmente fummo fuori: eravamo arrivati alla grande grotta della rocca di San Paolo, a pochi passi dalla Basilica (3). Uscì dalle nostre gole un grido liberatorio e ci stringemmo insieme in un abbraccio per l’impresa compiuta. Gettammo tra le frasche le torce ormai consumate, ritornammo a casa a piedi su per la via delle Sette Chiese. Passammo davanti al “varecchinaro”, poi sotto il ponticello di legno che oggi non c’è più, poi di gran corsa fino a piazza Sauli. Chi arrivava ultimo pagava da bere per tutti “dar nasone”. Di questa avventura conservo ancora un ricordo vivissimo.
E di Garbatella porto nel cuore il ricordo dell’aria profumata e il colore bianco come la neve delle fioriture dei biancospini e degli oleandri.” Qui termina il racconto del vivace lucidissimo Roberto, che non dimostra affatto gli 88 anni compiuti. Ci proponiamo di proseguire la nostra ricerca di ulteriori testimonianze sull’esistenza di grotte e cunicoli nel sottosuolo di Garbatella. Se, pertanto, tra i nostri lettori più anziani riaffiorassero ricordi simili saremo ben lieti di approfondire il tema insieme.

Note

  1.  Il complesso di Villa IX Maggio si trova sopra una collinetta alla fine dell’attuale via Carlo Spinola. Fu edificata da Angiolo Mazzoni nel 1935-37 su incarico del Senatore Roberto De Vito, allora Presidente dell’Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafici  e chiamata così per ricordare la data di fondazione dell’Impero di Etiopia. Fino al 1977 fu sede del Convitto femminile Vittorio Locchi, oggi è un bene di pregio sottoposto a vincolo monumentale.
  2.  In un nostro precedente articolo sui simboli di guerra avevamo segnalato l’esistenza di ben due rifugi costruiti proprio intorno alla Villa IX Maggio. Una Galleria Antiaerea Pubblica più strutturata, lunga più di 300 metri, era presente alle pendici della collinetta a ridosso della villa. Ricavata da ambienti utilizzati in passato per scavi, accessibile attraverso un portale in muratura con un piccolo arco, doveva servire principalmente da ricovero per gli abitanti degli Alberghi suburbani situati nelle vicinanze. A 50 metri di distanza da questo rifugio ce n’era un secondo privato, di pertinenza della famiglia del Senatore Roberto De Vito, sottosegretario al Ministero delle Poste durante il ventennio.
  3.  Sotto la rocca di San Paolo c’erano altre tre grotte adibite a rifugio antiaereo. In una di queste viveva Ermenegildo Lombardi, la cui storia è raccontata in un precedente articolo di Cara Garbatella.
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“La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro” il libro di Giorgio Guidoni

di Riccardo Cervellini

Con l’uscita di “La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro” di Giorgio Guidoni si diradano le nebbie su un episodio che la storiografia della Resistenza ha da sempre collocato tra quelli controversi, attraversati da dubbi e riscontri indefiniti, a causa dell’assenza di tracce documentali certe sia di stampa che archivistiche sull’uccisione di quelle dieci donne romane. L’unica fonte che racconta quella drammatica mattina è un saggio storico del giornalista e scrittore Cesare De Simone, ormai deceduto, uscito nelle librerie nel 1994, cinquant’anni dopo l’accaduto. De Simone descrive sotto forma di diario i nove mesi di occupazione nazista a Roma con dovizia di particolari e rimandi alle fonti, ma proprio su questo specifico episodio non fornisce documentazione a tutt’oggi riscontrabile. Riporta solo di aver visto personalmente un mattinale della Questura dell’aprile del ’44 depositato presso l’Archivio Centrale dello Stato, tuttavia irreperibile.

La verita sull'eccidio del Ponte di Ferro
La verita sull’eccidio del Ponte di Ferro

Era la mattina del 7 aprile 1944 quando – secondo De Simone – dieci donne vennero portate a forza sul Ponte dell’Industria sul Tevere e uccise brutalmente a raffiche di mitra, colpevoli di aver assaltato insieme ad una folla affamata il deposito del pane adiacente al ponte, lato via Antonio Pacinotti, che faceva da base di rifornimento ai tedeschi. Altri assalti a forni e ai cascherini si erano verificati in quei mesi in altri luoghi della città, dopo la decisione di diminuire la razione di pane giornaliera prevista dalle tessere annonarie.

Giorgio Guidoni, un appassionato di storia locale (lo stesso che dopo anni di ricerche ha svelato il mistero dell’attribuzione del toponimo Garbatella al quartiere),  partendo dai dieci nomi stilati da De Simone è riuscito a ricostruire, attraverso un accurato lavoro d’archivio e testimonianze dirette dei parenti, le loro biografie scoprendo ciò che neanche lui si sarebbe aspettato. “Il mio obiettivo iniziale di dare rilievo e dignità a queste dieci donne si è trasformato nella scoperta, incredibile quanto incidentale, che queste persone non hanno avuto alcun collegamento con l’eccidio del Ponte dell’Industria. Con questa ricerca – spiega l’autore del libro –  sono riuscito a ricostruire un’identità ben definita per ognuna delle presunte vittime, verificando inoltre che, per un errore di trascrizione, una di loro era in realtà un uomo, mentre  Clorinda Falsetti risultava ancora viva nell’aprile del 2022. Le altre persone elencate – prosegue – a parte la bambina di quattro anni uccisa dai tedeschi il 7 giugno del ‘44 in località Pratarelle di Vicovaro, sono stati tutti esempi di grande patriottismo, coraggio e partecipazione attiva alla cacciata dell’invasore durante i nove mesi di occupazione tedesca, ma nessuna di loro  risulta essere tra le dieci donne trucidate dai nazisti in quel fatidico 7 aprile.”

C’è da sottolineare, inoltre, che un lavoro di approfondimento sull’ eccidio del Ponte di Ferro è stato eseguito anche dall’autorevole storico Gabriele Ranzato, che nel 2019 con “La liberazione di Roma” dedica alcune pagine a questo episodio, collocandolo tra quei fatti incerti non corredati da documenti o testimonianze.

Il lavoro di Guidoni, dunque, non è assolutamente un testo negazionista. Anzi, pur essendo possibilista sulla veridicità dell’accaduto il 7 aprile 1944, ne contesta esclusivamente i nomi delle protagoniste, mettendole in una nuova luce. Quelle donne non erano genericamente delle popolane affamate che lottavano per la sopravvivenza delle loro famiglie, ma nella maggioranza furono, come altre romane, direttamente impegnate nella Resistenza in ruoli decisivi. Questo tragico fatto, noto come l’eccidio del Ponte dell’Industria, viene celebrato annualmente con la deposizione di una corona alla memoria sulla lapide che porta i nomi delle dieci donne, cerimonia che deve continuare nel tempo per testimoniare comunque il ruolo che le donne ebbero nella Resistenza romana.

(La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro, di Giorgio Guidoni, Amazon Italia- Cara Garbatella, euro 16,50)

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Quel ponticello di legno su via delle Sette Chiese

di Giorgio Guidoni

Comparazione 1930 – 2023 - lotto 4, ponticello e, sullo sfondo, lotto 6
Comparazione 1930 – 2023 – lotto 4, ponticello e, sullo sfondo, lotto 6

La storia

C’era una volta un piccolo ponte di legno. Era stato costruito nel 1923, subito dopo la realizzazione delle cosiddette “Case rapide” – i lotti 6 e 7 di via Sant’ Adautto – per collegarli con la piazza principale della Borgata Concordia Garbatella intitolata a Benedetto Brin, attraverso il lotto 4, uno di quelli abbattuti alla fine degli anni Cinquanta. Più che un ponte era una passerella pedonale transitabile solo a piedi, costruita sopra via delle Sette Chiese, l’antica via dei pellegrini. Era la continuazione di via Santa Emerita, nota anche come Merita, la vergine romana martirizzata durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano (253-260 d.c.), venerata nel vicino cimitero paleocristiano di Commodilla.

Il ponticello accompagnò la vita degli abitanti per diversi decenni e superò indenne anche le insidie della seconda guerra mondiale. Durante l’occupazione dei tedeschi, le memorie di Libero Natalini, uomo di punta della Resistenza locale, raccontano che “Lella” Chiatti, l’infermiera che abitava in via di Santa Emerita in una casa con loggetta a ridosso e con vista proprio sul ponte, riuscì ad avvisare Libero di allontanarsi immediatamente. Lo fece proprio da quel benedetto ponticello, sbracciandosi alla vista del partigiano che si avvicinava. Qualche ora prima gli sgherri della banda Koch, dopo la cantata sotto tortura di un arrestato, erano stati a cercarlo a casa, avevano interrogato e minacciato la portiera del lotto 4, dove abitava. Libero Natalini rientrava dalla riunione della sera prima del gruppo operativo della settima zona dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica – un’organizzazione dell’epoca combattente contro i nazifascisti), a casa della suocera di Gastone Mazzoni, detto “Er Cipolla”. Aveva dormito fuori casa proprio perché era stato avvisato di movimenti di tedeschi alla Garbatella da Alberto Polimanti, un patriota della Garbatella. Un altro ricercato dai tedeschi era Reval Romani, il facchino dei mercati generali, amico di Libero che abitava in quei lotti su via delle Sette Chiese.

Il dopoguerra

Nel dopoguerra il ponticello continuò ad esistere fino al 1959-1960, quando l’Istituto Autonomo per le Case Popolari si accordò con il Banco di Santo Spirito per vendere nuove villette di lusso agli impiegati dell’Istituto di Credito, abitazioni che sarebbero sorte nelle aree in cui erano edificati i pittoreschi lotti 1,2 e 4. I proventi di tale speculazione, circa 9 miliardi di lire dell’epoca, sarebbero stati utilizzati dallo IACP per costruire nuove abitazioni in zona Pietralata. La realizzazione del progetto ebbe inizio con gli sfratti dei residenti. Gli abitanti dei lotti furono invitati, anche con minacce e intimidazioni anonime, a lasciare i loro alloggi per trasferirsi in altre zone della città. Lo IACP cominciò a murare le finestre delle villette e poi a demolirle, così il ponticello perse il suo ruolo di collegamento e cadde in disuso. Gli abitanti di zona e le forze di sinistra, però, protestarono vivacemente, tanto che la notizia arrivò al Principe Torlonia, erede di quella famiglia che era stata espropriata dei propri terreni dall’Ente Marittimo e Industriale di Paolo Orlando, per edificare abitazioni ad uso edilizia popolare, destinate agli operai della nascente zona industriale. Il Principe fece ricorso ed ebbe la meglio, cosicché lo IACP dovette bloccare il progetto.

La famiglia Natalini sul ponticello di legno, sullo sfondo edificio ex lotto 4
La famiglia Natalini sul ponticello di legno, sullo sfondo edificio ex lotto 4

Anni sessanta

Nei primi anni Sessanta il ponticello ormai inutilizzato, coperto dai rovi e divenuto pericolante in assenza di manutenzione, fu abbattuto. Fu solo nel 1994 che la superficie dei lotti demoliti fu destinata a giardini, con la realizzazione di un parco pubblico e di una pista di pattinaggio. Oggi l’area è sede di importanti eventi culturali all’aperto, soprattutto durante il periodo estivo. Agli inizi del 2000, quando Walter Veltroni era sindaco di Roma, si parlò della ricostruzione del vecchio ponticello. Il Sindaco ed altri membri della giunta capitolina effettuarono un sopralluogo per valutare, insieme ai residenti, la fattibilità dell’intervento. Furono proprio gli abitanti della zona a non essere d’accordo, per evitare un transito indesiderato all’interno di quest’area amena, come sospesa su una nuvola, lontana dai rumori del traffico. Oggi di quel ponticello non rimangono che i ricordi degli abitanti più anziani e qualche reperto fotografico. Nel 1990 via di Santa Emerita venne ufficialmente eliminata dalla toponomastica di Roma perché non più utilizzata. La targa con il nome della strada è tuttavia rimasta ed è visibile ancora oggi nello stesso luogo in cui era stata posta quasi un secolo fa, all’angolo con via Sant’ Adautto.

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Addio ad Augusta, storica cuoca de “La nuova cantinetta”

C’era tantissima gente ai funerali di Augusta a Dragona, dove abitava insieme alla sua famiglia. E c’erano anche molti di quei cittadini della Garbatella che frequentano abitualmente o saltuariamente la trattoria romana di via Basilio Brollo.

Augusta, la cuoca storica de La Nuova Cantinetta, se ne è andata il 17 settembre dopo una breve e implacabile malattia.
Nata nel 1941 a Montefortino (in provincia di Fermo, all’epoca provincia di Ascoli Piceno) nelle “Marche zozze” – come amava raccontare con un sottile sarcasmo tipico di chi aveva affrontato l’esistenza duramente – in una numerosissima famiglia di contadini, la vita l’aveva portata prima a Configno, frazione di Amatrice, per poi giungere nella Capitale. Anche al Testaccio, dove aveva vissuto per diversi anni, insieme alla sua famiglia, era amata e conosciuta.

Ogni giorno, dal 1997, è sempre stata ai fornelli di quella piccola cucina, nel cuore della Garbatella, da dove aveva sfornato i migliori piatti della tradizione romana con cura e maestria.
Con la sua arte aveva cominciato da subito a far parlare di sé, tanto che i suoi rigatoni con la pajata, o la sua amatriciana o la sua gricia, erano conosciuti un po’ in tutta Roma.
I commensali della trattoria la ricordano anche perché aveva un sorriso per tutti, non soltanto per chi si affacciava in cucina per farle i complimenti o semplicemente per porgerle un rapido saluto mentre era al lavoro.

Alla figlia Jolanda, al genero Paolo e al nipote Pietro le condoglianze della redazione di Cara Garbatella.

 

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Rievocato il bicentenario dell’incendio della Basilica di San Paolo fuori le mura

Quando

In una notte d’estate di duecento anni fa bruciava la Basilica di San Paolo. Tra il 15 e il 16 luglio del 1823, infatti, andò a fuoco il tetto del tempio più grande di Roma dopo quello di San Pietro in Vaticano, provocando danni ingenti alla struttura religiosa. Nel luglio scorso è stata proprio l’Università Roma Tre a rievocare il bicentenario del catastrofico rogo con una conferenza “San Paolo infiamma” nel giardino del Parco Schuster, a poche decine di metri dall’imponente chiesa.

Il disastro, all’epoca, impressionò anche il poeta Giacomo Leopardi, che parlò di “ una disgrazia veramente europea”; l’incendio, infatti, si consumò in poche ore e arrecò gravi e ingenti danni alla chiesa.

Chi ne parlò all’epoca

Della sciagura parlò persino Stendhal nelle sue Passeggiate romane. Patrizia Burdi, nella sua Storia della Basilica di San Paolo fuori le mura, riporta quanto annotava lo scrittore francese, amante del Bel Paese, all’indomani  dell’immane rogo: “ Io visitai San Paolo il giorno dopo l’incendio. Ne ebbi un’impressione di severa beltà, triste quanto la musica di Mozart. Erano ancora vive le vestigia dolorose e terribili della sciagura; la chiesa era ancora ingombra di nere travi fumanti, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano a ogni istante di cadere. I romani costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata. E’ uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto”.

Delle fiamme si accorse un vaccaro, Domenico Perna, mentre portava le sue mucche al pascolo (la zona dove sorgeva la Basilica era all’epoca tutta campagna). Egli udì un boato molto forte, si spostò per vedere e, scorgendo l’imponente chiesa avvolta dalle fiamme, dette l’allarme.

Purtroppo i soccorsi arrivarono con un ritardo di circa tre ore e il forte vento che quella notte tirava alimentò ulteriormente l’incendio.

Il tetto della Basilica andò completamente a fuoco; si salvarono solo il transetto, la tela di Arnolfo Di Cambio, il ciborio medievale e l’abside.

Al Papa Pio VII, già gravemente malato, non si disse nulla dell’accaduto, tanto che egli morì di lì a poco senza sapere niente.

Il cardinale Enrico Consalvi, segretario di Stato, dopo la morte del Papa, ereditò il gravoso compito di indagare sulle cause del rogo e su chi lo avesse provocato.

Le origini dell’incendio

Sulle origini dell’incendio furono formulate molte ipotesi, alcune alquanto fantasiose, ma nessuna di esse si rivelò completamente convincente. Le cronache del tempo liquidarono la questione attribuendo la causa del rogo alla negligenza di alcuni stagnini, che stavano restaurando il tetto della Basilica e che avrebbero fatto cadere inavvertitamente il fuoco di alcuni fornelli utilizzati per riscaldare ferri che servivano per liquefare lo stagno.

Secondo l’architetto Marcello Zalonis, puntiglioso studioso della storia del territorio di San Paolo,  questa ipotesi sarebbe priva di sostanziale fondamento, perché nel mese di luglio si faceva notte tardi e gli operai avevano presumibilmente lasciato le impalcature alle ore  venti, mentre l’ incendio si sarebbe verificato alle ore quattro del mattino successivo.

I fornelli usati dagli “stagnini” erano alimentati con il carbone di legna, materiale che bruciava senza fiamma per un tempo limitato ( da una a due ore). Il fuoco, quindi, non avrebbe potuto covare per circa otto ore ( tempo intercorso  dal momento che gli operai avevano lasciato il lavoro e quello in cui l’ incendio era divampato), a meno che ci fosse stata “una manina sacrilega” che lo avesse deliberatamente acceso.

Chi erano i sospettati

Zalonis faceva una considerazione importante al riguardo: gli operai non avrebbero avuto interesse a far scoppiare l’incendio per non perdere il lavoro e rischiare di finire per tutta la vita nelle galere papali. L’ipotesi più probabile potrebbe essere quella che a compiere l’atto fosse stato un gruppo di neo-Carbonari, provenienti dal Nord, che si erano infiltrati nella Roma papalina.

Molti di loro, infatti, erano stati arrestati e avevano giurato di vendicarsi, tanto più che il papa Pio VII nel 1821 aveva emanato la bolla “Ecclesiam a Jesu Cristo”, con la quale si mettevano in guardia i fedeli dal credere alle parole di costoro (Carbonari), che “si presentavano come agnelli mentre erano lupi rapaci”. Essi appartenevano a società segrete, odiavano profondamente la Chiesa ed erano capeggiati dal Rettore e dal Gran Maestro.

Probabilmente i Carbonari avevano appiccato il fuoco alla Basilica a scopo dimostrativo,  avevano scelto il momento in cui la Chiesa veniva restaurata e quindi erano presenti i ponteggi su cui ci si poteva arrampicare. Inoltre, in quella stagione, l’imponente edificio religioso era quasi deserto, perché  i preti erano quasi tutti partiti per le vacanze. Gli attentatori forse pensarono che l’incendio sarebbe stato domato in breve tempo; resisi  conto in seguito dell’enormità dei danni provocati, fuggirono lontano senza rivendicare l’azione.

L’inchiesta

Il cardinale Consalvi e la Commissione d’inchiesta nominata ad hoc, sulla base delle indagini svolte, pur avendo probabilmente la convinzione che dietro l’incendio ci fosse stato un attentato, decisero di attribuirlo all’imperizia di alcuni operai.

Questa fu la scelta dettata dal momento più che delicato per il Papato, sede vacante per la morte di Pio VII. La Chiesa temeva, inoltre, le influenze politiche da parte delle potenze europee, e il dilagare dell’indignazione dei fedeli particolarmente affezionati alla Basilica.

Il nuovo pontefice Leone XII prese in mano la situazione e decise di chiamare a raccolta i cristiani per una colletta universale finalizzata alla ricostruzione della Basilica.  A questo scopo il 25 gennaio 1825, giorno di festa per la ricorrenza della conversione di San Paolo, emanò l’enciclica “Ad Plurimas” .

La ricostruzione

Quasi per miracolo i contributi arrivarono da ogni dove, anche da parte di musulmani e di persone di altre fedi. Alcune di queste donazioni furono di grande pregio, come le finestre e le colonne di alabastro offerte dal re d’Egitto Fouad I e dal vicerè Mohammed Alì, e i blocchi di malachite e lapislazzuli devoluti dallo zar di Russia, Nicola I.

Tra l’altro nell’anno 1825 a Roma ricorreva anche il Giubileo. I lavori di ricostruzione durarono parecchi anni.  La Basilica di San Paolo fu riconsacrata il 10 dicembre 1854 da Papa Pio IX. E’ interessante notare che solo due giorni prima di tale data ( 8 dicembre) lo stesso Papa aveva proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione con la bolla “Inneffabilis Deus”.

La storia dell’incendio della Basilica potrebbe apparire come un evento eccezionale , ma questa convinzione è stata fugata di recente per  il rogo che ha interessato la chiesa di “Notre Dame” a Parigi.  Anche in questo caso i danni sono stati molto ingenti e le cause  non sono state ancora accertate, a testimonianza di quanto le grandi opere artistiche possono essere stupende ma contemporaneamente anche molto fragili.

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È scaccomania a La Villetta della Garbatella

Serie tv, libri e giochi online, negli ultimi anni gli scacchi sono tornati di moda e hanno reclutato sempre più estimatori, soprattutto tra i più giovani.
La passione per gli scacchi trova sfogo anche alla Garbatella, dove c’è chi tra quelle sessantaquattro caselle bianche e nere impara a muovere i pezzi e nuove strategie. Nello spazio esterno de la Villetta, infatti, tutti i martedì (dalle 16:45 alle 18:15) l’Asd Quattro Torri tiene un apprezzato corso per bambini/e e ragazzi/e.
Gli istruttori si districano tra i tavoli spiegando i segreti del gioco sia ai principianti che ai più esperti. Alla fine di ogni lezione, a partire dalle ore 19:00 e per poco più di un paio d’ore, la Villetta apre le porte a tutti gli appassionati ed appassionate del gioco di qualsiasi età e Garbatella Scacchi organizza dei tornei che alternano di settimana in settimana varie cadenze di gioco (5′, 10′ o 5’+3″).

Torneo di scacchi a La Villetta

Oltre a divertire, il gioco favorisce le abilità cognitive e agisce come modificatore di alcune aree cerebrali che amplia la capacità di ragionamento, pianificazione e attenzione. Qualità apprezzate dalle scuole che inseriscono sempre di più questa disciplina tra le attività curriculari o tra quelle pomeridiane, riscontrando buone ripercussioni anche sullo sviluppo emotivo, etico e sociale, soprattutto rispetto alle relazioni tra pari.

Accenni di storia sugli scacchi

Quello degli scacchi è un gioco antichissimo, nato presumibilmente in India intorno all’800 d.C. e diffusosi poco tempo dopo nell’Europa meridionale, grazie all’influenza degli arabi.
In Italia, come riportano testimonianze dei secoli precedenti, il primo scacco al re non fu certo quello che Gaetano Bresci nel 1900 rifilò al cuore di Umberto I di Savoia. Ce lo confermano il Codice 38 di Ivrea, il più antico documento europeo scritto nel quale si discorre di scacchi, ed i Pezzi di Venafro, undici tozzi di osso di animale rinvenuti in Molise che erano utilizzati per un gioco da tavola simile agli scacchi risalanti all’alto Medioevo.
Per informazioni e iscrizioni: scacchigarbatella@gmail.com oppure Instagram: @garbatellascacchi

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“Sull’uso pubblico della storia” incontro con lo storico Davide Conti (Servizio video)

Maltrattata e fraintesa, la storia è sempre più sotto l’attacco di chi è pronto a crearsi un passato di comodo pur di legittimare le proprie visioni del mondo, anche se la nostra Costituzione parla chiaro: è antifascista.

Perché, allora continuiamo ad assistere a tolleranze e a revisioni storiche? Come è possibile che ancora oggi in Italia sia concessa l’apertura di sedi di Partito, di case editrici e quant’altro emuli un passato di oblio e orrore?

Queste sono alcune delle domande con cui si interroga Davide Conti nel suo libro “Sull’uso pubblico della storia”, presentato al Millepiani Coworking in un evento organizzato dalle sezioni ANPI Martiri delle Fosse Ardeatine e ANPI Garbatella e che ha visto il patrocinio del Municipio Roma VIII.

Il volume, pubblicato da Forum Edizioni, è accompagnato da alcune immagini tratte da Lapidarium, una raccolta di fotografie di Paolo Pandullo sulle testimonianze pubbliche a ricordo delle tante vittime delle stragi italiane.

Stefano BAIOCCHI & Giuliano MAROTTA

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Giornata mondiale sull’autismo alla Cooperativa Garibaldi

di Eleonora Ono

Segnatevi la data perché il 2 Aprile, nella Cooperativa Agricola Giuseppe Garibaldi, immersa nel verde di Via di Vigna Murata 573, vi aspetta la giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo.

Il programma partirà alle ore 11:30 quando i genitori, i ragazzi autistici e chi fa parte di questa splendida realtà si racconteranno. Proseguirà poi alle ore 13.00 con la visita dell’azienda in attesa del buffet. Seguiranno la passeggiata negli orti, musiche e danze popolari e persino un’installazione artistica di Bob Gallo, pittore che si è lasciato coinvolgere dalla capacità creativa di questi giovani.

Una giornata che, istituita dall’Onu nel 2007 per richiamare l’attenzione su questa realtà, ha per la Cooperativa Garibaldi un’importante significato. Qui infatti, ogni giorno si lotta per il riconoscimento dei diritti delle persone con la sindrome dello spettro autistico.

Una storia che va avanti dal 2010, quando il Presidente Maurizio Ferraro, insieme ad altri genitori dei ragazzi autistici, fondarono questa cooperativa sperimentale per sensibilizzare la popolazione su questa complicata realtà, ma soprattutto  per dare un lavoro e un futuro ai propri figli. L’unicità di questa azienda, infatti, è che i soci fondatori sono proprio loro: i ragazzi autistici. E nonostante le difficoltà, le loro giornate volano tra mille attività. Dal ristorante, alla falegnameria, la smielatura, i corsi di cucina, laboratori di fotografia,disegno: il tutto con l’intento di integrare ogni ragazzo che abbia una forma di autismo più a meno lieve. Tra le attività non dimentichiamo quella dell’orto, forse la principale, poiché coinvolge l’intero quartiere e dintorni. I cittadini infatti, possono adottare pezzi di terra da curare e coltivare assieme ai ragazzi, così da superare le barriere dei pregiudizi e dei preconcetti. Scegliere una parte di terra da adottare, vuol dire anche sentirsi liberi di investire in questo spazio pieno di vita e di riscatto.

Perciò il motto è: “la cura della Terra la Terra che cura”. Con questo messaggio si spera di scuotere anche una mentalità che, alcune volte, si irrigidisce nell’affrontare concetti un po’ meno consueti per paura o per disinteresse. Invece bisognerebbe  alimentare la comunicazione sotto qualsiasi forma attraverso un percorso di inclusione.

Insomma, il 2 Aprile non perdetevi questa giornata dove si sta insieme, si mangia, si respira l’aria di campagna, si scoprono i punti di vista di chi il mondo lo vede a modo suo. E se non sai guardare il mondo come fanno i ragazzi autistici, impari.

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Giochi da tavolo e socialità al Casale Ceribelli

di Anna Di Cesare

Casale CirimbelliE’ “giocomania” al Casale Ceribelli della Montagnola, dove un pubblico molto vario si raccoglie davanti a un tabellone o a un mazzo di carte. Ormai da due anni è in corso, infatti, il programma “Ceribelli gioca”, una serie di incontri mensili per gli appassionati dei giochi da tavolo. L’iniziativa, destinata a tutte le fasce di età, è stata ideata dall’associazione “Officina Ludica”, fondata da un gruppo di amici appartenenti al Comitato di Quartiere.

“All’inizio eravamo in pochi e ci incontravamo alla Casa del Municipio VIII in via Barbana 57, uno spazio sequestrato alla banda della Magliana nel 2005” ci ha raccontato Marco Calvani, il responsabile dell’associazione. “Sempre lì continuiamo a incontrarci il martedì sera: è un’iniziativa gratuita che prende il nome di “Montagnola ludica” e alla quale è possibile prenotarsi sul nostro sito (https://linktr.ee/officina.ludica?utm_source=qr_code) e sulle nostre pagine social. Ma dal momento che alla Casa del Municipio possiamo ospitare al massimo sessanta persone e il nostro gruppo si sta ampliando notevolmente” ha proseguito Calvani, “siamo andati alla ricerca di nuovi spazi, come il Casale Ceribelli. La nostra APS (associazione di promozione sociale) è un gruppo di appassionati dei giochi da tavolo che si mantiene solamente tramite donazioni. E dal prossimo gennaio introdurremo un’importante novità. – conclude il responsabile – I soci avranno anche la possibilità di prendere in prestito i giochi, proprio come i libri nelle biblioteche.”

I prossimi appuntamenti

Casale Cirimbelli

Le giornate dedicate ai giochi da tavolo non sono una novità per i frequentatori del Casale, che da quasi due anni sotto la supervisione del presidente Mimmo De Matteis ospita le iniziative di “Officina Ludica.” A settembre si è svolto il primo incontro della seconda edizione, a tema libero; invece a partire da ottobre le giornate hanno seguito dei temi specifici. Domenica 26 novembre, per esempio, giochi e laboratori hanno avuto come argomento il Giappone: gli ospiti hanno avuto la possibilità di conoscere e sperimentare giochi giapponesi, partecipare a un laboratorio di origami e infine prenotarsi per il pranzo. Gli altri appuntamenti sono in programma per domenica 28 gennaio, con tema la Cina, e poi il 25 febbraio, il 24 marzo e il 21 aprile.

Un luogo sempre aperto a tutti

“Siamo molto orgogliosi di poter ospitare attività rivolte a tutti i cittadini – ci ha spiegato Mimmo De Matteis, osservando soddisfatto le due file di tavoli che in occasione di queste giornate animano il padiglione d’ingresso del Casale. – “È davvero una gioia vedere tutte queste famiglie e questi giovani. Il nostro centro è un po’ atipico. Quando si pensa a questi luoghi di solito si fa riferimento a spazi in cui si balla e si gioca a carte soltanto. Invece noi da circa un anno stiamo andando nella direzione opposta: il Casale si sta aprendo al territorio, ha anche cambiato nome – ha proseguito De Matteis -Non siamo più un centro anziani, ma una Casa Sociale per gli Anziani e per il Quartiere, ad indicare maggiore disponibilità e maggiore varietà di iniziative.”

Il presidente, che negli ultimi mesi ha seguito giorno dopo giorno questa trasformazione, ha quindi sottolineato anche il valore politico di attività come questa. “La politica non è solo quella che si fa nelle aule, ma anche quando si parla di centri sociali, di anziani e territorio, anche questo è fare politica.” Il Casale Ceribelli da un anno ospita anche una biblioteca dove è possibile consultare e prendere in prestito libri oltre che partecipare a incontri pubblici, sul modello dei poli comunali. A Carnevale, invece, è sempre il Casale Ceribelli che, in collaborazione con alcune scuole della zona, accompagna i bambini a fare una passeggiata per le strade del quartiere per poi riunirli in piazza della Montagnola. Un luogo attivo, dunque, accogliente e sempre aperto a tutti.

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La storia dell’Archivio Flamigni rivive nel podcast #7Vite

Cosa accomuna la storia del Castello di Santa Severa dove ha vissuto il primo samurai arrivato in Europa, le grotte di Pastena e il pozzo D’Antullo in Ciociaria, l’edificio d’arte contemporanea Wegil a Trastevere e l’Archivio Flamigni a Garbatella?

Sono solo alcuni dei luoghi e delle storie che vengono raccontate in #7Vite, un podcast scritto, curato e interpretato da un gruppo di giovani che hanno voluto raccontare alcuni degli spazi pubblici rinati grazie al contributo della Regione Lazio.

Luoghi capaci di farci viaggiare nel tempo come l’Archivio Flamigni a cui è dedicata la terza puntata intitolata Memo.

Breve storia dell’Archivio

Tra un susseguirsi di contributi audio emerge la storia dell’Archivio frutto dell’attività di studio e ricerca del senatore Sergio Flamigni, classe 1925. Il centro di documentazione è nato a Oriolo Romano in provincia di Viterbo e nel febbraio 2021 si è trasferito in piazza Bartolomeo Romano alla Garbatella, in un crocevia culturale e sociale tra il Palladium, Moby Dick e il Csoa La Strada.

L’archivio voluto fortemente dal Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, raccoglie documenti nazionali, legati alla storia dell’Italia Repubblicana, e si concentra in particolare sullo studio del terrorismo, stragi, eversione politica, mafia e criminalità organizzata.

Il contenuto della puntata

Nella puntata tra battute di Alberto Sordi e Nanni Moretti, è possibile ascoltare spezzoni di telegiornali andati in onda sul caso Moro e sul caso della P2, interviste alla direttrice Ilaria Moroni, alla documentarista della  Camera dei deputati Piera Amendola e ad Agnese Moro figlia di Aldo il politico, tra i fondatori della Democrazia Cristiana, assassinato nel 1978 dalle Brigate Rosse.

#7Vite un podcast utile a conoscere alcuni luoghi ricchi di storie che avevamo dimenticato, ma che, come i gatti, hanno diritto a rivivere altre esistenze per sorprenderci in nuove forme.

Tutti gli episodi del podcast sono disponibili in ascolto gratuito sulle piattaforme: Spotify, Apple podcast e Google podcast.

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Inaugurato Largo Alvaro Amici nel parco Caduti del Mare

L’unico bene suo sogno adorato
era pe’ Roma sua dov’era nato
quanno a la sera s’addormiva er monno
Roma lo cunnulava in braccio ar sonno
”.

Cantava così Alvaro Amici in Passione Romana, una delle più celebri canzoni dedicate alla città eterna dell’artista originario della Garbatella. Il cantautore, scomparso diciannove anni fa, ha ricevuto oggi l’omaggio del suo quartiere, con l’inaugurazione di Largo Alvaro Amici nel parco Caduti del Mare, a pochi metri dai vicoli e dai lotti narrati nei suoi stornelli.

La cerimonia, molto partecipata dagli abitanti, ha visto la presenza anche di alcuni familiari dell’artista, tra cui il nipote Cristiano Amici, il consigliere comunale Mariano Angelucci e del presidente dell’ottavo Municipio Amedeo Ciaccheri che ha commentato così l’avvenimento: «Una dedica speciale per un figlio della Garbatella. Nasce Largo Alvaro Amici dove l’artista romano ha vissuto e cantato l’anima popolare di questa città. Assieme a Roma Capitale realizziamo una promessa mantenuta, fatta alla famiglia, agli amici e a tutto il quartiere».

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CACCIA AL TESORO ALl’APPRODO DI GARBATELLA

L’appuntamento è giovedì 16 GIUGNO ore 15,30  NELL’EX CASA DEL CUSTODE DELLA SCUOLA DEI BIMBI.

L’Approdo è un servizio bibliotecario nella storica Casa dei Bimbi a via G.B. Magnaghi, 12 alla Garbatella, inaugurato nel febbraio dello scorso anno . Ma “Approdo”, come dice il termine stesso, vuole essere anche un “porto sicuro”, uno spazio dedicato all’accoglienza, contro l’isolamento sociale. E quindi la sua qualifica corretta è “Biblioteca Civica e Porto Culturale Sicuro”.

Qui, giovedì 16 giugno, si riuniranno ragazz* dagli 8 agli 11 anni per un gioco che, più che una caccia al tesoro, sarà una “caccia al libro”, perché… ”anche i libri nascondono segreti”. Gli organizzatori non hanno voluto svelare molto di più per mantenere viva la sorpresa per i partecipanti, ma raccomandano la prenotazione perché ci sono solo 20 posti massimo. E, per la squadra vincitrice, ci sarà un premio finale.

Di Paola BORGHESI

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Arriva a Tor Marancia la prima Scuola di storia orale

Storia orale – La memoria è un valore enorme per un territorio dalla storia lunga e complessa come quello dell’ottavo Municipio. Imparare a raccogliere, elaborare e restituire testimonianze private e collettive sono gli obiettivi che l’Aiso (Associazione Italiana di Storia Orale) si pone nella prima Scuola di storia orale e public history nel paesaggio metropolitano di Roma che si svolgerà nel quartiere di Tor Marancia dal 17 al 19 giugno.

Il programma dei tre giorni

Il programma prevede lezioni interdisciplinari, geoesplorazioni e laboratori. I temi principali che i formatori e le formatrici coinvolte affronteranno saranno: la storia della borgata Tor Marancia “Sciangai” dalle origini al dopoguerra; la campagna in città da cui siamo circondati; le politiche urbane e riqualificazione delle periferie tra anni Novanta e nuovo Millennio, la storia delle Fosse Ardeatine e tanti altri argomenti che a partire da Tor Marancia coinvolgono tutta la città.

Istituto Sant’Alessio Margherita di Savoia negli anni ’50

L’obiettivo è fornire ai e alle partecipanti strumenti per leggere la città e i suoi quartieri in prospettiva storica, utilizzando (anche) le fonti orali. Saranno intervistate circa quindici persone del quartiere, dai più anziani ai più giovani, da chi a Tor Marancia ci è nato e a chi ci è arrivato dopo un lungo viaggio. Ognuna racconterà la propria vita, il rapporto con il territorio e le sue passioni. A partire dalle interviste raccolte e avvalendosi di altri materiali documentali messi a disposizione dagli organizzatori, i partecipanti sono poi invitati a creare dei prodotti culturali da restituire alla comunità territoriale ospitante. 

Come iscriversi?

Per l’iscrizione c’è tempo fino al 3 giugno, è previsto un tetto massimo di 25 iscrizioni, di cui 5 riservate per utenti del S. Alessio.Le iscrizioni verranno accolte in ordine di candidatura fino ad esaurimento dei posti disponibili. Per tutte le altre informazioni vi consigliamo di visitare il sito dell’Aiso. L’evento si svolgerà all’interno dell’Istituto Sant’Alessio e al Parco della Torre. Promosso da Aiso vede lacollaborazione dell’Associazione Parco della Torre di Tormarancia, del Circolo Gianni Bosio e l’Asp Sant’Alessio, con il patrocinio del Municipio Roma VIII.

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Dormitorio a cielo aperto sulla Circonvallazione Ostiense

Accampamento abusivo di fronte alla chiesa di Santa Galla – Materassi, trolley, panni stesi e bancali. Un accampamento con tanto di magazzino abusivo a cielo aperto sulla Circonvallazione Ostiense, di fronte alla parrocchia di Santa Galla: questo è lo scenario che si presenta ormai da giorni agli occhi dei cittadini della zona.

“È una vergogna, nessuno è intervenuto, siamo nel degrado, nonostante le numerose denunce la situazione non cambia”. Queste le parole di un passante che nella mattina di sabato 23 Aprile si trovava nei paraggi. “Sono anche passati alcuni volontari una settimana fa per la pulizia del prato, ma i bancali sono rimasti lì”, continua il passante.
A pochi metri da quella che è la zona notte, utilizzata per dormire dai senza tetto, ci sono sedie, tavolini, tovaglie e resti di fuochi a terra per cucinare.

Si attendono risposte dalle istituzioni dopo le segnalazioni dei cittadini.

Ecco alcune immagini raccolte dal nostro foto reporter:

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Un Cto d’eccellenza, ma cambia il Pronto Soccorso

Di Stefano Baiocchi

Sarà solo ortopedico e aperto fino alle 20. Funzionerà un punto di primo intervento per il triage bianco e verde h 24.

Sembrano ormai diradarsi le nubi sull’annosa vicenda legata al Pronto Soccorso dell’Ospedale Cto, dopo una serie di perplessità, che si erano palesate tra i cittadini dell’VIII Municipio all’indomani dell’annuncio da parte della ASL di trasformare il nosocomio della Garbatella in un centro di ricerca e di eccellenza. In realtà si tratta di due vicende distinte.

Il Cto garantisce tutt’ora un Pronto Soccorso Ortopedico, quindi di tipo mono-specialistico, di primo livello, un’autentica eccellenza, aperta al pubblico dalle 8:00 alle 20:00.
Contestualmente è in funzione un Punto di Primo Intervento aperto H 24; quest’ultimo nella cosiddetta triage cura i casi bianchi e verdi, per quelli più seri è previsto il trasferimento presso una struttura più idonea quale, ad esempio, il Sant’Eugenio. Le autoambulanze, infatti, in caso di politraumatizzati o persone con problemi di natura infartuale o respiratoria, o con situazioni di emorragie, portano i pazienti direttamente all’ospedale dell’EUR oppure al San Giovanni.

Tutto aveva avuto inizio nell’aprile del 2020 quando 25 medici ortopedici – perorati dall’avvocato Alessandro Bianchini – avevano denunciato prima al Tar e poi al Consiglio di Stato l’impossibilità di operare come medici di Pronto Soccorso “generico”, in quanto si erano trovati ad affrontare situazioni emergenziali di altra natura, cioè ben al di fuori delle loro competenze specifiche. Parliamo di medici altamente qualificati e specializzati nella cura degli arti, nella chirurgia della mano, dell’anca o del piede, come ci tiene a sottolineare l’avvocato Bianchini, ma che non possono garantire altri tipi di interventi d’urgenza.

Adesso è cominciato un percorso che vedrà la trasformazione del presidio ospedaliero della Garbatella in un centro di eccellenza, probabilmente nel più importante polo specialistico nel campo dell’ortopedia del centro-sud. La direzione della ASL Roma 2 ha riconosciuto il CTO come IRCCS (Istituto Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) Ortopedico-traumatologico, ciò significa che assumerà anche le caratteristiche di centro per la ricerca sulla scia dello Spallanzani o dell’ospedale Rizzoli di Bologna.

Valeria Baglio ed Enzo Foschi, rispettivamente responsabile della Sanità per il PD del Lazio e vicesegretario del PD regionale in una nota congiunta plaudono al cambiamento in vista. “Bene l’obiettivo della Asl Roma 2 di fare del Cto un centro di eccellenza della traumatologia Italiana. Bene anche la conferma del punto di primo intervento aperto 24 ore. Come ha dimostrato l’emergenza legata al Covid19, un sistema sanitario pubblico più forte e più efficiente è un baluardo essenziale per combattere le nuove sfide della salute e le disuguaglianze della società”.

C’è bisogno di una nuova visione di sistema, dalla sanità del territorio alla nuova organizzazione della rete ospedaliera – prosegue la nota congiunta – e di assumere nuovo personale a partire dalle ragazze e dai ragazzi che in questi due anni hanno contribuito, lavorando nei cosiddetti hub-vaccinali insieme agli operatori sanitari, a contenere lo sviluppo della pandemia. L’emergenza deve presto lasciare il posto a un modello sanitario più confacente alle esigenze del nostro tempo”.

Anche Antonio Bertolini, storico medico di base della Garbatella, accoglie con soddisfazione   l’evoluzione del Cto in centro di eccellenza, “ma tutto ciò va corroborato con personale adeguato non esclusivamente ortopedico,serve la presenza di medici di altre specialità per poter intervenire prontamente su eventuali altre patologie dei ricoverati”.

Simonetta Novi capogruppo in Municipio di Azione plaude all’accessibilità per il punto di primo intervento con dei distinguo: “Se i cittadini dell’ VIII Municipio sono tornati ad avere internisti e non solo ortopedici nel punto di primo soccorso del Cto lo dobbiamo soltanto a loro, che dall’ aprile 2020 hanno iniziato una battaglia a colpi di ricorsi contro la miopia di Regione Lazio e ASL che in piena pandemia hanno deciso di togliere tutti gli specialisti e lasciare solo medici ortopedici a fronteggiare pazienti infartuati, persone con crisi addominali, donne con minacce di aborto. Grazie a loro, il Cto è tornato ad essere quello che era riuscito a diventare dal 2008, dopo che ancora una volta la politica aveva deciso di chiuderlo”.

Maurizio Buonincontro, consigliere di Fratelli d’Italia sottolinea che “la scelta del Pronto soccorso ortopedico è stata giudicata nettamente sbagliata dal Consiglio di Stato con evidente fallimento di chi ha invece insistito testardamente in senso avverso (vertici regionali e della Asl). E’ pertanto opportuno spingere sul ripristino di Pronto Soccorso multispecialistico,  non limitandosi al solo Punto di Primo Intervento che appare comunque non idoneo a garantire la dovuta assistenza emergenziale”.
A tal fine– prosegue il consigliere – potrebbero essere utilizzati i fondi straordinari del Decreto cura Italia e del Pnrr.Insisteremo inoltre a chiedere il rilancio a breve e medio periodo dell’intero nosocomio quale struttura ospedaliera non solo ortopedica di riferimento per tutto il Distretto Sanitario 8. Questo è ciò che è necessario per rispondere alle esigenze del territorio”.

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La guerra vista con gli occhi dei bambini

Dalla redazione

Da quando ho saputo della guerra in Ucraina non penso ad altro che ai poveri bambini che soffrono con i genitori e a tutte le persone che stanno affrontando questo bruttissimo momento di dolore, ingiustizia e terrore.

Inizialmente non sapevo dove si trovava l’Ucraina e pensavo che fosse un Paese lontano dal nostro. Incuriosita, ho cercato sul mappamondo l’Ucraina e sapere che è così vicino a noi mi ha spaventata moltissimo.

Non so il motivo che ha spinto la Russia a iniziare lo scontro, ma sicuramente non lo condivido, nessuna motivazione conta più di una vita umana.

In questi giorni sto guardando più volte il telegiornale e nelle immagini che trasmettono non vedo felicità, ma tristezza e penso alle persone che sono costrette a rifugiarsi in spazi bui oppure sotto una metropolitana per proteggersi dalle bombe.

A scuola ne abbiamo parlato molto con i nostri maestri. La maestra Claudia, durante la lezione di educazione civica, ci ha fatto studiare l’articolo 11 della Costituzione della nostra Repubblica: “L’Italia ripudia la guerra”. Il preside ha mandato ai genitori l’informazione di un’iniziativa in cui possiamo mandare cibo, medicine e vestiti in aiuto alla popolazione dell’Ucraina.

Sono una bambina e so di non poter fare molto, ma partecipare a queste attività con i miei compagni mi fa sentire in qualche modo utile.

Sono molto triste per questa bruttissima guerra e ci penso spesso, ma spero che la Pace ritornerà molto presto.

Diletta Del Monaco 9 anni, frequenta la IV primaria alla scuola Vincenza Altamura alla Garbatella. Da grande le piacerebbe fare la giornalista.

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“Terreni della discordia”: si profila una soluzione positiva tra Istituto agrario e Cooperativa GaRIBALDi

di Gianni Rivolta

DOPO LE PRESE DI POSIZIONE DELLE FORZE POLITICHE IN MUNICIPIO VIII, IN CAMPIDOGLIO E CITTÀ METROPOLITANA

Sembra si possa concludere per il meglio il braccio di ferro tra l’Istituto agrario Garibaldi e l’omonima Cooperativa e Agriturismo, che si prende cura da anni di una ventina di ragazzi autistici più e meno gravi. La querelle era nata qualche mese fa quando il nuovo dirigente scolastico, alla scadenza della convenzione che regolava i rapporti tra i due soggetti, ha cercato sbrigativamente di rientrare in possesso dei terreni, circa 2 ettari e mezzo, che da anni sono coltivati direttamente dai ragazzi e dai cittadini degli orti in adozione.

Le notizie sui “terreni della discordia” sono presto rimbalzate sui social-media e immediatamente nei palinsesti delle Tv regionali. Questo ha provocato una lunga serie di prese di posizione delle istituzioni di prossimità (Municipio VIII), delle forze politiche di maggioranza e opposizione del Campidoglio e della Città metropolitana, che andavano tutte nella direzione di ricomporre la questione. Auspicavano anche la stesura di una nuova convenzione che salvaguardasse le ragioni della Scuola e il valore aggiunto dell’esperienza pluriennale della Cooperativa Garibaldi, riconosciuta e sostenuta non solo dalle famiglie dei ragazzi, ma anche da qualificati enti esterni come la Facoltà di psicologia dell’Università La Sapienza, la Facoltà di Economia di Tor Vergata e l’Istituto superiore di Sanità.

 In questo momento di tregua apparente le bocce non sono ferme. Gli enti preposti sono al lavoro insieme ai due interlocutori per trovare la soluzione migliore attraverso la stipula di un Patto educativo di comunità, previsto dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca “per dare la possibilità ad enti locali, istituzioni pubbliche e private, realtà del Terzo Settore e scuole di sottoscrivere specifici accordi, rafforzando così non solo l’alleanza scuola-famiglia, ma anche quella tra la scuola e tutta la comunità educante”.  Intanto sono stati arati i terreni per piantumare le coltivazioni primaverili e riattivati una trentina di Orti in adozione, gestiti dalle famiglie del quartiere, le quali per regolamento devono accogliere nella conduzione agricola un ragazzo autistico e consegnare una parte del raccolto ai magazzini della Cooperativa.

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La cura della terra, la terra che cura

Dalla redazione

Un piccolo angolo di paradiso incuneato nei terreni dell’Istituto agrario, è la Cooperativa Garibaldi.Vi si accede da via Morandini dopo l’ingresso del liceo Primo Levi. Andateci una mattina, ci si può fermare anche a pranzo, troverete ragazzi autistici che circolano liberamente, operatori, agricoltori urbani in un clima molto disteso e sereno.

L’idea di questa Azienda agrituristica, diretta da Maurizio Ferraro, è nata nel 2010 dalla necessità di un gruppo di genitori di ragazzi autistici di creare un luogo dove i figli, una volta finita la scuola, avessero l’occasione di mettersi in gioco e lavorare. La grande novità è che i soci fondatori sono proprio loro, i ragazzi autistici, che si sono rimboccati le maniche ed hanno intrapreso diverse esperienze lavorative come curare l’orto, venderne i prodotti, occuparsi della trattoria e, all’occorrenza, hanno anche la possibilità di dormire in sede. In questi dieci anni di attività la Cooperativa è cresciuta divenendo la sede sperimentale di nuovi percorsi di abilitazione, formazione e avviamento al lavoro; il luogo in cui per la prima volta anche giovani adulti con disturbo dello spettro autistico con bisogno di supporto intensivo e ragazzi con disabilità intellettiva di grado diverso si affacciano al mondo del lavoro.

Un nuovo modello di comunità in cui le persone con disabilità intellettiva anche grave possono partecipare attivamente ai processi produttivi, un luogo di integrazione dove ciascuno condivide tempi e spazi con i pari, dai compagni di scuola ai tirocinanti universitari, dai volontari del Servizio Civile Nazionale ai professionisti dell’abilitazione, dai tecnici incaricati di operare all’interno dell’azienda, ai cittadini.

Per informazioni visitate il sito: https://garibaldi.coop

I ragazzi della Cooperativa Garibaldi
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SERVIZI SOCIALI: UN CAMPER ITINERANTE PER I PIU’ FRAGILI

Di Riccardo Cervellini

Arriva nel Municipio VIII il Presidio Sociale Itinerante, un camper attrezzato a ufficio mobile con a bordo un’équipe di operatori sociali, un’infermiera e un operatore socio-sanitario. Ha iniziato a viaggiare nella città per intercettare e dare risposte alle persone che, a causa di una condizione di elevata fragilità, non hanno la capacità o la possibilità di rivolgersi autonomamente ai servizi sociali del territorio. A partire da una prima tappa di alcuni giorni in  piazza Bartolomeo Romano alla Garbatella si sposterà in seguito verso Tormarancia a disposizione degli abitanti dalle 9 alle 17 per alcune settimane. Il personale qualificato ha il compito di dare pronto intervento a tutta la cittadinanza e di allargare la rete istituzionale sollecitando una maggiore cooperazione con le associazioni locali, i comitati di quartiere, gli organismi del terzo settore, il volontariato e i servizi sanitari e ospedalieri in base alle necessità della persona individuate in un colloquio iniziale.

Tutti i componenti del Presidio Sociale

Il nuovo servizio della Sala Operativa Sociale (SOS), inaugurato la mattina del 31 gennaio scorso dall’assessora alle Politiche sociali di Roma Capitale Barbara Funari, insieme alla cooperativa Nuova Sair che gestisce gli operatori impiegati, sarà presente a rotazione nelle diverse aree della città. La prima tappa è stata Largo Preneste, nel quadrante est, dove per tre settimane ha rappresentato un presidio di integrazione e di promozione del multiculturalismo, che contraddistingue i quartieri limitrofi, entrando in contatto con le categorie più in ombra e bisognose di un aiuto concreto: senza fissa dimora, anziani in stato di abbandono, persone sole a grave rischio di marginalità o con problematiche di dipendenze, minori esposti a situazioni di abuso e abbandono, minori stranieri non accompagnati, migranti e donne in difficoltà con figli a carico o vittime di violenza.  

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Un grande corteo per l’anniversario delle Fosse Ardeatine

Dalla Redazione

Dopo due anni di pandemia i cittadini della Garbatella e del Municipio VIII scenderanno nuovamente in piazza il 23 marzo prossimo per ricordare i loro martiri alle Fosse Ardeatine. A manifestare saranno gli studenti delle scuole superiori del territorio, in testa quelli del liceo Socrate di via Reginaldo Giuliani, ma un invito al corteo è stato inoltrato anche alle medie inferiori.  

“Sì vorremmo fare il 23 mattina il grande corteo che si faceva ante covid- assicura Lorenzo Giardinetti, il giovane presidente della commissione scuola in quota a Sinistra civica ecologista-con la presenza di tutta la comunità educante, dell’ Anpi di zona e delle associazioni democratiche del territorio, i centri sociali. E ancora il 24 vorremmo organizzare un momento assembleare all’aperto come quello avvenuto lo scorso anno a piazza Bartolomeo Romano davanti al murale di Enrico Mancini, per permettere a tutti i cittadini di poter partecipare ad un momento così significativo per la nostra comunità”.

E’ sempre bene ricordarlo la Garbatella annovera tre martiri tra i 335 antifascisti trucidati dai nazisti il 24 marzo 1944 nell’eccidio delle cave ardeatine. Quel giorno infausto, che segnò profondamente la storia di questa città, caddero sotto il piombo tedesco e sotto le mine fatte esplodere dopo le esecuzioni Enrico Mancini del Partito d’Azione abitante a via Percoto al terzo albergo e i fratelli Giuseppe e Francesco Cinelli del Partito comunista Italiano che abitavano in via A. Rubino.  A questi martiri la comunità della Garbatella, qualche mese fa, ha dedicato le pietre d’inciampo nei pressi delle loro abitazioni, perché la memoria rimanga sempre viva.

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Marcella la centenaria tra le Sgarbatelle

Di Giorgio Guidoni

Marcella Brunetti ha scelto proprio l’8 marzo, la Giornata Internazionale della Donna, per spegnere le prime cento   candeline della sua lunga vita. E per la grande occasione le sue nipoti hanno organizzato un pranzo in un ristorantino nel cuore della Garbatella, coinvolgendo parenti e amici stretti. Nata al Celio in via Annia l’8 marzo del lontano 1922, sette anni dopo si trasferisce con tutta la famiglia in via in via Roberto De Nobili al lotto 38, dove abita tutt’ora.

Lucidissima e un tantino emozionata, tra un brindisi e una foto, Marcella ha aperto il cassetto dei ricordi dipingendo con poche pennellate il quadro dei tempi vissuti, lontani eppure così nitidi.

Non si scorda niente. La nascita del gruppo di Mutuo Soccorso delle Sgarbatelle per opera di Angelinetta la “pesciarola” nell’osteria di Rascelli che all’epoca si trovava in via De Nobili. La presenza nel gruppo delle fondatrici di sua mamma Mercedes. Le gite che il gruppo organizzava ogni anno a primavera ai Castelli Romani. Sul torpedone potevano salire rigorosamente solo donne, tappa in una osteria tipica, e via a grandi mangiate, bevute e canti tradizionali.

Cerchiata in rosso Marcella insieme alle Sgarbatelle

Le Sgarbatelle, che erano anche un gruppo musicale, partecipavano alle tradizionali sagre di paese, dove vinsero la prima edizione del Festival Musicale dei Castelli Romani. Marcella è un fiume di ricordi: il papà Rodolfo che va alla Maranella a caccia di rane, cibo prezioso e prelibato in quegli anni di ristrettezze e scarsità di alimenti.

La processione del primo maggio a mezzanotte alla Madonna del Divino Amore con i grandi che procedono a piedi e i ragazzini sopra al carro di testa a cantare e a godersi la nottata speciale. Giunti a destinazione, dopo la fine della funzione religiosa, tutti a festeggiare con una bella scampagnata sull’erba. La comunione della figlia Ida nei primi anni cinquanta, allietata, dalla presenza di Claudio Villa, grazie a suo marito Luciano che lo conosceva per via della sua attività nel campo delle scenografie di spettacolo. Ecco il famoso cantante arriva su una Cadillac sfavillante e, poiché il muretto di cinta era stato abbattuto insieme alle reti di protezione, parcheggia la sua auto favolosa proprio sotto la loro palazzina tra i bambini festanti che circondano la vettura.

Marcella, infine, ricorda tutti i suoi figli fatti nascere con l’aiuto della storica levatrice Italia, riferimento sicuro per metà Garbatella, fino a che non fu aperta la clinica Villa Letizia oggi Concordia.

Alla fine del pranzo la bella e vis­­pa Marcella si è alzata in piedi per ringraziare tutti per la loro presenza e il loro amore dimostrato in questi anni. Cara Marcella la Redazione ti fa tanti auguri per il tuo spirito, la tua presenza e la voglia di amare la vita giorno dopo giorno.

Marcella con tutta la famiglia
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Addio Oscar, compagno operaio dell’Ostiense

Di Gianni Rivolta

Oggi ci ha lasciati per sempre Oscar Cini, ex segretario della sezione Ostiense del Pci ed  ex operaio dell’Acea. Classe 1930, Oscar è stato un militante di quella gloriosa sezione di via del Gazometro, che fin dal dopoguerra, ribolliva di operai del gas e facchini dei mercati generali come Alfredo Di Giovampaolo, Virgilio Bologna, Mario Mazzaferro, Fortunato Fondi, Lindoro Boccanera, Pio  Minù. Una pattuglia di antifascisti che hanno lottato in clandestinità per liberarci dai nazifascisti e consegnarci una società più democratica. Oscar Cini è stato anche membro  del comitato federale di Roma rappresentando la sezione più operaista della città, dove  militavano figure come Romolo Minù, Aurofranco Di Lino, Veio Boccanera e intellettuali del livello di Mario Tronti.

 “ Oscar Cini- ricorda Massimiliano Smeriglio, europarlamentare Pd- era parte di quella generazione di combattenti indomiti che aveva fame di vita, la militanza ma anche le risa, i viaggi, la curiosità, il vino e le osterie romane. Ha portato sempre con sé gli insegnamenti di mamma Teresa, antifascista e militante della rivista Noi donne. Pensando a Oscar e a quella generazione di comunisti proletari e scamiciati, protagonisti degli scontri a Porta San Paolo nel 1960, provo immediata una sensazione di cose belle. Lottavano e vivevano a pieni polmoni”. Ce lo ricordiamo anche con i calzoni corti a reggere, con la sorella Clara, la scala al papà Alfonso, mentre nell’aprile del 1948 con il pennello e la vernice rossa, faceva a via Basilio Brollo la famosa scritta del Fronte popolare democratico: “Vota Garibaldi, lista n°1”. La stessa scritta che ha resistito alle intemperie di tutti questi decenni e ai maldestri tentativi della sua cancellazione qualche anno fa, suscitando lo sdegno della popolazione della Garbatella. 

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Sanità sul territorio: tre nuove Case della Comunità

Di Francesca Vitalini

Le strutture apriranno a Via Malfante,Via di San Nemesio e Via Casal de Merode

Cosa prevede il Piano

Novità in tema di Sanità nell’ottavo Municipio. Con i fondi del PNNR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) la Regione Lazio attiverà, in collaborazione con la Asl Roma 2, 3 Case della Comunità, 1 Ospedale di comunità e 1 Centrale operativa territoriale. Un nuovo scenario nel quale i concetti di prossimità, multidisciplinarietà e multiprofessionalità saranno legati strettamente a quello di salute. Andiamo per ordine. Le Case di Comunità, strutture dove il cittadino potrà trovare tutti i servizi sanitari di base, il medico di Medicina generale, il pediatra, gli specialisti ambulatoriali e altri professionisti saranno realizzati in via Malfante n. 35 (Ardeatino), via San Nemesio n. 21 (Garbatella) e in via Casale de Merode n. 8 (Tormarancio).

Le opere

Qui verrà realizzato anche un Ospedale di comunità, ossia una struttura sanitaria della rete territoriale a ricovero breve e destinata a pazienti che necessitano di interventi sanitari a bassa intensità clinica, dando nuova vita allo “scheletro” del San Michele. La Centrale operativa, ossia un hub tecnologicamente avanzato per la presa in carico del cittadino e per il raccordo tra servizi e soggetti coinvolti nel processo assistenziale, sarà allestita, infine, in via San Nemesio n.21.

Cosa succede nel Municipio

La riorganizzazione sanitaria nel distretto VIII va di pari passo con una riformulazione nell’intera Asl Roma 2 con l’attivazione totale di 7 Centrali operative territoriali, di 23 Case della Comunità, di 4 Ospedali di comunità, dell’adeguamento sismico degli ospedali e del rafforzamento tecnologico della rete ospedaliera con l’acquisto di 18 nuove apparecchiature di ultima generazione. Questo, in sintesi, il piano che sarà finanziato dalla Regione Lazio con 78milioni di euro.

Impegno finanziario

L’investimento fa parte del più ampio piano riorganizzativo della Sanità laziale che vede impegnati 700 milioni di euro fino al 2026. Il territorio si trasformerà così in porta di accesso alle cure e perno intorno a cui costruire risposte adeguate e personalizzate ai bisogni di salute della comunità.

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